Maggio 9, 2026
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Crisi di Hormuz e prezzi dell’energia: l’aumento dell’inflazione non è scontato

Sull’inflazione lo scenario è in evoluzione ed è difficile capire quanto salirà nelle prossime settimane. Eventuali aumenti potrebbero essere determinanti per la politica monetaria delle banche centrali.

A cura di David Pascucci, Market Analyst di XTB

Il Consiglio Europeo sta per giungere al termine. Nelle scorse ore sono arrivate le prime decisioni in merito relative ai prezzi dell’energia e agli scenari aperti dalla guerra in Medio Oriente.  Secondo il Consiglio, la transizione energetica rimane la strategia più efficace per l’autonomia europea, con la diffusione e l’integrazione di fonti energetiche rinnovabili a basse emissioni di carbonio.

Il conflitto in Medio Oriente, però, comporta, al momento, un aumento dei prezzi dell’energia che sicuramente avrà un impatto economico. Il Consiglio, infatti, invita la Commissione europea a presentare un pacchetto di misure temporanee volte a far fronte all’impennata dei prezzi dei combustibili fossili. Così come per i combustibili, si invita ad attuare misure e azioni concrete volte a ridurre i prezzi dell’energia elettrica. Il Consiglio europeo tornerà a riunirsi nel giugno del 2026 per monitorare la situazione generale e valutare i progressi, anche se non mancheranno le riunioni informali nei prossimi mesi.

Negli ultimi giorni si è parlato di un piano per cercare di far riaprire parzialmente lo stretto di Hormuz, un piano che prevede la riapertura per navigazione commerciale che ha come promotori UK, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone. Per il momento, però, è di fatto solo un’idea, sul tavolo non c’è nulla di programmato, non vi è alcun piano se non quello di cercare di cooperare per trovare una soluzione. Nel frattempo, nello stretto di Hormuz il traffico è calato del 95%, solitamente passano 60 navi al giorno, dallo scoppio del conflitto ne passano solamente 4 al giorno mediamente. Le situazioni più critiche sono quelle di Cina, Corea del Sud e Giappone: quest’ultimo importa tra l’80% e il 90% del suo petrolio proprio da Hormuz mentre Cina il 33%, Corea del Sud 85% e India 60%, l’Europa solamente il 12%. Una rotta alternativa è sicuramente quella del Capo di Buona Speranza in Sudafrica, via più costosa ma che permette ancora il flusso di navigazione delle merci con costi operativi più alti e che ha visto un aumento del 100% del traffico in questi giorni.

Un eventuale piano per la riapertura di Hormuz non sta ancora influenzando il prezzo del petrolio, che rimane a cavallo dei 100 dollari (spesso superandoli) e che rimane in un trend effettivamente rialzista. Attenzione, però, non possiamo fare proiezioni sull’inflazione, lo scenario è ancora in evoluzione e non abbiamo elementi per capire effettivamente quanto salirà l’inflazione nelle prossime settimane, aumenti che potrebbero essere determinanti per la politica monetaria delle banche centrali. Stessa cosa dicasi per il prezzo del petrolio, non si dia per scontato un suo rialzo, considerato nel 2022, in condizioni simili, registrò un massimo per poi scendere nel corso dei mesi successivi proprio a ridosso dell’invasione russa dell’Ucraina, condizione tecnica molto simile a quella attuale.       

Shock energetico e rotazione dei capitali: quanto è resiliente la vostra asset allocation?

Tra inflazione e geopolitica, si ridefiniscono i rapporti di forza. Un portafoglio ben diversificato serve a mantenere equilibrio quando il contesto cambia più velocemente delle nostre convinzioni.

di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario

Fino alla scorsa settimana, lo scenario dei mercati era molto diverso da quello di oggi. Si stava assistendo a una rotazione piuttosto evidente sia a livello settoriale sia geografico dai titoli growth ai titoli più ciclici, dagli Stati Uniti verso Europa ed emergenti. Non era un movimento caotico, non era fuga dal rischio, ma una riallocazione progressiva dopo anni di forte concentrazione sul mercato americano e sulle grandi società tecnologiche.

In quello scenario, le valutazioni statunitensi apparivano “tirate”, l’Europa sembrava relativamente più conveniente e i mercati emergenti iniziavano a beneficiare di un dollaro meno dominante e di aspettative di ripresa ciclica. Poi, nel giro di pochi giorni, il contesto si è complicato. Gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, le tensioni nello Stretto di Hormuz e soprattutto l’interruzione della produzione di GNL nell’impianto di Ras Laffan in Qatar hanno riportato al centro del dibattito un tema che per l’Europa è sempre delicato: l’energia. Ras Laffan, infatti, rappresenta circa un quinto delle forniture globali di gas naturale liquefatto e la sua interruzione, anche temporanea, non è un dettaglio marginale. Il TTF, l’indice europeo del gas, ha accelerato rapidamente al rialzo, mentre il petrolio Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile.

Per un investitore con un portafoglio diversificato questo non è un semplice movimento tecnico delle commodity, ma un elemento che può incidere su margini aziendali, consumi, crescita economica, politica monetaria e valute. Nel frattempo, l’inflazione nell’eurozona ha mostrato segnali di ri-accelerazione già prima dell’esplosione del conflitto, con un dato preliminare di febbraio all’1,9% su base annua rispetto all’1,7% di gennaio, sopra le attese, e un’inflazione core salita al 2,4%. Non siamo di fronte a una dinamica fuori controllo, ma il

movimento è nella direzione opposta rispetto a quella che molti auspicavano per un rapido ciclo di tagli dei tassi da parte della BCE. che in occasione della riunione del 19 marzo ha confermato le previsioni di tassi invariati. Il tema, tuttavia, non è la singola riunione, bensì la traiettoria dei prossimi trimestri: se l’energia dovesse stabilizzarsi, l’impatto inflazionistico potrebbe restare limitato; se invece la tensione geopolitica dovesse protrarsi, la banca centrale si troverebbe realmente a camminare su una corda tesa tra sostegno alla crescita e rischio di riaccendere le pressioni sui prezzi.

L’euro si è indebolito da 1,18 a 1,15 contro il dollaro, segnale di una percezione di rischio maggiore in Europa, mentre l’oro, dopo un primo impulso, ha ridotto i guadagni, suggerendo che il mercato non sta ancora prezzando uno scenario di crisi strutturale e prolungata come quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Per l’investitore di medio-lungo periodo, la domanda non è se il mercato scenderà ancora nei prossimi giorni, ma se ci troviamo di fronte a uno shock temporaneo o a un cambiamento di regime. Nel medio termine si intravedono tre possibili traiettorie. La prima è quella in cui le tensioni si attenuano, la produzione qatariota riprende rapidamente e i prezzi energetici si stabilizzano, trasformando la volatilità attuale in un episodio circoscritto; nella seconda gas e petrolio restano elevati per alcuni trimestri, l’inflazione smette di scendere ma non accelera in modo drammatico e la BCE rimanda eventuali tagli mantenendo una posizione attendista; la terza è più complessa, con i prezzi dell’energia che restano alti a lungo, la crescita rallenta e si materializza una forma di stagflazione leggera, scenario più problematico per l’azionario europeo. Non sappiamo quale di questi scenari prevarrà, ma non è compito di un investitore prevederlo con precisione, quanto quello di costruire un portafoglio capace di attraversarli tutti e tre.

Nel lungo termine restano centrali la capacità delle economie di adattarsi agli shock energetici, la transizione verso fonti alternative e l’innovazione tecnologica. Le guerre finiscono, le tensioni geopolitiche cambiano forma, ma i grandi trend strutturali continuano a operare sotto la superficie. In questo contesto, alcuni spunti di diversificazione possono essere utili come riflessione: mantenere una vera diversificazione geografica e non solo nominale, bilanciare settori ciclici e difensivi, considerare il ruolo delle valute nell’esposizione complessiva, integrare asset che reagiscono in modo diverso all’inflazione, evitare concentrazioni eccessive su poche mega-cap dopo anni di sovraperformance.

Non si tratta di fare mosse drastiche o di inseguire il tema del momento, ma di interrogarsi sulla resilienza complessiva della propria asset allocation, ricordandoci che la volatilità non è un’anomalia del sistema, ma parte integrante del funzionamento dei mercati. Un portafoglio ben diversificato non serve a eliminare le perdite nel breve periodo, ma a rendere sostenibile il percorso nel lungo. Oggi il rumore è aumentato, le variabili in gioco si sono moltiplicate e l’incertezza è tornata a farsi sentire, ma proprio in questi momenti diventa evidente la differenza tra reagire emotivamente e restare coerenti con una strategia costruita nel tempo. Il medio termine sarà probabilmente più instabile di quanto sperato solo pochi giorni fa, il lungo termine continuerà a premiare la capacità di adattarsi più che quella di prevedere. E forse la vera sfida non è indovinare dove andrà il Brent o cosa farà la BCE, ma mantenere equilibrio quando il contesto cambia più velocemente delle nostre convinzioni.

Dai timori legati all’AI e dall’escalation USA-IRAN nascono opportunità di stock picking

Non è il momento di scappare dagli asset rischiosi ma di acquistare sui ribassi, con selettività. I titoli delle rinnovabili torneranno presto sotto i riflettori.

di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata sabato 28 febbraio, ha innescato una reazione di avversione al rischio nei mercati globali, che finora è rimasta relativamente ordinata. La situazione favorisce chiaramente i settori della difesa e dell’energia, mentre quelli industriale e dei consumi sono più vulnerabili, sia a causa dell’aumento dei costi energetici/logistici e dell’impatto sul reddito disponibile, sia per le potenziali ripercussioni macroeconomiche. Molto dipenderà dalla durata, dall’entità e dall’intensità del conflitto, dall’aumento del rischio di interruzioni dell’approvvigionamento energetico attraverso lo Stretto di Hormuz, dalle più ampie ripercussioni economiche del conflitto e dalle incertezze che circondano la successione della leadership iraniana le prime reazioni suggeriscono una rivalutazione selettiva del rischio piuttosto che una fuga indiscriminata dagli asset rischiosi.

Vediamo molte opportunità in questo contesto. Come sempre, quando le cose cambiano rapidamente, ci sono vincitori e vinti. E siamo molto convinti della nostra capacità di selezionare i titoli, leggendo sotto la superficie. Chi sono i vincitori? Riteniamo che una forte rotazione verso i titoli delle energie rinnovabili sia la chiave di volta in Europa e abbiamo agito di conseguenza. Crediamo che, dopo anni di declassamento, il settore tornerà sotto i riflettori, data la chiara necessità dell’Unione Europea di essere meno dipendente dal petrolio e dal gas importati sia dagli Stati Uniti (tramite GNL) che dalla Russia/Medio Oriente. Prevediamo che i nuovi investimenti saranno incentivati grazie a rendimenti consentiti più elevati e normative favorevoli.

Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.

Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.

Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.

Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.

 

Trump vs Iran: e se la crisi petrolifera non fosse un “incidente”? Analisi di una possibile strategia

Per Trump una crisi energetica prolungata potrebbe essere una sorta di dazio indiretto, un modo per indebolire le economie dei concorrenti senza introdurre nuove barriere tariffarie.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Quando l’amministrazione Donald Trump ha deciso di colpire l’Iran, la scelta non è stata unanime all’interno del suo stesso campo politico. Infatti, secondo diverse ricostruzioni e analisi di politica estera, diversi esponenti dell’area “America First” avevano espresso con forza l’opinione contraria su un’escalation militare con Teheran. Tra le voci più prudenti il vicepresidente JD Vance, favorevole a evitare nuovi conflitti in Medio Oriente, e diversi consiglieri economici della Casa Bianca, preoccupati per le possibili conseguenze di una crisi energetica globale.

Anche parte dell’ambiente militare e strategico americano ha invitato alla cautela. Analisti e commentatori come Daniel De Petris, o l’analista geopolitico Trita Parsi, sostenevano che un confronto diretto con l’Iran avrebbe destabilizzato il medio oriente con probabile chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo stesso Generale Caine, Capo di Stato Maggiore delle forze congiunte degli Stati Uniti (il più alto grado militare negli USA e nominato dallo stesso Trump), aveva avvertito che guerra con l’Iran avrebbe comportato rischi strategici molto difficili da controllare. Trump ha deciso di procedere comunque, ignorando i consigli più prudenti e – si dice – sottovalutando le conseguenze economiche della crisi, con la conseguenza che oggi le cose non vanno come previsto.

Tuttavia, è doveroso chiedersi se la crisi petrolifera conseguente a questa guerra non sia un effetto imprevisto, come sostengono molti analisti, ma piuttosto uno degli esiti più prevedibili – e potenzialmente più utili – voluti da Trump. Non sarebbe la prima volta, infatti, che una crisi energetica globale incida fortemente negli equilibri economici e geopolitici del mondo. Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, lo shock petrolifero aprì la strada alla nascita del sistema dei petrodollari, rafforzando il ruolo del dollaro nel commercio mondiale. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti stanno attraversando una fase economica e politica molto complessa, con un debito pubblico americano che ha ormai raggiunto i 40 trilioni di dollari, mentre il suo intero sistema economico – includendo famiglie, imprese e settore finanziario – vive su livelli di indebitamento molto elevati (31 trilioni il debito privato). Allo stesso tempo, l’egemonia economica americana non è più indiscussa, poiché due grandi blocchi industriali competono sempre più apertamente con Washington: la Cina, ormai potenza manifatturiera globale, e l’Europa, ancora uno dei principali poli industriali del pianeta.

La competizione è soprattutto industriale, tecnologica e commerciale. Di conseguenza, il sistema del Dollar Standard è sotto pressione. Dal dopoguerra in poi il commercio mondiale, e in particolare quello energetico, è stato dominato dalla valuta americana. Questo ha permesso agli Stati Uniti di sostenere deficit enormi e un debito crescente grazie alla domanda globale di dollari ritenuti da tutti valuta di riserva stabile. Negli ultimi anni, però qualcosa si è incrinato: sempre più paesi (i c.d. BRICS) stanno cercando di ridurre la propria dipendenza dal dollaro, e molte banche centrali stanno aumentando le proprie riserve in oro, che nell’ultimo anno ha raggiunto prezzi record proprio come bene rifugio alternativo. Questo non significa che il dollaro stia per essere sostituito, tuttavia indica che l’ordine monetario internazionale sta lentamente cambiando.

Nel frattempo Xi Jinping ha reso pubblica sul suo principale giornale teorico Qiushi una sua dichiarazione del 2024: “una valuta potente (lo yuan, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi, con lo status di valuta di riserva globale.” (Bloomberg). In questo contesto la questione energetica assume un significato strategico. Negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno realizzato un ammodernamento radicale del proprio sistema energetico grazie alla rivoluzione dello shale oil, che li ha portati ad ess il più grande produttore di petrolio del mondo. Questo cambia completamente la logica delle crisi petrolifere: negli anni Settanta gli Stati Uniti erano fortemente dipendenti dal petrolio importato, e dovevano mantenere alto il prezzo del petrolio per rendere sostenibile l’estrazione dello scisto ai produttori interni; oggi la situazione è diversa, poichè gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali produttori ed esportatori di energia. Ne consegue che una crisi petrolifera globale prolungata non colpisce tutti allo stesso modo, ma colpisce soprattutto le economie importatrici di energia: Europa, Cina e Giappone.

A questo si aggiunge un elemento ulteriore. Le recenti aperture nel settore energetico venezuelano hanno consentito alle compagnie americane di accedere a una parte significativa delle enormi riserve petrolifere del Venezuela, le più grandi del mondo, rafforzando ulteriormente la sicurezza energetica degli Stati Uniti. In altre parole, mentre molti paesi soffrono  pesantemente una crisi petrolifera prolungata, gli Stati Uniti sono tra i pochi attori globali in grado di gestirla senza gravi conseguenze interne. La crisi petrolifera diventa così una valida alternativa alla politica globale dei dazi ora bloccata dal Senato degli Stati Uniti. Infatti, se il prezzo del petrolio rimane stabilmente alto, gli effetti per i paesi che dipendono da esso sono immediati: aumentano i costi industriali, cresce l’inflazione e peggiora la competitività delle loro economie.

Europa, Cina e Giappone sono tra le economie più vulnerabili a questo tipo di shock. In questo senso, una crisi energetica globale prolungata è a tutti gli effetti una sorta di dazio indiretto, un modo per aumentare i costi di produzione dei concorrenti senza introdurre nuove barriere tariffarie. C’è poi un altro effetto possibile. Un aumento dei prezzi del petrolio rafforza anche la Russia, grande esportatore energetico, e ciò potrebbe persino aprire nuovi scenari geopolitici, poiché in questo modo si potrebbe ridurre “l’abbraccio” tra Mosca e Pechino. Del resto, la storia dimostra che le crisi petrolifere non sono mai soltanto crisi energetiche.

Naturalmente, non esistono prove che la crisi petrolifera sia stata pianificata e messa in atto in modo “chirurgico”, ma una cosa è certa: quando si colpisce un paese armato fino ai denti come l’Iran, con una società fortemente coesa, si dovrebbe prevedere con facilità che lo Stretto di Hormuz verrà bloccato, diventando il punto più fragile del sistema energetico mondiale; ne consegue che la crisi petrolifera non può essere considerata semplicemente un “incidente”. Se così fosse, e se la crisi energetica durasse a lungo (come negli anni ’70), cosa possiamo fare noi europei per affrontarla?

La ricchezza “mattone-centrica” degli italiani e l’asimmetria distributiva del sistema bancario

Il nostro Paese è nel suo complesso amante del “mattone” e la diversificazione finanziaria è concentrata nelle fasce più alte di clientela. Professionisti del risparmio sempre più proiettati verso la consulenza patrimoniale.

di Manlio Marucci, presidente Federpromm

Il mondo che conosciamo, sia pur attraverso periodi funestati da grandi disuguaglianze come quello in cui viviamo adesso, ha prodotto nel tempo ricchezza e benessere nel suo bilancio complessivo, ma in modo profondamente disaggregato nella sua distribuzione tra le varie classi sociali; una ricchezza che oggi rappresenta in quanto a PIL oltre 110 trilioni di dollari, con una valorizzazione crescente di 10 volte il GDP e una dimensione a livello di cash disponibile globale pari ad oltre 120 trilioni di dollari. Si tratta di dati significativi, che offrono agli osservatori attenti un quadro dinamico della realtà sociale, economica e politica, capace di generare relazioni primarie per l’esercizio del potere e per le scelte che hanno effetti incisivi sul benessere degli individui, delle famiglie e delle imprese.  

In Italia, secondo le fonti ufficiali (Istat e Bankitalia), a fine 2024 la popolazione di riferimento è pari a 59 milioni di persone, distribuite su 26 milioni di famiglie. La ricchezza netta di queste famiglie è pari complessivamente a circa 11.700 miliardi di euro, ma il 5% di esse, da solo, detiene il 46% della ricchezza totale. Inoltre, il 45% di tale patrimonio totale è rappresentato da abitazioni, l’8% circa in immobili non residenziali (commerciali), il 14,7% in risparmio gestito, il 12,8% in depositi (bancari e/o postali), il 13,4% in titoli azionari e partecipazioni, il  3,5% in titoli obbligazionari, il 3,3% in altri strumenti finanziari il 3,3%  e il 2,8% in ricchezza non finanziaria.

Quello tracciato è uno scenario certamente rappresentativo, che mette in luce come il nostro Paese sia “mattone-centrico”, con circa il 70% delle famiglie proprietarie dell’immobile in cui vivono ed anche possessori di seconde case; mentre la diversificazione finanziaria, sicuramente cresciuta nelle scelte degli strumenti di investimento nonostante la notevole massa di liquidità disponibile ancora presente nei conti correnti (circa 6.770 mld di euro), è concentrata nelle fasce più alte della popolazione. Indicativo è anche l’ultimo dato di patrimonio in risparmio gestito, pubblicato da Assogestioni, che vede a fine 2025 gli OICR (più le gestioni patrimoniali) raggiungere i 2.636 miliardi di euro.

Ora, se mettiamo in correlazione tali dati con il fenomeno legato alla dimensione del sistema bancario e le trasformazioni subite in questi ultimi decenni, si può ipotizzare come tale ricchezza sia gestita dalle aziende del credito e dalle imprese di investimento in modo “asimmetrico“, e come le variabili dei meccanismi psicologici e comportamentali dei risparmiatori evidenzino diversificati livelli di rischio cui si oppone una certa discontinuità nella comunicazione con la clientela e nelle politiche distributive adottate dal sistema finanziario.

A tal proposito, in un recente articolo del prof. G. Santorsola dal titolo “L’identikit della nuova banca” (Financial Community Hub), viene ben evidenziato come il processo di digitalizzazione in atto abbia radicalmente cambiato la struttura fisica delle banche e ne abbia ridimensionato gli sportelli fisici distribuiti sul territorio italiano. Infatti, dal varo della legge bancaria del 1993 ad oggi, la presenza sul territorio dei gruppi bancari passa 37.000 filiali (1 sportello ogni 1.600 abitanti) a 19.000 sportelli circa (1 ogni 3.100 abitanti); tutto questo a seguito della digitalizzazione e della riorganizzazione del sistema bancario/postale e del rafforzamento della figura del consulente finanziario, degli agenti dei servizi finanziari e delle piattaforme sul web.

Manlio Marucci

La stessa configurazione dell’offerta del mondo bancario è radicalmente cambiata per via del rapido processo di digitalizzazione dei servizi. L’Open Banking, l’Open Finance e l’Intelligenza Artificiale stanno cambiando strutturalmente l’offerta dei prodotti e servizi finanziari, facendo emergere il ruolo primario della consulenza personalizzata a famiglie ed imprese, che richiede il necessario apporto della esperienza umana. Come per i consulenti finanziari, sempre più proiettati verso la consulenza patrimoniale per “salvarsi” dalla accesa competizione tra reti distributive, ormai carenti di politiche e strategie commerciali utili a trovare nuovi mercati e a catturare la notevole massa di liquidità disponibile.

Il mercato immobiliare volta pagina: dalle scelte emozionali a una nuova fase strutturale

L’invecchiamento della popolazione sta incidendo in modo sempre più rilevante sui comportamenti immobiliari. La nuda proprietà assume un ruolo crescente nella pianificazione patrimoniale.

a cura di REMAX Italia

Con il nuovo anno, il mercato immobiliare italiano si appresta a compiere un cambio di passo, lasciandosi alle spalle una fase in cui le decisioni di acquisto sono state influenzate da fattori extra-mercato e da dinamiche non allineate ai tradizionali andamenti del settore.

Si apre una fase in cui tornano centrali logiche strutturali, legate a scelte finanziarie, lavorative e di stile di vita, che orienteranno in modo più consapevole domanda e offerta. Nel nuovo contesto, le decisioni abitative torneranno a essere il risultato di valutazioni di medio-lungo periodo. La casa sarà sempre più considerata come progetto di vita e strumento di tutela patrimoniale, oltre che come investimento capace di mantenere valore nel tempo. Un passaggio che riguarda tanto chi acquista quanto chi vende e che contribuisce a ridefinire le dinamiche del mercato residenziale.

È su questa lettura che si fondano le previsioni di REMAX Italia per il 2026, supportate da risultati 2025 superiori al trend di mercato. “Stiamo assistendo a un ritorno a scelte più pianificate e razionali”, osserva Dario Castiglia (nella foto), CEO & Founder di REMAX Italia. “Nel 2026 il mercato sarà guidato da elementi concreti come lavoro, mobilità, servizi e sostenibilità, anche economica dell’investimento. La domanda resta solida, ma diventa più selettiva e orientata al valore nel tempo”. “Tra i fenomeni più evidenti, emerge il rinnovato interesse per abitazioni di dimensioni più contenute nei grandi centri urbani, in particolare da parte di giovani professionisti e di chi punta a percorsi di carriera nelle grandi città che concentrano opportunità occupazionali, servizi avanzati e infrastrutture. Una domanda strutturale, legata alla capacità delle aree metropolitane di attrarre capitale umano e offrire prospettive di crescita”.

Accanto a queste dinamiche, l’invecchiamento della popolazione sta incidendo in modo sempre più rilevante sui comportamenti immobiliari. In questo segmento, il mattone continua a essere percepito come un bene rifugio, capace di garantire stabilità e protezione del patrimonio nel tempo. In tale contesto, strumenti come la nuda proprietà assumono un ruolo crescente nella pianificazione patrimoniale, offrendo soluzioni che consentono di valorizzare l’immobile, mantenendo sicurezza e continuità, in una fase di mercato in cui  evolve anche il ruolo del consulente immobiliare. “La differenza la fanno competenze, strumenti di analisi avanzati e conoscenza profonda dei territori”, aggiunge il Presidente di REMAX Italia. “Nel mercato emergeranno i professionisti in grado di guidare chi acquista verso scelte consapevoli, considerando anche la potenziale rivalutazione dell’immobile nel tempo, e di supportare chi vende nella corretta valutazione e nel posizionamento più efficace dell’offerta sul mercato”.

La crisi tra America, Israele e Iran: un nuovo conflitto per bloccare il tracollo del Dollar Standard

La guerra con l’Iran è una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema economico internazionale costruito a Bretton Woods.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Quando gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Iran, la spiegazione ufficiale è stata relativamente semplice: prevenire una minaccia imminente, poiché secondo la Casa Bianca l’Iran si starebbe avvicinando alla bomba nucleare. Questa ricostruzione è stata messa in discussione quasi subito: il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha dichiarato che non esistono prove di un programma sistematico iraniano per la costruzione di armi nucleari. L’Iran ha effettivamente arricchito uranio fino al 60%, ma, come ha chiarito Grossi, l’AIEA non ha identificato alcun programma strutturato per la produzione di armi nucleari.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha contribuito ad alimentare forti dubbi sulla narrativa ufficiale, affermando “Sapevamo che, se l’Iran fosse stato attaccato, ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”. Una frase che suggerisce una dinamica diversa: non un attacco per prevenire un’aggressione iraniana, ma la consapevolezza che la risposta di Teheran sarebbe arrivata dopo l’azione militare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, le giustificazioni dell’intervento sono cambiate più volte. Come ha osservato l’analista Daniel De Petris, si è passati dalla distruzione del programma nucleare alla riduzione della capacità missilistica iraniana, fino alla prevenzione di una minaccia contro le truppe americane. Secondo quanto riportato da Politico, a diversi giorni dall’inizio del conflitto l’amministrazione non è ancora riuscita a definire con chiarezza quali siano gli obiettivi strategici della guerra.

Se si osserva il conflitto in un quadro geopolitico globale, la crisi con l’Iran assume un significato molto diverso. Teheran occupa una posizione strategica fondamentale tra Golfo Persico, Asia centrale e Mediterraneo. Il Paese è uno snodo chiave delle rotte energetiche e commerciali dell’Eurasia ed è destinato a diventare uno dei nodi principali della Belt and Road Initiative cinese. Negli ultimi anni Iran e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione economica attraverso accordi energetici e infrastrutturali di lungo periodo, e per Washington questo asse rappresenta una minaccia strategica: indebolire l’Iran significa anche limitare l’espansione geopolitica cinese in Medio Oriente, interrompere rotte commerciali e rendere più oneroso l’acquisto di petrolio.

Ma il problema non è soltanto geopolitico. È anche finanziario. Infatti, il sistema economico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale si fonda sulla centralità del dollaro, il cosiddetto Dollar Standard. Per decenni il commercio globale – e in particolare quello energetico – è stato denominato quasi interamente nella valuta americana. Negli ultimi anni questo equilibrio ha iniziato a mostrare crepe. Secondo diverse analisi economiche, l’uso crescente del dollaro come strumento di sanzione geopolitica sta spingendo molti Paesi a cercare alternative. Diversi Stati stanno riducendo la propria dipendenza dalla valuta americana nei commerci internazionali e nelle riserve delle banche centrali (“de-dollarizzazione“). Secondo tale analisi, la quota del dollaro nelle riserve delle banche centrali mondiali è scesa dal 71% dei primi anni Duemila a circa il 57%.

Per gli Stati Uniti questo rappresenta una minaccia esistenziale. La domanda globale di dollari è infatti uno dei fattori che consente a Washington di sostenere un debito pubblico enorme (ormai 40 trilioni di dollari), finanziando i propri deficit attraverso l’emissione di titoli denominati nella propria valuta. Ma negli ultimi anni l’Iran ha iniziato a vendere parte del proprio petrolio utilizzando valute alternative, soprattutto nei rapporti economici con la Cina. Nel 2023, poi, fu annunciato l’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita che consentiva a Pechino di pagare progressivamente il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari. Una notizia clamorosa e che ha chiaramente fatto scattare l’allarme rosso a Washington. Trump infatti, immediatamente dopo la rielezione, si è subito attivato per provare a mettere un argine diplomatico a questo.

Questa tendenza che si stava consolidando accelera il processo di erosione della centralità del dollaro. Ed è proprio in questo contesto che molti analisti collocano la crisi con l’Iran. Resta però una domanda inevitabile: perché questa guerra proprio adesso. Negli Stati Uniti si sono accumulate negli ultimi mesi diverse pressioni politiche interne. Una delle più delicate riguarda la vicenda dei file Epstein, l’enorme archivio di documenti legati al caso del finanziere Jeffrey Epstein. La gestione della pubblicazione dei documenti ha provocato polemiche e accuse di scarsa trasparenza, con richieste da parte di diversi membri del Congresso di ulteriori indagini.

Parallelamente, l’economia americana mostra segnali di crescente fragilità. Diversi indicatori suggeriscono un rallentamento del mercato del lavoro e della crescita economica. I dati di febbraio mostrano un calo significativo dell’occupazione e un rallentamento delle vendite in diversi settori dell’economia. A questo si aggiungono segnali di tensione nel sistema finanziario. Negli ultimi mesi sono emerse importanti difficoltà nel mercato del credito privato. Ad esempio, ieri BlackRock ha iniziato a limitare i prelievi dopo un’ondata di richieste di rimborso, segnale che il  potrebbe trovarsi di fronte a problemi di liquidità. In questo contesto, una crisi internazionale ha una forte funzione politica: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso una minaccia esterna.

Cosa può succedere ora. Le conseguenze della guerra si stanno estendendo ben oltre il Medio Oriente. Uno degli effetti più immediati riguarda il prezzo dell’energia, nel senso che un aumento duraturo del petrolio e del gas ha conseguenze particolarmente pesanti per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Infatti, dopo la rottura dei rapporti energetici con la Russia l’Europa ha aumentato drasticamente le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e ora (salvo un riavvicinamento con la Russia) dovrà farlo ancora di più per evitare di tornare alla situazione in cui si è trovata all’inizio degli anni ’70. Questo significa che prezzi energetici più alti tendono a favorire i produttori americani mentre penalizzano l’industria europea, già sottoposta a forti pressioni competitive.

Le crisi energetiche tendono storicamente a produrre riequilibri nella bilancia commerciale tra Stati Uniti ed Europa, trasferendo una parte significativa delle risorse economiche verso i produttori energetici (gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio). Del resto, non sarebbe la prima volta che una crisi mediorientale produce effetti di questo tipo in un sistema globale fortemente dipendente dall’energia. Un precedente storico significativo è la guerra del Kippur del 1973; proprio dopo quella guerra nacque il sistema dei petrodollari, cioè il meccanismo attraverso cui il petrolio mondiale venne progressivamente commercializzato quasi esclusivamente in dollari, e la crisi energetica che seguì a quel conflitto contribuì a modificare profondamente gli equilibri economici tra Europa e Stati Uniti.

In questo contesto si inserisce quanto affermato dal commentatore politico ex-sostenitore di Trump, Tucker Carlson, secondo il quale alcuni attacchi contro infrastrutture petrolifere attribuiti all’Iran potrebbero essere stati il risultato di operazioni clandestine riconducibili ad agenti del Mossad. Teheran ha preso le distanze da diversi sabotaggi contro impianti energetici, negando ogni coinvolgimento diretto.

Ma c’è anche un’altra possibile conseguenza strategica della guerra. Secondo il filosofo e analista politico Andrea Zhok, l’attacco contro l’Iran rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare proprio quelle componenti più radicali del sistema politico iraniano che l’Occidente dichiara di voler indebolire: di fronte a una minaccia esterna percepita come esistenziale, le società tendono a ricompattarsi attorno alle proprie istituzioni e alle proprie strutture di potere. In altre parole, un conflitto aperto rischia di consolidare l’assetto politico interno dell’Iran, tant’è che l’esito più probabile di questo nuovo fronte di guerra è il c.d. “impaludamento“. Ed è proprio per questo che il controllo dei mercati energetici continua a rappresentare uno degli elementi centrali della competizione geopolitica globale.

Esiste poi un’altra dimensione strategica della crisi. Negli ultimi anni la Russia ha rafforzato la propria cooperazione energetica con la Cina, vendendo petrolio e gas a prezzi particolarmente competitivi. Per Washington, questa convergenza tra Mosca e Pechino rappresenta uno dei principali problemi strategici del nuovo equilibrio mondiale, per cui un aumento generale dei prezzi energetici non può che ridurre anche il vantaggio competitivo della Cina derivante dall’accesso a energia russa fin ora a basso costo. Ma la conseguenza geopolitica più importante riguarda l’Asia, dove il vero teatro strategico della competizione tra Stati Uniti e Cina rimane Taiwan. Se Washington restasse intrappolata in un conflitto lungo in Medio Oriente, la capacità americana di concentrare risorse militari nel Pacifico non potrà che ridursi. Questo crea  una finestra strategica favorevole per Pechino: non necessariamente per un’invasione immediata dell’isola, ma per strategie più graduali come un blocco navale o una pressione militare crescente nello Stretto di Taiwan.

In questo scenario, la guerra con l’Iran è uno dei fronti di una competizione globale molto più ampia. Una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema internazionale costruito a Bretton Woods. Ed è forse proprio questo il punto più delicato della crisi attuale, perché se il sistema dei petrodollari e la centralità del dollaro dovessero entrare realmente in discussione, le conseguenze non riguarderebbero soltanto la politica estera americana, ma l’architettura stessa dell’economia globale. La guerra con l’Iran, come quella in Ucraina, non è solo una crisi locale , ma uno dei sintomi del cambiamento di un ordine internazionale che sta lentamente arrivando alla fine del suo ciclo storico.

Tokenizzazione dei fondi: la spinta dei big europei potrebbe riscrivere il wealth management

Tokenizzazione di fondi e share class, MMF tokenizzati come collaterale e nuove responsabilità per intermediari e banche depositarie nel perimetro di regolazione europea.

di Giuseppe Anfuso

Gestori globali come Amundi, Franklin Templeton e Aviva Investors hanno avviato la tokenizzazione di fondi e share class su infrastrutture DLT, con primi impieghi di money market fund tokenizzati come collaterale in programmi istituzionali già operativi dall’inizio del 2026. Il mutamento di scenario non discende da una singola legge, ma dall’allineamento tra regolazione vigente (UCITS, AIFMD, MiFID II, disciplina MMF) e nuove aperture delle banche centrali all’uso di tokenised assets come garanzie, come mostrano le recenti dichiarazioni della Banca d’Inghilterra e gli interventi sul tema della BCE. Ne risultano direttamente coinvolti risparmiatori, imprese che utilizzano linee di credito garantite da fondi, banche depositarie, SGR e intermediari che prestano servizi di investimento. Le ricadute immediate attengono alla trasformazione operativa del risparmio gestito, alla gestione collaterale e alla responsabilità dell’intermediario di servizi di investimento in un contesto di quote dematerializzate e circolanti su blockchain. Per il wealth management, la questione di fondo è se la fund tokenisation costituisca soltanto un’efficienza di back-office oppure una reale nuova infrastruttura per il risparmio privato europeo.

Dal fondo tradizionale alla fund tokenisation
Negli ultimi di due anni la fund tokenisation è passata da sperimentazione di laboratorio a modello distributivo che intercetta il cuore dell’industria dei fondi. Amundi ha lanciato il suo primo fondo comune tokenizzato e una tokenised share class del fondo monetario Amundi Funds Cash EUR, emessa su una piattaforma DLT con il supporto di CACEIS quale banca depositaria e provider di servizi di asset servicing. In parallelo, Franklin Templeton ha sviluppato, tramite la piattaforma Benji, una gamma di tokenised money market funds, oggi utilizzati anche come collaterale in ambito crypto-istitutional, mentre Aviva Investors ha ufficializzato l’obiettivo di tokenizzare prodotti sul registro XRP in collaborazione con Ripple.

Dal punto di vista regolamentare, la novità si innesta sulla disciplina esistente: i fondi restano soggetti alle regole UCITS AIFMD, alle norme su product governance e novità MiFID II in tema di product intervention, oltre che alla disciplina specifica sui money market funds introdotta a livello europeo dopo la crisi finanziaria. La DLT è impiegata come infrastruttura tecnologica di rappresentazione delle quote, ma non incide sulla natura giuridica dell’OICR né sul regime di vigilanza prudenziale applicabile a gestori e depositarie. La continuità di disciplina è un punto dirimente: la tutela dei risparmiatori resta formalmente ancorata ai presidi tradizionali (prospetto, KID, controlli sui conflitti di interesse), ma muta la modalità con cui proprietà, trasferimenti e diritti connessi alle quote vengono registrati e resi opponibili.

Tokenised share class e MMF usati come collaterale
La tokenizzazione dei fondi si traduce, in concreto, nella creazione di tokenised share class, ossia classi di quote rappresentate su blockchain che coesistono con le share class tradizionali del medesimo fondo. Ciò consente di valorizzare i vantaggi operativi della DLT (regolamento quasi istantaneo, maggiore tracciabilità, potenziale riduzione degli errori operativi), mantenendo invariati i documenti di offerta, il profilo di rischio-rendimento e le politiche di distribuzione. Per gli intermediari che forniscono servizi di investimento, tuttavia, la presenza di quote on chain richiede un adeguamento dei sistemi di registrazione e un aggiornamento degli obblighi di trasparenza, a partire dall’informativa tecnologica e operativa verso la clientela al dettaglio.

L’altro fronte riguarda l’impiego di MMF tokenizzati come collaterale. Il caso Franklin Templeton-Binance mostra come le quote di money market fund regolamentato possano essere tokenizzate e quindi utilizzate, attraverso un layer di custodia specializzato, come garanzia off-exchange per operazioni su una grande piattaforma di trading digitale. In questo snodo la responsabilità dell’intermediario di servizi di investimento cambia fisionomia: il rischio di controparte non si concentra più soltanto sell’exchange, ma sull’intera catena di custodia, dai provider di wallet istituzionali alle infrastrutture DLT, con impatto diretto sul regime di tutela dei risparmiatori e sugli obblighi di best execution.

Cosa cambia per il risparmio gestito e wealth management
Per i gestori europei, la fund tokenisation rappresenta soprattutto una leva di efficienza e di ampliamento della base distributiva, con la possibilità di raggiungere investitori più giovani e digital-native, come riconoscono anche alcune autorità di vigilanza britanniche che hanno aperto ai tokenised funds per attrarre nuova clientela. Per le strutture di wealth management, l’impatto è più profondo: la tokenizzazione delle share class consente di immaginare modelli di frazionamento delle quote, accesso quasi “h24” al regolamento delle operazioni e integrazione con piattaforme di finanza decentralizzata, mantenendo tuttavia il perimetro delle licenze MiFID. In tale scenario, la responsabilità dell’intermediario di servizi di investimento si sposta sempre più sul presidio tecnologico (cybersecurity, resilienza operativa DORA-style) e sulla capacità di illustrare al cliente, in modo comprensibile, il funzionamento della fund tokenisation e i rischi correlati.

Anche il rapporto banca-cliente è destinato a evolvere: l’investitore retail potrebbe detenere in portafoglio quote tokenizzate di fondi monetari impiegate come collaterale per linee di margine, lombard o servizi di trading avanzato, con riflessi sulla valutazione del merito creditizio e sul profilo di rischio-rendimento dell’intero dossier titoli. In questa prospettiva il tema della tutela dei risparmiatori diventa centrale, poichè la maggiore liquidità apparente associata alla tokenizzazione non elimina il rischio di corse alla liquidità o di disallineamenti di prezzo in situazioni di stress di mercato.

Fiscalità, oneri di compliance e nodi interpretativi
Sul piano fiscale, la fund tokenisation non modifica, in linea di principio, il regime di capital gain applicabile alle quote di fondi UCITS o alternativi: il parametro resta quello della plusvalenza al disinvestimento, con le consuete ritenute alla fonte o dichiarazioni in capo all’investitore, a seconda dell’ordinamento nazionale. Tuttavia, la circolazione continua di token rappresentativi di quote e l’uso di MMF tokenizzati come collaterale sollevano questioni applicative: il momento di realizzo della plusvalenza, la qualificazione dei proventi da staking o leading di token di fondi, l’interazione con regimi speciali di tassazione dei dividendi eventualmente introdotti per integrare asset digitali e strumenti finanziari tradizionali.

In prospettiva, non è escluso che la crescente responsabilità dell’intermediario di servizi di investimento induca il legislatore a intervenire con una novità di disciplina specifica per la qualificazione fiscale di token di fondi, in coerenza con la disciplina degli strumenti finanziari dematerializzati.

Gli oneri di compliance aumentano: le SGR devono integrare nelle policy interne i rischi operativi specifici della DLT, aggiornare i modelli di gestione del rischio e assicurare che i controlli di secondo livello coprano non solo l’aderenza a UCITS/AIFMD, ma anche la sicurezza delle infrastrutture tecnologiche utilizzate. Restano aperti diversi nodi interpretativi: chi sopporta l’onere probatorio in caso di contestazione sulla titolarità di una quota registrata su blockchain; come si coordina la prova della proprietà “on chain” con i registri tenuti dalle banche depositarie; quali responsabilità gravano sui nodi validatori quando operano in un ecosistema permissioned controllato da intermediari vigilati.

Prossimi passi: tra stabilità finanziaria e concorrenza
L’inserimento della fund tokenisation nel quadro sistematico della vigilanza europea richiama i principi di stabilità finanziaria, parità di trattamento tra risparmiatori e neutralità tecnologica delle norme. L’uso di MMF tokenizzati come collaterale può attenuare alcune rigidità del sistema, agevolando la gestione intraday della liquidità e la copertura dei margini, ma rischia di amplificare dinamiche pro-cicliche in caso di shock sui tassi o di crisi di fiducia nei fondi monetari. In questo contesto, la tutela dei risparmiatori richiede un bilanciamento accurato tra innovazione e presidi macroprudenziali, anche alla luce delle recenti riflessioni della banche centrali europee sull’uso di asset tokenizzati come collaterale nei sistemi di pagamento e nelle operazioni di rifinanziamento.

Per i grandi gestori europei, spingere sulla fund tokenisation significa perseguire un vantaggio competitivo nella corsa globale agli asset tokenizzati, ma comporta anche una responsabilità di sistema: definire standard di mercato in materia di governance DLT, interoperabilità e gestione degli incidenti operativi, in coerenza con le novità MiFID II e con i principi sul regime di capital gain applicabile ai nuovi strumenti finanziari. Per il wealth management, la sfida sarà integrare tali soluzioni in un’offerta che resti comprensibile per i clienti, presidiare la responsabilità dell’intermediario dei servizi di investimento e tradurre la tecnologia in un effettivo miglioramento del profilo di rischio-rendimento, e non soltanto in una leva di marketing digitale. Se questa transizione sarà gestita in continuità con i principi di tutela dei risparmiatori, la tokenizzazione dei fondi potrà diventare un tassello stabile della nuova infrastruttura finanziaria europea, anziché l’ennesima moda tecnologica.

Btp Valore: strumento di stabilità e reddito, ma da inserire in portafoglio con la giusta misura

Bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione di BTP a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. 

di Francesco Megna, responsabile commerciali Hub banca ed esperto di finanza e mercati

Il nuovo Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo torna a intercettare l’attenzione del risparmiatore italiano in una fase di mercato delicata, segnata da tassi ancora relativamente elevati ma con aspettative di graduale normalizzazione nei prossimi trimestri. La domanda chiave resta sempre la stessa: conviene davvero sottoscriverlo oppure rischia di essere una scelta emotiva più che razionale?

Il successo dei precedenti collocamenti ha dimostrato come il Btp Valore risponda a esigenze molto specifiche della clientela retail. La struttura a cedole crescenti offre una percezione di protezione dal rischio tassi nel tempo, mentre il premio fedeltà finale incentiva il mantenimento fino a scadenza. Sono elementi psicologicamente rassicuranti, soprattutto per chi cerca flussi cedolari certi e programmabili, in un contesto in cui la volatilità dei mercati finanziari rimane elevata. Tuttavia, proprio questa apparente semplicità può trasformarsi in un limite. Il rendimento effettivo del titolo, infatti, va valutato considerando l’intero orizzonte temporale e confrontandolo non solo con altri titoli di Stato, ma anche con strumenti obbligazionari alternativi. In uno scenario di progressivo calo dei tassi, infatti, bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. Il rischio non è tanto quello di perdite nominali, quanto di costo opportunità.

Il Btp Valore resta uno strumento adatto a chi ha un profilo prudente, una bassa propensione al rischio e un orizzonte temporale coerente con la durata del titolo. È particolarmente indicato per chi vive di rendita o desidera integrare il reddito con cedole periodiche, senza esporsi alle oscillazioni quotidiane dei mercati. Meno adatto, invece, per chi ha bisogno di liquidità o potrebbe dover disinvestire prima della scadenza, accettando il rischio di vendere in una fase di mercato sfavorevole. Il tema centrale diventa quindi la diversificazione: inserire il Btp Valore all’interno di un portafoglio equilibrato può avere senso, ma solo come una componente e non come pilastro unico.

Concentrarsi eccessivamente sul debito sovrano italiano espone il risparmiatore domestico ad un rischio Paese che spesso egli sottovaluta: la familiarità con l’emittente non elimina la necessità di distribuire il rischio tra più aree geografiche e settori. Una corretta diversificazione obbligazionaria, pertanto, dovrebbe includere strumenti con diverse scadenze, emittenti differenti e, in alcuni casi, anche valute diverse. Per esempio, accanto al Btp Valore possono trovare spazio fondi obbligazionari flessibili, strumenti indicizzati all’inflazione, o obbligazioni corporate di emittenti solidi, capaci di offrire un rendimento aggiuntivo a fronte di un rischio controllato. In questo modo si riduce la dipendenza da un singolo scenario macroeconomico.

Va inoltre considerato il ruolo del tempo. Il Btp Valore premia chi mantiene il titolo fino alla fine, ma il contesto economico può cambiare radicalmente nel corso degli anni. Avere una parte del portafoglio più liquida o facilmente riallocabile consente di cogliere nuove opportunità, soprattutto in una fase in cui la politica monetaria potrebbe diventare più accomodante.

In conclusione, il Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo non è né una trappola né una soluzione universale. Conviene a chi lo utilizza per quello che è: uno strumento di stabilità e reddito, inserito con misura all’interno di una strategia più ampia. La vera convenienza non sta nel singolo titolo, ma nell’equilibrio complessivo del portafoglio. Chi lo sottoscrive pensando di aver “sistemato” i propri risparmi rischia di perdere di vista il principio fondamentale dell’investimento: non esiste rendimento senza una gestione consapevole del rischio e, soprattutto, senza una reale diversificazione.

Scauri, Lemanik: outlook positivo su oro e settore difesa

La graduale erosione del dollaro rafforza il ruolo dell’oro come strumento per preservare il valore reale e diversificare il rischio sovrano.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth*

Confermiamo una visione positiva sui mercati azionari, sostenuta da un contesto macroeconomico complessivamente favorevole e dal miglioramento dei fondamentali, trainati dalle politiche monetarie e fiscali. Dopo il rimbalzo (+20% in 3 mesi) indotto dall’accelerazione nel terzo trimestre, le azioni italiane ed europee si sono stabilizzate nell’ultimo mese, in attesa della conferma delle recenti tendenze anche nel quarto trimestre, nonostante una base di confronto più difficile. Siamo ottimisti su Oro e settore Difesa percui recentemente abbiamo ricostruito una posizione su Avio e Fincantieri.

La visibilità generale sul 2026 dipende dalla continua crescita della spesa statunitense in materia di intelligenza artificiale, investimenti in difesa, temi legati alla decarbonizzazione e dal ritorno alla crescita dei consumatori cinesi. La performance del settore della difesa europeo è stata debole nel quarto trimestre a causa dei colloqui di pace in Ucraina, che sembrano progredire ma senza alcuna evidenza di una soluzione realmente positiva. Tuttavia, lo scenario che si sta delineando mostra che gli Stati Uniti si stanno preparando a un ulteriore disimpegno dal Vecchio Continente, costringendo i paesi europei a confermare (se non ad aumentare) i propri investimenti militari. Per questo motivo, a seguito del recente declassamento del settore, confermiamo il nostro outlook positivo sui titoli della difesa (Leonardo, Avio e Fincantieri tra i titoli italiani – Hensold, Rehnimetal, Renk tra i titoli europei). Inoltre, vediamo spazio per le società esposte ai temi della ricostruzione e delle infrastrutture, come Danieli. Segnaliamo le recenti nuove posizioni su Stm e Saipem, entrambe potenzialmente beneficiarie di una significativa revisione al rialzo dell’Eps. Abbiamo ricostruito in modo massiccio la nostra esposizione sul settore della difesa dopo la debolezza del 4° trimestre 2025.

I nostri temi preferiti includono Stm e Saipem. Azimut è una delle principali posizioni singole grazie alla valutazione molto bassa rispetto ai concorrenti, agli eccellenti dati relativi agli afflussi e alla prevista scissione della “nuova banca”, che determinerà un rialzo del rating dell’intero gruppo. Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane; Restiamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per Bper e Bmps. Puntiamo su infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). Manteniamo la nostra posizione su Mfe (Media For Europe), dopo l’offerta vincente su ProsiebenSat1. L’integrazione tra le due società di media potrebbe generare sinergie rilevanti, più che raddoppiando l’Ebitda di Mfe da sola.

In Italia, l’indice delle mid cap (Ftse Mid) ha sovraperformato l’indice principale (Ftse Mib), registrando un +3% contro un +1,6%. Negli Stati Uniti, tutti gli indici hanno chiuso in territorio positivo, con un particolare spicco delle small cap: il Russell 2000 ha registrato un +4,5%, sovraperformando l’S&P500 (+0,6%) e il Nasdaq (+0,2%). La crescita europea procede a un ritmo più lento rispetto a quella degli Stati Uniti, ma mostra segnali incoraggianti: i PMI flash di gennaio (a 51,5, in territorio espansivo) indicano che l’economia dell’Eurozona continua a crescere a un ritmo moderato, con il settore manifatturiero che mostra segni di stabilizzazione.

A gennaio le materie prime hanno registrato un aumento (Bloomberg Commodities Index +8%), ma l’oro e l’argento hanno subito una forte correzione negli ultimi giorni, con una perdita di valore di oltre 7.000 miliardi di dollari. Dal 28 gennaio l’argento è sceso del 27% a 85 dollari l’oncia e l’oro del 10% a 4.890 dollari, chiudendo comunque il mese di gennaio in territorio positivo. Il movimento, apparentemente legato all’annuncio della nomina di Kevin Warsh a presidente della Fed, riflette un’improvvisa contrazione della liquidità piuttosto che un cambiamento di sentiment. Con l’aumento della volatilità, le vendite sono state amplificate dai limiti di rischio, dai requisiti di margine e dai meccanismi di controllo della volatilità. L’argento, essendo un mercato più sottile e più speculativo, ha amplificato lo stress, con posizioni recentemente più affollate.

Rimaniamo ottimisti sull’oro, poiché l’aumento del debito pubblico statunitense e la crescente necessità di monetizzazione da parte della Fed implicano un contesto di tassi di interesse reali più bassi e una graduale erosione del dollaro, rafforzando il ruolo dell’oro come strumento per preservare il valore reale e diversificare il rischio sovrano. Anche i prezzi del petrolio sono aumentati (+12% a 69 dollari al barile) a causa del ritorno delle tensioni geopolitiche in importanti aree di approvvigionamento (Iran, Venezuela) e del conseguente aumento del premio di rischio. Anche il gas naturale ha registrato un forte aumento (+45% a 40 euro/MW/h) a causa dell’ondata di freddo negli Stati Uniti, che ha aumentato la domanda e limitato le esportazioni di GNL, con ripercussioni sul mercato europeo.

L’annuncio della nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed è stato inizialmente interpretato dai mercati come un segnale più “restrittivo”, innescando un temporaneo rafforzamento del dollaro e prese di profitto sull’oro e sulle materie prime. In realtà, sia i suoi recenti risultati che le dinamiche macroeconomiche suggeriscono che Warsh potrebbe adottare un approccio più pragmatico che restrittivo, in particolare in presenza di tensioni sui mercati del credito. Il coordinamento con il Tesoro potrebbe diventare centrale, aumentando l’incertezza sul percorso dei tassi di interesse e aprendo la porta a misure non convenzionali. Nel complesso, a nostro avviso, la sua nomina aggiunge volatilità a breve termine, ma non altera i vincoli strutturali che continuano a guidare le prospettive macroeconomiche.

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