Maggio 9, 2026
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L’Europa in svantaggio sulle infrastrutture AI, ma sta affrontando le criticità del settore

In Europa il rischio è quello di trovarsi in una posizione di svantaggio nel momento in cui l’intelligenza artificiale diventa un fattore determinante di crescita economica e competitività geopolitica.

di Marco Mencini, Head of Research Plenisfer Investments SGR

Il pieno dispiegarsi del potenziale dell’Intelligenza Artificiale è indissolubilmente legato alla disponibilità di infrastrutture di rete capaci di offrire latenza ridotta, continuità operativa e capacità di gestire flussi di dati sempre più complessi, requisiti essenziali dalla manifattura automatizzata alla sanità digitale, fino alla mobilità intelligente. In questo contesto, le reti di telecomunicazione rappresentano una delle infrastrutture strategiche più rilevanti per la competitività economica dei sistemi paese. 

L’Europa continua a scontare un’eccessiva frammentazione del mercato, retaggio di un modello competitivo che negli ultimi due decenni ha privilegiato la compressione dei prezzi a scapito della redditività degli operatori e della loro capacità di sostenere investimenti infrastrutturali di lungo periodo. Il confronto internazionale, d’altra parte, rende evidente la posta in gioco. Negli Stati Uniti, un mercato con un numero più limitato di operatori, il settore ha beneficiato di una maggiore capacità di investimento a fronte di una migliore monetizzazione della crescente domanda di servizi digitali avanzati, mentre in Cina, la forte presenza statale e la struttura industriale concentrata hanno consentito investimenti infrastrutturali su larga scala, pur in un contesto di prezzi medi più contenuti.

In Europa, dunque, il rischio è quello di trovarsi in una posizione di svantaggio proprio nel momento in cui l’intelligenza artificiale diventa un fattore determinante di crescita economica e competitività geopolitica. Tuttavia, si intravedono alcuni elementi di discontinuità. In particolare, l’approvazione del Digital Networks Act (DNA) del 21 gennaio scorso rappresenta il primo tentativo organico a livello europeo di affrontare in modo strutturale le criticità industriali del settore e di riconoscere alle reti digitali un ruolo di infrastruttura strategica per la competitività economica, la sicurezza e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Inoltre, il dibattito sul consolidamento del settore ha compiuto un passo avanti significativo. In diversi mercati europei si osserva una maggiore apertura, anche a livello regolamentare, verso operazioni di fusione che riducano il numero di operatori, nella consapevolezza che una struttura industriale più razionale sia condizione necessaria per sostenere gli investimenti richiesti dalla transizione digitale. Sempre più spesso, il consolidamento viene come un processo di “market repair”, necessario per ricostruire condizioni di redditività coerenti con la natura fortemente capital-intensive del settore. Parallelamente, si è rafforzata la tendenza alla separazione tra infrastrutture di rete e servizi. L’ingresso di investitori specializzati e di capitali con un orizzonte di lungo periodo ha favorito lo sviluppo di modelli in cui le reti vengono valorizzate come asset infrastrutturali a sé stanti, capaci di generare ritorni stabili su archi temporali estesi.

Dopo una lunga fase caratterizzata da investimenti particolarmente intensivi, in diversi mercati europei il ciclo di costruzione delle reti sta progressivamente entrando in una fase di maggiore maturità. La diffusione delle infrastrutture di nuova generazione (fibra e 5G) consente una graduale normalizzazione dei livelli di capex, migliorando la visibilità sui flussi di cassa e la sostenibilità finanziaria del settore. Secondo la Commissione Europea, circa il 40% delle reti di distribuzione elettrica dell’Unione ha oggi più di 40 anni di età, evidenziando un significativo fabbisogno di ammodernamento infrastrutturale: saranno necessari oltre 580 miliardi di euro di investimenti nelle infrastrutture di trasmissione e distribuzione entro il 2030. E secondo alcune stime (Fonte: Agency for the Cooperation of Energy Regulators; EIB – European Investment Bank), il fabbisogno complessivo potrebbero superare il trilione di euro nel lungo periodo.

Telecomunicazioni ed energia condividono quindi una sfida comune: adeguare infrastrutture critiche a una domanda strutturalmente crescente, in un contesto di rapida evoluzione tecnologica. Senza reti elettriche moderne non è possibile realizzare la transizione energetica; senza reti digitali resilienti e ad alte prestazioni, l’economia dell’intelligenza artificiale rischia di incontrare colli di bottiglia analoghi. In questo contesto, l’intelligenza artificiale introduce una variabile nuova nel profilo rischio-rendimento del settore, agendo come catalizzatore della domanda di infrastrutture di rete avanzate, rafforzando la centralità strategica degli asset e rendendo più evidente l’insostenibilità di modelli basati esclusivamente sulla competizione di prezzo. Se adeguatamente supportata da un’evoluzione del quadro regolamentare, questa trasformazione potrebbe tradursi in una maggiore disciplina competitiva e, nel tempo, in un miglioramento strutturale dei ritorni sul capitale investito.

Le conseguenze per gli investitori – Per i portafogli di investimento, il settore delle TLC europee non può più quindi essere interpretato in modo uniforme. La creazione di valore sarà probabilmente concentrata in specifici segmenti: da un lato, gli asset infrastrutturali di qualità, come ad esempio le reti in fibra, torri, backbone e piattaforme wholesale, che offrono visibilità sui flussi di cassa e profili di rendimento più stabili; dall’altro, quegli operatori integrati che potranno beneficiare di economie di scala, riduzione della pressione competitiva e maggiore capacità di monetizzare servizi a valore aggiunto rivolti al segmento corporate. 

Queste caratteristiche sono in larga misura sovrapponibili a quelle delle infrastrutture elettriche. In un’ottica di asset allocation, telecomunicazioni ed energia possono dunque essere lette come componenti di una più ampia allocazione infrastrutturale, caratterizzata da orizzonti di investimento lunghi, barriere all’ingresso elevate e flussi di cassa relativamente stabili, spesso regolamentati o contrattualizzati. La convergenza tra transizione digitale e transizione energetica rafforza il ruolo delle infrastrutture come asset class strategica, potenzialmente in grado di offrire diversificazione e protezione in scenari di volatilità.

Marco Mencini

In conclusione, l’elevata intensità di capitale, la necessità di continui investimenti tecnologici e l’incertezza sui tempi e sulle modalità del consolidamento impongono un approccio prudente e selettivo. In assenza di un chiaro cambio di passo regolamentare, il rischio è che l’aumento della domanda di traffico continui a tradursi in una crescita dei costi più che dei margini, con benefici limitati per gli azionisti. In un’ottica di lungo periodo, riteniamo comunque che il settore delle telecomunicazioni europee stia gradualmente riacquistando rilevanza all’interno dei portafogli diversificati. Non più soltanto come comparto difensivo o fonte di rendimento da dividendo, ma come esposizione strategica a infrastrutture essenziali per l’economia dell’intelligenza artificiale. La combinazione di valutazioni compresse, potenziali catalizzatori industriali e crescente importanza sistemica delle reti potrebbe, nel tempo, creare le condizioni per una rivalutazione selettiva del settore, a beneficio degli investitori con un orizzonte temporale paziente e disciplinato.

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L’emozione domina il portafoglio: il 28% degli italiani non investe per timore di perdere denaro

Studio XTB-YouGov: il 75% degli italiani non ha investito nell’ultimo anno; pesano paura di perdere soldi, scarsa alfabetizzazione finanziaria e mancanza di capitale iniziale.

Secondo il recente studio di XTB – fintech internazionale che offre servizi di investimento online – e YouGov[1], per indagare atteggiamenti e barriere degli italiani nei confronti dei mercati finanziari. L’indagine mette in luce un quadro in cui emozioni, percezioni di rischio e vincoli economici continuano a frenare l’accesso agli strumenti di investimento, nonostante il contesto di crescente digitalizzazione dei servizi finanziari.

Dallo studio emerge che il 75% degli italiani non ha effettuato alcun investimento nei mercati finanziari nell’ultimo anno, confermando un “ritardo culturale” rispetto all’investimento come scelta di gestione del risparmio. Tra i non investitori, le motivazioni principali rimandano a ostacoli di natura concreta: il 41% indica, infatti, di non avere un capitale iniziale sufficiente per iniziare a investire. Accanto alla dimensione economica, si colloca un elemento psicologico, con il 28% degli intervistati che dichiara di avere paura di perdere i propri soldi.

La percezione che l’investimento sia “un affare per chi ha già molto” è confermata dal fatto che molti italiani leghino la possibilità di investire a un improvviso incremento delle risorse disponibili: il 24% ritiene che inizierebbe a farlo solo in caso di vincita importante, come una lotteria o un’eredità, mentre il 16% lo farebbe solo in presenza di un aumento di stipendio o di un reddito extra. In pratica, gli italiani ritengono la loro attuale condizione economica come minima e non intendono rischiare di comprometterla.

Nel rapporto con gli investimenti pesa anche un deficit di fiducia verso gli attori del sistema. Tra le ragioni indicate dai non investitori compaiono, infatti, la mancanza di fiducia nei broker e nelle istituzioni finanziarie (15%), la convinzione che investire sia solo un gioco d’azzardo (12%) e la preferenza per soluzioni considerate più tradizionali, come il mantenimento dei risparmi in conti di risparmio o in immobili (20%) o, in misura minore, “sotto il materasso” (5%). La ricerca evidenzia, inoltre, una quota significativa di cittadini che potrebbero essere potenzialmente attivabili tramite leve informative e di contesto.

Tra i non investitori, il 10% indica che inizierebbe a investire se avesse informazioni più chiare e trasparenti, mentre il 9% si dichiara persuadibile da consigli affidabili provenienti da una persona di fiducia, a conferma del ruolo chiave della chiarezza informativa e della consulenza di qualità. Di particolare rilievo è, tuttavia, la presenza di un gruppo di “irriducibili”: il 26% dei non investitori afferma che nulla potrebbe convincerli a investire. Questo dato testimonia una sfiducia profonda, o una totale disaffezione verso i mercati finanziari, che rende ancora più urgente un lavoro di lungo periodo su educazione finanziaria, comprensione del rischio e consapevolezza degli strumenti disponibili.

Secondo lo studio, dunque, molti italiani si tengono lontani dagli investimenti non per disinteresse, ma perché si sentono impreparati, vulnerabili o semplicemente insicuri davanti a scelte che percepiscono come rischiose e che manifestano il timore di andare incontro alla perdita del proprio denaro. A questo si affianca una certa sfiducia negli esperti del settore come i broker, che ad oggi non riescono ancora a rappresentare agli occhi degli italiani una fonte affidabile di informazione su questo tema.

[1] Ricerca condotta da YouGov, per conto di XTB. La dimensione totale del campione intervistato per questo sondaggio è di 1036 adulti. Le interviste sono state condotte online dal 9 al 10 ottobre 2025.

Portafogli e stili di investimento: i capitali non escono dai mercati, cambiano solo destinazione

In sintesi, la fase attuale non segnala una fuga dal rischio ma una redistribuzione. È il segnale di un ciclo più maturo, in cui conta di più costruire portafogli robusti e bilanciati.

Di Francesco Megna, direttore commerciale Hub banca ed esperto di finanza

La prima parte del 2026 sta mostrando un’evoluzione meno lineare rispetto al rimbalzo ordinato osservato a fine 2025. I mercati finanziari non stanno semplicemente salendo o scendendo in modo compatto, ma stanno cambiando leadership. Più che una fase direzionale, si osserva una rotazione progressiva dei flussi tra settori, aree geografiche e stili di investimento. È un movimento silenzioso, ma tipico delle fasi di transizione del ciclo economico e monetario.

Dopo due anni dominati dai titoli growth e tecnologici, sostenuti dall’intelligenza artificiale e dalla compressione dei tassi attesa dalle banche centrali, l’avvio dell’anno ha portato prese di profitto sulle large cap più affollate e un ritorno selettivo verso comparti rimasti indietro. Le valutazioni elevate del tech statunitense, con multipli ampiamente superiori alla media storica, stanno spingendo parte degli investitori istituzionali a riequilibrare i portafogli. Non si tratta di sfiducia strutturale, ma di gestione del rischio e ricerca di rendimento relativo.

I flussi stanno premiando settori più ciclici e value. Industria, finanziari, energia tradizionale e materie prime stanno mostrando performance migliori rispetto ai mesi precedenti. Le banche, in particolare, beneficiano di margini di interesse ancora sostenuti e di una qualità del credito che, almeno per ora, non evidenzia un deterioramento significativo. In Europa il comparto bancario recupera attrattività grazie a dividendi elevati e multipli più contenuti rispetto ai peer americani.

Anche la geografia dei capitali si sta muovendo. Dopo anni di sovrappeso sugli Stati Uniti, tornano interesse e afflussi verso Europa e mercati emergenti. Le borse europee partivano da valutazioni più basse e offrono maggiore esposizione a settori industriali, infrastrutturali ed energetici, che oggi intercettano meglio la domanda legata alla transizione energetica e alla ricostruzione delle catene produttive. Gli emergenti, dal canto loro, beneficiano del rallentamento del dollaro e di condizioni finanziarie meno restrittive.

La rotazione coinvolge anche lo stile di investimento. I fondi passivi e tematici che avevano concentrato gli acquisti su pochi nomi stanno lasciando spazio a strategie più bilanciate e a gestione attiva. Si assiste a un ritorno dell’attenzione sui fondamentali: utili, flussi di cassa, debito e capacità di generare dividendi tornano centrali nelle scelte. In uno scenario di crescita moderata e inflazione non del tutto rientrata, la narrativa pura non basta più.
Sul fronte obbligazionario il movimento è altrettanto evidente. Dopo il rally dei governativi legato alle attese di tagli dei tassi, parte dei capitali si sta spostando verso credito corporate, subordinati bancari e strumenti ibridi, alla ricerca di extra rendimento. Gli spread rimangono contenuti ma appetibili rispetto ai livelli pre-2024. Per investitori prudenti il carry torna a essere una componente chiave del rendimento complessivo.

Per il risparmiatore italiano questo contesto implica un cambio di approccio. I portafogli concentrati su pochi temi dominanti e su pochi strumenti di investimento rischiano maggiore volatilità, mentre la diversificazione tra settori e asset class torna decisiva. Strategie multi-asset, dividendo, value e obbligazionario a breve-media scadenza possono offrire un equilibrio migliore tra rendimento e rischio. Anche strumenti come PIR, fondi small cap domestici e credito alle PMI potrebbero beneficiare di questa rotazione, intercettando capitali alla ricerca di nicchie meno affollate.

In sintesi, la fase attuale non segnala una fuga dal rischio ma una redistribuzione. I capitali non escono dal mercato, cambiano destinazione. È il segnale di un ciclo più maturo, in cui conta meno inseguire il titolo di moda e più costruire portafogli robusti e bilanciati. La rotazione in corso rappresenta quindi non un campanello d’allarme, ma un’evoluzione fisiologica che premia selettività, disciplina e attenzione ai fondamentali. Chi saprà leggere per tempo questi spostamenti potrà trasformare un contesto apparentemente incerto in un’opportunità di riposizionamento strategico.

Italiani e risparmio, accumulare in conto non sempre significa proteggere. Ecco perchè

Una riflessione sul ruolo della liquidità pura detenuta dagli italiani in conto corrente o in contanti a casa. Un paradosso culturale da analizzare: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario

L’Italia è da sempre raccontata come il Paese dei grandi risparmiatori. Un luogo in cui le famiglie, più che altrove, hanno imparato nel tempo a mettere da parte, a rinunciare oggi per garantirsi un domani più sicuro, a costruire lentamente un patrimonio da tramandare. Eppure, osservando più da vicino come questo risparmio viene gestito, investito o, più spesso, semplicemente parcheggiato, emerge un paradosso profondo, quasi culturale, che merita di essere analizzato.

In Italia solo il 32% della popolazione investe attivamente i propri risparmi in asset finanziari, mentre circa il 64% dei nuclei familiari continua a preferire la liquidità pura, lasciando il denaro fermo sui conti correnti o, in alcuni casi, ancora in contanti. Un dato che stride con l’immagine storica di un Paese prudente e previdente, ma che racconta una realtà molto più complessa, fatta di paure, traumi collettivi, scarsa educazione finanziaria e un rapporto ambiguo con il concetto stesso di investimento. Infatti, I dati più recenti dell’indagine Acri-Ipsos 2025 mostrano un ulteriore elemento di fragilità: solo il 41% delle famiglie italiane riesce oggi a risparmiare effettivamente, il valore più basso registrato dal 2018. Questo significa che, oltre alla difficoltà di investire, cresce anche la difficoltà di accantonare risorse, complice l’aumento del costo della vita, l’erosione del potere d’acquisto e un clima di incertezza economica che spinge molte famiglie a vivere in una modalità di costante difesa.

Quando si guarda alla partecipazione diretta ai mercati finanziari, il quadro diventa ancora più eloquente: appena il 7% degli italiani investe in Borsa. Un numero estremamente basso se confrontato con altre economie avanzate, ma che trova una spiegazione nella combinazione di fattori culturali e psicologici che caratterizzano il nostro Paese. Tra coloro che investono, si registra una crescita dell’interesse per strumenti percepiti come più “controllabili” o familiari, come i titoli di Stato, scelti dal 14,5% degli investitori, e i fondi comuni, al 14,7%, con una concentrazione particolare tra gli over 65. Ancora una volta emerge una preferenza per ciò che appare meno volatile, meno esposto, più rassicurante, anche a costo di rinunciare a potenziali opportunità di crescita nel lungo periodo.

Ma il vero pilastro del patrimonio delle famiglie italiane resta il mattone. Il 75,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà e l’immobiliare rappresenta quasi la metà della ricchezza complessiva. La casa non è solo un bene economico, è un simbolo identitario, una certezza tangibile, qualcosa che si può vedere, toccare, lasciare in eredità. In un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni finanziarie è stata più volte scossa, l’immobile è diventato nel tempo una sorta di rifugio psicologico prima ancora che patrimoniale, una barriera sociale contro l’incertezza.

Secondo il Rapporto Consob 2024, le principali barriere agli investimenti finanziari rimangono la scarsa conoscenza dei concetti di base e un’elevata avversione al rischio. Molti italiani percepiscono il risparmio non come uno strumento di crescita, ma come una forma di protezione, un cuscinetto contro gli imprevisti della vita. Questa impostazione difensiva è comprensibile, soprattutto in un contesto storico segnato da crisi ricorrenti, ma diventa problematica quando si trasforma in immobilismo. Il paradosso italiano emerge con ancora maggiore forza se si osserva il confronto internazionale. Nonostante l’Italia sia l’ottava economia mondiale, sul piano dell’educazione finanziaria occupa posizioni decisamente arretrate. In molte rilevazioni OCSE, il nostro Paese si colloca intorno al 36° posto su 39 Paesi analizzati, agli ultimi posti dell’Eurozona.

Questo dato, al di là di qualsiasi giudizio, racconta una verità scomoda: la ricchezza accumulata nel tempo non è stata accompagnata da una diffusa cultura finanziaria. Siamo un popolo di risparmiatori, ma non di investitori. Le famiglie italiane presentano un patrimonio netto tra i più elevati d’Europa, pari a circa otto volte il reddito disponibile, ma allo stesso tempo risultano tra le meno attive nell’utilizzo di strumenti finanziari. Il risultato è una quantità enorme di denaro ferma sui conti correnti, circa 1.800 miliardi di euro, che nel tempo viene silenziosamente erosa dall’inflazione.

Questo comportamento non nasce dal caso, ma da una stratificazione di fattori profondi. L’avversione al rischio è uno dei più evidenti: si preferisce ciò che appare stabile, noto, anche se meno efficiente. A questo si aggiunge una mancanza di fiducia che affonda le radici in una lunga storia di scandali finanziari, fallimenti bancari, prodotti venduti in modo opaco a piccoli risparmiatori che spesso non ne comprendevano i rischi. Questi eventi hanno lasciato cicatrici profonde, alimentando una diffidenza generalizzata verso i mercati e verso chi li rappresenta. Un altro elemento cruciale è il divario generazionale. Gli over 65 detengono la maggior parte della ricchezza privata, ma sono anche la fascia con la minore propensione all’utilizzo di strumenti digitali e finanziari moderni. Questo crea una sorta di immobilità patrimoniale, in cui grandi masse di capitale restano ferme, poco produttive, difficilmente trasferibili verso forme di investimento più dinamiche.

La diffidenza verso gli investimenti privati è quindi il risultato di un mix di fattori culturali, economici e psicologici. Non sorprende che, secondo le indagini più recenti, circa il 75% degli italiani non abbia effettuato alcun investimento nell’ultimo anno. Le ragioni addotte sono ricorrenti: scarsa cultura finanziaria, paura di perdere il capitale, pessimismo verso il futuro, preferenza per la liquidità come risposta agli imprevisti, culto del mattone come unica vera forma di sicurezza. In questo contesto, parlare di investimenti diventa spesso un terreno scivoloso, percepito come distante dalla vita reale delle persone.

Educazione finanziaria

Eppure, il tema non riguarda solo il rendimento o la crescita del capitale, ma la capacità di una società di utilizzare in modo efficiente le proprie risorse. Un Paese in cui il risparmio resta fermo è un Paese che rinuncia, in parte, a finanziare la propria economia reale, l’innovazione, le imprese, il futuro. Per questo motivo, negli ultimi anni si è iniziato a discutere sempre più spesso di come sensibilizzare i cittadini verso una gestione più consapevole del denaro. L’educazione finanziaria strutturata, per esempio, dovrebbe entrare nella scuola non come materia tecnica, ma come educazione civica moderna: spiegare cosa sono inflazione, rischio, tempo e probabilità significa dare alle persone strumenti per leggere la realtà, non per fare scelte obbligate.

Un altro aspetto centrale è la trasparenza nella comunicazione: meno parole complesse, meno slogan, più spiegazioni sul perché certe scelte esistono e su quali siano le conseguenze, positive o negative, nel tempo. In tal senso, riveste grande importanza il ruolo della digitalizzazione ma solo quando è fatta bene: piattaforme chiare e intuitive, costi leggibili, informazioni accessibili possono abbassare barriere che oggi sono soprattutto psicologiche. Non si tratta di spingere tutti a investire, ma di mettere le persone nelle condizioni di capire cosa stanno facendo, anche quando scelgono di non fare nulla.

Infine, la digitalizzazione e la diffusione della consulenza indipendente possono giocare un ruolo importante nel ridurre i conflitti di interesse e aumentare la fiducia. Tutto questo, però, richiede tempo. Cambiare il rapporto di un Paese con il denaro non è un processo rapido, né lineare. È un percorso culturale che passa dall’educazione, dalla fiducia, dalla capacità di accettare che il rischio fa parte della vita economica così come fa parte della vita quotidiana. Il vero nodo non è la mancanza di risparmio, ma la paura di dargli una direzione: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

Tra consulenti e intermediari numerosi contenziosi legali. Superare il modello di contratto di agenzia

Federpromm e Uiltucs sollecitano le controparti per definire un AEC (accordo economico collettivo) di tutta l’intermediazione creditizia, finanziaria e assicurativa.

Tutto Il settore dell’intermediazione finanziaria è fortemente in fibrillazione a causa dei vari e frequenti processi di fusione, integrazione ed incorporazione che sta interessando tutto il settore della consulenza finanziaria, causa la forte propensione legata ai “rigidi rapporti” di natura contrattuale tra consulenti e soggetti abilitati. Un fenomeno – precisa una nota del sindacato – che a livello nazionale coinvolge migliaia di contenziosi, quasi tutti sfociati in cause di lavoro, per “mancanza” di chiare clausole ed istituti contrattuali e da norme regolamentari di tipo negoziale. 

Soprattutto quando avviene il recesso per giusta causa, il mancato riconoscimento delle indennità di portafoglio, del diritto dell’indennità di preavviso  e patti di non concorrenza. Tutti istituti contrattuali  – afferma la nota del sindacato – se pur richiamano norme del codice civile,  non sono sufficientemente chiare nella definizione di un equilibrato e paritetico rapporto  di lavoro tra consulente finanziario e società mandante. Cause che molto spesso intasano la mole di lavoro dei magistrati che potrebbero essere superate se vi fosse una chiara e condivisa accettazione di un modello di “Accordo Economico Collettivo (AEC) tra associazioni datoriali degli intermediari e organizzazioni sindacali rappresentative del settore.

Federpromm e la stessa Federazione Uiltucs (firmataria di decine di CCNL) unitamente alla Federazione Uilca del settore credito e assicurazioni, hanno più volte sottolineato il fenomeno dimostrando come siano superabili le contraddizioni interne al rapporto di lavoro di tipo agenziale applicato a tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria, proponendo un modello uniforme che inquadri in modo chiaro la “parte normativa”, la “parte professionale” e la “parte previdenziale”, ma soprattutto il riconoscimento degli “istituti economici maturati e maturandi” ivi compresi i “bonus” inizialmente pattuiti con lettere integrative al mandato principale.

Molti sono i riferimenti di contenziosi aperti con aziende  di rilievo (da Fideuram a  Mediolanum, da Credem a Fineco, da Bnl-BNp Paribas a Mediobanca Premier) cper i quali diversi consulenti finanziari hanno chiesto l’assistenza sindacale e legale a Federpromm. Per superare ed affrontare tali discrepanze e disparità di condizioni lavorative, nell’interesse di dare una maggiore stabilità a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria – conclude la nota del sindacato – é oggi quanto mai necessario aprire un tavolo di confronto con l’ausilio delle Istituzioni, tra le organizzazioni delle associazioni dei soggetti abilitati e Organizzazioni sindacali degli operatori professionali, quali consulenti finanziari ed agenti finanziari del credito.

Il Debito USA sale ma Cina e Asia acquistano oro: chi vorrà finanziare ancora il Dollar Standard?

Mentre tutti gli investitori sono concentrati sull’andamento della borsa per capire se arriva una crisi, le tendenze su Oro e Dollaro raccontano che la crisi è già in corso e probabilmente è irreversibile.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik

L’avvenimento più importante degli ultimi due mesi è certamente la costante e verticale caduta dei titoli del tesoro giapponesi (JGB), evento che ha richiesto l’intervento di FED e BOJ per fermare il pericoloso avvitamento ribassista in corso. Il Giappone rimane attualmente il principale finanziatore del debito USA assieme all’Europa ma le recenti dinamiche in corso sui mercati valutari stanno innescando problemi di tenuta del sistema valutario basato sul Dollar Standard.

Per comprendere in dettaglio l’importanza di quello che sta accadendo occorre partire dal meccanismo che sostiene il Dollar Standard e come funziona. In pratica tutto si basa sul fatto che Cina, EM, Giappone ed Europa investono i loro surplus di risparmio interno e gli avanzi commerciali sugli strumenti di debito americani (Treasuries, Corporate Bonds, e cartolarizzazioni di debito). Facendo questo finanziano l’espansione del debito USA, che è una passività per gli Stati Uniti ma diventa un asset di riserva per chi lo finanzia, dato che il Dollaro è divisa di riserva mondiale in un sistema basato sul Dollar Standard.

Nel momento in cui i paesi che finanziano il debito americano acquistano Oro, innescano automaticamente un meccanismo di interruzione di tale finanziamento. L’acquisto di Oro costituisce infatti una sottrazione di liquidità dal sistema finanziario internazionale, dato che l’Oro, accumulato in un deposito, non finanzia nessun paese del sistema salvo solo coloro che lo producono (Russia, Canada, Sud Africa). E’ quindi ovvio che le riserve valutarie globali che si accumulano su Oro fisico non vengono impiegate in strumenti di finanziamento del debito del sistema, sia che sia debito americano o di qualsiasi altro paese.

Tale fenomeno innesca una sottrazione netta di liquidità dal sistema proprio quando il principale debitore del mondo, gli Stati Uniti, stanno espandendo il debito per evitare una recessione e una crisi finanziaria. Quindi, calcolare le riserve mondiali includendo l’Oro, non evidenzia in nessun modo quello che sta accadendo in realtà, e cioè che le riserve valutarie mondiali che sostengono il Dollar Standard sono in netta contrazione. Poiché Cina ed EM sono stati i principali acquirenti di Oro negli ultimi due anni, possiamo considerare che due dei principali finanziatori del debito USA stanno di fatto uscendo dal Dollar Standard. Cina ed EM, acquistando Oro in modo significativo, sottraggono flussi di liquidità al sistema USA e al sistema finanziario mondiale.

Allo stato attuale, Giappone ed Europa sono rimasti i due soli finanziatori del Dollar Standard e dell’espansione del debito USA. L’Europa non ha ridotto le sue posizioni sugli assets in Dollari ma ha però acquistato Oro, quindi in parte ha contribuito a ridurre i flussi di liquidità nel sistema finanziario internazionale. Il Giappone però non ha acquistato Oro, ha mantenuto uno Yen debole per non intaccare i carry trades, e non ha quindi ridotto i flussi di finanziamento al Dollar Standard, cioè agli Stati Uniti. Possiamo quindi considerare che il Giappone rimane al momento il principale finanziatore del sistema finanziario internazionale. Poiché Cina ed EM (oltre il 50% del PIL mondiale) sono ora meno inclini a finanziare tale sistema, è estremamente importante che i due finanziatori rimasti, Europa e Giappone, siano in una brillante situazione macroeconomica per continuare a sostenere la Debt Driven Economy USA. Devono crescere, accumulare surplus e reinvestire all’estero.

E qui iniziano i problemi. L’Europa ha attualmente 8 Trilioni di USD (riserve valutarie e risparmi privati) investiti in asset finanziari americani ma necessita urgentemente di implementare politiche fiscali espansive per ristrutturare l’economia, gestire la transizione green e far ripartire gli investimenti in tecnologia e infrastrutture. Ha quindi bisogno di utilizzare il suo eccesso di risparmio in casa e non all’estero. Se dovesse finire la guerra Russia-Ucraina le esigenze interne di capitali per la ricostruzione diventerebbero esplosive e i tassi Euro potrebbero salire decisamente. Per finanziare al meglio il sistema UE ed una eventuale ricostruzione post bellica serviranno ingenti capitali, ora investiti nel sistema finanziario americano. Appare quindi evidente che il prossimo pilastro di sostegno al Dollar Standard destinato a cadere è l’Europa. L’Euro si trova quindi davanti alla scelta storica: rimanere nella stagnazione e quindi andare in crisi strutturale, oppure procedere verso una maggiore integrazione e fornire di conseguenza meno capitali agli Stati Uniti per finanziare la propria crescita.

Occorre sottolineare che il contesto geoeconomico attuale non consentirebbe alla Germania di opporsi alla emissione di debito comune ed accettare una maggiore integrazione finanziaria. La crisi dei JGB giapponesi appare ora molto più chiara se la si legge attraverso queste dinamiche. Il Giappone ha avviato politiche reflazionistiche per uscire dalla stagnazione e necessita di politiche fiscali espansive per sostenere tali strategie (guarda caso come l’Europa). L’inflazione in rialzo, percepita dalle famiglie giapponesi decisamente oltre il livello “politico” del 2,5% che si vuole far credere, ha innescato una crisi politica, una crisi valutaria e una crisi sui JGB. A questo punto si vorrebbe avere lo Yen forte per contenere l’inflazione importata, mantenere i tassi bassi per controllare il costo del debito crescente, continuare a sostenere i carry trades (Dollar Standard) e fermare la caduta dei titoli di stato.

Good Luck! E’ altamente probabile che i dati sull’inflazione saranno opportunamente “taroccati” come negli Stati Uniti per cercare di illudere i mercati; tuttavia, come negli Stati Uniti, il problema della “affordability” continuerà a crescere e quindi l’intervento pubblico di sostegno ai consumatori non potrà essere mai fermato. Stati Uniti e Giappone saranno quindi avvinti da un “abbraccio mortale” che richiederà politiche reflazionistiche senza fine, con debito fuori controllo, tassi controllati ma inevitabili crisi valutarie (sul Dollaro) e sui titoli del debito (JGB). L’Europa si inizierà a defilare dal sistema come Cina ed EM per esigenze interne, d’altronde l’attuale postura geopolitica degli Stati Uniti chiede proprio questo all’Europa: maggiore autonomia.

Giappone e Stati Uniti dovranno quindi attuare un sistema (non ufficiale) di cambi fissi per tenere in piedi il Dollar Standard, Dollaro e Yen saranno costantemente controllati da FED e BOJ così come i tassi sui rispettivi titoli di stato. Le conseguenze di tale cambiamento all’interno della circolazione della liquidità globale, ridotta partecipazione di Cina e EM, e successivamente Europa, sono già evidenti: la FED ha dovuto tornare al QE per compensare la contrazione della liquidità nel sistema, il Dollaro ha aperto una ulteriore fase di cedimento, Fed e BOJ sono intervenute sui mercati, l’Oro ha fatto nuovi massimi storici. A questo punto il problema si accentuerà quando i risparmiatori europei saranno stufi di perdere sulle loro posizioni long di Dollari investiti su asset americani.

La più grande posizione long di sempre, da parte di investitori esteri su asset finanziari americani, richiede una costante espansione delle riserve globali sul Dollar Standard e un Dollaro forte per essere tenuta. Quando inizieranno i deflussi UE la liquidità nel sistema USA subirà una ulteriore netta contrazione, La FED dovrà stampare ulteriormente, il Dollaro avrà ulteriori cedimenti e metterà in crisi la tenuta del cross con lo Yen e l’architettura finanziaria internazionale. A quel punto vedremo se il Giappone sarà disposto a sostituirsi agli investitori europei per acquistare ulteriori asset americani, tenendo presente però che per farlo dovrà dirottare parte della sua liquidità, necessaria per finanziare le politiche reflazionistiche, verso il Dollaro e il debito USA. A quel punto la tenuta dei cambi fissi Yen-Dollaro non potrà reggere e le ripercussioni sui bond giapponesi torneranno a premere su un ulteriore rialzo dei tassi dei JGB.

In sintesi, non è possibile fermare certi meccanismi intervenendo sui mercati senza modificare le politiche che hanno procurato gli interventi. Mentre tutti gli investitori sono concentrati sull’andamento della borsa per capire se arriva una crisi, le tendenze su Oro e Dollaro raccontano in modo limpido la crisi già in corso e praticamente irreversibile. Se oltre la metà del PIL mondiale (EM e Cina) si defila dal sistema acquistando Oro, significa che un cambiamento storico è già in corso e si preparano a qualcosa che nei mercati azionari ovviamente non puoi vedere, dato che la maggioranza degli equity trader vivono oggi di narrazioni da “Alice nel paese delle meraviglie”.

Maurizio Novelli

Gli indicatori che il sistema sta andando in crash sono piuttosto evidenti, ma non sarà certamente la borsa a indicare il momento di ridurre il rischio di portafoglio né tantomeno gli spread sui corporate bonds, dato che attualmente queste due asset class sono platealmente manipolate dai policy makers. Inoltre queste asset class sono anche “inquinate” dall’approccio passivo, dove tutti gli investitori sono necessariamente costretti a fare i trend followers per rimanere attaccati al rendimento del benchmark per non sottoperformare rispetto ai competitors. Quando questo meccanismo si sostituisce alla gestione attiva, accade che la gestione del rischio nel sistema finanziario salta e tutti replicano esattamente e solo il rischio di mercato.  

Rischi: perché evitarli quando si possono gestire in modo consapevole?

Il rischio nasce quando gli investitori non sanno cosa stanno facendo. Non è quindi essenziale ignorarlo, ma piuttosto comprenderlo, classificarlo e gestirlo in modo sistematico.

Di Jörg Held, responsabile della gestione del portafoglio presso Ethenea Independent Investors

Molti investitori considerano il rischio principalmente come una minaccia. Cercano quindi di evitare l’incertezza il più possibile, anche se i rendimenti possono essere generati solo quando i rischi vengono assunti in modo consapevole. Warren Buffett riassume bene questa relazione: il rischio nasce quando gli investitori non sanno cosa stanno facendo. Non è quindi essenziale ignorarlo, ma piuttosto comprenderlo, classificarlo e gestirlo in modo sistematico.

La nostra gestione del rischio persegue tre obiettivi: proteggere il capitale investito, limitare le oscillazioni di valore e trovare un equilibrio tra rendimento e rischio. Soprattutto nei periodi di crisi, questo approccio consente di contenere perdite rilevanti ed evitare vendite affrettate. L’efficacia con cui un portafoglio gestisce i rischi e li trasforma in rendimento è fondamentale. I rischi si manifestano a molti livelli: vanno dalle fluttuazioni globali dei mercati agli sviluppi economici e politici, fino a quelli legati ai singoli strumenti finanziari. Il nostro approccio consiste soprattutto nel cogliere le opportunità senza lasciarci influenzare inutilmente dai rischi individuali.

Perché solo alcuni rischi generano un premio? In linea di principio, i rischi possono essere suddivisi in due categorie: rischi sistematici e rischi non sistematici. I rischi sistematici riguardano l’intero mercato o intere classi di attivi. Non possono essere eliminati tramite la diversificazione. Per ottenere un rendimento è necessario assumerli. I rischi non sistematici sono invece legati a singoli titoli o emittenti. Possono essere ridotti in modo significativo grazie a una diversificazione adeguata, senza sacrificare il rendimento. Per questo motivo, sui mercati dei capitali viene riconosciuto un premio esclusivamente per i rischi sistematici.

Il rischio di mercato è un rischio sistematico centrale. Si manifesta quando i mercati azionari scendono, quando i tassi di interesse aumentano o quando valute e prezzi delle materie prime subiscono forti oscillazioni. Tali movimenti influenzano simultaneamente numerosi attivi. Per valutare meglio i rischi si utilizzano indicatori come la volatilità, che indica quanto i valori possano variare. I rischi di credito, invece, si verificano quando Stati, imprese o istituzioni finanziarie non sono più in grado di adempiere ai propri obblighi. Possono riguardare singoli emittenti, interi settori o persino Paesi. I rating, le probabilità di insolvenza e gli indicatori di mercato, come gli spread di credito, consentono di valutare questi rischi in una fase precoce.

I rischi di liquidità vengono spesso presi in considerazione solo nei periodi di crisi. Si presentano quando i titoli sono difficili da vendere o possono essere ceduti solo a un prezzo ridotto. In fasi di tensione, la liquidità del mercato può prosciugarsi. I titoli poco negoziati spesso soffrono di scarsa liquidità anche in periodi di calma. Indicatori come lo spread denaro-lettera o il volume degli scambi permettono di misurare la rapidità con cui le posizioni possono essere liquidate senza influenzare in modo significativo il prezzo di mercato. Un ulteriore rischio deriva da una diversificazione insufficiente. Se un portafoglio è troppo concentrato su specifici titoli, settori o Paesi, anche eventi di piccola entità possono causare perdite considerevoli. Questi rischi di concentrazione possono essere limitati attraverso regole di diversificazione chiare e un controllo regolare delle posizioni più rilevanti.

Infine, i rischi extra-mercato: rischi di cambio, di inflazione e operativi. Investire in valute estere comporta rischi aggiuntivi. I tassi di cambio possono infatti amplificare o annullare i guadagni, indipendentemente dall’andamento del valore dell’investimento stesso. Le posizioni aperte in valute estere mostrano in che misura un portafoglio dipende da tali oscillazioni. Su questa base, i gestori di portafoglio decidono quali rischi di cambio sono disposti ad assumere e quali intendono coprire. L’inflazione agisce in modo silenzioso ma persistente. Quando i prezzi aumentano più rapidamente del valore di un portafoglio, il patrimonio perde consistenza in termini reali. Questo rischio riguarda tutti gli investitori. Non può essere evitato, ma solo considerato. Le previsioni sull’inflazione e gli indicatori basati sul mercato, come i tassi di pareggio, forniscono indicazioni in merito.

Non tutti i rischi provengono dai mercati. Processi inefficienti, malfunzionamenti tecnici o errori umani possono causare danni tanto quanto gli interventi normativi. Questi rischi operativi sono difficili da quantificare. Richiedono processi chiari, responsabilità ben definite e controlli efficaci. Nei mercati finanziari i rischi non possono essere né evitati né eliminati. Sono la condizione necessaria per la generazione dei rendimenti. Ciò che conta è sapere se vengono assunti consapevolmente, compresi e gestiti in modo continuo, oppure se incidono sul portafoglio senza essere presi in considerazione. Questo conferma l’idea espressa in sostanza da Warren Buffett: il rischio non deriva dalle fluttuazioni del mercato in sé, ma da una mancanza di conoscenza e da un approccio sistematico insufficiente. Chi gestisce i rischi in modo strutturato non ha motivo di temerli. Al contrario, crea le condizioni necessarie per decisioni stabili, soprattutto quando i mercati sono turbolenti.

Obbligazioni investment grade, high yield e downgrade: come leggere il rischio e preparare il portafoglio

Il rischio nel credito oggi cresce lentamente, mentre il mercato sembra tranquillo. Ed è proprio in queste fasi che ha senso chiedersi se il portafoglio è costruito per resistere anche a scenari sfavorevoli.

di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario

Negli ultimi mesi il mercato obbligazionario societario statunitense appare, almeno in superficie, sorprendentemente tranquillo. Spread compressi, domanda solida, emissioni record assorbite senza particolari tensioni. Per molti investitori, soprattutto quelli che vedono l’obbligazionario come la parte “difensiva” del portafoglio, questo contesto viene letto come rassicurante. Ma guardando sotto il cofano, i segnali che emergono raccontano una storia più complessa, soprattutto se l’orizzonte temporale si sposta verso il 2026.

I dati diffusi da JPMorgan, per esempio, sono particolarmente interessanti perché non parlano di una crisi imminente, ma di un deterioramento graduale della qualità creditizia. Circa 63 miliardi di dollari di obbligazioni societarie statunitensi oggi classificate come investment grade mostrano caratteristiche tipiche del debito high yield: rating BBB- da alcune agenzie, outlook negativi e valutazioni già speculative da parte di altri osservatori. Un anno fa erano 37 miliardi. Il salto è significativo. Il punto centrale è il rifinanziamento del debito in un contesto di tassi strutturalmente più alti rispetto al passato. Molte aziende continuano ad accedere al mercato senza problemi, ma lo fanno pagando interessi più elevati. Questo aumenta la pressione sui bilanci, soprattutto per gli emittenti più indebitati. Non è un problema di liquidità, almeno per ora, ma di sostenibilità nel medio periodo.

Su quest’ultimo tema, un dato che merita attenzione è quello sugli “angeli caduti” (fallen angels): nel 2025 circa 55 miliardi di dollari di obbligazioni sono passati da investment grade a high yield, contro appena 10 miliardi di “stelle nascenti”. Questo squilibrio segnala che, nel complesso, la qualità del credito si sta deteriorando. E qui entra in gioco il vero meccanismo di rischio, soprattutto per chi investe tramite ETF.

Gli ETF obbligazionari investment grade replicano indici che, per definizione, escludono i titoli che perdono il rating minimo richiesto. Quando un’obbligazione viene declassata a “junk”, l’ETF è costretto a venderla, spesso nel momento peggiore, quando gli spread esplodono e la liquidità si riduce. Non c’è valutazione discrezionale: è una vendita meccanica. L’ETF high yield, al contrario, tende a includere quel titolo solo dopo il downgrade, quando il prezzo ha già subito un forte aggiustamento. Questo meccanismo è fondamentale per capire perché gli ETF investment grade non sono privi di rischio, soprattutto quando gli spread sono molto compressi, come oggi: con spread intorno ai 70–80 punti base, ben al di sotto della media storica, il margine di sicurezza è ridotto, e basta un aumento moderato dei downgrade o un peggioramento del ciclo economico per generare performance deludenti.

Nel segmento high yield, la situazione è ancora più delicata. I rendimenti offerti sono più elevati, ma lo sono anche i rischi. Se il flusso di “angeli caduti” continuerà a superare quello delle aziende che migliorano il proprio merito creditizio, l’universo high yield potrebbe popolarsi di emittenti ex investment grade con bilanci sotto pressione. In uno scenario di rallentamento economico nel 2026, questo aumenterebbe la probabilità di default e l’ampliamento degli spread. Gli ETF high yield potrebbero quindi offrire rendimenti nominali interessanti, ma con una volatilità spesso sottovalutata dal retail.

Gli ETF aggregate, che combinano obbligazioni governative e corporate, rappresentano una via di mezzo. Tuttavia, molti investitori europei tendono a considerarli automaticamente “difensivi”, senza analizzare la composizione. In realtà, una parte rilevante della performance dipende dalla componente corporate investment grade. Se questa entra in una fase di stress, l’effetto stabilizzante dipenderà molto dalla quota di titoli governativi e dalla duration complessiva. Diverso è il discorso per gli ETF su titoli di Stato: in uno scenario di rallentamento economico nel 2026, i governativi potrebbero tornare a svolgere il loro ruolo classico di stabilizzatori di portafoglio, soprattutto se le banche centrali dovessero adottare un tono più accomodante. Non è detto che generino rendimenti eccezionali, ma possono offrire protezione nei momenti in cui il credito soffre.

Qui entra in gioco anche la differenza tra gestione passiva e gestione attiva. Un fondo obbligazionario attivo, a differenza di un ETF, non è costretto a vendere automaticamente un titolo al downgrade. Può anticipare il rischio riducendo l’esposizione prima, oppure decidere di mantenere il titolo se ritiene che il mercato stia reagendo in modo eccessivo. Può anche gestire attivamente la duration, la liquidità e l’esposizione settoriale. Ma questo non significa che un fondo attivo sia automaticamente migliore, poiché un gestore deve prestare grande attenzione a diversi fattori: il livello di leva degli emittenti, la sostenibilità degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, il rischio di acquisizioni finanziate a debito e la capacità delle aziende di mantenere margini sufficienti in un contesto di costi finanziari più elevati. Se sbaglia queste valutazioni, il fondo attivo può fare peggio di un ETF, soprattutto in fasi di stress.

Per l’investitore retail europeo, la questione è ancora diversa. Molti investono in ETF obbligazionari per diversificare il portafoglio azionario, ma spesso senza considerare il rischio di credito e quello valutario. Un ETF corporate USA non coperto espone anche al dollaro, che può amplificare o ridurre i rendimenti in modo significativo. Inoltre, concentrare tutta la parte obbligazionaria su corporate investment grade americani significa scommettere implicitamente sulla tenuta del credito USA. In vista del 2026, un approccio più prudente potrebbe essere quello di diversificare non solo per asset class, ma anche per tipologia di rischio: combinare governativi, aggregate, una quota moderata di corporate investment grade e, solo se coerente con il proprio profilo, una piccola esposizione all’high yield. Senza dimenticare che l’obbligazionario non è più il “porto sicuro” automatico che molti hanno conosciuto nel decennio dei tassi zero.

Il messaggio che arriva dai dati non è allarmistico, ma invita alla consapevolezza. Il rischio nel credito oggi non è evidente, non fa rumore. Cresce lentamente, mentre il mercato sembra tranquillo. Ed è proprio in queste fasi che ha senso rivedere le proprie esposizioni, capire cosa si possiede davvero e chiedersi se il portafoglio è costruito per resistere anche a scenari meno favorevoli.

Mercato obbligazionario in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia

I rendimenti restano attrattivi, ma adesso prevale l’approccio basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration.

Di Francesco Megna, direttore commerciale HUB primaria banca ed esperto di finanza

Il mercato obbligazionario apre l’anno con un tono più costruttivo rispetto alle tensioni che avevano caratterizzato la parte finale dell’anno precedente, ma lo fa in un contesto che resta complesso e selettivo. Gennaio si conferma un mese di osservazione e riposizionamento, nel quale investitori istituzionali e risparmiatori cercano di capire se il rallentamento dell’inflazione sia ormai strutturale e quanto spazio resti per un allentamento delle condizioni monetarie nel corso dell’anno.

Sui titoli governativi dei Paesi sviluppati prevale una dinamica di stabilizzazione dei rendimenti. Dopo mesi di forte volatilità, le curve tendono ad appiattirsi, con movimenti più contenuti sulle scadenze lunghe e un’attenzione particolare sul tratto breve e medio. Qui si concentra infatti la sensibilità alle aspettative di politica monetaria e alle indicazioni macroeconomiche di inizio anno. I rendimenti restano su livelli storicamente interessanti, ma senza gli scossoni che avevano caratterizzato le fasi di maggiore incertezza inflattiva. Nel comparto dei titoli di Stato dell’area euro, invece, emerge una domanda più selettiva: gli investitori privilegiano emissioni con duration intermedia, considerate un buon compromesso tra rendimento e rischio tasso.

Il tema dello spread resta presente, ma con oscillazioni più contenute rispetto al passato recente. La percezione del rischio sovrano appare meno emotiva e più legata ai fondamentali, in un contesto in cui i conti pubblici e la crescita economica tornano al centro delle valutazioni. Sul fronte corporate, gennaio mostra un mercato diviso in due: da un lato le emissioni investment grade beneficiano di flussi in ingresso, sostenute dalla ricerca di rendimento con un profilo di rischio relativamente controllato, e gli spread creditizi restano compressi, segnale che il mercato non sta prezzando scenari di stress imminenti sul fronte delle insolvenze; dall’altro lato, il segmento high yield si muove con maggiore cautela, poiché gli investitori chiedono premi più elevati e mostrano attenzione alla qualità degli emittenti, penalizzando i settori più ciclici o maggiormente esposti al rallentamento economico.

Interessante anche l’andamento dei titoli indicizzati all’inflazione. Infatti, pur in presenza di un raffreddamento delle dinamiche inflattive, una parte del mercato continua a considerarli uno strumento di copertura utile, soprattutto sulle scadenze medio-lunghe. Le aspettative di inflazione implicite restano infatti sopra i livelli pre-crisi, riflettendo l’idea che la fase di prezzi molto bassi appartenga ormai al passato.

Francesco Megna

Dal punto di vista degli investitori retail, gennaio conferma una preferenza per strumenti obbligazionari percepiti come più semplici e leggibili. Le sottoscrizioni si concentrano su titoli governativi, fondi obbligazionari a bassa volatilità e soluzioni con flussi cedolari regolari. L’obiettivo non è tanto la speculazione sul movimento dei tassi, quanto la costruzione di un reddito prevedibile e la difesa del capitale in un contesto ancora incerto.
Nel complesso, il mercato obbligazionario di gennaio si muove in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia. I rendimenti restano attrattivi, ma la stagione delle scommesse unidirezionali sembra lasciare spazio a un approccio più ragionato, basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration. È un inizio d’anno che non promette accelerazioni improvvise, ma che getta le basi per un ruolo nuovamente centrale delle obbligazioni nei portafogli, dopo anni in cui erano rimaste ai margini delle scelte di investimento.

La guerra dei dazi porta mercati volatili e investitori più selettivi. Oro: bussola del nuovo ordine monetario

Un commento dedicato all’impatto sui mercati della nuova guerra dei dazi e al ruolo sempre più importante dell’Oro, che da asset rifugio è diventato protagonista assoluto del cambiamento del sistema monetario.

di Diego Franzin, Head of Portfolio Strategies di Plenisfer SGR

Il ritorno della guerra commerciale, innescato dall’annuncio dell’amministrazione Trump di nuovi dazi del 10% contro i Paesi dell’Eurozona contrari al piano “Groenlandia“, conferma come le leve economiche siano ormai parte integrante del confronto politico internazionale. Ed è una mossa che riapre fronti di tensione in una fase in cui la crescita globale mostra già segnali di rallentamento.

Le nuove barriere tariffarie aumentano l’incertezza sul ciclo economico e rafforzano le pressioni al ribasso sui rendimenti a breve termine.  Nel breve periodo, lo scenario centrale resta quello di tassi stabili o in calo, mentre ipotesi di rialzi tornerebbero in gioco solo come risposta ad un rischio più estremo: un ritorno inatteso dell’inflazione. Eventuali tagli, invece, dipenderanno dall’evoluzione dell’attività economica e da quella del mercato del lavoro, fattori di crescita oggi certamente più esposti agli effetti indiretti delle tensioni commerciali.

Sui mercati azionari potrebbe riaffiorare un premio al rischio geoeconomico e le aspettative di crescita vengono riviste con maggiore cautela. Il punto critico è che gli investitori arrivano a questa fase con un posizionamento lungo sugli asset rischiosi, dopo mesi di performance sostenute. Questo rende i mercati più vulnerabili a improvvisi riprezzamenti, soprattutto quando shock politici si traducono rapidamente in decisioni economiche.

In parallelo, emergono segnali più strutturali sul fronte delle materie prime. Dopo anni di disinvestimento, le allocazioni globali sulle commodities restano su livelli storicamente bassi, mentre il controllo delle risorse strategiche — sempre più concentrato in poche aree del mondo — diventa una questione di sovranità economica. Non a caso, negli Stati Uniti le esportazioni di oro non monetario hanno raggiunto livelli record, segnalando un crescente interesse per gli asset reali come copertura contro rischio geopolitico, incertezza commerciale e potenziale debolezza delle valute.

Se nel breve l’azionario potrebbe ancora mostrare una certa tenuta, lo scenario di fondo suggerisce prudenza. Parte delle tensioni appare già incorporata nei prezzi, ma l’aumento della volatilità difficilmente sarà temporaneo e potrebbe accompagnare l’avvio del nuovo anno, segnando il passaggio da un contesto di fiducia diffusa a uno di maggiore selettività. Nel frattempo, l’oro ha prima superato di slancio i 5.000 dollari l’oncia e subito dopo, a seguito della nomina di Walsh alla Federal Reserve, ha ritracciato bruscamente (seguita dall’Argento) del 12 % in un solo giorno di quotazione; in ogni caso, con il traguardo dei 5.000 dollari l’oncia l’oro ha smesso di essere un semplice bene rifugio per diventare l’indicatore di un cambiamento profondo nel sistema monetario e geoeconomico globale. Non reagisce al presente, ma anticipa il futuro.

Il quadro macroeconomico è noto, ma ciò che sta cambiando è la lettura che il mercato ne offre. L’accumulo di debito pubblico e la gestione sempre più complessa della normalizzazione monetaria stanno ridefinendo le aspettative di lungo periodo. L’oro intercetta questo cambiamento prima che diventi manifesto altrove. È in questo contesto che va interpretata l’azione delle banche centrali: l’accumulo di oro non risponde all’urgenza del momento, ma alla necessità strategica di ridurre l’esposizione a valute sempre più soggette a pressioni politiche e strumentalizzazione geopolitica. L’oro, a differenza delle riserve finanziarie tradizionali, non può essere congelato, né diluito, né condizionato da decisioni discrezionali.

Il 2025 ha segnato un ulteriore passaggio: anche gli investitori finanziari hanno iniziato a trattare l’oro non più come copertura tattica, ma come componente strutturale di portafoglio, in un contesto in cui manca un riferimento credibile privo di rischio in termini reali. L’oro sta diventando il punto di convergenza di timori diversi — geopolitici, monetari, istituzionali — fino a essere percepito come soluzione universale. Non perché lo sia davvero, ma perché il sistema fatica a offrire un’alternativa altrettanto solida. In questo senso, il rialzo dell’oro degli ultimi due anni non prezza il caos, ma la normalizzazione dell’instabilità: un mondo caratterizzato da maggiore indebitamento, minore coordinamento internazionale e crescente interferenza politica nelle decisioni monetarie. L’oro non sale perché il sistema sta per rompersi, ma perché sta cambiando natura.