La pianificazione della Longevity del cliente passa attraverso alcune fasi ben distinte, nelle quali il consulente ha il ruolo fondamentale di “sollecitatore psico-emozionale”.
La pianificazione della longevità inizia in realtà nel momento in cui il Consulente finanziario-patrimoniale sollecita il cliente a “guardare lontano”, e affrontare il tema del pensionamento. Il cliente, infatti, tende a procrastinare la valutazione concreta dell’impatto economico-familiare di questo evento fino a poco tempo prima che esso si avveri, con evidenti limiti in relazione alla efficacia dei risultati.

Non è un compito facile per entrambi: per il consulente in termini di sollecitazione, per il cliente in termini di immaginazione del futuro in quanto a consumi, aspettative, bisogni e ambizioni che oggi egli fa fatica anche soltanto a pensare. Pertanto, il consulente deve affrontare innanzitutto gli aspetti emozionali del cliente, tastandone la predisposizione a interrogarsi su cosa lo aspetta e, soprattutto, esaminando quanto il suo comportamento di oggi può condizionare il suo stato futuro. Solo una volta ricevuta la “disponibilità emotiva” del risparmiatore sarà possibile, per il consulente, esplorare le aree specifiche che riguardano la Longevity, e cioè:
– l’analisi del reddito richiesto in rapporto al tenore di vita desiderato, e degli strumenti per colmare eventuali gap;
– la tutela dai rischi della longevità;
– la protezione del patrimonio e la pianificazione finanziaria del periodo di pensionamento;
– la pianificazione successoria per l’eventuale passaggio generazionale.
L’approccio “psico-emozionale” al cliente passa attraverso una serie di domande utili, alcune di ordine pratico e altre più personali, che serviranno a mettere a fuoco l’identikit dell’investitore quale futuro pensionato. Le domande iniziali più tipiche – per “sciogliere il ghiaccio” – sono, per esempio, “quandohttps://patrimoniefinanza.com/2023/05/22/educazione-finanziaria-assogestioni-punta-ai-giovanissimi-ma-dimentica-gli-investitori-over-60/ vorrebbe andare in pensione?” e “desidera una uscita graduale o netta?”. Seguono quelle più personali: “come immagina di spendere il suo tempo dopo?”, oppure “c’è qualcosa che non ha ancora fatto e che vorrebbe fare nel futuro?”, oppure ancora “pensa di soffrire l’inattività?”. Queste ultime domande, in particolare, aprono una serie di elementi utili ed economicamente valorizzabili: il valore economico che scaturisce dalle risposte sarà determinato dal consulente ed entrerà a far parte del Budget generato proprio dai desiderata del cliente, al quale assicurare adeguata copertura finanziaria.

Altre domande utili ed economicamente avvalorabili sono rivolte all’aspetto abitativo: “dove vorrebbe vivere da anziano, in che luogo, in che casa”, oppure “come dovrebbe essere la sua casa ideale da anziano?”. A queste domande sono associate alcune altre più specifiche e personali, come per esempio “cosa le piace e cosa detesta della vita di tutti i giorni?”, o “cosa vorrebbe per la sua vecchiaia rispetto a ciò che ha caratterizzato la vecchiaia dei suoi genitori?”. Dopo queste, altre domande di ordine pratico ma fondamentali: “a chi si rivolgerebbe in caso di bisogno per le piccole incombenze?” e “a chi si rivolgerebbe in caso di emergenza?”. La “profondità” delle domande è pressochè infinita, e dipende dal grado di intimità che intercorre tra consulente e risparmiatore; ma in generale, una volta entrati nel vivo dell’argomento, è ammessa qualunque domanda strumentale ad una analisi approfondita, che faccia la differenza e valorizzi il ruolo professionale del consulente.
La fase successiva all’approccio per domande è quella dello studio degli strumenti da proporre per colmare il gap tra reddito pensionistico stimato e costo del tenore di vita desiderato. Per farlo, occorre effettuare simulazioni previdenziali corrette e aggiornate, cui opporre l’analisi dei mezzi a disposizione del cliente; pertanto, al reddito pensionistico stimato si aggiungeranno il risparmio accumulato e il patrimonio personale del cliente e del coniuge, al fine di valutare la “ricchezza pensionistica” di cui disporre per dare copertura finanziaria ai costi potenziali della Longevity così come risulteranno dalle informazioni scaturite durante la prima fase (quella delle domande), cercando di non fare alcun affidamento al c.d. “welfare familiare”, e cioè la possibilità del cliente di poter contare sul sostegno economico della famiglia (che è altamente aleatorio).
Dal punto di vista tecnico, sappiamo che il sistema previdenziale italiano prevede una struttura a tre pilastri. Il primo pilastro è la previdenza pubblica obbligatoria finanziata dai lavoratori e dalle aziende datrici attraverso la contribuzione obbligatoria per legge, in base ad aliquote diverse per tipo di lavoratore: per i lavoratori dipendenti è circa il 33%, per gli autonomi circa 23% e circa il 14% per i liberi professionisti. Il secondo pilastro è rappresentato dalla previdenza complementare collettiva, attraverso l’adesione a fondi pensione di categoria o PIP. Il terzo pilastro è la previdenza integrativa privata, che prevede l’adesione individuale e volontaria a fondi pensione aperti
e piani individuali di accantonamento. Sia nel secondo che nel terzo pilastro, i fondi pensione costituiscono patrimonio separato da quello delle società di gestione. In ogni caso, con il passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo si è usciti da un sistema a ripartizione – che era una sorta di passaggio di denaro da una generazione lavoratrice all’altra – ad uno a capitalizzazione, in cui ognuno di noi ha una specie di “conto personale virtuale” presso l’INPS, nel quale si accumulano i propri personali contributi durante la carriera lavorativa e saranno questi (moltiplicati per un coefficiente di trasformazione) a costituire il montante dei redditi pensionistici.
In uno scenario del genere, i fondi pensione aperti sembrano essere notevolmente indicati, poiché sono forme pensionistiche complementari che raccolgono la contribuzione volontaria di chi decide di aderirvi e la investono sui mercati finanziari, maturando alla scadenza – ovvero alla maturazione dell’età pensionistica – un capitale o una rendita a integrazione dell’assegno pensionistico. I fondi in questione sono istituiti da banche, compagnie di assicurazione, società di gestione del risparmio (SGR) e società di intermediazione mobiliare (SIM), e i contributi versati finiscono in un conto individuale intestato all’aderente, su cui vengono sommati anche i rendimenti ottenuti nel corso degli anni a seconda della linea di investimento prescelta (obbligazionaria, bilanciata, azionaria etc) e, quindi, a seconda del profilo di rischio dell’aderente e dell’orizzonte temporale.
I costi di gestione annuali di un fondo pensione sono decisamente limitati (0,4/0,6%), e le somme versate nel fondo sono deducibili dal reddito fino a un massimo annuo di 5.164,57 euro, per cui quanto versato viene dedotto dal reddito di lavoro, abbassando così l’imponibile per il conteggio delle tasse. La versatilità di questo strumento lo rende adatto alla Longevity anche prima della fase programmata di utilizzo, poiché è possibile richiedere un’anticipazione prima di aver raggiunto e completato i requisiti pensionistici, per alcune motivazioni particolari: spese sanitarie straordinarie documentate dovute a interventi e terapie per motivi gravi dell’iscritto, del coniuge e dei figli, in qualsiasi momento e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; acquisto o ristrutturazione della prima casa dell’iscritto o dei figli, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; motivi personali, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un massimo pari al 30% del montante maturato. Inoltre, la tassazione sulla plusvalenza è agevolata (tra il 12,5% ed il 20%, invece del 26%).
Relativamente agli strumenti più specificamente finanziari, i Piani di Accumulo di Capitale, detti anche PAC, consentono di accedere a un investimento finanziario attraverso versamenti periodici e graduali di capitale, anche minimi, a cadenze regolari e per un periodo predeterminato, per acquistare strumenti finanziari o sottoscrivere un fondo, con una forma relativamente personalizzata di investimento. Il Piano di Accumulo consente quindi un investimento nel lungo termine, tarato sulla propria capacità di risparmio, tramite versamenti periodici che, aumentando via via il capitale investito, incrementano anche il rendimento dell’investimento stesso.
A differenza del fondo pensione, il piano di accumulo può avere durata libera, ma un periodo minimo di dieci anni è indispensabile per rendere vantaggioso l’investimento. Pur non consentendo un risparmio fiscale, i PAC si rivelano essere uno strumento assai versatile e, dal punto di vista dei rendimenti, dal 1960 – anno della loro introduzione – ad oggi hanno consentito di realizzare guadagni notevoli grazie al particolare meccanismo di investimento “al costo medio” e alle performance dei mercati in cui investono (di solito si sceglie un PAC azionario). Essi non sono deducibili e la tassazione sulla plusvalenza non è agevolata, ma pari al 26% (la normale tassazione sulle rendite finanziarie).



La città ha sempre avuto una forte vocazione per la costante ricerca dell’avanguardia, in tutti i campi. A Londra sono nate le moderne industrie, negli anni ’60-’70 la città ha visto un enorme sviluppo nel campo della musica e della moda e oggi rappresenta un vero e proprio modello per multi-etnicità e integrazione. Relativamente ai costi di un eventuale trasferimento, ci riagganciamo proprio alla Brexit, poiché dal 31 gennaio 2020 per entrare nel Regno Unito occorre il passaporto, documento che invece non serviva quando il paese era incluso nell’area Schengen. Di conseguenza, chiunque stia programmando di trascorrere del tempo a Londra, non perdere tempo: ottenere il passaporto, grazie alla burocrazia italiana, è diventato sempre più lungo, e il sito della Polizia di Stato è saturo di appuntamenti già prenotati. Il costo di emissione è relativamente contenuto (circa 115 euro, più il costo delle foto e il lucro cessante per una mezza giornata persa tra ufficio postale e questura), ma se l’obiettivo è quello di essere analitici, non possiamo non citarlo.
Più complicato, invece, il capitolo del visto di ingresso nel Regno unito. Dal 1° gennaio 2021, infatti, i cittadini UE che intendono recarsi nel Regno Unito devono richiedere un visto secondo le procedure stabilite dal nuovo sistema di immigrazione britannico, denominato Points-Based System. Secondo questo sistema, i cittadini italiani che desiderano giungere nel Regno Unito per turismo o per studiare in un istituto accreditato, inclusi i corsi di lingua inglese, oppure per effettuare un breve tirocinio pertinente al corso di studi svolto in Italia (es. per gli iscritti ad un corso di medicina, scienze veterinarie o
odontoiatria), possono entrare nel Paese per un massimo di 6 mesi senza richiedere un visto (Standard Visitor). In ogni caso, tutti costoro non possono studiare in una scuola o accademia finanziata dallo stato, non possono fare un corso che duri più di 6 mesi (ad eccezione dei corsi a distanza) o ancora non possono svolgere un lavoro retribuito o non retribuito. Inoltre, ad essi potrà essere richiesto di dimostrare di essere in possesso di una lettera di accettazione ufficiale che indichi il nome, la durata e il costo del corso dell’istituto accreditato; di essere in grado di sostenersi (o possedere un finanziamento esterno per il sostentamento nel periodo di studio nel Regno Unito); di possedere fondi sufficienti per il viaggio di ritorno e di avere un alloggio per il soggiorno.
Per tutti coloro che vogliono fare ingresso nel Regno Unito per motivi di lavoro, è necessario richiedere il visto lavorativo o Skilled Worker Visa. Questo è destinato a lavoratori qualificati con un’offerta di impiego da parte di un’azienda basata nel Regno Unito, e per ottenerlo occorrono 70 punti, calcolabili in base ad alcuni requisiti di natura obbligatoria e “negoziabile” (tramite lo “scambio” tra requisiti che possono essere intercambiabili per importanza). I requisiti obbligatori forniscono 50 punti e sono:
Come indicato sul sito dell’Home Office
Riguardo al volo di sola andata, tra Roma e Londra ci sono poco meno di 2.000 chilometri, per cui è una tratta a media percorrenza. Infatti, i prezzi dallo scalo capitolino di Fiumicino partono da un minimo di 30 euro fino ad un massimo, in stagione medio-bassa, di 150 euro. Naturalmente, la tariffa cambia a seconda di quanti bagagli si devono imbarcare e di quali servizi si vuole aggiungere. Abbiamo preso Fiumicino solo come esempio: i voli da Londra partono anche da Milano, Genova, Firenze, Napoli, Palermo e Catania. Poi, prima di partire, indispensabile conoscere bene quanto ammonta l’affitto delle case. Ovviamente in questa guida seguiremo lo stesso principio che abbiamo usato per New York, e non prenderemo in considerazione quartieri come Kensington and Chelsea, Westminster e Camden. Queste zone, infatti, sono molto costose, e cercare un affitto conveniente lì sarebbe solo tempo perso. Mettiamo invece sotto la lente d’ingrandimento il quartiere di Lewisham: medio budget e servizi a volontà.
Il circondario di Lewisham è perfettamente inserito nel tessuto metropolitano di Londra, poichè servito dalla Dockland Light Railway, che consente di arrivare al London Bridge in circa 12 minuti, mentre per raggiungere il distretto finanziario di Canary Wharf ne serviranno circa 20. In questa zona, un appartamento costa in media 1.500 Pound (1.755 euro) al mese. L’appartamento che abbiamo preso come campione è quello adatto sia ad uno studente che ad un lavoratore single o in coppia, misura circa 50 metri quadrati, ha bagno privato e un balcone. Come si intuisce, il prezzo sale a seconda dei servizi offerti dall’isolato che si va a scegliere, dalla metratura e dai servizi che la casa propone.
Come sempre, gli esperti di Forbes suggeriscono di non spendere più del 30% delle proprie entrate mensili per l’affitto, ma è una regola che, nei primi periodi di vita londinese è destinata ad essere infranta per via degli stipendi più bassi di inizio carriera, facendo arrivare tale percentuale anche al 50%. Da qui se ne deduce che, per condurre a Lewisham una vita senza disagi economici, è necessario guadagnare non meno di 3.000-3.500 Pound al mese. Un’entrata mensile che non è difficile da ottenere in una città piena di opportunità e costantemente in stato di piena occupazione,
dove la paga oraria minima varia di categoria in categoria ed è immediatamente contrattualizzata e rispettata (il classico “lavapiatti” di un ristorante guadagna 11,44 Pound l’ora, ossia 13,38 euro, contro una media italiana di 5 euro l’ora). Inoltre, i mezzi pubblici di trasporto mitigano non poco i costi grazie ad opportuni “pacchetti” tariffari. Londra, infatti, ha fatto da apripista per il mezzo pubblico contemporaneo per eccellenza: la sua metropolitana, universalmente conosciuta come “The Tube”, è stata inaugurata nel 1863 e conta oggi ben 272 fermate distribuite lungo tutto il tessuto urbano per oltre 28 milioni di passeggeri ogni anno. La capitale inglese è però conosciuta in tutto il mondo anche per i suoi mitici bus rossi a due piani, che sono in grado di coprire grandi distanze fornendo un servizio puntuale.
Ma quanto si deve pagare per tutta questa efficienza? Per viaggiare in metropolitana e sulla rete tranviaria, a Londra si utilizza la “Oyster Card”. Il costo per un abbonamento mensile che comprenda tutte le zone della capitale (dalla 1 alla 9) è di 407 Pound (circa 476 euro), ma questo prezzo non deve spaventare, visto che è possibile scegliere le zone sulle quali far valere la propria “Oyster Card”: meno zone si includono, meno si paga (in media 180 Pound mensili, ossia circa 210 euro). Del resto, Londra ha una superficie e una popolazione pari a 9-10 medie città italiane, per cui la vita dei londinesi – originari e soprattutto “sopravvenuti” – si svolge all’interno del proprio quartiere-città, in modo tale da limitare i costi e il disagio negli spostamenti (anche due o tre ore al giorno, tra andata al lavoro e rientro a casa, se si lavora in zone lontane tra loro).
Per gli affezionati dell’automobile, è chiaro avere in mente due concetti. Il primo è che la guida nel Regno Unito è l’opposto rispetto al resto del mondo: il volante è a destra e si tiene la sinistra. È quindi necessario stravolgere le proprie abitudini di guida. Il secondo, è che il prezzo della benzina sta lievitando sensibilmente. Per riempire un serbatoio da 50 litri servono infatti 85 Pound* (circa 100 euro) e il traffico di Londra può davvero metterti nei guai in ambito lavorativo. Basti pensare che ogni abitante della capitale britannica perde ogni anno la bellezza di 156 ore – l’equivalente di 18 giorni lavorativi – all’anno imbottigliato nel traffico: un record su base mondiale.
Insomma, Londra non è una città facile, e senza una valida organizzazione ed un reddito adeguato il sogno di vivere in questa città meravigliosa potrebbe presto trasformarsi in un incubo. Per venire incontro ai cittadini, il sito del sindaco di Londra ha messo a disposizione di tutti una tabella per confrontare la paga oraria media di un lavoratore (full-time o part-time) a seconda dei quartieri. Lewisham si conferma un quartiere “nella media”, visto che nel 2020 il salario corrispondeva a circa 16,50 Pound* l’ora (19,30 euro). Naturalmente, la zona da noi presa in considerazione non può competere con quadranti ad altissimo reddito come Kensington e Chelsea (22,22 £/h) o come Wandsworth (20,58 £/h), ma si difende bene se messo a paragone con Barking and Dagenham (13,10 £/h) o Hounslow (14,37 £/h).
Ovviamente, questi dati hanno risentito di inflazione ed erosione del potere d’acquisto, fenomeni che nel 2022 e 2023, in tutto il mondo, hanno generato una sensibile diminuzione della capacità di spesa delle famiglie. La riflessione trova conferme anche riguardo al carrello della spesa: quanto costa nutrirsi a Londra? Secondo la Kingston University, un litro di latte nella capitale britannica costa in media 1,20 Pound* (1,4 euro), una confezione di pane in cassetta invece 1,53 Pound* (1,79 euro). Una pinta di birra viene dai 5 ai 6,5 Pound, un cocktail alcolico 12 Pound, mentre un pasto medio consumato al ristorante ammonta a circa 60 Pound (per 2 persone, 3 portate). Il costo di un cappuccino formato regular è di 3 Pound, mentre una pizza margherita va dai 10 ai 15 Pound a seconda delle zone e della qualità degli ingredienti.
Relativamente alla Sanità, il National Health Service garantisce a tutti i residenti nel Regno Unito cure gratuite e immediate, esattamente come in Italia. Dopo la Brexit e durante il periodo di transizione, il governo del Regno Unito ha confermato che i cittadini europei potranno accedere all’assistenza sanitaria grazie alla tessera sanitaria, ma per sicurezza, visto che non ci sono ancora accordi scritti, è opportuno sottoscrivere un’assicurazione di viaggio che copra le spese mediche, per non rischiare di affrontare spese impreviste o problemi di accesso al National Health Service. Per chi viaggia per un breve periodo in Inghilterra, non è necessario iscriversi al NHS, ma portare con sé la tessera sanitaria italiana, mentre il discorso cambia se si soggiorna nel Regno Unito per un lungo periodo. Se invece si intende restare a Londra per lavoro, e
quindi per un lungo periodo, è necessario registrarsi al National Health Service, altrimenti non è possibile ottenere tutte le cure di cui si può avere bisogno e accedere anche alle prestazioni specialistiche (visite dal dentista, dermatologiche, cardiologiche, ectc). Per iscriversi al NHS bisogna registrarsi un General Practitioner, ossia una sorta di medico di famiglia. La prescrizione per ogni medicinale non è a costo zero e ammonta a 9,65 Pound, mentre alcuni prodotti sono sempre gratuiti, come i farmaci prescritti in ospedale. I medicinali comuni, dato il costo aggiuntivo della loro prescrizione, presentano un prezzo contenuto: una confezione di Ibuprofene 200mg da 84 pastiglie costa 6,75 Pound, mentre il paracetamolo in formato 16 pillole si ferma a 0,65 Pound.
L’Italia, per esempio, rivela – non senza sorpresa di quanti abitualmente la sottovalutano – di essere leader in questo settore, grazie ad alcune grandi aziende nazionali e ad una nutrita schiera di piccole e medie imprese di elevato livello tecnologico che hanno iniziato a popolare il settore. Molte di loro sono dei c.d. spin-off universitari oppure sono state sviluppate in “acceleratori”, altre sono nate come costole di aziende che operano in settori tradizionali. Insomma, nel “Quinto Dominio“- come viene definito lo spazio dopo gli elementi della Terra, del Mare, del Cielo e del Cyberspazio – l’Italia conta moltissimo, ed il suo tessuto imprenditoriale del settore è strutturato in modo reticolare, con al centro i big e le Agenzie Spaziali (A.S.I. e E.S.A.).
La classificazione in cui viene normalmente suddivisa la Space Economy italiana segue le caratteristiche specifiche di due tipologie di aziende, e cioè quelle che operano nel c.d. Upstream, e quelle del Downstream. Nel primo comparto sono inserite tutte le aziende che operano nella filiera degli apparati e delle strutture orbitanti, in primis naturalmente i satelliti. Oltre ai c.d. lanciatori (in cui l’Italia gioca un ruolo chiave in partnership con altre agenzie ed aziende internazionali si pensi per esempio al Vettore “Vega”), l’Italia è anche protagonista della produzione di nano satelliti inseriti in orbita bassa e della produzione di apparati come, per esempio, quelli di rilevamento radar.
Nel comparto Upstream ha avuto grande rilevanza il programma satellitare “Copernicus”, con i suoi 6 satelliti “Sentinel” finalizzati a monitorare l’ambiente terrestre. Inoltre, a breve sarà immessa in orbita la costellazione di satelliti italiani “Iride” di ultima generazione, con un potere di risoluzione nell’osservazione terrestre elevatissima. Nel secondo comparto, ossia quello “Downstream”, si collocano tutte quelle aziende che impiegano i dati satellitari per erogare servizi agli utilizzatori finali. Il comparto si divide a sua volta in due ambiti: a) Earth Observation (E.O.), in cui l’osservazione terrestre è rivolta ai servizi verso l’Agricoltura, per il controllo dei raccolti in ottica di ottimizzazione delle risorse agricole, verso la Protezione Civile (con azione di supporto nei contesti di emergenze e crisi di carattere umanitario), verso i
cambiamenti climatici -attraverso il monitoraggio di tutti i parametri ambientali quali temperatura, condizione di ghiacci livello delle acque etc – ed anche in campo energetico, attraverso la selezione delle aree più adatte alla produzione di energie rinnovabili ed il controllo di siti sensibili quali le centrali nucleari. Inoltre, l’E.O. ha importanti applicazioni in campo sanitario ed in campo assicurativo in relazione alla misura del rischio in caso di catastrofi ambientali; b) sistemi satellitari di navigazione (Global Navigation Satellite System – GNSS), che operano per la sicurezza e la logistica dei trasporti marittimi e terrestri.
Riguardo le dimensioni del mercato italiano, secondo l’Osservatorio della Space Economy del Politecnico di Milano in Italia sono state identificate nel 2023 ben 163 aziende, con un fatturato complessivo di circa 230 milioni di euro ed un incremento del 15% in più rispetto al 2022. La maggior parte delle aziende opera anche i settori diversi dalla Space Economy ma ad essa comunque collegati, e solo circa un 15% delle aziende svolge attività esclusivamente nel campo spaziale. Molte di loro sono connesse in rete e occupano un piccolo ma determinante spazio nella filiera.
La diffusa presenza di molte PMI, alcune anche di piccole dimensioni ma tutte con un elevato contenuto innovativo, ha fatto emergere la necessità del settore di poter finanziare rapidamente progetti di ricerca e sviluppo con la corretta calibrazione temporale, poiché le loro attività producono ritorni economici significativi nel lungo periodo e ciò deve avvenire assicurando alle PMI del settore spaziale un ciclo finanziario che non permetta l’uscita di flussi di cassa tipici del denaro concesso a prestito, con i relativi oneri finanziari. Per questo motivo, queste aziende costituiscono l’ambiente ideale per l’applicazione dell’Equity Crowdfunding. Dal lato degli investitori, che diventano soci a tutti gli effetti, il loro contributo finanziario può trovare interessante e rilevanti occasioni di guadagno con multipli anche a due cifre, tenendo conto che tutte le previsioni concordano nel ritenere che il settore della Space Economy avrà una crescita senza precedenti nei prossimi anni e senza dimenticare che in presenza di Start Up e PMI innovative gli investitori individuali possono godere di detrazioni di imposta di almeno il 30% di quanto investito.
Insomma, la Space Economy italiana ha tutte le caratteristiche per produrre importanti risultati. Vi sono però anche dei fattori che limitano la crescita di questo settore. Il primo è rappresentato dalla scarsità delle risorse umane impiegate, fatte di tecnici ed ingegneri aereospaziali, per i quali vi è in atto un grande sforzo da parte del mondo universitario ed in particolare dalle facoltà di ingegneria aerospaziale, le quali comunque incontrano un grande interesse da parte dei giovani. il secondo sono le dimensioni spesso molto piccole delle PMI, che impediscono sia il facile accesso a strumenti di
finanziamento strutturato, per esempio fondi europei, sia un debole potere contrattuale verso la clientela, spesso costituita da grandi aziende, multinazionali o addirittura agenzie spaziali. Su questo punto, una soluzione che deve essere portata a conoscenza delle aziende sarebbe quella di sviluppare tra loro contratti di rete che permettono di strutturarsi meglio sia a livello funzionale, organizzativo e finanziario, al fine di potersi confrontare in modo adeguato con le grandi aziende clienti. Nonostante queste difficoltà, gli investitori dovrebbero prendere in considerazione, nelle scelte di investimento ed in proporzione alle quote di portafoglio, il settore della Space Economy, che è ancora poco conosciuto ma, anche per questo motivo, molto promettente.
Nel mese di Febbraio 2024, l’indice MSCI World (in EUR) ha continuato la sua ripresa, aumentando del 4.5%. Il recente rimbalzo azionario è stato trainato da tre fattori: aspettative che le banche centrali taglino i tassi nel corso 2024; ulteriori segnali di un’economia resiliente; buoni risultati trimestrali riportati dalle società Usa, in particolare dal settore tecnologico. L’inflazione negli Usa e in Europa ha subito un notevole rallentamento e sta gradualmente convergendo verso il target del 2%. Pertanto, è estremamente probabile che sia la
L’S&P 500 quota a un multiplo di 21 volte gli utili 2024 e l’S&P 500 Equalweight di 17x. Tali livelli di valutazione non sono economici in base alle medie storiche. Le aspettative sono positive ma il mercato le ha già prezzate, almeno parzialmente. Oggi l’indice S&P 500 viene scambiato a un premio del 50% rispetto all’indice Eurostoxx 50. Riteniamo che tale premio possa essere spiegato da una serie di motivi. Quello principale è legato alla composizione degli indici stessi. Il mercato Usa infatti ha un maggior numero di aziende ad alta crescita, con i settori tecnologia e comunicazioni che pesano per circa il 40% rispetto al 20% in Europa. Tali aziende hanno bilanci solidi grazie alla forte generazione di cassa, presentando un rischio finanziario minore rispetto alle aziende europee. Crescita maggiore unita a un rischio finanziario minore si traducono in multipli più elevati per il mercato Usa. La guerra in Ucraina inoltre ha generato uno sconto legato al rischio geopolitico, più alto in Europa rispetto agli Usa.
Guardando all’Europa, riteniamo molto interessante il mercato francese per la qualità dei componenti del suo indice principale CAC 40, che ha aziende come LVMH, Hermes, L’Oreal, Air Liquide, Safran. Pur non appartenendo al settore tecnologico, tali aziende hanno solide prospettive di crescita, ottima generazione di cassa e management eccellenti. Un altro mercato che potrebbe andare bene, anche grazie al contenimento della 
Progetto di punta del TIEP è l’Hospitality Investment Enablers, ideato dal Ministero del Turismo in collaborazione con il Ministero degli Investimenti con l’obiettivo di agevolare e accrescere la capacità ricettiva di specifiche destinazioni turistiche, diversificando l’offerta del Regno: una mossa decisiva per posizionare l’Arabia Saudita come destinazione turistica leader a livello mondiale. Inoltre, questa iniziativa globale mira a catalizzare gli investimenti privati nei siti turistici principali del Regno fino a 42 miliardi di SAR (oltre 10 miliardi di euro) e a generare un aumento del PIL annuale stimato a 16 miliardi di SAR (4 miliardi di euro) entro il 2030.
L’Hospitality Investment Enablers comprende una serie di strumenti strategici volti a promuovere le operazioni commerciali e la redditività dei progetti. Tra i fattori chiave vi sono la semplificazione dell’accesso ai terreni di proprietà del governo a condizioni favorevoli, lo snellimento dei processi di sviluppo dei progetti e la riduzione delle barriere all’ingresso nel mercato. Sono numerosi anche gli adeguamenti normativi che fanno parte dell’impegno per ridurre i costi operativi e incoraggiare la crescita del settore. Un aspetto degno di nota dell’iniziativa è l’attenzione rivolta alle comunità locali delle destinazioni turistiche. Localizzando servizi come appalti, progettazione e consulenza, il programma vuole creare un impatto
positivo diretto su vari settori. Si prevede che l’iniziativa abbia un impatto significativo sul panorama socio-economico, creando 42.000 nuove camere d’albergo e circa 120.000 opportunità di lavoro favorite dalle riforme nella regolamentazione delle licenze turistiche per meglio adattare l’offerta alle esigenze specifiche degli investitori. Il Ministero del Turismo, infatti, ha messo all’opera un processo di investimento più snello, riducendo le tasse governative annuali di quasi il 22% e con l’obiettivo di ridurle ulteriormente nel breve termine.
Un’altra iniziativa di spicco del TIEP è il Tourism Investment One Stop Shop, che sarà lanciato nel corso dell’anno in collaborazione con il Saudi Business Center. Grazie allo sportello, tutti i servizi dell’ecosistema turistico saranno riuniti “sotto un unico tetto,” supportando gli investitori lungo l’intero percorso di investimento, oltre all’integrazione di servizi online ed esperienze digitali. Ahmed Al-Khateeb (nella foto) ha dichiarato: “L’Arabia Saudita offre al mondo una grande ricchezza di cultura e di esperienze. Vision 2030 ha aperto le porte all’Arabia Saudita affinché diventi una potenza turistica globale, e il settore turistico saudita è un motore fondamentale per la diversificazione economica. Nel 2023, abbiamo registrato un aumento del 390% della domanda di licenze per attività turistiche e questo è solo l’inizio”.
L’integrazione di avanzate tecnologie informatiche nei servizi finanziari ha rivoluzionato numerosi aspetti delle transazioni, consentendo una maggiore efficienza, accessibilità e personalizzazione degli stessi. McKinsey afferma infatti che i ricavi nel settore
In particolare, in Italia si è notata una rapida espansione dei servizi finanziari dedicati alle PMI, come l’Insurtech o i Digital Payment, che hanno ancora un enorme potenziale di crescita nel mercato italiano. Tra questi, negli ultimi anni sta conoscendo una crescita notevole il Digital Lending, ovvero l’erogazione di prestiti attraverso piattaforme digitali e avanzati algoritmi, che semplifica e accelera il processo di richiesta, valutazione e concessione dei finanziamenti. Basti pensare infatti che solo nel 2022, più di 28.000 piccole e medie imprese italiane hanno potuto accedere ai finanziamenti attraverso il fintech, con oltre 4,5 miliardi di euro erogati tramite piattaforme digitali, come riporta ItaliaFintech.
Una tendenza che ben riflette più in generale l’espansione del mercato globale delle Digital Lending Platform, che crescerà al ritmo di un tasso di crescita annuale composto (CAGR) dell’8,4% e un incremento di circa il 90% in 7 anni, come evidenzia una recentissima ricerca di Research and Markets. Il Digital Lending sta ridefinendo il panorama finanziario attuale, rivoluzionando da un lato le modalità di accesso al credito e dall’altro le modalità di erogazione dei prestiti. Questo approccio consente infatti di eliminare molte delle complessità e dei ritardi legati ai processi tradizionali di prestito, migliorando notevolmente l’esperienza dell’utente e allo stesso tempo riducendo i costi operativi per le società che erogano i prestiti.
Il Digital Lending rientra più in generale nei servizi di digital banking, un pilastro della trasformazione digitale nel settore finanziario, che ha subito una grande accelerazione, soprattutto in seguito alla pandemia: i clienti, impossibilitati a recarsi in filiale, si sono trovati costretti a familiarizzare con le app mobili bancarie. Dopo la riapertura delle banche, molti hanno optato per continuare ad utilizzare le app di mobile banking, apprezzandone i grandi vantaggi. Entro quest’anno si prevede infatti che il numero di utilizzatori dell’online banking supererà i 3,6 miliardi. Come riporta Statista, la penetrazione del
Infatti, mentre i prestiti tradizionali coinvolgono procedure cartacee e incontri di persona, quelli digitali sono interamente gestiti online, consentendo ai richiedenti di risparmiare tempo e sforzi, legati ad esempio agli orari di apertura degli uffici. Se si richiede un prestito online, lo si può fare in qualsiasi posto e in qualunque momento attraverso le piattaforme di prestito digitale, le quali offrono anche un’approvazione più rapida e accessibile, con processi automatizzati e decisioni immediate. Questa trasformazione digitale non solo semplifica il processo di ottenimento di un prestito, migliorando l’esperienza complessiva del cliente, ma permette anche all’istituto finanziario di ridurre i costi riguardanti ad esempio l’assistenza clienti, consentendo di avere accesso a tutte le informazioni.
Ma come è strutturato il processo di lending sulle piattaforme digitali? Quando si parla di prestiti digitali, parliamo di Smart Lending, inteso come processo di concessione di finanziamenti digitali, basato su dati affidabili e più accurati, laddove ogni componente di flusso di prestito è autonomo, in modo che il flusso finale sia componibile e facilmente personalizzabile. In sostanza possiamo individuare 4 macro-fasi che caratterizzano il processo di Smart Lending:
– Credit Scoring: in questa fase si valuta l’affidabilità e il merito creditizio del potenziale cliente, che poi determina il tasso di finanziamento. Si tratta dunque di un processo basato su sistemi automatizzati che utilizzano metodi o modelli statistici che forniscono un punteggio o giudizio sintetico, permettendo quindi di valutare il rischio o l’affidabilità dei richiedenti in modo rapido ed efficace (lo Scoring Manager di Mia-FinTech, che consente di personalizzare il processo di valutazione del rischio creditizio).
La volatilità dei mercati è diminuita e l’indice delle materie prime è sceso. Il prezzo del gas in Europa è sceso ulteriormente al livello più basso da giugno 2021 a causa delle temperature più miti, dei dati più deboli sulla produzione industriale in Europa e in Asia e della significativa ripresa della produzione rinnovabile. Il prezzo del petrolio è leggermente aumentato, mentre l’oro è rimasto sostanzialmente stabile. Il debito pubblico statunitense ha raggiunto la cifra record di 34 trilioni di dollari e la spesa per interessi è aumentata bruscamente da 200 a 700 miliardi di dollari all’anno, con una spesa annuale che supera addirittura quella per la difesa. La situazione si complica ulteriormente in un anno elettorale in cui i temi centrali sono l’aumento della spesa fiscale e la riduzione dei tassi di interesse.
A nostro avviso, ciò eserciterà nuove pressioni sulla Fed affinché riduca i tassi d’interesse reali. “A livello settoriale, in questo contesto non stiamo apportando cambiamenti significativi nel nostro portafoglio. Rimaniamo complessivamente sovrappesati sui titoli finanziari e non abbiamo alcuna esposizione sui servizi di pubblica utilità a causa del peggioramento dello scenario dei prezzi dell’energia. Manteniamo il nostro posizionamento nell’energia, un posizionamento selettivo negli industriali e un’esposizione alle infrastrutture“, spiega Scauri. “Sui finanziari abbiamo mantenuto il nostro posizionamento su Banca
Monte dei Paschi grazie alla valutazione e all’appeal speculativo. Gli altri nomi sono Intesa e Banco BPM. Unipol, dopo l’operazione di cui sopra, rappresenta ancora una partecipazione core”, continua Scauri. “Nel campo del petrolio abbiamo mantenuto la nostra posizione su Tenaris. Attualmente il nostro posizionamento è focalizzato sui temi legati al cosiddetto “green capex“, con titoli come Danieli e Prysmian che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori. Prysmian beneficerà anche dei grandi piani di investimento per spingere la transizione energetica“.
In sintesi, si sta assistendo a un ridimensionamento del mercato che favorisce l’accessibilità, e gli orologi con valutazioni inferiori ai cinquemila euro stanno diventando particolarmente popolari, segno che il mercato si sta espandendo per accogliere una clientela più ampia, attenta sia alla qualità che all’investimento. E’ il fenomeno delle c.d. “pezzature piccole”, ovvero orologi con un valore di mercato compreso tra i due e i cinquemila euro, che stanno guadagnando terreno. Questi modelli rispondono alla crescente domanda di pezzi accessibili ma di qualità, capaci di rappresentare
un investimento ponderato anche per chi si avvicina per la prima volta al mondo degli orologi da collezione. Si potrebbe definire come una sorta di democratizzazione del mercato degli orologi second hand, che apre nuove possibilità per gli appassionati e per i nuovi acquirenti. Oggi infatti abbiamo più persone interessate all’acquisto, con una preferenza marcata per soluzioni economicamente più vantaggiose. Questo non solo allarga il mercato ma introduce anche una nuova filosofia di acquisto.

L’
Secondo lo
consideriamo il picco più alto di costi per bilocali in centro storico, con circa 2.838 euro mensili. A Roma, invece, terza in classifica, il costo medio degli affitti per un bilocale è sotto la media, con un prezzo medio di 1.200 euro. Non va meglio per le stanze singole, richieste tipicamente da lavoratori dipendenti residenti a più di 100 km dalla sede di lavoro e, soprattutto, dagli studenti universitari fuori sede – che nel corso del 2023 hanno avviato una campagna in tutto il Paese per sensibilizzare il Governo verso il diritto allo studio messo in pericolo dai canoni di affitto insostenibili.
Se l’Italia è il fanalino di coda di questa classifica di N26, a precederla tra i Paesi europei troviamo la Spagna, con un prezzo medio di affitto mensile pari a 1.377 euro, i Paesi Bassi, 1.620 euro circa, e il Regno Unito con 1.460 euro al mese. In questi Paesi le percentuali di stipendio da destinare all’affitto sono più basse, rispettivamente di 45% per la Spagna e 37% per i Paesi Bassi e il Regno Unito. Al primo posto della classifica troviamo invece il Belgio, dove l’affitto di un bilocale costa circa 800 euro mensili: qui gli abitanti destinano solo il 18% del proprio stipendio a questa spesa. Ad occupare il secondo e il terzo posto ci sono Svizzera e Danimarca, dove per un bilocale che costa rispettivamente 1.733 euro e 1.159 euro si destina in media il 21% del proprio stipendio mensile.
Metodologia usata – L’

In relazione al patrimonio immobiliare, il consulente patrimoniale/finanziario si trova spesso di fronte ad una forte sproporzione tra gli
E se il
Questo tipo di soluzione, a ben vedere, risponde anche alla necessità di evitare l’isolamento e la tipica marginalizzazione della persona longeva, che a causa della solitudine accelera il proprio decadimento fisico e cognitivo. Secondo L’ISTAT, gli uomini che vivono da soli passeranno da 3,6 milioni nel 2020 a 4,3 milioni nel 2040 (+20%), e le donne sole da 5 a 6,1 milioni (+23%). Attualmente il 61% delle persone sole è over 65. Arrivare a questa situazione senza una specifica tutela dai rischi del futuro fino ad oggi è stata quasi la norma per gli attuali over 70, ma attraverso polizze sanitarie e LTC, piani di accumulo e fondi pensione, a cui associare la ristrutturazione della propria abitazione o il downsizing, è possibile determinare una forma di protezione di sé e dei propri familiari, per evitare che ricada su di loro l’assistenza a lungo termine: il futuro anziano investe in una polizza e/o in un piano di accumulo e genera maggiore liquidità con il downsizing per evitare una spesa maggiore in futuro, che potrebbe erodere significativamente il suo patrimonio e pertanto quello dei suoi eredi, oppure gravare direttamente o indirettamente su di essi.
Mediamente, il costo che si deve sopportare per una badante è intorno ai 1.500/1.600 euro (contributi compresi). Difficile la stima del costo di un eventuale adeguamento dell’abitazione privata a un residente molto anziano, ma in questo caso il ritorno sull’investimento potrebbe essere quello di intervenire in anticipo rispetto al momento in cui la persona avrà bisogno di assistenza. Infatti, il pensionamento costituisce di fatto il maggior investimento di tutta la vita, e come tale necessita di una pianificazione che tenga in conto molte variabili diverse: quando e come smettere di lavorare, se gradualmente o di colpo, dove invecchiare (casa e location), con chi (famiglia/socialità), le condizioni fisiche, la tutela da malattie invalidanti, le volontà di successione e la preparazione del patrimonio al passaggio di consegne. In tal senso, la pianificazione della vecchiaia è solo un “ingrediente” della









