Maggio 10, 2026
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Il nuovo corso del mercato degli orologi second hand: visioni e opportunità

Gli orologi sotto i cinquemila euro stanno diventando particolarmente popolari e il mercato si sta espandendo per accogliere una clientela più ampia. Il marchio Rolex si conferma leader di mercato.

Di Paolo Cattin

In un mercato globale in costante evoluzione, il settore degli orologi second hand sta vivendo una fase di trasformazione significativa ed ha recentemente ripreso slancio, ma con una novità rilevante: i prezzi si sono adeguati a standard nuovi, generalmente più accessibili. Questa tendenza riflette un cambiamento nell’approccio dei consumatori, che ora percepiscono l’orologio non solo come un oggetto di stile e tradizione ma anche come un vero e proprio investimento finanziario.

In sintesi, si sta assistendo a un ridimensionamento del mercato che favorisce l’accessibilità, e gli orologi con valutazioni inferiori ai cinquemila euro stanno diventando particolarmente popolari, segno che il mercato si sta espandendo per accogliere una clientela più ampia, attenta sia alla qualità che all’investimento. E’ il fenomeno delle c.d. “pezzature piccole”, ovvero orologi con un valore di mercato compreso tra i due e i cinquemila euro, che stanno guadagnando terreno. Questi modelli rispondono alla crescente domanda di pezzi accessibili ma di qualità, capaci di rappresentare un investimento ponderato anche per chi si avvicina per la prima volta al mondo degli orologi da collezione. Si potrebbe definire come una sorta di democratizzazione del mercato degli orologi second hand, che apre nuove possibilità per gli appassionati e per i nuovi acquirenti. Oggi infatti abbiamo più persone interessate all’acquisto, con una preferenza marcata per soluzioni economicamente più vantaggiose. Questo non solo allarga il mercato ma introduce anche una nuova filosofia di acquisto.

Paolo Cattin

Nonostante le variazioni di mercato, il brand Rolex rimane il più scambiato e ricercato nel settore. La sua reputazione di eccellenza, affidabilità e valore nel tempo conferma questo segnatempo come punto di riferimento per collezionisti e investitori. Il marchio Rolex continua a rappresentare un faro nel mercato degli orologi second hand, e la sua capacità di mantenere e spesso aumentare il valore nel tempo lo rende una scelta prediletta per chi cerca un orologio che sia allo stesso tempo un pezzo di storia e un investimento solido. Guardando al futuro, va sottolineata l’importanza dell’innovazione e della sostenibilità nel settore orologiero. L’adozione di nuove tecnologie e pratiche sostenibili potrebbe non solo migliorare la qualità e la durata degli orologi, ma anche influenzare positivamente la percezione del mercato dell’usato. La sostenibilità e l’innovazione tecnologica saranno i pilastri su cui si costruirà il futuro del mercato degli orologi. Sia gli esperti che gli appassionati hanno la responsabilità di guidare il settore verso pratiche più etiche e sostenibili, valorizzando al contempo il patrimonio e l’artigianalità che caratterizzano la nostra industria.

Gli italiani destinano il 52% dello stipendio in affitto. Firenze, Milano e Roma le città più care

Secondo uno studio di N26, l’Italia è all’ultimo posto in Europa, seguita da Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. Sul podio il Belgio, con una spesa pari a circa il 18% dello stipendio.

Che impatto ha l’aumento del costo della vita e in particolare del caro-affitti sulle modalità di spesa e di risparmio degli europei? E quanto pesa questo impatto nella valutazione dell’attrattività di un Paese?  

L’Indice di vivibilità (misurato in 12 Paesi europei: Italia, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia e Svizzera), della banca online N26 è uno studio che ha l’obiettivo di individuare i Paesi europei che offrono una migliore qualità della vita. La speciale classifica – creata in base alla percentuale di stipendio mensile speso per l’affitto e per l’elettricità, alla variazione tra inflazione e percentuali di aumento salariale e alla concentrazione di persone in ogni Paese – considera le spese relative all’affitto e l’energia elettrica che gli abitanti si trovano ad affrontare, oltre alla densità della popolazione e al senso generale di felicità dei residenti (dati sono stati raccolti dall’ultimo World Happiness Report). Tra i vari costi analizzati per definire il ranking dei paesi più vivibili in Europa, quindi, rivestono particolare importanza quelli relativi all’affitto, soprattutto se analizzati in relazione all’ammontare medio degli stipendi.

Secondo lo studio elaborato dalla banca N26, l’Italia si classifica all’ultimo posto del ranking con focus affitti: la situazione caro-affitti nel nostro paese ha un impatto non indifferente sugli stipendi mensili degli italiani, tra i più bassi in Europa. Oltre il 52% del salario infatti è destinato all’affitto, percentuale più elevata tra i Paesi europei considerati, considerando la media nazionale del costo degli affitti per un bilocale, che si attesta attorno ai 1.400 euro. L’analisi più dettagliata delle città italiane vede Firenze come la più costosa, con una media mensile di costi per affitto pari a 1.806 euro e picchi di 2.200 euro per il centro storico. Milano segue con una media di 1.674 euro mensili, ma torna in vetta se consideriamo il picco più alto di costi per bilocali in centro storico, con circa 2.838 euro mensili. A Roma, invece, terza in classifica, il costo medio degli affitti per un bilocale è sotto la media, con un prezzo medio di 1.200 euro. Non va meglio per le stanze singole, richieste tipicamente da lavoratori dipendenti residenti a più di 100 km dalla sede di lavoro e, soprattutto, dagli studenti universitari fuori sede – che nel corso del 2023 hanno avviato una campagna in tutto il Paese per sensibilizzare il Governo verso il diritto allo studio messo in pericolo dai canoni di affitto insostenibili

Se l’Italia è il fanalino di coda di questa classifica di N26, a precederla tra i Paesi europei troviamo la Spagna, con un prezzo medio di affitto mensile pari a 1.377 euro, i Paesi Bassi, 1.620 euro circa, e il Regno Unito con 1.460 euro al mese. In questi Paesi le percentuali di stipendio da destinare all’affitto sono più basse, rispettivamente di 45% per la Spagna e 37% per i Paesi Bassi e il Regno Unito. Al primo posto della classifica troviamo invece il Belgio, dove l’affitto di un bilocale costa circa 800 euro mensili: qui gli abitanti destinano solo il 18% del proprio stipendio a questa spesa. Ad occupare il secondo e il terzo posto ci sono Svizzera e Danimarca, dove per un bilocale che costa rispettivamente 1.733 euro e 1.159 euro si destina in media il 21% del proprio stipendio mensile.

Metodologia usata – L’Indice di vivibilità di N26 si focalizza su 12 paesi europei selezionati in base al loro richiamo per la ricollocazione, alla dimensione della popolazione e alla stabilità economica. Le classifiche sono state determinate analizzando le spese medie per l’energia nel 2023, gli aumenti salariali medi dal 2022 al 2023, la densità di popolazione al 16 luglio 2023 e i livelli di felicità medi negli anni 2020-2022. Classifiche più alte riflettono spese per l’energia più basse, aumenti salariali più elevati rispetto all’inflazione, densità di popolazione più bassa e livelli di felicità più alti, con l’intento di evidenziare i paesi più favorevoli per la ricollocazione o la residenza in base al punteggio complessivo. 

L’abitazione degli over 65 nella fase di Longevity. Downsizing immobiliare e coperture finanziarie

Consulenza patrimoniale. Mediamente il denaro per la vecchiaia è un quinto degli asset immobiliari, difficili da liquidare in caso di urgenza. Agli anziani serve maggiore liquidità e una casa più piccola. 

In un primo articolo dedicato alla c.d. Longevity, ossia la fase della vita in cui ognuno di noi si trova a programmare la prossima vecchiaia e pianificare i mezzi di sostentamento, ci siamo occupati di alcuni principi generali e delle possibili soluzioni a livello soprattutto finanziario, ma risulta impossibile fornire una analisi completa senza trattare in modo più approfondito la relazione tra le persone e la propria abitazione, quella cioè dove trascorreranno anzianità e vecchiaia.

Su questo tema, è utile partire da alcune statistiche piuttosto significative riguardanti le abitazioni degli over 65. Infatti, l’80% di loro possiede la casa in cui vive, e oltre il 50% vive in case di almeno 4 locali. Il 35% delle loro case è stata costruita prima del 1960, è poco efficiente dal punto di vista energetico e necessita di spese di ristrutturazioni straordinarie economicamente impegnative. Di conseguenza, il 40% delle spese mensili di un over 65 è destinato alla casa, che per il 50% di essi è senza ascensore, situazione tipica dei nostri tanti centri storici. Inoltre, circa il 30% degli over 65 vive solo, e questo si riflette sul livello di protezione dell’incolumità di chi ci abita, poiché il 28,6% degli over 65 subisce almeno una caduta nell’arco di 12 mesi dall’ingresso nella Longevity, e il 60% delle cadute avvengono in casa, con conseguenze spesso irreversibili in relazione alla salute e all’autosufficienza (la reiterazione delle cadute porta spesso all’assunzione di personale domestico o al ricovero in una RSA).

In relazione al patrimonio immobiliare, il consulente patrimoniale/finanziario si trova spesso di fronte ad una forte sproporzione tra gli asset immobiliari e quelli mobiliari, i quali ultimi risultano mediamente pari al 20% del totale complessivo degli asset. Ciò significa che, mediamente, il denaro liquido a disposizione per la vecchiaia risulta essere pari ad un quinto degli asset immobiliari, notoriamente illiquidi e/o difficili da liquidare in caso di urgenza medica. Per questo motivo, il professionista del patrimonio deve suggerire, laddove possibile, la vendita di immobili non legati ad esigenze concrete del soggetto longevo principalmente per due motivi. Il primo riguarda la realizzazione di liquidità utile ad affrontare le spese crescenti della Longevity per non pesare sui figli; il secondo riguarda gli immobili mesi a reddito ed è legato alla necessità di eliminare qualunque rischio afferente alla eventuale insolvenza degli inquilini, difficilissima da gestire soprattutto da anziani.

E se il denaro liquido è insufficiente e l’abitazione è una sola? In questo caso – peraltro tra i più frequenti – le case di ampia quadratura si rivelano poco adatte alle persone longeve (per via dei costi di gestione e dei pericoli di incolumità generati dal maggiore spazio), per cui negli ultimi dieci anni ha preso piede la soluzione che prevede il trasferimento in una casa più piccola, pensata però per agevolare la vita domestica quotidiana. Negli USA, per esempio, esistono agenzie che si occupano di tutto, dalla vendita della vecchia casa all’acquisto di una più piccola (c.d. Downsizing) e adeguata alla longevità. Negli Stati Uniti ed in Nord Europa sono sorti già da diversi anni condomini appositamente pensati per residenti Senior, dove si possono conciliare la privacy di un appartamento privato con l’assistenza giorno e notte e luoghi per la socializzazione: ristorante, sala fitness, caffetteria, sala lettura ecc. In Italia questo settore non è ancora così sviluppato, ma il mercato dei Senior living sta esplodendo, così come i condomini smart con servizi di concierge.

Questo tipo di soluzione, a ben vedere, risponde anche alla necessità di evitare l’isolamento e la tipica marginalizzazione della persona longeva, che a causa della solitudine accelera il proprio decadimento fisico e cognitivo. Secondo L’ISTAT, gli uomini che vivono da soli passeranno da 3,6 milioni nel 2020 a 4,3 milioni nel 2040 (+20%), e le donne sole da 5 a 6,1 milioni (+23%). Attualmente il 61% delle persone sole è over 65. Arrivare a questa situazione senza una specifica tutela dai rischi del futuro fino ad oggi è stata quasi la norma per gli attuali over 70, ma attraverso polizze sanitarie e LTC, piani di accumulo e fondi pensione, a cui associare la ristrutturazione della propria abitazione o il downsizing, è possibile determinare una forma di protezione di sé e dei propri familiari, per evitare che ricada su di loro l’assistenza a lungo termine: il futuro anziano investe in una polizza e/o in un piano di accumulo e genera maggiore liquidità con il downsizing per evitare una spesa maggiore in futuro, che potrebbe erodere significativamente il suo patrimonio e pertanto quello dei suoi eredi, oppure gravare direttamente o indirettamente su di essi.

Mediamente, il costo che si deve sopportare per una badante è intorno ai 1.500/1.600 euro (contributi compresi). Difficile la stima del costo di un eventuale adeguamento dell’abitazione privata a un residente molto anziano, ma in questo caso il ritorno sull’investimento potrebbe essere quello di intervenire in anticipo rispetto al momento in cui la persona avrà bisogno di assistenza. Infatti, il pensionamento costituisce di fatto il maggior investimento di tutta la vita, e come tale necessita di una pianificazione che tenga in conto molte variabili diverse: quando e come smettere di lavorare, se gradualmente o di colpo, dove invecchiare (casa e location), con chi (famiglia/socialità), le condizioni fisiche, la tutela da malattie invalidanti, le volontà di successione e la preparazione del patrimonio al passaggio di consegne. In tal senso, la pianificazione della vecchiaia è solo un “ingrediente” della pianificazione successoria. Prima di questa, il consulente deve aiutare il cliente e la sua famiglia a pianificare la massima qualità di vita per tutti gli anni della vita residua.

New York, quanto costi? Guida completa per millennials in carriera e “boomers” con figli ambiziosi

Affitti, bollette, trasporti e assicurazione sanitaria, per non parlare del mutuo. Nella prima delle guide di P&F dedicate alle mete lavorative più sognate dagli italiani le informazioni utili a scegliere (o meno) la Grande Mela.

Di Marco D’Avenia

Quanto costa vivere a New York? E’ la domanda più frequente ed esplorata dai “sognatori” di tutta Europa, grazie anche alla corposa cinematografia passata dai nostri schermi: da “Taxi Driver” a “Colazione da Tiffany”, passando per “Wall Street” e “The Wolf of Wall Street”. La Grande Mela, infatti, ha sempre colpito l’immaginario collettivo di noi italiani, senza distinzione di età e attraversando almeno 4 generazioni. Inoltre, negli ultimi quindici anni, in Italia si è radicato un certo spirito transnazionale che ha generato una grande ondata migratoria di giovani e giovanissimi verso altri Paesi europei, alcuni dei quali – Irlanda e Regno unito, soprattutto – sono dei veri e propri trampolini di lancio verso gli Stati Uniti, dove molte grandi corporation presenti a Dublino e Londra hanno lì la propria casa madre.

New York, naturalmente, è la meta lavorativa più sognata, ma sia per i millennials in carriera sia per i “boomers” con figli ambiziosi è necessario capire quanto costi veramente viverci. Pertanto, oltre ad altre informazioni di redazione, per completare questa indagine ci siamo affidati a Forbes Advisor, ossia uno dei portali più autorevoli in materia di costi medi nelle città americane. La Grande Mela, infatti, offre opportunità uniche: è l’incarnazione del sogno americano ma contemporaneamente è una delle metropoli più care al mondo. Chi volesse valutare concretamente il trasferimento in questa città, non deve essere precipitoso e deve avere un piano ben preciso, avendo bene in mente quali siano i costi che deve affrontare. Partire senza queste informazioni potrebbe essere un enorme errore, capace di determinare il classico scenario del “pugno di mosche in una mano” e del biglietto di ritorno nell’altra.

Se il raggiungimento di un grande obiettivo nasce sempre da un piccolo passo, cominciamo dal viaggio di “sola andata” verso gli USA, che ha un grande valore simbolico ed emozionale. Esso, infatti, determina il distacco che segna la differenza tra viaggiare per turismo e viaggiare per trovare un lavoro adeguato lasciando il proprio paese e la propria famiglia. Per questa tratta si spendono mediamente da 400 a 600 euro dall’aeroporto di Fiumicino, a cui vanno aggiunti i costi accessori (bagaglio, posto assegnato etc) ed il costo del viaggio per raggiungere lo scalo romano. Prima di essere atterrati all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy e arrivare in città (e prima ancora di farsi ipnotizzare dai billboard pubblicitari di Times Square), si presume che si abbia avuto l’accortezza di cercare preventivamente una sistemazione, per evitare di ritrovarsi sul lastrico in men che non si dica. Ed è qui che le cose si fanno interessanti. La città infatti sembra inghiottirti con i suoi 785 km² di estensione. Tuttavia, c’è sempre una costante che caratterizza ogni grande agglomerato urbano del mondo: vivere in zone centrali costa molto di più che vivere in periferia, per cui è meglio scegliere una via di mezzo ed evitare tre ore al giorno di viaggio – dal lunedì al venerdì, tra andata e ritorno – da casa al lavoro.

Il distretto newyorkese del Queens, per esempio, è vicinissimo agli aeroporti più importanti della città (J.F.K. e La Guardia) e include i seguenti quartieri: Long Island, Astoria, Jackson Heights, Flushing, Forest Park, Jamaica e Rockaways. Il Queens è la manifestazione di uno dei melting-pot culturali più vivaci di New York, grazie alle molte etnie che lo abitano. Qui si trovano facilmente famiglie di origine italiana, che rappresentano l’8,4% dei 2,2 milioni di persone complessive che lo abitano (praticamente gli abitanti della città di Milano in un unico distretto/quartiere metropolitano). Ma quanto costa vivere nel Queens? Innanzitutto, per mantenere uno standard di vita dignitoso è necessario avere un reddito annuo di circa 60mila dollari, ossia circa il 15% in meno rispetto a quanto costa vivere a Brooklyn e il 40% in meno di quanto costa mediamente vivere a Manhattan. Un’informazione davvero preziosa, visto che il Queens non è uno dei distretti più celebri della Grande Mela.

Gli esperti di vita newyorkese suggeriscono di non spendere più del 30% del proprio stipendio per garantirsi un tetto sopra la testa, perché molti dei costi che in Italia sono gratuiti – o presunti tali, come la Sanità – negli USA sono a pagamento e costano tantissimo (come l’assicurazione medica). Nel Queens partiamo da una base di circa 1.500 dollari al mese per un monolocale di 50 metri quadrati. A questa spesa vanno aggiunti i contributi obbligatori imposti dalla municipalità (un pò come la nostra TARI) e gli extra come il servizio lavanderia (molte case a New York non hanno la lavatrice in casa), aria condizionata e persino la lavastoviglie. Il costo totale dell’abitazione, pertanto, si attesta a non meno di 2.500 dollari al mese.

Relativamente al capitolo trasporti, dobbiamo fare i conti con il fatto che New York è la metropoli più grande del pianeta e la seconda al mondo per numero assoluto di abitanti, seconda solo a Londra e a qualche megalopoli cinese. Pertanto, trovare lavoro lontano dalla propria abitazione comporta, oltre al disagio, costi notevoli. Per esempio, una singola corsa – con il biglietto unico che vale per tutti i mezzi di trasporto – costa 2,90 dollari, mentre l’abbonamento settimanale alla MetroCard costa invece 34 dollari (il mensile 132 dollari).

Possedere un’auto personale, anche se piccolina, è fortemente sconsigliato, e rifiutare di muoversi con i mezzi pubblici a New York potrebbe rappresentare un problema insuperabile; il rischio è quello di rimanere imbottigliati nel traffico più cinematograficamente rappresentato di tutti i tempi, arrivare tardi al lavoro e il rischio di venire licenziati in tronco (due ritardi nella stessa settimana sono già una giusta causa di licenziamento). Qualora però le circostanze lavorative permettano l’uso della macchina, la benzina costa poco (in media 0,88 euro al litro), però ogni newyorkese perde in media 117 ore all’anno bloccato negli ingorghi cittadini.

Come dicevamo, garantirsi un reddito adeguato è fonte di stabilità per vivere a New York, molto più di quanto non succeda in Italia, dove la Sanità gratuita e la rete familiare assicura un rifugio sicuro in caso di difficoltà. Secondo PayScale, il reddito medio annuo di un abitante della Grande Mela ammonta a circa 89mila dollari. New York è conosciuta per il suo settore terziario, una vera eccellenza a livello globale. Ecco alcuni dei lavori che puoi trovare nella metropoli americana con il corrispondente reddito annuale medio: software engineer (115mila dollari), project manager (85mila dollari), marketing manager (84mila dollari), solo per citarne alcuni. Buoni anche gli stipendi di altri lavori meno qualificati, come ad esempio il cameriere: parliamo di un’entrata che si attesta sui 70mila dollari per anno.

Una volta trovato casa e lavoro, è bene analizzare quanto costa nutrirsi a New York. La spesa alimentare, infatti, potrebbe incidere molto sulla tenuta economica. Nella Grande Mela un litro di latte intero costa oggi circa 1,30 dollari, 125 grammi di pane bianco 1,17 dollari, mentre una dozzina di uova arriva a 5,50 dollari. Per quanto riguarda il caffè, invece, nota dolente per noi italiani: un espresso a New York potrebbe costare anche 4 dollari, ossia quasi 4 volte di più rispetto al costo della tazzina nei bar italiani. Una cena (o un pranzo) per due persone al ristorante non costa meno di 150 dollari (antipasto, una portata principale e dolce, vini esclusi), mentre il più famoso “benchmark” nutrizionale del mondo, ossia la pizza margherita, si compra (da asporto) a 15 dollari, e cioè circa due volte rispetto all’Italia.

Il capitolo sanità è molto importante, poiché costituisce una percentuale significativa del budget di ogni americano. Negli Stati Uniti, infatti, non esiste un servizio sanitario gratuito, e quindi è necessario possedere un’assicurazione sanitaria per evitare di prosciugare il proprio portafoglio tra le corsie di un ospedale. Infatti, una visita generica dal medico di base può costarti 163 dollari, lo stesso vale per un appuntamento col dentista, mentre una visita agli occhi arriva a 136 dollari. Una prescrizione farmaceutica tocca invece quota 406 dollari, ma uno dei farmaci più comuni, l’Ibuprofene, è venduto a circa 11 dollari. Senza assicurazione medica, un giorno di ricovero in ospedale può costare circa 3.600 dollari; pertanto è indispensabile rivolgersi a compagnie assicurative che propongono piani sanitari personalizzati. I più economici costano da 877 dollari al mese per una copertura individuale a 1.755 dollari al mese per due adulti, fino a 2.500 dollari al mese per un’intera famiglia.

In definitiva, New York si rivela una meta lavorativa piuttosto impegnativa e, al contempo, una sfida tra le più dure in termini di competizione e ambizione personale. Per chi pensa di non reggere a ritmi frenetici e standard di produttività attesa molto al di sopra di quelli europei (e anche rispetto a quelli americani “ordinari”), questa metropoli potrebbe rivelarsi un obiettivo troppo duro, a cui non è semplice abituarsi. Ma l’America non è solo New York

Michael Blümke: recessione improbabile, ma il taglio dei tassi è rimandato

Economia statunitense solida, ma l’obiettivo del 2% di inflazione rimane lontano. Eurozona in recessione tecnica, ma il peggio è passato. Cina zavorrata dalle difficoltà del settore immobiliare.

di Michael Blümke*

“L’attuale stima del Fmi in merito alla crescita economica globale nel 2024 si attesta al 3,1%, al di sotto della media di lungo periodo. Sebbene la crescita solida e il il calo dell’inflazione rendano sempre più improbabile una recessione globale, i consistenti stimoli fiscali, la solidità dei mercati del lavoro e le incertezze geopolitiche potrebbero compromettere il processo disinflazionistico nel medio periodo. Nei prossimi mesi le banche centrali cominceranno a ridurre i tassi di riferimento, ma lo faranno più lentamente e gradualmente di quanto i mercati abbiano finora previsto. Nel 2024, più della metà della popolazione mondiale sarà chiamata alle urne in oltre 70 Paesi. Gli attuali governanti vareranno stimoli fiscali con l’intento di assicurarsi la rielezione e i risultati elettorali avranno ripercussioni sugli sviluppi fiscali, commerciali e geopolitici del mondo e su quelli legati alle politiche sull’immigrazione.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti, il trend disinflazionistico perde vigore ma resta finora intatto. Siamo tuttavia convinti che il mercato sbagli ad attendersi un taglio dei tassi già a marzo e che ulteriori dati economici positivi getteranno un’ombra sulle aspettative ottimistiche di un allentamento monetario. Con un aumento del Pil del 3,3 % nel quarto trimestre 2023, l’economia statunitense ha ancora una volta sorpreso i mercati in positivo. Negli Stati Uniti, la congiuntura è cresciuta a ritmi che non si vedevano da sette mesi, sospinta dall’elevato numero di ordinativi. Le prospettive del primo trimestre 2024 fanno prevedere una robusta espansione. Infatti, se l’attività industriale ristagna, il sentiment dei consumatori è decisamente migliorato, per cui non sorprende che la crescita economica continui a beneficiare delle solide vendite al dettaglio.

Anche il mercato del lavoro continua il proprio processo di normalizzazione ritornando ai precedenti equilibri. Il mercato immobiliare è sostenuto dal ribasso dei tassi ipotecari e dovrebbe quindi esibire un miglioramento nei prossimi mesi. Mentre a dicembre l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,4%, i dati sul PCE (spesa per consumi personali) forniti dalla Fed sono più incoraggianti. A dicembre, il PCE core è sceso al di sotto del 3% e anche le aspettative di inflazione sembrano tuttora ben ancorate. Il rallentamento dell’inflazione rappresenta uno sviluppo positivo. In particolare, la solidità del mercato del lavoro, i consumi robusti e gli ulteriori stimoli fiscali in vista delle elezioni presidenziali di novembre determineranno probabilmente il prolungamento del ciclo disinflazionistico, rendendo più difficile un rapido ritorno all’obiettivo di inflazione del 2%. Pertanto, mancano le premesse per un taglio dei tassi, malgrado le notizie positive. La Fed dovrebbe ancora attendere il pieno dispiegarsi degli effetti della sua campagna di inasprimento. L’istituto centrale resta naturalmente alle prese con un dilemma: una reazione troppo tardiva rischierebbe, in primo luogo, di causare un eccessivo rallentamento economico e, in secondo luogo, di far apparire l’istituto come politicamente motivato in vista delle elezioni.

Eurozona. “Nell’Eurozona, i dati macroeconomici fanno presagire una stabilizzazione dell’economia fino a metà anno e gli spread dei titoli di Stato non danno adito a timori di frammentazione, pertanto nemmeno qui vediamo motivi per cui la Bce dovrebbe agire frettolosamente”. I dati del quarto trimestre 2023 provenienti dall’Eurozona restano deboli. Nella seconda metà del 2023, l’economia della regione è scivolata in una recessione tecnica, ma i dati disponibili ci inducono a ritenere che il peggio sia passato. La crescita rimarrà debole anche nella prima metà del 2024, ma non prevediamo una grave recessione, semmai una crescita economica stagnante. A dicembre, la disoccupazione nell’Eurozona è scesa al 6,4%, un livello mai registrato prima. A differenza degli Stati Uniti, a gennaio la fiducia dei consumatori dell’area euro è diminuita ulteriormente e a fine 2023 le vendite al dettaglio si sono ulteriormente ridotte. L’aumento dei salari reali e la disoccupazione ai minimi storici dovrebbero tuttavia sostenere la domanda privata nei prossimi mesi. L’incremento della domanda dei consumatori e i crescenti costi del lavoro potrebbero però rendere più vischiosa l’inflazione, impedendo un rapido processo disinflazionistico.

La debolezza della domanda globale crea problemi ai paesi e ai settori orientati alle esportazioni. Il settore manifatturiero tedesco ne risente particolarmente. Gli ordini in entrata e la produzione nel settore industriale hanno subito un’ulteriore contrazione. L’indagine della Bce sull’erogazione del credito mostra condizioni di prestito ancora tese, ma indica anche che ci siamo ormai lasciati alle spalle il picco dell’inasprimento. A quota 3,6%, l’inflazione di fondo è scesa su base annua, pur restando nettamente al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. La Bce manterrà un atteggiamento dipendente dai dati, attendendo di vedere gli sviluppi dei prossimi mesi.

Cina. Le prospettive della Cina sono leggermente migliorate rispetto agli scorsi mesi, ma i futuri sviluppi continueranno a dipendere dalla velocità con cui si risolveranno i problemi del settore immobiliare. L’economia cinese resta debole. L’anno scorso la crescita complessiva del paese ha raggiunto il 5,2%, in linea con l’obiettivo ufficiale di crescita del 5% circa. Il 2023 si è chiuso con risultati eterogenei: inflazione debole, calo del settore dei servizi e livelli ancora modesti di erogazione del credito da parte delle banche a fronte della stabilizzazione del settore manifatturiero e del miglioramento delle esportazioni rispetto ai precedenti bassi livelli. I consumi restano uno dei principali motori della crescita grazie anche al solido aumento delle vendite al dettaglio nel terziario.

Anche nell’industria si delinea un trend ascendente, mentre il settore immobiliare resta il fanalino di coda, nonostante il lancio di progetti di edilizia residenziale a prezzi accessibili, diverse misure di allentamento e iniezioni di liquidità. Il contesto economico resta deflazionistico, mentre l’inflazione di fondo a +0,6% rimane positiva su base annua. I sondaggi sull’attività economica futura sono ancora deboli e fotografano un’economia stagnante. In reazione a tali risultati, le autorità politiche si stanno dando maggiormente da fare. Pur in assenza di notizie più dettagliate, il deficit di bilancio dovrebbe rimanere intorno all’8% del Pil. Le autorità monetarie sosterranno la politica fiscale espansiva. La Banca centrale cinese ha di recente sorpreso i mercati riducendo di 50 punti base i coefficienti di riserva minima, un taglio superiore alle aspettative e preannunciando il varo di ulteriori misure.

*portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Zest: la favola dei “Magnifici 7” sta per concludersi?

Il mercato azionario Usa resta dominato dai cosiddetti “Magnifici 7” (Nvidia, Tesla, Meta, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet), che nell’ultimo periodo sembrano essere già diventati i “Magnifici 5”.

“L’inizio del 2024 ha confermato la tendenza osservata nel 2023, con la performance del mercato azionario USA sempre più ristretta a pochi nomi. I cosiddetti “Magnifici 7” (Nvidia, Tesla, Meta Platforms, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet) hanno in realtà perso due compagni e in effetti l’attuale ristrettezza del mercato non sembra sostenibile nel lungo periodo, come si osserva guardando al passato”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore di fondi Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest Sa.

Osservando la “Performance Contribution” cumulata dell’S&P500 da inizio anno, si può notare come solo 17 titoli hanno generato circa il 100% della performance dell’indice, mentre gli altri 483 non hanno apportato crescita, azzerandosi a vicenda. Ciò significa che, a oggi e come nel 2023, avere un portafoglio diversificato non è stata una scelta ottimale. Al contrario, avere un portafoglio concentrato, soprattutto in determinati titoli, è risultato vincente. Lo stesso concetto può essere osservato in ottica settoriale. Il 74% del rendimento dall’inizio dell’anno dell’S&P500 è stato realizzato da due settori: Information Technology e Communication Services. Aggiungendo il terzo settore, l’Healthcare, la performance raggiunge l’88% del totale. Concentrandosi sui migliori titoli all’interno dei tre comparti, emerge anche qui la ristrettezza del mercato. In ognuno dei settori spicca un titolo che ha contribuito per più del 50% alla performance totale: Nvidia per il 70% dell’Information Technology, Meta per il 71% di Communication Services e Eli Lilly per il 58% dell’Healthcare.

I “Magnifici 7“, i grandi trionfatori del 2023, in questo inizio di 2024 hanno perso due colossi del mercato mondiale come Apple e Tesla, che sono scesi dal carro dei vincitori. Le restanti cinque società, invece, hanno contribuito per più della metà della performance da inizio anno dell’S&P500. La significativa ristrettezza del mercato a cui stiamo assistendo oggi è un fenomeno che si è già verificato in passato. Se si osserva l’andamento dell’indice S&P500 dal 1971, emerge che abbiamo raggiunto un livello mai toccato prima in termini di peso dei primi cinque titoli, il quale in parte è giustificato dalla straordinarietà di queste società. Rispetto ai competitors (se esistono) queste società crescono di più e hanno free cash flow maggiori, e quindi ritorni sul capitale più alti. “Questa condizione non sembra essere sostenibile nel lungo periodo”, conclude Conca (nella foto). “Se si osserva il trend storico, dopo un periodo in cui i primi cinque titoli hanno pesantemente sovraperformato gli altri, gli anni successivi sono stati caratterizzati da performance dell’indice notevolmente allargate, con la contribuzione al risultato finale molto più omogenea. Inoltre, sembra che dopo questi picchi generati da pochi titoli, la successiva discesa è significativamente auto-correlata, ovvero gli investitori scaricano i Top 5 dai propri portafogli per acquistare azioni delle altre società più piccole”.

Consulenti finanziari: Anasf stretta tra ambizioni europee e conflitti di potere

Marucci: “La convocazione degli stati generali di Anasf da parte di Mei sembra determinare un conflitto di potere interno. Ne farà le spese il dibattito sul contratto unico nazionale dei consulenti”.

Intervista di Alessio Cardinale

Raramente, in tutti questi anni, sotto la coltre di calma apparente il “non-sindacato” dei consulenti finanziari ha mostrato segni di nervosismo. Del resto, dopo l’ultima presidenza – quella di Maurizio Bufi – che ha condotto una battaglia di categoria (sulle società tra consulenti finanziari) contro Assoreti, Anasf si è gradualmente adagiata su una illogica posizione di partnership proprio con Assoreti, ossia con quella che dovrebbe essere, in una ipotetico confronto tra parti sociali, l’organizzazione di segno opposto, contro la quale rivendicare i diritti della base e difendere le prerogative economiche degli iscritti. In pratica, è come se i sindacati dei metalmeccanici – che come Anasf non hanno personalità giuridica – stringessero un rapporto di partnership con Assindustria nazionale.

Da qui la definizione di Anasf come un “non-sindacato”, sia per la natura statutaria dell’Associazione – che prevede un’ampia attività di tutela degli aderenti ma non la qualifica specifica di organizzazione “sindacale” – sia per la sostanziale improduttività di tale relazione “contro natura”. Ad oggi, infatti, non c’è ancora traccia del tanto agognato contratto unico nazionale dei consulenti finanziari, i margini di ricavo dei professionisti non aumentano (anzi…) nonostante gli enormi utili delle società mandanti e – un esempio tra i tanti – la battaglia dell’ex presidente Bufi sulle società di consulenti finanziari giace nell’angolo più angusto del dimenticatoio. In particolare, relativamente al contratto unico nazionale si è preferito privilegiare, nell’ormai lontanissimo 2014, il contratto europeo, che in teoria avrebbe dovuto “…stabilizzare la redditività professionale, rendere più appetibile la professione per i giovani, con uno status più riconoscibile e stabile, tutelare meglio i risparmiatori, risolvendo i principali conflitti d’interessi…”. In tutta evidenza, però, promuovere un inquadramento unico europeo senza aver vissuto l’esperienza indispensabile di un contratto unico nazionale appare oggi come l’ambizioso tentativo di saltare un passaggio fondamentale in ambito domestico; tanto più che, di quell’obiettivo continentale, non se n’è fatto nulla.

Dopo la sua elezione, nel 2020, il presidente Luigi Conte (nella foto) si è oggettivamente mosso verso un dibattito più concreto sul tema contrattuale dei consulenti, ma ormai sono passati quasi quattro anni, ed è impossibile non imputare questa lentezza anche alla “partnership innaturale” con Assoreti, che non sembra così interessata ad accelerare sull’argomento. Inoltre, la recente convocazione del congresso straordinario di Anasf avrebbe potuto rappresentare il momento opportuno per stendere le linee programmatiche attraverso le quali arrivare al contratto unico, eppure si è preferito anche questa volta perseguire altri obiettivi, in particolare quelli di “acquisire personalità giuridica e accedere più agevolmente a fondi e sovvenzioni italiane ed europee per affermare il ruolo della professione, anche attraverso una presenza sempre più qualificata nelle decisioni normative a livello italiano ed europeo”. Tali obiettivi sono sicuramente autorevoli, ma insufficienti e troppo generici per intravedere in essi la volontà di trovare finalmente delle soluzioni ai temi centrali della categoria dei consulenti finanziari, e cioè la stabilizzazione dei redditi, la  maggiore tutela della posizione lavorativa, l’investimento sui giovani per abbassare l’età media dei professionisti e la protezione dei risparmiatori. Se poi riflettiamo sul fatto che i sindacati non abbiano personalità giuridica (non hanno mai applicato la previsione dell’art. 39 Cost.), mentre Anasf potrebbe ottenerla e firmare in teoria atti di rappresentanza erga omnes nell’interesse della categoria, il mantenimento della partnership con Assoreti avrebbe persino del paradossale.

In ultimo, la posizione critica di Alfonsino Mei esplosa all’interno dell’Anasf dopo la revoca allo stesso Mei da parte di Luigi Conte di rappresentare l’Associazione nella Fondazione Enasarco – che gestisce tutta la previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari e di cui Mei è rappresentante legale – rischia di creare una frattura insanabile all’interno dell’Associazione. 

Prof. Marucci, come si spiega secondo lei questo atto di forza del presidente Conte verso Alfonsino Mei? 
Indubbiamente le ragioni che hanno portato il presidente dell’Anasf ad assumere una decisione così rilevante, al di là del fatto che derivino anche da precise scelte di natura statutaria, hanno una propria ragione politica proprio per il ruolo istituzionale ricoperto dal presidente Conte, che ha comunque dimostrato di rappresentare degnamente l’Anasf. In tal senso, la convocazione da parte di Mei degli stati generali dell’associazione (Firenze, 22 e 23 febbraio) su un tema così delicato quale la consulenza sembrerebbe una provocazione di uguale natura, cioè politica, contro il cuore della classe dirigente di Anasf, e appare strumentale all’obiettivo di “contarsi” per consolidare una posizione interna che possa essere in grado di contrastare la leadership di Conte.

Nel concreto, cosa può aver mosso Mei ad agire in modo così sorprendente?
La convocazione degli stati generali da parte di Alfonsino Mei (nella foto), probabilmente, risponde ad una logica strumentale, e cioè quella di ribaltare il sistema di gestione di Anasf secondo criteri di valutazione cari ad un management non più al passo con i tempi moderni, che invece impongono un modello di rappresentanza più efficace dei consulenti finanziari, scevro da altri fronti di interesse non più in linea con le istanze collettive. Per questo motivo, anziché lanciare il guanto di sfida verso inopportune prove di forza, sarebbe meglio incanalare la dialettica degli opposti e il terreno di confronto democratico all’interno delle sedi istituzionali dell’organizzazione.

Quanto è sentito dalla base dei consulenti finanziari il tema delle maggiori tutele generate da un contratto unico nazionale?
Oggi è molto più sentito rispetto ai tempi in cui i margini elevati assicuravano una retribuzione significativa, di fronte alla quale i consulenti non erano affatto sollecitati a confrontarsi con le società mandanti. Dopo una serie di periodici tagli che, dopo il 2008, hanno determinato una diminuzione di almeno il 50% dei ricavi a parità di portafoglio amministrato, i consulenti finanziari hanno acquisito maggiore sensibilità verso un maggior livello di stabilità, ma i tentativi fatti da Anasf, pur essendo apprezzabili, si sono rivelati privi di efficacia, ed oggi ci troviamo in gravissimo ritardo proprio sulla principale fattore di tutela collettiva, ossia il contratto di lavoro.

A cosa si riferisce in particolare?
Nel 2014 è stato proposto dall’associazione dei consulenti un modello contrattuale europeo, che però si è rivelato essere niente altro che uno schema di perfezionamento dell’attuale contratto di agenzia applicato in modo standardizzato da quasi tutte le reti di distribuzione. Sostanzialmente si riproponeva, salvo qualche aggiunta migliorativa sull’estensione del welfare (art.4) e previdenza (art.15), uno standard già collaudato a vantaggio della mandante, che alla luce delle modificazioni sostanziali intervenute dopo l’applicazione della Mifid II non trovano una rispondenza alle reali esigenze della categoria dei consulenti. In sostanza, siamo ancora all’anno zero.

Questo scontro di potere allontanerà o avvicinerà il momento in cui finalmente il tema del contratto verrà affrontato da Anasf in modo concreto?
Gli scontri di potere al vertice non fanno bene alle riforme richieste dalla base, a meno che le stesse non diventino strumentali per chi voglia vincere il confronto. Mi auguro solo che il tema non venga utilizzato in termini di propaganda politica tra opposte fazioni, e poi miseramente abbandonato dopo che le acque si siano calmate.

Healthcare, il mercato mondiale dei servizi di consulenza sanitaria decolla grazie al digitale

Un recente rapporto spiega come la digitalizzazione contribuisca a spingere in modo significativo la crescita del mercato dei servizi di consulenza in ambito healthcare.

Vola il mercato globale dei servizi di consulenza in ambito sanitario: secondo il rapporto stilato dal The Business Research Center, il settore nel 2024 supererà i 28 miliardi di dollari di valore – dai 25 miliardi di valore del 2023 – per arrivare poi a sfiorare entro il 2028 i 50 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale aggregato del 13,9%. Tra le regioni è il Nord America l’area guida, a livello mondiale, del mercato dei servizi di consulenza sanitaria mentre le stime vedono nell’Asia-Pacifico la regione più promettente in termini di crescita nel periodo di previsione oggetto dell’indagine di mercato (2024-2033).

La forza trainante dietro questa ondata di crescita è rappresentata, in primis, dall’impatto della digitalizzazione sui servizi di consulenza sanitaria. L’impiego e l’utilizzo del digitale e delle sue applicazioni, infatti, è in grado di trasformare i modelli di business, contribuendo a generare valore e favorendo la scoperta di preziose informazioni sulla gestione e il monitoraggio delle patologie. Ciò ha applicazioni dirette anche sulla rapida espansione del mercato globale dei programmi di supporto al paziente (PSP) che, secondo quanto riportato da un’analisi svolta da Insight Ace Analytic, raggiungerà i 64,36 miliardi di dollari di valore entro il 2031 con un tasso annuo di crescita del +16,62%. I PSP sono molto richiesti all’interno dell’industria farmaceutica in quanto l’assistenza sanitaria è sempre più incentrata sul paziente che ora non vuole più solo farmaci ma anche ricevere informazioni, supporto, risorse e strumenti per poter gestire efficacemente i problemi di salute. Questi strumenti sono molto utilizzati nel trattamento di malattie croniche come il diabete, il cancro e i disturbi autoimmuni, in quanto possono migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti, i risultati complessivi in termini di salute e l’esperienza sanitaria, diventando così sempre più una parte importante della moderna assistenza sanitaria.

Un trend, quello dell’espansione del mercato dei programmi di supporto al paziente, che sta guidando il mercato dei servizi di consulenza sanitaria anche in Italia, come confermato anche dal parere degli esperti. “La centralità del paziente è uno degli obiettivi principali che dovrebbe perseguire il nostro Servizio Sanitario Nazionale, perché ciascun soggetto è portatore di una propria complessità e necessita di risposte specifiche lungo il percorso di cura e assistenza sanitaria – spiega Davide Lucano (nella foto), amministratore delegato di OPT Spa (optsalute.it), società di consulenza e formazione che, dal 1994, opera all’interno del sistema sanità italiano per promuovere lo sviluppo di progetti ad alto valore aggiunto. Uno dei primi passi in questo senso è quello di garantire una presa in carico multidisciplinare che abbatta gli steccati tra le varie discipline, attuando un cambiamento organizzativo nei modelli di cura. È necessaria poi anche una rivoluzione culturale, con medici, infermieri e operatori sanitari che devono ribaltare il loro punto di vista, imparando a utilizzare le tecnologie digitali a sostegno della cura clinica. Solo così avremo persone in grado di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalle apparecchiature digitali in ambito sanitario e che siano davvero orientati al soddisfacimento della patient experience”.

In Europa è la Germania il principale mercato europeo dei servizi di consulenza sanitaria, che arriverà a toccare i 4 miliardi di dollari di valore entro il 2030 con un tasso di crescita annuale del 10,6%, di poco inferiore a quello fatto registrare da Regno Unito (10,9%) e Francia (12,7%) nel medesimo periodo. In Italia, invece, il settore della consulenza in ambito sanitario non ha ancora espresso le sue piene potenzialità e ha degli importanti margini di miglioramento. Anche in Italia, infatti, si prevede che nei prossimi anni la frequenza dei tumori e delle malattie croniche aumenterà, e si registra un costante aumento della popolazione anziana. Per questi motivi è probabile un aumento della digitalizzazione nelle soluzioni di information technology sanitarie e un aumento della spesa pubblica e del settore privato in questo tipo di infrastrutture, al fine di favorire nei grandi ospedali le reti sanitarie integrate e migliorare il coordinamento dell’assistenza al paziente.

L’espansione del mercato dei servizi di consulenza sanitaria, per via delle notevoli implicazioni a livello informatico, aumenta le preoccupazioni sulla privacy dei dati dei pazienti. Sincronizzare l’infrastruttura IT dei grandi ospedali, infatti, è un compito molto difficile per gli specialisti, e ciò rappresenta un ostacolo significativo all’espansione del mercato, dal momento che tutti i vecchi sistemi devono essere modificati quando vengono utilizzati con sistemi incompatibili. Inoltre, la carenza di professionisti IT qualificati nel settore sanitario potrebbe rappresentare un ulteriore barriera allo sviluppo dei servizi di consulenza sanitaria, soprattutto nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, che non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base. I questi paesi, tuttavia, l’impennata dei progressi tecnologici nel campo degli smartphone e della connettività Internet accelereranno la crescita del mercato nei prossimi anni e creeranno un’attività redditizia.

 

24ORE Business School: consegnato il diploma a 816 studenti dei master

Battiston (EssilorLuxottica): “il Master della 24ORE Business School è stato determinante per la mia crescita professionale”. Circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master.

Tutto esaurito nell’Anfiteatro di via Monte Rosa a Milano per la consegna dei Diplomi 2024 di 24ORE Business School, la prima scuola italiana di alta formazione che da 30 anni punta a costruire un legame sempre più stretto e diretto fra i talenti e le migliori imprese del nostro Paese. Quest’anno la Master’s Graduation Ceremony, che segna idealmente il passaggio dal mondo formativo a quello del lavoro, ha visto protagonisti 816 studenti provenienti da ogni parte d’Italia.

Evidenziando che circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master, Valerio Momoni (nella foto), CEO di 24ORE Business School, ha sottolineato come “l’alta formazione e l’apprendimento continuo rivestano un ruolo sempre più cruciale in un mondo del lavoro in profonda evoluzione, dove percorsi di studio mirati rappresentano un driver fondamentale per svolgere la professione dei sogni”.

Ospite d’onore della serata Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica, che ai microfoni di SkySport (giornalista Cristiana Buonamano) ha raccontato come il Master frequentato alla 24ORE Business School sia stato determinante nel suo percorso di crescita professionale. 

Matteo Battiston

24ORE Business School, che fa parte del gruppo Digit’Ed, è la prima business school italiana che da trent’anni opera nel mercato dell’education e della formazione manageriale, con corsi di specializzazione e Master in tutte le aree più richieste dal mondo del lavoro e per tutte le funzioni aziendali. Si rivolge a giovani diplomati che cercano opportunità di carriera in ambiti dinamici e altamente competitivi; neolaureati che vogliono velocizzare l’ingresso nel mondo del lavoro e affrontare sfide complesse; professionisti che intendono accelerare la propria carriera o sviluppare nuove competenze per progredire nel proprio percorso professionale; imprenditori che ambiscono a migliorare le capacità di gestione aziendale.

La business school, di matrice professionale con finalità fortemente collegate al mondo del lavoro, assicura una formazione completa, grazie a una faculty unica composta da docenti, manager d’azienda, consulenti, giornalisti, con esperienza diretta dei diversi mercati. I percorsi in aula, contraddistinti da un approccio pragmatico, orientato al business, uniscono alla teoria delle nozioni la pratica del mondo delle aziende. Completa l’offerta un’ampia scelta di corsi fruibili online e un fitto calendario di eventi, incontri verticali e meeting di rilievo internazionale che permettono agli studenti di entrare in contatto con i player più rilevanti dei settori dell’impresa, della finanza, della tecnologia e delle istituzioni.

Il ruolo del consulente finanziario nella pianificazione della “Longevity” dei clienti

La consulenza finanziaria ha il compito di accrescere nei risparmiatori la consapevolezza dei rischi e delle opportunità di una vecchiaia lunga, a patto di pianificare le scelte patrimoniali in vista della longevità.

L’odierna entrata in pensione è molto diversa da quella che abbiamo vissuto come spettatori del pensionamento dei nostri padri e dei nostri nonni. Infatti, se i nostri nonni andavano in pensione a 60 anni, in considerazione della aspettativa di vita di allora ne vivevano mediamente altri 10, mentre oggi le cose sono molto diverse, con un’aspettativa di vita più elevata e la possibilità di trascorrere altri 25-30 anni – un terzo della vita totale – a riposo dopo l’entrata in quiescenza.

Gli anziani di oggi sono per lo più in buona forma fisica, e solo poco più del 20% – ossia la fascia over 85 anni – non è del tutto autosufficiente o ha problemi di autosufficienza. Ma se tra i 65 e i 75 anni questo quadro è piuttosto comune, dopo i 75 (e specie dopo gli 80) cresce l’incidenza di malattie, perdita di autonomia e necessità di assistenza. Più che in passato, proprio perché si raggiungono età più estreme. Infatti, I dati ci dicono che abbiamo ormai un’aspettativa media di vita di 83,5 anni, ma chi supera gli 80 ha buone possibilità di viverne mediamente altri 9 (8 uomini, 10 donne), portando l’aspettativa a 89 anni. Inoltre, nel prossimo futuro gli assegni pensionistici non saranno più adeguati a mantenere il tenore di vita del periodo precedente al pensionamento.

Con una longevità così estrema, nemmeno le nostre case sono più adatte ai residenti molto anziani, che vivono in condizioni ambientali a rischio di cadute o di isolamento. Questi fattori sono responsabili, alla lunga, di perdita di autonomia e ricovero nelle RSA. Del resto, è risaputo che l’isolamento e la mancanza di scopo in tarda età segnano e riducono la qualità della vita più degli acciacchi e delle malattie della vecchiaia. Così, per prepararsi alla longevità in modo consapevole, occorre pensare a come e dove spendere le proprie terza e quarta età, abbandonando il tradizionale approccio verso la vecchiaia fatto di improvvisazione e “attesa del destino”.

All’interno di un simile scenario – che è sotto gli occhi di tutti – la consulenza finanziaria ha davanti a sé un compito non del tutto nuovo ma profondamente prioritario, e cioè quello di far nascere e/o accrescere nei propri clienti, da un lato, la consapevolezza dei rischi di una vecchiaia difficile e, da un lato, insegnare loro che, dato l’allungamento dell’età media, una vecchiaia così lunga è comunque una opportunità di esprimere le proprie potenzialità umane e trasmettere alle generazioni successive la propria esperienza, a patto però di poter pianificare in anticipo la longevità anche dal punto di vista patrimoniale, applicando il principio secondo cui, dopo la fase di accumulo di risparmio (tipica della prima parte del ciclo di vita ipotizzato dal premio Nobel Modigliani), passiamo a quella del “decumulo”, nella quale consumiamo le risorse accantonate per mantenere un buon tenore di vita, maggiormente adatto alle esigenza della “longevity”.

Infatti, la prospettiva del sistema contributivo è di un assegno pensionistico che nel migliore dei casi (lavoratori dipendenti) sarà pari al 60% dell’ultimo stipendio e nel peggiore (lavoratori autonomi) intorno al 40-50%, e gli anni di vita successivi al pensionamento vedranno un graduale peggioramento delle condizioni di salute e dell’autonomia. Pertanto, è imprescindibile che l’attività del consulente finanziario-patrimoniale debba essere sempre più indirizzata alla salvaguardia verso il c.d. Longevity Risk, ossia il rischio che i propri clienti possano sopravvivere ai propri risparmi e e trovarsi in ristrettezze nella fase più estrema della vecchiaia. Per farlo bene, il professionista deve analizzare il mix di aspettativa di vita, tenore di vita desiderato, reddito pensionistico e risparmi esistenti, e non è escluso che una analisi del genere non possa ricomprendere, con il permesso degli stessi clienti, un confronto con il medico di famiglia e/o con i medici specialisti che conoscono la vita clinica dei clienti (anche in termini di “familiarità genetica” con malattie e altri eventi rilevanti).

In una ipotetica attività di consulenza, poi, è fondamentale  che il consulente sia in grado di effettuare una corretta simulazione del reddito pensionistico e poter metterlo a confronto con il tenore di vita sostenuto fino a quel momento. Per farlo, è necessario calcolare il tenore di vita desiderato e moltiplicarlo per gli anni teoricamente residui in base alle statistiche dell’aspettativa di vita, per poi raffrontare l’importo annuale ottenuto col il reddito pensionistico che presumibilmente si ricaverà dalla propria pensione e scoprire l’eventuale esistenza di un gap di reddito e i risparmi (o l’extra reddito) che serviranno per coprirlo. In questa analisi rientrano tutti gli altri asset presenti e futuri costituenti il patrimonio nel momento dell’ingresso in Longevity: immobili, rendite da altri immobili, eventuale TFR  e possibili successioni familiari. A tutto questo, poi, bisogna aggiungere i margini di razionalizzare del patrimonio per ottimizzare il carico fiscale e liberare risorse finanziarie tramite il risparmio fiscale.

Ma non è tutto qui. Serve, ancora, “monetizzare” le future scelte del cliente allorquando si troverà di fronte alla sua fase di Longevity e determinarne il costo mensile per trovarne la relativa copertura finanziaria. In tal senso, è fondamentale conoscere se il cliente prevede cambiamenti importanti per la vecchiaia in termini abitativi e l’eventuale necessità di alienare il proprio immobile per creare ulteriore liquidità e vivere presso un’abitazione più piccola e sicura (senza dislivelli, senza tapparelle manuali, con vasca da bagno ad ingresso laterale, senza armadietti situati troppo in alto, etc). L’adeguamento degli appartamenti di proprietà in vista o durante la longevità è un argomento importante, che va pianificato per ridurre rischi, aumentare la tutela (anche da elementi esogeni) e il comfort, realizzando ristrutturazioni leggere ma fondamentali per il miglioramento della qualità della vita: adozione di strumenti di domotica, sistemi di alert, vasca o doccia con accesso confortevole anche con sedia a rotelle, maniglie, illuminazione più abbondante, abbassamento dei pensili, pianificazione di un posto letto aggiuntivo per un eventuale futuro caregiver, etc.

Ma i rischi di una vecchiaia così lunga non sono solo economici. L’Italia, infatti, è al terzo posto in Europa per longevità, ma scende al quinto per aspettativa di vita “in salute” nella fase più estrema della longevità. Questo perché la crescita di aspettativa di vita non è andata di pari passo con l’aspettativa di vita in salute: a 80 anni, un uomo può aspettarsi di vivere senza limitazioni nelle attività quasi 4 anni e circa altri 5 anni con limitazioni; per le donne, gli anni residui senza limitazioni scendono a 3,4 e circa altri 7 saranno da vivere con probabili limitazioni nelle attività. Inoltre, si aggiunge il gravoso costo dell’assistenza continuativa in casa (classica badante) o in una residenza di cura. In tutti questi casi, il consulente finanziario-patrimoniale ha il dovere di consigliare con grande anticipo, laddove il patrimonio del cliente non consenta una totale indipendenza economica, l’adozione di strumenti idonei a tutelare il cliente da eventi che possano condurlo alla non indipendenza (es. polizza Long Term Care e/o piano di accumulo). Siffatti strumenti, a ben vedere, tutelano anche gli stessi familiari del cliente, i quali così non sono costretti a trasformarsi in caregiver o in finanziatori di care giving.