In un mondo sempre più digitale, individuare i campioni di domani non è più il mestiere di una volta. Ma gli algoritmi di IA non elimineranno mai il “fattore X” umano del pallone.
Di Marco d’Avenia
È una fredda notte di novembre a Barcellona, siamo nel 1997 e al Camp Nou i “blaugrana” ospitano la Dinamo Kiev in una partita di Coppa dei Campioni. Tra le decine di migliaia di spettatori, però, ce n’è uno arrivato per tenere gli occhi puntati su un solo giocatore, un attaccante che milita nelle fila degli ospiti ucraini: promettente come pochi, con fiuto del gol e di cui si dice già un gran bene.
La partita è avvincente, e in effetti l’osservato speciale si rende immediatamente protagonista con una tripletta che contribuisce a fissare il risultato finale su un perentorio 4-0. A questo punto, l’uomo che l’osserva dagli spalti deve fare in fretta: tre gol al Camp Nou in una notte europea non passano inosservati, e bisogna fare subito rapporto alla casa base in merito al gioiello appena scoperto. Italo Galbiati – questo il nome dell’osservatore – si precipita alla prima postazione libera subito dopo il triplice fischio dell’arbitro per inviare un telegramma a Milano, destinatario Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, che legge per la prima volta questo nome: Andriy Shevchenko. Il commento di Galbiati sul futuro Pallone d’Oro e campione d’Europa, scritto nero su bianco quella sera stessa (5 novembre 1997), è profetico: “Fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling”, e ancora “superfluo aggiungere altro: è da Milan”. Inizia così la storia dell’Usignolo di Kiev coi rossoneri, un’avventura fortunatissima per entrambi.
Da allora il mondo è cambiato, anche per il Calcio: computer, internet, smartphone, intelligenza artificiale e machine learning, le nuove frontiere della tecnologia applicate anche al più famoso degli sport di squadra. E il lavoro di chi segnala giocatori interessanti ai club, che poi devono valutare se investire o meno su di loro, si è trasformato, assieme all’ambiente che ci circonda, sempre più digitale e interconnesso. Infatti, oggi lo scouting non si fa più inviando un osservatore in paesi lontani, con grande dispendio di risorse economiche e spesso infruttuose; l’osservatore del 2023 è una figura a tutto tondo, che non deve solo avere intuito sportivo e un occhio allenato, ma anche un costante aggiornamento digitale. I giocatori, infatti, sono un’abbondante fonte di dati che, se incrociati con i giusti strumenti e competenze, possono rivelarsi decisivi per il futuro sportivo (e non solo) di una società.
Se i dati sono il petrolio del nostro secolo, allora è anche vero che chi sa applicarli al mondo del calcio può trovare una chiave importante per il successo. Prendiamo ad esempio un caso che in Italia ha fatto scuola: l’Atalanta e il suo presidente Antonio Percassi. Nel corso degli ultimi 10 anni, i nerazzurri bergamaschi hanno mantenuto un bilancio positivo per quanto riguarda la compravendita dei giocatori: +181,61 milioni di euro (dati Transfermarkt), performance migliore in Serie A davanti a Empoli (138,45 mln €) e Udinese (135,93 mln €). Come è stato possibile? L’Atalanta ha fatto scouting in chiave moderna, ma sempre con una visione a lungo termine e con tanti saluti alla logica delle spese folli tipiche dell’epoca dei presidenti-tifosi che non badavano ai bilanci (spesso poi finiti in tribunale). Oggi, per avere un club di successo è necessario essere bravi a puntare somme relativamente modeste su giocatori emergenti, che possano poi andare a generare plusvalenze a livello di mercato, creando così un valore per la dimensione economica oltre che per quella sportiva.
Insomma, immediatamente dopo la tripletta di Shevchenko al Barcellona, il Milan già sapeva di poter contare su un giovane di sicuro avvenire e di sicura plusvalenza. Riportare questa logica apparentemente semplice nel Terzo Millennio, però, è un po’ più complicato. Infatti, se prima il passaparola degli addetti ai lavori e la valutazione a occhio nudo dell’osservatore rendevano lo scouting un’attività per pochi eletti, oggi sono i dati a contare. Per agevolare i club e i “cacciatori di tesori” sono state concepite infatti delle apposite piattaforme che acquisiscono i big data dei giocatori e li
confrontano, fornendo un report dettagliato. Tra queste realtà c’è “Wallabies”, azienda con sede a Milano che fornisce i suoi servizi a club come Parma, Sassuolo, Monza, Spal, Basilea, Southampton, Piacenza e – non a caso – proprio l’Atalanta. Wallabies, per aiutare le società, ha messo a punto il Performance Index, un sistema basato sull’intelligenza artificiale tramite il quale è possibile comparare tutti i giocatori presenti sul loro database (oltre 70.000). È così possibile effettuare una scrematura immediata servendosi di determinati parametri, come età, ruolo, livello del campionato, performance generali e tanti altri filtri che restringono sempre più il campo della scelta, agevolando il lavoro dello scout.
Un’altra azienda che fa dell’intelligenza artificiale uno strumento per scovare i talenti del futuro è “Math&Sport”, nata da “MOXOFF”, ex spin-off universitario del Politecnico di Milano, ora acquisita da Zucchetti. Questa realtà intende formulare, attraverso i modelli predittivi molto accurati, uno studio valutativo della performance. Per fare questo “Math&Sport” si serve della scienza dei dati, selezionando solo quelli utili (smart data) ed estrapolando da essi tutte le informazioni necessarie a uno scout o più in generale a una società intenta ad osservare il profilo di un calciatore specifico. Nel concreto, si passa al microscopio sia l’analisi tattica che quella di un determinato gesto tecnico. Questi dati vengono poi raccolti (1° livello), analizzati (2° livello) e inseriti nel report per la sintesi finale (3° livello). In questo modo il raffronto dei numeri permette di fornire alle società indicazioni precise circa gli impatti sulla squadra di un determinato giocatore.
Spostandoci all’estero, abbiamo invece “ai.io”, che ha il suo quartier generale nel Regno Unito. Qui la parola d’ordine è “democraticizzare lo scouting” al fine di “assicurarsi che ogni giocatore del mondo possa avere le stesse opportunità di essere coinvolto, analizzato, valutato, scovato e sviluppato”. Insomma, il team di “ai.io” sta rivoluzionando il mondo dello scouting, mettendo vicendevolmente in contatto i giocatori e i club. Se da un lato, infatti, le società hanno a disposizione un ricco database per comparare tutte le informazioni utili, anche i calciatori diventano ora parte attiva del processo: gli atleti caricano il proprio profilo e i propri dati fisici su “aiScout”, una piattaforma progettata per dare a tutti la possibilità di avviare la propria carriera professionale nel calcio. L’applicazione è infatti gratuita, ma non solo: “aiScout” fornisce anche report tecnici personalizzati per migliorare skills, abilità cognitive e atletiche, basati sui dati legati alle performance, raccolti e analizzati da AWS e Intel.
Basta quindi avere questi validi strumenti per costruire la squadra dei propri sogni e alzare al cielo un trofeo dopo l’altro? Certo che no. Individuare quelli che saranno i futuri campioni grazie ai big data è solo una parte del grande lavoro di valutazione che svolge chi oggi fa scouting nel calcio. Ci sono infatti almeno due fattori problematici legati a questa visione “matematica” del player trading. Innanzitutto, i dati sono disponibili a chiunque e alla portata di tutti. Ma anche tralasciando questo aspetto, chiunque sappia incrociare un paio di tabelle può estrapolare e ponderare il valore di un calciatore. In questo scenario, quello che conta è l’intuito. Se uno scout si affida solo ai numeri correnti, vuol dire che è già arrivato tardi: il prezzo del cartellino si inflaziona, si crea quello che oggi viene chiamato “hype” (un entusiasmo effimero e spesso immotivato) e si rischia di strapagare un possibile flop di mercato. Se invece si è in grado di anticipare il trend delle giocate decisive, dei gol e degli assist, allora si può arrivare al tesoro prima di chiunque altro, e questo ancora l’Intelligenza Artificiale non è in grado di farlo.
Il secondo punto critico è invece legato a una dimensione più psicologica. Quanti giocatori hanno imboccato la strada giusta all’inizio per poi perdersi? Di meteore nel calcio ce n’è una miriade: basta sfogliare un album Panini di qualche decennio fa. Ed è qui che lo scout deve essere bravo a distogliere lo sguardo dai freddi numeri e considerare non più l’atleta, ma l’uomo in tutta la sua interezza. L’aspetto psicologico è infatti fondamentale. Piet de Visser (nella foto), che nel suo curriculum può vantarsi di aver scoperto calciatori del calibro di Ronaldo (il “Fenomeno”), Romario, Neymar e Kevin De Bruyne, ha affermato in un’intervista: “È comunque il giocatore a determinare la sua carriera, non lo scout”.
Pertanto, lo Scouting dipende ancora da una serie di fattori che un algoritmo non può prendere in considerazione: mentalità, spirito di adattamento, propensione al sacrificio, umiltà, testa sulle spalle, non farsi prendere dagli eccessi una volta sopraggiunti quelli che Dante definiva i “sùbiti guadagni”. Insomma, in questo mondo costellato di algoritmi, numeri e dati, c’è ancora spazio per il “fattore X”, e cioè la variante imponderabile che può sbancare il botteghino. E anche in un calcio inquinato da petroldollari, scandali di ogni genere e diritti TV, c’è ancora spazio per un pizzico di “poesia e mito”, nel senso greco del termine; ovvero quel sano senso pratico del fare che identifica il primato degli esseri umani per intuito, esperienza e gestione delle emozioni, che nessuna intelligenza artificiale potrà mai eguagliare nella vita quotidiana così come nello sport.



Un recente articolo del Ft, riguardante alcune pratiche utilizzate dai Fondi di Private Equity per distribuire rendimenti, lascia attoniti (Private Equity Group face investor scrutiny over tactics for returning capital. 11/10/23): grandi società di Private Equity stanno distribuendo dividendi grazie a prestiti bancari garantiti da collaterale rappresentato dalle stesse partecipazioni sottostanti. Quindi, si tratta di rendimenti distribuiti facendo debito. E così, mentre l’intero sistema finanziario annaspa per cercare di non far emergere le criticità, la Fed continua ad osservare l’indice Dow Jones come riferimento della fiducia nell’economia e guarda agli spreads sul credito per capire se il sistema
regge. Pertanto, nulla è cambiato rispetto al 2006/2008, quando Bernanke dichiarava al Congresso che non esistevano rischi sistemici provenienti dal Real Estate. In realtà il sistema, come allora, è già ora in pesante crisi e questa crisi è rilevata nello Shadow Banking System, un mercato prettamente istituzionale, e per ora non si è ancora trasferita ai mercati che gestiscono gli asset finanziari del retail (Equity e Corporate Bonds).
Un’altra conferma del peggioramento della situazione riguarda le banche regionali Usa. Mentre tutti credono che gli interventi di salvataggio di alcune banche hanno fermato il contagio, nella realtà questo non è affatto vero. Centinaia di istituti di credito di piccole dimensioni sono in default a causa dell’esposizione al Commercial Real Estate, che costituisce in media il 60% del core business delle piccole banche locali. Per evitare l’insolvenza il Governo Federale, in accordo con il Ministero del Tesoro, ha indotto i governi locali (singoli Stati e Municipalità), ad intervenire direttamente nella ricapitalizzazione degli istituti in difficoltà. Si tratta in pratica di una colossale e silenziosa operazione di nazionalizzazione del sistema bancario Usa di piccole e medie dimensioni. Tutti questi meccanismi dimostrano che il sistema finanziario è infognato in una colossale posizione su asset tossici che generano perdite non contabilizzabili e che congelano ingenti risorse finanziarie nello scenario di Balance Sheet Recession.
La fragilità dell’intero sistema finanziario americano e internazionale è il frutto di una costante spinta alla deregulation accompagnata dai tassi a zero per oltre 14 anni che hanno creato una colossale bolla finanziaria su bonds, credito, equity e Private Equity, senza considerare cryptovalute e venture capital. Deregulation aggressiva e soldi gratis per indebitarsi non sono mai state basi solide su cui costruire un futuro sostenibile e di prosperità. La Fed è tuttora ancorata a parametri di analisi che la rendono arretrata di almeno vent’anni rispetto all’evoluzione del settore finanziario americano. E parliamo della banca centrale che dovrebbe regolare il sistema mondiale, figuriamoci le altre. Non esiste alcuna vigilanza sui rischi di
sistema. In un mondo dove lo Shadow Banking intermedia il 60% del credito e degli asset finanziari in circolazione, la vigilanza si focalizza prevalentemente sulle banche, ma pure quelle saltano sotto il naso dei regulators. Se non riusciamo a vigilare le banche, che sono sottoposte a vigilanza, figuriamoci cosa sappiamo del resto del sistema non vigilato in alcun modo. Per questo motivo passiamo da un policy mistake all’altro e da bolle speculative sempre destabilizzanti. La strategia di perseguire deregulation e QE ha costruito The Money Manager Capitalism, che ci ha portato alla crisi del 2000, del 2008 e a quella che è in divenire.
Randall Wray (Levy Economics Institute), scriveva sul “Cambridge Journal of Economics” nel 2009: “this (Money Manager Capitalism) allowed greater leverage ratios, riskier practices, greater opacity, less oversight and regulation, consolidation of power in “too big to fail” institutions that operate across the financial services and greater risks. The result was raising (toxic) debt that would eventually lead to collapse of the system – Trad: …questo (Money Manager Capitalism) ha consentito maggiori rapporti di leva finanziaria, pratiche più rischiose, maggiore opacità, meno supervisione e regolamentazione, consolidamento del potere in istituzioni “troppo grandi per fallire” che operano attraverso i servizi finanziari e maggiori rischi. Il risultato è stato l’aumento del debito (tossico) che alla fine avrebbe portato al collasso del sistema” (tratta da The rise and fall of money manager capitalism – Cambridge Journal of Economics 2009,33,807-828).
L’investitore growth, che si concentra sulla forte crescita fondamentale attesa e spesso non pone particolare attenzione sulla valutazione, corre invece il rischio che il prezzo dei titoli cali drasticamente se non vengono centrate le aspettative di crescita. Per evitare i punti deboli dei due approcci e sfruttarne i punti di forza, con il fondo Ethna-DYNAMISCH evitiamo di investire in società a basso costo prive di crescita strutturale o, al contrario, in quelle che mostrano una crescita rapida, ma con valutazioni che rispecchiamo aspettative esagerate per il futuro. Il punto di equilibrio è costituito dalle aziende che crescono strutturalmente, ma hanno una valutazione ragionevole, che le rende un punto di ingresso interessante rispetto alle loro prospettive di crescita future. Questo approccio è noto anche come investimento Garp: Growth at a reasonable price (crescita a un prezzo ragionevole).
Berkshire Hathaway. Probabilmente non servono presentazioni, quanto piuttosto un momento di riconoscimento per il gigantesco conglomerato di Warren Buffett. Per quasi 60 anni, Berkshire Hathaway ha perseguito una strategia di capitalizzazione di incredibile successo, utilizzando i flussi di cassa costanti delle sue attività (assicurative) per effettuare ulteriori investimenti, famosi per lo stile di investimento value, che si sono spesso rivelati degli ottimi affari. Sebbene lungo il suo percorso abbia consolidato molte grandi aziende, Berkshire detiene ancora un massiccio portafoglio di investimenti in società quotate, per ben 379 miliardi di euro. A giugno 2023, Berkshire risultava un grande azionista, se non il maggiore, di Apple, Bank of America, American Express, Coca-Cola, Kraft Heinz, Moody’s, Occidental Petroleum e Mitsubishi. E l’elenco potrebbe continuare. Con una liquidità straripante di 130 miliardi di euro, investita prevalentemente in buoni del Tesoro a breve termine con rendimenti superiori al 5%, Berkshire beneficia anche dell’attuale contesto di tassi di interesse elevati.
Paylocity fornisce soluzioni software su cloud per la gestione delle risorse umane e delle buste paga. Finora l’azienda controlla soltanto una piccola quota, a cifra singola, di un mercato potenziale enorme e questo le conferisce un grande margine di crescita. L’azienda sta crescendo rivoluzionando i modelli di business tradizionali del settore, sta entrando in segmenti di mercato contigui e amplia costantemente la propria offerta di servizi. Sebbene Paylocity mostri i tassi di crescita tipici di una giovane società tecnologica disruptive, sta già generando profitti, con margini paragonabili a un’azienda matura del cloud computing. Inoltre, Paylocity beneficia del contesto di tassi d’interesse in aumento – cosa piuttosto insolita per un titolo growth – poiché investe i fondi amministrati per conto dei clienti in titoli overnight, quindi negoziati a cavallo della chiusura dei mercati. Pertanto, l’attuale contesto di tassi di interesse elevati si rivela positivo per i bilanci di Paylocity.
ResMed è leader di mercato nelle apparecchiature respiratorie per pazienti affetti da apnea ostruttiva del sonno (Osa), una forma di respirazione disturbata durante il sonno che può portare a gravi malattie cardiovascolari. Il titolo è stato recentemente sottoposto a un’enorme pressione a causa del successo del nuovo farmaco dimagrante GLP-1, dal momento che l’obesità è un importante fattore di rischio per l’Osa. Questa pressione appare però esagerata: in primo luogo, l’obesità è solo uno dei molteplici fattori di rischio; in secondo luogo, nella stragrande maggioranza dei casi i pazienti continuano ad aver bisogno di un dispositivo respiratorio anche dopo una significativa perdita di peso; infine, il mercato dei dispositivi respiratori per il trattamento dell’Osa ha
resistito a molteplici scossoni in passato (ad esempio, la chirurgia bariatrica). A nostro parere, invece, tutto questo ha un potenziale effetto netto positivo per ResMed, dato che la quota di pazienti OSA che potrebbe venire meno sarà probabilmente controbilanciata da un tasso più elevato di diagnosi di apnea ostruttiva, visto che un maggior numero di persone in sovrappeso entrerà nel sistema sanitario per il loro interesse verso GLP-1, che consente di individuare casi di OSA non diagnosticati. Questo crea un profilo di rischio/rendimento del titolo molto interessante.
Alphabet/Google. La mission di Google di “organizzare le informazioni del mondo” è forse quanto di più aderente si possa immaginare per qualsiasi azienda. YouTube, Gmail, Chrome, così come Google Search, Google Maps, Google Drive, Google Foto sono diventati parte integrante della vita di molte persone. Con questo immenso database di informazioni, Google è in prima linea nella corsa all’intelligenza artificiale generativa (e alle sue opportunità di monetizzazione). Sebbene la maggior parte dei servizi di Google generi ricavi principalmente attraverso la pubblicità, che è una funzione di crescita positiva dell’utilizzo di Internet, l’azienda ha anche una sostanziale esposizione non pubblicitaria, ad esempio, servizi cloud per aziende, Google Play e vendite di hardware, così come alcuni gioiellini nascosti nel suo portafoglio di venture capital, ad esempio Waymo, la società per la guida autonoma.
La svedese Assa Abloy combina l’esperienza manifatturiera con la tecnologia. L’azienda produce serrature elettromeccaniche che si aprono tramite tessera, scansione biometrica o Pin ed è leader di mercato con la più ampia base installata di serrature, che proteggono alcuni degli edifici più sensibili per la sicurezza, tra cui il Parlamento europeo a Bruxelles. La scala è importante, perché porta con sé il vantaggio di significative vendite aftermarket, che rappresentano circa due terzi del fatturato annuale, con elevati margini di profitto. Mentre la crescita dell’azienda è legata alla crescita del settore immobiliare, soprattutto commerciale, la quota sostanziosa delle vendite aftermarket ne riduce la ciclicità. Con una capitalizzazione di mercato di circa 23 miliardi di euro, Assa Abloy è una delle maggiori aziende industriali scandinave.
Si continua quindi a guardare il rischio di sistema attraverso quello che si vede sul mercato dei corporate bonds, sui livelli dell’indice di borsa e sui bilanci delle banche. Tutto secondo il copione che ci ha portato alla crisi del 2008 e prima ancora a quella del 2001. Tutte crisi innescate da eventi di credito che si sono manifestati nei segmenti delle cartolarizzazioni gestite dallo Shadow Banking System e che solo con ampio ritardo si sono poi propagate all’intero sistema economico e finanziario. Lo Shadow Banking System non è regolamentato, non è sottoposto a vigilanza e non è monitorato dalla banca centrale, ma costituisce la struttura portante del sistema finanziario Usa e di tutto il “toxic debt” di sistema. La sua dimensione è ormai sistemica da oltre vent’anni e il suo impatto sull’economia reale sempre più rilevante ma sistematicamente ignorato.
Gli indici di mercato dei Leverage Loans sono un eclatante esempio di come si possa far vedere cose diverse da quelle che in realtà accadono in un mercato totalmente opaco. Tali indici sono costruiti sulle tranches dei più importanti loans in circolazione che, in pratica, sono il benchmark del mercato. Da inizio anno tale indice evidenzia una performance positiva del 5%, ma nel frattempo il mercato dei Leverage Loans è decisamente sotto pressione a causa di eventi di credito, ristrutturazioni di debito e defaults. Come è possibile quindi che l’indice del mercato sia positivo? Molto semplice, la modalità con la quale si può far segnare un risultato positivo a un
mercato in difficoltà si basa sulle stesse pratiche utilizzate prima della crisi dei mortgages (MBS) del 2008. Basta che alcune controparti si accordino nello scambiarsi periodicamente assets presenti nell’indice a prezzi predefiniti, ed ecco che tale indice non scende mai, anzi sale. La stessa cosa accadeva sui Mbs piu’ importanti nel 2007, dove le principali banche d’investimento, nonostante un evidente aumento delle insolvenze su tali strumenti, continuavano a quotare tra loro i mortgages a prezzi prestabiliti (The big short – M. Lewis, Norton & C. – 2011).
Anche sul mercato degli high yields accade la stessa cosa, dove tutto sembra fermo e cristallizzato, perché il mercato è controllato dai grandi fondi d’investimento che non hanno nessun interesse a far vedere un aumento degli spread, nonostante ci sia in corso un netto deterioramento dei fondamentali delle società. Si apprende quindi, in una nota diramata da Moody’s di recente, che una ragione per la quale non c’è stato un allargamento degli spreads sul mercato degli HY è dovuto alla “migrazione” degli emittenti di peggiore qualità dal mercato degli High Yields a quello del Private Credit. Secondo Moody’s, infatti, gli emittenti a rating B3 sono scesi decisamente nella composizione dell’indice HY. La stessa cosa si sta verificando sul mercato dei Leverage Loans, dove gli emittenti peggiori vengono rimossi dall’indice e il credito passa a carico dei fondi di Private Credit, totalmente non regolamentati e liberi di valutare tali crediti come vogliono.
Un altro interessante indicatore osservato dagli investitori per valutare quello che sta accadendo sul mercato del credito è quello che misura il tasso di default nel sistema. Come mai, nonostante tale indice evidenzi un livello di insolvenze ormai vicino ai massimi del 2008, nei bilanci delle banche non c’è traccia di NPL? Molto semplice, se leggete i recenti bilanci pubblicati da Jpm, Boa e Citicorp, vi accorgerete che ormai si limitano solo a riportare l’andamento del margine d’interesse e delle commissioni attive. Nulla trapela sulla valutazione degli asset in bilancio e sui crediti, che vengono praticamente tutti valutati al prezzo di carico nel portafoglio immobilizzato. Se fossero valutati al mark to market, invece, le perdite azzererebbero l’intero Tier 1, con la necessità di avviare ingenti ricapitalizzazioni. Ma quello che non si dice è che le insolvenze, in realtà,
sono già ora molto più alte del 2008 e non vengono rilevate solo grazie all’ennesimo escamotage utilizzato per non far capire come siamo messi veramente. Sempre secondo Moody’s, il livello di insolvenze è decisamente sottostimato, questo perché le banche e il Private Credit stanno utilizzando il “distressed exchange“, cioè la rinegoziazione dei loans in defaults effettuata direttamente tra controparti senza passare dalle procedure legali d’insolvenza. In questo modo le insolvenze e le rinegoziazioni del debito in default non appaiono da nessuna parte nelle statistiche ufficiali perché negoziate in privato.
Le ragioni di questa cautela, definita ufficialmente come “dipendente dai dati”, sono chiare: in primo luogo, i cambiamenti nella politica monetaria hanno ritardi lunghi e variabili, e, in secondo luogo, sono già stati compiuti progressi nel reprimere l’inflazione. Ultimo, ma non meno importante, a dare un aiuto c’è l’aumento dei rendimenti sul segmento a lungo termine della curva dei rendimenti. Per esempio, il rendimento dei titoli del Tesoro statunitense a dieci anni è aumentato di oltre 50 punti base dalla riunione Fed di settembre. Secondo diversi funzionari della Fed, questo ha dato alla banca centrale più tempo per valutare i dati in arrivo, e di interrompere temporaneamente, per la seconda volta, il ciclo dei rialzi dei tassi, ma non senza precisare che futuri rialzi non sono da escludere.
Anche il governatore Waller (nella foto), uno dei più aggressivi della Fed, prenderebbe in considerazione un altro aumento dei tassi soltanto se “la domanda e l’attività economica continueranno ai ritmi recenti, esercitando potenzialmente una persistente pressione al rialzo sull’inflazione“. In effetti, i consumi statunitensi stanno dando segnali di forza: i dati relativi al mercato del lavoro e al dettaglio sono stati sorprendentemente solidi. Anche la previsione del Pil per il terzo trimestre è stata rivista più volte al rialzo. Allo stesso tempo, però, ci sono forti segnali negativi per i consumatori americani: oltre all’aumento dei default delle carte di credito e delle insolvenze sui prestiti automobilistici subprime, il forte calo delle richieste di mutui immobiliari indica un calo della domanda a breve termine e quindi un rallentamento dell’inflazione. Per questi motivi, non escludiamo un rialzo dei tassi in occasione della prossima riunione del 13 Dicembre.
Il 2022 è stato un anno record per gli acquisti di oro da parte delle banche centrali. L’inizio di quest’anno è stato solido, ma alla fine la domanda da parte delle istituzioni ufficiali è diminuita in modo significativo. Oltre a questo, stiamo assistendo a un’ulteriore svendita di oro dai depositi degli ETF, che hanno rappresentato gran parte della domanda di investimenti per i lingotti luccicanti negli ultimi anni. Anche il caro dollaro e la crescita economica limitata nei paesi asiatici – principalmente Cina e India – hanno fatto sembrare negativa la domanda di preziosi. D’altro canto, un’offerta piuttosto elevata sotto forma di estrazione e recupero ha portato per diversi anni a un eccesso di offerta estremamente elevato sul mercato dell’oro.
La pandemia di Covid ha stimolato un’azione rapida e significativa da parte delle banche centrali di tutto il mondo. I bilanci delle banche centrali sono diventati così gonfiati che il mercato non sapeva cosa fare con così tanta liquidità; da qui i fortissimi guadagni del mercato azionario, ma anche l’aumento dei prezzi dell’oro e il loro mantenimento a livelli molto alti. Sono state solo le riduzioni di bilancio delle banche centrali (nessun rinnovo del debito o addirittura la vendita di obbligazioni sul mercato) a far sì che l’oro iniziasse a perdere sensibilmente. A ciò si aggiunge la svendita degli ETF o lo scarso interesse degli speculatori nel mercato dei futures e delle opzioni. Ora che l’inflazione non è più un problema, le banche centrali stanno riducendo i bilanci e i tassi di interesse sono alti, giustificando rendimenti elevati, l’oro non dovrebbe essere a livelli così alti.
Per quanto tempo il rischio è in grado di mantenere alto il prezzo dell’oro? Osservando una serie di eventi mondiali diversi negli ultimi quasi 40 anni, si può vedere che l’elevata volatilità nel mercato dell’oro persiste circa 20 sessioni dopo che si è verificato un determinato fattore di rischio. Sono trascorse ormai più di due settimane dall’inizio del conflitto tra Israele e Palestina. Sebbene non vi sia stato ancora un ingresso di terra dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, il mercato ha già smesso di preoccuparsi del conflitto. Naturalmente non è escluso che si verifichi comunque un’escalation, ma l’impatto di tali eventi sul mercato dell’oro è netto neutrale nel medio e lungo termine. Le prospettive per l’economia, l’inflazione e, in ultima analisi, i tassi di interesse saranno necessarie per ulteriori prezzi.
Cosa ci aspetta allora nel mercato dell’oro? Sembra che l’oro sia attualmente ipercomprato: tassi di interesse elevati, ulteriore riduzione dei bilanci, fondamentali deboli sotto forma di bassa domanda o addirittura un dollaro costoso. Tutto ciò non parla a favore dell’oro. Inoltre, l’oro ha reagito con la crescita al recente conflitto geopolitico in Medio Oriente. Tutto ciò parla a favore di una possibile correzione. D’altro canto, guardando al lungo termine, sembra che gli investitori crederanno ancora una volta nell’oro e nelle sue proprietà di protezione contro l’inflazione o altri problemi economici o geopolitici. Le statistiche chiariscono che uno o due anni dopo l’ultimo rialzo della FED, l’oro sta salendo. Ecco perché c’è la possibilità che gli speculatori sfruttino la recente condizione di ipercomprato per abbassare il prezzo dell’oro in modo da avere l’opportunità di assumere una posizione più ampia e a lungo termine in un secondo momento, e l’oro dovrebbe addirittura raggiungere nuovi massimi storici quando la mossa delle principali banche centrali sarà quella di tagliare i tassi di interesse.
I continui ritocchi ai tassi di interesse messi in campo dalla Bce hanno notevolmente ridimensionato il trend rialzista che aveva caratterizzato il mercato post pandemia. Penalizzato in particolare chi ha necessità di acquistare con mutuo. Si aggiunge poi un generale clima di incertezza da cui scaturiscono comportamenti più prudenti da parte dei potenziali acquirenti. Non accennano invece a diminuire i piccoli investitori che, secondo i nostri dati, sono in aumento, spinti soprattutto dalla volontà di proteggere il capitale e di praticare gli affitti brevi, complici gli importanti flussi turistici che stanno interessando il nostro Paese. I dati evidenziano infatti un aumento della percentuale di chi acquista per investimento da 16,8% a 19,6% a livello nazionale.
PREZZI – I prezzi delle case hanno rallentato la crescita in questa prima parte del 2023, in particolare nelle grandi città che registrano un +0,6%. Si nota il ritorno in territorio negativo di Genova (-1,0%) e Firenze (-0,9%) ma anche il forte rallentamento sperimentato da Milano (+0,2%) e Bologna (+0,1) che, nei semestri precedenti, avevano avuto rialzi importanti dei valori. La crescita più elevata (+1,9%) la mette a segno Napoli. La Capitale chiude il semestre con +0,7%. I valori dell’hinterland delle metropoli chiudono la prima parte del 2023 con una crescita dello 0,6%.
Particolarmente brillante il trend dei prezzi in provincia di Palermo e di Verona, entrambi trascinati dalle località turistiche di mare e di lago. I capoluoghi di provincia registrano un aumento dei prezzi dello 0,4%, in particolare per l’andamento delle città del centro Italia. Anche i prezzi delle nuove costruzioni, pur essendo in rialzo, crescono meno rispetto ai precedenti semestri (+0,6%). L’aumento dei costi di costruzione ha rallentato anche questo segmento di mercato, e ciò ha influito sul consuntivo delle compravendite residenziali, che in Italia sono state 350.855 (con un decremento del 12,5% rispetto allo stesso periodo del 2022). I comuni capoluogo hanno registrato una contrazione leggermente superiore (-14,0%) rispetto ai comuni non capoluogo (-11,7%). Le metropoli hanno visto gli scambi scendere del 14,9%. Tra le grandi città le riduzioni più importante dei volumi si registrano a Bologna (-23,3%), Bari (-22,0%) e Milano (-20,0%).
DOMANDA, DISPONIBILITA’ DI SPESA E OFFERTA – La domanda nelle grandi città, a luglio 2023, appare oggi concentrata prevalentemente sul trilocale che raccoglie il 40,0% delle richieste. A seguire il bilocale con il 25,1% e il quattro locali con il 22,7%. Avanza il bilocale che diventa la seconda tipologia più richiesta a conferma, in parte, del ritorno degli investitori che, in genere, scelgono questa tipologia. Diminuisce la concentrazione della domanda sui tagli più ampi, come conseguenza dell’aumento dei prezzi e dell’esaurirsi della spinta alla ricerca di abitazioni più ampie che era scaturita dalla
pandemia. Il trend si conferma ormai da tre semestri. La disponibilità di spesa è maggiormente concentrata nella fascia di spesa più bassa, quella fino a 119 mila € con il 25,3%. Nella prima parte del 2023 si evidenzia una carenza di offerta abitativa anche se in alcune città si segnalano i primi cambiamenti. Il trilocale è la tipologia maggiormente presente sul mercato, concentrando il 33,6% dell’offerta. Segue il quattro locali con 25,5% e, infine, il bilocale con il 20,9%. Chi cerca casa si sta orientando su soluzioni in buono stato, che non necessitano di interventi di ristrutturazione, o sulle case di nuova costruzione laddove la capacità di spesa lo consente.

Il “tesoro” delle famiglie italiane è il frutto della cultura contadina italiana, in particolare di quelle generazioni che nell’immediato dopoguerra hanno saputo ricostruire e rilanciare il Paese avendo una naturale propensione al sacrificio e al risparmio e mantenendo comportamenti più parsimoniosi di quelli attuali, con una forte vocazione verso l’immobiliare, sempre preferito ad altre tipologie di investimento (il 60% dei patrimoni degli italiani viene infatti investito in immobili, con poca liquidità disponibile). Allo stesso tempo, l’Italia è l’unico Paese europeo che dagli anni ’90 ha visto diminuire il reddito medio: solo negli ultimi dieci anni, lo sviluppo della ricchezza degli italiani è cresciuta del 30% in meno rispetto a quella americana. Questo perché la ricchezza non genera altra ricchezza se il capitale rimane fermo, e pertanto un approccio passivo sul proprio patrimonio non è mai una soluzione redditizia.
Analizzare approfonditamente il proprio patrimonio, affrontare e superare la paura di perdere tutto, pianificare e impostare le priorità, creare un bilancio patrimoniale complessivo, conoscere gli strumenti che servono per raggiungere gli obiettivi, diversificare il rischio, proteggere la ricchezza e far prosperare il capitale, trovarsi preparati davanti a un potenziale “cigno nero” ed essere in grado di cavalcarlo, limitare al minimo l’azzardo morale, considerare i quattro asset su cui operano i gestori (beni reali, azioni, obbligazioni, liquidità) analizzandone al meglio rischi e benefici. Sono alcune delle nozioni e delle teorie sviluppate nel nuovo libro del Prof. Giovanni Cuniberti “Intelligenza Patrimoniale. I principi per governare il patrimonio famigliare” (180 pagine, Ediz. Libri d’Impresa), che intende fare riflettere sull’importanza di curarsi del proprio patrimonio e stimolare una presa di coscienza che includa comportamenti opportuni, nuove competenze, ma soprattutto la riscoperta di valori familiari, con l’obiettivo di raggiungere un maggior controllo sulla propria ricchezza e di saper scegliere come gestire il patrimonio familiare, magari costruito con abnegazione e fatica da più generazioni.
“Intelligenza Patrimoniale” significa muoversi ragionando sulla diversificazione e sulla consapevolezza delle scelte di gestione, adottando pertanto un approccio sistemico, più contemporaneo, alla gestione del denaro che fa leva su aspetti multidisciplinari, dalla psicologia fino all’intelligenza artificiale. Sono le competenze messe a frutto nei c.d. Family Office, strutture olistiche e indipendenti che gestiscono i patrimoni abbracciando l’intera area della governance, garantendo ai nuclei familiari il pieno controllo. In Italia è un modello adottato principalmente dalle grandi famiglie imprenditoriali, e se ne contano circa 200 tra Single Family Office (strutture organizzate per la gestione di una singola famiglia), Multi Family Office (organizzati per la gestione di un gruppo definito di famiglie) o studi consulenziali composti da pool di professionisti che offrono i loro servizi a diverse famiglie patrimonializzate.
Dal punto di vista storico, il primo Family Office della storia risale al 1882, quando John D. Rockefeller decise di creare una società di professionisti con il compito di gestire e amministrare le operazioni imprenditoriali e le crescenti necessità di investimento della sua famiglia. A oggi, si stima che negli Stati Uniti esistano oltre 4.000 Family Office che gestiscono circa 1.000 miliardi di dollari. L’Europa, con una quota di mercato del 20% (contro il 75% degli Stati Uniti), accusa un certo ritardo principalmente legato a ragioni culturali.
Un anno fa, sono esplosi i prezzi dell’energia sui mercati all’ingrosso, in particolare dell’elettricità e del gas, ma ora questo effetto si è chiaramente invertito. La BCE può inoltre puntare sulla debolezza dell’attività economica nell’Eurozona e sull’impatto poco chiaro del conflitto che si è riacceso in Medio Oriente. Per il momento, la BCE ha fatto il suo lavoro. Nel 2024 si capirà se l’inasprimento della politica monetaria attuato fin qui sarà sufficiente ad ancorare stabilmente l’inflazione al 2%. Un percorso ostacolato dagli elevati aumenti salariali, che rimarranno a un livello superiore al 4% e quindi sicuramente alimenteranno l’inflazione nei prossimi 12-24 mesi. Inoltre, la spesa pubblica rimane elevata e, in alcuni casi, supera gli obiettivi di deficit concordati, aumentando anch’essa la pressione al rialzo sui prezzi.
Una serie di ricerche condotte sulle principali testate internazionali del settore da Espresso Communication per
Ora una domanda sorge spontanea: quali saranno i settori in cui queste AI platform verranno utilizzate maggiormente? Sicuramente l’edilizia e il design, in primo luogo, per motivi legati alla sicurezza. Entrando ancor più nel dettaglio, la lente d’ingrandimento si pone sugli ascensori di ultima generazione. “L’intelligenza artificiale è la tecnologia del momento e, proprio per questo, può essere applicata ad ogni settore operativo al fine di migliorare produttività ed efficienza – afferma Giovanni Lorino, Amministratore Delegato di KONE Italy & Iberica – la nostra piattaforma si basa sull’utilizzo dell’IA che analizza i dati trasmessi dagli impianti per identificare potenziali anomalie ed intervenire così in maniera mirata prima che si verifichi un guasto. Il nostro servizio, nello specifico, ha migliorato negli anni l’affidabilità e le prestazioni di decine di migliaia d’impianti differenti, installati in qualsiasi tipologia di edificio”.
Oltre a edilizia e design, un altro settore fortemente influenzato dalla diffusione delle AI Platform è quello sportivo. Entrando più nel dettaglio, piattaforme come Football Performance, PLAIER e AIScout focalizzano l’attenzione sul calcio e, nello specifico, sui giovani talenti che così possono proporsi ai più importanti club del mondo. In che modo? I giocatori eseguono esercizi atletici e tecnici sul portale, quindi vengono valutati tramite un sistema di punteggio AI creato da specialisti di dati e importanti osservatori del gioco. Sono questi osservatori di talenti che decidono quali pochi prodigi realizzeranno il sogno d’infanzia di diventare un calciatore professionista e quali non finiranno per avere una carriera calcistica. Anche la medicina è un settore dove la IA potrà avere una diffusa applicazione. Stando a quanto indicato dal National Library of Medicine, le piattaforme dotate di IA sono e saranno sempre più presenti negli ospedali per garantire un corretto supporto ai professionisti sia nella fase di recupero e analisi dei dati relativi ai pazienti sia in fase di realizzazione della corretta strategia riabilitativa per ogni soggetto sotto osservazione. 








