Sam Bankman-Fried è l’ultimo ”guru” delle cripto valute ad essere accusato di aver distratto i soldi dei clienti. 8 miliardi spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali.
Nel cripto-mondo nato dall’idea del celebre – o famigerato? – Satoshi Nakamoto, le piattaforme (c.d. exchange), concepite per essere un sistema decentralizzato e privo di intermediari, sono diventati presto i peggiori luoghi virtuali dove detenere i cripto-risparmi, e quello di Ftx è solo l’ultimo caso di società che operano senza una idonea regolamentazione e senza osservare le più elementari forme di trasparenza.
Dal 2019 ad oggi, sono circa 300 le piattaforme nate, fallite per vari motivi o scomparse da un giorno all’altro, alcune con il servizio che improvvisamente non risultava più accessibile o beffardamente “in manutenzione”. Non sono state poche quelle dissolte nel nulla lasciandosi dietro una scia di creditori e di risparmiatori truffati. Ftx, per esempio, deve solo ai maggiori 50 creditori circa 3,1 miliardi di dollari, ma dietro di questi c’è un milione di altri clienti e investitori, per i quali il recupero delle somme investite appare solo parzialmente possibile, e non in tempi brevi.
Il CEO di Ftx, Sam Bankman-Fried, in pratica, si è reso responsabile di un fallimento totale dei controlli aziendali e di un’assenza totale di informazioni finanziarie affidabili, tanto da far definire Ftx come la “Lehman Brothers delle cripto”. Eppure, già nel 2014 il fallimento della piattaforma Mt.Gox – che nel momento di massimo fulgore concentrava il 70% delle transazioni in Bitcoin – fece scalpore per via di quello che a quel tempo era un crac di dimensioni enormi per le cripto valute: “evaporarono” 850.000 Bitcoin, ritrovati solo in parte, che allora valevano 450 milioni di dollari, mentre oggi il loro valore sarebbe di circa 14 miliardi; questo spiega il perché i creditori stanno ancora provando a recuperare i propri soldi, otto anni dopo.
Nel processo a Sam Bankman-Fried, 31 anni, di Stanford (California), è accusato anche di aver mentito a società e istituti che hanno prestato soldi a Ftx e adesso rischia una pena di 110 anni di carcere. Lo schema è venuto alla luce quando i depositi della compagnia sono andati in collasso: più di otto miliardi di dollari versati dai clienti erano letteralmente spariti, spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali. La “grande menzogna” di Bankman-Fried venne fuori per via di un rapporto pubblicato dal sito specializzato in cripto valute CoinDesk, che aveva messo in dubbio la salute della società sorella di Ftx, Alameda Research; questo ha scatenato le richieste di ritiro del denaro da parte dei clienti dell’exchange, ma Ftx non è riuscita a far fronte ai prelievi, e ha presentato istanza di fallimento. Un mese dopo, Bankman-Fried è stato arrestato alle Bahamas, dove aveva sede Ftx, ed estradato negli Stati Uniti.
Il problema, per i clienti di Ftx, era che depositavano i propri soldi non in un conto regolamentato di una banca – o presso una banca depositaria, come accade per il risparmio gestito – bensì nelle casse di Ftx, e poi li usavano per acquistare o vendere Bitcoin, Ethereum o centinaia di altre monete digitali, e i ricavi venivano accumulati nei “conti” aperti nella piattaforma, i quali però non costituivano “patrimonio separato” da quello di Ftx. Da qui la possibilità, per il CEO di Ftx, di manovrare queste enormi masse di denaro per finalità diverse da quelle per cui erano state accumulate dai clienti. Tra i clienti c’era Alameda, una società di scambi che, grazie a Bankman-Fried, ha potuto avere prestiti smisurati e finanziamenti per progetti andati in fumo. Ora, il processo potrebbe influenzare il destino dell’industria delle cripto valute. Infatti, la brusca caduta di Ftx ha provocato un’onda d’urto e una diffusa preoccupazione sulla sicurezza e l’affidabilità delle altre piattaforme Exchange, generando un effetto domino che ha coinvolto molte altre importanti istituzioni. Ma non è tutto. Dal quasi scontato verdetto di colpevolezza potrebbero derivare l’aumento delle preoccupazioni per le attività fraudolente e la conseguente richiesta di una maggiore regolamentazione degli scambi sulle cripto valute, scoraggiando l’afflusso di capitali nelle società di settore.



Sebbene il 25% delle società quotate negli Stati Uniti sia nel segmento “zombies” – società i cui profitti non coprono nemmeno i costi di finanziamento dell’operatività corrente – i flussi di capitale verso tali società sono comunque garantiti dalla gestione passiva. Questo è anche uno dei motivi che ha portato la capitalizzazione della borsa Usa al 150% del PIL. Le principali società di asset management USA, che hanno ormai l’unico scopo di sostenere un sistema in crisi, spingono per favorire questo fenomeno, dato che sono i principali players su ETF di ogni tipo, in un meccanismo che potrebbe ravvisare un conflitto di interessi con il ruolo di portfolio manager: con la mano destra dici di selezionare gli investimenti secondo certi criteri, mentre con la sinistra (che è grande quanto la destra) compri qualsiasi cosa.
Le politiche di tassi a zero per 14 anni delle banche centrali hanno favorito la canalizzazione di ingenti risorse finanziarie su mercati che non avevano più il ruolo di selezionare “il grano dalla paglia”. La strategia mirata ad eliminare mercati selettivi è finalizzata esclusivamente a cercare di sostenere ad oltranza un sistema in crisi ormai da tempo, e che dalla crisi non riesce comunque ad uscire. E quindi selezionare non deve essere più remunerativo, mentre chi non seleziona viene premiato rispetto a chi lo fa. Infatti, se dovessimo applicare una selezione degli investimenti in base a criteri basati sulle valutazioni e profittabilità del business, il 90% del mercato azionario americano sarebbe da vendere, trascinando al ribasso tutti i mercati azionari mondiali.
Recentemente Morgan Stanley e JP Morgan hanno pubblicato alcune note sul mercato azionario USA in relazione alla “qualità degli utili”. Queste analisi mettevano in guardia gli investitori sul fatto che numerose aziende americane evidenziano oggi cash flows in contrazione ma utili in rialzo. Questo fenomeno mostra un peggioramento della redditività, mascherato da artifici contabili. Queste pubblicazioni non fanno che confermare che la situazione reale è molto diversa da quella che appare in superficie, e il gap tra “narrazione ufficiale” e realtà continua ad ampliarsi. Anche il modo di focalizzare le notizie sul fatto che le società “battono le stime” fa perdere completamente il focus sull’andamento reale dei profitti. Tutti enfatizzano il fatto che la società “batte le stime”, ma non viene evidenziato dai media se i profitti salgono o scendono.
I mercati selettivi, dove gli investitori cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi non lo utilizzava in modo remunerativo, non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale. L’interesse delle autorità è dunque quello di fare in modo che il denaro continui a confluire in modo indiscriminato verso un sistema che non produce più ricchezza (se non in modo concentrato) e sostenga un modello nato 15 anni fa sul QE, che ora è sull’orlo dell’insolvenza. Il motivo per il quale il mercato non deve essere selettivo è dunque evidente, dato che, nel momento in cui dovesse fare la distinzione tra “il grano e la paglia”, la situazione inizierebbe a degenerare in tempi molto rapidi. Questa è la reale situazione nella quale ci troviamo attualmente e che cerchiamo in tutti i modi di nascondere.
Comunque sia, dato che in economia nulla è gratis e il conto da pagare arriva sempre, l’allocazione di ingenti risorse finanziarie verso attività in perdita o non remunerative, che per di più non possono fallire perché rischiano di innescare effetti sistemici, procurerà nel migliore scenario possibile la stagnazione di lungo periodo, dato che una crescente percentuale delle risorse finanziarie a disposizione devono servire a puntellare società insolventi che non producono reddito. In questo scenario la redditività del capitale, che ha beneficiato di ritorni fuori dalla media negli ultimi dieci anni grazie a fenomeni straordinari, è destinata a subire (purtroppo) un netto ridimensionamento. È inoltre inevitabile che il long landing, procurato da una crisi strisciante del colossale debito speculativo contratto nell’era del QE, prima o poi, si trasformerà in un hard landing (“how did you go bankrupt? Two ways. Gradually, then suddenly” – Ernest Hemingway, The Sun Also Rises).
E la Cina? In Cina le cose non vanno diversamente, poiché la seconda economia mondiale non è messa così diversamente dalla prima (USA). Diciamo che i problemi sono gli stessi ma in settori differenti, con un’importante distinzione: la Cina ha risparmio interno (come il Giappone negli anni 90) per gestire la Balance Sheet Recession, mentre gli Stati Uniti dipendono dal risparmio di Giappone ed Europa per finanziare tutto il leverage che hanno in circolazione. Di conseguenza, se tutto il risparmio occidentale deve rimanere in America per finanziare il debito pubblico e privato USA, il resto dell’economia mondiale non può crescere. Questo è il principale motivo per il quale BOJ non può modificare la politica monetaria e deve, suo malgrado, operare come succursale della FED, stampando JPY che vengono venduti per acquistare USD e sottoscrivere debito USA.
Nonostante questo QE “indiretto”, la liquidità mondiale in USD è comunque in contrazione. La grande abbuffata di debito fatta nell’era del QE sta iniziando a scricchiolare da tutte le parti e non dipende solo dai tassi d’interesse più alti, dipende anche da cosa ha spregiudicatamente finanziato (dal private Equity al Venture Capital e alle aziende quotate in borsa che non hanno mai fatto utili), con i soldi quasi gratis. Da qui la domanda: a cosa servono gli asset finanziari, in particolare le borse e il credito, che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale e i fondamentali delle società?
In questo senso, occorre fare una netta distinzione tra “narrazione” e realtà. Infatti, il termine “narrazione” è stato coniato negli ultimi mesi per evidenziare silenziosamente che la realtà è forse diversa. Ogni giorno ricevo decine e decine di papers di ricerca e centinaia di pagine di analisi sull’ultimo decimale dell’inflazione, sul centesimo di variazione del Pil e sulle prospettive di variazione micro decimale dei tassi decennali; ed anche ricerche settimanali sulle previsioni del livello dei FED Funds a 3/6 mesi (sempre sbagliate) e sulle parole, virgole e punti utilizzati nei verbali della FED. E poi migliaia di analisti che producono altrettante migliaia di pagine di analisi – già inutili a fine giornata – dove il futuro del mondo sembra essere definito in previsioni sempre “politicamente corrette” e poco sorprendenti, tutte finalizzate a definire “normale” tutto quello che ci accade intorno da mesi, ma che normale non lo è affatto.
Migliaia di persone, pertanto, analizzano l’economia per dire che non succede mai nulla e che tutto rimane sempre nella “normale distribuzione statistica” degli eventi, anche nelle difficoltà attuali, dove tutti sono pronti a intravedere gli inizi di un nuovo bull market non appena i “modesti” problemi strutturali attuali verranno risolti. Nel frattempo, qualora nessuno se ne fosse accorto, le istituzioni governative hanno iniziato a mascherare la crisi massaggiando in modo sempre più evidente i dati macro. Per esempio, nessuno riesce a capire come è possibile che le entrate fiscali del governo USA siano in caduta verticale, nonostante la piena occupazione e l’economia che (sulla carta) continua a crescere: tutte le volte che questo è accaduto l’economia era in recessione. Se c’è la piena occupazione, dovrebbe essere normale che i redditi generati vengano tassati e procurino un aumento delle entrate fiscali, non una diminuzione.
Recentemente il governo cinese ha ordinato ai media di non enfatizzare le notizie negative sull’economia e i dati pubblicati sono sottoposti a “restrizioni” sui dettagli di composizione per “ragioni di sicurezza nazionale”. Alcuni economisti troppo “indipendenti” sono anche finiti in carcere. La stessa cosa è stata applicata per le aziende quotate che sono “sensibili” per la sicurezza nazionale. Quindi a cosa servono asset finanziari che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale? Le risposte sarebbero molteplici, e non certo positive.
Il raggiungimento dell’obiettivo Net-Zero, definito dalle Nazioni Unite come la “riduzione delle emissioni di gas a effetto serra il più vicino possibile allo zero, con il riassorbimento delle emissioni rimanenti dall’atmosfera, dagli oceani e dalle foreste”, dipende fortemente dalla transizione verso metodi ecologici, rendendolo una priorità assoluta. La transizione richiede organizzazione globale e soprattutto ingenti investimenti. Per questo sono stati creati i green bond, ed in particolare i Climate Bond che sono obbligazioni la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente.
La ricerca condotta da Marcella Lucchetta (nella foto), utilizzando un rigoroso metodo statistico con dati Mondiali dal 2014 al 2022 divisi per aree geografiche e controllando per il reddito pro-capite, ha rilevato che ciascun continente dovrebbe investire almeno il 2% in più pro-capite ogni anno in Climate Bond, per raggiungere gli obiettivi climatici essenziali al raggiungimento del Net-Zero. In particolare i risultati mostrano che, a livello mondiale i Climate Bond sono sottoutilizzati nelle aree con un maggiore utilizzo pro-capite di combustibili fossili e i paesi ad alto reddito stanno gradualmente riducendo la loro dipendenza dai combustibili fossili, mentre i paesi a basso reddito ne hanno sempre utilizzato molto poco (ma con una previsione di crescita futura).
L’allocazione delle risorse finanziarie sotto forma di Climate Bond per la transizione verde dovrebbe considerare l’uso pro capite di combustibili fossili, nonché l’eterogeneità della crescita demografica e il diverso sviluppo economico macro-regionale. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde accettabile. I risultati e le conseguenze della ricerca sono importanti perchè dimostrano investimenti per la sostenibilità elevati nelle aree sviluppate dove vi è relativamente meno bisogno (es. paesi del nord Europa) e molto bassi, quasi insignificanti nei paesi emergenti ed in via di sviluppo che utilizzano maggior quantità di combustibili fossili.
C’è da rilevare che il 2% pro-capite è una media: ovvero i paesi emergenti dovrebbero avere una percentuale matematicamente più alta pro-capite che non sono in grado di investire. L’India ha più volte cercato di “ammorbidire” le richieste per il raggiungimento degli obiettivi ambientali: un paese con oltre 1,4 miliardi di abitanti che attualmente ha le maggiori emissioni di combustibili fossili. “Contiamo di proseguire questo filone di ricerca. Ora che i risultati mettono in evidenza la necessità di utilizzare meglio le risorse economiche – spiega Marcella Lucchetta – sarà importante studiare come coordinare la transizione verde nei paesi più poveri. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde eticamente accettabile”.
Se il trilocale prevale a livello italiano è il bilocale la tipologia più ricercata a Milano (47,5%), unica tra le grandi città a fare eccezione per la presenza importante di investitori e single tra gli acquirenti, e per essere la città più costosa d’Italia, con un prezzo medio di 4.219 euro al mq per una tipologia usata e 5.036 euro al mq per il nuovo. Il quattro locali prevale a Genova (44,4%), città dove i prezzi sono decisamente più contenuti e si aggirano intorno a 1.114 euro al mq per la tipologia usata e 1.510 euro al mq per quelle di nuova costruzione. Nei capoluoghi di regione che non sono grandi città, la domanda conferma il trilocale come tipologia più ricercata, con il 52,6%, seguito dal quattro locali (21,5%) e infine dal bilocale che raccoglie il 21,3%. In queste realtà si segnala un aumento della percentuale di richieste sui cinque locali (da 1,9% a 2,9%), grazie ai prezzi più bassi.
Relativamente al segmento degli immobili di prestigio, chi ha a disposizione un’elevata disponibilità di spesa continua a cercare questa tipologia soprattutto come soluzione migliorativa di quella esistente (c.d. upgrade abitativo), ma si vanno diradando gli investitori, che attualmente sono più cauti nelle operazioni. Si tratta di un segmento di mercato di nicchia, con bassa offerta anche se, negli ultimi anni, sono aumentati gli interventi di nuova costruzione di pregio: non solo nelle metropoli, dove si contano sempre più operazioni di recupero, ma anche nelle località turistiche, dove è in aumento la percentuale di stranieri che acquistano e che sono interessati anche a queste tipologie abitative di lusso.
Chi cerca una soluzione di pregio ambisce ad ampi spazi (metrature di almeno 180-200 mq), affacci panoramici, meglio se da attici o terrazzi. Aspetti sempre più imprescindibili, soprattutto sulle nuove costruzioni, oltre alla location e alla qualità dell’abitazione, sono la sicurezza garantita da dispositivi tecnologici all’avanguardia e la progettazione degli ambienti, attenta alle esigenze di comfort e ottimizzazione degli spazi. Nelle zone centrali sono apprezzati gli immobili d’epoca, ancora di più se con caratteristiche architettoniche particolari. La carenza di spazi nelle aree centrali e la bassa offerta stanno portando in alcune città, tra cui Roma e Milano, alla realizzazione di nuove costruzioni anche nelle zone più periferiche ed esterne, hinterland incluso.
A Milano il segmento di pregio tiene, anche se la crescita dei prezzi è più contenuta rispetto a quanto registrato nei semestri precedenti. Queste tipologie immobiliari sono ricercate in zona Moscova, dove si toccano valori di 17.000 euro al mq per il nuovo, di taglio grande (oltre 200 mq), possibilmente in edifici di nuova o recentissima costruzione con servizi di portineria h24, accesso diretto ai garage auto e locali comuni come la palestra. Permane comunque l’interesse per gli stabili d’epoca, preferibilmente con balconi abitabili, almeno tre camere da letto e due bagni, meglio se posizionati dal terzo piano in poi. Negli ultimi tempi, poi, è sempre più importante la presenza di box auto di grandi dimensioni e con possibilità di caricare l’auto elettrica. Nella prestigiosa piazza Mondadori e strade limitrofe si toccano punte di 10.000 euro al mq, mentre i valori più elevati, oltre 10.000 euro al mq, si toccano per le soluzioni d’epoca in via Mascheroni. Seguono corso Vercelli con 9.000 euro al mq, piazza Wagner e via Buonarroti con top prices di 8.000 euro al mq, City Life con 7.000 euro al mq, via Sanzio e via Colonna con abitazioni degli anni ’70 a 6.000 euro al mq.
A Roma i valori degli immobili di pregio sono rimasti sostanzialmente stabili (+ 0,1%). Chi cerca questi ultimi si orienta su tagli superiori a 200 mq, dotati di terrazzo e ascensore. Le famiglie prediligono Porta Pia e via Veneto, dove prevalgono gli acquisti dei residenti oppure di chi si sposta dai quartieri limitrofi e si segnalano soluzioni a 7.000 euro al mq. I prezzi scendono a 5.000 euro al mq in via XX Settembre, perché più vicina alla Stazione Termini. Qui si segnalano anche investitori che impiegano 500-600.000 euro per realizzare case vacanza. Chi è
interessato al segmento di pregio si orienta su piazza Navona, Campo dei Fiori e Fontana di Trevi. Bene l’andamento delle case in piazza del Popolo, dove si toccano punte di 10.000 euro al mq. L’acquisto dell’abitazione principale interessa soprattutto la zona di Prati, compresa tra piazza Cavour e piazza Risorgimento. I prezzi lì arrivano a 6.500 euro al mq, con punte di 7.000 euro per le soluzioni che godono della vista sul Tevere. Prezzi simili anche intorno a Porta Pia dove ci sono soluzioni più signorili, soprattutto a ridosso di piazza Ungheria e piazza Verdi, vicino a Villa Borghese.
A Napoli, i valori immobiliari si sono stabilizzati nei quartieri di Manzoni, Caravaggio e Petrarca–Orazio, dopo i rialzi che si erano registrati nei mesi scorsi. Ci sono abitazioni con affacci panoramici sul Golfo di Napoli, per i quali la richiesta arriva da imprenditori e professionisti di Napoli e della provincia, alla ricerca di metrature generose, oltre i 200 mq, con spazi esterni, in contesti condominiali di prestigio e con portineria h24. Per chi si avvicina a queste case, tassativa è la vista panoramica sul Golfo, che fa lievitare i prezzi fino a 7.000-8.000 euro al mq.
Queste modifiche, se approvate, comporterebbero una significativa semplificazione della struttura del Piano, riducendo il numero complessivo di risultati, target e milestone da raggiungere entro il 31 dicembre 2023. La quarta rata, che include ventotto obiettivi, è attualmente in fase di verifica da parte dei servizi della Commissione Europea, con l’obiettivo di garantire il pagamento dei 16,5 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Secondo Giordano Guerrieri (nella foto in basso), CEO di
Il Piano comprende il capitolo RepowerEU, che è cruciale per migliorare la competitività, la sicurezza energetica e la sostenibilità ambientale, come richiesto dalla Commissione Europea. In tal senso, il Governo sta attuando un lavoro molto delicato, in quanto da un lato vede la rimodulazione complessiva del PNRR, che è ancora al vaglio di Bruxelles, e dall’altro prevede un’accelerazione sulla tabella di marcia al fine di non accumulare ulteriori ritardi. A tutto questo va aggiunta la preoccupazione degli enti locali, poiché alcune modifiche del Piano comportano la cancellazione o il ritardo di finanziamenti per progetti già avviati. Il Governo sta però già collaborando con gli enti locali per garantire che tali progetti non vengano compromessi e che vengano adottate misure adeguate per garantire la rendicontazione degli obiettivi. “Il Governo sta affrontando una sfida molto difficile, per la quale sta però attuando una strategia che permetterà di migliorare e adattare il PNRR alle esigenze attuali del sistema Paese e alle richieste della Commissione Europea”, aggiunge Giordano Guerrieri.
In tema di revisione del PNRR si fa sentire anche il Consiglio Nazionale dei Giovani, che chiede a gran voce la creazione di quote finanziarie di riserva generazionale in alcuni interventi. Infatti, secondo ANAC in 7 appalti su 10 non è stata rispettata la clausola di assunzione dei giovani, nel 40% dei casi senza neanche specificare il motivo della mancata applicazione della norma. Per bocca della presidente Maria Cristina Pisani (nella foto), il Consiglio Nazionale dei Giovani ha effettuato alcune richieste specifiche. In particolare, è stato chiesto al Governo di implementare una fiscalità generazionale, con sgravi fiscali maggiori, o bonus rafforzati riservati agli under 36; inoltre, di ricollocare i 358 milioni di euro non impiegati a favore dell’imprenditorialità giovanile, aggiungendo alla tipologia dalla vocazione turistica anche quella creativa e culturale.
Le ragazze ed i ragazzi sono tra i più colpiti dalla povertà energetica, con una situazione finanziaria molto precaria che li rende maggiormente vulnerabili di fronte agli squilibri macroeconomici e ai crescenti costi energetici. Pertanto, il Consiglio Nazionale dei Giovani aggiunge che è necessario garantire un’effettiva assegnazione degli alloggi agli studenti che ne hanno bisogno, e assicurare l’assegnazione di borse di studio a tutti gli studenti idonei, grazie anche al raggiungimento della milestone sul Servizio Civile Universale. In particolare, il problema del c.d. housing universitario – di cui si parla molto spesso sui media – secondo Maria Cristina Pisani richiede un’accelerazione dell’investimento degli oltre 960 milioni di euro già stanziati per la realizzazione di nuovi alloggi (60.000 posti aggiuntivi entro giugno 2026), poichè solo il 5% degli studenti ha accesso alle residenze universitarie, a fronte del 20% per i giovani del resto d’Europa”.
L’annuale manifestazione che riunisce professionisti ed esperti dei servizi di investimento organizzata dalla Fondazione affiliata alla European Financial Planning Association™ (EFPA), organismo professionale preposto alla definizione di standard e alla certificazione dei Financial Advisors e dei Financial Planners, pone al centro del dibattito di questa 14° edizione il tema dello sviluppo tecnologico nell’ambito della consulenza finanziaria, che rappresenta una delle sfide più importanti per l’industria del settore. L’obiettivo è di approfondirlo con spirito critico affinché gli interrogativi legati agli impatti delle nuove tecnologie sulla professione riconducano l’attenzione sull’identità del consulente finanziario e sulle sue competenze uniche ed insostituibili, per guardare positivamente alle sfide che lo attendono. 
Nella giornata di apertura, giovedì 12 ottobre, il tema dell’IA verrà introdotto attraverso un inedito dibattito virtuale tra alcune illustri figure del contesto economico mondiale del passato, che forniranno alla platea la propria visione dell’economia e del sistema finanziario, e quale ruolo hanno giocato nella loro evoluzione. A seguire, nel seminario “Un futuro in transizione permanente”, Marica Branchesi (nella foto), Professore Ordinario di Astrofisica presso il Gran Sasso Science Institute, introdurrà un inedito punto di vista nel dibattito sulle prospettive generate dall’innovazione tecnologica nel mondo della
consulenza finanziaria. Si confronteranno con la professoressa Branchesi, il noto Economista Coleman Kendall e il Segretario Generale del Censis Giorgio De Rita (nella foto). Immediatamente dopo, i main partner dell’evento interverranno con alcuni workshop sui temi che i professionisti del risparmio affrontano quotidianamente, dalle strategie di asset allocation ai fondi tematici e settoriali.
Seguiranno a ruota i workshop dei main partner su: scelte di asset allocation di lungo termine tra dinamiche demografiche e innovazione, ottimizzazione dei portafogli tramite strategie diversificate e decorrelate dall’azionario tradizionale. Chiuderanno l’appuntamento fiorentino di Efpa Italia il panel di Amundi e BNY Mellon, preceduto dalla tavola rotonda “AI: evidenze e prospettive per la consulenza finanziaria”, con Zurich Bank e Nicola Ronchetti (nella foto) – Founder & CEO di FINER, che porterà le evidenze di una ricerca che ha coinvolto consulenti finanziari, bancari e clienti sui vantaggi che le banche e le reti più innovative stanno ottenendo dall’adozione dell’IA. La partecipazione all’evento è accreditata fino a 13 ore per il mantenimento delle qualifiche EFP-EFA-EIP-ESG. Per il programma completo e per iscriversi a EFPA Italia Meeting 2023: 
Gli investitori possono beneficiare dei dividendi in due modi. In primo luogo, è stato dimostrato che la distribuzione di dividendi contribuisce alla performance dei titoli. In media, tra il 25 e il 35% del rendimento totale delle azioni nel lungo periodo deriva dai dividendi. L’altro punto è che le società hanno generalmente un certo interesse a distribuire dividendi in modo affidabile. È vero che i dividendi possono essere ridotti o annullati a causa di cali degli utili o perdite, ma l’esperienza passata ha dimostrato che i cali degli utili di solito non incidono integralmente sui dividendi. In questo modo, il dividendo contribuisce a rendere il portafoglio azionario più “resistente alle intemperie”: quando il sole splende sul mercato azionario, il dividendo fornisce un gradito ritorno aggiuntivo. Nei momenti di tempesta, con un andamento negativo dei prezzi, i dividendi contribuiscono a stabilizzare il portafoglio.
Cosa sono gli ETF sui dividendi? L’obiettivo di un ETF è generalmente quello di replicare il più fedelmente possibile un indice di riferimento sottostante. Si parla di ETF sui dividendi se l’indice è un portafoglio di cosiddetti titoli con dividendo. In pratica, si tratta soprattutto di titoli che hanno un dividend yield superiore alla media. Ad esempio, il FTSE All-World High Dividend Yield Index è un indice su dividendi globale e molto diversificato che, attraverso una riclassificazione periodica, include quei titoli dell’indice FTSE All-World che si prevede abbiano i dividend yield più elevati in base alle stime sui dividendi e non in base al loro storico dei pagamenti.
Il dividend yield misura l’entità delle distribuzioni annuali (attese) rispetto al prezzo corrente dell’azione. Un’azione con un dividend yield del 4%, ad esempio, offre all’investitore un ritorno di tutto rispetto anche in caso di prezzi statici. Un’azione con un dividend yield di appena l’1%, invece, dovrebbe salire di prezzo del 3% per ottenere lo stesso ritorno totale. Un’altra considerazione è che molte – anche se non tutte – le società con alti dividend yield hanno bilanci sani, sono ben dotate di capitale proprio e hanno un andamento relativamente stabile delle vendite e degli utili.
In tale contesto, gli ETF che replicano indici su dividendi ampiamente diversificati a livello globale possono essere una buona scelta. A titolo di esempio, va citato ancora una volta l’indice FTSE All-World High Dividend Yield. Attualmente include 1.826 titoli con dividendi provenienti da 49 Paesi e 20 settori. Nessun altro indice su dividendi presenta al momento una diversificazione più ampia tra mercati industrializzati ed emergenti. L’indice FTSE All-World High Dividend Yield presenta inoltre un andamento positivo in termini di dividend yield, che oggi è superiore al 4%. In termini comparativi, il dividend yield del mercato azionario globale (senza focus sui dividendi) è pari al 2,1%, solo la metà.
La qualità e i costi sono importanti. Ci sono altri criteri importanti da considerare nella scelta di un prodotto, come la competenza e l’esperienza del provider di ETF. La qualità di un ETF si misura altresì in base alla capacità di replicare un indice nel lungo periodo. Se questo obiettivo è raggiunto in maniera non adeguata, possono verificarsi deviazioni indesiderate tra l’andamento dell’indice e quello dell’ETF. La cosiddetta tracking difference fornisce informazioni sull’entità di tali scostamenti. I costi dell’ETF sono un altro importante criterio di selezione. Le informazioni al riguardo sono fornite dal total expense ratio – o TER. Per gli ETF su dividendi, il TER è solitamente compreso tra lo 0,25 e lo 0,5% all’anno.

I recenti sviluppi di mercato comprendono le persistenti turbolenze nel settore immobiliare cinese, dal default di Evergrande e dalla preoccupante traiettoria dell’indice degli sviluppatori cinesi. Evergrande ha esteso il suo calo, raggiungendo livelli mai visti in quasi nove mesi. Questi eventi hanno portato notevoli preoccupazioni riguardo all’immenso peso del debito nel settore e alle potenziali implicazioni a lungo termine per la crescita economica della Cina. Ad aumentare la complessità c’è la detenzione dei dirigenti di Evergrande a causa del loro mancato rispetto degli obblighi nei confronti dei creditori. Questo aumenta ulteriormente l’incertezza che circonda il colosso immobiliare e i suoi effetti sul panorama finanziario, che potrebbero causare un effetto domino sui mercati globali.
Allo stesso tempo, si nota un’altra potenziale crisi politica derivante da una controversia sul bilancio federale USA. Sebbene la prospettiva di una chiusura del governo degli Stati Uniti non sia una novità – essendosi verificata 18 volte prima del 1977 – potrebbe esercitare un impatto negativo sulla crescita economica. Questo potrebbe comportare ritardi nella pubblicazione di dati macroeconomici cruciali, con stime che suggeriscono che ogni settimana di chiusura potrebbe portare a una contrazione dello 0,15% del PIL. Moody’s, la celebre agenzia di rating del credito, ha anche segnalato che un simile scenario potrebbe essere collegato a un declassamento del rating del credito degli Stati Uniti, il che risuona ulteriormente con le argomentazioni che hanno spinto Fitch a declassare gli Stati Uniti ad AA+.
Secondo gli ultimi dati ISTAT, il reddito netto annuo familiare risulta in media pari a 33.798 euro. E’ interessante utilizzare questo dato in una simulazione di acquisto, rapportandola poi al 2021 per meglio comprendere il “costo sociale” dell’inflazione sulla possibilità delle famiglie di acquistare una casa, e soprattutto che tipo di immobile è possibile comprare. Ipotizzando di voler acquistare un’abitazione ricorrendo ad un mutuo di 25 anni, al tasso medio del 4,65% e con
un rapporto rata-reddito pari al 30% (indica la capacità di rimborso del finanziamento ipotecario) ed un rapporto tra la somma ottenuta con il mutuo ed il valore dell’immobile posto a garanzia del finanziamento pari all’80%, si può acquistare un’abitazione del valore di 187.000 euro, con una rata mensile di 845 euro. L’acquirente dovrà avere a disposizione un capitale iniziale pari al 20% del prezzo dell’immobile, e cioè 37.400 €, oltre al denaro per coprire tutte le spese accessorie alla compravendita e all’accensione del mutuo.
Tecnocasa ha provato a confrontare la rata del mutuo e i canoni di locazione nelle grandi città italiane. Con l’aumento dei tassi in molte città la rata è più elevata dell’affitto ma non mancano casi, laddove i prezzi al mq sono contenuti, in cui la rata è decisamente più conveniente dei canoni di locazione che, in molte città, hanno avuto una crescita importante negli ultimi tempi. L’aumento dei tassi di mutuo, com’è noto, ha influito molto sulle dimensioni degli immobili più comprati, poiché a parità di rata di mutuo – al netto della stretta creditizia effettuata dalle banche, che sta caratterizzando tutto il 2023 – ci si può permettere un’abitazione più piccola. Infatti, con lo stesso reddito netto annuale attuale, ma ai tassi del 2021, a parità di rata si sarebbe potuto acquistare una casa dal valore di 254 mila euro, con una disponibilità iniziale di 50.800 euro.
Guardando nel dettaglio delle grandi città, è Milano quella che, avendo i prezzi più elevati (4.263 euro al mq), chiede un maggiore sforzo economico a chi volesse acquistare casa. Per un bilocale di 65 mq nel capoluogo lombardo occorre ora una rata di 1.362 euro e un reddito disponibile di 4.540 euro. Se si optasse per l’affitto occorrerà mettere in conto un canone di locazione di 1.068 euro al mese, per cui il mutuo comporterebbe 294 euro in più al mese. Per un trilocale lo sforzo richiesto è ancora più alto, perché la rata ora è di 1.619 euro con un reddito disponibile di 5.397 euro, l’affitto medio si aggira intorno a 1.453 euro al mese valore non così distante dalla rata e che potrebbe far propendere per l’acquisto. Rispetto ai prezzi e ai tassi del 2021, oggi la rata è di 472 euro in più per un bilocale e di 561 euro in più per un trilocale.
Agli antipodi si trova Genova che, con i prezzi più bassi di Italia (1.115 euro al mq), richiede una rata di 360 euro al mese per un bilocale e un reddito disponibile richiesto di 1.200 euro. Il canone di locazione di un bilocale è di 415 euro al mese, superiore al valore della rata cosa che potrebbe suggerire l’acquisto. Genova è infatti la città che ha visto i prezzi scendere sempre, a partire dal 2007, con un recupero degli stessi solo nel 2022. Per un trilocale si mette in conto una rata di 428 euro, contro un canone di locazione di 500 euro al mese. Nel capoluogo ligure, quindi, l’acquisto vince, nonostante rispetto al 2021 la rata sia aumentata di 92 euro per un bilocale e di 110 euro per un trilocale.
A Roma il prezzo medio è poco sotto i 3.000 euro al mq, ed è richiesta una rata mensile di 968 euro al mese per un bilocale e di 1.150 euro al mese per un trilocale. Pertanto, per potersi permettere l’operazione è richiesto un reddito rispettivamente di 3.225 euro e 3.834 euro. I canoni di locazione mensili sono rispettivamente di 797 euro e 988 euro, per cui l’affitto è più basso del mutuo, che comunque in due anni è aumentato di 279 euro per un bilocale e di 332 euro per un trilocale. Tra le realtà più costose anche Firenze dove, per assicurarsi un bilocale, occorre un reddito mensile di 3.100 euro al mese, che consente di ottenere un mutuo dalla rata di 931 euro. Quest’ultima sale a 1.106 euro per un trilocale, accessibile a chi ha un reddito di 3.688 euro al mese. I canoni di locazione sono di 699 euro al mese per un bilocale e di 817 euro al mese per un trilocale, decisamente più bassi della rata del mutuo. In due anni, per lo stesso bilocale si è passati da una rata di 620 euro a una di 699 euro, per un trilocale da 786 a 1.106 euro.
Una delle città che ha visto crescere maggiormente i prezzi è stata Bologna. Nel capoluogo emiliano, per acquistare un bilocale occorre mettere in conto una rata di 845 euro al mese oppure un canone di locazione di 734 euro. Per un trilocale la rata è di 1.000 euro, mentre il canone di locazione è di 885 euro al mese. In due anni, il bilocale richiede un reddito di quasi 1.000 euro in più, da .1820 € a 2.815 euro, mentre il trilocale da 2.164 a 3.347 euro. A Torino, invece, la rata richiesta per un bilocale è di 523 euro al mese, contro un affitto di 451 euro, mentre per un trilocale è di 622 euro al mese contro un affitto di 566. A Verona la rata è rispettivamente di 547 e 651 euro al mese, contro un affitto di 611 e 722 euro al mese, facendo propendere decisamente per l’acquisto. L’aumento dei tassi ha portato un incremento della rata per l’acquisto di un bilocale da 360 euro a 547 euro a Verona, e da 363 a 523 euro a Torino.
Tra le grandi metropoli del Sud Italia, Palermo è quella più economica, dal momento che, nonostante l’aumento dei tassi, richiede ai potenziali acquirenti di considerare un’uscita mensile di 370 euro al mese per un bilocale, contro un canone di locazione mensile di 427 euro. Per un trilocale, è richiesta una rata di 440 euro al mese contro un canone di locazione di 525 euro. Anche a Palermo, pertanto, i prezzi contenuti invitano all’acquisto e non all’affitto, a differenza di Napoli che richiede agli acquirenti un impegno mensile più importante: 763 euro per acquistare un bilocale (contro un canone di locazione di 620 euro al mese) e 907 euro per avere un immobile da 85 mq, che preso in affitto costerebbe 783 euro al mese. Per acquistarli occorre avere rispettivamente un reddito di 2.543 e di 3.023 euro al mese.
Alla luce di questa analisi, non è semplice rispondere alla domanda se sia più conveniente comprare o affittare, poiché tale scelta dipende da innumerevoli altri fattori che non possono esaurirsi con un confronto squisitamente numerico. Peraltro, il mercato delle locazioni oggi risente di un lieve restringimento dell’offerta, dovuto più alla diffidenza dei piccoli proprietari verso i contratti di lungo periodo – funestati da percentuali di morosità vicine al 50% – che alla volontà di adibire le case alla ricettività turistica (affitto breve). L’analisi condotta da Tecnocasa, sul tema, ha confermato che la possibilità di dover sacrificare il reddito da locazione per via della intervenuta insolvenza di molti inquilini induce grande prudenza nei proprietari, anche alla luce dei rincari dei costi energetici. I rendimenti annui da locazione, tuttavia, restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane si è attestato intorno al 5,1%, mentre le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,4%, Palermo con il 6,3% e Verona con il 6,2%. L’analisi rivela che gli investitori preferiscono le aree con la presenza di atenei, di servizi e/o sottoposte ad interventi di riqualificazione.








