Banca Popolare di Sondrio: tutelare la sostenibilità economica e la “biodiversità bancaria”
A Sondrio si è parlato delle sfide del sistema bancario e del contributo delle community banks per sostenere lo sviluppo economico del Paese. Rivalutare la storia e il ruolo delle banche popolari.
Per molto tempo in questi anni, sotto la pressione della Bce, le autorità monetarie e i governi, pressati da situazioni contingenti nel mondo del credito, si sono concentrati sulle banche popolari di dimensioni medie e medio-piccole, caratterizzate da un profondo radicamento nel territorio. Obbligate per decreto a trasformarsi in Spa, in nome della stabilità finanziaria e della concorrenza, le banche popolari sono state spesso sacrificate a una politica di acquisizioni e fusioni bancarie, perseguendo l’idea che solo gruppi bancari di grandi dimensioni garantissero efficienza e stabilità, contribuendo invece a dar vita a banche too big to fail, troppo grandi per fallire che, spesso, hanno modificato il vitale rapporto tra banca e territorio.
Che ruolo hanno invece le community banks nell’attuale sistema bancario italiano? E, soprattutto, qual è e quale potrebbe esser il loro contributo allo sviluppo economico del nostro paese? Lo scorso 2 dicembre a Sondrio, in occasione del convegno “Sviluppo e sistema bancario” (promosso dalla Banca Popolare di Sondrio, in collaborazione con la società di consulenza aziendale Vitale Zane & Co.), il focus è stato posto sulla rivalutazione della storia e del ruolo delle banche popolari come banche del territorio, perno di quella rete di community banks che in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un altissimo numero di piccole e medie imprese, è l’unica in grado di assicurare il legame profondo che ogni sistema bancario deve avere con le reali esigenze del tessuto produttivo per assolvere alla sua essenziale funzione propulsiva di sviluppo del sistema Paese.
Mario Alberto Pedranzini (nella foto), Direttore Generale e Consigliere Delegato di Banca Popolare di Sondrio, ha commentato: “Il convegno che abbiamo ospitato oggi è un primo importante momento di sintesi di una filosofia del fare banca che rivaluta il ruolo delle banche del territorio e ne ribadisce l’insostituibile funzione di sostegno alle imprese e alle famiglie. Una filosofia che, in realtà, non è nuova, perché si riallaccia a quella dei grandi banchieri della nostra tradizione italiana. Senza un efficiente sistema bancario che supporti gli sforzi del mondo imprenditoriale a muoversi e operare con successo in questo scenario così complesso, non ci può essere sviluppo economico. Questo è il momento di rilanciare il tema cruciale del ruolo delle banche territoriali per il sistema Paese, un modello di cui Banca Popolare di Sondrio è espressione da 150 anni”.
Secondo Stefano Zamagni (nella foto), professore di economia ed etica d’impresa all’università di Bologna, “l’accesso al credito è una delle vie più sicure per vincere la povertà, ecco perché non favorire la biodiversità bancaria, in nome dell’errato principio secondo cui “one size fits all” (una stessa dimensione va bene per tutti), costituisce una violazione del principio di libertà che una avanzata economia di mercato non può certo tollerare. Battersi dunque per difendere la biodiversità bancaria significa impegnarsi per una autentica battaglia di civiltà”. Infatti, secondo Marco Onado (docente alla Bocconi di Milano), sulla base delle più recenti ricerche scientifiche e degli stessi dati della Bce la redditività e
l’efficienza delle banche non dipende dalla loro dimensione, e le banche piccole-medie di comunità possono essere altrettanto – se non più efficienti e redditizie – di qelle grandi. Inoltre, esse sono in grado di valutare e conoscere meglio le esigenze creditizie delle imprese del territorio e i bisogni dei risparmiatori locali. Le community banks, insomma, svolgono una funzione diversa da quella delle grandi banche, e questa biodiversità bancaria è ciò che va soprattutto tutelato perché aumenta l’efficienza del sistema bancario nel suo complesso, rendendolo in grado di rispondere alle sfide che i mutamenti di scenario di volta in volta impongono.
Siamo, insomma, in presenza di una situazione che richiederebbe oggi un vero e proprio mutamento di cultura bancaria, con la ripresa di un pensiero critico e di una visione unitaria e sistemica come quella di un grande banchiere della tradizione italiana, Raffaele Mattioli, di cui al convegno Andrea Calamanti, ordinario di economia degli intermediari finanziari, e Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, hanno tracciato un profilo teso ad attualizzarne il pensiero.









