Maggio 14, 2026
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Lavoro, le posizioni più ricercate dalle aziende. Chi cerca impiego vuole anche ampliare le proprie skills

Secondo Pasquale Abiuso, le aziende che offrono lavoro hanno una scarsa attrattività. “Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente, ma molti imprenditori continuano a pensare alla retribuzione come criterio di valutazione principale.

Per chi è alla ricerca di nuove opportunità lavorative, è importante conoscere quali sono le Regioni di Italia che offrono il maggior numero di posizioni aperte. Dove è più facile trovare lavoro in Italia? Il sito annuncilavoro360 ha stilato la classifica delle 5 regioni migliori, e delle 5 peggiori, mettendo a disposizione i dati relativi agli annunci attivi. Se non sorprende vedere la Lombardia al primo posto, storicamente una delle regioni più operose e industrializzate d’Italia, vale la pena di guardare anche al resto della classifica per notare come alcuni territori siano in crescita e potrebbero quindi rivelarsi “a sorpresa” dei luoghi interessanti in cui cercare lavoro.

Sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto le prime tre regioni in classifica per numero di annunci di lavoro attivi (dati aggiornati al 4 agosto 2022). In dettaglio, si registrano 128.232 annunci in Lombardia dove le mansioni più richieste sono quelle di operaio, impiegato, magazziniere, autista, ingegnere. Invece, con 74.474 annunci l’Emilia Romagna si posiziona al secondo gradino del podio, e anche qui le ricerche più numerose sono per le figure di operaio, magazziniere, impiegato, ingegnere, autista. Il Veneto segue al terzo posto con 58.329 annunci, le professioni più richieste si confermano quelle di operaio, impiegato, magazziniere, logistica, autista.

La classifica prosegue con il Piemonte (45.794 annunci) e al quinto posto la Toscana (43.345 annunci). Per quanto riguarda le mansioni, in queste due regioni a quelle già citate si aggiungono anche quelle dell’addetto marketing e del promoter. In generale, i numeri mostrano come il divario tra Nord e Sud sia ancora molto marcato e risulti più facile trovare un impiego al Nord o Centro-Nord. Infatti, guardando alla parte più bassa della classifica la regione che risulta avere meno opportunità di lavoro aperte è la Basilicata, con 4.989 annunci attivi. Del resto, il territorio poco antropizzato e poco industrializzato non facilita il mondo del lavoro e il mercato occupazionale. Al Sud non mancano, tuttavia, le note positive: il Molise, con 5.177 annunci, pur collocandosi come la penultima regione italiana per annunci attivi e pur essendo la seconda regione più piccola del Paese dopo la Valle d’Aosta, ha registrato una crescita del 9% rispetto al mese precedente. Trend positivo anche per la Sardegna, che con 7.828 annunci segna un +4% sul mese precedente; qui le mansioni più richieste sono quelle di addetto marketing, cuoco, cameriere, autista, contabile, rispecchiando la natura fortemente votata al turismo e alla stagionalità del territorio. In posizione contraria al trend, anche al Nord non mancano le sorprese, sebbene siano in negativo: poche le posizioni aperte in Trentino Alto Adige/Sudtirolo (5.815 annunci) e in Umbria (7.998 annunci), entrambe regioni che risultano essere tra le peggiori 5 dello Stivale per chi cerca lavoro.

Uscendo fuori dalle statistiche, l’estate che si avvia alla conclusione verrà ricordata per le lamentele dei titolari di esercizi commerciali a causa della mancanza di candidati validi, e alla supposta preferenza verso il reddito di cittadinanza anziché verso il lavoro. Ma sono corrette le notizie riportate da alcuni media, e soprattutto questo fenomeno è davvero attribuibile alla politica assistenzialista del nostro Paese? Secondo il marketing coach Pasquale Abiuso*, il motivo principale risiede nella scarsa attrattività delle aziende che offrono lavoro. “Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente, come ogni altro mercato. Molti imprenditori non riescono a essere in linea con queste trasformazioni e continuano a seguire un approccio old style, con annunci redatti pensando alla retribuzione come il criterio di valutazione principale per chi cerca lavoro”, afferma Abiuso. “In questo modo, si trascurano le altre esigenze dei lavoratori”.

L’analisi di Abiuso si concentra soprattutto sul settore Ho.Re.Ca., ossia sul mondo legato a consumi e somministrazione di cibi e bevande che non avvengono all’interno delle mura domestiche: “Ho” indica “Hospitality”, · “Re” sta per “Restaurant” e “Ca” ha due ambivalenti significati, ovvero “Cafè” o “Catering”. Ebbene, secondo una recente ricerca, gli italiani in cerca di impiego non effettuano le proprie scelte soltanto in base ai driver della retribuzione e dei benefit, poiché questi parametri risultano essere solo al terzo posto (Employer brand research 2022 di Randstad). “Soprattutto gli imprenditori tendono a considerare la forza lavoro come un numero – aggiunge Abiuso – e cercano risorse per colmare un ‘vuoto’ temporaneo. Il focus deve invece spostarsi sul valore reale percepito dal candidato, al di là del fattore economico”.

Come rendere più attrattiva una opportunità lavorativa e trovare la risorsa giusta, allora? La soluzione è offrire ai candidati un percorso di formazione per aumentare le loro skills, anche in caso di lavoro stagionale. “Una proposta è ritenuta più qualificante se prevede la possibilità di imparare: in un clima di incertezza, sapere di poter acquisire nuove competenze, spendibili anche altrove, è un elemento cruciale di scelta perché permette di pensare concretamente ad un piano di carriera. Oggi, nell’annuncio di ricerca, la possibilità di essere affiancati da tutor in un percorso formativo diventa un plus da mettere ben in evidenza” prosegue Abiuso. Secondo lo studio già citato, la crescita professionale è ritenuta “molto importante” per il 65% dei lavoratori dipendenti, percentuale che sale al 75% per coloro che hanno meno di 35 anni.

“Pertanto – conclude Pasquale Abiuso – riscontro la necessità di aumentare la consapevolezza nei titolari del loro ruolo diretto nel determinare l’attrattività di un’azienda e aumentare così la soddisfazione dei lavoratori. Un’impresa è veramente sana solo quando il clima aziendale è stimolante. Tutti noi, per esempio, vogliamo essere apprezzati nel nostro lavoro, qualunque esso sia. Ci piace essere sorpresi da apprezzamenti pubblici dai nostri responsabili, elogiati per qualcosa che abbiamo fatto bene. Questo ci motiva e ci porta a migliorare, compensando anche gli aspetti meno performanti del nostro ruolo. Migliorare è un modo per meritarci un nuovo apprezzamento. È importante ricordarsi sempre che è il capitale umano a creare il capitale economico.”

* Marketing coach, esperto di strategie di gestione aziendale

Località turistiche e rendimenti immobiliari, così gli investitori combattono l’inflazione

Acquistare un bilocale per metterlo a reddito rende in media il 5%. Nella classifica delle grandi città Genova, Verona e Palermo sul podio. La mappa del Gruppo Tecnocasa tra mare, lago e montagna.

L’anno scorso, circa il 16,5% delle compravendite immobiliari è stato realizzato per investimento, e questo trend non ha mostrato  segnali di cedimento anche in questo primo scorcio dell’anno (I semestre 2022). Il driver principale è l’inflazione in crescita, che spinge ad allocare maggiori risparmi sul mattone allo scopo di generare un rendimento reale che possa coprire in parte o del tutto l’indice dei prezzi al consumo e l’erosione del valore reale del proprio patrimonio. A rinforzare il fenomeno anche il ritorno dei flussi turistici, che ha portato di nuovo alla ribalta gli acquisti di immobili da destinare a ricettività sia nelle città più attrattive sia nelle località turistiche, soprattutto quelle “emergenti”.

L’analisi considerata dal gruppo Tecnocasa prende in esame locazioni a lungo termine, e non stagionali (che possono essere ancora più convenienti, se gestite adeguatamente). La possibilità di ottenere canoni di locazione continuativi induce prudenza nei proprietari, soprattutto negli ultimi tempi, alla luce dell’incertezza e dei rincari dei costi energetici. I rendimenti annui da locazione restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane si è attestato intorno al 5,0%. Le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,2%, Verona con il 6,0% e Palermo con il 5,9%, grazie all’abbondanza di appartamenti anche di piccolo taglio nelle zone preferite dagli investitori, e cioè le aree con la presenza di atenei, di servizi (il cui peso è sempre maggiore dopo i vari lockdown) e le aree sottoposte ad interventi di riqualificazione.  

In generale, se si guarda solo al rendimento da locazione, sono le zone più periferiche a rendere maggiormente in proporzione ai prezzi più contenuti degli immobili. Tuttavia, chi investe nel settore immobiliare non guarda solo ai rendimenti da locazione, ma anche e soprattutto alla rivalutazione del capitale, opzione ritenuta possibile dopo un decennio di larghi ribassi, al netto di Milano (dove le quotazioni hanno tenuto). Se andiamo sul lunghissimo periodo, però, la prospettiva cambia. Infatti, dal 1998 al 2021, limitando l’esame alle grandi città italiane, chi ha investito in un immobile ha  beneficiato di una rivalutazione media del 40,7%, con Milano in testa (+117,3%), seguita da Firenze (+71,4%).

Negli ultimi anni, gli investitori si sono diretti sempre più spesso nel settore degli affitti brevi nelle località turistiche, ed il settore è letteralmente esploso anche nelle grandi città a forte afflusso turistico, come Roma, Palermo, Firenze e Bologna. Secondo l’Ufficio Studi Tecnocasa, le località più promettenti sono quelle che possiamo definire come “turistiche emergenti”, ossia quelle alternative alle località più conosciute e apprezzate pervia dei prezzi più accessibili. È risaputo che dopo la pandemia la domanda di casa vacanza è aumentata, e questo sta portando ad una ricerca più estesa; inoltre, molti stranieri acquistano volentieri in Italia e spesso prediligono proprio le zone più interne sia al mare che in montagna e che al lago. Sul lago di Garda spiccano due località, ben posizionate nel territorio interno ma non distanti dalle sponde. Cresce l’appeal di Costermano, alle spalle del lago sulla sponda veronese, dove sono in fase di realizzazione interventi di nuova costruzione molto lussuosi, con prezzi che sfiorano i 4.000 euro al mq, mentre l’usato è inferiore a 2.500 euro al mq. Discorso simile per Polpenazze e Puegnago, collina bresciana, dove i prezzi oscillano da 1.800 a 2.500 euro al mq.

Per quanto riguarda il mercato turistico della montagna, la località che attualmente accoglie la domanda di chi non riesce ad acquistare a Ponte di Legno è quella di Temù, mentre restando sull’arco alpino Gallio e Roana piacciono perché sono vicine ad Asiago e offrono piste recentemente ristrutturate. Invece, nell’area nord est si segnala La Magdeleine, scoperta di recente dai potenziali acquirenti; poco considerata fino a qualche anno fa, è stata particolarmente apprezzata subito dopo il lockdown perché offre tranquillità ed è soleggiata, inoltre i prezzi medi sono intorno a 1.300 euro al mq. Infine, nell’area centrale della Penisola il piccolo borgo dell’entroterra abruzzese, Rivisondoli, attira turisti del centro sud, perché più accessibile rispetto a Roccaraso e perché è rinomato per chi pratica sport invernali e le escursioni naturalistiche.

Relativamente alle località di mare, la costa laziale ha catalizzato l’attenzione dell’importante bacino di Roma: Terracina è una delle località più apprezzate grazie ai collegamenti con la provincia di Frosinone e di Roma. In Puglia va segnalata Nardò, che si sta sviluppando come uno dei più fervidi centri d’interesse turistico del Salento vista la breve distanza dal mare. Risalendo lo Stivale, sulla costa adriatica, Pesaro registra ultimamente una buona domanda sia di prima sia di seconda casa, perché offre sia i servizi tipici di una cittadina sia strutture turistiche. Inoltre, la comodità del collegamento è un altro aspetto molto gradito agli investitori, e questo sta spingendo l’acquisto sia di prima che di seconda casa.

Un piano della Commissione Europea contro il caro energia. In Italia le bollette al centro del dibattito elettorale

Mentre Ursula Von Der Leyen annuncia un piano europeo per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, in Italia i partiti concentrano la propria campagna elettorale sul caro energia, evocando l’intervento dello Stato.

(ITALPRESS) – Un progetto per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità. E’ questo l’annuncio fatto dal presidente della Commissione europea durante una conferenza stampa in Slovenia. L’Unione europea sta preparando un intervento una riforma strutturale del mercato dell’energia” ha annunciato Ursula von der Leyen. Quasi a far eco a queste parole c’è stato il ribasso del prezzo del gas tornato sotto quota trecento euro. Un calo che sembra soprattutto una pausa per riprendere fiato prima di un altro strappo verso l’alto.

A conferma della delicatezza del momento c’è l’annuncio della Francia che si prepara al razionamento. “Purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”, ha detto la premier francese, Elisabeth Borne, parlando davanti al Congresso del Medef, la Confindustria d’Oltralpe. Da qui l’urgenza di un piano europeo per l’energia. “L’impennata dei prezzi dell’elettricità mostra chiaramente i limiti dell’attuale funzionamento del mercato che era stato concepito in un contesto molto diverso”, ha spiegato la Von der Leyen. Il tema della continua impennata dei prezzi del gas e della necessità di una riforma del mercato sarà oggetto di discussione nella riunione di emergenza dei ministri dell’Energia dell’Ue che si terrà a Praga il 9 settembre.

Difficile, per il momento ottenere un tetto al prezzo del gas come ha chiesto l’Italia anche se, in queste ore anche il Belgio sembra interessato alla proposta. Le resistenze della Germania e dell’Olanda però non sembrano superabili. Più semplice arrivare al disaccoppiamento delle rinnovabili dal prezzo del gas, ipotesi già esaminata più volte nel corso degli scorsi anni che non ha mai trovato applicazione per l’opposizione di diversi paesi. Ora però potrebbe essere il momento di ripensarci considerando, per esempio, che i costi di produzione delle centrali idro-elettriche sono molto più bassi di quello del gas. “Abbiamo bisogno – ha detto la presidente della Commissione – di un nuovo modello di mercato per l’elettricità che funzioni davvero e ci riporti in equilibrio”.

In Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nel suo intervento alla manifestazione di FdI di Catania con il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e il candidato presidente del Centrodestra alle Regionali, Renato Schifani, ha dichiarato “Io sono per le utenze di cittadinanza, non per il reddito. Perchè i cittadini non possono restare senza energia a casa. Chiamiamo tutti a raccolta e mettiamo a confronto tutte le nostre idee. Domani sono pronta ad andare in Parlamento per discutere del taglio del costo delle bollette. Lo Stato può tagliare le imposte sulle bollette per esempio…”. Invece secondo il leader di Italia Viva Matteo Renzi, intervenuto alla presentazione dei candidati di Azione e Italia Viva in Lombardia, “La Russia sta gestendo questa vicenda con abilità malevola nei confronti dell’Europa” ed è chiaro che “sta utilizzando la questione energetica come elemento di pressione politica e quasi militare. E’ un pezzo della propria strategia”. Per questo “noi siamo d’accordo a fermarci e metterci attorno a un tavolo” con il presidente Mario Draghi e le altre forze politiche così come proposto da Carlo Calenda. Renzi registra “ieri i primi segnali di apertura rispetto alla proposta avanzata da Carlo”, accogliendoli con favore dato che “questo è il tema vero dei prossimi 12 mesi”. Dopodichè si scaglia contro chi, da “ipocrita”, “oggi chiede a Draghi di risolvere il problema dopo averlo mandato a casa”. Renzi infine ribadisce la posizione del terzo polo: “L’unico modo per affrontare il tetto al costo gas è europeo” perciò “l’Europa deve darsi svegliata”. Certo, conclude, “se avessimo Draghi al tavolo sarebbe stata un’altra storia”.

“Abbiamo due tsunami che arrivano contemporaneamente: quello energetico e quello finanziario”. Lo dice, in un’intervista al Corriere della sera, il leader di Azione Carlo Calenda. Il segretario di Azione sottolinea che “la Fed continuerà ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e ciò porterà ad una revisione della politica della Bce. Saremo meno protetti”. Sul fronte dell’energia, Calenda dice che “sarebbe meglio non fare un nuovo scostamento di bilancio, ma mi rendo conto che i margini di manovra sono limitatissimi. Per dimezzare il costo delle bollette e aiutare le imprese serve sganciare il prezzo delle rinnovabili non contrattualizzate dal prezzo del gas, serve un obbligo di legge del Gse. Bisogna anche sospendere i certificati Ets sulle emissioni di Co2 e mettere dieci miliardi su imprese e gasivore ed energivore”, aggiunge Calenda.

Giancarlo Giorgetti, in una intervista al Corriere della Sera , afferma “Essere in carica per gli affari correnti non significa non avere poteri. Credo di essere stato il primo a sollevare il problema dell’energia più di un anno fa. Oggi bisogna rispondere senza aspettare i due mesi che serviranno per avere un nuovo governo. Sarebbe un disastro economico e sociale”. “Mi pare che Matteo Salvini – aggiunge – abbia visto giusto nel chiedere un armistizio in campagna elettorale. Tutti devono porsi il problema di come affrontare questo frangente”. “Abbiamo dichiarato una guerra commerciale alla Russia – afferma Giorgetti – con le sanzioni, usando meccanismi economici con un obiettivo politico sacrosanto: difendere la libertà. Intanto però, di fronte alla risposta russa alle nostre sanzioni, continuiamo a usare meccanismi strettamente di mercato. Non capiamo che quei meccanismi sono utili in tempo di pace, ma falliscono in tempo di guerra”. Oggi “il prezzo del gas è legato al Ttf di Amsterdam, un piccolo mercato speculativo che Vladimir Putin si diverte a far impazzire. Questo è un finto sistema di mercato, così come lo è l’ostinazione in Europa nel tenere il prezzo dell’elettricità agganciato a quello del gas benchè tanta energia elettrica sia prodotta da altre fonti molto meno costose. Questi sono sistemi concepiti per funzionare in tempo di pace, non di guerra. Perciò l’Italia chiede un tetto europeo al prezzo del gas e di sganciare quest’ultimo dalle tariffe elettriche”.

Secondo il vicepresidente e coordinatore unico di Forza Italia, Antonio Tajani, nel corso di una intervista a “Non Stop News” su RTL 102.5, un’idea per contenere gli aumenti del costo dell’energia “potrebbe essere quella di far pagare le bollette come l’anno scorso, con il sovrapprezzo a carico dello Stato. Bisogna valutare se si può fare senza fare altro debito, se si possano trovare fondi in altro modo”, altrimenti “uno scostamento di bilancio potrebbe essere necessario”. “In questo momento così difficile tutte le famiglie sono in difficoltà, non solo quelle meno abbienti, anche quelle del ceto medio. E dobbiamo assolutamente impedire che le imprese chiudano. Non è una questione che può essere rimandata al prossimo governo”. (ITALPRESS)

Ethenea: il contesto è difficile, ma non ci sarà un hard landing

Il rallentamento ci sarà, ma difficilmente assisteremo a un atterraggio duro. Il calo dell’euro rispetto al dollaro non spinge l’export a causa dei costi delle materie prime espressi in dollari. Le azioni non hanno ancora toccato i minimi.

Le preoccupazioni per una recessione globale stanno guadagnando terreno. A luglio, gli Stati Uniti hanno registrato il secondo trimestre consecutivo di contrazione economica, che è la definizione consolidata di recessione. Per contro, l’economia dell’Eurozona è in territorio positivo, nonostante i diffusi pronostici di sventura, con i Paesi a tradizionale vocazione turistica dell’Europa meridionale che registrano performance particolarmente positive. Un altro indicatore di recessione è un forte calo dei rendimenti a lungo termine come ad esempio i rendimenti dei Bund a 10 anni, che sono scesi dall’1,75% allo 0,85% a giugno.

“Anche noi siamo rimasti sorpresi dalla velocità con cui i rendimenti sono scesi, mentre l’inflazione in Europa e negli Stati Uniti saliva a nuovi massimi storici”, afferma Volker Schmidt, senior Portfolio Manager di EtheneaAndrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea, aggiunge: “Il 21 luglio, la Bce si è accodata al ciclo mondiale di rialzi dei tassi di interesse con un aumento dei tassi di riferimento superiore alle attese, di 50 punti base: si tratta di un passo nella giusta direzione, che lascia alla Banca centrale un certo margine di manovra per ulteriori rialzi dei tassi e che potrebbe allo stesso tempo prevenire il rischio di frammentazione del mercato. Tuttavia, la situazione rimane particolarmente difficile per la Bce, che si sta destreggiando tra i rischi di stagflazione, recessione e tensioni politiche all’interno dell’eurozona”. L’euro debole non sta aiutando gli esportatori. Il forte deprezzamento dell’euro negli ultimi tempi sta danneggiando le prospettive di inflazione e i consumatori europei. Secondo Andrea Siviero, una delle ragioni principali della debolezza dell’euro è la divergenza delle misure regionali di politica monetaria: “Un’azione decisa della Bce potrebbe dare una spinta all’euro e proteggere l’Eurozona da un’ulteriore accelerazione dell’inflazione“.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro Usa non sta attualmente avvantaggiando gli esportatori europei e nemmeno l’Ue in generale. Philip Bold, gestore di portafoglio di Ethenea, spiega che “le esportazioni di beni e servizi verso i Paesi non appartenenti all’area euro rappresentano generalmente una quota sostanziale del Pil (circa il 20% nel 2021). Tuttavia, solo una parte di queste (circa il 15%) è destinata agli Stati Uniti. Per valutare la competitività dell’euro serve un confronto con un paniere di valute più ampio e ponderato per il commercio, come il tasso di cambio EER-42 pubblicato dalla Bce, che tiene conto del peso degli scambi con i 42 principali partner commerciali dell’Ue. Rispetto a questo paniere di valute, l’euro è sceso solo del 4% circa dall’inizio della guerra in Ucraina raggiungendo la parità con il dollaro Usa. Il vantaggio competitivo internazionale acquisito dall’euro è quindi notevolmente inferiore a quanto suggerisce la variazione del tasso di cambio euro-dollaro“. “Inoltre, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro comporta uno svantaggio significativo”, prosegue Philip Bold, “in quanto l’energia e le materie prime sono generalmente quotate in dollari. Il duplice onere dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dell’apprezzamento del dollaro probabilmente più che compenserà il leggero vantaggio competitivo derivante dalla debolezza generale dell’euro. La caduta dell’euro nei confronti del dollaro non è quindi motivo di festa, nemmeno per i forti esportatori europei”.

Quale recessione aspettarsi? Gli investitori confidano nel fatto che le banche centrali riusciranno a tenere sotto controllo l’inflazione in tempi brevi. “Questo è evidente, ad esempio, dalle aspettative di inflazione che si riflettono nei prezzi delle obbligazioni sovrane decennali indicizzate all’inflazione“, afferma Volker Schmidt. “Le aspettative a lungo termine per l’inflazione media nei prossimi dieci anni si attestano attualmente a poco più del 2%, sia per la Germania che per gli Stati Uniti. La maggior parte degli economisti prevede inoltre un calo significativo dell’inflazione nel 2023. Se l’economia globale dovesse davvero scivolare in recessione, le banche centrali potrebbero effettivamente pensare a nuovi tagli dei tassi di interesse già nel 2023. La Federal Reserve statunitense vede il livello neutro a lungo termine dei tassi d’interesse al 2,5%: è probabile che questo livello venga superato entro settembre 2022, aprendo così la strada a futuri tagli dei tassi”.

Ma che tipo di recessione dobbiamo aspettarci? “La disoccupazione è bassa e c’è una forte carenza di manodopera qualificata e non”, fa notare Volker Schmidt. “D’altra parte, i grandi gruppi tecnologici stanno annunciando stop alle assunzioni o stanno già effettuando licenziamenti. Anche qui è probabile un rallentamento della crescita economica e c’è persino la possibilità di una recessione tecnica in Europa, definita come due trimestri consecutivi senza crescita economica. Tutto questo potrebbe condurre a un atterraggio duro, con un aumento significativo dei tassi di disoccupazione? Non credo”. In questo contesto, la gestione del portafoglio del fondo Ethna-DEFENSIV di Ethenea rimane prudente: “La nostra convinzione più forte riguarda le valute”, afferma Volker Schmidt. “Abbiamo quindi aumentato l’allocazione in dollari al 25% e rimaniamo investiti nel franco svizzero e nella corona norvegese. Siamo solo leggermente esposti al rischio di tasso d’interesse. La duration media del portafoglio obbligazionario è estremamente bassa (3,1). Questo, insieme all’alta qualità delle nostre posizioni – il cui rating medio è di circa AA – riduce la minaccia di un aumento dei premi di rischio per le nostre obbligazioni societarie. Abbiamo ridotto ulteriormente il rischio di tasso d’interesse grazie alla copertura dei tassi d’interesse tramite futures”.

Per quanto riguarda il fondo multi-asset di Ethenea, Ethna-AKTIV, Michael Blümke (Senior Portfolio Manager), spiega: “Alla luce dell’inflazione dilagante, riteniamo che i rendimenti dei Bund e dei Treasury, rispettivamente dell’1% e del 2,75%, non abbiano senso. Per quanto riguarda le azioni, non condividiamo la teoria secondo cui abbiamo già toccato il fondo”. “Con l’aumento dei livelli di interesse, anche le azioni hanno perso il loro status di unico asset di rischio disponibile”, aggiunge Christian Schmitt, che gestisce il fondo Ethna-DYNAMISCH di Ethenea. “Inoltre, le prospettive di guadagno delle aziende si stanno indebolendo in termini economici reali, ad eccezione del settore energetico. I fattori di stress di questa stagione di bilanci – inflazione dei costi, indebolimento della domanda dei consumatori, forza del dollaro – continueranno probabilmente anche nella seconda metà dell’anno. Le attuali prospettive delle imprese sono quindi modeste”.

Le oscillazioni di valore dei mercati azionari nella prima metà dell’anno sono già scontate nei prezzi e le valutazioni (a seconda del rapporto utilizzato) sono generalmente tornate ai livelli medi. “Tuttavia, continuiamo a prevedere un contesto difficile e volatile per il resto dell’estate”, afferma Christian Schmitt.  “Questo è dovuto ai driver top-down che sono negativi. Pertanto, rimaniamo prudenti e di recente – in particolare durante la fase di forza del mercato all’inizio di luglio – abbiamo ridotto in modo anticiclico la nostra allocazione azionaria nell’Ethna-DYNAMISCH da circa il 40% al 30%, utilizzando strumenti di copertura. Nel frattempo, continuiamo a mantenere un livello elevato di liquidità, pari a circa il 65%, compresi gli equivalenti di liquidità e gli hedge azionari, per garantire la stabilità del portafoglio in un contesto di mercato negativo.”

Consulenti finanziari: l’età media avanza, la forma fisica meno. I consigli del personal trainer

Moltissimi consulenti finanziari hanno più di cinquant’anni e la prospettiva di lavorare per almeno altri quindici. Per loro è fondamentale ritagliarsi del tempo da dedicare ad una corretta attività fisica. Ecco i consigli di uno dei personal trainer più richiesti dai professionisti romani.

Intervista di Adriana Cardinale

Di barriere all’entrata della professione e di aumento dell’età media dei consulenti finanziari P&F si occupa già da tre anni – dalla sua fondazione, quindi – ed il bilancio non è dei migliori: a parte qualche iniziativa isolata di poche reti, la visione di lungo periodo del passaggio generazionale è al momento un argomento quasi tabù, e si preferisce privilegiare, al suo posto, il recruiting di professionisti quarantenni che assicurino nel breve termine il passaggio del portafoglio dei colleghi sessantenni, prossimi alla pensione.

Questo meccanismo di ricambio parziale, da un lato impedisce alle reti di avviare una sistematica campagna di inserimento e formazione dei più promettenti neolaureati e, dall’altro, impone ai consulenti ultra-cinquantenni di mantenersi in buona salute per i successivi dieci-quindici anni, allo scopo di reggere bene ad un carico di lavoro che diventa sempre più impegnativo con l’avanzare dell’età. Fondamentale, quindi, dedicare del tempo alla propria forma fisica, che in molti sottovalutano ritenendo che essa faccia parte più della sfera personale che di quella professionale, sottovalutandone gli effetti positivi riscontrabili anche in ambito lavorativo.

P&F ne parla oggi con Gianluca Valenti*, uno dei personal trainer più richiesti nella città di Roma, al quale abbiamo rivolto alcune domande sull’argomento.

Gianluca, che stile di vita consiglieresti ad un consulente finanziario ultra-cinquantenne, che svolge sia una intensa attività di relazione all’esterno della banca che un discreto carico di mansioni amministrative?
Innanzitutto una premessa: noi tutti dovremmo capire che il movimento e l’attenzione nei confronti del nostro corpo è una doverosa necessità. È grazie alla salute del nostro corpo e della nostra mente che riusciamo a raggiungere buone capacità fisiche e a raggiungere obiettivi di qualsiasi genere. Abbiamo bisogno di costante “manutenzione“, proprio come un autoveicolo, per aumentare la nostra qualità di vita anche in termini di longevità. Pertanto, qualunque sia il lavoro da svolgere, il movimento è una necessità lungo l’intero corso della nostra vita. Naturalmente, c’è chi pratica questa attività di “manutenzione” fisica da sempre, ed arriva all’età matura con una certa autonomia e conoscenza delle cose da fare, e chi invece decide di farlo in ritardo; è soprattutto in questo momento che può entrare in gioco il personal trainer.

Come può definirsi in poche parole un personale trainer, e cosa può fare per un professionista così dinamico come il consulente finanziario?
Il personal trainer è un interprete delle esigenze psicomotorie individuali, che vanno analizzate e interpretate. Per esempio, quello che viene comunemente chiamato dinamismo lavorativo non è affatto “manutenzione fisica”. Considerarlo tale ci fa cadere nello stesso errore che commettono le casalinghe quando pensano che le attività di cura della casa siano un allenamento per il proprio corpo. Per un consulente finanziario ultra-cinquantenne, che si approccia al movimento dopo un lungo periodo di inattività o addirittura per la prima volta, il primo consiglio è quello di dedicarsi ad una fase preliminare di attività cardiovascolare, come una semplice camminata sportiva, ma con scarpette e tuta al parco, non una passeggiata per le vie del centro. In combinazione alla camminata è bene recarsi in una palestra, per utilizzare i pesi. Non bisogna avere paura dei pesi, non servono solamente per “pompare i muscoli e mostrarli in spiaggia”; il loro scopo è soprattutto quello di stimolare il metabolismo a consumare più calorie e ad attivare i vari distretti muscolari anche per la prevenzione di infortuni.

In generale, qual è lo stile alimentare consigliato per un ultra-cinquantenne che ha la prospettiva di dover lavorare ancora per altri 10 o 15 anni?
Lo stile alimentare che consiglio sempre è quello mediterraneo, bilanciando in micro e macro nutrienti, affidandoci sempre ad un medico nutrizionista qualificato, che educa a mantenere una corretta alimentazione. Per chi è in sovrappeso, la soluzione migliore per migliorare l’indice di massa corporea è il deficit calorico, e cioè la differenza tra calorie ingerite e calorie consumate. Da evitare accuratamente le “diete estreme da rivista”.

Lei svolge la sua attività prevalentemente presso l’abitazione del cliente. Lascia anche “i compiti da fare a casa”?
Come per il nutrizionista, la mia attività ho lo scopo di educare il cliente ad una corretta attività fisica, insegnando alcuni esercizi e poi chiedendo loro di svolgerli anche autonomamente.

E’ possibile mantenersi in forma senza utilizzare attrezzi e/o macchinari?
Assolutamente si, c’è una infinità di esercizi ed attività a corpo libero, ma per una progressione graduale l’utilizzo di attrezzature è consigliabile.

Se un cliente le dicesse di voler attrezzare una mini-palestra in casa, che strumenti consiglierebbe?
Questa domanda fa parte dalla mia quotidianità, poiché i clienti mi chiedono spesso di allestire piccoli spazi attrezzati per il movimento a casa. Un ottimo strumento per iniziare, facilmente reperibile ed utilizzabile a tutte le età, è il TRX (strumento dotato di cavi, cinghie e maniglie che sfrutta la forza di gravità e ha come unico sovraccarico il peso del corpo), da utilizzare ovviamente dietro la guida di un esperto qualificato. 

E  per l’allenamento fuori da casa, bicicletta o corsa? 
Una risposta generica potrebbe essere inopportuna, bisogna prima fare una attenta valutazione anche per queste attività. Diciamo che potenzialmente per tutti, l’allenamento meno invasivo ed efficace è la camminata sportiva.
Quali sono le fasce orarie in cui per una persona non più giovane è consigliabile fare attività fisica?
Dobbiamo essere realisti, dobbiamo confrontarci con Il tempo che abbiamo a disposizione, con il lavoro e con gli impegni familiari. Tuttavia è fondamentale ritagliarsi del tempo per una corretta ed adeguata attività fisica, e metterlo in agenda come qualunque altro impegno quotidiano di natura professionale. Tenersi in buona forma fisica, infatti, è parte integrante di qualunque professione, e rende migliori le nostre giornate. Provare per credere.  

Lei non utilizza i canali social per pubblicizzare la sua attività, come viene contattato solitamente? 
Non utilizzo volutamente i canali social, personalmente non li considero qualificanti, poiché popolati da personaggi un pò improvvisati. Io lavoro a Roma città, esclusivamente con il passaparola e tramite le segnalazioni dei centri sportivi. I miei clienti sono quasi tutti professionisti, tra cui diversi consulenti finanziari. Prendo impegni di lunga durata solo se posso farlo, dedicando al cliente il giusto tempo. A parte i mesi più duri della pandemia, durante la quale ci si è dovuti adattare alle sessioni in diretta video con i clienti, la presenza fisica del personal trainer durante l’allenamento è fondamentale.

* Gianluca Valenti, Personal Trainer e fitness manager Wellink op Technogym
e-mail: gianlucavalentipersonaltrainer@gmail.com 

Le imprese familiari tedesche sono più resilienti, ma l’Italia delle PMI è più penalizzata

Secondo uno studio di IPB – Deutsche Bank molte aziende tedesche a conduzione familiare riescono ad affrontare meglio le crisi complesse, come la pandemia. Eppure, in Italia le conseguenze dei contagi e dei  lockdown sono state più gravi.

Uno studio pubblicato di recente dalla International Private Bank (IPB) della Deutsche Bank ha rilevato che molte aziende tedesche a conduzione familiare sono state capaci di affrontare le crisi complesse – come la pandemia di Covid – meglio di molte altre imprese di dimensioni più grandi e con un azionariato più diffuso. L’analisi, condotta da Markus Eckey, Head of Investment Banking Solutions (IBS) di IPB, e da Sebastian Memmel, Product Specialist dell’IBS, è giunta alla conclusione che le aziende familiari presentano dei vantaggi rispetto a quelle che non hanno una famiglia come investitore di riferimento, e ciò le rende più resilienti in tempi di crisi.

“La nostra ricerca dimostra che le imprese familiari sono in grado di affrontare meglio le crisi complesse“, afferma Eckey. Mentre i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono crollati del 23,7% durante la prima fase di Covid, le aziende senza un azionista familiare hanno visto i loro prezzi delle azioni scendere ancora di più, del 30,7%. “Nel caso delle aziende a conduzione familiare, il crollo è in media più contenuto in caso di crisi e la ripresa è di solito molto più rapida”, spiega il dottor Eckey. Lo studio, inoltre, ha rilevato che i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono tornati ai livelli pre-Covid tre settimane prima.

Eckey e Memmel, nel loro studio dal titolo “Impact of COVID-19 on family business performance: evidence from listed companies in Germany“, hanno identificato tre fattori che garantiscono una maggiore resilienza nelle crisi:
– Ancoraggio emotivo. In qualità di investitori di riferimento, le famiglie o i fondatori sono spesso più legati emotivamente all’azienda rispetto agli altri investitori principali. La loro attenzione è rivolta al successo aziendale a lungo termine. Soprattutto nei momenti di crisi, questo può dare maggiore stabilità all’azienda.
– Canali decisionali brevi. Le imprese familiari sono spesso gestite a livello centrale e il processo decisionale è rapido. Ciò consente di reagire rapidamente alle situazioni di crisi e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. Inoltre, i membri della famiglia occupano spesso posizioni dirigenziali.
– Stabilità finanziaria. “Le imprese familiari hanno spesso una base di capitale più conservativa, che conferisce loro maggiore stabilità in caso di crisi improvvisa“, spiega Eckey. Ciò si manifesta di solito con equity ratio più elevati. Di conseguenza, le aziende familiari hanno più facilità a garantire la propria liquidità in condizioni di mercato difficili.

Un altro dato sorprendente emerso dallo studio è che le aziende familiari quotate in borsa sono più redditizie. Secondo lo studio, il loro return on equity (RoE) è stato in media del sette per cento nel 2020. Per le aziende senza azionista familiare, il RoE medio è stato di meno 11%. Markus Eckey e Sebastian Memmel ritengono che il modo in cui le imprese familiari hanno dimostrato la loro capacità di recupero durante la crisi di Covid possa servire da modello per altre aziende: “Altre aziende possono certamente imparare dalla combinazione di orientamento a lungo termine, processi decisionali brevi e stabilità finanziaria per prepararsi meglio alle crisi future”, ha aggiunto Eckey. Sembra l’identikit delle aziende che costituiscono l’ossatura dell’imprenditoria italiana, formata da una costellazione di piccole e medie aziende – alcune delle quali quotate in borsa – a conduzione familiare, più una galassia di micro aziende non quotate dello stesso tipo – che hanno decretato il successo dell’Italia in campo economico dai tempi del c.d. Boom Economico.

Già nel periodo precedente la pandemia, la riorganizzazione dell’apparato industriale dovuto all’affermazione della tecnologia ha determinato in Italia la scomparsa di decine di migliaia di micro aziende, che costituivano il c.d. indotto della grande industria, e la fusione di molte di quelle piccole/medie nelle aziende quotate di più grandi dimensioni, generando una maggiore concentrazione della produzione proprio in queste ultime e manifestando molti limiti, soprattutto in chiave occupazionale, in occasione della pandemia. Infatti, in Italia abbiamo circa 155.000 imprese, di cui 130.000 con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 49, e 25.000 con un numero compreso tra 50 e 249. Inoltre, abbiamo circa 4 milioni di  micro imprese, aventi meno di 10 dipendenti, e tutte insieme queste tipologie di aziende impiegano l’80% dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato, contro il 20% che lavora nelle grandi imprese (alcune delle quali non sono quotate, peraltro). 

Ebbene, secondo i risultati dello studio di IPB-Deutsche Bank, in teoria anche le imprese italiane più piccole, tutte a conduzione familiare, avrebbero dovuto subire dalla pandemia conseguenze in linea con la media europea, ma non è stato così. Infatti, se a livello europeo il 74% delle PMI ha subito un impatto negativo dal Covid, in Italia la percentuale sale al 90% sia in relazione alla diminuzione delle entrate 66% (contro una media europea del 55%), sia sui margine di profitto -64% (-52% a livello europeo), sia sui volumi di vendita -60% (-51% a livello europeo).

Ciò è accaduto perché l’Italia, sull’onda dell’orrore suscitato dalle migliaia di morti del periodo iniziale, è stata la prima ad imporre il lockdown generale a inizio pandemia (marzo 2020), ma c’è di più. Da circa quindici anni, il sistema bancario dedica molta più attenzione al settore dei risparmi e sottrae risorse a quello del credito alle micro e piccole imprese. Orbene, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende a conduzione familiare, e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiudono i battenti. Questo processo di “razionalizzazione” del credito ai danni del c.d. small business potrebbe in futuro diminuire fortemente la base dell’indotto e così trasmettersi anche alle PMI, determinando la concentrazione della produzione nelle imprese medio-grandi, tradizionalmente meno resilienti di quelle piccole, poiché ad azionariato diffuso e più difficili da gestire nel momento in cui c’è da affrontare una crisi complessa.

Dall’Italia alla Grecia, solo andata. Serve un “upgrade” per l’Unione Europea

In caso di recessione, l’Italia rischia di fare la fine della Grecia? L’Unione Europea è un sottoprodotto di federazione tra stati, destinata al fallimento senza un necessario “upgrade”. Gli investimenti nel Meridione, da soli, potrebbero risollevare il Pil italiano nel lungo periodo.

Di Massimo Bonaventura

Quali vantaggi ha tratto l’Italia dal suo ingresso nell’Unione Europea? In un contesto socio-politico aspro come il nostro, dove non esistono più le “aree grigie” su cui si sono sempre costruiti i compromessi e le riflessioni, questa domanda, da sola, è capace di accendere un confronto esplosivo tra coloro che sostengono la validità della nostra entrata nell’Unione Monetaria e quanti, invece, affermano la necessità di uscirne alla svelta. C’è anche un terzo schieramento, composto da coloro che vorrebbero stare dentro la UE, ma non con le attuali caratteristiche, oggettivamente penalizzanti per l’Italia fin dall’inizio. Quest’ultima posizione, la meno dibattuta, per essere perseguita fino in fondo prevede che alla guida del nostro Paese ci siano dei fuoriclasse, persone autorevoli riconosciute come tali anche all’estero. Ne avevamo uno, di questi, ma ce lo siamo persi per strada, un pò per la sua evidente incompatibilità con la pessima classe politica da cui era circondato, un pò per la sua insofferenza verso i ruoli esclusivamente politici.

Qualunque sia la causa che ha innescato la volontà di Mario Draghi di cedere alla crisi di governo e farci piombare  in una campagna elettorale fuori stagione, prima di prendere una posizione – tra quelle elencate prima – forse è meglio riflettere su ciò che sta accadendo nel Regno Unito, le cui problematiche post-Brexit dovrebbero convincere i più accesi sostenitori della “Italexit” che, per gli italiani, uscire dall’UE sarebbe un evento piuttosto difficile da gestire, soprattutto se a gestirlo dovrebbe pensarci una classe dirigente che finora è stata cronicamente incapace di riformare in profondità le nostre istituzioni sociali ed economiche. Pertanto, se l’ingresso nell’unione monetaria alle condizioni stabilite dal Trattato in vigore può ritenersi, a ragion veduta (ma con il senno del poi), una scelta scellerata, altrettanto scellerato sarebbe pretendere di uscirne pensando che in fondo il sistema economico italiano non è poi così diverso da quello del Regno Unito, e senza aver prima tentato di cambiare le cose dall’interno, chiedendo con forza di rinnovare i termini del Trattato e di abbandonare l’ottica della supremazia del Nord Europa sui paesi del Sud Europa, che tanto piace ai c.d. paesi frugali.

Il principio alla base di questo approccio è indubbiamente bello, come tutti i principi positivi: una vera unione dei popoli europei, sotto forma di unico sistema politico, sociale e fiscale, rafforzerebbe tutti gli stati aderenti, che ancora oggi compongono un semplice agglomerato di stati divisi tra loro da confini sociali ed economici invalicabili. Il principio, tuttavia, oggi si scontra con la realtà. Provate, per esempio, a pronunciare ad alta voce i termini “spirito europeo”, oppure “civiltà europea” o meglio ancora “popolo europeo”, e vi renderete conto all’istante che si tratta di una terminologia per nulla familiare, inusuale, mai letta nei quotidiani né ascoltata dagli speaker dei media di qualunque canale. Al contrario, “popolo americano”, “civiltà americana” e “spirito americano” suonano molto familiari persino a noi che americani non siamo mai stati, poiché il legame federativo che lega gli Stati Uniti è conosciuto in tutto il mondo. Ciò accade perché il popolo americano esiste davvero, mentre il “popolo europeo” no, frammentato com’è in millenni di storia da lingue e tradizioni profondamente diverse tra loro. Una integrazione, però, sarebbe possibile – con lo stesso principio si è “fatta l’Italia”, terra ancora oggi dai mille idiomi – ma non si fa nulla per cercarla, poiché non è nei piani di chi ha concepito questo sottoprodotto di federazione tra stati, svantaggiosa per molti paesi aderenti e destinata al fallimento senza il necessario “upgrade” verso una unione che sia anche fiscale e soprattutto popolare.

Qualcuno potrebbe obiettare che il metro di paragone utilizzato, e cioè la civiltà americana come la conosciamo oggi, poggia le fondamenta della sua nascita sull’annientamento della civiltà dei nativi, trucidati a decine di migliaia dai coloni spagnoli in Sudamerica e dai discendenti di quelli inglesi in Nordamerica, nonchè sulla tratta degli schiavi; in Europa, invece, i discendenti dei nativi vivono ancora oggi, rinnovando salde tradizioni familiari e sociali. Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro sterminio, portato avanti con crudeltà ottanta anni fa proprio da chi oggi guida le sorti dell’Unione Europea e dell’Italia, in conseguenza di un beffardo “ricorso storico” – pacifico, questa volta – assolutamente incidentale, ma che fa riflettere. Infatti, l’Europa di oggi è basata sulla evidente supremazia dei paesi c.d. frugaliGermania in primis – ed è innegabile che un sistema economico fragile – come lo è una Unione semplicemente monetaria – non può durare se è basato sulla supremazia di alcuni aderenti a svantaggio di altri; e se lo si vuole far durare, quel sistema deve essere modificato periodicamente nelle sue fondamenta.

Diversamente, paesi come l’Italia e la Spagna, per fare un esempio, corrono il rischio costante di subire il medesimo trattamento riservato alla Grecia, di cui nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare. La Grecia, infatti, è finalmente uscita (lo scorso 20 agosto) dal programma di sorveglianza rafforzata della Commissione Europea, operativo da dodici anni per vigilare sulle riforme adottate dopo il piano di “salvataggio” da parte dei creditori internazionali. Qualcuno avrà notato i toni trionfalistici che hanno accompagnato i comunicati stampa provenienti dagli ambienti della Bce e della Commissione europea. C’è chi ha parlato di ”giornata storica” e di “percorso dolorosamente necessario, adottato per evitare l’isolamento del Paese in Europa”, e chi, come il commissario europeo Paolo Gentiloni, che ha affermato ”…. dobbiamo mostrare la stessa solidarietà e unità mentre navighiamo nelle acque agitate in cui stanno entrando le nostre economie”.

Peccato che agli ellenici non fu offerta alcuna solidarietà, ma solo un cinico aut-aut per pagare i debiti alle banche ed evitare così un default in stile Argentina. Infatti, i 241 miliardi dei tre piani di prestiti alla Grecia – dal 2010 al 2018 – sono serviti a salvaguardare gli investimenti delle banche francesi e tedesche (l’esposizione di quelle italiane era minima), che una uscita della Grecia dall’Unione Europea avrebbe ridotto quasi a zero. Solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini, mentre 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche.

Oggi, chi è tornato in Grecia dopo un po’ di tempo dalla prima volta, non può fare a meno di accorgersi dell’inesorabile declino di un paese umiliato e depredato.  Qualche dato può aiutare a capire meglio la situazione. La disoccupazione, dopo aver raggiunto il picco del 27,5% nel 2013, sfiora oggi il 13%, il più alto tra i paesi dell’Unione Europea (dove la media è al 6,5%). Circa il 40% dei giovani sotto i 24 anni non ha un lavoro, e lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 900 euro; la contrattazione collettiva è stata abolita per legge, e la media delle pensioni attuali è inferiore ai 700 euro mensili, con un calo medio del 45% dal 2010. 

Il potere d’acquisto delle famiglie greche è diminuito del 25% nello stesso periodo, e la povertà è talmente diffusa che migliaia di persone rinunciano ogni anno ad ereditare gli immobili dei genitori perché non possono permettersi di pagare sia le tasse di successione che quelle annuali gravanti sulle case. Chi poteva, in Grecia, è fuggito all’estero: oltre 500.000 greci – su un totale di circa 11 milioni, ossia il 4,5% della popolazione – sono emigrati, soprattutto giovani e laureati, prevalentemente in Australia, Russia, Cina e persino in Iran. Il debito della Grecia viaggia al 200% del Pil, la spesa pubblica è diminuita del 25%; c’è anche la fuga dei medici dagli ospedali, e il sistema sanitario non potrebbe sopravvivere senza gli sforzi dei volontari, come nei campi profughi del Terzo Mondo. A causa della corruzione dilagante, i posti letto negli ospedali pubblici greci si “vendono” a tremila o quattromila euro, sennò si può anche morire durante un’attesa che dura diversi mesi.

A ben vedere, quasi tutte le regioni italiane del Meridione hanno diversi punti in comune con la Grecia di oggi, in quanto a povertà, migrazione giovanile, corruzione e Sanità allo sfascio, e molte famiglie riescono a vivere solo grazie al reddito di cittadinanza. L’aumento dei prezzi al consumo, poi, sta colpendo proprio queste fasce disagiate della popolazione, soprattutto al Sud. La soluzione al problema italiano, pertanto, passerebbe certamente dalle riforme strutturali non ancora fatte, ma anche dal riscatto economico delle regioni del Sud Italia, bisognose di investimenti nelle infrastrutture – dalla rete autostradale all’alta velocità – nelle scuole e soprattutto negli ospedali, dove mancano migliaia di posti letto e dove morire di malasanità è una circostanza che tutti mettono in conto al momento in cui varcano la soglia di un pronto soccorso. L’aumento del Pil derivante dagli investimenti massicci nel Sud Italia, da solo, sarebbe capace di risollevare la domanda interna e i consumi nel lungo periodo, sostenendo la produzione industriale. Sfortunatamente, le menti illuminate che guidano l’Italia fin dall’ingresso nell’UE hanno preferito fare del nostro Paese un semplice mercato di sbocco, unito alla Grecia da un viaggio di sola andata.

L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

Arte, mercato sempre più frammentato. Gli ultra-ricchi tra “blue-chip” e il “compra e rivendi”

La fiammata delle quotazioni degli artisti emergenti incoraggia un tipo di mercato “compra e rivendi subito”, ma scoraggia chi acquista per ottenere un rendimento di lungo periodo che non è solo esclusivamente  finanziario.

Per il mercato dell’arte, l’accelerazione della rivoluzione digitale avvenuta nell’anno di inizio della pandemia ha segnato un punto di svolta importante, attribuendo inaspettati spazi di crescita commerciale. A fine 2019, infatti, ci si attendeva per l’anno successivo quotazioni in leggera discesa e scambi più rarefatti dopo una performance decennale da + 110%; invece, a parte il periodo Marzo-Giugno 2020, gli scambi si sono trasferiti verso le aste online – modalità già utilizzata da anni nelle maggiori case d’asta tradizionali, insieme a quella telefonica – e il mercato ha ripreso vigore grazie alle novità più “estreme” rappresentate anche dall’Arte Digitale e dagli NFT (Non Fungible Token).

La crisi di aspettative generata inizialmente dalla pandemia  sugli investimenti finanziari e immobiliari, poi, ha destinato un buon flusso di liquidità sull’Arte, così come su altri “beni rifugio” (dall’Oro ai gioielli agli orologi di pregio), e sia il 2021 che questo scorcio di 2022 stanno rivelando un aumento – sia in Italia che all’estero – delle compravendite di opere d’arte e di oggetti da collezione da parte dei privati. Questo è un tratto molto significativo della profonda trasformazione in corso da qualche anno, grazie alla quale il mondo dell’arte, prima riservato ai soli collezionisti, ha progressivamente attratto anche il privato, generando una platea sempre maggiore di soggetti che comprano opere d’arte a scopo di investimento. Infatti, il timore che la sistemazione dei conti pubblici disastrati nei due  anni di pandemia debbano avere uno sbocco naturale in una imposta patrimoniale sta spingendo sempre più risparmiatori a destinare parte dei propri risparmi su beni che possano accrescere il proprio valore nel tempo e, soprattutto, possano essere facilmente sottratti all’imposizione fiscale (così come ai creditori).

All’estero, tuttavia, questo mercato esprime valori molto più consistenti. Basta guardare i risultati delle aste tenutesi a maggio a New York da Christie’s Sotheby’s. Per esempio, le opere del XX e XXI secolo della collezione Macklowe sono state battute complessivamente per 922 milioni di dollari, rendendo questa asta – secondo Sotheby’s  – la più preziosa mai venduta in un singolo appuntamento. Oppure, Christie’s ha battuto per 195 milioni di dollari il dipinto “Shot Sage Blue Marilyn” (1964) di Andy Warhol, il prezzo d’asta più alto mai raggiunto per un’opera del XX secolo. Ciò significa che il ruolo di leader di mercato delle case d’asta, aumentato, dalla tecnologia livestream, ha monopolizzato di fatto il mercato dell’Arte, tanto che il numero di visualizzazioni nelle settimane di asta supera abbondantemente i cinque milioni di utenti.

Tuttavia, se gli scambi di opere d’arte di fascia alta sono in piena espansione, i numeri nascondono una progressiva frammentazione del mercato in tre principali segmenti ben distinti tra loro. Il primo è quello delle aste di opere “Blue-chip”, composto da opere di grandi dimensioni di artisti – contemporanei e classici – che hanno fatto la storia dell’Arte nel mondo, dove gli scambi si svolgono con contratti di garanzia (con sconto sul prezzo pre-asta). Il secondo è il segmento che potremmo denominare “aste con paletta”, dove gli scambi vengono effettuati, appunto, alzando la paletta, e dove gli offerenti registrati pagano un extra. Il terzo è rappresentato dall’arte digitale e dei c.d. NFT, che dalle vendite per 82,1 milioni di euro nel 2020, nel 2021 ha raggiunto la cifra record di 17,6 miliardi di euro, con le case d’asta sempre più a caccia di artisti digitali e pronte ad organizzare aste interamente dedicate agli NFT.

Relativamente alle opere “blue-chip”, una recente sentenza di un tribunale federale di New York ha stabilito che le case d’asta non sono più tenute a dichiarare gli accordi di garanzia tra grandi collezionisti, e questo rende la situazione più opaca, scoraggiando gli acquirenti inesperti –  quelli “con la paletta” – dall’avvicinarsi alle opere classiche di grandi dimensioni, il cui segmento, nonostante il numero di ultra-ricchi sia aumentato sensibilmente, adesso soffre di un certo calo di domanda. Infatti, secondo Forbes il numero mondiale di individui che possono spendere 200 milioni di dollari per un’opera d’arte è aumentato da 1.209 nel 2011 a 2.755 nel 2021, con una ricchezza complessiva quasi triplicata da 4.500 a 13.100 miliardi di dollari. Eppure, nello stesso periodo le vendite complessive all’asta di opere d’arte di valore elevato sono diminuite da 32,4 miliardi di dollari a 26,3 miliardi, poiché i rendimenti di questi investimenti non sono più a due cifre come una volta, e oggi non superano il 5%, a cui vanno sottratti i costi. Per i miliardari, il paragone con gli investimenti azionari – le azioni dell’S&P 500 hanno avuto un rendimento medio annuo di circa il 14,7% nell’ultimo decennio – diventa impietoso, al netto dell’elemento emozionale e di status che solo un’opera d’arte può dare a chi la possiede.

Un discorso a parte merita l’arte c.d. emergente, verso la quale gli ultra-ricchi più giovani rivolgono sempre di più le proprie attenzioni, spesso con spregio del pericolo di comprare “l’arte sbagliata”. In questo settore, le quotazioni hanno raggiunto un “livello-bolla” di cui temere per il futuro. I 907.200 dollari battuti da Sotheby’s per un’opera astratta del 2019 dell’artista americana Lucy Bull, per esempio, sono pari a più di dieci volte la sua stima pre-asta. Questa fiammata delle quotazioni degli artisti emergenti allontana i collezionisti più avveduti, poichè incoraggia un tipo di mercato “compra e rivendi subito” che, in teoria, crea l’opportunità di realizzare grossi guadagni nel brevissimo periodo, ma scoraggia i collezionisti tradizionali, che acquistano per ottenere un rendimento di lungo periodo che non è solo esclusivamente  finanziario.

La “rivoluzione del credito” cambia (in peggio) il tessuto industriale italiano

La chiusura indiscriminata di sportelli bancari non è solo un fenomeno occupazionale di settore, ma il frutto di una vera e propria rivoluzione che concentra il credito sulle aziende medio-grandi, cambia il tessuto produttivo del nostro Paese e lo rende economicamente instabile.

E’ di qualche giorno fa il comunicato della FABI che, con grande preoccupazione, ha sciorinato i dati sulla chiusura generalizzata degli sportelli bancari che, in meno di 10 anni, sono diminuiti di 11.231 unità (da 32.881 a fine 2012 a 21.650 a fine 2021). In particolare, tra il 2020 e il 2021 le chiusure sono state pari a 1.830 in un solo anno. E’ sceso anche il numero delle banche, che sono passate da 706 del 2012 a 456 nel 2021 per via della progressiva aggregazione tra grandi gruppi e banche più piccole, e naturalmente il personale, passato da 315.238 risorse umane di fine 2012 a 269.625 di fine 2021, con una riduzione complessiva di 45.613 unità.

Sono numeri preoccupanti, comunicati quasi con rassegnazione, ma è sbagliato attribuire a questo fenomeno una natura squisitamente occupazionale, poiché esso rappresenta un abbrivio socio-economico che nessuno è stato in grado di controllare, e che produrrà i suoi effetti per decenni sul tessuto industriale dell’economia italiana, rivoltandolo come un calzino. Infatti, attraverso un progressivo disimpegno sui territori e il mancato rinnovo delle risorse umane in età pensionabile, le banche stanno facendo mancare soprattutto il fondamentale ruolo di impulso sociale ed economico che gli viene universalmente riconosciuto dalle leggi nazionali ed internazionali, e questo argomento non può essere sottovaluto dalla comunità finanziaria mascherando le chiusure indiscriminate di sportelli bancari da “esigenze di riorganizzazione industriale di settore”.

Provate ad andare in un piccolo centro, dove l’unico sportello presente è stato appena chiuso, e troverete utenti presi da profondo smarrimento e disagio personale. La riduzione delle filiali, in particolare, è un evento che produce effetti negativi alla clientela più in avanti con l’età, che ha scarsa dimestichezza con gli strumenti digitali e con l’accesso ad Internet. Inoltre, il cambiamento del modello di business delle banche, oggi incentrato quasi esclusivamente sulla vendita di prodotti finanziari e assicurativi e poco o niente sul credito in generale, agisce pesantemente sul sistema produttivo italiano, poiché fa venir meno il supporto funzionale che nei decenni passati aveva permesso al tessuto di piccole e medie imprese di crescere e dare struttura stabile e robusta all’imprenditoria nostrana.

Pertanto, è anche responsabilità del settore bancario – e non solo della pessima classe dirigente espressa dalla nostra politica dagli anni ’90 del secolo scorso in poi – se l’economia italiana ha fatto enormi passi indietro negli ultimi trent’anni, e soprattutto dopo la grande crisi del 2008 partita dagli USA. Ciò che è accaduto, infatti, non è una semplice e ciclica “stretta creditizia”, ma una vera e propria “Rivoluzione del credito”, di cui nessuno parla ma che tutte le famiglie e molte piccole aziende sentono sulla propria pelle, vittime come sono di un sistema bancario che non stimola l’economia ma si concentra esclusivamente sui percettori di redditi medio-alti e sulle grandi imprese.

Si tratta, in sintesi, di un circolo vizioso: maggiore sarà l’attenzione che le banche dedicheranno al settore dei risparmi, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende e alle famiglie (sempre più indebitate), e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiuderanno i battenti.  Solo una inversione di questo “circuito” potrebbe evitare di far trasformare definitivamente il sistema industriale del nostro Paese in una economia dominata dalle grandi corporation, dove le piccole aziende, un tempo floride proprio grazie al credito bancario, gradualmente scompaiono. In tal senso, la chiusura di sportelli bancari dai piccoli centri – soprattutto del Sud Italia – allontana sia le imprese che le famiglie dal circuito della finanza e del credito, spingendole spesso tra le braccia della criminalità organizzata; quest’ultima, infatti, vive e si arricchisce grazie alle attività finanziarie illegali mascherate da imprese legali che hanno una “storia” nel territorio e sono state acquisite dalla criminalità una volta cadute in bassa fortuna, per motivi di pura sussistenza.