Russia e Cina non erano mai state così vicine nemmeno ai tempi di Stalin e Mao, e adesso sono pronte a rafforzarsi reciprocamente all’interno di un asse politico e commerciale che vede anche l’India sullo sfondo.
Di Massimo Bonaventura
Se esistesse un premio speciale per i più grandi fallimenti di politica internazionale, quello del 2022 andrebbe assegnato di diritto agli Stati Uniti e all’Europa. A pensarci bene, ai “difensori del mondo” a stelle e strisce – unico paese al mondo che è riuscito per decenni a far passare l’assassinio del proprio presidente per l’atto isolato di un solo omicida – andrebbe assegnato anche il premio alla carriera, in considerazione dei continui atti di ingerenza che l’Americana ha svolto nella politica interna delle più disparate aree geografiche del pianeta, e in relazione ai fallimenti che sono seguiti- Vietnam e Cuba, a puro titolo di esempio – e di cui già oggi si comincia a parlare anche nei libri di storia.
Anche all’Unione Europea, nel caso della guerra scatenata dai russi in Ucraina, va un premio particolare, quello del peggior attore non protagonista. Il conflitto tra NATO/Ucraina e Russia, infatti, vede prevalere la linea degli USA, che in fatto di guerre fanno sempre da padroni in casa d’altri, com’è loro stile. Solo che questo atto di invadenza internazionale rivela in modo spietato l’estrema debolezza di una Europa che, con l’attuale configurazione non è “né carne né pesce”, e adesso ha bisogno come l’aria di trovare quella identità unitaria che in questi frangenti avrebbe permesso di non lasciare il campo libero a chi, da oltreoceano, deve pagare dazio all’industria degli armamenti e al peggiore dei business che la mente umana potesse concepire dopo la tratta degli schiavi.
Il mercato delle armi, sotto certi aspetti, ha caratteristiche molto simili a quello delle scorte di cibo a lunga conservazione e di medicine che ogni paese deve stivare nei magazzini della Protezione Civile, in caso di emergenza alimentare derivante, ad esempio, da una calamità naturale. Allo stesso modo, ogni paese del mondo spende una percentuale variabile del proprio PIL per gli armamenti, stipati nei depositi militari allo scopo di approntare una difesa del territorio in caso di emergenza militare, come quella di dover fronteggiare un’aggressione da parte di un altro paese. Pertanto, sia le scorte di cibo che le scorte di armi vengono accantonate rispondendo al principio di prudenza, nella speranza di non doverle usare mai, e non in base al “principio di belligeranza”, che la totalità degli abitanti del pianeta ha imparato nel tempo a conoscere e a rifiutare.
Per quanto detto sopra, va da sé che nessun paese può permettersi né di provocare una carestia o una calamità naturale, né di provocare un conflitto armato, dovendosi affidare alla diplomazia e al compromesso, senza dare sfogo agli interessi privati di chi vorrebbe vendere agli stati sempre più scorte di cibo e sempre più armi. Questi principi – talmente semplici che li capirebbe anche un bambino di prima elementare – sembrano essere stati traditi del tutto sia da chi ha materialmente scatenato il conflitto sul campo – che non coincide esattamente con la guerra, cominciata prima – sia dai paesi che hanno appoggiato con singolare prontezza la donazione di armi all’Ucraina e, in tal modo, hanno consentito di allungare i tempi del conflitto e di aumentare il numero delle vittime civili, evidentemente ritenute “sacrificabili” in nome di oscuri – nemmeno tanto – interessi di bottega.
E così, mentre all’ONU si continua ipocritamente a parlare di “applicazione dei criteri ESG in ogni ambito della Società Umana” e di “Sostenibilità”, questo scenario di guerra si sta verificando alle porte di una crisi energetica che si sarebbe potuto evitare semplicemente anteponendo la ragionevolezza e il compromesso – materia a cui gli Stati Uniti non sono avvezzi – invece di dare seguito alle mire espansionistiche della NATO a guida americana. Tutti gli attori apicali, infatti, conoscevano bene il livello di spregiudicatezza politica e cinismo militare di Putin, per cui l’invasione dell’Ucraina non è stata certo una sorpresa. L’adozione ed il rispetto dei criteri di sostenibilità, invece, avrebbero comportato la supremazia della via diplomatica, che in questo caso è scandalosamente mancata, e questo dà l’idea di come la strada del conflitto armato fosse non solo prevista, ma addirittura incoraggiata.
Il risultato di questo gravissimo fallimento è sotto gli occhi di tutti: la Russia non è stata messa in ginocchio dalle sanzioni economiche di USA ed Europa, e sta rafforzando come non mai l’interscambio commerciale con la Cina, che è bisognosa delle sue materie prime e rispetta i contratti. Di contro, mentre gli Stati Uniti non hanno perso la propria indipendenza energetica, l’Europa rischia di rimanere con il cerino acceso tra le dita, essendo la vittima predestinata delle ritorsioni russe su gas e petrolio per via della sua cronica dipendenza di materie prime dai paesi posti di fuori del continente.
Del resto, già con la crisi ucraina del 2014 Cina e Russia avevano riscoperto una comune agenda politica ed economica, nonché la necessità di contenere l’invadenza americana nei paesi della ex cortina di ferro. La cosiddetta “primavera ucraina” aveva portato alla luce la collaborazione tra Pechino e Mosca rimasta un pò nell’ombra, consistente nella cooperazione militare, nello scambio di materie prime energetiche e nel commercio. In quella occasione, peraltro, i rapporti di collaborazione nel campo della politica internazionale svelavano una chiara convergenza su Iran, Palestina e Corea del Nord. In più, i rispettivi sistemi economici di Cina e Russia sono accomunati dal fatto che lo stato controlla sia la finanza che i settori strategici come i giacimenti di gas e petrolio. L’interscambio commerciale tra i due paesi è destinato a un’ulteriore accelerazione con l’import cinese di gas siberiano previsto nei prossimi anni, ma la Cina è già oggi il primo partner commerciale della Russia, e quest’ultima è il primo esportatore di energia in Cina.
A breve, per completare il quadro dei fallimenti americani (ed europei) di politica internazionale, sarà il turno dell’India, che con i suoi 1,4 miliardi di abitanti – e altri cinquanta milioni sparsi per il mondo – rappresenta un mercato di sbocco troppo importante anche per la Russia. Infatti, per via del conflitto scatenato in Ucraina, l’Unione Europea nel prossimo futuro non importerà più combustibili provenienti dai giacimenti siberiani. In risposta a ciò, il Cremlino ha deciso di puntare anche sull’India, nazione più popolosa del mondo e partner strategico di vecchia data. In tal modo, si profila tra Mosca e Nuova Delhi una più intensa collaborazione energetica, che rinsalderà i rapporti esistenti fin dai tempi dell’Unione Sovietica.
In definitiva, Russia e Cina non erano mai state economicamente così vicine nemmeno ai tempi di Stalin e Mao, e con l’aggiunta dell’India a fare da linea mediana le due potenze sono pronte a rafforzarsi come reciproci mercati di sbocco privilegiati anche per le materie prime energetiche, che andranno sempre meno verso l’Europa. Quest’ultima, trascinata dagli USA nel buco nero degli aiuti militari all’Ucraina, è ormai disperatamente bisognosa di una propria identità internazionale, senza la quale ci aspettano anni bui.




Nel II trimestre del 2022 la percentuale di operatori che riportano una stabilità dei prezzi di vendita rispetto al periodo precedente è salita al 67,2 per cento (da 62,6 nell’indagine precedente), mentre è scesa la percentuale di coloro che ne ravvisano un aumento (22,2 per cento da 24,0), ma anche quella di coloro che ne ravvisano una riduzione (10,6 da 13,4). Di conseguenza, è leggermente salito il saldo positivo fra i giudizi di aumento e riduzione delle quotazioni immobiliari (11,6 punti percentuali, da 10,6; tavola e fig. 1). La quota di agenzie che hanno venduto almeno un’abitazione nel II trimestre è scesa all’84,9 per cento (da 87,6 nel I), mantenendosi comunque su livelli storicamente elevati.
I tempi di vendita rimangono sostanzialmente stabili, su minimi storici e al di sotto dei 6 mesi (a 5,7 mesi da 5,8 nella precedente indagine; tavola e fig. 2). Le cause prevalenti di cessazione dell’incarico rimangono, secondo circa la metà degli agenti, il valore delle offerte ricevute, ritenuto troppo basso dal venditore, oppure i prezzi richiesti, giudicati troppo elevati dai compratori. È aumentata di circa 5 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione la quota di operatori che segnalano difficoltà nel reperimento del mutuo da parte dei compratori (al 23,9 per cento). La quota di compravendite finanziate con mutuo ipotecario è scesa al 67,5 per cento (da 69,7 nello scorso trimestre). Il rapporto fra l’entità del prestito e il valore dell’immobile è di nuovo lievemente aumentato, al 78,9 per cento, il valore più alto dall’inizio della rilevazione.
Relativamente al mercato delle locazioni, la percentuale di operatori che hanno dichiarato di aver locato almeno un immobile nel II trimestre è leggermente cresciuta (al 78,7 per cento, da 77,1 nel I). Il saldo tra giudizi di aumento e di riduzione dei canoni di affitto è lievemente diminuito, ma resta positivo (20,9 punti percentuali, da 22,5), a fronte di un aumento nelle aree urbane (20,1 da 16,9) più che compensato da un calo in quelle non urbane (21,4 da 26,6). Le attese prefigurano ulteriori aumenti dei canoni per il trimestre in corso, con un saldo pari a 17,6 punti (da 19,0). Il margine medio di sconto rispetto alle richieste iniziali del locatore ha continuato a diminuire, portandosi al 2,3 per cento (da 2,8). Il saldo tra la quota di agenzie che hanno riportato un aumento degli incarichi a locare e quelle che ne hanno segnalato una diminuzione è rimasto fortemente negativo (a -36,2 punti percentuali da -35,7).


L’Eurosistema mira a decarbonizzare gradualmente le proprie consistenze di obbligazioni societarie, seguendo un percorso in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Al tal fine, l’Eurosistema orienterà queste consistenze in favore di emittenti con migliori risultati sul piano climatico reinvestendo i considerevoli rimborsi attesi nei prossimi anni. Migliori risultati dal punto di vista climatico saranno misurati in termini di minori emissioni di gas serra, obiettivi di riduzione del carbonio più ambiziosi e una migliore informativa in relazione al clima. La Bce si attende che le misure siano applicate a partire da ottobre 2022; poco prima saranno comunicati maggiori dettagli. Inoltre, dal primo trimestre del 2023 la Bce inizierà a pubblicare con cadenza regolare informazioni di carattere climatico sulle consistenze di obbligazioni societarie.
L’Eurosistema limiterà la quota di attività emesse da soggetti con un’impronta di carbonio elevata che possono essere stanziate a garanzia dalle singole controparti nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema. Il nuovo regime di limiti è inteso a ridurre i rischi finanziari connessi al clima in tali operazioni. Questa misura sarà applicata secondo le attese prima della fine del 2024, purchè sussistano i presupposti tecnici necessari. Per incoraggiare le banche e le altre controparti a prepararsi per tempo, l’Eurosistema sottoporrà a test il regime di limiti prima della sua effettiva applicazione. In aggiunta, a partire da quest’anno l’Eurosistema terrà conto dei rischi climatici nel riesame degli scarti applicati alle obbligazioni societarie stanziate a garanzia. L’Eurosistema accetterà in garanzia per le proprie operazioni di rifinanziamento soltanto attività negoziabili e crediti di imprese e debitori conformi alla direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità (CSRD), una volta attuata pienamente.
Poichè il recepimento della CSDR (Central Securities Depository Regulation, n.d.r.) ha subito ritardi, i nuovi criteri di idoneità dovrebbero applicarsi a partire dal 2026. L’Eurosistema affinerà ulteriormente i propri strumenti e le proprie capacità di valutazione per cogliere meglio i rischi climatici. Ha inoltre stabilito una serie di standard minimi comuni su come i sistemi di valutazione interni delle banche centrali nazionali dovrebbero integrare i rischi climatici nei loro rating. Questi standard entreranno in vigore alla fine del 2024.
Relativamente all’economia italiana, i dati ci dicono che si sta dimostrando resiliente alla guerra in Ucraina, alle strozzature dell’offerta e all’aumento dei prezzi delle materie prime, e dovrebbe continuare a crescere nel primo trimestre del 2023 dopo i dati “rassicuranti” del Pil del secondo trimestre. Lo ha detto il direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in un’intervista a Mni-Market News. “Dal 2021, i dati consuntivi tendono a sorprendere positivamente rispetto alle previsioni degli analisti, confermando la buona performance complessiva dell’economia italiana in questi tempi difficili”, ha detto Signorini, indicando i dati pubblicati la scorsa settimana che confermano la crescita del Pil all’1% nel secondo trimestre rispetto al primo. Signorini si è detto fiducioso che la crescita dovrebbe continuare nel 2023, in linea con le recenti previsioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. (ITALPRESS).
sottraggono immobili alla locazione residenziale, si verifica una certa contrazione dell’offerta, che continua ancora oggi. La crescita dei canoni si arresta nel 2020 con l’arrivo della pandemia, ma riprende nel 2021 con il progressivo ritorno alla normalità. La domanda locativa, in ogni caso, deve fare i conti con una certa scarsità di immobili con quadratura compresa tra 50 e 90 mq (la preferita dai millennials) e tra 90 e 120 mq (preferita dai babyboomers); soprattutto nei centri delle città, dove la quadratura media non è quasi mai inferiore a 140 mq.
Nei primi 4 mesi del 2022, nel complesso, la domanda di appartamenti in locazione non dà segnali di calo, con un’offerta sempre ridotta per via dell’alto tasso di proprietari di immobili (circa il 70%) che non ama cederne l’uso in locazione – temendo il rischio di solvibilità dell’inquilino e il difficile rientro in possesso dell’immobile – e non conosce ancora bene le opportunità offerte dallo short rent. La previsione sul secondo quadrimestre è che il numero di contratti d’affitto stipulati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno si mantenga costante, ma è nel settore delle case vacanza che le aspettative sono addirittura migliori rispetto a quelle che si riscontrano per il mercato nel complesso.
Inoltrandoci nell’excursus storico degli ultimi dieci anni e mezzo (fino a Giugno 2022), ogni anno per le locazioni fa storia a sé, dipendente com’è il settore da una offerta cronicamente non abbondante in Italia. In particolare, nel 2011 in alcune grandi città l’aumento della domanda si fa sentire sui valori, stabilizzandoli. I proprietari delle abitazioni diventano selettivi nella scelta dell’inquilino, temono eventuali morosità. Questa tendenza continuerà anche nel 2012, mentre nel 2013 i canoni di locazione si abbassano ulteriormente, diminuendo del 4,0%. Le motivazioni si racchiudono in un aumento dell’offerta, nella diminuita disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti e nella volontà dei proprietari di andare incontro agli inquilini “affidabili” ribassando i canoni. Aumenta la rigidità ad affittare l’immobile da parte dei proprietari che vogliono sempre più garanzie.


Nel 2017 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,6% per i monolocali, +3,0 per i bilocali e +2,7% per i trilocali. Tra le motivazioni la riduzione dell’offerta sul mercato (soprattutto in quelle realtà dove sta crescendo il fenomeno degli affitti turistici) e la migliore qualità della stessa. Abbastanza invariata, nell’anno, la distribuzione della motivazione della ricerca della casa in affitto: il 56,8% cerca la casa principale, il 37,2% lo fa per motivi legati al lavoro e il 6,0% per motivi legati allo studio. In lieve aumento la componente lavorativa e in ribasso la percentuale di chi ricerca la casa in affitto per scelta abitativa. Una conseguenza di quanto detto è la crescita del contratto a canone transitorio che passa da 13,7% del 2016 a 16,9% nel 2017. Anche il canone concordato è in aumento portandosi a 27,3%.
Nel 2018 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,4% per monolocali e bilocali e +2,8% per i trilocali. Su tutte le tipologie si registra un segnale positivo. Tra le città con l’aumento dei canoni più elevato ci sono Bologna (+14,4%, +10,8%, +11,3%) e Milano (+6,9, +6,8%, +6,1%). Il fenomeno degli affitti turistici continua a far sentire i suoi effetti contribuendo alla riduzione dell’offerta di immobili destinati alla locazione residenziale. Si conferma il successo del canone concordato. Nel 2019 stesso trend: i canoni di locazione continuano a salire. Nelle grandi città sono in aumento del +5,3% per i monolocali, +1,8% per i bilocali e per i trilocali. Per la prima volta, si segnalano canoni in rialzo su tutte e tre le tipologie analizzate. Milano e Bologna mettono a segno l’aumento dei canoni più importante rispettivamente con (+5,6%, +4,6% e +6,7%) e (+6,1%, +4,2% e +5,3%): tra le motivazioni c’è la riduzione dell’offerta sul mercato dovuta, in parte, alla crescita del fenomeno degli affitti turistici. Contribuisce, infine, al rialzo dei valori l’aumento di chi cerca casa in affitto perché non vuole o non riesce ad acquistare. Continua a funzionare il contratto a canone concordato.
Nel 2020 il mercato delle locazioni, a causa della pandemia, inverte la rotta di crescita che aveva intrapreso negli anni scorsi. Lo smart working e la didattica a distanza hanno ridotto la domanda di immobili in affitto da parte di lavoratori fuori sede e studenti e, allo stesso tempo, la forte contrazione dei flussi turistici ha determinato una maggiore offerta. Questo ha comportato una riduzione dei canoni di locazione avvertita soprattutto nelle grandi città, in particolare in quelle che registravano importanti presenze turistiche. Si segnala una riduzione dell’1,6% per i monolocali e del 2,2% per bilocali e trilocali. Il contratto a canone concordato continua a riscuotere successo ma si segnala un maggiore ricorso al transitorio: chi aveva immobili a destinazione turistica li immette sul segmento residenziale con contratti brevi in attesa della risoluzione della pandemia.
Il 2021 registra un’inversione di trend e vede i canoni di locazione in ripresa. Il rientro progressivo degli studenti e dei lavoratori fuori sede, nonché la ripresa dei flussi turistici che hanno determinato il ritorno a una minore offerta di immobili sul mercato hanno portato al rialzo dei valori: +3,4% per i monolocali, +3,5% per i bilocali e +2,8% per i trilocali. Si conferma l’aumento della percentuale di contratti transitori stipulati, pur restando il contratto a canone libero quello maggiormente utilizzato. Su questa scia, si arriva al 2022, dove si comincia a far risentire la carenza di offerta, compensata fortunatamente dalla ormai diminuita domanda da parte di studenti e lavoratori fuori sede. Il resto lo fanno l’inflazione e la guerra, che al momento determinano nei futuri inquilini un rinvio della decisione di prendere casa in affitto. La domanda, pertanto, si rivolge soprattutto al settore degli affitti brevi, cresciuti anche di prezzo in modo sensibile, rinviando al 2023 (guerra e prezzi energetici permettendo) il boom del prezzo degli affitti residenziali, rimasto ancora una volta al palo.
I mercati azionari globali hanno registrato una performance relativamente buona a luglio, soprattutto grazie all’idea diffusa che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco a giugno, alle minori aspettative sul ritmo dei rialzi dei tassi da parte della Fed e a un posizionamento e a un sentiment già molto cauti, sebbene in un contesto di bassi volumi. Inoltre, il mercato europeo ha probabilmente iniziato a prevedere che lo scenario peggiore di un’interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia possa essere evitato. La volatilità dei mercati è diminuita e le principali materie prime hanno seguito lo stesso trend, gas a parte.
Per quanto riguarda i tassi di interesse, il rendimento del decennale statunitense è sceso di 30 pb al 2,7%, mentre le aspettative di inflazione sono aumentate, portando a un calo dei tassi reali statunitensi allo 0,2% dallo 0,67% del mese scorso. In Europa, il rendimento del bund tedesco è sceso di 43 pb, attestandosi ora allo 0,90%, mentre l’incertezza politica in Italia, dopo le dimissioni del premier Mario Draghi, ha portato a un allargamento dello spread BTP/Bund, con il rendimento del decennale italiano costante al 3,25%. Per la seconda volta consecutiva, la Fed ha alzato i tassi di interesse di 75 pb, portandoli al 2,25-2,5% (dall’1,5-1,75%), avvicinandoli al loro livello “neutrale” e ha avvertito che sarà necessaria una nuova stretta. La Bce ha invece aumentato i tassi di interesse di riferimento di 50 pb, più della guidance di 25 pb prevista a giugno. “Riteniamo che la fine dei tassi di interesse negativi nell’UE sosterrà la redditività del settore bancario”, sottolinea Scauri.
In Italia, l’incertezza politica si è diffusa dopo le dimissioni del Primo Ministro Mario Draghi, con le elezioni previste per il 25 settembre. Le principali conseguenze sul mercato sono un nuovo allargamento dello spread a causa dell’incertezza politica (anche se è probabile che la Bce agisca per limitare questo allargamento), un aumento del rischio nell’attuazione dei progetti del PNRR (raggiungendo le tappe fondamentali alla fine del 2022, l’Italia probabilmente otterrà 19 miliardi di euro di fondi Ue in più – pari all’1% del Pil – mentre nel 2023 riceverà 34 miliardi di euro, ossia il 2% del Pil) anche in virtù del fatto che l’Italia non ha ancora raggiunto il suo obiettivo (pari al 2% del Pil) anche come possibile conseguenza di un’importante battuta d’arresto in alcune riforme, nonché di ritardi in questioni politiche fondamentali. Nonostante questo, è probabile che l’Italia sarà in grado di negoziare a livello europeo una proroga delle scadenze e che qualsiasi futura coalizione di governo sarà interessata a portare avanti i progetti e le riforme del Piano di rilancio.
“In questo scenario, che rimane fragile e incerto, abbiamo assunto un atteggiamento più aggressivo da metà luglio in poi, ricostruendo le posizioni su nomi ciclici che presentano valutazioni che scontano già i timori di recessione”, continua Scauri. “Siamo usciti quasi completamente da Atlantia, che era considerata un proxy di liquidità con un rendimento del 2% da qui a ottobre, per avere la potenza di fuoco di concentrarci nuovamente sui nomi ciclici. Tra questi Asml e Orpea, grazie agli ottimi risultati che hanno dissipato le preoccupazioni sulla sostenibilità del core business, banche (Deutsche Bank e Commerzbank, viste le valutazioni depresse). Abbiamo preso poi posizione su Atos, con il recente rifinanziamento annunciato con i risultati del primo semestre che ha dissipato i timori di un aumento di capitale. Infine le società a piccola/media capitalizzazione rimangono una buona parte del portafoglio”.
Infatti, è evidente che, dopo tre decenni di evoluzione della professione, serva un contratto che sia sganciato dalle logiche tipiche degli agenti commerciali, che nulla hanno a che fare con le problematiche legate agli investimenti e al risparmio. Pertanto, la circostanza di non poter trovare uno sbocco tecnicamente e giuridicamente perfetto nel duopolio ANASF-Assoreti – che lavorano in una relazione di partnership pubblicamente riconosciuta da entrambi – ci spinge oggi a confrontarci con l’ABI, che però tratta solo con le organizzazioni sindacali del personale bancario dipendente. Fortunatamente, esiste tra i bancari una forte componente – circa 13.000 risorse umane – regolarmente iscritta all’OCF, e questo dovrebbe spianare la strada per far trovare alla figura professionale del consulente una sua precisa collocazione all’interno del settore.
Peraltro, la sempre più incisiva campagna di reclutamento rivolta dalle reti di consulenza finanziaria al mondo dei dipendenti di banca sancisce un secondo e più stretto collegamento tra i “due mondi”, che nessuno degli interlocutori può far finta di non vedere. L’esistenza di un contratto di lavoro che attribuisca maggiore stabilità, pertanto, renderebbe più attrattivo il passaggio dal lavoro subordinato a quello autonomo e, quindi, sarebbe nell’interesse delle stesse reti, che dal reclutamento dei bancari stanno traendo nuove risorse umane da professionalizzare ulteriormente e nuove masse da gestire. Inoltre, non è superfluo sottolineare che eliminare il senso di precarietà generato dalla obsoleta forma contrattuale non è certo utile per affrontare il ricambio generazionale e attrarre i neolaureati più brillanti, i quali oggi preferiscono altre tipologie professionali pur avendo tutte le caratteristiche per avere successo come consulenti finanziari.
Per risolvere questa impasse storica stiamo sviluppando con ABI un rapporto di collaborazione, attraverso il quale confrontarci già al prossimo rinnovo del contratto dei bancari. Avere un Accordo quadro di contratto, che dia una soluzione razionale a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria e assicurativa, eliminerebbe lo schema standard oggi strutturato al solo vantaggio delle società mandanti. Basti pensare che il mandato di agenzia classico per i consulenti finanziari è senza rappresentanza, tuttavia esso prevede, a fronte di poche tutele in capo ai consulenti, talmente tanti obblighi formali (imposti anche dalla stringente normativa della Mifid II) da far sembrare l’assenza di rappresentanza quasi come una contraddizione in termini.
Tale situazione ha generato negli ultimi venti anni moltissimi contenziosi legali che, attraverso un contratto di riferimento più equilibrato, non sarebbero neanche sorti. Sfortunatamente, e nonostante siano state attivate tutte le iniziative del caso, anche presso il Ministero del Lavoro non vi è mai stata una precisa volontà politica di affrontare razionalmente i vari problemi che il sindacato ha più volte segnalato. Eppure, a livello normativo, l’odierna piattaforma contrattuale prevede dei richiami ormai anacronistici. In primo luogo, relativamente alla previsione di natura, oggetto del contratto, obblighi del consulente e della mandante e controversie, questi elementi sono già contenuti nella normativa di riferimento per l’intera categoria, per cui la loro semplice previsione in un contratto, oltre a rappresentare una inutile duplicazione – basterebbe un rinvio alle norme vigenti – pone il rischio di una deviazione dalla normativa e di possibili contenziosi legali futuri. In secondo luogo, nell’attuale contratto alcuni elementi risultano gravemente indeterminati:
Questo modello così squilibrato e privo di certezze dovrebbe essere superato da una struttura contrattuale composta da tre parti fondamentali. La prima è quella normativa, in cui vengono richiamati gli aspetti della regolamentazione, comunitaria e nazionale, con specifici allegati; la seconda è quella professionale, che riguarda tutti gli elementi legati della declaratoria delle funzioni che compongono il profilo della qualifica professionale del consulente (requisiti, ruolo, funzioni, responsabilità, attività svolte, livelli di budget, ecc); la terza parte è quella economica, che invece è legata al specifico trattamento ricevuto dal consulente in funzione dell’inquadramento all’interno della singola organizzazione, e che descrive la retribuzione fissa e soprattutto quella variabile, richiamandosi alle direttive comunitarie (ESMA) e a quelle di Banca D’Italia (circolare 285/2013 e successivi aggiornamenti) che hanno determinato la retribuzione ricorrente e quella non ricorrente per tutti i soggetti abilitati.
In particolare, è interessante la figura del consulente-manager, con la sua funzione di coordinamento che dovrebbe essere inquadrata a livello contrattuale di categoria, e non più come lettera accessoria della singola mandante. Infatti, le varie figure di coordinamento (SPV, District Manager, Area Manager etc) dovrebbero trovare una precisa definizione e collocazione all’interno dell’Accordo Economico Collettivo Nazionale di Lavoro, proprio per dare contenuto specifico ai singoli ruoli ricoperti nell’azienda mandante, in moda tale da evitare la creazione, da parte delle varie società mandanti, di ruoli differenti – sia per denominazione che per competenza – da quelli definiti nella piattaforma contrattuale. Servono, in sintesi, dei ruoli chiari e riconoscibili da tutti, tali da generare trasparenza anche nei passaggi da una azienda all’altra, in occasione dei quali esiste una vera e propria jungla di bonus e patti di stabilità vincolanti che ha generato una concorrenza di settore non proprio trasparente.
Inoltre, oggi c’è una sproporzione palese tra le parte fissa e quella variabile della retribuzione dei consulenti finanziari, e la parte variabile è ancora eccessivamente legata agli obiettivi commerciali delle società mandanti. Con la nuova piattaforma intendiamo introdurre criteri di categoria per la parte fissa e per quella variabile, così come vogliamo dare soluzione al problema della doppia previdenza obbligatoria Inps/Enasarco, nel senso che i contributi versati dai consulenti nella Fondazione degli agenti di commercio verrebbero raggruppati in un fondo pensione negoziale aperto a consulenti finanziari, subagenti assicurativi e agenti in attività finanziaria, al fine di dare una prospettiva seria ai giovani e ai nuovi ingressi nel nostro settore, facendo confluire anche il trattamento di fine rapporto (Firr).
Naturalmente, in tema di vigilanza sul rispetto del nuovo contratto quadro si pone lo stesso problema già incontrato in tema di delega a trattare problemi di natura sindacale: Assoreti, com’è noto, non può farlo da statuto, per cui le commissioni paritetiche dovrebbero essere formate da ABI e dai sindacati. L’ABI, peraltro, è la controparte datoriale bancaria, per cui ci si chiede se il contratto-quadro possa avere validità anche per le reti non bancarie (es. Azimut). La risposta è che non si tratterebbe di un contratto valido erga omnes – come invece avviene nel settore pubblico – ma di un contratto vincolato solo al personale che ne accetta e ne sottoscrive, attraverso le loro associazioni datoriali, il modello di riferimento (AEC e CCNL). Ciò non toglie, pertanto, che se Assoreti modificasse il proprio statuto in modo tale da poter finalmente prendere parte al confronto su queste tematiche, sarebbe un passo utile per tutto il settore.
I consulenti finanziari, ormai, hanno preso coscienza del fatto che, se vogliono sopravvivere in modo dignitoso, devono trovare la forza per sindacalizzarsi e tutelare i propri interessi. Infatti, i continui tagli di questi ultimi 15 anni ai margini di redditività dei consulenti hanno fatto riflettere molti di loro sull’importanza di una maggiore protezione della posizione economica e professionale. Le reti, invece, devono riflettere maggiormente sugli effetti positivi di lungo termine che potrebbero derivare anche per esse dall’aggiornamento della piattaforma contrattuale, soprattutto in termini di recruiting di bancari di alto profilo e di abbassamento dell’età media dei consulenti. Con un contratto che attribuisca maggiore stabilità, infatti, vincerebbero tutti.
Sono questi gli equilibri su cui si regge l’Unione Europea, e difficilmente potranno cambiare finchè la Natura non richiamerà a sé l’attuale classe dirigente, cresciuta a “pane e Germania”; quella stessa Germania che, portando dentro di sé i benefici effetti derivanti dall’unificazione post-sovietica, non ha voluto trasmettere all’Unione Europea il suo stesso esempio politicamente illuminante, pensando che sarebbe stato più conveniente far permanere una certa fragilità economica nei Paesi del Sud Europa come l’Italia, che prima del 2000 era un pericoloso competitor da tenere a bada. Parimenti, da questi equilibri sono derivati gli eventi economici degli ultimi dieci anni e tutte le misure intraprese che, contrariamente al comune sentire, hanno salvato soprattutto Germania e Paesi frugali dallo spettro della disgregazione di questo modello economico a due velocità, tanto conveniente per le economie del Nord.
eguendo questa scia è stato concepito il bluff dello scudo anti-spread. Dopo essere stato annunciato solennemente, il silenzio sul suo effettivo funzionamento – svelato solo qualche giorno fa, a distanza di circa tre settimane – ha fatto intendere a tutti che si sarebbe trattato di una creatura guidata da ciniche finalità politiche, tirata fuori dal cilindro di un prestigiatore che con una mano regge il mazzo di carte, e con l’altra ti distrae per non svelare il suo trucco. Già il giorno successivo all’annuncio, infatti, la sensazione che la Bce non avesse varato nulla di buono si era diffusa nei mercati, i quali hanno continuato imperterriti a penalizzare i BTP e lo spread. Quando, poi, il board della Banca Centrale si è finalmente messo d’accordo su come far pagare pegno all’Italia, le condizioni di utilizzo dello “Scudo” hanno confermato la sua incapacità di raggiungere i suoi obiettivi teorici, e cioè di impedire gli attacchi speculativi contro i titoli emessi dal Meridione d’Europa.
Relativamente a quest’ultimo punto, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiarito magistralmente come e quando lo Scudo potrebbe essere chiamato in causa: “se domani cominciamo a vedere 250, 255, 260 e così via, e cioè qualcosa che indica che c’è panico nel mercato, noi agiamo e uccidiamo il panico sul mercato”. Nessuna prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti. Pertanto, il c.d. scudo anti-spread è una mossa di natura politica mascherata da strumento tecnico-economico, peraltro privo della sufficiente efficacia.
Quanta nostalgia del “whatever it takes” di Mario Draghi, con il quale l’ex Presidente del Consiglio improvvisò un discorso per rasserenare gli animi e dichiarò che la Bce “avrebbe fatto tutto ciò che serviva” per difendere la moneta unica. A partire da quel discorso di dieci anni fa, la Bce diventò un po’ italiana, suscitandole proteste della Bundesbank e dell’opposizione, ma l’alternativa alla visione di Draghi sarebbe stata, anche allora, la disgregazione dell’euro, e questo non andava giù ai frugali. Con il meccanismo tracciato dallo Scudo, invece, l’assenza di un percorso di applicazione certo – a titolo di esempio, un livello di spread “di allarme”, a partire dal quale il TPI viene prontamente applicato – e l’ampio margine di discrezionalità nel decidere se attivare il TPI oppure no, farà sì che quando esso verrà invocato l’Italia sarà già in difficoltà e sotto l’assedio dei mercati finanziari, e potrebbe addirittura ritrovarsi nelle condizioni di non poter soddisfare i parametri di applicazione del TPI (quelli descritti al n. 3 e 4), rimanendo così in balia dei ricatti politici dell’Europa e vittima di ulteriori richieste-capestro.
Oltreoceano, l’economia americana è costretta a fare gli slalom tra sostegno alla crescita e contenimento dei prezzi, ma sembra più propensa a combattere l’inflazione preferendo il rischio recessione al rischio inflazione fuori controllo. Anche l’Europa si trova di fronte lo stesso bivio, e se finora non ha accelerato come gli USA è perché le condizioni del contesto economico sono ancora favorevoli. Tuttavia, se la Russia dovesse limitare o bloccare le forniture di gas, anche l’Unione Europea piomberebbe nel medesimo scenario americano, ma senza le stesse capacità di reazione per via della totale inadeguatezza di questa Europa così divisa. L’Italia, in uno scenario del genere, rischia di soccombere nonostante lo Scudo, una finta ”arma di de-frammentazione di massa” che non riesce a rassicurare nessuno. Neanche Mario Draghi, che in fatto di politica monetaria ne sa più di tutti e, alla prima occasione, si è sfilato dal ruolo di Premier per non trovarsi a Settembre “al posto sbagliato nel momento sbagliato”, evitando così di intraprendere la fulminea carriera di capro espiatorio, che in tutta evidenza non gli si addice. 
Le singole tecnologie e industrie che mirano alla tutela del clima, pertanto, sono tra i grandi vincitori del cambiamento climatico, con il quale si intende il cambiamento del clima sulla Terra e, in particolare, il riscaldamento tendenziale della temperatura superficiale. Il termine “clima” si riferisce a un periodo più lungo, e non va confuso con il concetto di “tempo meteorologico”, che riguarda invece la situazione attuale dell’atmosfera, quella di breve periodo. L’espressione riscaldamento globale, di contro, indica l’innalzamento delle temperature medie dei bassi strati atmosferici e dei mari osservato nel corso degli ultimi decenni. Ciò premesso, nella storia della Terra si sono più volte manifestati dei cambiamenti climatici, ma quelli del recente passato sono riconducibili esclusivamente all’influenza dell’uomo. Questo lo dimostrano anche i calcoli dei modelli sul clima.
Il Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) nel 1988 ha istituito il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC,
livello del mare si è alzato di 20 cm. Riguardo alla sensibilità climatica futura gli scienziati prevedono che, indipendentemente dall’avverarsi dei diversi scenari modello, entro la fine del secolo ci sarà un riscaldamento compreso nell’intervallo tra 1,5°C e 4,5°C. Per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare, entro la fine del secolo si rischia un aumento compreso tra 26 cm e gli 82 cm circa. Nel settembre del 2019 l‘IPCC ha presentato un rapporto speciale su oceani e criosfera, cioè le riserve di ghiaccio. Nel rapporto si parla, tra l’altro, dell’innalzamento del livello del mare, del ritiro dei ghiacciai, del cambiamento delle correnti globali negli oceani e dei fenomeni meteorologici globali.
L’effetto serra ha una parte fondamentale nella questione. Esso è il fenomeno che indica che la radiazione termica proveniente dalla superficie terrestre è trattenuta nell’atmosfera grazie alle molecole dei gas riflettenti (nei gas a effetto serra come CO2, metano, idrofluorocarburi o ozono troposferico). In sostanza, l’effetto serra fa sì che la terra non rilasci troppo calore e quindi si raffreddi. A causa di grandi quantità di emissioni la quantità di gas serra nell’atmosfera può diventare eccessiva e, di conseguenza, rimandare indietro troppo calore. Come in una serra, questo comporta un continuo aumento della temperatura sulla terra.
Quali sono le conseguenze negative dell’aumento della temperatura in relazione al cambiamento delle condizioni meteorologiche? Per quanto riguarda l‘idrosfera e l’atmosfera, l’aumento della temperatura comporterà una variazione su scala globale dei regimi delle precipitazioni. Aumenta il rischio di eventi meteorologici estremi quali forti precipitazioni, inondazioni, piene e, d’altra parte, periodi di gran caldo. L’aumento dello scioglimento dei ghiacci, nonché l’espansione termica dell’acqua, comportano l’innalzamento del livello del mare, ed inoltre è in pericolo l’approvvigionamento di acqua potabile delle persone che dipendono dallo scioglimento dei ghiacci. Il crescente scioglimento dei ghiacciai alpini porterà in una prima fase all’aumento del
livello dell’acqua dei corsi d’acqua. Nel lungo periodo, tuttavia, diminuiranno drasticamente le acque di fusione ghiacciali, e questo avrà ripercussioni sulla flora e fauna, ma anche sulla produzione di energia con le centrali ad accumulazione attive e i bacini artificiali. Inoltre, la frequenza dei cicloni tropicali probabilmente diminuirà, aumenteranno però di intensità. Di positivo c’è che la crescita delle piante è aumentata negli ultimi decenni, in particolare nei tropici e nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Inoltre, grazie alle temperature più alte, l’agricoltura nelle regioni alle alte latitudini avrà maggiori opportunità, e un passaggio a nord-ovest libero dal ghiaccio potrebbe dar luogo a un accorciamento della rotta marittima tra il Pacifico e l’Atlantico.
Quali industrie contribuiscono particolarmente al cambiamento climatico? In base ai dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente UNEP del 2012, la quota dell’approvvigionamento energetico sulle emissioni globali di gas serra è del 41% e si colloca quindi chiaramente al primo posto, mentre il settore dei trasporti è responsabile del 14% e le industrie del 21% delle emissioni. Le quote dell’agricoltura e della silvicoltura sono pari al 24%. Secondo uno studio del 2020 dell’IIASA, l’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg, la produzione di energia e calore totale è responsabile di un quarto delle emissioni globali di gas serra. Un altro 25% viene causato dall’agricoltura e dalla silvicoltura. La causa principale è il metano rilasciato durante la produzione di latte e carne. Circa un quinto delle emissioni globali di gas serra sono da attribuire all’industria, poco meno di un settimo viene causato dal settore dei trasporti.
Come si può far fronte al cambiamento climatico? Il risparmio energetico offre grande potenziale nella lotta al cambiamento climatico, il miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione delle energie rinnovabili sono spesso considerati i principali obiettivi e le opportunità più promettenti. Una produzione alimentare e una alimentazione maggiormente sostenibili potrebbero ridurre le emissioni di gas serra nel contesto dei prodotti alimentari, con impatti in particolare sull’agricoltura, sulla lavorazione, sul trasporto, sul commercio al dettaglio, sul consumo e i rifiuti. In questo contesto è particolarmente problematica la produzione di carne e di latticini. Tra le opportunità
tecniche nella lotta al cambiamento climatico troviamo le tecnologie spesso non ancora economicamente disponibili della cattura e stoccaggio del carbonio, della fusione nucleare e della geoingegneria. La cattura e lo stoccaggio del carbonio – considerando l’attuale stato delle tecnologie – consuma troppa energia per poter essere utilizzata su ampia scala. Inoltre, non sono prevedibili le conseguenze ambientali dello stoccaggio. Anche le tecnologie della fusione nucleare e della geoingegneria sono associate ad un rischio elevato – in relazione alla geoingegneria si discute circa l’installazione di specchi nello spazio e la produzione di alghe nei mari.
Grazie alla competizione tra banche e all’evoluzione dell’informazione finanziaria, resa disponibile a tutti anche dai media nazionali, gli italiani sono mediamente più informati sulla differenza – fondamentale – tra mutui a tasso fisso e mutui a tasso variabile, e la storia recente – la famigerata crisi mondiale nata nel 2008 dai mutui subprime americani a tasso variabile – ha svelato la necessità di effettuare con molta cura la scelta tra le due tipologie. Pertanto, per chi richiede un mutuo la scelta tra fisso e variabile non è più così scontata come soltanto otto mesi fa, quando la forbice dei tassi era quasi pari a zero, e la convenienza di stipulare un mutuo a tasso variabile oggi è da soppesare con estrema attenzione; essa, infatti, deriva esclusivamente dalla scommessa – tutta da giocare – che dal 2023 l’inflazione si riduca sensibilmente, i tassi delle banche centrali fermino la loro corsa al rialzo e, successivamente, scendano di nuovo, com’è negli obiettivi delle banche centrali in tema di politica monetaria e controllo dell’inflazione.
L’odierna offerta bancaria vede una “forbice” di 1,50% a svantaggio del tasso fisso e in costante aumento, per cui il rapporto di convenienza tra fisso e variabile sta gradualmente cambiando, come emerge dalle analisi effettuate dall’Ufficio Studi di
Inoltre, scende notevolmente l’importo medio dei mutui erogati, che passa da quota di 124.106 euro del 2021 a 105.204 euro del primo semestre 2022. “Una tendenza che potremmo interpretare come una scelta cautelativa dei clienti che, dopo anni di tasso fisso, non sono ancora pronti all’idea di orientarsi verso il variabile. Al rischio di pagare rate crescenti preferiscono finanziarsi per importi inferiori”, spiega Marco Boidi, Head of Sales Network di 24MAX. “Il contesto economico generale si è notevolmente inasprito a partire da marzo con l’inizio del conflitto e il costante aumento dell’inflazione. La crisi di Governo di questi ultimi giorni e la possibilità che vengano a mancare le agevolazioni fiscali che finora hanno contribuito ad alimentare il mercato immobiliare, rendono difficili eventuali previsioni nel medio-lungo termine”, aggiunge Marco Boidi. I dati in questione, comunque, non devono infondere pessimismo, poiché il 97% dei mutui riguardano l’acquisto della prima casa – ed esulano dunque dalle logiche di investimento – e i tassi, seppur aumentati, rimangono comunque sostenibili rispetto agli anni di boom del mattone, durante i quali i richiedenti erano abituati a percentuali del 6/7%. Del resto, il costo del denaro negli ultimi anni ha toccato minimi storici davvero senza precedenti, e chi ha sottoscritto un mutuo a tasso fisso entro Dicembre 2021 ha fatto “l’affare del secolo”, ipotecando, oltre alla casa, una rata molto bassa.
Ormai superata, invece, appare la formula dei mutui a tasso misto con opzione, che sono una formula intermedia tra i mutui a tasso fisso e quelli a tasso variabile. In questo tipo di mutuo, durante la durata e con una cadenza prestabilita (ad esempio ogni tre anni o cinque anni) è possibile scegliere tra fisso e variabile, ma per tutta la durata del periodo precedente alla data di opzione il tasso e la rata rimarranno fissi o varieranno esattamente come nel caso di un fisso o variabile classici. Lo svantaggio di questo tipo di mutuo è che si tratta di un “insieme” di mutui più corti (con periodi intermedi di 3-5 anni); pertanto, se la tipologia di partenza è il tasso fisso e, alla prima scadenza, non lo vogliamo cambiare, il tasso sarà comunque ricalcolato sulla base del parametro Euribor del momento successivo, e non sulla base di quello iniziale. Ciò comporta che la rata varierà, a dispetto dell’obiettivo di mantenerla costante nel tempo.
Come previsto, il secondo trimestre produrrà il tasso di crescita degli utili più basso da oltre un anno a questa parte, ma si prevede comunque una crescita sia del giro d’affari che degli utili. E non solo per il trimestre appena concluso, ma anche per i trimestri successivi. E questo in un momento in cui la discussione su una possibile recessione è chiaramente aumentata di intensità a causa delle note sfide ed incognite. Di conseguenza, nelle prossime settimane l’attenzione degli operatori di mercato si concentrerà probabilmente ancora più del solito sulla capacità delle aziende di soddisfare queste aspettative ancora ottimistiche nonostante il contesto più difficile. Infatti, sebbene di recente si siano verificati alcuni isolati “profit warnings” (ovvero dichiarazioni ufficiali in cui si avvisa che gli utili del trimestre saranno in calo) da parte dei dirigenti delle società, nel complesso non vi sono ancora segnali di una recessione degli utili a livello generale. Pertanto, la stagione degli utili potrebbe ancora una volta offrire al mercato azionario un sostegno almeno temporaneo.
Tuttavia, se gli utili e/o le prospettive deluderanno, è probabile che il mercato ribassista proseguirà nella propria tendenza. Rimaniamo quindi cautamente posizionati sulle azioni. Di recente, infatti, i mercati azionari internazionali si presentano come persistentemente deboli. Le preoccupazioni per l’aumento dei rendimenti sembrano essere state sempre più sostituite dai timori di un significativo deterioramento degli utili. Tuttavia, consideriamo ancora il contesto di liquidità sempre più restrittivo come uno dei maggiori fattori negativi per i prossimi mesi. A differenza dei mercati obbligazionari, non vediamo ancora un
sufficiente riflesso di questo problema nei prezzi delle azioni. Le azioni dei mercati emergenti non possono sfuggire alla generale tendenza ribassista, ma rispetto ai mercati azionari sviluppati si può attualmente notare che i mercati emergenti possono resistere meglio, in parte grazie alle grandi riserve di materie prime. D’altra parte, soprattutto per quanto riguarda la Cina e l’India, un approccio opportunistico all’approvvigionamento di materie prime si è rivelato essere molto utile. Anche per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione, in questi Paesi le persone sono più abituate a gestire tali situazioni (sono già stati attuati forti aumenti dei tassi di interesse).
Per quanto riguarda i titoli di Stato, scorgiamo opportunità interessanti soprattutto nei titoli italiani, dopo che gli spread sono aumentati in modo significativo e la BCE ha annunciato lo scudo anti-spread allo scopo di voler “evitare una frammentazione del mercato dei titoli di Stato in euro”. Con questa formulazione, la banca centrale ha di fatto comunicato al mercato un limite di spread per le obbligazioni italiane di circa 200 punti base. Prediligiamo inoltre i titoli di Stato di breve termine (Germania, USA) e prevediamo una curva dei rendimenti più ripida nel medio termine. Invece, Nel mercato delle obbligazioni societarie preferiamo attualmente le obbligazioni bancarie a quelle non finanziarie (obbligazioni industriali), ma anche i titoli investment grade in euro alle obbligazioni societarie ad alto rendimento (“high yield”) in euro.
I premi di rischio delle obbligazioni ad alto rendimento in euro segnalano un chiaro aumento dei rischi di insolvenza ma, a nostro avviso, non scontano ancora in modo sufficiente il previsto rallentamento economico. Sebbene i premi per il rischio delle obbligazioni in valuta forte dei mercati emergenti appaiano interessanti, gli indicatori economici sempre più deboli in Asia/Cina e gli effetti difficilmente prevedibili delle politiche restrittive contro il Covid ci inducono a non considerare questa classe obbligazionaria per il momento.
Infine, di recente i mercati delle materie prime si sono indeboliti in modo generalizzato. Soprattutto i metalli industriali ciclici hanno dovuto accettare perdite a causa dei crescenti timori sulla crescita economica. Il settore dell’energia continua a svolgere un ruolo particolare, in quanto fortemente influenzato dalle notizie sulla situazione in Ucraina e dagli sviluppi nel settore del gas naturale. 








