Maggio 14, 2026
Home Articles posted by Redazione (Page 51)

Indagine sul mercato di box e negozi: investitori attenti ai rendimenti

Chi acquista per mettere a reddito un box guarda ai rendimenti interessanti, intorno al 6,5% annuo lordo. I rendimenti annui lordi dei locali commerciali arrivano anche al 10%.

Il timore dell’inflazione, negli ultimi sei mesi, sta spingendo molti investitori verso il mattone come forma di reddito e difesa del valore del capitale. Oltre al classico appartamento, Tecnocasa segnala anche un interesse per l’acquisto di box e di negozi. Questi ultimi, in particolare, sono considerati appetibili alla luce della riduzione dei prezzi che hanno subito negli ultimi anni, e anche per via della ripresa della domanda di affitto che si sta registrando.

I box, invece, piacciono soprattutto per la facilità di gestione. Secondo i Tecnocasa e Tecnorete, infatti, i box sono stati acquistati nel 45,2% dei casi proprio per investimento. E’ una percentuale importante, che si spiega col fatto che c’è interesse per la locazione dei box, che compre il 25% delle operazioni immobiliari complessive in questa tipologia. In generale il dato sulle transazioni immobiliari è in crescita, e questo ha trascinato anche i box. Anche i volumi di compravendita sono in crescita: secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate dal 2020 al 2021 c’è stato un incremento del 31,8%, ma ancora più significativo è l’incremento rispetto al 2019 (+23,2%).

Chi acquista per mettere a reddito un box guarda alla maggiore facilità di gestione dell’immobile e ai rendimenti interessanti, intorno al 6,5% annuo lordo. A livello di valore immobiliare, tuttavia, i box negli ultimi 10 anni hanno perso mediamente il 28,3%. Chi fa questo tipo di investimento valuta attentamente la zona, prediligendo quelle a bassa presenza di box rispetto alla densità abitativa e la dimensione del box che deve consentire manovre agili. Alcuni investitori considerano anche le aree in cui si prevede una riduzione degli spazi per parcheggiare, aspetto questo che in genere trascina verso l’alto la domanda di box. L’effetto contrario si registra in quelle aree in cui si prevede la nascita di parcheggi o dove i parcheggi sono già stati costruiti; tali zone diventano meno interessanti agli occhi degli investitori perché ci potrebbe essere una minore domanda di affitto per eccesso di offerta.   

Discorso diverso per i locali commerciali che, da sempre, sono considerati un ottimo investimento; tanto che quasi la metà delle compravendite ha questa finalità e si indirizza prevalentemente sui piccoli tagli. I rendimenti annui lordi dei locali commerciali calcolati dall’Ufficio Studi Tecnocasa si aggirano mediamente intorno all’8-9%, fino a superare anche il 10% (anche nelle vie più periferiche o di minor passaggio). Al giorno d’oggi, gli investitori preferiscono un negozio posizionato in una via di transito, anche perché i prezzi di questa tipologia immobiliare si sono ridotti in modo importante. Negli ultimi dieci anni, infatti, i locali commerciali in vie di passaggio hanno perso il 38,4%, mentre quelli nelle vie non di passaggio il 42,3%. Anche in questo caso si cerca di mirare l’acquisto nelle zone ad alta densità abitativa, quelle universitarie e con una buona concentrazione di uffici. Sempre da tenere d’occhio le aree sottoposte a interventi di riqualificazione.

Mercato immobiliare: buono il 2022, il 2023 alla prova delle variabili economiche

I prossimi mesi fino a tutto il 2023 saranno un banco di prova per il mercato immobiliare, che dovrà fare i conti con l’inflazione, con i tassi di interesse più elevati che limiteranno l’accesso al credito e con la carenza di offerta.

Di Fabiana Megliola*

Il mercato immobiliare nella prima parte del 2022 dimostra ancora un buon dinamismo, la domanda è vivace, l’offerta è in diminuzione e i valori sono in aumento in tutte le realtà territoriali, grandi città, capoluoghi di provincia e hinterland delle grandi città.

Si segnala un ritorno all’investimento immobiliare: l’inflazione e la liquidità accumulata anche nel periodo del lockdown hanno suggerito il mattone come forma di difesa del capitale. Quest’ultimo è stato riversato nuovamente nella casa da mettere a reddito (dopo il rallentamento dei precedenti semestri) ma ancora di più nella casa vacanza. Le grandi città segnalano una crescita dei valori, in linea con quanto registrato nel semestre precedente. Siamo di fronte al rialzo maggiore dal secondo semestre del 2017, quando il mercato riemerse dalla lunga crisi che lo aveva interessato. Spicca Milano che mette a segno il recupero dei prezzi più elevato.  

Analizzando le grandi città, si conferma una tenuta delle zone periferiche. Nell’hinterland delle metropoli le case continuano ad acquistare valore, particolarmente brillante il trend dei prezzi in provincia di Milano e Bologna. Bene anche quello di Verona, grazie al traino delle località turistiche del lago di Garda che ormai da diversi semestri si stanno distinguendo per essere dinamiche e attrattive.  I capoluoghi di provincia, pur con prezzi in aumento, forniscono un risultato leggermente peggiorativo rispetto al precedente semestre, in seguito all’andamento meno dinamico di alcune città. Tra le realtà capoluogo di provincia ce ne sono però diverse che spiccano per i loro risultati superiori alla media, tra queste Trieste e Ferrara.  

Prezzi in crescita anche sulle nuove costruzioni, ma la rete conferma un rallentamento delle attività a causa della difficoltà di approvvigionamento dei materiali e dell’aumento dei costi degli stessi che non sempre garantiscono la marginalità attesa. Questa è una delle cause della contrazione dell’offerta sul mercato. Non accennano a rallentare i tempi di vendita che, anche a giugno, sono ancora in diminuzione e toccano il minimo storico degli ultimi dieci anni: nelle grandi città occorrono in media 108 gg, sei giorni in meno rispetto a un anno fa. A Milano si vende più velocemente che altrove. Lo sconto medio, altro indicatore di buona salute, si riduce e si porta all’8,4%.

Tiene anche nella prima parte del 2022 il mercato della casa vacanza: prezzi in aumento al mare, in montagna e al lago. Il mercato delle locazioni, dopo il brusco calo dei valori che si era verificato a causa della pandemia, ha registrato un recupero non appena le restrizioni sono venute meno. Con il rientro degli studenti fuori sede e con il ritorno importante dei turisti che hanno ridato vigore al segmento degli affitti brevi, i canoni di tutte le tipologie immobiliari hanno ripreso a salire anche se meno di quanto registrato nella seconda parte del 2021. Ed è sempre Milano a mettere in luce variazioni dei canoni più elevati rispetto alle altre città.

I prossimi mesi, ma ancora di più il 2023, saranno un banco di prova per il mercato immobiliare, che dovrà fare ancora i conti con l’inflazione, con l’aumento dei tassi di interesse che limiterà l’accesso al credito (in particolare per alcune categorie di acquirenti), con una carenza di offerta che le agenzie lamentano da mesi, con il quadro economico che si sta deteriorando e un peggioramento della fiducia. Al momento, le previsioni per il 2023 restituiscono ancora un aumento dei prezzi tra +1% e +3%. Come Ufficio Studi Tecnocasa, stiamo ultimando le analisi, approfondendo le dinamiche nei diversi territori al fine di definire un quadro completo che sarà presentato a Milano durante la conferenza stampa nazionale del prossimo 19 ottobre.  

* Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

Federpromm: la nomina di Marino alla vigilanza di OCF non mette a rischio la neutralità dell’authority

La nomina di un esponente politico alla vigilanza dell’OCF può pregiudicare la neutralità dell’Authority? No, secondo Manlio Marucci di Federpromm: “l’allora ministro delle finanze prof. Savona divenne presidente Consob tra mille polemiche, ma la rappresenta egregiamente ancora oggi e le polemiche sono sepolte nel dimenticatoio”.

Articolo e intervista a cura di Massimo Bonaventura

Di recente, la segreteria del sindacato Federpromm – che rappresenta gli interessi dei consulenti finanziari in Italia – è intervenuta con una nota in merito alla nomina del senatore Mauro Maria Marino (Italia Viva-Psi) alla vigilanza dell’OCF (Organismo unico dei consulenti finanziari), non nascondendo un monito in relazione alla potenziale perdita di neutralità dell’Authority. Tuttavia, secondo Federpromm, il “bilancio” complessivo di questa nomina non è affatto negativo.

Nella nota, infatti, si afferma che “con la nomina alla vigilanza del senatore Mauro Maria Marino si avvia un nuovo percorso per il ruolo istituzionale assunto da tale organismo. Una compagine di governance che vede nuove figure professionali alla guida di tale istituzione in rappresentanza delle varie associazioni professionali di categoria che sicuramente darà nuovo impulso alla crescita del settore. Apprezzabile anche la nomina a presidente onorario di tale istituzione della prof.ssa Carla Bedogni, che costituisce una garanzia come figura storica nel dare continuità al suo ruolo pubblico di vigilanza, ma dispiace constatare come sia stata esclusa la figura di Massimo Scolari in rappresentanza dell’associazione Ascofind, figura di alto profilo e competenza professionale”. “Inoltre – aggiunge la nota della segreteria generale di Federproomm-Uiltucs – la nomina di un esponente politico e non tecnico può essere vista come una posizione non neutrale, non presente nella realtà di altre Authority, indipendentemente dalle competenze universalmente riconosciute al Sen. Marino” (che in passato ha maturato una significativa esperienza istituzionale anche in altri organismi di vigilanza, n.d.r.). “Pertanto – conclude la nota del sindacato – ci auguriamo che la nuova composizione della rappresentanza dell’Organismo sia anche una valida occasione per rendere maggiormente funzionale il suo ruolo istituzionale di vigilanza e neutralità nelle decisioni che verranno assunte”. 

La nota di  Federpromm – del tutto incidentalmente – apre una discussione su un tema che rischia di passare inosservato. Infatti, con le elezioni politiche di questi giorni, centinaia di parlamentari si troveranno in esubero, poiché nella nascente legislatura, per effetto della riforma costituzionale, il numero degli eletti sarà ridotto da 945 a 600. Pertanto, è alta la probabilità che molti di essi, dopo essersi allontanati per lungo tempo dalla precedente vita lavorativa, vorranno legittimamente mettere l’esperienza acquisita durante gli anni di attività parlamentare a servizio di qualche incarico di prestigio. Tra questi, i ruoli apicali nelle authority sono tra i più ambiti, perché consentono di dare continuità all’impegno personale già iniziato nei settori di interesse pubblico.

Naturalmente, al netto della innegabile competenza di molti ex parlamentari – alcuni dei quali sono a tutti gli effetti degli autorevolissimi “tecnici” del proprio settore professionale di origine – la provenienza dal mondo della politica di questi professionisti pone degli interrogativi in relazione agli effetti che il loro ingresso potrebbe determinare sull’indipendenza delle varie authority, soprattutto se la nomina avviene in assenza dei requisiti di esperienza e competenza richiesti da un ruolo che – va ricordato – è prettamente tecnico. Infatti, nelle Authority è fondamentale che i propri soggetti apicali abbiano maturato una esperienza specifica nel settore per il quale vengono eletti, e non devono essere condizionati in alcun modo dalla politica. P&F ne ha parlato con Manlio Marucci, presidente di Fedepromm.

Prof. Marucci, ritiene che la recente nomina del senatore Marino alla vigilanza di OCF possa costituire, in linea di principio, un precedente capace di mettere a repentaglio l’indipendenza delle authority nel campo della Finanza?
Le qualità professionali del senatore Marino non sono in discussione. Ricordiamo che ha ricoperto un ruolo istituzionale come presidente nella Commissione Finanze e Tesoro del Senato, che è stato sostenitore di diversi disegni di legge nel settore finanziario, nonché membro di Commissioni d’inchiesta parlamentari sul sistema bancario italiano. Pertanto, la nomina del senatore Marino alla vigilanza dell’OCF non mette certamente a repentaglio l’indipendenza di questa Authority. Tuttavia, c’è un problema di fondo, e cioè quello di inquadrare le nomine tecniche delle Authority in generale all’interno del contesto politico che il paese sta vivendo da molti anni, durante i quali il Parlamento non ha saputo affrontare in modo organico sia la gestione del potere che il passaggio generazionale nelle istituzioni che costituiscono il collante delle attività produttive e di controllo della nostra società. E’ chiaro che le Authority – proprio per la loro funzione istituzionale – devono essere autonome e non condizionate da decisioni politiche, soprattutto nel settore finanziario. 

Perché è un bene che la politica resti fuori dal mondo della consulenza finanziaria, limitandosi a raccoglierne le istanze evolutive?
Proprio per limitare le eventuali interferenze, che potrebbero influenzare il processo di crescita e di indipendenza delle strategie di mercato e perseguire obiettivi di crescita in tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria, è indispensabile che la politica non debba far pesare il suo ruolo, che è strettamente influenzato dai rapporti di forza tra le varie correnti ideologiche e di pensiero, a volte non rispondenti allo sviluppo del settore. A mio parere, qualora la politica esercitasse una pressione sulle scelte autonome perseguite dalle imprese di produzione e distribuzione di strumenti finanziari, si porrebbero problemi di funzionamento e funzionalità per l’intero settore, con probabili problemi di crescita e di confronto sui mercati internazionali.

Le nomine politiche alle autority sono state spesso oggetto di proteste da parte delle associazioni dei consumatori. A suo parere è necessario avviare una riforma che liberi questi organismi da qualsiasi condizionamento politico?
Ricordo la polemica a suo tempo emersa con la nomina a ministro delle finanze del prof. Savona, poi ricondotto alla funzione di presidente della Consob, ancora oggi da lui rappresentata egregiamente. Tuttavia sono convinto che vada applicato anche in questo caso il concetto di “check and balance” (controllo e bilanciamento reciproco), ovvero quell’insieme di meccanismi politico-istituzionali finalizzati a mantenere un corretto equilibrio tra i vari ordinamenti dello Stato. 

Il settore della consulenza finanziaria fino ad oggi non ha subito influenze dalla politica nel suo divenire, o almeno questa è la sensazione dall’interno. Ritiene che sia vero, oppure è già successo e semplicemente non ce ne siamo accorti?
E’ una vecchia storia, che limita il giudizio di valore sulla portata politica del problema. In una società in cui l’intelaiatura dei rapporti strutturali, di norme giuridiche interconnesse tra loro e a volte disfunzionali, in cui il settore della finanza e della consulenza finanziaria sono strumenti primari che vanno assumendo un ruolo sempre più centrale nei confronti del sistema economico, ritengo che la politica tradizionale, ossia quella di origine parlamentare, non abbia influenzato il sistema finanziario se non partecipando, dall’alto del proprio ruolo istituzionale, alla formazione di leggi e regolamenti grazie ai quali oggi in Italia si danno garanzie alla funzione del risparmio privato. Se c’è stata influenza politica, è sicuramente attribuibile a quella europea, che con le due MiFID ha messo il cappello sul risparmio e sulla consulenza finanziaria già da molti anni, con alterne fortune, nell’intento di creare un sistema finanziario europeo  che potesse competere con quello americano. Ma questa è un’altra storia.

Nautica, 2021 anno record: fatturato +31,1% a 6,1 mld

Presentata al 62° Salone di Genova la nuova edizione di Nautica in Cifre – Log. Il 2021 anno migliore di sempre per l’industria italiana della nautica. Solide prospettive anche per il 2022.

(Adnkronos) – E’ stata presentata al 62° Salone Nautico di Genova, nell’ambito della conferenza Boating Economic Forecast, la nuova edizione di Nautica in Cifre – Log, l’annuario statistico realizzato dall’Ufficio Studi di Confindustria Nautica in partnership con Fondazione Edison e sotto il patrocinio dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili. 

Dalla presentazione emerge come il 2021 per l’industria italiana della nautica si sia rivelato l’anno con il migliore incremento di fatturato di sempre e come l’anno nautico appena concluso abbia assicurato solide prospettive anche per il 2022, consolidando una crescita strutturale. Considerando gli scenari economico-politici che stiamo attraversando – con forti criticità sul fronte dell’approvvigionamento delle componenti, imprevedibili fluttuazioni dei prezzi e della disponibilità delle materie prime e una sempre più evidente scarsità di manodopera specializzata – si tratta di un risultato eccezionale per le nostre imprese. I numeri sono chiari: il fatturato globale del settore è passato da 4,6 miliardi del 2020 a ben 6,1 miliardi del 2021. L’incremento registrato rispetto all’anno precedente è stato del +31,1%: un dato straordinario che consente non solo di compensare il lieve calo registrato nel 2020, ma di portare il fatturato del settore a livelli pressoché analoghi a quelli del biennio record del 2007-2008.

Fra i fattori determinanti che hanno alimentato la crescita si deve annoverare l’exploit delle esportazioni della produzione cantieristica nautica, che nell’anno scorrevole terminato a marzo 2022 hanno toccato il massimo storico di 3,37 miliardi di euro, con gli USA primo mercato in assoluto per i nostri cantieri (485 milioni di euro, pari a una quota del 16,4%). Altri fattori determinanti sono i portafogli ordini dei cantieri italiani di yacht e superyacht, che per molti operatori coprono addirittura il prossimo triennio, e l’ottima performance dei comparti dell’accessoristica nautica e dei motori marini. Gli addetti complessivi sono saliti a 26.350 rafforzando ulteriormente il trend occupazionale positivo (+9,7% rispetto al precedente anno) che ha caratterizzato trasversalmente tutti i comparti del settore, con una particolare incidenza nella costruzione di nuove unità (+14,7%) in cui sono impiegati quasi la metà degli addetti complessivi del settore (14.710). Il contributo del settore della nautica al PIL nazionale è stato superiore ai 5,1 miliardi di euro nel 2021, in forte aumento (+31,4%) rispetto al dato 2020. Anche il peso del contributo della nautica al PIL in rapporto al PIL nazionale è cresciuto, passando dal 2,37‰ del 2020 al 2,89‰ nel 2021, a testimonianza della fase espansiva del settore.

Le esportazioni complessive di imbarcazioni da diporto e sportive nel 2021 hanno evidenziato una notevole resilienza del settore rispetto agli effetti economici negativi innescati dalla pandemia globale di Covid-19 e sono risultate pari a oltre 2,9 miliardi di euro, in aumento del 40,4% rispetto al dato 2020. I Paesi extra europei si confermano la principale destinazione delle vendite italiane oltreconfine: l’export diretto sui mercati extra UE è stato infatti pari a 2,2 miliardi di euro, corrispondente al 74,6% dell’export italiano nel settore (a fronte del 64,3% nel 2020), mentre quello diretto verso i 27 Paesi UE ammonta a 750,4 milioni di euro, pari al 25,4% (35,7% nel 2020).

Relativamente ai principali poli produttivi territoriali della nautica italiana, al primo posto della classifica per valore del fatturato troviamo il “polo produttivo dell’Alto Mediterraneo” (province di Genova, La Spezia, Massa-Carrara, Lucca, Pisa e Livorno), che eccelle sugli altri 4 poli territoriali per tutte le grandezze considerate. In questo distretto si trova il 36,7% degli addetti del settore e ben il 54,4% del fatturato. Segue il “polo produttivo adriatico” (province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini, Pesaro-Urbino e Ancona), con il 12,3% delle imprese totali del settore e un fatturato pari al 23,3% del fatturato complessivo del settore. La Lombardia rappresenta l’11,8% degli addetti nazionali del settore e il 9,6% del fatturato totale.

Anche l’occupazione ha fatto registrare risultati positivi, testimoniati da una crescita per il complesso della filiera del +3,2% (+10,3% per la produzione cantieristica). Dietro questi risultati la capacità di fare sistema sia a livello nazionale e che territoriale e il forte investimento in qualità, competenza, innovazione e sostenibilità”. Molto interessanti, inoltre, i dati relativi ai moltiplicatori della filiera della nautica da diporto – 9,2 per l’occupazione e 7, 5 per quanto riguarda il valore aggiunto – che sono i più elevati tra le economie del mare. 

 
 

USA: cosa aspettarsi nei mercati la prossima settimana

Dopo il crollo della scorsa settimana, negli Stati Uniti in arrivo aggiornamenti su indicatori economici molto importanti: prezzi delle case, fiducia dei consumatori, indice dei prezzi al consumo di beni personali.

Di Mack Wilowski

I mercati azionari statunitensi sono crollati la scorsa settimana, con il Dow Jones che è caduto brevemente in territorio di mercato ribassista e ha chiuso a un nuovo minimo del 2022 sulla scia delle preoccupazioni sui rischi di recessione, che sono aumentati dopo che la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse di 75 punti base per frenare l’inflazione.

Il Dow Jones è sceso del 4% e lo S&P 500 ha perso il 4,7%, mentre il Nasdaq si è contratto del 5%. Nel frattempo, i rendimenti dei Treasury sono saliti ai livelli più alti in oltre un decennio. L’inversione della curva dei rendimenti si è accentuata, in quanto il rendimento del biennale è salito sopra il 4,2%, in segno di crescente pessimismo sulla salute a breve termine dell’economia.

Venerdì i prezzi del petrolio sono scesi mentre i timori di recessione globale e di un dollaro più forte, che è salito ai massimi pluridecennale contro euro e sterlina, hanno scosso i mercati energetici globali. Il prezzo del greggio West Texas Intermediate (WTI) è sceso del 5% a 79 dollari al barile, il livello più basso dall’inizio di gennaio. Da oggi gli investitori hanno in agenda diversi aggiornamenti economici chiave nella prossima settimana. Martedì, infatti, saranno disponibili gli ultimi rapporti sul mercato immobiliare, con il rilascio delle vendite di nuove case di agosto e l’indice dei prezzi delle case S&P Case-Shiller per luglio. Il Consumer Confidence Index (CCI) del Conference Board e il Consumer Sentiment Index (MCSI) dell’Università del Michigan offriranno aggiornamenti sul sentimento dei consumatori.

Giovedì, il Bureau of Economic Analysis (BEA) pubblicherà la sua stima finale per la crescita del PIL del secondo trimestre. L’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), arriverà venerdì. Nike, Micron Technology, Carnival Corporation e Bed Bath & Beyond saranno tra le società che registrano utili. Vale anche la pena notare che la prossima settimana è l’ultima settimana del terzo trimestre, con venerdì l’ultimo giorno di negoziazione di settembre, storicamente uno dei peggiori mesi dell’anno per le azioni. Attraverso 182 giorni di negoziazione finora quest’anno, il 2022 ha visto il quinto peggior inizio di qualsiasi anno nella storia per le azioni statunitensi.

Martedì, S&P Global rilascerà il suo ultimo indice dei prezzi delle case Case-Shiller, tracciando i prezzi delle case nazionali. È probabile che la crescita dei prezzi sia ulteriormente decelerata a luglio, dopo che i prezzi sono aumentati di appena lo 0,4% a giugno, segnando il tasso di crescita più lento in due anni. La crescita dei prezzi delle case ha raggiunto il picco a marzo e da allora è rallentata, poiché l’aumento dei tassi ipotecari e il calo dell’accessibilità economica pesano sui potenziali acquirenti. I prezzi sono aumentati del 18% a giugno rispetto a un anno fa, e anche i guadagni annuali sono previsti in decelerazione. Sempre martedì, Freddie Mac rilascerà il suo House Price Index (HPI) relativo al mese di luglio. I prezzi erano aumentati dello 0,1% a giugno – il guadagno più lento da maggio 2020 – con la crescita annuale dei prezzi in decelerazione a un tasso annuo del 16,2%, in calo rispetto al picco del 19,3% di febbraio.

Sempre martedì, il Conference Board rilascerà l’aggiornamento di settembre al suo Consumer Confidence Index (CCI), che misura l’ottimismo dei consumatori riguardo alle loro finanze personali e allo stato dell’economia. Stime preliminari prevedono un leggero aumento della fiducia dei consumatori, a 104 da 103,2 di agosto. L’Università del Michigan pubblicherà venerdì la lettura finale di settembre del suo Consumer Sentiment Index (MCSI). Gli economisti prevedono una lettura dell’indice invariata a 59,5, rispetto a 58,2 di agosto e un minimo storico di 50 a giugno. Il sentiment dei consumatori è leggermente migliorato all’inizio di settembre, poiché i prezzi del gas sono diminuiti e le aspettative di inflazione futura si sono attenuate. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi storici, poiché l’inflazione costantemente elevata continua a incidere sul sentiment.

Immobiliare, gli investitori sul ricco mercato dei fuori sede. Il 2023 “annus horribilis”?

Nella prima parte del 2022 sale la preferenza verso i piccoli tagli. Gli investitori vogliono un reddito che riesca a compensare l’inflazione, e dirigono gli acquisti verso le case per studenti fuori sede. Il 2023 potrebbe essere un “anno terribile” per il mercato immobiliare.

Il desiderio di comprare casa nella prima parte del 2022 è ancora in crescita, nonostante la guerra. Anzi, si potrebbe dire che il conflitto armato scoppiato nel nostro continente abbia diretto ancora di più le preferenze di molti investitori verso il mercato immobiliare, tradizionalmente legato – non sempre a ragione – ad un concetto di sicurezza e profitto nel lungo periodo.

In realtà, gli ultimi venti anni dimostrano con chiarezza che i valori immobiliari italiani, in media, abbiano generato un guadagno in conto capitale del tutto irrilevante rispetto ad un investimento nei mercati azionari nello stesso periodo, ma anche in questo caso bisognerebbe distinguere a seconda delle aree geografiche e/o delle tipologie immobiliari in cui si è investito.

In ogni caso, l’onda lunga che si è venuta a determinare nel post pandemia continua a generare buoni effetti sulla domanda di immobili, e gli effetti dell’aumento dei tassi di interesse e dei tassi di mutuo sulla disponibilità di spesa per acquistare la casa saranno evidenti più avanti, probabilmente nel corso del 2023, allorquando i tassi delle banche centrali avranno raggiunto il picco – in Europa si ritiene saranno al 3-3,5%, in USA anche al  4,25% – e i tassi di interesse applicati dalle banche ai mutui a tasso fisso, aumentate dello spread, convinceranno chi deve  accendere un mutuo a rinviare di qualche tempo l’acquisto dell’immobile, in attesa di una nuova discesa dei tassi.

Infatti, il ricordo dei mutui all’1% fisso è ancora vivido – parliamo di un anno fa, e nemmeno – per essere dimenticato in fretta, e per coloro che hanno mancato l’occasione l’anno scorso, quel 1% è diventato un possibile “benchmark” per il futuro più vicino. Tuttavia, non è affatto scontato che, una volta bloccata l’inflazione, i mutui tornino magicamente ad essere più convenienti, poiché la discesa del tasso di inflazione e, conseguentemente, dei tassi delle banche centrali, sarà lenta e graduale, per cui è paradossalmente più conveniente investire in immobili entro i prossimi 3-4 mesi, e non dopo, quando il c.d. “tasso finito” dei mutui viaggerà intorno al 5,5-6,0% per via degli spread bancari, e verrà percepito dagli investitori come “caro”.

Relativamente al mercato immobiliare italiano, comunque, la domanda delle grandi città si concentra soprattutto sul trilocale (40,2%), seguito dal quattro locali (24,2%) e dal bilocale (24%). In particolare, secondo l’Ufficio Studi Tecnocasa l’aumento della domanda di bilocali e monolocali confermerebbe il ritorno degli investitori sul mattone, allo scopo di ricavare un reddito stagionale grazie al progressivo ritorno sia del flusso turistico che degli studenti universitari e dei turisti. Si nota, al contrario, una diminuzione della concentrazione della domanda sui tagli più ampi, come conseguenza dell’aumento dei prezzi che sta interessando le metropoli e dell’esaurirsi della spinta data dalla pandemia alla ricerca di abitazioni più ampie. Saranno i prossimi mesi a confermare se il trend si è effettivamente invertito.   

Relativamente alla domanda proveniente dagli studenti fuori sede, i dati di Tecnocasa rivelano che sono finiti i tempi in cui i giovani che si trasferiscono nelle città universitarie dai piccoli centri si accontentavano di camere semi-ammobiliate in vecchi appartamenti del centro storico. Oggi le preferenze vanno a camere singole ben rifinite, comode, magari con bagno in camera, connessione Wi-Fi e ben servite. Con la fine delle restrizioni legate alla pandemia, le aule universitarie sono tornate a riempirsi di studenti e, di conseguenza, è iniziata anche la ricerca dell’abitazione da parte dei quasi 600.000 studenti fuori sede iscritti nelle università italiane (di cui il 5,6% stranieri). Si tratta di un mercato di dimensioni molto apprezzabili, in grado di esprimere un fatturato importante per gli investitori.

Secondo Tecnocasa, nel primo semestre del 2022 il 3,8% dei contratti di locazione hanno riguardato studenti universitari, ma la percentuale è destinata a crescere in autunno, allorquando la domanda di abitazioni per i fuori sede aumenta fino al 13% del totale dei contratti. Oggi gli studenti che cercano casa in affitto, soprattutto nelle metropoli, devono fare i conti con la carenza di offerta, acuitasi negli ultimi anni con l’affermarsi degli short rent (affitti brevi per turisti). Questi due elementi hanno determinato la crescita degli investimenti di student housing, che all’estero (in particolare a Londra e Dublino, ma non solo) rappresentano un nuovo mercato con previsioni di crescita impressionanti. Si tratta di interventi edilizi su interi edifici già esistenti – o nuove costruzioni interamente dedicate allo student rent – effettuati per soddisfare la domanda proveniente dagli studenti, i quali danno una netta preferenza per la camera singola con bagno privato (c.d. ensuite), prevalentemente per una questione privacy, all’interno di decine di flat (appartamenti) ognuno dei quali dotati di 6-7 room ensuite e parti comuni (cucina e soggiorno molto grandi, più zone ricreative con palestra e sale per ricevimento). Con il Covid, peraltro, la tendenza si è consolidata anche per limitare i contagi.

Dal momento che le camere ensuite appartengono ad una fascia di prezzo più alta, esiste comunque una discreta offerta di camere doppie, scelte soprattutto da persone legate da parentela o amicizia. La vicinanza agli atenei o agli ospedali (per chi studia medicina) è essenziale, ma non sono escluse le zone ben collegate. A seguire la presenza di attività commerciali. Ultimamente c’è attenzione anche all’esistenza di postazioni di bike sharing e di monopattini elettrici, due modalità di trasporto in voga tra i più giovani. Alcuni chiedono anche zone con locali serali, tipiche della “Movida”.

In genere i proprietari stipulano contratti transitori per studenti, con due mensilità di deposito, e si chiede ai genitori di fornire garanzie con documentazione reddituale. Nelle student house, invece, il deposito è meno impegnativo ma l’affitto mensile più elevato.

In ogni caso, la domanda degli studenti sta trainando gli acquisti di molti investitori, anche di quelli che si stanno avvicinando per  la prima volta all’investimento immobiliare. La domanda e le tipologie più richieste si differenziano a seconda delle città. Il bilocale è la tipologia più ricercata a Milano (47,9%), unica tra le grandi città a fare eccezione per la presenza importante di investitori e single tra gli acquirenti e per essere la città più costosa d’Italia, con un prezzo medio di 4.160 euro al mq per una tipologia usata e 4.750 euro al mq per il nuovo. Il 33,2 % di chi desidera acquistare un bilocale a Milano mette in conto una disponibilità di spesa compresa tra 250 e 350mila euro. Il quattro locali prevale in modo importante a Genova (47%), dove i prezzi sono decisamente più contenuti  (1.050 euro al mq) a seguito del crollo delle quotazioni avvenuto negli ultimi dieci anni.

Negli altri capoluoghi di regione che non sono grandi città, invece, il trilocale si conferma come tipologia più (53,5%), seguito dal quattro locali (23,6%). Più staccato il bilocale che raccoglie il 19,1%. Infatti, in queste realtà urbane sono i trilocali e i quadrilocali a vedere crescere la concentrazione della richiesta, poichè i prezzi sono più accessibili.

Immobiliare II trimestre, scambi in crescita moderata. Dove investono milanesi e romani

Il mattone si conferma il bene rifugio per eccellenza in questi periodi di incertezza e di inflazione elevata. I milanesi comprano la seconda casa soprattutto in Liguria, i romani nella propria regione.

Nel secondo trimestre del 2022 il mercato immobiliare italiano continua la sua corsa ma a un ritmo meno sostenuto rispetto a quanto era stato rilevato nel primo trimestre: +8,6% la crescita delle transazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In questo trimestre la crescita dei comuni capoluoghi è superiore a quella registrata nei comuni non capoluogo: i primi chiudono con un aumento del 10,4%, i secondi con +7,7%. Si inverte quindi una tendenza che si era registrata fino al trimestre precedente.

Le grandi città mettono a segno un aumento del 7,2%, leggermente sotto il dato nazionale. Spiccano le performance di Bologna (+11,8%) e Roma (+11,1%). Queste due città e Genova fanno meglio rispetto al trimestre precedente, le altre mostrano una decelerazione della crescita. È Firenze la città con l’incremento più contenuto (+2,4%), seguita da Napoli (+3,4%) e Milano (+3,8). Il capoluogo lombardo si lascia alle spalle un aumento importante, pari al 36%, del primo trimestre del 2022. “I dati – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – ci dicono che il mercato immobiliare sta tenendo testa a tutto ciò che accade, che la casa resta prioritaria e che il mattone si conferma il bene rifugio per eccellenza, ancora di più in questi periodi di incertezza e di inflazione elevata.

Due aspetti meritano di essere sottolineati. La crescita più rallentata rispetto al primo trimestre del 2021 può essere dovuta principalmente alla carenza di offerta di abitazioni che tanti operatori del settore lamentano e non tanto ad una diminuita domanda. Un secondo aspetto è che i comuni capoluogo hanno evidenziato risultati migliori di quelli non capoluogo, invertendo la tendenza dei trimestri precedenti. Se il trend si confermasse in futuro, potrebbe significare l’attenuazione di quel fenomeno di spostamento dalle metropoli che la pandemia aveva enfatizzato. Nel frattempo, i tassi dei mutui sono aumentati, il costo della vita è aumentato e questo potrebbe influire sulle compravendite di case per alcune fasce di popolazione tra cui i giovani che, negli ultimi tempi, hanno dato un’importante spinta al mercato”.      

Con l’arrivo della stagione estiva, l’investimento nelle case vacanza diventa protagonista, risentendo tradizionalmente del fattore stagionale. Secondo le analisi di Tecnocasa, il maggior numero di compravendite delle case vacanze da parte dei milanesi è concentrato in Liguria (28,6%), principale meta degli acquirenti meneghini, con una particolare preferenza per la provincia di Genova che è anche quella più facilmente raggiungibile. Attira sempre la Riviera Romagnola, ma c’è ancor più interesse per la fascia adriatica dell’Abruzzo (10,2%) di San Benedetto del Tronto e della Val Vibrata (Martinsicuro, Alba Adriatica, Tortoreto). Infatti, nel 2021 c’è stato un balzo in avanti di questa regione. Da segnalare anche la new entry del Molise a conferma della volontà, scaturita nel post pandemia, che vede un maggiore interesse per le zone dove i prezzi sono più accessibili e che, allo stesso tempo, siano facilmente raggiungibili sia attraverso la rete ferroviaria sia autostradale.

Per quanto riguarda le isole, la Sardegna è la più gettonata anche se si registra un leggero calo rispetto al 2021. In questa regione gli acquisti sono polarizzati nella parte nord e nella parte sud: a nord si acquista maggiormente nell’area della Gallura ma le compravendite riguardano tutta la costa settentrionale fino ad arrivare ad Alghero, a sud le mete più richieste sono quelle comprese tra Muravera, Villasimius, Cagliari e Sant’Antioco. In Sicilia, invece, da segnalare l’acquisto di case vacanza in provincia di Trapani e in particolare a Marsala. Una curiosità a proposito di quest’ultima cittadina: essa concentra una scuola di kite surf che attira numerosi atleti da ogni parte del mondo, i quali in alcuni casi acquistano per trascorrervi dei periodi durante l’anno e praticare questo sport.

Nel 2022 un balzo in avanti è stato fatto dal Piemonte dove si cercano soprattutto case di campagna. I laghi più apprezzati dai milanesi sono quello di Como e quello di Garda, di quest’ultimo piace l’area sud compresa tra i comuni di Desenzano, Sirmione, Peschiera e Garda. Infine, i milanesi che hanno acquistato la casa in montagna si sono indirizzati soprattutto verso il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta.

I Romani che acquistano casa vacanza, a differenza dei milanesi, possono contare su molte località di mare nella loro regione, che nel post pandemia hanno vissuto una vera e propria fase di riscoperta. Infatti, la maggioranza degli acquisti dei romani si concentrano proprio nel Lazio (50,9%), con un netto miglioramento rispetto al periodo pre-pandemia e un rallentamento nel 2021. In particolare, in provincia di Roma piace Anzio, che ha il vantaggio di essere facilmente raggiungibile dalla capitale e quindi offre la possibilità di poter utilizzare la casa vacanza anche durante i week end dell’anno. Ma c’è molto interesse per la provincia di Viterbo, dove si concentrano acquisti di casa in campagna. A seguire, nelle preferenze dei romani c’è l’Abruzzo scelto sia per il mare sia per la montagna, con una particolare predilezione per la provincia di Teramo. Una menzione va al comune di Tortoreto che, negli ultimi anni, è stato interessato da molti interventi di riqualificazione tra cui un’elegante pista ciclabile sul lungomare che collega la cittadina ad altre località della costa abruzzese, la nascita di stabilimenti balneari senza barriere architettoniche e numerosi eventi che hanno richiamato il turismo famigliare. Ai romani, poi, piacciono molto la Calabria, la Puglia e l’Umbria, le prime due per la casa al mare e la seconda per la campagna.

L’inflazione frena la ripresa, ma non la fa deragliare. Prezzi favorevoli per ribilanciare i portafogli

Gli attuali livelli di sconto sono già una opportunità per gli investitori, che potrebbero sfruttare l’attuale situazione per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.

Di Angelo Kourkafas, CFA

L’inflazione rimane la kryptonite dei mercati finanziari quest’anno. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) della scorsa settimana più caldo del previsto per il mese di agosto ha innescato il più grande calo giornaliero dello S&P 500 in oltre due anni, e ha spinto al rialzo le aspettative sui tassi di interesse. Le ampie pressioni sui prezzi sfidano la Fed a continuare e suggeriscono che la strada verso l’obiettivo del 2% sarà probabilmente lunga e potrebbe includere alcune difficoltà economiche lungo il percorso. Ma ci sono barlumi di speranza che la tendenza di fondo dell’inflazione sarà probabilmente in calo nei prossimi trimestri.

In sintesi, il rapporto sull’inflazione americana di agosto ha tradito le aspettative di un lieve calo mensile, e l’IPC ha sorpreso al rialzo salendo dello 0,1% ad agosto da luglio. Il tasso di inflazione annuale, però, è sceso dall’8,5% all’8,3%, ma è stato comunque superiore all’8,1% previsto. 

Più preoccupante e fondamentale per le banche centrali è stato il fatto che il cosiddetto indice core, che esclude le categorie volatili di cibo ed energia, è passato dal 5,9% di luglio al 6,3%, vanificando la piccola moderazione dell’indice, poiché gli aumenti di prezzo di tutti i beni rimangono ampi, aggiungendo pressioni al rialzo. I prezzi delle auto usate, per esempio, sono diminuiti dello 0,1%, ma i prezzi di quelle nuove sono aumentati dello 0,8%.

Qual è la prospettiva? La persistenza e l’ampiezza dell’inflazione suggeriscono che il compito delle banche centrali sarà piuttosto difficile. Infatti, i prezzi in aumento degli immobili e i salari più elevati stanno esercitando pressioni al rialzo sull’inflazione nel prezzo dei servizi, ma sia in USA che in Europa ci sono segnali che la tensione del mercato del lavoro si sta lentamente allentando, che le catene di approvvigionamento si stanno normalizzando, che i prezzi delle materie prime continuano a indebolirsi e che la domanda dei consumatori si sta moderando, mentre gli aumenti dei tassi rallentano l’economia. Per questi motivi, prevediamo che la traiettoria dell’inflazione sarà più bassa nel breve periodo, anche se non in linea retta.

Nei prossimi mesi, pertanto, è più probabile prevedere un tiro alla fune tra inflazione dei servizi e inflazione dei beni, con i primi che spingono al ribasso e i secondi al rialzo. Il calo generalizzato dei prezzi del petrolio creato un certo sollievo, e questo trend è la prova che le catene di approvvigionamento si stiano lentamente normalizzando, mentre la domanda di beni si sta attenuando poiché i consumatori spendono meno per articoli discrezionali. I tempi di consegna sono in miglioramento, come riportato dall’Indice dei direttori degli acquisti, e le tariffe di spedizione dall’Asia sono inferiori del 50-60% rispetto al picco, pur rimanendo elevate. I prezzi pagati dalle aziende manifatturiere sono scesi ai minimi da giugno 2020 e i prezzi pagati dalle società di servizi ai minimi da gennaio 2021, mentre l’aumento delle scorte inizia a esercitare pressioni al ribasso sui prezzi delle auto usate.

Invece, l’inflazione immobiliare potrebbe persistere a un ritmo più elevato per un po’, poiché tende a essere lenta e persistente. Storicamente, l’inflazione nei prezzi di affitto degli alloggi rimane indietro di diversi trimestri rispetto alla variazione dei prezzi in acquisto delle case, poiché i contratti di locazione sono generalmente fissati per più di un anno e, anche quando sono in fase di rinnovo i proprietari sono riluttanti ad aumentare troppo i prezzi sugli inquilini esistenti e comprovatamente affidabili. Tuttavia, l’attività immobiliare si sta già raffreddando, il che implica che probabilmente non passerà molto tempo prima che i prezzi inizieranno ad attenuarsi. La scorsa settimana il tasso ipotecario fisso a 30 anni ha raggiunto negli USA il 6% per la prima volta dal 2008, il doppio di quello di un anno fa. Con il costo dei prestiti in forte aumento, le richieste di mutuo per l’acquisto di una casa sono inferiori di circa il 30% rispetto a un anno fa.

Quali sono le prospettive per la Fed? Il rapporto CPI di agosto suggerisce che la Fed ha più lavoro da fare nella sua lotta contro l’inflazione, e il FOMC potrebbe aumentare i tassi di altri 75 punti base (0,75%) quando si riunirà questa settimana, portando il tasso sui fondi federali al 3,00% – 3,25%. Sebbene i prezzi di mercato suggeriscano una probabilità significativa (del 25%) di un aumento di un punto percentuale, la Fed non sceglierà di sconvolgere i mercati con un rialzo jumbo, ma piuttosto aggiungerà più rialzi nelle riunioni future, ma solo se ritenuto necessario. Infatti, dopo la sorpresa al rialzo dell’inflazione le aspettative vanno verso un tasso di picco più elevato, per cui il mercato obbligazionario ora prevede che la Fed fermi i rialzi dei tassi a circa il 4,5% dal 4,0% precedente, con l’ultimo aumento previsto a marzo 2023. In risposta, i rendimenti dei Treasury si stanno adeguando a un percorso di rialzo dei tassi più aggressivo.

In tutta probabilità, quindi, le pressioni sui prezzi si attenueranno abbastanza da consentire alla Fed di rallentare il suo ritmo di inasprimento entro la fine dell’anno, per poi fermarsi l’anno prossimo, ma non abbastanza per iniziare a tagliare i tassi nel corso del 2023. Per la Bce, la previsione è pressoché identica, ma ritardata di circa sei mesi per via della “reazione lenta” della Banca Centrale Europea verso lo shock di offerta. Il rischio più grande per questo scenario è rappresentato da un eventuale e ulteriore altro rally dei prezzi delle materie prime energetiche, ma la discesa dei prezzi del petrolio al di sotto di $ 100 appare solida e confortante.

Quali sono le implicazioni di mercato? Una maggiore incertezza sulla rapidità con cui l’inflazione si raffredderà significa una maggiore volatilità nei mercati finanziari. Nel breve termine, la pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari potrebbe innescare una certa debolezza nei segmenti in crescita del mercato. Fino a quando non sarà stabilito un modello di letture di inflazione più basse (probabilmente tre o più consecutive), le azioni avranno difficoltà a montare un rimbalzo sostenibile. Inoltre, gli investitori a lungo termine dovrebbero considerare che si possa avverare un ulteriore ribasso nelle stime degli utili, ma la maggior parte dell’aggiustamento al ribasso delle valutazioni potrebbe essere già alle nostre spalle. Negli ultimi 26 anni il rapporto prezzo/utili (P/E) si è contratto in media del 24% durante le forti flessioni del mercato e i mercati ribassisti. Il calo del 26% di quest’anno nel rapporto P/E dello S&P 500 sembra scontare adeguatamente i rischi al ribasso, anche perché le azioni storicamente tendono a toccare il fondo molto prima che i dati inizino a migliorare.

Il doloroso ribasso di obbligazioni e azioni di quest’anno ha già migliorato i rendimenti futuri a lungo termine, e i punti di partenza sia dei rendimenti obbligazionari che delle valutazioni azionarie sono ora molto diversi rispetto all’inizio dell’anno, risultando molto appetibili in valore assoluto. Ma con la Fed determinata ad alzare i tassi con fermezza e con il probabile rallentamento della crescita, il contesto macroeconomico richiede pazienza da parte degli investitori, poiché i mercati – mai come adesso – dovrebbero iniziare a riprendersi solo quando le banche centrali diventeranno meno aggressive. In ogni caso, a questi  livelli di sconto rispetto ai massimi gli investitori possono già sfruttare l’attuale situazione come un’opportunità per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.

L’economia globale e gli utili societari si stanno mostrando resilienti. Azioni da accumulare

Secondo Filippo Garbarino di Lemanik, ha senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti, in vista di un miglioramento delle condizioni di mercato nei prossimi 4-6 mesi.

“Anche se è molto difficile individuare i bottom del mercato, riteniamo abbia senso per gli investitori di medio-lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti. A livello settoriale, il nostro portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi, mentre è sovrappeso sul settore consumi discrezionali, sanità e industriali. Il portafoglio è sottopesato sui consumer staples, mentre i tecnologici sono equipesati”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

Nel mese di agosto i mercati azionari globali hanno subito una lieve correzione, perdendo parzialmente i guadagni di luglio. L’indice Msci World è sceso del 3% in euro. La correzione è stata guidata da dichiarazioni della Federal Reserve che ha confermato la sua determinazione nella lotta contro l’inflazione e tassi di interesse in salita con lo US 10y Treasury Bond yield che è aumentato approssimativamente di 50 bps.

La narrazione che prevale oggi sui mercati è quella secondo cui le banche centrali sono in ritardo e dovranno aumentare ancora di molto i tassi per contenere l’inflazione e che tale aumento causerà necessariamente una recessione globale, che la recessione frenerà gli utili societari e in conseguenza di tutto questo i mercati correggeranno ulteriormente. “Ragionando in una prospettiva di quattro/sei mesi, la futura narrazione prevalente sui mercati potrebbe cambiare”, sottolinea Garbarino. “La narrazione potrebbe diventare che il picco dell’inflazione è stato superato; le banche centrali alzeranno ancora i tassi di interesse ma meno aggressivamente rispetto a prima (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps); l’economia globale si sta dimostrando resiliente, così come gli utili societari”.

La transizione dalla narrazione attuale a quella ipotizzata futura dovrebbe supportare i mercati azionari. Inoltre, il forward P/E dell’S&P500 è più basso di circa il 30% rispetto ai livelli di inizio anno. Tale contrazione del multiplo indica che i mercati hanno già scontato molti fattori negativi. In questo contesto ha senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti. “In una situazione di questo tipo il fondo ha venduto Zoetis (farmaceutico), riallocando i proventi su Thermo Fisher (sanità), Sherwin Williams (vernici), Iqvia (sanità), Accenture (tecnologia) e HCA (ospedali)”, conclude Garbarino.

 

Le obbligazioni tornano ad attrarre gli investitori, ma c’è poco da stare allegri

Grazie all’aumento dei rendimenti delle obbligazioni, nei portafogli di investimento tornano gli asset bilanciati. Però nessuno canti vittoria: è frutto di eventi eccezionali e di errori madornali.

Di Alessio Cardinale

In meno di 12 mesi, le obbligazioni non indicizzate all’inflazione – cioè la stragrande maggioranza dei titoli governativi – sono crollate mediamente del 30%, con punte del 37% per i bond più lunghi. In tutta evidenza, l’entità e la velocità con cui i prezzi sono scesi supera qualunque correzione di mercato mai vista negli ultimi 35 anni nel mondo delle obbligazioni. Le cause sono diverse, e si sono manifestate con una consecutività talmente diabolica da configurare la classica “tempesta perfetta”.

A ben vedere, però, l’inflazione elevata ed il conseguente aumento dei tassi di interesse sono solo le ultime concause che hanno determinato la debacle dei bond in tutto il mondo, e la congiuntura odierna altro non è che il frutto di un ciclo finanziario tanto inusuale quanto inaspettato. Infatti, allorquando la Bce ha avviato la sua politica dei tassi d’interesse a zero (e addirittura negativi), nessuno si sarebbe aspettato che il calo dei rendimenti, da fenomeno temporaneo, sarebbe durato per dieci anni, definendo un fenomeno a tutti gli effetti strutturale. Tuttavia, tale fenomeno è stato alimentato da una serie di politiche espansive che, rendendo possibile tagliare i tassi di intervento delle banche centrali, hanno così eliminato del tutto i meccanismi spontanei di mercato, appiattendolo alla soglia zero per un intero decennio grazie ai generosi Quantitave Easing. In tal modo, le quotazioni delle obbligazioni, “drogate” dagli acquisti seriali da parte delle banche centrali, sono state caricate a molla verso l’alto per lungo tempo e poi crollate in soli sei mesi, rimaste improvvisamente orfane dei tassi d’interesse ultra-bassi e dell’inflazione super moderata.

L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.

C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.

Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.

In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.

Quanto durerà questa nuova attrattività del comparto obbligazionario, dal momento che lo shock di offerta (che tiene alta l’inflazione) è certamente un fenomeno temporaneo e le banche centrali stanno apertamente perseguendo l’obiettivo di tornare ad una inflazione del 2% entro il 2024? La risposta non è facile, poiché il contesto attuale è dei più complicati degli ultimi cinquant’anni. Infatti, a causa dei rialzi aggressivi dei tassi di interesse la congiuntura potrebbe rallentare in maniera sensibile, ma non così l’inflazione, mantenuta elevata finchè dureranno le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, in particolare dalla Cina. In base a questo scenario, le banche centrali dovrebbero lottare contemporaneamente contro recessione e inflazione, finendo con il privilegiare uno solo dei due obiettivi, che è dichiaratamente quello di far scendere l’inflazione anche a costo di causare una recessione più profonda di quanto non si preveda già adesso.

Del resto, dopo gli errori grossolani compiuti da Lagarde e Powell nel 2021, il livello di fiducia verso questi attori delle politica monetaria è sceso vertiginosamente, ed il timore che il “volerci mettere una pezza” ad ogni costo sui danni causati dall’impreparazione possa produrne altri, anche più gravi. Tutto ciò, ovviamente, in attesa che la Cina smetta di fare un uso politico della finanza, e gli Stati Uniti un esercizio di supremazia internazionale delle armi.