Aprile 21, 2026
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Sistema bancario vs Educazione Finanziaria, un duello ancora in corso

Dopo tante dichiarazioni di intenti sul tema dell’Educazione Finanziaria, forse per il sistema bancario e per le Istituzioni è arrivato il momento di disegnarne i confini entro cui farla funzionare davvero. Tuttavia, per ottenere risultati bisogna affrontare tematiche “politicamente scorrette”, che normalmente vengono sussurrate o sottaciute per convenienza o per necessità.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ad una fioritura di contenuti in tema di Educazione Finanziaria provenienti dalle fonti più autorevoli e disparate. Dell’argomento, infatti, si è occupato lo Stato Italiano – con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“) – che ha avviato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria da cui sono scaturite diverse iniziative ed una comunicazione costante (con un sito web dedicato).

Sulla sua scia, il sistema bancario e le reti di consulenza hanno fornito la loro versione della materia, facendo anch’esse dell’educazione finanziaria professione di buoni principi. Anche numerosi consulenti, individualmente, hanno cominciato ad aggiungere al proprio biglietto da visita l’appellativo di “educatore finanziario”, dandone ampia visibilità nella Rete e nei social network grazie ad una buona produzione di contenuti destinati agli utenti. Molte domande, però, rimangono sospese, ed il tema – la cui importanza è stata ribadita in tutte le più importanti sedi internazionali – sembra non decollare, rimanendo allo stato di enunciato e dichiarazione di buone prassi. Infatti, l’Istituzione fondamentale di impulso (il Governo) e gli attori protagonisti di settore (l’industria del risparmio) non appaiono esattamente “innamorati” dell’educazione finanziaria e, in qualche modo, sembrano quasi tenerla un po’ a distanza, facendo per essa lo stretto necessario e non, come forse qualcuno si sarebbe aspettato, utilizzandola come un vero cavallo di battaglia della propria comunicazione al pubblico.

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Del resto, sia la proto-professione di consulente patrimoniale che quella ancora più abbozzata di educatore finanziario rimangono senza una propria regolamentazione, e salvo l’iniziativa di chi vuole colmare, con il proprio impegno formativo o associativo, l’evidente vuoto normativo sulla più ampia consulenza patrimoniale (che non coincide affatto con la consulenza finanziaria, ma la include) chiunque oggi può appropriarsi delle due denominazioni – strettamente collegate al concetto di educazione finanziaria – anche senza averne né le caratteristiche né la preparazione adeguata.

Pertanto, sul tema dell’Educazione Finanziaria ci troviamo in una evidente fase di transizione verso un orizzonte dai contorni ancora troppo sfocati,  e ci si chiede se l’attuale sistema bancario italiano, comprendendo in esso anche l’universo della consulenza finanziaria imperniato sul ruolo dominante della banca-rete, sia concretamente pronto ad accogliere a piene mani, accettandone le conseguenze commerciali per tutti i suoi settori industriali (dalla produzione di strumenti finanziari alla loro distribuzione), l’aumento del livello medio di conoscenze finanziarie dei risparmiatori, che sta già determinando una progressiva diminuzione dei costi all’investitore ed una ulteriore diminuzione dei margini di ricavo alle reti di consulenti. In particolare, ci si chiede come un sistema fortemente incline a favorire le logiche industriali della quantità – budget, portafoglio medio, commissioni di gestione, totale expense ratio etc – possa fare propria un’attività come l’educazione finanziaria che, invece, è un elemento propedeutico ad affermare le logiche di qualità in base ai quali gli investitori indirizzeranno sempre di più le proprie scelte in futuro.

Forse, dopo aver speso tutte le possibili dichiarazioni di intenti sul tema dell’educazione finanziaria, per il sistema bancario è arrivato il momento di disegnarne il perimetro entro cui farla funzionare davvero, in un rapporto chiaro di causa-effetto che consenta anche di tracciare un confine oltre il quale i costi di tale fondamentale elemento di crescita della Società Economica Italiana non debbano più essere scaricati sulle reti di professionisti della consulenza, ai quali mancano oggi importanti innovazioni capaci di compensare la continua diminuzione dei ricavi alla rete. Per fare tutto ciò, bisogna parlare “fuori dai denti”, ed affrontare tematiche “politicamente scorrette” che normalmente vengono sussurrate o sottaciute, per convenienza o per necessità, dal mainstream dell’industria. In particolare, è necessario rispondere in modo chiaro alle frequenti domande che ogni consulente si è posto in questi ultimi anni, dandosi egli stesso le risposte più disparate non avendo trovate quelle adeguate all’interno del sistema lavorativo di cui fa parte.  

1) Cosa si intende per Educazione Finanziaria?
Come affermato da Maurizio Nicosia, l’“educazione finanziaria” non corrisponde alla “cultura finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento che rende un investitore “finanziariamente educato”. Questa fondamentale differenza comporta, da parte del sistema bancario e delle Istituzioni, un cambio di passo che non è affatto avvenuto. Infatti, tutte le iniziative che si stanno mettendo in atto adesso sono circoscritte essenzialmente alla “cultura finanziaria”, e non all’aspetto più importante, e cioè quello “educativo”, che il risparmiatore non impara dai libri o da Internet, ma dal confronto con personale specializzato. E a poco vale introdurre gli elementi di cultura finanziaria nelle scuole secondarie, poiché la fascia di età in cui si inizia a risparmiare è sempre più ritardata nel tempo e, se non si farà nulla per educare i millennials e i babyboomers, si dovranno aspettare circa venti anni prima di avere una società con un livello complessivo soddisfacente di educazione finanziaria.

2) Se il cliente diventa “educato” finanziariamente, non avrà più bisogno di un consulente finanziario?
Questo timore è privo di fondamento. A meno di non diventare tutti dei veri appassionati di finanza e mercati ed abbandonare il nostro lavoro, l’educazione finanziaria non trasferisce né la conoscenza tecnica degli strumenti né l’esperienza sul campo, ossia i due elementi fondamentali che differenziano un consulente da un non-consulente. Sostenere una simile teoria, infatti, equivarrebbe a dire che non serve avere un avvocato se si è a conoscenza che, perdendo una causa in primo grado, si può ricorrere in appello.

3) Se l’investitore acquisisce sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo, come dovrà cambiare il ruolo del consulente?
La fondamentale funzione dell’educatore finanziario – quella che consentirebbe al risparmiatore il passaggio dall’essere finanziariamente “acculturato” ad essere “educato” – non è attualmente regolamentata nè retribuita, per cui oggi questo compito di grande responsabilità viene lasciato alla discrezione del singolo consulente o della singola filiale di banca; questi ultimi, a loro volta, non sono incoraggiati dal sistema a far evolvere i propri clienti, dal momento che sono costretti a privilegiare gli elementi quantitativi (budget, portafoglio medio, etc) rispetto a quelli di qualità. Di conseguenza, finchè le competenze di educatore finanziario non verranno regolamentate – come si sta cercando di fare per la consulenza patrimoniale, per mezzo di diplomi privatistici che attestano il compimento di un percorso formativo specifico – il ruolo del consulente finanziario non subirà alcuna variazione di rilievo, anche perché le iniziative del sistema, come evidenziato nel precedente punto n. 1, non aiutano certo i risparmiatori “ineducati” a percepire la differenza tra un consulente-educatore ed un consulente “ordinario”.

4) Il processo di progressiva Educazione Finanziaria aumenterà ancora di più il livello di trasparenza sui costi dell’investimento e causerà un minore guadagno per i consulenti finanziari?
Finchè il sistema bancario scaricherà sulle reti commerciali i minori ricavi conseguenti all’aumento della trasparenza sui costi alla clientela, è certo che ai consulenti finanziari verranno richiesti ulteriori sacrifici in termini di margini provvigionali, così come è sicuro che le filiali di banca continueranno ad essere chiuse in gran numero. In particolare, il numero dei consulenti attivi è destinato a diminuire, a meno che il sistema non si decida – finalmente – a mettere mano a quei cambiamenti che potrebbero attribuire dignità professionale ai ricavi da consulenza finanziaria, il cui modello di business trova un limite invalicabile nell’impossibilità di slegare l’attività di consulenza dalla distribuzione di fondi e sicav, e non permette anche alle reti dei professionisti non autonomi la possibilità di far sottoscrivere il contratto di consulenza indipendente – che disciplinerebbe anche i servizi in materia di patrimonio immobiliare – ed uscire parzialmente dalla logica del portafoglio medio e della continua raccolta.

5) Il passaggio dalla cultura alla Educazione Finanziaria determinerebbe maggiori o minori ricavi per il sistema?
La questione non riguarda i ricavi, ma la sostenibilità del conto economico delle banche e gli utili che la gallina dalle uova d’oro della consulenza finanziaria distribuisce ogni anno alle capogruppo e/o agli azionisti. Fino ad oggi, la diminuzione dei margini – iniziata nel 2009 e non ancora finita – ha consentito al sistema di reggere l’onda d’urto delle due MiFID, ma ha lasciato dietro di sé migliaia di “vittime”, ossia moltissimi bravi consulenti con portafoglio sotto la media espulsi dall’industria del risparmio per via della diminuzione di risorse da spendere nell’affiancamento commerciale e nella loro formazione a causa dei notevolissimi costi di adattamento alle nuove Direttive. Il risultato finale è un numero sempre crescente di consulenti “anziani” e piuttosto in avanti con l’età – ormai diventati la metà del totale – ed un sistema chiuso e incapace di rigenerarsi.

In conclusione, se la volontà “politica” del sistema bancario e delle Istituzioni è quella di lasciare il mondo così com’è, limitando alle dichiarazioni di intenti la propria attivazione in tema di educazione finanziaria dei risparmiatori, non si vedono grandi cambiamenti all’orizzonte, ed è ancora lontanissimo il momento in cui le uniche innovazioni strutturali capaci di creare il terreno educativo più fertile – ossia il contratto di consulenza indipendente alle reti, la nascita delle società o studi associati di consulenti finanziari non autonomi e la loro partecipazione agli utili delle banche-reti – vedranno finalmente la luce. 

Quinta edizione del Premio Attrattività Finanziaria per le aziende capaci di attrarre risparmio privato

Eccellenze D’Impresa premia le aziende leader per trasparenza, governance e capacità di attrarre risparmio privato per crescere. Il premio viene attribuito alle aziende quotate e alle aziende non quotate.

Viene assegnato lunedì 12 luglio il Premio Attrattività Finanziaria, organizzato per il quinto anno consecutivo da Eccellenze d’Impresa, Arca Fondi Sgr Harvard Business Review Italia, con il patrocinio di Borsa Italiana. Il Premiorivolto a tutte le aziende italiane e straniere operanti in Italia, senza limite dimensionale o settoriale, è un riconoscimento assegnato alle imprese che presentano caratteristiche di eccellenza in termini di trasparenza, governance e capacità di attrarre risparmio privato per la crescita.

La premiazione, che si terrà in presenza il 12 luglio alle 17.00 presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, in piazza Affari a Milano. L’ingresso è limitato per rispettare le normative sanitarie ed è ad inviti, ma l’evento potrà essere seguito in diretta www.eccellenzedImpresa.it . Il programma della giornata prevede, dopo i saluti introduttivi dell’Amministratore Delegato di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi e l’apertura di Enrico Sassoon, presidente di Eccellenze d’Impresa, una relazione introduttiva di Marco Fortis, vicepresidente di Fondazione Edison.

Ugo Loeser

A seguire la premiazione, per poi invece passare alla tavola rotonda “Dopo la crisi sanitaria: strategie e opzioni di investimento per il rilancio delle imprese italiane” in cui interverranno Michele Crisostomo presidente di Enel, Giovanna Della Posta amministratore delegato di Invimit Sgr, Sergio Dompé presidente di Dompé, Federico Ghizzoni presidente di Rothschild, Ugo Loeser (nella foto) amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, Emma Marcegaglia vice chairman e chief executive officer di Marcegaglia.

Chiuderanno la giornata due interventi: un keynote speech di Corrado Passera, amministratore delegato di Illimity e le conclusioni affidate al presidente di GEA Luigi Consiglio (nella foto). Il premio viene attribuito a un vincitore e a due menzioni speciali per ciascuna delle due categorie previste: aziende quotate e aziende non quotate. L’edizione 2020 è stata vinta da Campari Group (aziende quotate) e Copan (non quotate), con menzioni speciali per Ima e DiaSorin (quotate) e Caffè Borbone e Bending Spoons (non quotate).

Scuola, Fedriga “La rete dei trasporti è un problema”

ROMA (ITALPRESS) – Sul ritorno al 100 per cento in aula in presenza nelle zone gialle e arancioni “ero in disaccordo, non per la scuola in sè, ma per i trasporti. In settimana incontreremo il governo per vedere gli orari di apertura e chiusura delle scuole perchè così non va bene”. Lo dice in un’intervista al Corriere della Sera Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia e neo presidente della Conferenza delle Regioni.
Sui trasporti “con le dotazioni attuali non siamo in grado di dare risposta ad un’utenza riportata al 100% – prosegue Fedriga -. E’ chiaro che, non potendo intervenire più di tanto su questo fronte, sia necessario agire sullo scaglionamento degli orari di ingresso e uscita dalle scuole”. E aggiunge: “Secondo me, con l’apertura al 50% ci si era già spinti ad un buon punto. Era stato raggiunto un buon equilibrio, un compromesso che consentiva di lanciare anche un segnale importante ad un settore delicato come la scuola”.
Riguardo alle altre aperture, per il presidente della Conferenza delle Regioni “è stato fatto un passo avanti importante, anticipando la possibilità di utilizzare gli spazi esterni. E’ chiaro che siamo in una situazione transitoria”. E propone: “Le palestre andrebbero riaperte, almeno le lezioni individuali. Altrimenti, si finisce con l’incentivare soluzioni (ci si iscrive all’attività agonistica e si possono utilizzare) che superano i limiti posti. Ma così si ingenera confusione e sfiducia”. E a chi chiede di allentare il coprifuoco, Fedriga risponde: “E’ solo questione di un paio di settimane”.
(ITALPRESS).

Migranti, Lamorgese “Il tema va sottratto alla propaganda”

ROMA (ITALPRESS) – “I flussi migratori vanno necessariamente gestiti con uno sforzo corale che dovrebbe sempre essere sottratto alla propaganda. Il fenomeno è complesso e l’approccio corretto per individuare soluzioni adatte a governarlo passa per forza dall’interlocuzione costante con i Paesi di partenza e di transito dei migranti e con l’Unione europea. Per questo presto andrò di nuovo in Libia e conto di ritornare in Tunisia anche con la commissaria Ue Johansson. Siamo inoltre impegnati a Bruxelles affinchè l’Europa dia finalmente una grande prova di coesione, individuando, nel nuovo Patto Immigrazione e Asilo, un punto di equilibrio tra il principio di responsabilità e una effettiva solidarietà tra i Paesi membri”. Lo afferma in un’intervista al quotidiano Leggo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.
“Attualmente, nei centri di accoglienza sono presenti circa 9 mila immigrati in meno rispetto ad un anno fa. Nel 2020, nonostante il blocco dei voli causato per molti mesi dal lockdown, i rimpatri sono stati 3.847. Nei primi tre mesi e mezzo del 2021 le persone rimpatriate sono già 979, di cui 511 in Tunisia – prosegue -. Ed è sempre centrale anche il tema dei ricollocamenti dei richiedenti asilo sul quale continuo ad impegnarmi in sede europea: di recente, ad Atene, abbiamo sottoscritto con gli altri Paesi mediterranei del Forum Med5 – Grecia, Cipro, Malta e Spagna – un documento comune per chiedere alla commissione Ue di prevedere meccanismi operativi di solidarietà sulla base delle Intese definite a Malta. Quegli accordi, del mese di settembre del 2019, avevano prodotto immediati effetti positivi anche se poi i trasferimenti nei Paesi europei sono stati sospesi a causa della pandemia – spiega Lamorgese -. Sui ricollocamenti dei richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste non possiamo attendere i tempi lunghi della trattativa sul nuovo Patto europeo Immigrazione e Asilo”.
(ITALPRESS).

Nicola Scambia: un checkup finanziario per mettere in sicurezza i risparmi di una vita

Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente ai fondi, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario?

Proteggere i propri investimenti, renderli profittevoli, scegliere un buon consulente finanziario e vivere questa esperienza di relazione – che va ben oltre gli aspetti tipicamente professionali – con serenità e fiducia: è questo ciò che chiede, mediamente, ogni investitore, nel momento in cui cerca una guida affidabile che gli consenta di orientarsi nel mondo degli investimenti senza compiere troppi errori.

Su tutto, la necessità dei risparmiatori di essere “educati” finanziariamente dal proprio consulente, la cui scelta, pertanto, diventa fondamentale per comprendere cosa si sta facendo con il proprio denaro, e dove si è diretti.

Ne abbiamo parlato con Nicola Scambia, consulente finanziario “di lungo corso”, delegato sindacale di Federpromm, autore del libro “Guadagnare in fondi” e del romanzo “Jackfly

Dottor Scambia, cosa ne pensa di questo anno 2020 appena concluso ?
Il 2020 è stato un anno angosciante, che ha cambiato i nostri punti di riferimento, le nostre abitudini ed il modo di gestire i rapporti interpersonali, eppure mediaticamente sta passando il messaggio che si possono realizzare guadagni facili in Borsa, e che possono farlo tutti. Ogni giorno, come molti italiani, ricevo proposte per investire sul Forex e in Borsa, con l’esplicita promessa di realizzare guadagni facili. Tutto questo è inaccettabile, e mi ha fatto sentire il bisogno di fare qualcosa di utile, di concreto, per chi desidera sapere se i propri risparmi sono al sicuro, soprattutto in previsione di possibili oscillazioni dei mercati. L’ho sentito come un dovere professionale, e da lì è nata l’idea del Checkup, che gestisco con un team eterogeneo di esperti, tutti affiatati e operativi presso la stessa banca digitale, una delle più solide in Europa.

Che caratteristiche ha il Checkup di cui parla?
Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente all’universo di fondi comuni e sicav, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario? Insieme al team che ho costituito, segnaliamo se i fondi in portafoglio (per max 5 fondi) sono tra i migliori della categoria di appartenenza, grazie ad un nostro rating proprietario. Per ogni fondo, calcoliamo la performance e diversi altri parametri di rischio, come la volatilità, la massima perdita, il comportamento nelle fasi di rialzo e in quelle di ribasso. 

Come funziona il Checkup?
Chiunque abbia sottoscritto fondi comuni ci manda i dati dei fondi, senza nemmeno indicarne il controvalore né tantomeno l’identità della banca o del consulente, e riceverà un elaborato che contiene il confronto con i migliori fondi delle rispettive categorie. Se vorrà, avrà anche la possibilità di seguirne l’andamento accedendo ad una piattaforma informatica.

In questo periodo difficile, che consigli si sente di dare agli investitori?
Di dedicare il tempo che serve, con il proprio consulente, a progettare un buon portafoglio. Il patrimonio personale e familiare, costruito in una o più vite, è qualcosa di importante, cui va dedicato il tempo necessario per assicurare la sua protezione, la sua crescita e la trasmissibilità nel tempo.

Se fosse un risparmiatore, sceglierebbe un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede o un consulente indipendente?
Nulla togliendo all’innegabile valore dei consulenti indipendenti, personalmente sceglierei un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, perché assicura l’esecuzione diretta e immediata delle operazioni finanziarie all’interno della banca per cui lavora.

C’è un criterio per valutare se e quando cambiare consulente finanziario?
La scelta di un consulente è il risultato di un’attenta selezione, anche mettendone alla prova diversi. Bisogna sapere tutto di loro: cosa leggono, dove si documentano, come costruiscono le proposte di investimento. E non basta certo che lavorino in una grande banca, perché è la persona che fa la differenza. E non bisogna avere timore di rivolgersi altrove quando la persona a cui abbiamo affidato la gestione dei nostri soldi non dà più la giusta serenità.

Si dice che il cliente abbia sempre ragione. Qual è il suo punto di vista?
I clienti sono, giustamente, esigenti, ma spesso tendono a leggere il mercato con il senno di poi, il che porta a non tollerare mai le perdite e a non accontentarsi mai dei guadagni. In realtà, si tratta di un “difetto di educazione finanziaria” che li porta inconsapevolmente a giudicare la bontà di un investimento esclusivamente dal suo rendimento e in un periodo breve, trascurando l’insieme (adeguatezza al profilo di rischio, rispondenza degli strumenti agli obiettivi dichiarati, protezione e sicurezza del portafoglio, influenza degli avvenimenti esterni di geo-politica etc). Proprio per questo motivo il consulente finanziario deve costruire con loro un dialogo formativo, e non semplicemente informativo, con i propri clienti, e deve poter aggiornare il portafoglio in modo tale da consentire una buona partecipazione ai guadagni di un mercato in crescita, e una riduzione delle perdite se il mercato va giù. Per arrivare a questo livello di dialogo, occorre capire profondamente i bisogni del cliente e assicurargli serenità. Credo che debba essere questo il ruolo del consulente finanziario.

Come è possibile evitare di sbagliare nella scelta del consulente finanziario? 
Ho sempre sentito che per ridurre il rischio bisogna diversificare. Il mio consiglio è quello di dividere il patrimonio in tre parti uguali, e affidarne ciascuno a un consulente diverso. Ad una certa scadenza si potranno tirare le somme, ed il cliente potrà effettuare le proprie scelte in base ai risultati ottenuti anche e non solo in termini di rendimento, magari interrompendo il rapporto con il professionista che avrà giudicato meno idoneo, all’interno di una comparazione immediata. Facendo così si riduce il rischio di affidare l’intero patrimonio a chi non ha la competenza per poterlo gestire, anche se è un amico o un parente.

Consulenti finanziari, Scambia: per rilanciare il settore serve una maggiore presenza sindacale

Secondo Nicola Scambia, consulente finanziario e dirigente di Federpromm, le politiche del lavoro partecipative sono parte integrante dei criteri di responsabilità sociale delle imprese, e rappresenterebbero un valore aggiunto per banche e reti che vogliano rafforzare il proprio profilo ESG e la proprio rete di consulenti.

Parlare di Sindacato all’interno della categoria dei consulenti finanziari, ancora oggi, risulta difficile o, a seconda del livello di portafoglio individualmente amministrato, quasi impossibile. Non è un problema di comprendonio, ma di interesse: ai consulenti “old” (ossia la maggior parte dei 33.000 professionisti attivi) i problemi della categoria interessano poco, anche perché per decenni sono stati abituati a ritenere ANASF – erroneamente – come il proprio “sindacato”, male interpretando il ruolo di semplice associazione che, invece, riveste una delle più grandi organizzazioni di financial advisers europee.

Fino alla prima MiFID, e cioè fino al 2007, il settore della promozione finanziaria era talmente in crescita – così come i fatturati personali dei consulenti – che i possibili problemi di sistema, quelli cioè in grado di protrarsi nel tempo e creare danni, non sono stati compresi. Solo con l’arrivo delle due MiFID, e con il loro naturale portato di tagli ai margini di ricavo decisi dall’alto, i promotoriconsulenti si sono accorti che nessuno aveva coperto loro le spalle: nessuna rappresentanza sindacale di base (ad eccezione di Federpromm), nessuna negoziazione con i governi e con l’Europa, nessuna protesta organizzata, con ANASF che stava un po’ a guardare in attesa di sviluppi, e Assoreti intenta per lo più a comprendere come le banche-reti avrebbero potuto riportare velocemente in utile i propri conti economici.

Le conseguenza le conosciamo tutti, ma siamo dovuti arrivare al 2020 e ad una pandemia globale per capirle davvero, con molti dei ricchi promotori di una volta costretti a chiedere il contributo a fondo perduto concesso dal Governo anche ai consulenti di oggi.

Secondo Nicola Scambia, consulente finanziario e dirigente FederPromm, bisogna partire da un presupposto di sistema piuttosto che di contrapposizione. “Le politiche del lavoro partecipative sono parte integrante dei criteri di responsabilità sociale delle imprese, quindi aprire le porte ai veri sindacati dei consulenti finanziari rappresenterebbe un valore aggiunto per banche e reti che vogliano rafforzare il proprio profilo ESG e l’immagine della propria rete di consulenti”. “Nonostante in 30 anni di attività mi abbiano raccontato vicende professionali raccapriccianti, è meglio concentrarsi sulla mancanza di una forte rappresentanza collettiva, che è un elemento di debolezza della categoria all’interno di un modello di business in chiaro declino e privo di spunti innovativi”.

Nicola Scambia

Osservando il sistema in chiave sindacale, il mercato della nascente industria della Consulenza Finanziaria – che si trova nella sua fase di crescita, non coincide affatto con quella del Risparmio Gestito, che è in declino – è ancora dominato dalle logiche della distribuzione, con tre società che controllano oltre il 50% del mercato, e le prime cinque società che fanno oltre il 70% di esso, anche per concentrazione del numero di consulenti.

Il modello di business delle reti è caratterizzato dalle caratteristiche di matrice bancaria/assicurativa, ed ha già portato all’espulsione di almeno 10 mila consulenti finanziari con un parco clienti limitato (fase che è ancora in corso), mentre almeno un terzo dei consulenti in attività ha un portafoglio medio inferiore ai 10 milioni di euro e, a fronte di margini di ricavo modesti, risente moltissimo del peso degli obblighi professionali – e di nuove mansioni non retribuite – che superano di gran lunga i diritti di cui gode.

Inoltre, il problema dell’età media dei consulenti finanziari – pari a circa 57 anni – non consente di intravedere un futuro della professione, ed anzi si ritiene che nei prossimi cinque o dieci anni assisteremo ad un ulteriore impoverimento nel numero dei professionisti per via di quelli che andranno in pensione.

Secondo Scambia, “in uno scenario simile, persino gli accordi di non belligeranza siglati dalle grandi reti riducono la competitività del settore e ne accrescono la vulnerabilità, esponendo il mercato alle possibili acquisizioni da parte di aziende straniere e, soprattutto, alla potenziale riduzione delle quote di mercato derivante dall’azione commerciale dei big del Web come Google, Amazon e Facebook”. “Si tratta di una stagione di emergenza commerciale, non solo socio-sanitaria, che richiede adesso il supporto generalizzato di delegazioni sindacali territoriali all’interno delle reti, non per frenare lo sviluppo ma per arricchire un sistema divenuto ormai asfittico e “a rischio” nella sua interezza. Un presidio sindacale, infatti, offre maggiori garanzie ai consulenti finanziari ed una rinnovata serenità che rafforzerebbero la motivazione e la crescita, a beneficio dei clienti e, a cascata, delle banche stesse, rispolverando i valori della meritocrazia quotidiana, della sana competizione interna e degli incentivi”.

“Invito tutti i colleghi che mi leggeranno – aggiunge Scambia – ad informarsi con Federpromm sulla modalità di apertura di una delegazione sindacale presso la propria rete”.