Rendimenti ancora interessanti, spread contenuti e il nuovo BTP Italia Sì rilanciano il ruolo delle obbligazioni nei portafogli degli investitori.
di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub Banca ed esperto di mercati finanziari
Il mercato obbligazionario sta attraversando una delle fasi più interessanti degli ultimi quindici anni. Dopo un lungo periodo caratterizzato da tassi d’interesse estremamente bassi e rendimenti spesso insufficienti a compensare l’inflazione, il reddito fisso è tornato al centro dell’attenzione degli investitori. Oggi le obbligazioni offrono nuovamente ciò che per decenni ha rappresentato la loro principale funzione: generare reddito periodico, contribuire alla stabilità dei portafogli e offrire una valida alternativa alla liquidità.
La fase più intensa della stretta monetaria avviata dalle principali banche centrali sembra ormai alle spalle, sebbene di recente qualche esperto abbia ipotizzato la possibilità di un rialzo per via della crisi petrolifera derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e, soprattutto, per via del tasso di inflazione (che ha rialzato leggermente la testa). Pur permanendo alcune incertezze sull’andamento dell’inflazione e sulla crescita economica mondiale, i mercati hanno progressivamente iniziato a scontare uno scenario di maggiore stabilità dei tassi. Questo cambiamento ha riportato interesse verso il comparto obbligazionario, che oggi offre rendimenti impensabili soltanto pochi anni fa. In Europa il mercato continua a essere sostenuto dalla ricerca di rendimento. I titoli di Stato rappresentano ancora il punto di partenza per molti investitori che desiderano ottenere un flusso cedolare relativamente prevedibile.
In questo contesto l’Italia continua a distinguersi per rendimenti superiori rispetto a quelli offerti dai principali emittenti dell’Eurozona. I Btp mantengono infatti un vantaggio significativo rispetto ai titoli governativi tedeschi e francesi. Allo stesso tempo il differenziale di rendimento rispetto al Bund rimane su livelli contenuti, lontanissimi dalle tensioni che avevano caratterizzato alcune fasi del passato. Questo elemento è particolarmente importante perché consente al Tesoro di finanziarsi a condizioni relativamente favorevoli e contribuisce a sostenere la fiducia degli investitori internazionali.
Uno degli aspetti più interessanti del 2026 è il crescente coinvolgimento del risparmio privato. Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno aumentato in maniera significativa la loro partecipazione alle emissioni del debito pubblico. Un fenomeno che continua a rafforzarsi e che rappresenta uno degli elementi di maggiore stabilità per il mercato. Proprio in questa direzione si inserisce il nuovo BTP Italia Sì, l’emissione dedicata esclusivamente agli investitori retail che sarà collocata a metà giugno. Il nuovo strumento rappresenta un’evoluzione della famiglia dei BTP Italia e nasce con l’obiettivo di offrire ai piccoli risparmiatori una soluzione semplice e facilmente comprensibile per investire nel debito pubblico nazionale.
La nuova emissione avrà una durata di cinque anni e una struttura pensata per favorire la partecipazione delle famiglie. Il titolo garantirà una protezione dall’inflazione italiana attraverso la rivalutazione del capitale investito e il pagamento di cedole periodiche. In un contesto nel quale il tema dell’erosione del potere d’acquisto continua a essere particolarmente sentito, questa caratteristica rappresenta uno degli elementi di maggiore attrattività. L’introduzione del BTP Italia Sì conferma inoltre la volontà del Tesoro di consolidare il rapporto diretto con i risparmiatori italiani. Negli ultimi anni le emissioni dedicate al retail hanno registrato risultati molto positivi, dimostrando come esista una forte domanda di strumenti in grado di coniugare sicurezza, rendimento e semplicità.
Ma il ritorno dell’interesse verso le obbligazioni non riguarda soltanto i titoli governativi. Anche il comparto corporate continua a mostrare caratteristiche particolarmente interessanti. Le obbligazioni emesse da società con elevata qualità creditizia offrono infatti rendimenti superiori rispetto alla media osservata negli anni precedenti alla stretta monetaria. Molti investitori stanno quindi costruendo portafogli obbligazionari più articolati, combinando titoli di Stato e obbligazioni societarie di qualità. L’obiettivo è ottenere una maggiore diversificazione e beneficiare di differenti fonti di rendimento.
In questo scenario assume un’importanza crescente il tema della duration. Dopo anni nei quali l’allungamento delle scadenze era quasi obbligatorio per ottenere rendimenti adeguati, oggi la situazione è profondamente diversa. Numerosi gestori stanno scegliendo di mantenere una duration inferiore rispetto a quella dei principali benchmark di mercato. Molti portafogli multi asset presentano oggi una duration media attorno a 4,5 anni, rispetto ai circa 6 anni degli indici obbligazionari globali. Questa scelta consente di ridurre la sensibilità alle oscillazioni dei tassi d’interesse senza rinunciare a rendimenti competitivi. In pratica gli investitori preferiscono privilegiare la stabilità e la flessibilità piuttosto che assumere rischi eccessivi sulle scadenze molto lunghe.
Questa impostazione si inserisce nella sempre più diffusa strategia “core e satellite”. La parte centrale del portafoglio viene costruita attraverso strumenti obbligazionari diversificati, caratterizzati da elevata qualità e duration contenuta. Attorno a questo nucleo vengono poi inserite esposizioni più specifiche, finalizzate a incrementare il rendimento complessivo. La componente core svolge una funzione di stabilizzazione e rappresenta il principale motore della generazione di reddito. La componente satellite permette invece di cogliere opportunità su segmenti particolari del mercato, come obbligazioni corporate, emissioni indicizzate all’inflazione o particolari aree geografiche.
Anche il mercato americano continua a influenzare significativamente le dinamiche globali. I Treasury statunitensi mantengono rendimenti superiori rispetto a quelli europei e continuano ad attirare l’interesse degli investitori internazionali. Tuttavia il tema del rischio cambio rappresenta un elemento che gli investitori europei devono attentamente valutare. Le prospettive economiche globali restano infatti caratterizzate da una certa incertezza. Le tensioni geopolitiche, l’evoluzione delle politiche commerciali internazionali, il rallentamento di alcune economie e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sul sistema produttivo continuano a rappresentare fattori di attenzione per gli operatori finanziari.
Proprio per questo motivo le obbligazioni stanno recuperando il loro ruolo storico di elemento di equilibrio all’interno dei portafogli. In presenza di mercati azionari che restano esposti a possibili fasi di volatilità, il reddito fisso offre una fonte di rendimento più prevedibile e una minore variabilità delle quotazioni. L’inflazione resta naturalmente una variabile fondamentale. Sebbene i livelli attuali siano molto più contenuti rispetto a quelli osservati negli anni passati, il rischio di nuove pressioni sui prezzi non può essere completamente escluso.
Per questo motivo strumenti indicizzati come il nuovo BTP Italia Sì stanno attirando particolare attenzione da parte dei risparmiatori. La possibilità di ottenere una rivalutazione legata all’andamento dell’inflazione rappresenta infatti una forma di protezione che molti investitori considerano preziosa, soprattutto per la componente più prudente del patrimonio. Le nuove emissioni continuano inoltre a registrare una domanda sostenuta. Sia gli investitori istituzionali sia quelli retail mostrano interesse verso strumenti che consentano di bloccare rendimenti interessanti per diversi anni.
Questo fenomeno testimonia come il mercato obbligazionario sia tornato a essere percepito come una componente strategica e non più soltanto tattica. Un altro aspetto rilevante riguarda il confronto con la liquidità. Dopo anni in cui molti risparmiatori hanno mantenuto ingenti somme ferme sui conti correnti, il livello attuale dei rendimenti sta favorendo una graduale riallocazione verso strumenti obbligazionari. Le obbligazioni consentono infatti di ottenere un reddito potenzialmente superiore rispetto alla semplice detenzione di liquidità, pur mantenendo un profilo di rischio generalmente contenuto.
Nel complesso, il quadro del mercato obbligazionario appare oggi costruttivo. I rendimenti restano interessanti, gli spread sono contenuti e la domanda continua a essere robusta. Per gli investitori il reddito fisso è tornato a essere una vera alternativa. Dopo anni dominati dall’azionario e dalla ricerca di performance sempre più elevate, il 2026 sta segnando il ritorno a una maggiore attenzione per equilibrio, diversificazione e generazione di reddito. In questo contesto le obbligazioni stanno nuovamente assumendo quel ruolo centrale che per lungo tempo aveva caratterizzato la gestione dei patrimoni, offrendo una combinazione di rendimento, stabilità e protezione che molti consideravano ormai appartenente al passato.



Dal punto di vista macroeconomico, i dati recenti hanno indicato una stabilizzazione del mercato del lavoro USA con sia assunzioni che licenziamenti contenuti. L’economia si è dimostrata relativamente resiliente sostenuta da una robusta domanda dei consumatori e da risultati aziendali solidi. La Fed affronta ora un contesto più complesso: mentre le condizioni del mercato del lavoro si sono normalizzate, la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia hanno accresciuto i rischi di aumento dell’inflazione, rendendo il ritmo di ulteriori allentamenti più incerto e probabilmente più prudente rispetto a quanto previsto in precedenza.
Lo scoppio della guerra con l’Iran ha aggiunto un nuovo elemento di incertezza principalmente a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio e dei disagi nei traffici marittimi nello Stretto di Hormuz. Nonostante il recente cessate il fuoco abbia ridotto parte della pressione immediata sui mercati energetici, il conflitto ha accentuato la reattività del mercato agli shock geopolitici e ai rischi inflazionistici a breve termine. Consideriamo l’attuale contesto generalmente favorevole per i mercati azionari.
La solidità degli utili societari unitamente all’attività continua di buyback azionario, dovrebbe continuare a offrire una base di supporto alla performance del mercato nei prossimi mesi, sebbene ci aspettiamo che i rendimenti siano sempre più guidati dai risultati aziendali piuttosto che dall’aumento dei multipli. Il portafoglio del fondo sta attualmente trattando in linea con il mercato in termini valutativi. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities. Il portafoglio è sovrappeso sui settori finanziario, industriale, chimico e beni di consumo discrezionali. Il settore tecnologico è sottopesato e quello sanitario è equamente ponderato.
È stato quasi un paradosso finanziario: mentre aumentavano i rischi globali, l’oro, storicamente considerato il “bene rifugio per eccellenza”, in diversi momenti non ha protetto i portafogli come ci si aspettava. Anzi, in alcune sedute è stato addirittura venduto in modo aggressivo. Per capire davvero cosa sia successo bisogna però andare oltre la superficie. Non basta dire “l’oro è sceso”, bisogna capire perché gli investitori hanno preferito vendere oro proprio nel mezzo delle tensioni geopolitiche. E la risposta, come spesso accade nei mercati, non è semplice, poiché le cause sono molteplici: c’entrano i rendimenti dei Treasury americani, la liquidità, la leva finanziaria, il comportamento degli investitori istituzionali e c’entra persino il successo stesso dell’oro negli ultimi anni.
L’oro non è solo un bene rifugio. L’errore più comune che fanno molti investitori è vedere l’oro come un asset “semplice”. In realtà il metallo giallo è uno degli strumenti più complessi e psicologicamente delicati dei mercati finanziari. L’oro può essere: protezione dall’inflazione, copertura contro il rischio sistemico, alternativa alle valute fiat, strumento speculativo, hedge contro il dollaro, oppure semplice asset di momentum. Il problema è che queste funzioni non si attivano tutte contemporaneamente. Nel corso della storia ci sono stati momenti in cui l’oro saliva durante le guerre, altri in cui saliva durante i tagli dei tassi, altri ancora in cui crollava proprio nel mezzo del panico, e il 2026 ha ricordato a tutti una verità spesso dimenticata: nei momenti di stress finanziario gli investitori non comprano sempre ciò che è “sicuro”, ma ciò che offre il miglior rapporto tra rendimento, liquidità e protezione immediata.
Un altro elemento sottovalutato è la liquidità. Infatti, nei momenti di vera tensione gli investitori vendono spesso ciò che possono vendere facilmente, non necessariamente ciò che vorrebbero vendere. Ed è esattamente quello che è successo in varie fasi di marzo e aprile. Alcuni analisti hanno parlato apertamente di “liquidazione di posizioni speculative” e di ricerca spasmodica di liquidità, per cui l’asset-oro era perfetto: molto liquido, molto profittevole dopo mesi di rally e facilmente monetizzabile. Quindi è diventato una fonte di cassa, come nel marzo 2020, durante il panic selling del Covid, quando l’oro inizialmente scese insieme all’azionario non perché avesse perso la sua funzione storica, ma perché gli investitori avevano bisogno di liquidità immediata. La stessa dinamica si è rivista nel 2026: quando il mercato entra in modalità “margin call”, e viene venduto tutto ciò che può essere venduto.
La leva finanziaria, il dettaglio che cambia tutto – Dopo mesi di rialzo quasi verticale, moltissimi investitori erano esposti sull’oro con strumenti derivati o posizioni amplificate, e questo crea un effetto devastante, poiché basta una correzione iniziale per innescare prese di profitto, margin call, vendite automatiche e ulteriori ribassi. In questo modo, il bene rifugio si trasforma temporaneamente in un asset ad alta volatilità, che tra marzo e aprile ha rappresentato una fase di “scarico” tecnico e finanziario. Alcuni report, peraltro, hanno parlato esplicitamente di un mercato diventato “vittima del proprio successo”.
Quando i mercati diventano altamente correlati – Esiste un fenomeno molto noto nei mercati finanziari: durante le crisi serie, la correlazione tra gli asset tende ad aumentare. In parole semplici, ciò che normalmente si muove in modo diverso improvvisamente inizia a muoversi insieme. Anche diversi studi accademici mostrano come, nei momenti di forte volatilità sistemica, i mercati tendano a sincronizzarsi. Ed è per questo che in alcune fasi scendono azioni, bond lunghi, oro, criptovalute, e persino alcune commodity. Nel breve periodo, invece, la priorità del mercato non è la protezione, bensì la riduzione del rischio e la ricerca di liquidità.
Il dollaro forte, il nemico invisibile dell’oro – Un altro elemento centrale è stato il rafforzamento del dollaro. L’oro ha una relazione storicamente inversa con il biglietto verde. Tra marzo e aprile il mercato ha iniziato a riflettere su un nuovo scenario fatto di meno tagli Fed, tassi più alti più a lungo e maggiore resilienza americana, e questo ha sostenuto il dollaro e frenato il metallo giallo. Il cash in dollari e i treasury, in pratica, si sono sostituiti all’oro nella funzione di “bene rifugio”, come accaduto già in altri momenti storici. Nel 1980, per esempio, quando, dopo il rally esplosivo degli anni ’70 alimentato da inflazione e tensioni geopolitiche, l’oro crollò violentemente allorchè Volcker alzò i tassi, i rendimenti reali salirono e il dollaro si rafforzò, costringendo l’oro ad impiegare decenni per tornare sui massimi. Ancora, durante il panic selling iniziale del 2008 l’oro scese insieme all’azionario, perché gli investitori vendevano tutto per fare cassa, e solo successivamente, con il QE e i tassi bassissimi, iniziò il grande rally del metallo giallo. Infine, a Marzo 2020 stessa dinamica: primo shock Covid e l’oro va giù, poi le banche centrali diventano ultra espansive è l’oro va su nuovi massimi.
La lezione, quindi, è sempre la stessa: l’oro non protegge sempre immediatamente. A volte protegge nella fase successiva alla crisi, non durante il panico iniziale. Ciò fa il pari con l’errore di molti investitori moderni, che negli ultimi anni hanno iniziato a vedere l’oro come un trade veloce, quasi una tech stock difensiva. Invece, l’oro funziona meglio nel lungo periodo, nei processi di svalutazione monetaria, nei cicli di perdita di fiducia verso le valute fiat, non necessariamente nei movimenti geopolitici di breve termine, e soprattutto non è progettato per rendere ogni mese.
In definitiva, l’oro ha davvero fallito? La risposta, probabilmente, è no, poiché quello che è fallita è stata l’aspettativa irrealistica di molti investitori, convinti com’erano che l’oro dovesse salire ogni giorno di guerra, indipendentemente da tassi, dollaro, liquidità e positioning. In realtà il metallo giallo resta un asset strategico, continua a essere accumulato dalle banche centrali e mantiene una funzione di protezione monetaria di lungo periodo, ma nel breve termine può comportarsi in modo molto diverso da ciò che l’immaginario collettivo si aspetta. La vera domanda, guardando ai prossimi mesi, è forse un’altra, e cioè cosa succederà quando le tensioni si ridurranno, i rendimenti obbligazionari inizieranno a scendere, le banche centrali torneranno più accomodanti e il debasement monetario del dollaro continuerà lentamente il suo percorso.
A ben vedere, qui emerge un paradosso interessante. Infatti, se la guerra dovesse finire il rischio geopolitico diminuirebbe, ma potrebbero diminuire anche i rendimenti reali, e il dollaro potrebbe indebolirsi; e storicamente a tassi reali in calo corrispondono un dollaro più debole e liquidità abbondante, ossia condizioni molto favorevoli per l’oro. Quindi il vero interrogativo non è “perché l’oro non ha protetto durante la guerra?”, bensì “il ritorno della normalità monetaria potrebbe riaccendere il prossimo grande ciclo dell’oro?”. Perché alla fine il metallo giallo non combatte solo le guerre, combatte soprattutto la perdita di valore della moneta. E quella, forse, è una guerra che non finisce mai.
Nonostante le turbolenze economiche legate all’Iran, i titoli azionari dell’UE hanno registrato una riduzione sostenuta dello sconto rispetto agli Stati Uniti. Ricordiamo che lo sconto LFL (crescita a parità di perimetro) tra Europa e Stati Uniti ha superato il suo intervallo di tendenza al ribasso all’inizio di quest’anno e i precedenti casi di superamento hanno visto lo sconto ridursi auna cifra. Suggeriamo di usare questa fase di calo del mercato azionario per acquistare sui ribassi per i seguenti motivi: Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte e, in secondo luogo, in prospettiva delle elezioni di medio termine non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi. Quindi la guerra deve finire presto.
Per quanto riguarda la Fed, la curva dei tassi sta ora scontando livelli sostanzialmente stabili rispetto a quelli attuali alla fine del 2026, a fronte di aspettative che alla fine di febbraio incorporavano circa due tagli e mezzo (-60 pb). Non prevediamo mosse imminenti da parte delle banche centrali, poiché l’impatto degli attuali aumenti dei prezzi dell’energia appare finora più contenuto rispetto al 2022, le aspettative di inflazione rimangono ancorate (swap sull’inflazione EUR/USD a 5 anni rispettivamente al 2,15% e al 2,31% dal 2,08% e dal 2,38% di inizio mese) e i segnali di effetti di secondo ordine su salari e prezzi rimangono per il momento limitati, consentendo alla Fed e alla Bce di mantenere un approccio attendista e fortemente basato sui dati.
A livello di investimenti, i nostri temi preferiti includono le energie rinnovabili e le infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.), mentre siamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Altri titoli che consideriamo interessanti sono STM e Saipem, Stellantis, in virtù delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante, Telecom Italia Svg, che rimane un solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane.
I mercati finanziari globali hanno ceduto sotto il peso delle notizie negative provenienti dalla guerra in Iran. I prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, degli attacchi agli impianti petroliferi in Medio Oriente e del flusso irregolare di notizie da parte del Presidente degli Stati Uniti riguardo a negoziati reali o fittizi. I rischi di un aumento dei prezzi del petrolio e di una chiusura prolungata del Canale di Suez hanno scosso tutte le classi di attività. I rendimenti a lungo termine hanno registrato un’impennata, il dollaro statunitense ha beneficiato del suo status di bene rifugio e i mercati azionari hanno subito un calo. Il quadro geografico ha rispecchiato la dipendenza dai flussi di petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente.
Guardando all’Asia nel suo insieme, i paesi con una dipendenza molto elevata dal petrolio e dal gas del Medio Oriente sono il Giappone e la Corea del Sud, mentre India, Cina, Indonesia e Malesia ricavano circa il 50-60% delle loro importazioni da quella regione. I rischi di un aumento dell’inflazione nei mercati emergenti asiatici stanno pesando anche sulle loro valute. L’indice Bloomberg Asia Dollar è sceso del 2,9% nel corso del mese. Ciò sta minando la ritrovata fiducia degli investitori globali nell’aumentare l’esposizione ai titoli azionari dei mercati emergenti.
Abbiamo realizzato profitti sulle posizioni in Giappone e Corea del Sud, negoziando vicino al loro prezzo obiettivo a 12 mesi, e abbiamo sfruttato l’attuale debolezza del mercato per acquistare società value e defensive in Corea del Sud e Giappone. In Cina, abbiamo acquistato società di servizi petroliferi poiché prevediamo una ripresa degli investimenti cinesi nei mercati locali ed esteri dopo la guerra. Nel complesso, la volatilità dei mercati rimarrà elevata e metterà alla prova la pazienza degli investitori, riflettendo l’incertezza generata dall’irregolarità della politica e della comunicazione degli Stati Uniti riguardo al proprio obiettivo nella guerra in Iran.
Il 2026 si è aperto con una significativa volatilità nei settori azionari e ampie rotazioni tra di essi, in particolare quando i mercati azionari USA hanno messo in discussione i rendimenti futuri degli ingenti investimenti dei principali fornitori di servizi cloud. Tuttavia, l’economia si è dimostrata relativamente resiliente, sostenuta da una robusta domanda dei consumatori e da risultati aziendali solidi. Dal punto di vista macroeconomico, i dati recenti indicano un rallentamento del mercato del lavoro USA con assunzioni e licenziamenti contenuti. Mentre la Fed affronta ora un contesto più complesso: se da un lato le condizioni del mercato del lavoro si sono normalizzate, dall’altro la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia hanno accresciuto i rischi di aumento dell’inflazione, rendendo il ritmo di ulteriori allentamenti più incerto e probabilmente più prudente rispetto a quanto previsto in precedenza.
In particolare, andranno privilegiate le società più solide da un punto di vista bottom-up dei fondamentali, capaci di offrire ricavi, Ebitda e metriche di redditività (margini, Roic e Roe) migliori del mercato, con basso indebitamento e una qualità degli utili superiore alla media. A livello settoriale, il nostro portafoglio privilegia il settore finanziario, industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali, mentre non abbiamo banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities e siamo sottopesati sul settore tecnologico. Tra le aziende che rispondono ai nostri requisiti di selezione, troviamo HCA, Old Dominion, Hilton e Broadcom.
Uno degli elementi centrali resta il livello dei tassi di interesse. Le principali banche centrali hanno adottato un atteggiamento prudente, evitando mosse brusche e lasciando intendere che il picco dei tassi potrebbe essere vicino, ma senza fornire indicazioni definitive su eventuali tagli nel breve periodo. Questo ha contribuito a mantenere i rendimenti obbligazionari su livelli relativamente elevati rispetto agli ultimi anni, rendendo nuovamente interessante il comparto per una platea più ampia di risparmiatori. La curva dei rendimenti continua a riflettere aspettative in evoluzione. In diversi mercati si osserva una tendenza alla normalizzazione dopo le inversioni registrate nei mesi precedenti.
Nei Paesi periferici, lo spread si mantiene sotto controllo, segnale che il mercato non sta prezzando rischi sistemici nel breve periodo, ma resta sensibile a eventuali cambiamenti nello scenario macroeconomico. Il comparto corporate mostra dinamiche differenziate: le obbligazioni investment grade beneficiano di bilanci societari generalmente solidi e di una domanda costante da parte degli investitori istituzionali. Gli spread si sono stabilizzati dopo le fasi di allargamento, offrendo un equilibrio tra rendimento e rischio che continua ad attrarre capitali. Più articolata la situazione nel segmento high yield, dove la selettività è diventata fondamentale. Il contesto di tassi elevati e crescita moderata impone una maggiore attenzione alla qualità degli emittenti, con il rischio di un aumento dei default che, seppur contenuto, non può essere ignorato.


Il conflitto in Medio Oriente, però, comporta, al momento, un aumento dei prezzi dell’energia che sicuramente avrà un impatto economico. Il Consiglio, infatti, invita la Commissione europea a presentare un pacchetto di misure temporanee volte a far fronte all’impennata dei prezzi dei combustibili fossili. Così come per i combustibili, si invita ad attuare misure e azioni concrete volte a ridurre i prezzi dell’energia elettrica. Il Consiglio europeo tornerà a riunirsi nel giugno del 2026 per monitorare la situazione generale e valutare i progressi, anche se non mancheranno le riunioni informali nei prossimi mesi.
Negli ultimi giorni si è parlato di un piano per cercare di far riaprire parzialmente lo stretto di Hormuz, un piano che prevede la riapertura per navigazione commerciale che ha come promotori UK, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone. Per il momento, però, è di fatto solo un’idea, sul tavolo non c’è nulla di programmato, non vi è alcun piano se non quello di cercare di cooperare per trovare una soluzione. Nel frattempo, nello stretto di Hormuz il traffico è calato del 95%, solitamente passano 60 navi al giorno, dallo scoppio del conflitto ne passano solamente 4 al giorno mediamente. Le situazioni più critiche sono quelle di Cina, Corea del Sud e Giappone: quest’ultimo importa tra l’80% e il 90% del suo petrolio proprio da Hormuz mentre Cina il 33%, Corea del Sud 85% e India 60%, l’Europa solamente il 12%. Una rotta alternativa è sicuramente quella del Capo di Buona Speranza in Sudafrica, via più costosa ma che permette ancora il flusso di navigazione delle merci con costi operativi più alti e che ha visto un aumento del 100% del traffico in questi giorni.
Un eventuale piano per la riapertura di Hormuz non sta ancora influenzando il prezzo del petrolio, che rimane a cavallo dei 100 dollari (spesso superandoli) e che rimane in un trend effettivamente rialzista. Attenzione, però, non possiamo fare proiezioni sull’inflazione, lo scenario è ancora in evoluzione e non abbiamo elementi per capire effettivamente quanto salirà l’inflazione nelle prossime settimane, aumenti che potrebbero essere determinanti per la politica monetaria delle banche centrali. Stessa cosa dicasi per il prezzo del petrolio, non si dia per scontato un suo rialzo, considerato nel 2022, in condizioni simili, registrò un massimo per poi scendere nel corso dei mesi successivi proprio a ridosso dell’invasione russa dell’Ucraina, condizione tecnica molto simile a quella attuale. 
In quello scenario, le valutazioni statunitensi apparivano “tirate”, l’Europa sembrava relativamente più conveniente e i mercati emergenti iniziavano a beneficiare di un dollaro meno dominante e di aspettative di ripresa ciclica. Poi, nel giro di pochi giorni, il contesto si è complicato. Gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, le tensioni nello Stretto di Hormuz e soprattutto l’interruzione della produzione di GNL nell’impianto di Ras Laffan in Qatar hanno riportato al centro del dibattito un tema che per l’Europa è sempre delicato: l’energia. Ras Laffan, infatti, rappresenta circa un quinto delle forniture globali di gas naturale liquefatto e la sua interruzione, anche temporanea, non è un dettaglio marginale. Il TTF, l’indice europeo del gas, ha accelerato rapidamente al rialzo, mentre il petrolio Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile.
Per un investitore con un portafoglio diversificato questo non è un semplice movimento tecnico delle commodity, ma un elemento che può incidere su margini aziendali, consumi, crescita economica, politica monetaria e valute. Nel frattempo, l’inflazione nell’eurozona ha mostrato segnali di ri-accelerazione già prima dell’esplosione del conflitto, con un dato preliminare di febbraio all’1,9% su base annua rispetto all’1,7% di gennaio, sopra le attese, e un’inflazione core salita al 2,4%. Non siamo di fronte a una dinamica fuori controllo, ma il
energetici si stabilizzano, trasformando la volatilità attuale in un episodio circoscritto; nella seconda gas e petrolio restano elevati per alcuni trimestri, l’inflazione smette di scendere ma non accelera in modo drammatico e la BCE rimanda eventuali tagli mantenendo una posizione attendista; la terza è più complessa, con i prezzi dell’energia che restano alti a lungo, la crescita rallenta e si materializza una forma di stagflazione leggera, scenario più problematico per l’azionario europeo. Non sappiamo quale di questi scenari prevarrà, ma non è compito di un investitore prevederlo con precisione, quanto quello di costruire un portafoglio capace di attraversarli tutti e tre.
Nel lungo termine restano centrali la capacità delle economie di adattarsi agli shock energetici, la transizione verso fonti alternative e l’innovazione tecnologica. Le guerre finiscono, le tensioni geopolitiche cambiano forma, ma i grandi trend strutturali continuano a operare sotto la superficie. In questo contesto, alcuni spunti di diversificazione possono essere utili come riflessione: mantenere una vera diversificazione geografica e non solo nominale, bilanciare settori ciclici e difensivi, considerare il ruolo delle valute nell’esposizione complessiva, integrare asset che reagiscono in modo diverso all’inflazione, evitare concentrazioni eccessive su poche mega-cap dopo anni di sovraperformance.
Non si tratta di fare mosse drastiche o di inseguire il tema del momento, ma di interrogarsi sulla resilienza complessiva della propria asset allocation, ricordandoci che la volatilità non è un’anomalia del sistema, ma parte integrante del funzionamento dei mercati. Un portafoglio ben diversificato non serve a eliminare le perdite nel breve periodo, ma a rendere sostenibile il percorso nel lungo. Oggi il rumore è aumentato, le variabili in gioco si sono moltiplicate e l’incertezza è tornata a farsi sentire, ma proprio in questi momenti diventa evidente la differenza tra reagire emotivamente e restare coerenti con una strategia costruita nel tempo. Il medio termine sarà probabilmente più instabile di quanto sperato solo pochi giorni fa, il lungo termine continuerà a premiare la capacità di adattarsi più che quella di prevedere. E forse la vera sfida non è indovinare dove andrà il Brent o cosa farà la BCE, ma mantenere equilibrio quando il contesto cambia più velocemente delle nostre convinzioni.
Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra
cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.
Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.
Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.
Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.







