Aprile 22, 2026
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Educazione Finanziaria

Legge 17 febbraio 2017, n. 15, in Italia una strategia di Educazione Finanziaria

Educazione Finanziaria: insegnarla oggi nelle scuole per trasmetterla subito anche agli adulti.

Con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“), è stato finalmente sancito anche nel nostro paese l’avvio di una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, di cui francamente si sentiva la mancanza.

Si è trattata di un’occasione unica per colmare il divario culturale che ci aveva diviso (come in altri ambiti) dai paesi più virtuosi. Infatti, il tempo ci ha restituito costantemente lo scenario in cui il popolo italiano si è mostrato sempre poco avvezzo alle decisioni di investimento per via di una scarsa preparazione finanziaria. Quando il sistema previdenziale era generoso, ed i redditi stabilmente ancorati all’inflazione garantivano buoni livelli di risparmio, gli italiani investivano abitualmente in titoli di stato e obbligazioni bancarie (percepiti come a rischio zero), che venivano distribuite esclusivamente per garantire la loro naturale funzione di provvista per gli impieghi (cioè i prestiti alle imprese e ai privati).

Il mutuo per acquistare la casa, il prestito cambializzato, prelievi e versamenti di contanti… gli italiani accedevano in banca per fruire di servizi semplici, che tutti comprendevano bene. Oggi il contesto è radicalmente cambiato, e l’offerta del sistema bancario ha virato decisamente la rotta verso gli utili assicurati dai servizi di investimento e dal risparmio gestito; così, i costi dell’analfabetismo finanziario hanno avuto effetti negativi anche sullo stesso tenore di vita degli utenti.

Fino a due anni fa, quindi, il tema dell’educazione finanziaria non aveva trovato l’attenzione del mondo della politica, che si era limitato ad adottare e tradurre in legge le regole introdotte dall’Unione Europea sull’informativa dei prodotti e sulle condotte degli intermediari.

A distanza di due anni, però, e soprattutto con l’entrata in vigore della MiFID II (applicazione di una direttiva europea), possiamo affermare che a nulla vale aumentare e perfezionare i sistemi di controllo sull’attività degli intermediari se poi, parallelamente, non si fa nulla per aumentare la competenza degli utenti: lettere scritte con linguaggio astruso, report incomprensibili, distanze siderali tra risparmiatore e gestori del denaro, incomunicabilità tra consumatore e industria, rendono i controlli (solo sulla carta incisivi) del tutto privi di efficacia. Se prima comprendevano poco, dopo l’adozione di misure di controllo complicate i clienti comprenderanno anche di meno.

In breve, il testo della nuova legge prevedeva che il Ministero delle Finanze ed il Ministero dell’Istruzione ed Università, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge, avrebbero adottato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale, finalizzata a coordinare gli interventi di soggetti pubblici e privati (questi ultimi aderiscono su base volontaria) e a definire le modalità attraverso le quali integrare l’educazione finanziaria all’interno delle scuole.

Infatti, le esperienze acquisite in campo internazionale hanno mostrato come la scuola costituisca un canale privilegiato per veicolare le conoscenze e competenze di educazione finanziaria, dal momento che essa consente di raggiungere una vasta fascia della popolazione di ogni ceto sociale e finisce con il formare il consumatore di domani prima che egli possa effettuare, relativamente alle problematiche di natura finanziaria, scelte sbagliate.

L’educazione finanziaria nelle scuole, peraltro, potrebbe produrre anche benefici “indiretti”, nella misura in cui anche gli stessi studenti possono trasmettere ai genitori, in un processo di comunicazione dal basso verso l’alto, una maggiore attenzione ai temi della finanza elementare.

Come? E’ semplice: attraverso i normali compiti di cura. Un esempio su tutti: l’aiuto sui compiti a casa, ruolo che ogni genitore ha sperimentato almeno una volta nella vita. Se l’educazione finanziaria verrà inserita in ambito curriculare scolastico (e ad oggi non lo è ancora), la stessa circostanza di aiutare i propri figli in esercizi di scuola che riguardano la finanza porterà a trasmettere anche all’adulto molti concetti che, nella maggior parte dei casi, egli sconosce del tutto o non ha mai razionalizzato. Del resto, chi può negare che tutti noi impariamo molte cose dai nostri figli?

La previsione normativa, però, non si ancora accompagnata all’adozione di strumenti con i quali la Scuola possa realmente coinvolgere i genitori. Pensare di “saltare” la precedente generazione dei c.d. babyboomers (i nati tra gli anni ’60 ed i primi ’70 significa allungare di altri 30 anni il periodo di ignoranza, in materia finanziaria, degli effettivi detentori attuali di patrimonio. Coinvolgendoli, invece, si potrebbero ottimizzare i tempi, insegnando anche agli adulti, riuniti in un virtuale “dopo-scuola-lavoro” (oppure, ad esempio, favorendone la partecipazione con alcune ore di permesso retribuito dal lavoro per recarsi a scuola anche la mattina), i rudimenti della Finanza, ed evitare così di attendere il tempo in cui le nuove leve di oggi mettano al mondo la prossima generazione di figli, quella “finanziariamente educata”.

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Buona lettura !

Come investiamo il nostro denaro? Diventiamo soci di qualcuno, o suoi creditori?

A prescindere dal livello di rischio di ogni strumento finanziario, il risparmiatore ha una posizione giuridica molto diversa a seconda che investa in azioni o in obbligazioni.

Non è affatto semplice, neanche per un consulente patrimoniale, spiegare ai clienti cosa vuol dire investire il loro denaro. Infatti, essi tendono a delegare ad occhi chiusi, e ogni volta che lo fanno il consulente riceve fiducia cieca, e viene investito di una responsabilità che va ben al di là di quella prevista dal suo ruolo.  Non è raro che, di fronte a tale delega, il consulente si assume il rischio di sbagliare proprio quando vorrebbe ottenere il meglio per i suoi“datori di lavoro”. Parliamo del classico “errore di entusiasmo”, quello, cioè, che un professionista commette quando, tentato dai mercati come Ulisse dalle sirene, finisce col sostituirsi al cliente (che lo segue ciecamente), perdendo di vista le sue caratteristiche di investitore/risparmiatore.

Da ciò discende una regola aurea: “IL CONSULENTE ED IL CLIENTE SONO DUE PERSONE DIVERSE”.

Sembra una ovvietà, ed invece tale affermazione, rapportata a questo ambito di attività, ha un significato molto profondo. Infatti, ammesso (e non concesso) che con i suoi risparmi personali il consulente può farci quello che vuole (anche navigare perennemente sull’ottovolante dei derivati), non è detto che la circostanza di essere simpatici ed “empatici” trasformi improvvisamente i suoi datori di lavoro (i clienti, ndr) in intrepidi capitani di ventura, solo perchè i primi hanno uno spirito avventuroso. Il consulente è solo un discreto compagno di viaggio, si siede al fianco del cliente e raggiunge insieme a lui la meta.

Pertanto, il consulente che spiega, fino alla noia, che lavoro fa e come lo fa, riesce a bloccare sul nascere i possibili errori di valutazione grazie al tipo di relazione che ha instaurato con la clientela: se spiega tutto, deve spiegare anche i rischi, e se i rischi di un determinato progetto di investimento non sono adeguati al profilo del risparmiatore, non se ne farà nulla: sarà lo stesso cliente a farglielo notare.

Inoltre, spiegando le cose in maniera semplice, il consulente riuscirà a tutelare il cliente da sè stesso. Infatti, le idee di investimento più rischiose e strampalate provengono, molto più spesso di quanto si possa immaginare, proprio dagli stessi clienti, che a volte maturano granitiche convinzioni finanziarie su un certo titolo solo perché il cognato/collega/amico ne ha vantato le virtù. Proprio in quel frangente, sarà bene ricordare al cliente la base più elementari di qualunque investimento:

  • COMPRI UN TITOLO AZIONARIO = diventi SOCIO di quella azienda che ha emesso le azioni, ed il tuo capitale segue le sorti di quell’azienda;
  • COMPRI UN TITOLO OBBLIGAZIONARIO = diventi CREDITORE dell’azienda che ha emesso l’obbligazione, perché all’atto di sottoscrivere il titolo in banca le hai prestato del denaro che, se non vendi prima il titolo (di credito), ti verrà restituito ad una certa data tutto in una volta, che tu lo voglia o no.

Credetemi sulla parola: è sufficiente la spiegazione di questa semplice differenza per far vacillare persino le convinzioni che sembravano più immodificabili. Infatti, qualunque cliente, in condizioni normali, non è disponibile a diventare socio neanche del Dalai Lama…

Ciò detto, introduciamo alcuni concetti che ci permetteranno di rendere semplice i principi di Investimento Elementare all’epoca di Zerolandia, e cioè dei tassi a breve periodo pari a zero. Per cominciare, quella che appare come una banale ovvietà:

“IL TUO DENARO, PRIMA DI ESSERE INVESTITO IN QUALCOSA, È LIQUIDO”.

Fino a ieri, lo status di “liquidità” del denaro è stato spesso visto, dalla generazione dei babyboomers (cioè i “figli del miracolo economico italiano” degli anni ’50 -’60, quelli che viaggiavano con i BOT al 15.00% annuo…) come nefasto, improduttivo e inopportuno: “…ma come…dovrei lasciare i soldi sul conto e non percepire alcun interesse…??? “.
Dopo quarant’anni, questa domanda è ancora “nell’aria”, e se ci pensate bene è il motore culturale che muove ancora oggi una larga fascia di risparmiatori e li fa investire anche in titoli allo 0.75% annuo (magari in emittenti bancari) pur di non lasciare il denaro in conto corrente “…perché sennò perdo interessi…”.

La liquidità – dovrebbero insegnarlo anche alla Materna – è invece un asset (cioè una parte del tutto, un insieme di beni finanziari, in linguaggio Elementariano) talmente strategico che, se usato con intelligenza, permette di poter assumere dei rischi “calcolati” (ma non folli), anche per i risparmiatori poco avvezzi ma oggi orfani del tasso di interesse. Usando la preziosissima liquidità, infatti, ci si potrebbe permette di inserire nel Portafoglio Elementare (ovviamente in minima quantità!) persino obbligazioni di mercati o aziende emergenti, con alta cedola e prezzo ballerino. L’importante sarà non avere fretta di spendere la liquidità, ma investirla “a rate”, ossia poco alla volta e sotto la guida esperta di qualcuno in grado di stemperare i facili entusiasmi.

E allora perché non investirla subito, la liquidità, se si può diversificare correttamente il portafoglio titoli in tanti emittenti riducendo/frammentando il rischio?

La risposta è: TUTTI I TITOLI HANNO UN PREZZO, ED IL PREZZO OSCILLA OGNI GIORNO (anche sensibilmente, in determinate circostanze). Il tasso di interesse, per quanto generoso, non è una polizza assicurativa infallibile in grado di coprire un eventuale caduta del prezzo di un determinato strumento finanziario.

Pertanto, se siete dei consulenti patrimoniali e dovete rispondere alle domande dei vostri clienti relativamente al vostro mestiere, dite pure che la vostra mansione principale è quella del traduttore. Infatti, ogni giorno, non fate altro che ascoltare (e annotare) i desideri dei clienti, per poi tradurli dal linguaggio dei sogni a quello degli obiettivi.

Questa similitudine – provare per credere – funziona sempre.

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