Aprile 21, 2026
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Educazione Finanziaria

Educazione finanziaria: l’asset allocation e i confini tra ruolo del risparmiatore e ruolo del consulente

Nessun consulente e nessuna asset allocation possono eliminare l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, però, beneficia di un insieme di principi certi e inconfutabili di grande supporto nella costruzione del suo portafoglio di investimenti.

Per gli addetti ai lavori, la finanza è un oceano senza confini di teorie da applicare. Ogni gestore di patrimoni si sceglie quelle a lui più vicine per stile e ruolo, ma di certo nessuna conoscenza può eliminare del tutto un elemento incontrollabile come l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, invece, può permettersi il lusso di esplorare l’”area di certezza” della finanza, e cioè quell’insieme di conoscenze di base – certe e inconfutabili, ma ai più sconosciute – che permettono a qualunque investitore di familiarizzare con la gestione del proprio denaro e di potersi confrontare con qualunque banca o consulente finanziario; soprattutto, di capire se il lavoro di allocazione dei risparmi viene svolto correttamente da chi, successivamente, dovrà lavorare per noi all’interno dell’area dell’incertezza.

La domanda “come posso investire i miei risparmi?“, pertanto, prevede una fase preliminare che partirebbe, in teoria, dal grado di conoscenza di sè stessi. Questo elemento non è delegabile al consulente: egli all’inizio sa molto poco del nuovo cliente che ha di fronte, e le informazioni che riceverà saranno inizialmente poco approfondite. Certo, un bravo consulente “riconoscerà” presto che tipo di investitore ha di fronte, ma avrà bisogno di tempo. Per cui, prima di incontrarlo è bene farsi un paio di domande del tipo “fino a che punto sono disposto a sopportare che i miei risparmi possano decrescere di valore in determinati periodi, pur di avere dei risultati soddisfacenti in futuro?”.

Un buon metodo sarebbe quello di parlarne proprio con il consulente finanziario al primissimo incontro, e confrontarsi con lui per evitare scelte inopportune, come quella di essere troppo prudenti anche quando sarebbe possibile superare quei confini che solo la paura fa vedere. In ogni caso, non potendo entrare in questa sede nel merito di aspetti così personali, nel trattare l’argomento diamo per scontato che ognuno investitore sa benissimo fino a che punto si può spingere nel valutare come sostenibile un investimento che non rientri nella categoria “risk free” (senza rischio). Anzi, a tal proposito è bene precisare che l’investimento “privo di rischio” è venuto a mancare da tempo, e probabilmente non è mai esistito. Infatti, nemmeno i “sacri” titoli di stato italiani sono considerati più come sicuri, dal momento che la loro valutazione (rating) è piuttosto bassa.

Ma procediamo con ordine. Gli investimenti – detti anche asset, un termine anglofono con cui si ricomprendono i risparmi, gli immobili, quote aziendali e altri beni di investimento – sono organizzati in classi di attività o categorie, le quali posso essere divise genericamente in base all’orizzontale temporale – breve, medio e lungo periodo – da voi scelto come momento in cui potreste trovarvi nella condizione di dover spendere il denaro accantonato per soddisfare uno o più specifici obiettivi (acquisto casa, studi all’estero dei figli, nuovo autoveicolo etc). Entrando nel dettaglio, però, serve individuare dei criteri meno generici che ci permettano di allocare gli investimenti – ossia progettare una Asset Allocation – in modo più efficace. In tal senso, possiamo rifarci a tre tipi di allocazione:

Asset Allocation Strategica, che segue l’orizzonte temporale,
Asset Allocation Tattica, con la quale adattiamo la prima seguendo le tendenze di mercato a breve periodo,
Asset Allocation Dinamica, che consiste nell’adattare rapidamente il portafoglio a bruschi cambiamenti dei mercati.

Ebbene, mentre il primo tipo di allocazione, quella strategica, è sotto il controllo di chi investe (è l’investitore che decide l’orizzonte temporale e gli obiettivi, non il consulente), gli altri due prevedono necessariamente una delega professionale al consulente. Ecco definiti i confini dei rispettivi ruoli, poichè ogni ruolo prevede delle specifiche responsabilità: quella del risparmiatore di dare le giuste informazioni al consulente, e quella di quest’ultimo di realizzare l’asset allocation adatta.

Anche in finanza, infatti, il tema dei ruoli e delle responsabilità è fondamentale, e non c’è cosa peggiore, per il risparmiatore, di “invadere” il ruolo del consulente finanziario, poiché si finisce col diventare corresponsabili di scelte eventualmente sbagliate. A volte, persino gli unici responsabili.

Il fattore tempo, come avrete visto, è fondamentale, e da solo è in grado di determinare il successo o l’insuccesso della vostra asset allocation. Infatti, rientra nella c.d. “area di certezza” il principio secondo cui il lungo periodo assicuri un maggiore rendimento (Asset Allocation Strategica) e quello che, nei periodi di ribasso dei mercati i nostri investimenti valgono di meno ma è possibile comprare un numero maggiore di titoli a prezzo più basso (Asset Allocation Tattica). Inoltre, è valido il principio per cui, in caso di eventi straordinari – ne stiamo vivendo uno bello tosto da circa un anno e mezzo – è bene adattare rapidamente il portafoglio (Asset Allocation Dinamica).  

In generale, una strategia di lungo termine minimizza le perdite e massimizza il profitto. Anzi, da qualche anno si è fatto strada il concetto secondo cui, nell’attuale congiuntura finanziaria di tassi bassissimi o sotto zero, quella di lungo periodo sia l’unica strategia possibile. Ciò che importa, tronando sui massimi sistemi, è assicurare al vostro portafoglio di essere costruito in base al principio della Diversificazione, spingendovi anche oltre alla semplice gestione del denaro (azioni, obbligazioni, valute etc) fino a valutare gli immobili a reddito e gli investimenti alternativi (preziosi, oro, orologi di lusso, auto d’epoca etc). Infatti, in un mondo come quello della finanza, da sempre un pó refrattario alle regole, ne esistono alcune che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a confutare. La prima è che, per qualsiasi strumento di investimento, all’aumento del numero dei titoli/beni in portafoglio il rischio diminuisce; la seconda, che è una conseguenza della prima, è che un portafoglio efficace ed efficiente si definisce tale solo se è diversificato; la terza, a completamento delle prime due, è che un portafoglio diversificato non consente comunque di eliminare totalmente il rischio che una singola categoria di investimento contenuta all’interno del portafoglio possa andare male.

Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Di Alfonso Selva

“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.

Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?

Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.

INIZIAMO DAI RISCHI.

1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.

2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.

Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:

a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);

b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);

c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);

d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).

Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.

Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.

Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).

Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione  non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).

Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.

Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.

Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.

La Finanza Semplice e la teoria dei contenitori. Razionalizzare i sogni e definire gli obiettivi

Spesso le persone non hanno chiari i propri scopi, finchè qualcuno o qualcosa non permette loro di “razionalizzare il sogno”. Gli obiettivi, infatti, non nascono nella loro vera forma, e rimangono per molto tempo allo stato di “sogno” prima di evolvere in determinazione e concretezza.

Di Alfonso Selva*

Oggi vorrei scrivere qualcosa a beneficio dei miei colleghi più giovani, che non hanno potuto avere, come me, un affiancamento costante sui fondamentali del mio lavoro. Trattandosi, appunto, delle “basi”, è opportuno scrivere in modo semplice concetti altrettanto semplici, affinchè  anche i risparmiatori che lo leggeranno possano comprenderli. La Finanza Semplice, infatti, parla la stessa lingua della gente, ed è il comune denominatore della relazione tra consulente finanziario e cliente.

All’inizio della relazione, il consulente deve “accorciare le distanze” con il cliente, e agire secondo due modalità fondamentali: conoscerlo e farsi conoscere. Conoscere il cliente, la sua famiglia, i suoi bisogni ed i suoi desideri è, tra le due modalità, quella più importante. Dalla conoscenza di chi abbiamo di fronte, infatti, ricaviamo tutte le informazioni da tradurre in obiettivi concreti.

Consulente finanziario

Cosa fare, quindi, come agire? Cosa si aspetta, il futuro cliente, dal consulente?

Niente che non rappresenti le basi di una nuova relazione: sedersi accanto e presentarsi, parlando brevemente di sé stessi, della propria professione e, perché no, della propria famiglia (salvo sfortunate eccezioni, chiunque ce l’ha, anche chi non è sposato!). Dopo la presentazione, cominciare a fare tante domande, per capire chi avete davanti e quali sono i suoi sogni.

Pensate sia difficile individuare i sogni della persona con cui parlate per la prima volta? Niente affatto. Tutti noi, in condizioni ottimali (presentazione da parte di un amico comune, referenze del mercato, aspetto, empatia) siamo disposti a parlare del nostro vissuto. L’importante è sapere ascoltare i messaggi che ci arrivano “dall’altra parte”, a volte in maniera criptica. Per farlo, sarà sufficiente fare domande sulla persona, e non certo sulle sue disponibilità economiche.

Questa fase della relazione è molto importante, perché molto spesso le persone non hanno chiari i propri obiettivi, e non sanno cosa vogliono veramente finchè qualcuno – come un consulente finanziario – non permette loro di “razionalizzare il sogno”. L’obiettivo, infatti, non nasce definito, e non assume subito la sua vera forma. Rimane per molto tempo allo stato di “sogno”, e solo il dialogo con un professionista – o un evento improvviso, piacevole o spiacevole – contribuisce a farlo evolvere verso lo stato di “obiettivo”.

Senza tante domande ed una conoscenza più approfondita della persona, il risultato sarà deludente per entrambi, ed il massimo che ci si potrà aspettare, quando si parlerà di denaro e patrimonio, sarà costituito da risposte del tipo “…vorrei far fruttare i miei soldi con poco rischio…” oppure “… voglio investire ma non voglio perdere….”, oppure ancora il classico “…..investo perché non si sa mai quello che potrà succedere…”.

Se questa saranno le risposte, voi consulenti avrete sbagliato, oppure siete stati superficiali. In più, avrete deluso le aspettative di chi vi sta di fronte, il quale non avrà ricavato la fondamentale sensazione che deriva dal ricevere attenzione da voi e potersi “raccontare”.

Facciamo un esempio, usando alcune similitudini molto efficaci. Se ci rechiamo dal medico per riferire di un dolore alla pancia senza dire esattamente: a) in quale punto, b) da quando ti fa male, c) se in profondità o in superficie, il medico non capirà quale tipo di disturbo causa il dolore, non potrà prescrivere alcun farmaco e nemmeno gli esami diagnostici più appropriati. In sintesi, non potrà darci risposte, e noi rimarremo senza cura. Oppure,  se andiamo

dall’agente immobiliare per comprare una casa, ma non gli diciamo: a) quanto possiamo spendere, b) quanto deve essere grande, c) in che zona la vogliamo, d) a che piano, e) se abbiamo bisogno di un mutuo….il professionista non potrà neanche incominciare a svolgere il proprio lavoro per assenza di informazioni.

Per un consulente finanziario, valgono gli stessi principi. Egli ha bisogno di sapere tutto del cliente, per definire i suoi obiettivi concreti e le loro priorità. Solo in quel momento, il consulente potrà parlare di investimenti e strumenti finanziari, distribuendo idealmente i risparmi all’interno di singoli “contenitori”, ognuno dei quali corrisponde ad un obiettivo concreto e raggiungibile ed è caratterizzato, pertanto, da un orizzonte temporale e una modalità di investimento differente.

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Generalmente ogni persona ha due o tre obiettivi diversi tra loro per entità e orizzonte temporale entro cui raggiungerli. Ad esempio, se una persona vuole acquistare una casa entro due anni, ha un obiettivo di breve scadenza e sarà consigliabile tenere il denaro sul conto corrente o, al massimo, investirlo in obbligazioni super sicure e a breve scadenza. Se il cliente vive in affitto e vuole comprare casa tra 10 anni, il denaro di quel “contenitore” potrà essere impiegato a lungo termine, con l’obiettivo finanziario di conseguire nel tempo un buon rendimento.

Se l’obiettivo è quello di integrare la pensione, il contenitore giusto può essere un fondo pensione a lunghissima scadenza che coincida con la sua età pensionabile. Se l’obiettivo è quello di proteggere lui e la sua famiglia, il contenitore sarà di tipo assicurativo, mentre per il “non si sa mai” – che è un obiettivo residuale, ma pur sempre tale – un buon contenitore è quello di un accumulo finanziario mensile, a cui attingere quando c’è veramente bisogno.

La “teoria dei contenitori”, a ben vedere, è la base della Finanza Semplice, ed è talmente abbordabile che risulta semplice persino scriverne. Ciò che serve, sempre, è stabilire con il cliente il percorso da intraprendere, aiutarlo nella scelta degli strumenti e stargli accanto costantemente, perché un altro valore che contraddistingue un consulente da un semplice venditore è la sua disponibilità.

E cosa dire dei mercati finanziari…anche quelli si possono “semplificare”?

Certamente, basta ignorarli. Se si ha un obiettivo (o più obiettivi) ed un orizzonte temporale ben stimato per ciascuno di essi, il c.d. market timing – che sarebbe l’abilità semi-divina di indovinare quando comprare e quando vendere – non rientra nelle cose da fare. La prova? Ne abbiamo avuto due, belle forti, negli ultimi dodici anni: la grande crisi del 2008, e l’attuale crisi determinata dalla pandemia di Covid-19: in entrambi i casi (e con notevoli differenze tra i due), i mercati si sono sempre ripresi, chi ha tenuto senza vendere in preda al panico ha recuperato tutto e, al massimo, ha dovuto aggiornare, con l’aiuto del consulente, l’orizzonte temporale di alcuni “contenitori”.

Per sintetizzare “all’osso” il metodo di lavoro della Finanza Semplice, queste sono le sette regole da osservare:

  1. intervistare (il cliente),
  2. analizzare (le informazioni),
  3. definire (gli obiettivi),
  4. pianificare (il loro orizzonte temporale),
  5. selezionare (gli strumenti di investimento),
  6. monitorare (gli obiettivi in relazione al tempo trascorso),
  7. rivedere (gli obiettivi, in caso di eventi imprevisti e di una certa rilevanza).

In fondo, è tutto molto semplice, non credete?

Consulente Finanziario – iscritto Albo OCF al nr. 8634 del 2-11-1994 – Via Piemonte 42, 00187 Roma, e-mail: info@alfonsoselva.it

Il progetto “Finanza Elementare” di P&F. La scuola veicolo di trasmissione delle conoscenze

A distanza di tre anni dall’entrata in vigore della legge 15/2017, il livello di educazione finanziaria degli italiani risulta essere ancora tra i più bassi al mondo, e questo non aiuta certamente le future generazioni, al pari dei genitori, a maturare scelte più consapevoli in materia di investimenti finanziari o di gestione degli obiettivi.

Con la legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“), in Italia si era finalmente cominciato a porre le basi per una campagna nazionale di sensibilizzazione verso i benefici dell’Educazione Finanziaria. La norma, infatti, pone particolare attenzione al ruolo delle scuole, e non v’è dubbio che il contesto scolastico è sempre stato un canale privilegiato per veicolare conoscenze e competenze in ogni materia dello scibile, e per favorire anche la trasmissione di sapere all’interno dello stesso nucleo familiare.

Inoltre, i programmi didattici di Educazione Finanziaria producono, per mezzo di un processo di comunicazione dal basso verso l’alto, (dai figli ai genitori che, per esempio, li aiutano nei compiti a casa) una maggiore attenzione degli adulti ai temi della Finanza.

Sfortunatamente, a distanza di tre anni dall’entrata in vigore della legge, il livello di Educazione Finanziaria degli italiani risulta essere tra i più bassi al mondo, e questo non aiuta certamente le future generazioni a maturare, a differenza dei genitori, scelte più consapevoli in materia di investimenti finanziari o di gestione degli obiettivi.

Da questi principi nasce il progetto di Family Financial Training denominato FINANZA ELEMENTARE©, pensato da PATRIMONI&FINANZA® per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado e per quelli del biennio universitario.

L’obiettivo è fornire ai giovani la conoscenza di base – elementare, appunto – della Finanza, coinvolgendo alunni e scuola in un lavoro di gruppo condiviso anche con i genitori.

Il progetto traccia un percorso di cultura familiare che valorizza il ruolo degli obiettivi e illustra, in maniera semplice, i processi della pianificazione finanziaria e la scelta dei mezzi necessari per raggiungerli. I principi su cui si fonda il progetto sono contenuti nell’e-book gratuito “Dalla Finanza Complicata alla Finanza Elementare, destinato a docenti, genitori, studenti e giovani adulti (per scaricarlo è sufficiente registrarsi qui).

Ogni programma di educazione finanziaria viene concordato con la scuola, e si articola in un numero di moduli variabile, a seconda della disponibilità di tempo dei docenti e dei genitori coinvolti. Il numero minimo è di due moduli di due ore ciascuno, ed i contenuti potranno essere integrati nel curriculum di ogni studente.

I formatori sono professionisti della consulenza patrimoniale (consulenti finanziari, avvocati, notai e commercialisti), regolarmente iscritti agli ordini di appartenenza, a cui PATRIMONI&FINANZA® rilascia un attestato aggiuntivo di idoneità a svolgere l’incarico nell’ambito del progetto.

Se sei uno studente maggiorenne, un docente, un consulente finanziario, un avvocato, un notaio o un commercialista, e vuoi segnalare la tua disponibilità nella tua città, scrivi a info@patrimoniefinanza.com, oppure clicca qui per compilare la scheda di contatto e comunicare l’interesse ad essere messo in contatto con l’Area Formazione di PATRIMONI&FINANZA®.

Pandemia e finanza di coppia, i piani familiari per gestire le emergenze. Suggerimenti utili

Nella famiglia i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi e, in definitiva, risparmiando.

Mai come oggi, in piena pandemia da Covid19, vale il concetto che le famiglie sono molto simili alle aziende: se non si effettua un attento controllo di gestione e di tesoreria, anche le migliori di esse vanno economicamente a gambe all’aria.

L’impatto che il Coronavirus può avere sulla sicurezza del lavoro o sulle finanze è fonte di preoccupazione per tutti, ma è anche una opportunità per le coppie di rivedere i piani di famiglia e lavorare insieme per sostenere la stabilità presente e futura.

I consigli degli esperti, in questo particolare settore che coinvolge più elementi emozionali che finanziari, convergono su alcuni suggerimenti fondamentali, dalla natura affatto scontata, la cui efficacia dipenderà moltissimo dalla propria capacità di condividere le decisioni, uscendo fuori dagli schemi – o dalla loro assenza – dettati dall’intimità coniugale e adottando un atteggiamento più distaccato, eventualmente facendosi aiutare da una figura esterna. In ogni caso, qualunque suggerimento trova il suo fondamento in alcuni principi stabiliti nel matrimonio civile. In particolare, nell’articolo Art. 143 del Codice civile si parla dei diritti e doveri reciproci dei coniugi: “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

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Nella famiglia, pertanto, i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi, esattamente come un’azienda che dedica agli acquisti un ufficio specifico. In più, nell’azienda-famiglia si coprono con il proprio lavoro diretto tutte attività (dalla cura dei figli alle faccende domestiche) che se non fossero svolte da uno dei due membri della coppia richiederebbero un esborso di denaro per assumere collaboratori esterni (colf, baby sitter etc), e quindi hanno un valore quantificabile.

Tornando ai piani familiari, per elaborarne uno veramente efficace bisogna partire dalle basi.

1) Fissare il tempo con il partner per parlare di soldi – Prima di fare qualsiasi altra cosa, la coppia dovrebbe “prendersi del tempo”, organizzando una discussione sul denaro, da soli o con un consulente finanziario. Si tratta di una conversazione seria, da affrontare preferibilmente nel fine settimana, quando si è liberi dai pensieri del proprio lavoro e non ci sono distrazioni. Infatti, le discussioni sul denaro possono essere difficili da gestire, ma in un periodo come questo c’è maggiore disponibilità per affrontare almeno i punti fondamentali: rivedere le proprie spese mensili per comprendere il loro “livello di combustione”, ossia il tasso di velocità di spesa; subito dopo, chiedersi quanti soldi mancherebbero se uno dei due perdesse il proprio lavoro o diminuisse le entrate, e come potrebbe essere gestito il periodo di transizione tra la perdita del lavoro ed il successivo reimpiego lavorativo.

Dopo aver esaminato questi punti, la coppia avrà un’idea più concreta della propria posizione finanziaria, e porre in essere le basi per parlare di prevenzione dei possibili problemi.

2) Istituire un fondo di emergenza – La creazione di un fondo di emergenza è una prima decisione che serve a risolvere il bisogno di sicurezza della coppia, anche in relazione ai figli. Gli esperti in genere raccomandano di risparmiare l’equivalente di tre-sei mesi di spese correnti mensili, quale “cuscinetto di cassa” nel caso in cui il Coronavirus continui a incidere negativamente sull’economia e, se non è ancora successo, pensare che possa influire ancora più pesantemente sull’Economia ed incidere sulla sicurezza della propria posizione lavorativa. Come regola generale, meno stabile è il lavoro, maggiore deve essere la contribuzione in un conto di semplice deposito, in modo da avere la disponibilità immediata delle somme.

3) Ridurre le spese non necessarie – Molti europei hanno già iniziato a farlo, ma è negli Stati Uniti che si è avuta la maggiore contrazione: il 52% degli adulti ha ridotto la spesa, secondo un recente sondaggio. Sarà sufficiente esaminare le spese discrezionali (es. alimenti ordinati da fuori, prodotti di marca, prodotti premium) e passare ad articoli generici fino a quando l’economia non si riprende.

4) Rivedere o stipulare la propria copertura assicurativa – Stipulare una polizza sanitaria-infortuni, oppure una di responsabilità civile diventa fondamentale in qualunque famiglia, anche perché permette di fare piani di emergenza senza accantonare quantità eccessive di denaro in conti deposito. E’ bene farsi assistere da un consulente prima di familiarizzare da autodidatta con i piani assicurativi, anche per districarsi dalle c.d. franchigie che, se da un lato diminuiscono il costo della polizza, dall’altro rischiano di vanificare lo sforzo. Se si è già titolari di un’assicurazione sulla vita, si dovrebbe uscire dalla genericità ed indicare con esattezza la persona che ha diritto a ricevere le somme in caso di premorienza.

5) Trovare un consulente finanziario – Si tratta di una regola “di chiusura”. Molte coppie, infatti, non hanno il tempo né la voglia di fare tutto da soli, e decidono di ricevere un aiuto professionale per elaborare un piano finanziario. Trovarne uno è molto semplice, ma è bene confrontarsi con almeno un paio di essi prima di decidere di affidarvi a qualcuno. Infatti, quando si assume un professionista, è fondamentale che sia non solo capace, ma che si impegni anche a mettere al primo posto gli interessi del cliente. Negli USA, per esempio, un pianificatore finanziario certificato (CFP) deve essere rigorosamente formato in 72 aree di competenza finanziaria e deve accumulare migliaia di ore di esperienza prima di guadagnare la certificazione. In Italia, i consulenti finanziari devono passare un esame difficilissimo e sono tutti “certificati” dall’appartenenza ad un Organismo Unico che vigila attentamente sul loro operato.

In generale, è meglio fare molti colloqui con un potenziale consulente, prestare particolare attenzione al suo stile di comunicazione ed alla puntualità nel rispondere alle domande, anche a quelle che sembrano superflue.

La Finanza Elementare e i suoi quattro pilastri: denaro, bisogni, obiettivi e programmazione

Non è sufficiente avere le idee chiare su bisogni e obiettivi, perchè senza una buona programmazione rischiamo di essere sempre sopraffatti dagli imprevisti. Abituarsi a programmare, ecco il segreto per gestire tutto ciò che non possiamo controllare.

Chiunque si sia trovato, nella vita, nella difficile scelta di come investire i propri risparmi, si è certamente (e inconsapevolmente) imbattuto – oltre che in una banca o in un consulente finanziario – nei c.d. tre pilastri della Finanza Elementare: mezzi (il denaro, o altro bene altamente fungibile), necessità/bisogni e obiettivi di investimento. Inoltre, a quasi tutti, sarà sfuggito che questi tre elementi sono le gambe che sorreggono, come in un tavolo ideale della nostra vita, il principio fondamentale dell’accantonamento di mezzi finanziari: “il risparmio è spesa differita nel tempo“. In pratica, risparmiare vuol dire costituire i mezzi per realizzare domani una spesa che non è possibile sostenere oggi.

Ogni tavolo che si rispetti, però, deve avere anche stabilità; pertanto alle prime tre gambe va aggiunta una quarta: la Programmazione. Infatti, possiamo avere obiettivi chiari e mezzi sufficienti per soddisfare i nostri bisogni, ma senza una buona programmazione, saremo sempre sopraffatti dagli imprevisti. Anzi, in assenza di questo elemento così importante, e senza razionalizzare tutte le sue fasi (identificazione, valutazione, formulazione, finanziamento e successiva realizzazione) persino le cose più semplici da fare ci sembreranno “straordinarie” ed “impreviste”.

Sia chiaro: gli imprevisti, quelli veri, esistono eccome, ed incidono molto sulle vicende della vita di ognuno di noi, ma se non programmiamo almeno ciò che è “programmabile”, tutto apparirà difficile, anche i compiti che svolgiamo ogni giorno.

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La capacità di programmare non è una dote innata per tutti; infatti, bisogna abituarsi a programmare, ed a farlo nel modo corretto, cioè tenendo in buon conto alcuni interrogativi:

  • quali sono i nostri bisogni,
  • quanti sono i mezzi che abbiamo a disposizione,
  • quali obiettivi vogliamo raggiungere.
  • quanto tempo occorre per soddisfare i nostri bisogni, in base ai mezzi che abbiamo a disposizione?
  • Possiamo dilazionare nel tempo gli obiettivi?
  • Quanto dobbiamo risparmiare per avere mezzi disponibili in quantità maggiore per quel dato obiettivo?…

Potremmo continuare con decine di altri interrogativi sempre più specifici, ma per comprendere immediatamente ciò di cui stiamo parlando, facciamo un esempio pratico. Ipotizziamo di voler fare un viaggio all’estero da soli o con la famiglia. Per farlo, servirà compiere una serie coordinata di azioni più o meno semplici, e più precisamente:

  •  stabilire la destinazione finale (città, regione) ed un itinerario;
  •  acquistare il biglietto dell’aereo/treno/nave;
  •  prenotare l’albergo (o più alberghi);
  •  noleggiare un’auto.

Inoltre, servirà preliminarmente:

  •  avvisare il luogo di lavoro della vostra assenza, oppure
  •  chiedere/programmare le ferie coordinandoci con i colleghi;
  •  informarsi sui luoghi più interessanti da visitare;
  •  fare una lista delle cose da portare in valigia;
  •  altre incombenze che, mentre state leggendo, già vi vengono in mente…

Pertanto, se per organizzare un viaggio è necessario lavorare per giorni svolgendo vari compiti tutti necessari (alcuni anche indispensabili, a meno che non si voglia andare all’estero a piedi), programmare, pianificare e seguire un investimento nel tempo, a maggior ragione, richiede un grandissimo impegno.

Al mondo c’è chi risparmia solo per il gusto di farlo, perché trae beneficio dal vedere un conto in banca sempre in aumento. Poi c’è chi mette da parte il denaro senza avere alcun obiettivo di spesa già individuato, ma lo fa per il “non si sa mai”. Infine, esistono i risparmiatori che programmano gli obiettivi di spesa con una certa regolarità, sebbene siano veramente pochi (per questo esistono i consulenti patrimoniali…).

Abbiamo detto che il risparmio altro non è che spesa differita nel tempo. Ebbene, la programmazione ci aiuta a definire proprio l’entità di questo differimento, che cambierà in relazione al nostro obiettivo di spesa (es. acquistare casa). Per tradurre il principio in realtà, facciamo un altro esempio: l’acquisto di un’auto a rate, tipico dei nostri tempi, se è vero che ci consente di avere subito il possesso del bene, è altrettanto vero che richiede una programmazione mensile del risparmio con il quale pagare gradualmente il suo costo complessivo. Al contrario, se abbiamo già un’automobile, ma vogliamo sostituirla tra tre anni, dobbiamo:

  •  calcolare, con una buona approssimazione, quale potrebbe essere il valore della nostra attuale macchina tra tre anni,
  •  ipotizzare quale tipo di auto ci piacerebbe acquistare tra tre anni (ad esempio, se vogliamo salire di categoria e comprarne una più confortevole oppure no),
  •  calcolare quanto dobbiamo risparmiare periodicamente per permetterci di raggiungere la somma complessiva necessaria per l’acquisto, al netto della vendita del mezzo che possediamo adesso.

Il secondo punto, a ben vedere, definisce l’obiettivo “emozionale” di spesa (“salire di livello”), ossia la motivazione più intima che ci spinge a risparmiare. In mezzo, ossia durante i tre anni, si posiziona la possibilità di investire le somme via via risparmiate, con l’obiettivo di beneficiare di un possibile rendimento ed aumentare la somma disponibile (o raggiungere in anticipo l’obiettivo, grazie al rendimento conseguito, se la nostra capacità di risparmio non ci consente di raggiungere tutta la cifra  e se il nostro consulente patrimoniale è bravo).

L’esempio che abbiamo fatto, con le dovute differenze, sarà valido anche per obiettivi ancora più impegnativi ed ambiziosi (l’acquisto dell’abitazione, per esempio), oppure per obiettivi più semplici (viaggi, vacanze etc) ma ugualmente appaganti e significativi.

In tutti i casi, la natura stessa del bene/risultato che vogliamo raggiungere tra “enne” anni ci impone di dover attuare una programmazione, perché nessun obiettivo è uguale ad un altro, e noi siamo diversi gli uni dagli altri. Pertanto, investire il proprio risparmio ricavando un rendimento, o gestire il patrimonio in maniera oculata, determina il vantaggio di procurarsi una elevata probabilità di raggiungere in anticipo gli obiettivi di spesa, o di colmare la parte di denaro che manca per poterli raggiungere senza dover aumentare l’orizzonte temporale.

Programmare – e farlo bene, in modo corretto – è quella cosa che separa la frase “…ce l’ho fatta!” da “…quanto sono sfortunato!“. Mica poco.

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Buona lettura !

Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Le scelte degli investitori non sono razionali, ma si basano quasi sempre su esperienze ed emozioni legate ad eventi passati, che non potranno ripetersi più.

Articolo di Filippo Foggetti

Nel suo libro “Nudge” (“la spinta gentile”) il Premio Nobel 2017 per l’Economia Richard H. Thaler ha voluto dimostrare che le decisioni e le scelte degli investitori non sono assolutamente razionali, ma emotive, basate cioè sulle esperienze passate e sulle emozioni e sugli errori che quelle stesse esperienze hanno generato. In termini tecnici, parliamo dei cosiddetti Bias Comportamentali, ovvero di quei giudizi che nascono dall’interpretazione delle informazioni errate di cui si è in possesso, le quali conducono a compiere errori di valutazione e ad assumere comportamenti inopportuni.

Richard H. Thaler

In campo finanziario, le scelte inconsapevoli, basate persino sul semplice sentito dire, non rivelano i loro effetti nell’immediato, bensì nel medio-lungo periodo, e possono rivelarsi molto “nocive”. La c.d. Overconfidence, per esempio, sta ad indicare una sovrastima delle informazioni e delle proprie conoscenze su un determinato mercato o titolo, e può generare problemi di grave entità come l’eccessiva concentrazione dell’investimento in un unico strumento finanziario o in un’unica categoria di strumenti che appartengono ad uno specifico settore e che, secondo opinione non qualificata, “vanno benissimo”.

L’Effetto Gregge, poi, porta un investitore ad essere tranquillizzato se viene a conoscenza che un gruppo nutrito di persone ha fatto determinate scelte di investimento.

Un altro degli errori più ricorrenti è la mancanza di diversificazione degli asset,  e la scelta conseguente di concentrare la totalità (o quasi) del proprio patrimonio in strumenti finanziari o asset di emittenti (Stati, banche o imprese) che supponiamo di conoscere bene perché si trovano in “casa nostra”, vicine a noi, e per questo ritenute più solide. In questi casi si parla di Home Bias.

Il fatto che dopo Daniel Kahneman sia stato premiato un altro psicologo (ossia Richard H. Thaler ) come premio Nobel per l’economia sembra non essere un caso. Infatti, il mondo di oggi e le sue dinamiche socio-economiche possono essere espresse  nell’acronimo VUCA (in inglese Volatility, Uncertainty, Complexity e Ambiguity). Si tratta di un mondo totalmente diverso da quello che esisteva fino a poco tempo fa, in cui volatilità, incertezza, complessità  e ambiguità dominano le scelte e le azioni conseguenti; pertanto, basare le nostre scelte su ciò che è accaduto nel passato è un errore gigantesco. Per esempio, fino ad oggi abbiamo fatto affidamento totale sul “braccio lungo” dello Stato, assistenzialista in tutti i campi della nostra vita (lavoro, salute, previdenza, tutela del risparmio ecc.); ma continuare a vivere con queste convinzioni e paradigmi di un tempo contrasterebbe, appunto, con un contesto in cui lo Stato assistenziale non esiste più già in molti campi.

LEGGI ANCHE: Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

Filippo Foggetti, Consulente Finanziario di Progetto Sim

Per tutti questi motivi il premio Nobel Thaler pone l’attenzione sull’esigenza di avere a nostro fianco una figura autorevole, credibile, competente e preparata, che sappia guidarci nelle scelte di natura economica e finanziaria grazie a quelle che lui definisce “spinte gentili”. Di conseguenza, oggi è importantissimo che il consulente finanziario sappia sostituire con decisione le decisioni “prese di pancia” con altre che tengano conto degli obiettivi e delle necessità di ciascun investitore, facendo chiarezza sui motivi che lo spingono a risparmiare, come essi si traducono in obiettivi sostenibili e quanto tempo sia necessario per raggiungerli e raccogliere i frutti. Qualunque scelta dovrebbe dare risposta unicamente alla domanda “è adatto a soddisfare i miei bisogni?” e non “quanto mi rende?” o “quando è il momento giusto?“.

Sul tema delle scelte irrazionali-emotive, uno studio recente della University of California ha appena stilato un nuovo elenco delle diverse emozioni umane, trovandone ben 27 (molte di più di quanto pensato finora dagli psicologi). Il team di autori statunitensi, in particolare, ha messo mano alla lista convenzionale che comprendeva solo 6 categorie di emozioni (ovvero felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, paura e disgusto), aggiungendone altre 21. Di conseguenza, sembra che le esperienze emotive delle persone (considerati anche nella loro veste di investitori) siano molto più complesse e più sfumate di quanto finora si pensasse.

La gestione emotiva degli imprevisti, pertanto, sembra essere la nuova competenza richiesta ai consulenti finanziari più evoluti.

 

Il Destino non esiste. Il Futuro, sì

Comprendere gli errori che hanno generato gli eventi negativi, per non ripeterli più. Ogni singolo errore ci fa “sprecare futuro”, sebbene pensiamo semplicemente di “aver perso del tempo”.

Articolo di Alessio Cardinale*

La professione di consulente finanziario patrimonialista, al netto della propria competenza e capacità di aggiornamento professionale, richiede costantemente la gestione di due elementi esterni fondamentali: le risorse (non solo patrimoniali, ma anche culturali e affettive) dei clienti, ed il tempo che essi hanno a disposizione per amministrarle.

Recentemente, mi sono ritrovato a riflettere sulle profonde differenze ed interconnessioni esistenti tra il concetto di “Tempo” e quello di “Futuro”. Voi lo avete mai fatto? Probabilmente sì, anche se (come me, prima di allora) in maniera parziale. Spesso, come ho fatto io, vi sarete soffermati a considerare i due elementi singolarmente, magari con un tocco di romanticismo. Qualcuno avrà fantasticato sui viaggi nel tempo, qualcun altro sui successi che la vita avrebbe riservato negli anni a venire. “…Il mio futuro è nella finanza...” (questo lo pensavo verso i 24; da bimbo, in pieni anni ‘70, ero certo che sarei diventato un calciatore come Rivera).

Pochi, però, ne avranno fatto un “pensiero combinato”, una riflessione, cioè, che analizzi il tempo ed il futuro all’interno di un medesimo ragionamento di ordine pratico. Mettendo in relazione le due grandezze, infatti, il piano filosofico/romantico lascia rapidamente il posto a quello di realtà, dove il Tempo è una grandezza illimitata ma suddivisibile in corrispondenza dello svolgersi di determinati fenomeni (es. la divisione in giorni, ore, minuti, secondo il moto apparente del Sole), ed il nostro Futuro, invece, pur essendo funzione del tempo e anch’esso teoricamente divisibile in varie unità di misura, è una grandezza limitata, coincidente con la nostra stessa vita ma contenente anche altri concetti (il lavoro futuro, l’amore e la famiglia che verranno, il proprio benessere, la vecchiaia, solo a titolo di esempio) non necessariamente misurabili attraverso dei numeri.

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Il Futuro, peraltro, non è facilmente quantificabile, ma è determinabile in termini probabilistici, anche facendo tesoro dell’esperienza di quanti hanno già preso la direzione che ci interessa. Certamente non potremo sapere in anticipo quale sarà l’entità esatta del nostro fatturato/stipendio, ma di sicuro sappiamo che, iniziando un certo percorso accademico o di apprendistato professionale/imprenditoriale, e riuscendo a fare ingresso in quella determinata area professionale, è molto probabile che il nostro benessere sarà ricompreso all’interno di una fascia economica che ci consente di pianificare alcune scelte importanti della vita. La differenza, poi, la farà il nostro livello di impegno e di competenza acquisita negli anni.

Dal punto di vista geometrico, il tempo è assimilabile ad una retta, ossia ad un linea/insieme di infiniti punti, mentre il futuro è un segmento (insieme di punti o linea finiti). Pertanto, sebbene retta e segmento abbiano molto in comune e tanti le confondano tra loro, esse non sono affatto uguali, ed è un errore gravissimo trattarle allo stesso modo; il rischio, infatti, non è solo quello di non capire nulla di Geometria (che già di suo non è materia simpatica…).

Pertanto, passando al piano di realtà, confondere il concetto di tempo con quello di futuro ci porta ineluttabilmente a non capire come, a causa dei nostri comportamenti sbagliati, “sprechiamo futuro”, quando invece pensiamo semplicemente di “perdere del tempo”.

Detto così, è tutto più chiaro; basta chiamare le cose con il proprio nome per comprenderne immediatamente l’importanza: il tempo non possiamo sprecarlo, perchè non ci appartiene; c’è sempre stato prima di noi e sempre ci sarà dopo di noi. Invece il Futuro, quello nostro, eccome se ci appartiene! Per cui, può essere sprecato solo da noi stessi.

In tal senso, la vita diventa un lungo percorso lastricato di colpe e “sprechi di futuro”. Dovrebbero insegnarlo ai bambini delle elementari come non sprecare futuro, ed invece ai giovanissimi non si fa altro che ripetere di non “perdere tempo”, sviando la loro attenzione dall’aspetto più essenziale. Agli adolescenti svogliati si dovrebbe gridare “…muoviti, non perdere futuro!”, quando li si vuole scrollare dalla loro pigrizia. Se non altro, l’uso ripetuto del termine al posto dell’altro (il tempo) aumenterebbe la sua familiarità gergale e susciterebbe quella sufficiente curiosità che, in molti, farebbe scattare l’indagine sul suo profondo significato.

Soprattutto, contribuirebbe a togliere di mezzo il terzo incomodo, il peggior nemico di noi tutti: il Destino.
Dicevamo che siamo noi a determinare – spesso anche inconsapevolmente – il nostro futuro. Le scelte normali che compiamo ogni giorno, o quelle importanti (es. che scuola/università frequentare, decidere di sposarci, o di mettere al mondo dei figli) che affrontiamo poche volte nella vita, contribuiscono passo dopo passo a far avverare molti degli avvenimenti che poi facciamo fatica a riconoscere come prodotto delle nostre azioni (a parte i figli, sennò è un guaio…). Di conseguenza, tendiamo a catalogare gli eventi negativi come “destino” o “sfortuna”, e quelli positivi come “merito”. Invece, anche i primi dovrebbero essere rubricati come i secondi, ma nell’opposto significato di “demerito” o, se vogliamo, di “merito negativo”. In ogni caso, non si tratta affatto di “destino”. Anzi, attribuire ad un falso concetto, privo di qualunque fondamento logico, la causa dei nostri mali, è il peggior atto di autocommiserazione e de-responsabilizzazione che potremmo commettere. E’ come mentire consapevolmente a se stessi, rimuovere dal profondo un’azione o iniziativa sbagliata da cui si è generato il problema e addossarne la colpa ad una entità del tutto astratta e indefinibile (il destino, appunto).

La conseguenza peggiore, peraltro, è quella di non comprendere mai gli errori che hanno generato gli eventi negativi, che quindi si ripeteranno nel tempo e determineranno l’evoluzione del termine “destino” – che è un termine generico e contiene potenzialmente il suo positivo – in “sfortuna” (accezione solo negativa). La tipica frase “…quanto sono stato sfortunato nella vita!..” dovrebbe essere tradotta in “…quanti errori ho fatto nella vita, e non li ho capiti!…”.

Pertanto, noi – e solo noi – siamo artefici del nostro Futuro, ed è una verità scomoda.

I principi di cui parlo in questo articolo sono validi ancor di più se applicati alla gestione del proprio patrimonio, così come nell’attività di consulenza patrimoniale, nella quale è importante dedicare del tempo alla comprensione degli errori commessi nel passato, al fine di poterli riconoscere ed evitarli in futuro.

Sbagliare il meno possibile, quella è l’unica virtù possibile. Indovinare sempre la mossa giusta da fare non è una virtù terrena.

*editore e direttore editoriale di PATRIMONI&FINANZA, consulente patrimoniale

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Buona lettura !

Addio all’età del risparmio a basso rischio: la funzione-Tempo alla guida della nuova era geologica dell’Investitore

Il crollo dello Stato Sociale e la prolungata fase di tassi negativi attribuiscono al  fattore tempo un ruolo fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, soprattutto  per i millennials.

Articolo di Ilaria Porro

Il crollo del Welfare State italiano ha dettato, negli ultimi cinque anni, un profondo cambiamento socio-economico i cui risvolti sembrano non essere ancora chiari alla quasi totalità degli ex risparmiatori del nostro Paese.

Perché “ex”?

E’ presto detto. Il c.d. “stato sociale”, e cioè l’insieme delle prestazioni che lo Stato garantisce nei settori della Scuola, della Sanità, dei Servizi Pubblici, dell’Assistenza Sociale (ed altro ancora), che per decenni ha tenuto gli italiani sotto una campana di vetro in materia di cura delle malattie, istruzione e pensione, ha trasmesso alcune abitudini finanziarie che oggi sono difficili da interrompere, soprattutto per le fasce di popolazione “over 60”. Infatti, nessuno si era preoccupato, in tutti quegli anni, di pianificare i propri obiettivi nel tempo, perché sulle tipiche emergenze della vita interveniva sempre il nostro generoso Welfare.

I consulenti (allora promotori finanziari) che parlavano di pianificazione e di investimento “a rate” per gli studi dei figli o per una pensione integrativa sembravano parlare una lingua straniera; chi proponeva polizze sanitarie per i grandi interventi chirurgici, poi, era visto come una specie di extraterrestre.

La conseguenza più grave di questo scenario è stata quella di non far capire a coloro che detenevano risparmio il valore della “funzione-Tempo”, ed in particolar modo dell’investimento di lungo periodo, perché semplicemente non ne avevano bisogno, pieni com’erano di BOT e BTP brevi con cedole al 15%.

Tutti costoro erano, appunto, quelli che una volta si chiamavano risparmiatori. E oggi, con i tassi a breve stabilmente negativi (e quelli a lungo al 2% scarso),  com’è cambiata la loro mentalità? La risposta è che non è affatto cambiata: essi sono sempre alla ricerca, come se nulla fosse successo, di un buon rendimento senza rischio né volatilità. Eppure, già da anni il Welfare State è stato drasticamente ridimensionato, e a molte delle spese per sanità, pensione e scuola dei figli ci devono pensare i millennials e (soprattutto) i patrimonials con i loro soldi faticosamente accantonati. Pertanto, anche il c.d. risparmiatore non esiste più, e chi detiene patrimoni liquidi (e non solo), anche di modesta entità, deve oggi cominciare a ragionare come un investitore dotato di grandi mezzi finanziari, dando spazio ai progetti di lungo periodo e cercando di acquisire competenze che prima erano destinate solo ai ricchi.

Il web, per fortuna, consente di ricevere già oggi un buon livello di consulenza di base, ma molto dovrà succedere nei prossimi anni. In questo nuovo scenario, l’importanza del fattore tempo diventa una componente fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, sia per i più giovani millennials (che di tempo a disposizione ne hanno un po’ di più), sia per i c.d. patrimonials (indicativamente i genitori dei millennials) cinquantenni, ed in particolar modo per quanti tra loro esercitano lavoro autonomo e dovranno affidarsi ad una cassa di previdenza per costruire l’ossatura principale della pensione.

Warren Buffet, il guru di Omaha e il più grande value investor di sempre, ha affermato in diverse occasioni che se la Borsa chiudesse per 10 anni per lui sarebbe indifferente: ”se non sei pronto a tenere un’azione per 10 anni, non tenerla nemmeno per 10 minuti”.

La prerogativa dei nuovi investitori  dovrebbe essere quella di proiettare i propri investimenti nel lungo periodo, allungando il più possibile l’orizzonte temporale, che quasi mai dovrebbe essere inferiore ai 10-15 anni. In particolare, nel 2019 il profilo finanziario di un giovane dovrebbe prevedere:

Obiettivi finanziari e previdenziali di lungo raggio → lungimirante

Propensione al risparmio → previdente

Conoscenza e accettazione del rischio → razionale

ESSERE LUNGIMIRANTI – In un investimento il tempo è l’elemento fondamentale, e potendo contare sul giusto tempo a disposizione è possibile ottenere risultati eccezionali dai propri risparmi. La regola generale, infatti, è che la pianificazione di lungo periodo consente di mettere in portafoglio strumenti migliori con lo stesso profilo di rischio. Ovvero, quanto più a lungo resta investito il capitale, tanto maggiore è il rischio che si può sostenere. Il lungo periodo, inoltre, mette al riparo dall’ansia delle decisioni prese all’improvviso e dalle mode del momento. Investire nel lungo termine consente infine di mettersi al sicuro dalle oscillazioni di breve termine, e poter investire persino sulle aziende attive nel settore Green e nei prodotti c.d. SRI (Social Responsible Investment).

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ESSERE PREVIDENTI – La generazione di coloro che ad oggi hanno una età compresa tra i 18 e i 35 anni è composta da persone con condizioni lavorative spesso precarie, oppure da chi ha già avviato una carriera lavorativa e si trova a sostenere spese sempre più elevate. Tutti costoro, viste le circostanze e la bassa capacità di risparmio, tendono a non investire e a lasciare parcheggiati i soldi sui conti correnti o nei così detti conti deposito, esponendo così il denaro alla ineluttabile erosione dell’inflazione. Infatti, negli ultimi anni il tasso di inflazione è stato mediamente pari al 2 % annuo, e ipotizzando che rimanga tale nei prossimi dieci anni 100.000 euro del 2019 varranno circa 80.000; praticamente una perdita del 20% dovuta alla decisione di non investire.

Inoltre, la maggior parte dei giovani adulti riconosce il problema legato alle future pensioni, ma solo in pochi affrontano la situazione aderendo a forme di previdenza complementare, al fine di costruire un assegno integrativo che possa affiancarsi a quello della pensione principale e mantenere un livello di vita soddisfacente quando servirà.  Peraltro, lo Stato riconosce ai sottoscrittori di questi contratti importanti forme di agevolazioni fiscali: i versamenti volontari sono deducibili fino al limite di 5.164,67 euro all’anno; ai rendimenti ottenuti viene applicata un’aliquota ridotta pari al 20% (anziché al 26%) e la pensione integrativa ottenuta viene tassata con un’aliquota agevolata massima del 15% (con una riduzione dopo il quindicesimo anno di adesione dello 0,3 % fino a raggiungere un minimo del 9%).

ESSERE RAZIONALI – Gli ex risparmiatori italiani hanno paura del comparto azionario, perché lo associano a concetti estremi di rischio, speculazione, perdita, scommessa, convincendosi che tutto questo è lontano dalle proprie attitudini e che non potrebbe che portare con sé una qualche fregatura dalla quale tenersi serenamente alla larga. Invece, il mondo azionario potrebbe rivelarsi il migliore alleato in tema di investimenti, se ben conosciuto ed utilizzato. E non si tratta di market timing (abilità nel cogliere il momento preciso in cui entrare e uscire dal mercato), ma di semplice informazione storica: sfruttando il nostro amico tempo, il mercato azionario si è dimostrato negli anni il più profittevole e sicuro.

Volete una dimostrazione? Eccola. Gli esperti di Goldman Sachs, prendendo ad esempio i risultati storici dell’indice azionario MSCI World, hanno concluso che rimanere investiti nell’intero periodo Gennaio 1999-Marzo 2019 (cioè tutti i 5281 giorni) ha permesso di realizzare più del doppio dei guadagni di chi si è lasciato sfuggire i migliori 10 giorni di mercato.

Pertanto, rimanere investiti, piuttosto che provare a scegliere il momento giusto, è un elemento fondamentale per il successo degli investimenti nel lungo termine.

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Educazione finanziaria “di genere”? No, grazie. Il confronto prevalga sulla esaltazione delle differenze

Con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono riequilibrare il benessere individuale tra i generi, senza correre il rischio di creare privilegi a beneficio di uno e a danno dell’altro?

Editoriale di Alessio Cardinale*

Uno spettro si aggira tra le istituzioni finanziarie mondiali, un po’ nascosto dietro le trame della politica internazionale (cioè quella che poi incide sull’economia reale). Questo fantasma si chiama “parità economica di genere” e,  come avrete notato soffermandovi sulla denominazione, questa manca del termine “opportunità”.

La differenza non è soltanto lessicale. Infatti, la definizione di “parità di opportunità economiche di genere” individua una società ideale dove tutti, uomini e donne, abbiano uguali strumenti per raggiungere l’eccellenza in tutti i campi, compreso quello economico: libero accesso all’educazione e alla formazione, alle professioni, ai diritti civili, uguali livelli salariali etc. In un siffatto modello sociale, ogni individuo, senza distinzione di sesso, raggiungerà livelli proporzionali all’impegno profuso e alle proprie abilità acquisite. Con il concetto di “parità economica di genere”, invece, si tenta di colmare il gap di opportunità delle donne utilizzando una sorta di “quota rosa” dell’economia, e cioè uno strumento di equilibrio esclusivamente quantitativo, deciso dall’alto, idoneo a creare una artificiale accelerazione dei processi di parificazione (quelli che, in genere, richiedono anche decenni di storia); tutto ciò a totale detrimento della meritocrazia che, in Economia e negli affari – perdonate la franchezza – vale molto più dell’attrezzatura che portiamo sotto gli abiti.

In estrema sintesi, con il primo modello, cioè quello delle opportunità economiche, si dice (in questo caso alle donne) “ti do le stesse opportunità di carriera e di ricchezza degli uomini, in base ai tuoi meriti ed al tuo impegno“; con il secondo (quello della parità economica tout court), si dice “ti dò la stessa carriera e la stessa ricchezza degli uomini“, a prescindere dalle capacità personali e solo per via dell’appartenenza al genere politicamente corretto.

A parte l’aberrazione sociale di siffatto metodo redistributivo, ci si chiede come sia possibile realizzare il secondo modello, a parità di ricchezza globale, senza sottrarne una parte a chi, tra gli individui di genere maschile, se l’è guadagnata e la detiene. 

Nonostante queste riflessioni piuttosto elementari, negli ultimi due anni, di pari passo alle benvenute (quando non realizzano odiosi privilegi) politiche sociali woman oriented, si è sviluppato un vigoroso apparato ideologico a sostegno di quello che appare invece come un pericolosissimo tentativo di forzare la mano all’Economia nei suoi fondamenti, con e le sue leggi e i suoi modelli che qualcuno vorrebbe mutare a beneficio di un solo genere.

Richiamandoci alla storia economica contemporanea, i modelli capitalistici (quelli che tutti noi studiamo all’università), prima ritenuti pressocchè immutabili, sono stati messi a dura prova dall’improvvisa evoluzione di quello cinese, il quale, in un certo senso, ha messo in crisi i dogmi macro-economici europei e americani degli anni ’80 per via del successo decretato dall’intervento diretto della politica post-maoista (l’ex modello comunista) sull’economia di stampo capitalistico. Uno tsunami, per il pensiero degli economisti, a cui il mondo si è abituato, nonostante quello cinese sia un popolo ancora soggiogato dalla dittatura di un partito e del suo segretario, dove l’arricchimento della classe imprenditoriale cinese fa rima con la compressione dei diritti umani (circa 2.500 esecuzioni capitali ogni anno in Cina) e delle libertà civili.

Ebbene, che collegamento c’è tra il modello semi-capitalistico cinese e la battaglia (silenziosa, ma ancora per poco) per la “parità di genere economica”? Uno solo: il metodo, quello che prevede un intervento incisivo della politica (e delle ideologie che la sostengono) sull’Economia mediante l’adozione di leve e meccanismi differenti da quelli tradizionalmente usati per riequilibrare le disparità sociali, ossia la politica monetaria e quella fiscale. Infatti, non è un caso che, da qualche tempo, alcune grosse istituzioni economiche come il World Economic Forum sostengono che investire sulle donne, sul loro benessere, sui loro salari, sulla loro salute e istruzione, sui servizi alle famiglie ci renderebbe tutti più ricchi.

Come non essere attratti da simili affermazioni? Nel mondo occidentale, nessuno deve poter affermare che investire sulle competenze delle donne sia una cosa sbagliata. Serve, però, capire con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono investire per riequilibrare il benessere di un solo genere, senza correre il rischio di creare privilegi a danno dell’altro. Inoltre, ci si dovrebbe chiedere se tale  principio non nasconda, da parte di alcune formazioni politiche che si auto-definiscono progressiste, l’intento di creare una “parità artificiale”, non sorretta dai necessari principi meritocratici che sono alla base dello sviluppo economico di ogni paese.

In Italia, per esempio, abbiamo già sperimentato come l’aumento, puramente quantitativo, delle donne in Parlamento, avvenuto grazie all’affermazione graduale dei principi di equità alla base delle c.d. quote rosa, non abbia determinato affatto l’attesa “elevazione qualitativa” della classe politica nazionale, ed anzi dobbiamo riconoscere che le parlamentari inserite dai partiti in occasione delle elezioni si siano rivelate, salvo pochissime eccezioni, assolutamente ininfluenti (se non anche scarsamente capaci) e poco avvezze a superare la visione partitocratica dello Stato ed a gestire bene la Cosa Pubblica, al pari della stragrande maggioranza dei parlamentari uomini.

Eppure, il World Economic Forum (molto ascoltato anche dai politici italiani) continua a propinare una sorta di “nuova ideologia” basata sul concetto che i governi guidati da donne sono più democratici, egualitari, pacifisti e meno corrotti; pensano di più all’ambiente, all’istruzione e in generale alle politiche sociali.

In buona sostanza, un insieme di luoghi comuni sconfessati dai fatti.

Secondo il WEF, inoltre, una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alla direzione di piccole e grandi imprese aumenterebbe la ricchezza di tutti, e la parità di genere sarebbe strettamente correlata al prosperare delle economie e delle società, comportando dividendi economici significativi anche in termini di PIL. A sostegno di questa tesi, Il WEF sciorina anche dei dati: la parità di genere economica potrebbe aggiungere ulteriori $ 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari a quello degli Stati Uniti, 550 miliardi ai giapponesi, 320 miliardi di dollari alla Francia, 310 miliardi al PIL alla Germania, mentre la Cina potrebbe vedere un aumento di 2,5 trilioni di dollari. Il mondo, inoltre, nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 (ossia, in un orizzonte temporale di soli 6 anni), se solo riducesse di appena il 25% il divario uomo/donna nella partecipazione economica.

Come ciò si possa verificare, a parità di PIL e di risorse, in soli 6 anni, questo il WEF non lo spiega, limitandosi a sterili enunciazioni di principio, tipiche della prevalenza di posizioni politiche ed ideologiche su quelle economiche e pratiche, sulle quali invece si reggono le fortune (e le sfortune) del mondo. Infatti, a parità di PIL e risorse, l’unico modo per realizzare gli enunciati del WEF non è quello di “affiancare” le donne agli uomini in nuovi ruoli dirigenziali all’interno del mondo imprenditoriale, bensì quella di “sostituire” la classe dirigente maschile con quella femminile. Pertanto, si tratterebbe di una politica sorretta da una ideologia chiaramente suprematista, che non tiene in nessuna considerazione i criteri meritocratici, con i quali la maggioranza delle donne invece accetta di misurarsi, e mira a scalzare le figure maschili solo in virtù del loro genere politicamente scorretto.

Una posizione inaccettabile, a ben vedere, che non ha niente a che fare con l’obiettivo di riequilibrare le possibilità di carriera delle donne (quelle meritevoli), e che mira al superamento stesso delle politiche di pari opportunità per mezzo della creazione di un privilegio assoluto dettato dall’appartenenza al genere corretto.

Il naturale portato di questa ideologia – uno dei tanti – è quello dell’ “educazione finanziaria di genere”, in base alla quale, secondo la Banca Mondiale delle Donne, è necessario ridurre il divario nell’accesso ai servizi finanziari e nell’emancipazione economica femminile. In sintesi, secondo il rapporto annuale della Women’s World Banking, non può esserci inclusione e consapevolezza di genere del proprio peso, decisionale e economico, senza un’educazione finanziaria mirata, dedicata solo al genere femminile.

Come se quello della emancipazione finanziaria sia un problema solo femminile, e non tocchi neanche i milioni di uomini privi di qualunque alfabetizzazione sui temi della finanza più elementare.

Anche in questo caso, quindi, le legittime rivendicazioni provenienti da alcuni dei più grandi paesi del mondo (Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Messico e Nigeria, dove vive oltre il 50% delle donne che non ha accesso al credito e a un conto bancario) vengono utilizzate per nascondere enunciati di principio di chiara matrice suprematista. La stessa WWB, per esempio, sostiene che se la finanza sta diventando più responsabile è merito delle donne, le quali sarebbero più propense agli investimenti sostenibili e attente ai loro effetti di lungo termine. Altri luoghi comuni, dunque, che non chiariscono affatto l’utilità di dover ripensare l’educazione finanziaria «tradizionale», quella cioè basata sullo studio degli argomenti finanziari più complessi (es. il calcolo degli interessi) senza coinvolgere necessariamente entrambi i generi a partire, per esempio, dall’età scolastica primaria e secondaria.

A meno che non si pretenda di tornare, per favorire l’educazione finanziaria di genere, alle classi separate per sesso fin dalla scuola materna.

In definitiva, istituzioni come la WWB propongono un cambio di paradigma per mezzo del raggiungimento di obiettivi di apprendimento che sembrano riservati solo alle donne: come esse possano investire, oppure usare il proprio smartphone per gestire i risparmi, le spese familiari o le attività e imprese economiche in maniera differente rispetto agli uomini.

Si tratta di un approccio che, anziché alimentare il confronto tra i generi e favorire uno scambio di competenze e valori, mira solo alla futura supremazia di un genere a discapito dell’altro. Un approccio di potere, quindi, da cui la futura Europa dei popoli deve difendersi per evitare di ricadere, dopo decenni di sostanziale pace sociale, in una strumentale ed eccessiva esaltazione delle differenze tra uomo e donna in cui, per via dell’asprezza di tale dibattito in molti ambiti della Società, si potrebbe individuare l’anticamera di nuovo antisemitismo di genere.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza