Aprile 23, 2026
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La vera bolla non è l’Intelligenza Artificiale, ma la concentrazione dei titoli del settore

Come reagirebbero i portafogli “classici” di fronte al ridimensionamento delle aspettative sull’IA? Una tecnologia rivoluzionaria non basta se il prezzo pagato per il suo futuro è troppo alto.

di Vincenzo Lana

Negli ultimi venticinque anni i mercati finanziari hanno mostrato più volte quanto possano essere fragili quando entusiasmo, narrativa e aspettative prendono il sopravvento sui fondamentali. La bolla delle dot-com del 2000 e la crisi finanziaria del 2008 restano due eventi chiave non solo per le perdite che hanno generato, ma per il modo in cui hanno cambiato il modo di investire di intere generazioni. Oggi, con l’intelligenza artificiale al centro della scena e con i mercati trainati da poche grandi aziende tecnologiche, è naturale chiedersi se stiamo assistendo a una dinamica simile o se la storia, ancora una volta, stia semplicemente facendo rima.

La bolla dot-com nacque da una rivoluzione reale: internet stava cambiando il mondo e nessuno poteva negarlo. Il problema fu che il mercato iniziò a prezzare il futuro come se fosse già presente. Bastava avere “.com” nel nome per attirare capitali, spesso senza utili, senza ricavi e senza un modello di business sostenibile. L’idea dominante era che i profitti sarebbero arrivati in seguito e che, nel frattempo, la crescita giustificasse qualsiasi valutazione. Quando diventò evidente che molte di quelle aziende non avrebbero mai trasformato la crescita in utili reali, la fiducia si dissolse rapidamente. Il Nasdaq perse oltre il 70% del suo valore e, per molti investitori, il danno più grande non fu tanto il crollo iniziale quanto il lunghissimo periodo necessario per tornare in pari. La lezione fu chiara: una tecnologia rivoluzionaria non basta se il prezzo pagato per il suo futuro è troppo alto.

La crisi del 2008 ebbe una natura completamente diversa. Non nacque dall’euforia su un settore specifico, ma da una distorsione profonda del sistema finanziario. Il credito facile, la leva eccessiva e la convinzione che il mercato immobiliare non potesse scendere crearono una struttura estremamente fragile. Quando quel meccanismo si ruppe, non furono colpite solo le azioni, ma la fiducia nel sistema nel suo complesso. A differenza del 2000, in cui la crisi colpì soprattutto la tecnologia, nel 2008 quasi tutte le asset class rischiose si muovevano nella stessa direzione. Fu una crisi sistemica, mitigata solo dall’intervento massiccio delle banche centrali. Da quel momento in poi, il concetto di diversificazione iniziò a essere visto non più come una scelta opzionale, ma come una necessità.

Arrivando ai giorni nostri, l’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio una delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni. A differenza della dot-com, però, il cuore di questa trasformazione è costituito da aziende già affermate, profittevoli e con flussi di cassa enormi. Non siamo di fronte a startup senza fondamentali, ma a colossi che forniscono infrastrutture tecnologiche essenziali. Questo rende improbabile uno scenario identico al 2000, con un collasso totale del settore tecnologico. Tuttavia, questo non elimina i rischi.

Il primo rischio è la concentrazione. Oggi una parte rilevante dei rendimenti degli indici americani e globali dipende da un numero molto ristretto di titoli legati all’IA. Quando pochi nomi guidano il mercato, basta una revisione delle aspettative per generare movimenti violenti sugli indici nel loro complesso. Il secondo rischio riguarda proprio le aspettative: si sta scontando una crescita rapida, continua e quasi priva di ostacoli, mentre nella realtà l’adozione dell’IA richiede investimenti enormi, consuma capitale e potrebbe comprimere i margini nel breve e medio periodo. Il terzo rischio è macroeconomico: a differenza del decennio passato, il contesto attuale è caratterizzato da tassi più alti, inflazione ancora presente e maggiore incertezza geopolitica. Tutti fattori che rendono il mercato meno tollerante verso valutazioni molto elevate.

In questo contesto, parlare di una possibile “bolla dell’IA” significa soprattutto interrogarsi sul livello delle valutazioni, non sulla validità della tecnologia. Uno scenario realistico non è tanto quello di un crollo sistemico come nel 2008 o di un azzeramento del settore come nel 2000, quanto piuttosto una fase di ridimensionamento, in cui i prezzi si riallineano a una crescita più sostenibile. Per alcuni indici, in particolare quelli più esposti al technology growth americano, questo potrebbe tradursi in correzioni importanti. Per altri, più diversificati, l’impatto sarebbe più contenuto ma comunque percepibile dal mercato.

Ed è proprio a questo punto che il discorso si sposta dai mercati ai portafogli. Perché, al di là delle analisi su bolle, valutazioni e scenari macro, ciò che davvero determina l’esperienza di un investitore non è il comportamento di un singolo indice, ma come il capitale è allocato. Negli ultimi anni molti portafogli hanno beneficiato di una forte esposizione all’azionario americano e alla tecnologia, ma questo stesso fattore può trasformarsi in un punto di fragilità se le aspettative sull’IA dovessero essere ridimensionate. Se questo succedesse, i principali portafogli “classici” sarebbero pronti ad affrontare un cambiamento di regime di mercato? Vediamoli uno per uno.

Portafoglio 60/40 – In caso di una correzione legata all’IA, la componente obbligazionaria può attenuare la volatilità complessiva, soprattutto se il rallentamento economico spinge le banche centrali verso politiche più accomodanti. Tuttavia, in un contesto di tassi ancora elevati, la protezione potrebbe essere meno efficace rispetto al passato, rendendo il 60/40 meno “automatico” di quanto lo sia stato per decenni.
Global 3 Asset – L’aggiunta di un terzo pilastro “stabilizzatore”, come l’oro, rende questo portafoglio più flessibile. In uno scenario di ridimensionamento delle aspettative sull’IA, questa struttura tende a limitare le perdite e a migliorare la velocità di recupero rispetto a un semplice mix azioni-obbligazioni.

Golden Butterfly – Questo portafoglio combina asset con comportamenti differenti. In una correzione dei titoli tecnologici, le componenti value, l’oro e le obbligazioni aiutano a compensare la debolezza dell’azionario growth. È uno dei portafogli che storicamente mostra drawdown più contenuti, a fronte però di rendimenti più moderati nei periodi di forte euforia.
Global Market Portfolio – Il Global Market Portfolio riflette fedelmente il mercato globale, con tutto ciò che ne consegue. La forte esposizione agli Stati Uniti e alle grandi aziende tecnologiche lo rende particolarmente sensibile a una correzione del settore IA. In caso di ridimensionamento delle valutazioni, le perdite potrebbero essere significative, pur restando coerenti con l’andamento complessivo dei mercati nel lungo periodo.

All Weather / All Season (Ray Dalio) – Progettato per funzionare in diversi regimi economici, questo portafoglio fa leva su una forte diversificazione macro. In uno scenario di incertezza o rallentamento, la componente obbligazionaria e gli asset difensivi possono compensare le perdite dell’azionario, rendendo l’andamento complessivo più stabile e prevedibile.
Permanent Portfolio – È l’esempio più estremo di diversificazione difensiva. Con azioni, obbligazioni di lungo periodo, oro e liquidità, tende a perdere poco nei momenti di stress dei mercati. In una fase di correzione legata all’IA, sarebbe probabilmente tra i portafogli più resilienti, anche se a costo di rendimenti più contenuti nei periodi di crescita sostenuta.

Guardando avanti, dopo un 2025 caratterizzato da incertezza macroeconomica, tensioni geopolitiche e mercati sempre più concentrati, il 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta nel modo di concepire l’investimento. La domanda non è tanto se l’intelligenza artificiale manterrà le sue promesse, quanto se abbia ancora senso costruire portafogli fortemente sbilanciati su un solo scenario di crescita, come è accaduto negli ultimi anni. Forse il vero tema non è prevedere lo scoppio di una bolla, ma chiedersi se non sia arrivato il momento di ripensare la diversificazione in modo più consapevole e strutturato rispetto al passato, accettando rendimenti potenzialmente meno spettacolari nel breve periodo in cambio di una maggiore capacità di attraversare qualunque fase di mercato.

“Tre respiri”: nasce il gesto anti-truffa che i consulenti finanziari possono insegnare ai clienti

Un’iniziativa contro le frodi online che colpiscono migliaia di clienti dei consulenti finanziari. Appello ai professionisti: “Dobbiamo esserci prima del clic, non dopo”.

Mentre le truffe online continuano a crescere in tutta Europa, colpendo risparmiatori, famiglie e giovani in cerca di lavoro attraverso romance scam, falso trading e finte offerte freelance, nasce “Tre Respiri“, un’iniziativa che propone un approccio radicalmente diverso alla prevenzione. Il progetto, promosso dal consulente finanziario Nicola Scambia, parte da una constatazione: l’educazione finanziaria tradizionale non basta. Le truffe non colpiscono quando manca la conoscenza, ma nel momento dell’impulso – quel clic fatto di fretta, l’ansia di perdere un’occasione, la pressione emotiva di un messaggio urgente. 

Tre respiri. Trenta secondi. Poi la scelta. Un gesto minimo, fisico, alla portata di chiunque, che interrompe l’automatismo e restituisce controllo prima di decidere. L’origine del progetto è profondamente personale, e prende vita quando una giovane familiare del promotore dell’iniziativa è rimasta vittima di una truffa mascherata da offerta di lavoro freelance. «La prima regola in finanza è semplice: mai truffare la persona sbagliata», spiega Scambia. «Dobbiamo fare in modo che ogni cittadino diventi “la persona sbagliata” per i criminali. E questo passa attraverso un gesto concreto, non solo informazioni».

Tre Respiri” è un’iniziativa nata dal basso, senza sponsor istituzionali, alimentata dalla convinzione che la prevenzione debba essere accessibile, immediata, replicabile.  Il progetto parte con due video già disponibili e si svilupperà da gennaio con contenuti dedicati alle principali truffe digitali, tradotti in 7 lingue per raggiungere comunità diverse. Il 9 dicembre si chiudono le adesioni per i consulenti finanziari che vogliono registrare il proprio “respiro” e unirsi all’iniziativa. «Il nostro lavoro non finisce nel portafoglio del cliente», afferma Scambia. «Dobbiamo esserci prima del clic, non dopo. Se quella fiducia viene tradita da un criminale, perdiamo tutti. Prima di tutto, perde il cliente».

Nicola Scambia

L’invito è esteso anche a chi vuole creare un “respiro” nella propria lingua madre, moltiplicando la portata del messaggio. Un gesto contro velocità, distrazione ed emotività. “Tre Respiri” non è una campagna educativa tradizionale. È un gesto fisico, ripetibile, pensato per neutralizzare ciò che le truffe sfruttano meglio: la velocità della decisione, la distrazione, l’emotività del momento. Una piccola pausa. Un secondo in più. Può bastare per evitare danni enormi. 
PER INFORMAZIONI E ADESIONI:
Email jackfly@jackfly.net

Clienti Private Banking, dal prodotto al servizio: preferire la consulenza evoluta a quella di base

La maggioranza del patrimonio del Private Banking è ancora gestita dai mandati di consulenza di base, e solo il 22% delle masse è gestito con tutti i vantaggi del modello di consulenza evoluta.

Di Francesco Megna*

La ricchezza gestita dal Private Banking nei primi sei mesi dl 2025 è cresciuta del 2,5% rispetto allo scorso anno con masse in gestione pari a oltre 1300 mld di euro; in costante crescita il peso dei prodotti assicurativi e del comparto gestito che nell’ultimo trimestre hanno raggiunto complessivamente il 60% della ricchezza totale gestita. L’incremento  della quota di raccolta gestita è supportato fondamentalmente dai fondi comuni che nell’ultimo trimestre crescono di circa il 4%, nonchè dall’effetto mercato.

Per i clienti del private banking, cioè gli investitori che hanno patrimoni finanziari di oltre 500mila euro, i prossimi mesi rappresenteranno un punto di svolta non indifferente. Da quattro anni è entrata in vigore la direttiva europea Mifid 2 che ha l’obiettivo di veder crescere una forma di advisory più evoluta attraverso una maggiore trasparenza nel settore dei servizi finanziari, valorizzando proprio le attività di consulenza che le banche offrono ai clienti quando gestiscono i loro patrimoni. Ad oggi però solo il 22% delle masse è gestito con un modello di consulenza evoluta. Una quota del 18% è invece amministrata attraverso le gestioni patrimoniali. La maggioranza del patrimonio (50% circa) è invece ancora gestita dai cosiddetti  mandati di consulenza di base, con i quali i gestori danno dei consigli generici al cliente su come amministrare il patrimonio.

Eppure i vantaggi di un modello di  consulenza evoluta sono molteplici, perchè questo consente di passare da una logica di prodotto ad una di servizio, favorendo la crescita del portafoglio clienti e promuovendo anche un investimento sempre più dinamico a sostegno dello sviluppo economico del Paese. Si consideri poi che la quota di ricchezza investita nella c.d. architettura aperta (distribuzione di fondi/sicav di case terze, oltre a quelli della propria fabbrica-prodotto) risulta ridotta se confrontata coi Paese esteri (50% contro il 70% dei Paesi Europei più evoluti). Occorre quindi che tutti gli intermediari finanziari mettano a disposizione dei loro clienti una vasta gamma di prodotti di investimento, nonostante le preoccupazioni dovute alla normativa della Mifid 2 che potrebbe rendere più oneroso l’iter procedurale.

Su tutto, chi oggi opera nel settore del Private Banking deve affrontare numerose sfide, dal cambiamento generazionale della clientela alle nuove opportunità offerte dalla tecnologia di ampliare il numero di clienti seguiti dal singolo gestore. Inoltre, le frequenti fasi di volatilità dei mercati finanziari hanno rafforzato la volontà dei clienti di preservare e ottimizzare il proprio patrimonio. Questa è una caratteristica propria del cliente imprenditore, che è particolarmente attento alla protezione del proprio patrimonio anche in relazione alle dinamiche della propria attività imprenditoriale. Per questo motivo, l’offerta cerca sempre di guardare al cliente a 360°.

Francesco Megna

Infine, l’innovazione tecnologica sta infine  in parte cambiando il lavoro del private banker; il cliente ha iniziato a utilizzare i canali a disposizione per entrare in contatto con la banca, come per esempio le app. Il maggior utilizzo delle tecnologie faciliterà l’interazione con il cliente consentendo al banker di dedicare più tempo alle attività a maggior valore aggiunto per i clienti attuali e potenziali. Relativamente alla clientela femminile, negli ultimi anni le investitrici sono più che raddoppiate, e privilegiano la sfera relazionale chiedendo la presenza di un consulente che sappia dare soluzioni tangibili. Hanno aspettative molto alte e quindi solo un’offerta specifica e dedicata potrà soddisfare le loro richieste.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

Investire in tempo di guerra: via le emozioni e largo ad un approccio di medio-lungo termine

Quali strategie adottare e quali strumenti finanziari scegliere in tempi di guerra? Ecco come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità generata da una crisi geopolitica estesa.

Di Francesco Megna, responsabile commerciale banca primaria ed esperto di finanza ed economia 

I conflitti mondiali in corso e la crisi geopolitica che ne è conseguita stanno generando ricadute anche nei mercati finanziari. È opinione comune che, in tempi di crisi e di incertezza, sia meglio accantonare il denaro non speso e non prendere decisioni di investimento, ma questa condotta può rivelarsi deleteria: il capitale parcheggiato sui conti correnti, infatti, tende a svalutarsi considerevolmente per effetto dell’inflazione. Investire anche in tempo di guerra, pertanto, potrebbe  essere la scelta più opportuna. É però importante comprendere come orientare i propri investimenti in momenti particolarmente complicati, e soprattutto quali strategie adottare, quali strumenti finanziari scegliere e come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità.

Per acquisire maggiore consapevolezza e far prevalere la razionalità sulle emozioni irrazionali (che molto spesso dominano le scelte di investimento e causano errori vistosi), è bene rispondere ad una domanda: qual è l’impatto della guerra sui mercati finanziari? La storia insegna che nel breve termine i conflitti mondiali hanno conseguenze decisamente negative sugli investimenti, lasciando il posto però a recuperi rapidissimi. Ciò vuol dire che, se si guarda al denaro con un orizzonte temporale almeno di medio termine, l’impatto di una guerra non è rilevante sui rendimenti. Se prendiamo in considerazione la guerra in Ucraina, dal 23.2.2022 l’andamento dei principali listini globali vede l’indice DJ + 38% , il Nasdaq + 71%, il FTSE MIB + 63%, Londra + 22%, il Dax + 59%, Parigi + 15% la Cina -2%, Tokyo +69%. Se poi prendiamo in considerazione le due Guerre Mondiali e la guerra in Vietnam scopriamo che il DJ riportò un decisa caduta iniziale (-30% circa), ma registrò poi rialzi importanti, in media del +8% circa, subito dopo.

Se ipotizziamo di aver investito 10.000 dollari nello S&P 500 tra il 2003 ed il 2022, a fine ventennio avremmo ottenuto 65.000 dollari, cioè circa sei volte l’investimento di partenza. E durante questi 20 anni è successo di tutto (pandemia compresa). Chi si è fatto sopraffare dalla paura, tentando di anticipare i mercati finanziari vendendo prima di un ribasso e acquistando prima di un rialzo, si è perso dieci dei migliori giorni di performance successivi al conflitto e ha realizzato, nello stesso ventennio, poco meno di 30.000 dollari, ossia meno della metà di chi non si è fatto prendere dal panico e non ha toccato gli investimenti.

Normalmente, lo scoppio di un conflitto armato genera aumento dell’inflazione, deprezzamento della moneta e bruschi cali di borsa, nonché un andamento negativo anche per dollaro e materie prime. In questi periodi, tradizionalmente, c’è chi investe in titoli della difesa o sui cosiddetti beni rifugio, come l’oro. Tuttavia, la strategia vincente per tutelarsi dalla volatilità prevede di avere un approccio a medio-lungo termine, di rimanere coerenti con i programmi e la pianificazione di partenza e di non lasciarsi sopraffare dalla irrequietezza dei mercati. Certamente potrebbe essere opportuno, in queste fasi di turbolenza dei mercati, investire in oro – tipico bene rifugio decorrelato dall’andamento di azioni e obbligazioni e non dipendente da eventi politici – ma non solo. Gli ETF, per esempio, sono uno strumento di risparmio gestito molto valido poichè replicano specifici indici di Borsa, sono poco rischiosi e assicurano rendimenti interessanti nel tempo grazie anche al minore carico di commissioni di gestione.

La regola d’oro, anche (e soprattutto) in tempi di guerra, rimane quella di avere un portafoglio di investimenti ben diversificati nell’ambito delle asset class prescelte e ben bilanciato, mantenendo immutati i propri obiettivi di investimento nel medio-lungo periodo e adottando una strategia di investimento che diversifica le asset class e gli stili di gestione per bilanciare rischio e rendimento. Con la diversificazione, infatti, ci si adatta rapidamente ai cicli di mercato, si contiene la volatilità del portafoglio complessivo e si incrementano le probabilità di ottenere risultati soddisfacenti dai propri investimenti.

Con la giusta guida, inoltre, è utile monitorare gli eventi e adeguare il portafoglio di conseguenza, al fine di cogliere le opportunità in arrivo. Per fare ciò è importante avere a disposizione una discreta liquidità, in modo tale da essere “reattivi” e cogliere le opportunità di mercato, oppure far fronte ad emergenze (familiari, personali, professionali etc) durante i momenti critici, in cui gli investimenti valgono di meno e non conviene dismetterli neanche parzialmente. Anche investire in Titoli di Stato emessi da paesi solidi è considerata una buona strategia durante le crisi, sebbene il rendimento atteso sia piuttosto modesto: vanno evitate le scadenze lunghe per evitare la volatilità del titolo.

Francesco Megna

Un altro strumento da utilizzare in tempi di guerra e di grande volatilità sono i piani di accumulo in risparmio gestito (fondi e sicav), che consentono di mitigare le oscillazioni dei mercati, e approfittare dei ribassi improvvisi grazie al meccanismo dei versamenti automatici dal conto corrente. In pratica, i PAC (programmi di accumulo di capitale) consentono di investire a piccole somme mensili anche nei periodi peggiori di mercato (come quelli successivi allo scoppio di un conflitto armato), permettendo di accumulare a quotazioni sensibilmente più basse quelle quote di fondi azionari che, dopo la fase più acuta di una crisi geopolitica, recuperano valore velocemente e consentono di realizzare plusvalenze molto prima di un investimento effettuato in unica soluzione. 

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con Banking People 

Boom delle criptovalute fra i giovani. Fra azzardo e investimento, serve maggiore cultura finanziaria

La moda delle criptovalute è in forte crescita, ma manca l’educazione finanziaria di base. I giovanissimi investitori rischiano di bruciare i propri soldi ancora prima di sapere come investirli.

Di Elena Raffone*

Tra il 2022 e il 2024, secondo il Comunicato Consob del 30 luglio 2024, la percentuale di famiglie italiane che detiene criptovalute è salita dal 8% al 18%. Un trend alimentato dalla diffusione di app come Binance e dall’influenza crescente dei social. L’indagine, inoltre, evidenzia che il 58% dei giovani tra 18 e 34 anni usa i social media per informarsi sui propri investimenti, superando carta stampata e web. Il vero problema, tuttavia, rimane la scarsa educazione finanziaria dei giovani italiani. Infatti, mentre una indagine di Wired Italia rivela che il 36% degli italiani si informa sui social per decidere gli investimenti (contro il 34% che usa carta stampata), il PISA 2022 dell’OCSE ci dice che solo il 9% dei giovanissimi italiani sa cosa sia l’interesse composto, mentre solo il 14% conosce concetti come diversificazione o cambio valuta.

Nonostante l’importanza crescente della cultura finanziaria nella vita quotidiana, in Italia manca ancora un percorso obbligatorio e strutturato di educazione finanziaria nelle scuole. Sebbene il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) abbia inserito tra le sue priorità l’alfabetizzazione economico-finanziaria, l’insegnamento rimane per lo più frammentario e affidato a iniziative volontarie o progetti extra-curricolari. Ad oggi, non esiste dunque un obbligo formale che garantisca a tutti gli studenti italiani un’educazione finanziaria sistematica e continua.

Questo gap si riflette nelle competenze rilevate dalle indagini OCSE-PISA, secondo le quali i ragazzi italiani risultano tra i meno preparati in Europa su temi quali gestione del denaro, rischio e strumenti finanziari. E così, senza una formazione coerente e diffusa, i giovani restano esposti a rischi elevati quando si avvicinano autonomamente a strumenti complessi come le criptovalute, aumentando il pericolo di investimenti impulsivi e perdite significative. Infatti, oggi le criptovalute sono viste come la via più facile per ottenere un’entrata veloce. Spesso vengono associate all’idea di guadagni facili, quasi automatici, da raggiungere con poco impegno, pochi click e senza un reale lavoro dietro; nella maggior parte dei casi, tuttavia, la realtà è totalmente opposta: dal punto di vista finanziario, le criptovalute sono asset altamente speculativi, lontani dalla stabilità di strumenti tradizionali come azioni blue-chip, obbligazioni governative o fondi indicizzati. In più, il mercato delle criptovalute è spesso guidato da manipolazioni, rumors e da hype (grande clamore e interesse su indici o strumenti finanziariche potrebbe non essere basato su fondamenta solide, ndr), più che da fondamentali economici reali. Questo lo rende adatto solo a chi ha una propensione al rischio altissima e a chi può permettersi di perdere tutto il capitale investito.

Le criptovalute, in questo momento storico, non sono uno strumento per costruire ricchezza stabile e duratura, ma qualcosa di simile ad un gioco d’azzardo mascherato da investimento. La loro estrema volatilità, la mancanza di regolamentazione chiara e la diffusione di pratiche speculative come l’uso della leva finanziaria rendono questi asset particolarmente rischiosi. Le principali criptovalute, per quanto popolari e apparentemente promettenti, si confermano strumenti estremamente instabili, dominati da fattori speculativi più che da logiche economiche strutturate. Prendendo come riferimento i dati aggiornati a luglio 2025, Bitcoin (BTC), il principale asset digitale per capitalizzazione, ha mostrato una volatilità estrema: dai 40.000€ circa di inizio 2024, è salito fino ai 100.000€ circa a gennaio del 2025, per poi ritracciare bruscamente sotto i 73.000€ nel giro di poche settimane (12 aprile 2025), complice l’inasprimento normativo da parte della SEC statunitense e alcune dichiarazioni restrittive della BCE sul trattamento fiscale delle criptovalute.

Ethereum (ETH), che oggi ha una quotazione di circa 2.500€, ha seguito una traiettoria di crescita significativa, passando da un valore intorno a 2.050€ di gennaio 2024 a un picco di 3.700€ di dicembre 2024, per poi crollare vertiginosamente a 1.365€ ad aprile 2025. In mezzo, nel periodo successivo all’implementazione dell’aggiornamento tecnico noto come “Verkle Trees”, volto a migliorare l’efficienza dello storage e la scalabilità della rete, si sono registrati alcuni disguidi temporanei nei tempi di finalizzazione dei blocchi che hanno contribuito a una perdita di circa il 22% del valore di ETH in meno di dieci giorni, in un contesto di mercato già caratterizzato da elevata volatilità. Ancora più drastico il caso di Solana (SOL) – che oggi quota a circa 160€ – spesso promossa nei canali social come “la crypto della Gen Z”. Dopo essere salita da 92€ (gennaio 2024) a 252€ (gennaio 2025), è scesa a 105€ ad aprile 2025. Durante questo intervallo, in particolare, Solana ha subito un crollo del 38% in sole 72 ore a seguito di un bug che ha paralizzato la rete per 16 ore e dopo l’annuncio di una vendita massiva da parte di un venture fund, dimostrando così che il mondo delle criptovalute è caratterizzato da una volatilità elevatissima.

Questi movimenti non sono anomalie, ma parte integrante della struttura del mercato delle criptovalute. A differenza degli asset tradizionali – che sono legati a bilanci, utili, tassi d’interesse o politiche fiscali – le criptovalute reagiscono in modo amplificato a fattori emotivi, geopolitici o mediatici. In questo contesto, anche un tweet virale, un’intervista di un banchiere centrale o il semplice rumor di un ban da parte di un governo può generare oscillazioni giornaliere del 10-20%. Nonostante ciò, sempre più giovani decidono di esporsi a questi strumenti con strumenti ad alta leva finanziaria, cioè investendo una cifra molto superiore rispetto al capitale reale, grazie a fondi presi in prestito dalla piattaforma. Una leva 10x, ad esempio, permette di movimentare 1.000€ con soli 100€ di margine, ma basta un calo del 10% del valore dell’asset per bruciare completamente l’intera posizione.

In un ambiente così volatile, l’uso della leva finanziaria dovrebbe essere riservato a trader altamente esperti, dotati di strumenti professionali di gestione del rischio, stop-loss dinamici e strategie di hedging. Eppure, molte piattaforme crypto propongono la leva in modo quasi ludico: con un’interfaccia “gamificata”, colori accattivanti e pulsanti come “Long Now” o “Buy with 20x Leverage”, dando l’illusione che basti indovinare il momento giusto per ottenere guadagni vertiginosi. Il risultato? In moltissimi casi, la leva diventa una trappola psicologica, che porta gli utenti inesperti a sovraesporsi, ad aumentare le puntate dopo ogni perdita, e a inseguire una logica da “all-in” simile a quella del gioco d’azzardo. Il rischio di perdere tutto in poche ore non è un’eccezione, ma una dinamica ricorrente nel day trading crypto privo di preparazione.

Peraltro, le criptovalute sono spesso promosse da influencer sui social, che vendono corsi di formazione costosi e promettono guadagni facili e veloci. Tuttavia, molti di questi corsi si rivelano poco più che trappole commerciali, con contenuti superficiali o addirittura ingannevoli, finalizzati a far spendere soldi agli utenti senza garantire una reale preparazione. Questo fenomeno contribuisce ad alimentare un mercato di disinformazione che espone i giovani a rischi ancora maggiori. Il settore crypto è infatti terreno fertile per scam e frodi, dove malintenzionati approfittano della scarsa conoscenza diffusa per proporre schemi piramidali, false ICO (Initial Coin Offering) o token senza alcun valore reale.

Per questi motivi, le criptovalute sono strumenti da considerarsi esclusivamente per investitori esperti, che hanno una solida preparazione finanziaria e sono in grado di valutare i rischi di portafoglio associati a un mercato estremamente volatile e poco trasparente. Un portafoglio ben costruito, invece, prevede la distribuzione del capitale su diverse tipologie di asset – come azioni stabili (blue-chip), obbligazioni governative, fondi indicizzati e solo in misura molto limitata strumenti ad alta volatilità come le criptovalute. Questo approccio consente di bilanciare rischio e rendimento, riducendo la probabilità di perdite gravi. Senza questa preparazione, esporsi a investimenti in crypto equivale a scommettere senza conoscere le regole del gioco. L’educazione finanziaria diventa quindi cruciale: solo con una formazione approfondita e critica si possono evitare scelte impulsive e pericolose. In assenza di questa, il rischio di perdite importanti e di cadere vittima di truffe è altissimo.

In un contesto dove molti giovani puntano tutto sulle criptovalute, spesso affidandosi a consigli su TikTok o corsi a pagamento proposti da influencer privi di competenze reali, manca una visione più ampia e strutturata della gestione del denaro. Le criptovalute vengono trattate come l’unico canale di investimento possibile, ignorando completamente il concetto chiave di portafoglio finanziario diversificato, che rappresenta la base di ogni strategia seria e sostenibile. E così, in assenza di una base solida, le criptovalute non diventano uno strumento di crescita, ma un errore di allocazione che può compromettere l’intero risparmio personale. In una logica di lungo periodo, esporsi in modo eccessivo a un asset così instabile e poco regolamentato senza alcuna strategia complessiva non è solo imprudente, ma anche finanziariamente insostenibile.

* Studentessa di Economia presso John Cabot University e giornalista abilitato

I soldi non fanno la felicità? Il work-life balance priorità assoluta per il benessere sul lavoro

Un cambio di rotta irreversibile per i più giovani: la ricchezza scivola in fondo alla classifica delle priorità dei lavoratori. Ecco i valori che contano davvero per gli italiani.

Negli ultimi anni le priorità dei lavoratori sono profondamente cambiate, spostando l’attenzione dalla retribuzione al benessere e all’equilibrio tra vita privata e lavoro. A confermare questo cambio di rotta è The Guardian, secondo cui il 74% dei giovani della Generazione Z mette al primo posto il work-life balance. Un trend confermato anche dall’8° Rapporto Eudaimon-Censis, che colloca a sorpresa la ricchezza tra gli ultimi valori associati benessere: essa è un priorità solo per il 9% degli italiani, 8° posto nella speciale classifica. 

Il mondo evolve e, di pari passo con esso, anche la società così come le priorità individuali: se per anni il successo professionale è stato misurato attraverso il denaro e il prestigio, oggi qualcosa sta cambiando. Il lavoro non è più solo un mezzo per accumulare ricchezza, ma un elemento centrale dell’equilibrio personale, da costruire su misura delle proprie esigenze. I lavoratori non cercano solo stipendi competitivi, ma un equilibrio tra vita professionale e privata, benessere olistico e tempo da dedicare a se stessi e ai propri affetti. Un cambiamento che riflette un nuovo sentiment non solo italiano, ma addirittura globale: il benessere sul posto di lavoro conta più della semplice retribuzione.

Secondo lo studio del The Guardian, il 74% degli appartenenti alla Generazione Z mette al primo posto un sano equilibrio tra vita privata e lavorativa, mentre solo il 68% considera la retribuzione come una priorità. Un segnale chiaro di come, nonostante l’odierna incertezza economica, il benessere personale stia progressivamente superando il peso dello stipendio nelle scelte professionali. Pertanto, mentre la ricchezza si posiziona ormai terzultima tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori, è il benessere fisico e mentale il fattore che raggiunge la vetta della classifica (63,3%), seguito dalla tranquillità (41,3%) e subito dopo dall’equilibrio (36,2%). La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consapevolezza di sé e il benessere psicologico, come dimostra il 30% degli intervistati.

Secondo Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, “non si tratta di una moda passeggera, ma di un chiaro sintomo di una ben più profonda trasformazione culturale, in cui il benessere diventa un criterio guida nelle scelte di carriera. Per le aziende, non è più un’opzione ma un impegno concreto. Il welfare aziendale, se ben progettato, è la risposta più efficace a queste nuove esigenze. Di fronte a questo scenario, le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze dei lavoratori e ripensare il concetto stesso di welfare: non più pacchetti standardizzati, ma percorsi personalizzati, in grado di rispondere alle diverse necessità. Perché oggi, più che mai, il vero valore del lavoro non si misura solo in busta paga, ma dalla qualità della vita che è in grado di garantire”.

Ecco quali sono oggi le priorità dei lavoratori secondo l’8° Rapporto Eudaimon-Censis. Innanzitutto, per il 63% dei dipendenti la salute occupa il primo posto: in misura equivalente sia fisica, sia mentale. Il benessere psicofisico, infatti, rappresenta un valore fondamentale per coloro che desiderano adottare uno stile di vita sano. Il 42% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere lavorativo alla tranquillità, intesa come un ambiente collaborativo e privo di stress, che favorirebbe una maggiore concentrazione e una gestione più serena delle sfide quotidiane, professionali e non. Il 34% delle persone, poi, sceglie l’equilibrio come emblema di benessere individuale. Quest’ultimo, visto come la capacità di bilanciare in modo armonioso gli aspetti della vita privata e lavorativa, è considerato cruciale per evitare il sovraccarico emotivo. Ancora, la cura del proprio corpo occupa un posto importante. Infatti, il 30% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere al tempo dedicato a prendersi cura di sé, ovvero la capacità di ritagliare del tempo all’interno della routine per dedicarsi alla cura del proprio corpo e della propria mente.

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La famiglia viene associata al benessere dal 26,5% delle persone coinvolte nell’indagine, ed è considerata una fonte fondamentale di supporto emotivo e stabilità. Il legame familiare è visto come essenziale per creare un ambiente di sicurezza e affetto, che contribuisce al benessere individuale e alla serenità generale. La sicurezza sul lavoro, invece, viene scelta dal 20% dei dipendenti, considerata da questi un elemento chiave. Questo riflette quanto sia fondamentale per le aziende garantire un ambiente lavorativo stabile e protetto, che contribuisce all’equilibrio psicofisico e alla tranquillità individuale. Per l’11% delle persone intervistate, inoltre, il benessere è legato alla consapevolezza di sé, o mindfulness. Questa pratica non solo favorisce una maggiore sicurezza nelle proprie scelte quotidiane, ma aiuta anche a gestire meglio le sfide lavorative. Essere consapevoli di sé permette di creare opportunità, intrattenere rapporti più sani e vivere ogni momento con una visione più chiara della vita.

Infine il sorprendente dato sulla ricchezza, scelta come simbolo del benessere solamente dal 9% delle persone intervistate. Questo risultato dimostra come, pur riconoscendo l’importanza della stabilità economica, la ricchezza non sia più considerata un valore centrale la qualità della vita individuale, lasciando spazio ad altri fattori legati alla sfera personale e relazionale. Per l’8% delle persone intervistate, il benessere è strettamente legato alla percezione del futuro. Avere una visione chiara e positiva del domani conferisce sicurezza, motiva ad affrontare le sfide quotidiane e permette di orientarsi verso opportunità, creando una base solida per una vita soddisfacente e realizzata. A seguire, anche il divertimento scende parecchio nella scala delle priorità, prediletto solo dal 4,5% degli intervistati. Questo evidenzia come, seppur apprezzato, il divertimento non venga percepito come un valore fondamentale per il benessere, rispetto ad altri aspetti più significativi della vita quotidiana dei lavoratori odierni.

Vivere in Canada, il paese della lunga stagione fredda e delle opportunità. A 6 ore in auto da New York

A poche ore di auto da New York e dall’America propriamente detta, il Canada vanta un’economia robusta che attira numerosi lavoratori stranieri per vie delle sue concrete opportunità.

di Marco d’Avenia

Gli italiani “scoprirono” il fascino del Canada in occasione del Festival di Sanremo del 1957, che battezzò il tormentone intergenerazionale “La Casetta in Canada”. Oggi, sebbene quel motivetto tanto caro ai “boomers” stia lentamente sparendo dal gergo comune, il grande paese esplorato da Jaques Cartier nel 1535 – il cui nome nacque dalla errata traduzione del vocabolo “Kanata”, cioè “villaggio”, secondo la lingua parlata dalla tribù degli indiani Irochesi – non ha mai smesso di affascinare per il suo stile di vita tranquillo, prospero e ricco di storia. Basti pensare che, a seconda della provincia in cui si vive, si parlano due lingue ufficiali, inglese e francese, fin da quando le due rispettive comunità si stabilirono in quei territori prosperando nei secoli successivi.

Il Canada non è noto soltanto per i suoi paesaggi mozzafiato e per la lunga stagione fredda (da Ottobre a Maggio, con punte di -25 gradi), ma anche per le opportunità che riserva a chi decide di viverci per lungo tempo. Infatti il paese a nord degli Stati Uniti, a pochi chilometri da New York (Da Montreal circa 6 ore di auto) e dall’America propriamente detta, vanta un’economia robusta e dinamica che attira numerosi lavoratori stranieri. Secondo StatisticsCanada.ca, il PIL reale del paese è aumentato dello 0,4% nel marzo 2024, mentre il reddito lordo disponibile dei canadesi è rimasto stabile. L’occupazione ha visto un incremento di 27mila lavoratori part-time, con una crescita significativa nei settori della socio-assistenza, della finanza e dell’immobiliare. Questi dati sottolineano la solidità dell’economia canadese e l’ampia gamma di opportunità professionali disponibili.

Relativamente ai permessi di lavoro per stranieri, con l’Innovation Stream Pilot il Canada ha rivoluzionato le tradizionali procedure di immigrazione, ed ha semplificato il reclutamento di lavoratori stranieri altamente qualificati (international skilled workers), spingendo il Paese nordamericano verso un futuro caratterizzato da innovazione e crescita. Questo monumentale cambiamento velocizza il processo di assunzione, consentendo alle aziende canadesi di assumere rapidamente talenti di alto livello da tutto il mondo senza gli ostacoli burocratici del passato. Il processo di candidatura è stato meticolosamente elaborato per efficienza e facilità d’uso. Dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro qualificante, i candidati possono inviare senza problemi le loro candidature tramite la piattaforma sicura IRCC, garantendo una transizione fluida nella forza lavoro canadese.

Per gli italiani che considerano un trasferimento in Canada, i costi del viaggio sono piuttosto accessibili. Ad esempio, un volo da Roma Fiumicino a Vancouver costa circa 360 euro, mentre da Milano Malpensa il prezzo sale a 426 euro. Da Palermo, un volo per Vancouver costa 445 euro. Una volta giunti in Canada, il costo degli affitti è un aspetto cruciale da considerare. Le città più costose, che offrono anche le maggiori opportunità lavorative, includono Vancouver, Burnaby, Toronto, Montreal, Mississauga e North York. Secondo Rentals.ca, una casa con una camera da letto costa mediamente 1.929 dollari canadesi al mese (circa 1.307 euro), mentre un intero appartamento con una camera da letto si affitta per 2.112 dollari canadesi al mese (circa 1.432 euro). Questi prezzi riflettono il costo della vita nelle principali città, ma sono bilanciati dalle opportunità professionali offerte e al reddito medio (superiore a quello italiano).

Per quanto riguarda la retribuzione, i dati di StatisticsCanada.ca aggiornati a giugno 2024 mostrano che i salari variano a seconda del settore. Un operaio manifatturiero guadagna 25,71 dollari canadesi all’ora, un magazziniere 28,32 dollari canadesi all’ora, un operatore socio-sanitario 29,72 dollari canadesi all’ora, mentre nel settore della ristorazione e ospitalità il salario medio è di 18,78 dollari canadesi all’ora. La pressione fiscale in Canada è moderata: secondo PwC, per un reddito annuale da 0 a 55,8 mila dollari canadesi, l’imposta è del 15%, che sale al 20,5% per redditi da 55,8 mila a 111,7 mila dollari canadesi, fino a raggiungere il 33% per redditi superiori a 246,7 mila dollari canadesi.

Le spese fisse quotidiane includono i trasporti e le bollette. Secondo ToDoCanada.com, un abbonamento mensile per i trasporti pubblici a Toronto costa 156 dollari canadesi (circa 106 euro), a Calgary 112 dollari, a Winnipeg 107 dollari e a Vancouver 102 dollari. StatisticsCanada.ca riporta che, nel 2021, la bolletta della luce, il carburante e l’acqua costano in media 2737 dollari canadesi all’anno (1.287 euro circa). Per i servizi sanitari si spendono 2.776 dollari canadesi annui (1.853 euro), mentre per il cibo si spende quasi 9 mila dollari canadesi all’anno (6.000 euro circa). Questi costi sono da tenere in considerazione per una pianificazione finanziaria accurata. Tutto questo per una sola persona. Infine, le spese extra come l’intrattenimento e le attività sociali rappresentano una parte importante della vita quotidiana. Un biglietto per il cinema costa circa 10 dollari canadesi (circa 7 euro), una pinta di birra 8 dollari (5,3 euro), una cena per due in un ristorante di qualità media 100 dollari (67 euro) e una serata in discoteca può costare tra i 15 e i 30 dollari canadesi (10-20 euro). Questi costi variano a seconda dello stile di vita, ma complessivamente il Canada offre un buon rapporto qualità-prezzo.

In conclusione, trasferirsi in Canada può rappresentare una scelta vantaggiosa per molti italiani. A differenza degli Stati Uniti, infatti, i redditi più elevati rispetto all’Italia sono rapportati ad un costo della vita molto più basso rispetto agli USA e del tutto simile a quello italiano. Il paese, poi, offre un’economia stabile, numerose opportunità lavorative, salari competitivi e un’alta qualità della vita. Nonostante i costi di affitto e le spese quotidiane possano essere mediamente più elevati rispetto al nostro Paese, le retribuzioni e la qualità dei servizi pubblici compensano ampiamente queste spese. Per chi cerca nuove opportunità e una vita dinamica, il Canada è una destinazione che merita di essere presa in considerazione.

Turismo e tassi di cambio vantaggiosi: le destinazioni extra-UE più gettonate per l’estate 2024

Analisi di Ebury, fintech specializzata in gestione del rischio di cambio e pagamenti internazionali. Nonostante l’inflazione che incide sui programmi di viaggio, il budget medio cresce.

Nonostante siamo già a Luglio, sono ancora molti i turisti italiani che si trovano a pianificare le proprie vacanze. Sebbene il contesto geopolitico ed economico risulti complesso negli ultimi tempi, la domanda per i viaggi resta comunque elevata, come evidenziato da Europ Assistance nella ventitreesima edizione dell’Holiday Barometer. Secondo tale report, l’80% degli italiani si dichiara felice o molto felice di viaggiare, in linea con la media europea. Circa il 70% ha intenzione di fare almeno una vacanza estiva; di questi, oltre la metà (39%) prevede di farne più di una.

Nonostante il 52% del campione ritenga che l’inflazione possa influire sui programmi di viaggio, il budget medio cresce: 2.041€, anche se inferiore alla media europea (2.446€), ma superiore del 15% rispetto al 2023. Inoltre, cresce l’interesse per le destinazioni extra-UE grazie al loro carattere esotico, al basso costo della vita locale e alle favorevoli variazioni nei tassi di cambio. Per contro, i conflitti armati (51%, +23% rispetto al 2023), le motivazioni economiche (58%, +5% rispetto al 2023) e il rischio di fenomeni naturali estremi, incluso il caldo eccessivo, influenzano la scelta della destinazione; la salute e la sicurezza personale rimangono le principali preoccupazioni dei viaggiatori.

Secondo Ebury, alcune delle destinazioni extra-UE più gettonate e convenienti includono l’Asia e l’America Latina. Affascinante e misteriosa, l’Asia sembra davvero infinita, con molteplici paesi che si distinguono per le loro diverse tradizioni, religioni e storie. Anche l’Africa risulta essere un continente unico nel suo genere, dai silenzi primitivi della savana al mattino fino ai tramonti mozzafiato. Per chi predilige l’Asia, il Giappone, la Thailandia e l’Indonesia sono destinazioni vantaggiose in termini di variazioni valutarie per quest’estate, poiché le rispettive valute hanno registrato forti cali rispetto all’Euro (JPY -9.02%, THB -3.61% e IDR -7.17%) accompagnati da un’inflazione limitata (quest’ultima è stata particolarmente bassa in Thailandia, dove è stata pari allo 0,2% ad aprile). Solo l’India (INR +3,3%), Singapore (SGD +1,7%) e Hong Kong (HKD +0,4%) sono diventati leggermente più costosi.

In Sud America, invece, una meta da tenere in considerazione è il Cile (-13.55%), poiché il Peso cileno ha registrato un crollo dell’8,4% rispetto all’Euro, non bilanciato dall’inflazione. Il potere di acquisto dell’Euro in Brasile, in Perù e Colombia è invece rimasto sostanzialmente invariato, mentre è diminuito in Messico (-5.30%). Al contrario, il Sudafrica è notevolmente più economico, con un potere d’acquisto dell’euro in aumento (2,92%), mentre alcune destinazioni esotiche (Emirati Arabi Uniti e gli stessi Stati Uniti) confermano nuovamente la loro posizione tra le mete più gettonate dagli italiani, sebbene non offrano vantaggi finanziari significativi (rispetto al giugno scorso, l’Euro ha guadagnato l’1,66% rispetto al Dirham degli Emirati Arabi Uniti e circa il 2% rispetto al Dollaro statunitense). Tuttavia, anche se il cambio non è conveniente in queste località, il rapporto qualità-prezzo della tariffa aerea è una delle motivazioni per le quali vengono scelte queste mete, come evidenziato dal Travel Trends di Skyscanner. Nel 2024, i prezzi dei voli per Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) sono infatti diminuiti del 37%.

In conclusione, il 2024 si preannuncia come un’annata record per il turismo internazionale. Secondo l’ultimo Barometro mondiale del turismo dell’UNWTO, il settore recupererà completamente i livelli pre-pandemici nel 2024, con un aumento del 2% rispetto ai livelli del 2019. Si prevede che il turismo cinese, sia in entrata che in uscita, subirà un’accelerazione nel corso dell’anno, grazie alla facilitazione dei visti e al miglioramento della capacità aerea. Tuttavia, ostacoli economici come l’inflazione persistente, i tassi di interesse elevati e i prezzi del petrolio volatili, insieme alle tensioni geopolitiche, continuano a porre sfide significative alla ripresa sostenuta del turismo internazionale.

Le assicurazioni digitali integrate conquistano la generazione Z e i millennials

I prodotti embedded insurance sempre più graditi dai giovani, che preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi. Al top auto e viaggi.

Le assicurazioni integrate stipulate su piattaforme tecnologiche ad hoc sono sempre più richieste. Secondo un report realizzato da BCG, le nuove generazioni sembrano essere quelle maggiormente aperte all’innovazione: a livello globale l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial affermano che comprerebbero un prodotto embedded insurance (servizio assicurativo abbinato o integrato a prodotti o servizi non assicurativi). In media il 30% acquisterebbe assicurazioni integrate sulle auto e sui viaggi. Si stima infatti, per esempio, che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality aumenterà da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030 (+97%).

“Il mercato evolve, subentrano nuovi asset digitali, le esigenze dei consumatori sono in costante evoluzione e la tecnologia è la chiave per colmare questo gap”, ha commentato Tommaso Giovannini (nella foto), Practice Manager Insurance di Mia-Platform. I Millennial e la Gen Z sono noti come consumatori “point-and-click”, preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi: non vogliono investire ore leggendo documenti complessi o interagendo ripetutamente con un agente per acquistare una polizza, cercano invece immediatezza e trasparenza, prediligendo il formato digitale. Inoltre non vogliono preoccuparsi dell’assicurazione quando acquistano beni o servizi, ma desiderano che sia inclusa o comunque disponibile al momento dell’acquisto: si parla, a questo proposito di polizze embedded.

Il trend delle polizze embedded è confermato dai numeri: secondo un sondaggio realizzato dalla Boston Consulting Group, l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial hanno dichiarato che acquisterebbero un prodotto embedded insurance, contro il 59% della Gen X e il 46% dei babyboomer. Sempre dalla stessa indagine emerge anche che i settori in cui l’assicurazione integrata sarebbe maggiormente auspicabile dalle giovani generazioni sono l’automotive e il travel: in media il 30% delle giovani generazioni acquisterebbe volentieri polizze assicurative integrate direttamente nel processo di vendita e manutenzione delle automobili e assicurazioni di viaggio come parte integrante del pacchetto di servizi forniti dalle travel agency.

Infatti, secondo il recentissimo report “Embedded Auto Insurance” realizzato da Polly Insurance, 4 persone su 5 appartenenti alla Gen Z e ai Millennial ritengono che l’assicurazione dovrebbe essere parte del processo di acquisto dell’auto, ritenendo il 75% più conveniente acquistare veicolo e assicurazione insieme. Ugualmente, se parliamo dei viaggi, ormai da tempo è diffusa la tendenza a comprare un’assicurazione contestualmente all’acquisto dei biglietti per i viaggi in treno o in aereo, oltre che per le prenotazioni di alloggi. Si stima infatti che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality conoscerà un incremento di circa il 97% in 7 anni, passando da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 9,67%.

“Questi dati evidenziano come in un mondo sempre più connesso e digitale, l’embedded insurance sia diventata una necessità, sia per le giovani generazioni, migliorando l’esperienza utente, sia per le compagnie assicurative, dimostrandosi la strada migliore da perseguire per evolversi e rimanere competitive”, ha commentato Tommaso Giovannini. Ma non è tutto. Secondo EY i canali integrati costituiranno oltre il 30% di tutte le transazioni assicurative entro il 2028. In particolare Gen Z e Millennial, che risultano essere anche le generazioni più aperte all’innovazione, preferiscono un’esperienza di acquisto più fluida: rimanendo sempre nell’ambito dell’automotive, per esempio, secondo i dati di Polly Insurance, l’82% preferisce utilizzare dispositivi mobili per l’acquisto di assicurazioni, mentre il 65% è disposto ad attivare un’assicurazione tramite un’app integrata presso il concessionario.

Rimane tuttavia aperta una grande questione, ossia se il settore assicurativo, per la maggior parte ancora legato a sistemi informatici tradizionali, è realmente pronto per questo cambiamento: secondo una ricerca di McKinsey del 2022, l’81% degli assicuratori aveva meno del 25% dei propri sistemi su cloud pubblico, fondamentale per l’embedded insurance. È dunque necessario che le compagnie innanzitutto stabiliscano processi operativi digitali che consentano loro d’integrarsi con il rivenditore nella maniera più rapida possibile: “È fondamentale che il portale del rivenditore sia integrato con i sistemi

della compagnia assicurativa“, prosegue Giovannini. Per poter fare ciò nel modo più efficiente possibile occorre avere un modello operativo di integrazione digitalizzato che permetta di ottimizzare il processo di integrazione. In questo modo il rivenditore, avendo a disposizione un portale pubblico accessibile in cui la compagnia espone i prodotti disponibili alla vendita e tutta la documentazione utile per integrare, dal punto di vista tecnico, determinati prodotti e i propri sistemi di compagnia, può richiedere l’accesso a tali sistemi nello stesso portale, conoscendo così in tempo reale il valore della polizza, il periodo di validità ecc.

Di solito questo processo di integrazione richiede un tempo che varia tra i 6 e i 9 mesi, poichè le società assicurative hanno in dotazione strumenti e sistemi non progettati per essere agili, e quindi non sono in grado di raggiungere rapidamente i partner. In questo contesto diventa fondamentale adottare un approccio che consenta alle aziende assicurative di personalizzare l’offerta in base alle richieste dei partner, utilizzando una piattaforma digitale che permette di ragionare per pacchetti applicativi singoli: in questo modo, la compagnia può intervenire su ciascun componente, customizzandolo senza dover modificare l’intero sistema. 

Quanto costa vivere e lavorare a Los Angeles. Mini guida per italiani avventurosi

Los Angeles rappresenta il cuore pulsante della California, grazie al suo panorama lavorativo variegato che spazia dall’industria cinematografica e dell’intrattenimento, all’innovazione tecnologica e alla finanza.

di Marco d’Avenia

California Dreamin’” cantavano i The Mamas & the Papas nel 1965. Da allora, questo magnifico stato degli USA e la sua città-simbolo, Los Angeles, non hanno mai smesso di esercitare il loro fascino in tutto il mondo ed in particolare su noi italiani. Hollywood, la Walk of Fame, il Getty Museum, la cattedrale di Nostra Signora degli Angeli: Los Angeles offre un’esperienza di vita davvero dinamica. Ma trasferirsi nella Città degli Angeli rappresenta una scelta sostenibile?

Scopriamolo insieme. La California, negli ultimi mesi, sta vivendo una fase di rinascita economica significativa. Secondo il Public Policy Institute of California, il “Golden State” ha visto la creazione di oltre 260.000 nuovi posti di lavoro, con i livelli di occupazione che sono tornati sui livelli pre-COVID. Questo dinamismo economico ha portato il tasso di disoccupazione al 4,9%, segno di un mercato del lavoro in buona salute. Anche i salari hanno seguito questa tendenza positiva, con un aumento medio del 15% negli ultimi due anni, compensando così quasi del tutto l’incremento dei prezzi al consumo del 19%. Questo è potuto avvenire grazie al fatto che Los Angeles ha rappresentato il cuore pulsante della ripresa californiana, grazie al suo clima mite e al panorama lavorativo variegato, che spazia dall’industria cinematografica e dell’intrattenimento, all’innovazione tecnologica e alla finanza.

Le opportunità di networking sono infinite, grazie alla presenza di numerosi eventi, conferenze e fiere. La città ospita alcune delle più grandi aziende del mondo e startup innovative sempre alla ricerca di nuovi talenti. Tuttavia, Los Angeles non è solo lavoro. La città è famosa per la sua movida e le sue innumerevoli attrazioni culturali. I suoi musei offrono esposizioni di livello mondiale. La vita notturna è tra le più pittoresche, con bar, club e ristoranti che soddisfano tutti i gusti. Inoltre, la città è un melting-pot di vari orizzonti culturali, che trovano una sintesi in una scena culinaria ricca e variegata, che va dai mitici food trucks ai ristoranti stellati Michelin.

Vivere a Los Angeles, per un italiano di 30-40 anni alla ricerca di nuove prospettive di lavoro, può essere un’avventura emozionante che arricchisce il proprio bagaglio culturale. La città offre infinite opportunità professionali e non solo, ma è fondamentale essere consapevoli dei costi associati alla vita in una metropoli così dinamica. Dalla spesa per il volo e l’affitto, ai costi dei trasporti e della vita quotidiana, è importante pianificare attentamente il proprio budget per godere appieno di tutto ciò che Los Angeles ha da offrire. Nonostante le sfide economiche, la possibilità di vivere in una delle città più affascinanti e stimolanti al mondo rende questo investimento un’opzione da considerare con attenzione.

Per un italiano che decide di trasferirsi a Los Angeles, uno dei primi aspetti da considerare è il costo del volo. I prezzi per un biglietto aereo di sola andata variano a seconda della città di partenza: da Roma Fiumicino all’Aeroporto internazionale di Los Angeles il costo è di 436,99 euro, da Milano Malpensa 307 euro, mentre da Palermo Punta Raisi si spendono circa 360 euro (i sono indicativi e possono variare in base alla stagione e alle offerte delle compagnie aeree). Una volta arrivati a Los Angeles, la scelta dell’alloggio si scontra con il fatto che la città è una tra le più care degli Stati Uniti. La zona di Palms è particolarmente apprezzata dai giovani professionisti per la sua posizione strategica e i servizi offerti. Qui, il costo medio di un monolocale ammobiliato di 25 metri quadri con bagno privato e Wi-Fi si aggira intorno ai 1.750 dollari al mese. Questa cifra rappresenta una spesa considerevole, ma riflette il costo della vita in una delle città più dinamiche e ricercate degli Stati Uniti.

Un altro elemento fondamentale da considerare è il costo dei trasporti urbani. Los Angeles è una città estesa, e spostarsi senza un’auto può essere complicato. Tuttavia, il sistema di trasporto pubblico di LADOT Transit sta migliorando, con un abbonamento mensile che costa 57 dollari. Questo abbonamento permette di utilizzare autobus e metropolitane, offrendo una soluzione economica per chi preferisce evitare il traffico cittadino, un fattore che i locals invitano a non sottovalutare. E’ fondamentale, comunque, lavorare in una sede che non sia troppo distante dalla propria casa, poiché Los Angeles si estende, da una punta all’altra, per circa 115 km (come andare da Firenze a Bologna, periferie comprese), e quindi anche l’ausilio dei mezzi pubblici diventa complicato e disagevole.

Relativamente alla spesa alimentare, essa incide nel budget familiare per circa 300 dollari settimanali (al supermercato), facendo della California lo stato più caro o tra i più cari (come riportato dal United States Census Bureau). Pertanto, una famiglia composta da tre persone non può neanche pensare di potersi trasferire a Los Angeles se i redditi complessivi non sono superiori a 5.000 dollari al mese, necessari a coprire i costi di una abitazione di 60 mq (2.200 dollari al mese), l’assicurazione medica per tutta la famiglia (1.500 dollari al mese), la spesa alimentare (1.200 dollari al mese). Un single, poi, sommando le tre principali voci di spesa californiane, dovrebbe avere un reddito netto mensile non inferiore a 3.300 dollari tra affitto (1.750 dollari al mese), assicurazione medica (750 dollari al mese) e spesa alimentare (800 dollari al mese).  

Per quanto riguarda la movida, Los Angeles offre una vasta gamma di attività a prezzi diversi. Andare al cinema costa in media 12 dollari a biglietto. Una pinta di birra in un pub o un bar costa circa 8 dollari, mentre una serata in discoteca può variare tra i 20 e i 40 dollari a seconda del locale e della serata. Questi costi possono sembrare elevati, ma riflettono la qualità e l’esperienza offerta dai locali di Los Angeles, che sono tra i migliori al mondo.