Le vacanze costituiscono un momento di relax e di fuga dalla routine quotidiana e possono diventare anche un’occasione per ottimizzare il consumo energetico della nostra casa.
di Carolina Gritti, Energy Efficiency and New Solutions Development Manager del Gruppo Enercom
Il passaggio a una società completamente sostenibile passa anche attraverso i piccoli gesti quotidiani, come abbiamo già analizzato nel precedente articolo sul tema dei risparmi energetici. La medesima regola, come vedremo, vale anche quando si è in vacanza.
Nell’attuale contesto di crescente sensibilità verso la salvaguardia ambientale, il risparmio energetico è diventato una priorità assoluta per facilitare questa transizione. Il tema dell’efficienza energetica è stato affrontato a livello internazionale con la sottoscrizione di diversi accordi, e a livello europeo con il protagonismo della Commissione Europea. L’Europa si è posta in una posizione di avanguardia rispetto alle tematiche ambientali attraverso il Green Deal, il pacchetto Fit for 55, e, a livello legislativo, con la Direttiva
sull’Efficienza Energetica (EED 3) e la Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3). Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Secondo il report, nel 2023 i prezzi del gas sono diminuiti del 70% nel primo semestre e del 20% nel secondo semestre. Anche il mercato elettrico ha registrato una situazione analoga. La riduzione della domanda, dovuta in parte al clima mite e alla flessione economica dell’eurozona in seguito al conflitto russo-ucraino, ha contribuito a questa tendenza.
In questo scenario, dove efficienza energetica e tutela ambientale ricoprono un ruolo sempre più cruciale, le vacanze – oltre a costituire un momento di relax e di fuga dalla routine quotidiana – possono diventare anche un’occasione per ottimizzare il consumo energetico della nostra casa. Quando siamo lontani per diversi giorni, è possibile ridurre significativamente gli sprechi energetici con alcune semplici azioni preventive. Ecco una guida pratica su come risparmiare energia e ridurre i costi durante le ferie.
1. Spegni gli elettrodomestici e non lasciarli in standby: prima di partire, assicurati di spegnere tutti gli elettrodomestici non essenziali. Non basta metterli in standby, poiché molti dispositivi continuano a consumare energia anche in questa modalità. Stacca la spina di apparecchi come televisori, computer, microonde e carica-batterie. Questo semplice gesto può ridurre notevolmente il consumo energetico durante la tua assenza.

2. Imposta il termostato: se possiedi un termostato programmabile, imposta la temperatura interna della casa su un livello minimo durante la tua assenza. In estate, alzalo per ridurre il raffreddamento e in inverno abbassalo per ridurre il riscaldamento. Questo evita di consumare energia per mantenere una temperatura confortevole quando non c’è nessuno in casa.
3. Disattiva il boiler: il boiler è uno degli elettrodomestici più energivori della casa. Se non è necessario mantenere l’acqua calda durante la tua assenza, spegnilo o mettilo in modalità vacanza. Questo può fare una grande differenza nel consumo energetico complessivo.
4. Usa timer e sensori di movimento: se hai bisogno di lasciare alcune luci accese per motivi di sicurezza, considera l’uso di timer o sensori di movimento. I timer possono accendere e spegnere le luci a orari prestabiliti, simulando la presenza di persone in casa e risparmiando energia rispetto a lasciare le luci accese tutto il tempo.
5. Scollega i dispositivi di ricarica; molti di noi lasciano carica-batterie e adattatori collegati alle prese anche quando non sono in uso. Anche se sembrano innocui, questi dispositivi continuano a consumare energia. Prima di partire, scollega tutti i carica-batterie e gli adattatori per evitare sprechi.
6. Chiudi tende e persiane: chiudere tende e persiane può contribuire a mantenere una temperatura interna più stabile, riducendo la necessità di riscaldamento o raffreddamento. In estate, questo aiuta a mantenere la casa più fresca, mentre in inverno aiuta a trattenere il calore.
7. Frigorifero e freezer: se la tua assenza sarà prolungata e il frigorifero è quasi vuoto, potresti considerare di svuotarlo e spegnerlo. In alternativa, assicurati che la temperatura sia impostata
correttamente (circa 4°C per il frigorifero e -18°C per il freezer) per evitare consumi eccessivi. Riempire il frigorifero con bottiglie d’acqua può aiutare a mantenere la temperatura stabile con meno sforzo energetico.
8. Energia Rinnovabile: se hai pannelli solari o altre fonti di energia rinnovabile, assicurati che siano configurati correttamente per massimizzare l’efficienza durante la tua assenza. Molti sistemi possono continuare a generare energia che può essere immagazzinata o reimmessa nella rete.



In uno scenario del genere, la dimensione energetica non può essere separata dalle vicende geopolitiche. Difatti, l’aumento dei costi dell’energia derivante dall’inasprirsi del conflitto russo-ucraino sta avendo conseguenze non solo sulla capacità produttiva delle imprese, ma sui consumi stessi. L’Unione Europea ha già da tempo elaborato provvedimenti legislativi per diversificare le fonti ed accelerare la transizione verso l’energia pulita. In particolare, il pacchetto Fit for 55 e la Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED 3) hanno fissato obiettivi vincolanti per la riduzione, entro il 2030, del consumo energetico finale dell’UE dell’11,7 % rispetto al 2020. Parallelamente, la modifica della Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3) ha fissato al 40% l’aumento dell’obiettivo europeo entro il 2030.
Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Nello specifico, nel 2023 il prezzo del gas è diminuito del 20% nel secondo trimestre, mentre nel I trimestre è stata di 45 €/MWh la media del gas al TTF, -70% rispetto al II semestre 2022. Cifre analoghe per il mercato elettrico. Tra i fattori determinanti per la riduzione delle tensioni sul mercato energetico la contrazione della domanda, resa possibile da un lato dal clima mite dei primi mesi dell’anno; dall’altro dalla debolezza dell’intera economia dell’eurozona. Sul versante dei consumi, si è assistito da agosto 2022 a novembre 2023 ad una contrazione del consumo di gas di oltre il 17%, superando la soglia fissata dal regolamento UE del 15%. Nel primo semestre 2023 l’Italia ha assistito ad una diminuzione dei consumi di energia (-5% rispetto allo stesso periodo 2022), dopo la flessione del quarto trimestre 2022 (-12%). In generale, nel 2023 si è registrata una diminuzione di circa il 3,5% nel consumo di energia primaria nell’Eurozona, accompagnata da un declino ancora più significativo delle emissioni di CO2, pari a circa il 6%.
Accanto a provvedimenti istituzionali e oscillazioni della domanda dovute a fattori esogeni, un uso dell’energia più efficiente consente di ridurre l’impatto ambientale e abbattere i costi energetici in maniera significativa sin dall’origine. In tal senso, partiamo dal grande protagonista dell’estate: il condizionatore; il suo consumo energetico è un elemento cruciale da considerare quando si valuta l’efficienza e l’impatto ambientale di questo apparecchio. La potenza di un condizionatore, misurata in British Thermal Units (BTU), è un fattore determinante nel calcolo del consumo: in linea generale, maggiore è la potenza, maggiore sarà il consumo di energia.
La classe energetica di un condizionatore è un altro fattore cruciale per valutare la sua efficienza energetica e, di conseguenza, il suo impatto sul consumo di energia; questa è solitamente rappresentata nell’Unione Europea da un sistema di classificazione con scala che va da A+++ (più efficiente) a G (meno efficiente), e le differenze tra queste classi riflettono variazioni significative nella capacità del condizionatore di trasformare l’energia elettrica in raffreddamento senza sprechi inutili. Oltre alla potenza e alla classe energetica però, anche il tipo di condizionatore gioca un ruolo fondamentale nel determinare il consumo energetico. Esistono infatti diversi tipi di condizionatori, tra cui quelli centralizzati, monosplit, multisplit e portatili, ognuno con caratteristiche specifiche che influenzano il loro consumo medio di energia.
Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti e consigli pratici che permetteranno ai consumatori di tenere sotto controllo le spese e fare la differenza nell’alleggerire il peso delle bollette.
3. Preferire deumidificatori o ventilatori all’aria condizionata, pulendone regolarmente i filtri e privilegiando modelli di nuova generazione (di classe A o superiore) dotati di tecnologia inverter. Si stima infatti che un deumidificatore con potenza di 200/300 W consumi 0,2/0,3 kWh, con una diminuzione dopo la prima ora di utilizzo.
5. Scegliere un condizionatore ad alta efficienza: optare per un condizionatore con una classe energetica elevata, come A+++ o A++, può fare la differenza. I modelli più efficienti convertono l’energia in raffreddamento o riscaldamento in modo più ottimale, riducendo gli sprechi.
Il PMI misura, mese dopo mese, i cambiamenti economici prendendo come riferimento il settore manifatturiero. Tuttavia, secondo i dati di
cerca di lavoro. Inoltre, con una vivace scena culturale, una fervente industria delle startup e un’atmosfera a forte vocazione cosmopolita, la capitale tedesca attira talenti e giovani da tutto il mondo. Berlino, infatti, è rinomata per la sua movida ai limiti dell’eccesso, per i suoi musei stimolanti e ricchi di storia e per la sua vibrante comunità artistica. L’humus culturale unico della città offre un mix vario di opportunità lavorative e di intrattenimento per i giovani italiani che desiderano vivere un’esperienza unica e dinamica.
Per un giovane italiano che si sta preparando a trasferirsi nella capitale tedesca, una delle prime valutazioni da fare è il costo del viaggio. Pertanto, prima di prendere in considerazione altri fattori, andiamo ad analizzare i costi dei voli per recarsi a Berlino, esattamente come abbiamo fatto per altre guide della nostra rubrica “Città straniera, quanto mi costi?” (trovate qui le altre guide per
Una volta arrivati a destinazione, è fondamentale avere programmato bene in quale zona della città abitare. Per scegliere il quadrante di Berlino più adatto a un giovane con un budget limitato o ad un lavoratore “di primo pelo” abbiamo soppesato vantaggi e svantaggi di ogni quartiere. La scelta finale è ricaduta su Kreuzberg. Questa zona non solo permette di stare lontani dal centro ed evitare un affitto spropositato, ma si presenta come un vero e proprio crocevia per il trasporto urbano. Il che rappresenta certamente un vantaggio per un under-35 che si trasferisce senza automobile. Ebbene, a Kreuzberg un monolocale di circa 37 metri quadri, ammobiliato e dotato di bagno privato e wi-fi, può avere un costo medio mensile che varia dai 700 ai 900 euro, a seconda della sua posizione nel quartiere e delle condizioni dell’appartamento. Per aiutarci in questa indagine ci siamo avvalsi del portale tedesco
Una volta trovata casa, arriva il momento di rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare (se già non avete trovato prima di partire). Prima di trasferirsi in Germania è però necessario seguire un corso di tedesco per acquisire almeno un’infarinatura di base di questa complessa lingua. A prescindere da questo, a Berlino contano le competenze. Se sei un giovane non altamente qualificato, forse il lavoro che può immediatamente darti una fonte di reddito è quello del cameriere, che nella capitale ha uno stipendio lordo annuo di circa 26.000 – 35.000 euro, come riporta
Come abbiamo detto, trasferirsi in un’altra città portando con sé la propria auto potrebbe essere complicato, anche se il sistema di immatricolazione targhe dell’Unione Europea consente una libertà di circolazione tra stati senza precedenti. Se si decide di muoversi a Berlino con la propria macchina bisogna sapere che i prezzi del carburante sono in linea con quelli che offre Roma: circa 1,80 €/l per la benzina, circa 1,68 €/l per quanto riguarda il diesel (fonte
a soli 57,50 euro, mentre per i non studenti il costo è di 86 euro. Relativamente al carrello della spesa, i prezzi dei generi alimentari a Berlino sono generalmente accessibili: 10 uova costano circa 2 euro, 400g di formaggio Gouda si aggirano intorno ai 2,50 euro, 500g di yogurt bianco a circa 1,20 euro, 1 kg di salsicce si trova a circa 9 euro, 400g di asparagi a 2,50 euro e 1 kg di banane a 1,20 euro. E infine, il pizza/index, ossia l’indicatore di sostenibilità economica più diffuso insieme al BigMac: il prezzo medio di una margherita a Berlino è di circa 8/9,00 euro, ben lontano dai 18 dollari (16 euro) di New York.
Per quanto riguarda l’intrattenimento, i costi possono variare: un biglietto per il cinema ha un prezzo medio di 12 euro, una birra da mezzo litro nei pub può costare circa 5,50 euro, mentre per l’ingresso in una delle rinomate discoteche berlinesi si può pagare tra i 10 e i 20 euro. Per gli amanti della cultura, il Museumspass offre l’accesso libero a oltre 30 esposizioni e musei in città al prezzo di 32 euro. Pertanto, con una pianificazione adeguata e un bilancio attento, Berlino può essere una destinazione emozionante e accessibile per tutti gli italiani che cercano nuove prospettive di lavoro e di vita. Certo, la conoscenza della lingua tedesca rimane un passaggio fondamentale per pensare di viverci e coltivare relazioni sociali soddisfacenti, per cui è fondamentale arrivare sufficientemente preparati, per poi perfezionare le proprie capacità linguistiche in loco, durante l’inevitabile “full immersion” che il trasferimento comporta.
L’inversione di tendenza dei mercati sui tassi dei mutui rilevata da Banca d’Italia si collega con quella riscontrata anche dall’ABI. Nel suo bollettino mensile, l’Associazione bancaria italiana ha puntualizzato che, a marzo 2024, i tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento sono in diminuzione: il tasso medio sulle nuove operazioni per l’acquisto di abitazioni è diminuito al 3,79%, rispetto al 3,89% di febbraio 2024 e rispetto al 4,42% di dicembre 2023. Questo si traduce in un risparmio in termini di rata mensile: considerando l’importo e la durata media di un mutuo, il calo dei tassi vuol dire che la rata di un mutuo a tasso variabile scende, rispetto ai massimi di novembre 2023, di 48 euro al mese, con un risparmio di 576 euro annui.
Del resto, il primo taglio dei tassi di interesse è ormai alle porte. e a giugno 2024 la Banca centrale europea (BCE) potrebbe mettere mano alle forbici e ridurre (probabilmente) di 25 punti base il costo del denaro. Una contrazione tanto attesa, dopo i dieci rialzi consecutivi degli interessi varati da luglio 2022 a settembre 2023 per contrastare l’impennata dell’inflazione in Europa. Aumenti dei tassi che si sono tradotti in un salasso sulla rata mensile del mutuo per le famiglie. Secondo gli esperti di Kìron Partner, analizzando i dati Banca d’Italia si registra che i tassi di interesse sui prestiti erogati alle famiglie per l’acquisto di abitazioni si sono attestati al 4,21% (inclusi tutti i costi accessori e rappresentati dal Tasso Annuale Effettivo Globale TAEG). Su base mensile i tassi di interesse evidenziano un calo rispetto al 4,31% di febbraio. Si tratta di un indice importante ed interessante per chi sta valutando l’opportunità di accedere al mercato immobiliare e riflette una tendenza verso tassi di interesse più favorevoli rispetto a quelli a proposti nei mesi appena trascorsi.
Per quanto riguarda la tipologia di mutuo, i dati di Kìron riferiti al primo trimestre del 2024 vedono una netta preferenza degli italiani verso il tasso fisso, che sfiora quota 94% facendo scendere i mutui a tasso variabile al 2,5%. Uno scenario completamente differente rispetto ai primi mesi del 2023, quando i mutui a tasso fisso rappresentavano il 63%. “La domanda di mutui casa – afferma Renato Landoni (nella foto), Presidente di Kìron Partner – è in costante aumento e la riduzione dei tassi di interesse in atto ormai da alcuni mesi rappresenta una buona opportunità per le famiglie. È probabile che la BCE intervenga ancora nei prossimi mesi riducendo ulteriormente i tassi di riferimento, dando ulteriore impulso a coloro che sottoscrivono un finanziamento per perfezionare l’acquisto immobiliare”.
Se è già stato incardinato un contenzioso da parte di terzi creditori (o aspiranti tali), non c’è strumento di tutela tardiva che i creditori non possano mettere in discussione in un eventuale giudizio; così, in tutti i casi in cui si voglia effettuare una donazione di denaro, è necessario usare delle accortezze che segnano il confine tra l’autentica tutela dei propri cari ed un possibile accertamento di un tribunale (per non parlare delle future dispute tra eredi). In tal senso, il nuovo orientamento espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7442 del 20 marzo 2024, con la quale si è pronunciata in merito alla tassabilità delle donazioni indirette o informali effettuate tra genitori e figli, aiuta non poco a comprendere i confini tra operazione lecita e operazione effettuata in danno ai creditori. In particolare, la sentenza in questione rappresenta un punto di svolta rispetto a quanto previsto in passato, in quanto si sovrappone alla disciplina in materia di imposte sulle donazioni descritta dalla circolare n. 30/E dell’11 agosto 2015 dell’Agenzia delle Entrate, che la Cassazione definisce come “imprecisa”, “incompleta” e “non condivisibile”. Prima, infatti, la normativa fiscale prevedeva il pagamento dell’imposta di donazione anche per i trasferimenti di denaro,
soprattutto tramite bonifico bancario e/o assegni circolari e, più in generale, per le “liberalità tra vivi che si caratterizzano per l’assenza di un atto scritto”; oggi, tale previsione viene ribaltata e, di fatto, la tassazione non si applicherà su tutte quelle donazioni informali o indirette che non risultino da atto scritto, o che non siano soggette a registrazione, a meno che gli atti di liberalità/donazioni informali non abbiano determinato, da sole o sommate a quelle già effettuate nei confronti del medesimo beneficiario, un incremento patrimoniale superiore ad un milione di euro (
E il bonifico bancario, come si configura all’interno del nuovo orientamento stabilito dalla Cassazione? Sulla sua natura di atto scritto in molti erroneamente ci metterebbero la firma, poichè la disposizione di bonifico, oltre a prevedere l’esistenza di modulistica specifica, contiene soprattutto la causale per cui un soggetto trasferisce ad un terzo somme di denaro, nel caso in questione (genitori-figli) a titolo di liberalità. Pertanto, firmare in banca un modulo di bonifico con apposizione obbligatoria di una causale non è esattamente un atto scritto, poichè si tratta di una operazione unilaterale, che non prevede accettazione espressa del beneficiario, e può essere disposta anche senza alcuna firma direttamente da casa (home banking) o dal proprio smartphone, tramite l’applicazione della banca, anche per cifre non di modico valore (fino a 25.000 euro).
I motivi che inducono i genitori ad usare il bonifico per effettuare una vera e propria donazione sono i più disparati: il pagamento ricorrente degli affitti per gli studenti fuori sede, l’avviamento economico alla professione del figlio appena abilitato, l’acquisto della sua prima abitazione, le spese matrimoniali o la nascita dei nipoti. Si tratta di esempi di donazioni indirette – e non semplicemente informali – che prima della sentenza n. 7442 della Cassazione andavano disciplinate, in teoria, con atto pubblico. Infatti, secondo l’Agenzia delle Entrate il pagamento di master e corsi universitari all’estero del figlio è il risultato di una donazione a tutti gli effetti, e probabilmente tale natura giuridica verrà eccepita ancora nei mesi a venire, costringendo il contribuente a fare ricorso. eccependo proprio la sentenza n. 7442
pubblico (caso rarissimo) è una donazione a tutti gli effetti, che comporta il trasferimento della proprietà del denaro in capo al donatario, e come tutte le donazioni potrà essere invalidata per ingratitudine o per sopravvenienza di figli (es. dopo la separazione, con una seconda moglie). In ogni caso, la validità di una donazione di denaro – quando viene effettuata tramite bonifico più atto pubblico – ha effetti notevoli relativamente alla tutela del patrimonio disponibile. Infatti, se la donazione è valida, i creditori del donante non potranno avanzare pretese di alcun tipo sul denaro donato, e gli eredi potranno agire solo se c’è lesione della loro quota legittima.
La Cassazione è intervenuta in passato anche nei casi di donazione di denaro effettuata con bonifico ma senza atto pubblico (c.d. donazione informale). In questi casi, tale atto di disposizione non trasferisce affatto la proprietà del denaro, ma fa del destinatario un semplice custode di esso, che rimane di proprietà del donante e quindi può essere sia aggredito dai suoi creditori che essere reclamato, in sede di successione, dagli eredi esclusi. Peraltro, secondo la Suprema Corte si tratta di donazione indiretta anche quando il donante effettua il trasferimento di denaro ad un conto cointestato tra donante e donatario, il quale poi ne dispone liberamente. In questo caso, la donazione è valida a condizione che si dimostri il c.d. animus donandi, per esempio corredando il bonifico con una documentazione idonea (es. scrittura privata più causale che specifichi la parola “donazione“). Anche in questo caso, i creditori non potranno aggredire il denaro (idem gli eredi, con azione di riduzione). L’effetto è identico anche per le donazioni effettuate tramite assegno.
Altro tema è quello della donazione dai nonni ai nipoti. La Corte di Cassazione ricorda che anche il semplice prestito padri-figli andrebbe registrato e sottoposto ad imposta; pertanto, il bonifico di valore rilevante che si effettua al nipote (ma anche da marito a moglie), per essere valido, deve essere assistito da atto pubblico, a meno che:
Relativamente alle cointestazioni, c’è da dire che le famiglie italiane usano spesso questo strumento, ma bisogna valutarne bene vantaggi e svantaggi. In una cointestazione, infatti, ogni cointestatario si presume essere comproprietario del denaro ivi contenuto, e quindi può essere aggredito dai creditori, a meno che non si conservino le prove della provenienza esclusiva delle somme in capo all’originario intestatario (es. vendita titoli/fondi, disposizione di chiusura del conto mono-intestato e trasferimento tramite bonifico al conto cointestato). Questo strumento, inoltre, non è privo di effetti collaterali, come nelle questioni ereditarie in presenza di seconda moglie che pretende, per esempio, la metà di quanto tenuto nel conto cointestato padre-figli; oppure il caso tipico di una
cointestazione di lunga durata padre single-figlio, il secondo dei quali commette una irregolarità amministrativa e, per questo motivo, viene perseguito fino al risarcimento a terzi. In questo caso, secondo la Cassazione tutte le somme cointestate, anche se erano di competenza esclusiva del padre (il quale le alimentava, per esempio, con il proprio reddito o pensione), potranno essere sequestrate, e liberate solo se il padre potrà dimostrare di averle accantonate da solo grazie alla documentazione bancaria. Per quanto sopra, è sempre meglio usare la delega, che non trasferisce alcuna proprietà e conferisce ampie possibilità di gestione al figlio delegato.
Il rischio di una vita più lunga, infatti, è quello di vedersi allungare proprio il periodo di vita in cui gli individui vivono in condizioni di cattiva salute, durante il quale è maggiore la spesa per cure sanitarie a fronte di pensioni sempre più basse. Ergo, se fino al 1990 gli importi medi delle pensioni ed una riserva media di risparmio di 75.000 euro riuscivano a fronteggiare l’aumento delle spese dell’intera vecchiaia, oggi e nel futuro prossimo saranno a malapena sufficienti 150.000 euro di risparmi liquidi per farvi fronte, calcolando una diminuzione media delle pensioni del 30% e un costo della vita in cui gli effetti dell’alta inflazione sul potere d’acquisto (-30% tra il 2022 e il 2030) saranno consolidati definitivamente, senza alcuna possibilità di recupero se non attraverso un aumento dei redditi reali che in Italia non aumentano da trenta anni. 
autonomo tutte le tipiche azioni quotidiane che, secondo la Circolare del Ministero del Tesoro numero 14 del 1992, individuano in modo specifico il concetto di indipendenza: vestirsi, lavarsi, mangiare e preparare i pasti, espletare i bisogni fisiologici, fare la spesa o commissioni di vario tipo, spostarsi nell’ambiente domestico o per raggiungere il luogo di lavoro, svolgere le faccende domestiche, conoscere il valore del denaro, orientarsi nello spazio e nel tempo, essere in grado di provvedere a sé in una situazione d’emergenza e di chiedere soccorso, leggere, mettere in funzione la radio e la televisione, guidare l’automobile.
La polizza LTC permette di ottenere una rendita vitalizia in caso di improvvisa impossibilità fisica di condurre la maggior parte delle operazioni quotidiane a causa di malattia o infortunio, ed è sottoscrivibile in due formule: quella temporanea e quella a vita intera. La prima prevede un periodo predefinito entro il quale possa verificarsi l’inabilità o non autosufficienza, ed entro il quale la polizza copre il rischio; la seconda non pone vincoli temporali e la copertura interviene da quando l’evento si verifica per tutta la durata della vita. Al momento circolano sul mercato diverse di queste polizze, per le quali vale in linea di massimo il principio secondo cui “meno costano, meno coprono”. Infatti, prima di sottoscrivere questo particolare tipo di polizza assicurativa, è bene verificare quali metodi e parametri usano le compagnie per determinare la non autosufficienza dell’assicurato, poiché i test di verifica della non autosufficienza sono molto rigidi, e non sono pochi i casi l’eccessiva severità della compagnia assicurativa nel non riconoscere la sussistenza anche di uno solo dei parametri di non autosufficienza abbia prodotto lunghi strascichi in tribunale.
personale inviato in tempi brevi dalla stessa compagnia, la quale assumerà un atteggiamento “rigido”, atto ad escludere il più possibile il rischio che l’assicurato sia in grado, in realtà, di svolgere anche una sola delle attività elementari della quotidianità dichiaratamente non più sostenibili. Ed è in questo caso che nascono le contestazioni e gli accertamenti, che allungano non poco l’inizio dell’entrata in funzione delle prestazioni assicurative. Per questo motivo è meglio affidarsi a compagnie solide, fare una indagine accurata sui canali di informazione più accessibili (i social network sono una miniera per le recensioni) e studiare attentamente tutte le clausole del contratto.
L’assicurazione Long Term Care è detraibile al 19% dalle imposte sul reddito. L’importo complessivo annuo detraibile è pari a 1.291,14 euro. I costi variano a seconda che si scelga una polizza temporanea o a vita intera e a seconda dell’età dell’assicurato, e ogni contratto prevede controlli medici preventivi e un periodo di latenza tra la firma del contratto e l’entrata in validità della polizza. Inoltre, i tempi di attesa che intercorrono tra la denuncia e l’erogazione della rendita mensile possono essere lunghi, fino a 210 giorni, ma ci sono compagnie che la riconoscono anche dopo soli 90 giorni. Tutte queste informazioni potrebbero essere veicolate dai consulenti finanziari, che hanno ben chiaro il momento in cui, all’interno della pianificazione patrimoniale del cliente-famiglia, sia bene inserire gli accantonamenti – sotto forma di polizza LTC o altro – per la longevità, che necessariamente deve precedere (di poco) la pianificazione successoria e il passaggio generazionale.
La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e
Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese
trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.
Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di
Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca
bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di
Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la
metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.
Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.
Lo stato che confina a ovest con l’Algeria e a est con la Libia presenta una situazione geopolitica abbastanza stabile, anche se di recente il presidente Kaïs Saïed ha intrapreso una serie di riforme che hanno suscitato polemiche da parte dei sindacati. Mettendo da parte questo aspetto, di certo non secondario, la Tunisia presenta un tasso di cambio molto interessante: 1 Euro vale infatti 3,39 dinari tunisini*. Questo vuol dire che un italiano con reddito in euro ha un potere d’acquisto superiore – non solo nominale, ma anche reale – rispetto a quello di un abitante della Tunisia, e questo fattore è molto importante allorquando si deve valutare la decisione di trasferirsi nel paese nord-africano. Peraltro, la distanza dall’Italia è davvero breve, e mediamente raggiungere Tunisi da Fiumicino ha un costo base di circa 120 euro, a cui va aggiunta la tariffa variabile prevista per i servizi di viaggio (bagaglio, posto assegnato etc). Da Palermo, invece, Tunisi è raggiungibile con la nave al costo di circa 150 euro (450 euro imbarcando l’auto).
Per i
Nell’esempio considerato, così, al nostro
Una villetta con piscina, poi, si trova agevolmente a 110-120.000 euro. A Sousse, Djerba, Monastir o Hammamet, incantevoli città sul mare, l’affitto scende a 200-300 euro. Per chi già percepisce una
anch’esso formato da migranti nostrani. Ad esempio, la retribuzione in un call center varia dai 600 ai 1200 dinari tunisini netti (da 182 euro a 364 euro), giusto il minimo sindacale per condurre uno stile di vita meno che dignitoso anche per i tunisini. Queste condizioni non sembrano strizzare l’occhio a chi vuole farsi assumere da dipendente, pertanto sembra che la migliore opzione per avvantaggiare la propria situazione economica in Tunisia sia quella di mettersi in proprio per stabilire lì una nuova attività imprenditoriale o delocalizzare quella presente in Italia. Occhio, però, perché la burocrazia è complessa e piuttosto lenta.
Capitolo viabilità: come muoversi in Tunisia? La rete ferroviaria tunisina si estende per un totale di 2152 km, supportati numerose aziende pubbliche o private che si occupano dei trasporti urbani, suburbani, interurbani e turistici tramite autobus e minibus. Puntando il nostro focus sulla capitale Tunisi, il prezzo mensile di un abbonamento ai trasporti che copra l’intera città costa solo 45 dinari, l’equivalente di 13,32 euro. Una tariffa davvero vantaggiosa soprattutto per chi ha tanto tempo libero e vuole visitare le meraviglie di questa metropoli dalle origini antichissime, come ad esempio la Medina, il Suq (mercato storico) o la moschea di Al-Zaytouna. Per chi vuole invece spostarsi con l’auto, la benzina costa mediamente 0,74 euro al litro, mentre il diesel 0,65 euro al litro, valori che in Italia determinerebbero un vero e proprio assalto alle stazioni di rifornimento.
Passiamo infine al carrello della spesa: quanto costa mangiare in Tunisia? Ebbene, nel paese nordafricano c’è un vero e proprio culto della cucina, e i prezzi dei prodotti alimentari più comuni sono molto al di sotto di quelli italiani ed europei. Nel dettaglio, un litro di latte costa 0,41 euro, 12 uova 1,1 euro, 1 kg di carne di manzo 8,70 euro, una confezione di pane in cassetta da 125 g. costa circa 0,03 euro, 1 kg di riso 0,92 euro, 1 kg di pomodori 0,64 euro, mentre un etto di formaggio locale lo si paga 0,90 euro. Inoltre, una cena per due persone in un ristorante medio, con tre portate, costa 18 euro, un cappuccino al bar 0,75 euro, un caffè 0,50 (idem per una Coca Cola).
A conti fatti, il pensionato italiano da 20.000 euro annui, cui rimane intatto il 95% della pensione lorda, può mettere da parte fino a 5.000 euro l’anno, e tutto questo senza farsi mancare nulla. L’impresa di servizi che delocalizza in Tunisia parte o tutta l’attività aziendale ha un trattamento di tutto favore. Infatti, le imprese che producono impiegando manodopera locale ed esportano interamente la produzione all’estero godono per i primi dieci anni di attività di una tassazione ridotta con aliquota del 10%, che diventa il 30% dall’undicesimo anno in poi (ma sono previste riduzioni al 10% per i settori agricolo, medicale, artigiano, istruzione e formazione). In ogni caso, anche dopo il decimo anno il risparmio delle circa 800 aziende italiane presenti in Tunisia è notevole rispetto al nostro Paese, dove oggi la pressione fiscale complessiva alle imprese fa fatica a scendere al di sotto del 50%.
Tuttavia, già due anni prima della pandemia, e nonostante le politiche espansive con cui le banche centrali assicuravano una crescita “drogata” del
Lungo tutto questo periodo, il travaso costante dal risparmio amministrato a quello gestito e la conseguente sostenibilità degli utili bancari hanno mascherato il fenomeno, ma negli ultimi due anni il crollo dei prezzi dei bond e delle azioni, seguito allo spegnimento del Quantitative Easing e all’aumento dei prezzi al consumo, hanno determinato una corsa graduale al rifugio del denaro – spesso disinvestito in perdita – in conti correnti che hanno continuato ad offrire tassi prossimi allo zero, e solo di recente tassi creditori decorosi, ma solo per il breve periodo.

Adesso, però, il suo ottimismo comincia a scricchiolare perché si è già perso i rialzi avvenuti da ottobre 2023 ad oggi e ora non sa se e come rientrare. Nel frattempo, ha spostato da pochi mesi la liquidità sui conti remunerati al 3-4% lordo e si illude di aver recuperato la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione del biennio 2022-2023 (-18%); ma non riuscendo ad uscire dallo stallo, quasi certamente perderà i guadagni dei prossimi tre anni e, ad un certo punto, rimarrà orgogliosamente liquido anche contro ogni evidente e migliore alternativa offerta dai mercati.

Tutte e tre le categorie di risparmiatori sono accomunate da una certa avversione al rischio, e vedono con paura o diffidenza l’investimento nel settore azionario. Costoro, però, avrebbero almeno due buone ragioni per scegliere quanto meno una entrata decisa nel mondo delle obbligazioni. La prima è rappresentata dal fatto che l’
investitori, grazie ai rendimenti che sono ancora vicini ai massimi decennali e, soprattutto, sono ancora assicurabili per i prossimi anni. Inoltre, le 

L’approccio “psico-emozionale” al cliente passa attraverso una serie di domande utili, alcune di ordine pratico e altre più personali, che serviranno a mettere a fuoco l’identikit dell’
La fase successiva all’approccio per domande è quella dello studio degli strumenti da proporre per colmare il gap tra reddito pensionistico stimato e costo del tenore di vita desiderato. Per farlo, occorre effettuare simulazioni previdenziali corrette e aggiornate, cui opporre l’analisi dei mezzi a disposizione del cliente; pertanto, al reddito pensionistico stimato si aggiungeranno il risparmio accumulato e il patrimonio personale del cliente e del coniuge, al fine di valutare la “ricchezza pensionistica” di cui disporre per dare copertura finanziaria ai costi potenziali della Longevity così come risulteranno dalle informazioni scaturite durante la prima fase (quella delle domande), cercando di non fare alcun affidamento al c.d. “welfare familiare”, e cioè la possibilità del
Dal punto di vista tecnico, sappiamo che il sistema previdenziale italiano prevede una struttura a tre pilastri. Il primo pilastro è la previdenza pubblica obbligatoria finanziata dai lavoratori e dalle aziende datrici attraverso la contribuzione obbligatoria per legge, in base ad aliquote diverse per tipo di lavoratore: per i lavoratori dipendenti è circa il 33%, per gli autonomi circa 23% e circa il 14% per i liberi professionisti. Il secondo pilastro è rappresentato dalla previdenza complementare collettiva, attraverso l’adesione a fondi pensione di categoria o PIP. Il terzo pilastro è la
e piani individuali di accantonamento. Sia nel secondo che nel terzo pilastro, i fondi pensione costituiscono patrimonio separato da quello delle società di gestione. In ogni caso, con il passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo si è usciti da un sistema a ripartizione – che era una sorta di passaggio di denaro da una generazione lavoratrice all’altra – ad uno a capitalizzazione, in cui ognuno di noi ha una specie di “conto personale virtuale” presso l’INPS, nel quale si accumulano i propri personali contributi durante la carriera lavorativa e saranno questi (moltiplicati per un coefficiente di trasformazione) a costituire il montante dei redditi pensionistici.
In uno scenario del genere, i fondi pensione aperti sembrano essere notevolmente indicati, poiché sono forme pensionistiche complementari che raccolgono la contribuzione volontaria di chi decide di aderirvi e la investono sui mercati finanziari, maturando alla scadenza – ovvero alla maturazione dell’età pensionistica – un capitale o una rendita a integrazione dell’assegno pensionistico. I fondi in questione sono istituiti da banche, compagnie di assicurazione, società di gestione del risparmio (SGR) e società di intermediazione mobiliare (SIM), e i contributi versati finiscono in un conto individuale intestato all’aderente, su cui vengono sommati anche i rendimenti ottenuti nel corso degli anni a seconda della
I costi di gestione annuali di un fondo pensione sono decisamente limitati (0,4/0,6%), e le somme versate nel fondo sono deducibili dal reddito fino a un massimo annuo di 5.164,57 euro, per cui quanto versato viene dedotto dal reddito di lavoro, abbassando così l’imponibile per il conteggio delle tasse. La versatilità di questo strumento lo rende adatto alla Longevity anche prima della fase programmata di utilizzo, poiché è possibile richiedere un’anticipazione prima di aver raggiunto e completato i requisiti pensionistici, per alcune motivazioni particolari: spese sanitarie straordinarie documentate dovute a interventi e terapie per motivi gravi dell’iscritto, del coniuge e dei figli, in qualsiasi momento e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; acquisto o ristrutturazione della prima casa dell’iscritto o dei figli, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; motivi personali, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un massimo pari al 30% del montante maturato. Inoltre, la tassazione sulla plusvalenza è agevolata (tra il 12,5% ed il 20%, invece del 26%).
Relativamente agli strumenti più specificamente finanziari, i Piani di Accumulo di Capitale, detti anche PAC, consentono di accedere a un investimento finanziario attraverso versamenti periodici e graduali di capitale, anche minimi, a cadenze regolari e per un periodo predeterminato, per acquistare strumenti finanziari o sottoscrivere un fondo, con una forma relativamente personalizzata di investimento. Il Piano di Accumulo consente quindi un investimento nel lungo termine, tarato sulla propria capacità di risparmio, tramite versamenti periodici che, aumentando via via il capitale investito, incrementano anche il rendimento dell’investimento stesso.
A differenza del fondo pensione, il piano di accumulo può avere durata libera, ma un periodo minimo di dieci anni è indispensabile per rendere vantaggioso l’investimento. Pur non consentendo un risparmio fiscale, i PAC si rivelano essere uno strumento assai versatile e, dal punto di vista dei rendimenti, dal 1960 – anno della loro introduzione – ad oggi hanno consentito di realizzare guadagni notevoli grazie al particolare meccanismo di investimento “al costo medio” e alle performance dei mercati in cui investono (di solito si sceglie un PAC azionario). Essi non sono deducibili e la tassazione sulla plusvalenza non è agevolata, ma pari al 26% (la normale tassazione sulle rendite finanziarie).







