Maggio 25, 2026
Home Archive by category IMPRENDITORI (Page 2)

IMPRENDITORI

Al via Education Week, i webinar gratuiti di 24ORE Business School

Alla terza edizione il ciclo di eventi formativi gratuiti promosso da 24ORE Business School. Quaranta appuntamenti per fare cultura su temi di attualità e scoprire nuove prospettive di lavoro.

Dallo scorso 9 Aprile e fino al 22 Aprile 2024 è tornato l’atteso appuntamento con l’Education Week, il ricco ciclo di eventi culturali e formativi gratuiti promosso per il terzo anno consecutivo da 24ORE Business School. In programma oltre 40 appuntamenti, fruibili da tutti gli interessati in live-streaming o in presenza presso le sedi di Milano e di Roma, dedicati a temi e materie di grande attualità, approfonditi da docenti, esperti del settore e testimonial d’eccezione. Durante l’Education Week, sessioni interattive permetteranno di esplorare un’ampia gamma di argomenti tra cui innovazione, project management, sport, sostenibilità, logistica, digital marketing, ma anche geopolitica, finanza, fino al personal branding.

“Da 30 anni la mission di 24ORE Business School è fornire a giovani laureati e professionisti le competenze necessarie per affrontare le sfide del mondo del lavoro, eccellere e trasformare i propri sogni in successi duraturi”, afferma Valerio Momoni (nella foto), AD di 24ORE Business School. “Con l’Education Week vogliamo offrire un momento culturale unico che permetta di scoprire nuove prospettive di lavoro, con uno sguardo fortemente rivolto alle professioni del futuro”. Un’occasione, dunque, per arricchire le competenze individuali stando al passo con le ultime tendenze, ma, come spiega Momoni, “anche un modo per restituire cultura alla società, offrendo gratuitamente l’accesso a informazioni preziose e aggiornate”. 

Tra i relatori di spicco che interverranno all’Education Week, l’Ambasciatore Stefano Pontecorvo, Mauro Bonati di Yakult Italia, Stefano Branca di Culligan International, Simona Vargas di Telepass, Carlo Diego D’Andrea dell’European Chamber of Commerce in China, Massimiliano De Blasi di Publicis Sapient, Dario Castiglia (nella foto) di RE/MAX, Dario Gargiulo di Bottega Veneta Greater China e molti altri esperti di rilevanza. Professionisti che condivideranno le loro conoscenze ed esperienze, offrendo un’opportunità unica di apprendimento e di connessione con i principali attori del mondo del business.

Oltre ai webinar con i manager d’azienda e i testimonial d’eccezione, il calendario dell’Education Week comprende esclusive open lesson che rientrano nel piano formativo di alcuni dei principali Master della Business School che per l’occasione saranno aperte al pubblico. Tra le novità, anche la presentazione in anteprima di tre libri di manualistica, dedicati a temi “caldi” come il digital marketing, logistica e supply chain e l’utilizzo di LinkedIn, il social network professionale per eccellenza. Ad inaugurare l’Education Week  è stato l’evento “Leadership: Visione, passione, entusiasmo e sviluppo dell’altro”, durante il quale è stata effettuata una approfondita esplorazione del significato della parola “leadership” attraverso le testimonianze di top manager chiamati a motivare e sviluppare il potenziale dei leader di oggi e di domani.

DATA EVENTO: Dal 9 al 22 aprile 2024
PROGRAMMA: https://www.24orebs.com/lp/education-week-aprile-2024
PER INFORMAZIONI: adriana.anceschi@24orebs.com
VIDEO: https://youtu.be/nVVFGEliNvA

Healthcare, il mercato mondiale dei servizi di consulenza sanitaria decolla grazie al digitale

Un recente rapporto spiega come la digitalizzazione contribuisca a spingere in modo significativo la crescita del mercato dei servizi di consulenza in ambito healthcare.

Vola il mercato globale dei servizi di consulenza in ambito sanitario: secondo il rapporto stilato dal The Business Research Center, il settore nel 2024 supererà i 28 miliardi di dollari di valore – dai 25 miliardi di valore del 2023 – per arrivare poi a sfiorare entro il 2028 i 50 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale aggregato del 13,9%. Tra le regioni è il Nord America l’area guida, a livello mondiale, del mercato dei servizi di consulenza sanitaria mentre le stime vedono nell’Asia-Pacifico la regione più promettente in termini di crescita nel periodo di previsione oggetto dell’indagine di mercato (2024-2033).

La forza trainante dietro questa ondata di crescita è rappresentata, in primis, dall’impatto della digitalizzazione sui servizi di consulenza sanitaria. L’impiego e l’utilizzo del digitale e delle sue applicazioni, infatti, è in grado di trasformare i modelli di business, contribuendo a generare valore e favorendo la scoperta di preziose informazioni sulla gestione e il monitoraggio delle patologie. Ciò ha applicazioni dirette anche sulla rapida espansione del mercato globale dei programmi di supporto al paziente (PSP) che, secondo quanto riportato da un’analisi svolta da Insight Ace Analytic, raggiungerà i 64,36 miliardi di dollari di valore entro il 2031 con un tasso annuo di crescita del +16,62%. I PSP sono molto richiesti all’interno dell’industria farmaceutica in quanto l’assistenza sanitaria è sempre più incentrata sul paziente che ora non vuole più solo farmaci ma anche ricevere informazioni, supporto, risorse e strumenti per poter gestire efficacemente i problemi di salute. Questi strumenti sono molto utilizzati nel trattamento di malattie croniche come il diabete, il cancro e i disturbi autoimmuni, in quanto possono migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti, i risultati complessivi in termini di salute e l’esperienza sanitaria, diventando così sempre più una parte importante della moderna assistenza sanitaria.

Un trend, quello dell’espansione del mercato dei programmi di supporto al paziente, che sta guidando il mercato dei servizi di consulenza sanitaria anche in Italia, come confermato anche dal parere degli esperti. “La centralità del paziente è uno degli obiettivi principali che dovrebbe perseguire il nostro Servizio Sanitario Nazionale, perché ciascun soggetto è portatore di una propria complessità e necessita di risposte specifiche lungo il percorso di cura e assistenza sanitaria – spiega Davide Lucano (nella foto), amministratore delegato di OPT Spa (optsalute.it), società di consulenza e formazione che, dal 1994, opera all’interno del sistema sanità italiano per promuovere lo sviluppo di progetti ad alto valore aggiunto. Uno dei primi passi in questo senso è quello di garantire una presa in carico multidisciplinare che abbatta gli steccati tra le varie discipline, attuando un cambiamento organizzativo nei modelli di cura. È necessaria poi anche una rivoluzione culturale, con medici, infermieri e operatori sanitari che devono ribaltare il loro punto di vista, imparando a utilizzare le tecnologie digitali a sostegno della cura clinica. Solo così avremo persone in grado di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalle apparecchiature digitali in ambito sanitario e che siano davvero orientati al soddisfacimento della patient experience”.

In Europa è la Germania il principale mercato europeo dei servizi di consulenza sanitaria, che arriverà a toccare i 4 miliardi di dollari di valore entro il 2030 con un tasso di crescita annuale del 10,6%, di poco inferiore a quello fatto registrare da Regno Unito (10,9%) e Francia (12,7%) nel medesimo periodo. In Italia, invece, il settore della consulenza in ambito sanitario non ha ancora espresso le sue piene potenzialità e ha degli importanti margini di miglioramento. Anche in Italia, infatti, si prevede che nei prossimi anni la frequenza dei tumori e delle malattie croniche aumenterà, e si registra un costante aumento della popolazione anziana. Per questi motivi è probabile un aumento della digitalizzazione nelle soluzioni di information technology sanitarie e un aumento della spesa pubblica e del settore privato in questo tipo di infrastrutture, al fine di favorire nei grandi ospedali le reti sanitarie integrate e migliorare il coordinamento dell’assistenza al paziente.

L’espansione del mercato dei servizi di consulenza sanitaria, per via delle notevoli implicazioni a livello informatico, aumenta le preoccupazioni sulla privacy dei dati dei pazienti. Sincronizzare l’infrastruttura IT dei grandi ospedali, infatti, è un compito molto difficile per gli specialisti, e ciò rappresenta un ostacolo significativo all’espansione del mercato, dal momento che tutti i vecchi sistemi devono essere modificati quando vengono utilizzati con sistemi incompatibili. Inoltre, la carenza di professionisti IT qualificati nel settore sanitario potrebbe rappresentare un ulteriore barriera allo sviluppo dei servizi di consulenza sanitaria, soprattutto nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, che non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base. I questi paesi, tuttavia, l’impennata dei progressi tecnologici nel campo degli smartphone e della connettività Internet accelereranno la crescita del mercato nei prossimi anni e creeranno un’attività redditizia.

 

24ORE Business School: consegnato il diploma a 816 studenti dei master

Battiston (EssilorLuxottica): “il Master della 24ORE Business School è stato determinante per la mia crescita professionale”. Circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master.

Tutto esaurito nell’Anfiteatro di via Monte Rosa a Milano per la consegna dei Diplomi 2024 di 24ORE Business School, la prima scuola italiana di alta formazione che da 30 anni punta a costruire un legame sempre più stretto e diretto fra i talenti e le migliori imprese del nostro Paese. Quest’anno la Master’s Graduation Ceremony, che segna idealmente il passaggio dal mondo formativo a quello del lavoro, ha visto protagonisti 816 studenti provenienti da ogni parte d’Italia.

Evidenziando che circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master, Valerio Momoni (nella foto), CEO di 24ORE Business School, ha sottolineato come “l’alta formazione e l’apprendimento continuo rivestano un ruolo sempre più cruciale in un mondo del lavoro in profonda evoluzione, dove percorsi di studio mirati rappresentano un driver fondamentale per svolgere la professione dei sogni”.

Ospite d’onore della serata Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica, che ai microfoni di SkySport (giornalista Cristiana Buonamano) ha raccontato come il Master frequentato alla 24ORE Business School sia stato determinante nel suo percorso di crescita professionale. 

Matteo Battiston

24ORE Business School, che fa parte del gruppo Digit’Ed, è la prima business school italiana che da trent’anni opera nel mercato dell’education e della formazione manageriale, con corsi di specializzazione e Master in tutte le aree più richieste dal mondo del lavoro e per tutte le funzioni aziendali. Si rivolge a giovani diplomati che cercano opportunità di carriera in ambiti dinamici e altamente competitivi; neolaureati che vogliono velocizzare l’ingresso nel mondo del lavoro e affrontare sfide complesse; professionisti che intendono accelerare la propria carriera o sviluppare nuove competenze per progredire nel proprio percorso professionale; imprenditori che ambiscono a migliorare le capacità di gestione aziendale.

La business school, di matrice professionale con finalità fortemente collegate al mondo del lavoro, assicura una formazione completa, grazie a una faculty unica composta da docenti, manager d’azienda, consulenti, giornalisti, con esperienza diretta dei diversi mercati. I percorsi in aula, contraddistinti da un approccio pragmatico, orientato al business, uniscono alla teoria delle nozioni la pratica del mondo delle aziende. Completa l’offerta un’ampia scelta di corsi fruibili online e un fitto calendario di eventi, incontri verticali e meeting di rilievo internazionale che permettono agli studenti di entrare in contatto con i player più rilevanti dei settori dell’impresa, della finanza, della tecnologia e delle istituzioni.

PMI, frena l’ottimismo sulla crescita economica. Grant Thornton: ripensare i modelli organizzativi

Secondo Grant Thornton, l’incertezza economica è il principale vincolo alla crescita delle PMI globali. Nonostante questo, il 60% delle imprese del mid-market si aspetta un aumento della redditività.

Secondo l’ultimo International Business Report (IBR) di Grant Thornton, elaborato a livello globale sui dirigenti di oltre 2.500 imprese del mid-market, nel secondo semestre del 2023 si assiste ad un calo dell’ottimismo da parte delle aziende globali, dal 67% al 65% (-2% rispetto al primo semestre 2023), con un decremento più netto in Europa, dove l’indice di fiducia economica si abbassa dal 56% al 51% (-5%), e in Italia, in discesa dal 46% al 43% (-3%). A destare preoccupazione sono le prospettive economiche incerte a causa delle tensioni geopolitiche e delle condizioni finanziarie restrittive per famiglie e imprese.

E così, nonostante il leggero calo (-1% rispetto al 1° semestre 2023), l’incertezza economica rimane ancora il vincolo più frequentemente riportato a livello globale (57%), in Europa (47% vs 49%) e in Italia, dove il dato resta stabile al 55%. A seguire, i principali ostacoli alla crescita vengono individuati nei costi del lavoro (51%) e dell’energia (52%) e dalla disponibilità di forza lavoro qualificata (50%), sebbene tutti i dati mostrino un evidente miglioramento che, seppur in modo marginale, riflette la minore preoccupazione delle aziende rispetto al semestre precedente. A questo quadro di incertezza si contrappone un numero significativo di aziende che si aspetta un aumento della redditività (in crescita dal 59% al 60%) per il prossimo anno, attribuibile principalmente al fatto che l’inflazione è stata messa sotto controllo. Una tendenza contraria mostra l’indice in Europa in lieve discesa, dal 45% al 42%, così come in Italia, dal 43% al 42%.

Il miglioramento atteso sulla profittabilità è ulteriormente rafforzato dal fatto che un numero inferiore di aziende (nel mondo dal 55% al 50%; in Europa dal 50% al 47%; in Italia dal 45% al 34%) prevede di aumentare i prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi. Tuttavia, ad una crescita attesa della redditività si accompagna una contrazione del numero di aziende che prevede un aumento dei ricavi per il prossimo anno, che scende dal 60% al 59%. L’indice è in leggero peggioramento anche in Italia, passando dal 56% al 54% e in Europa, dove scende al 53% dal 54%.

Nonostante più della metà delle aziende globali preveda un aumento della redditività, il segmento del mid-market si mostra nel complesso in difficoltà, trovandosi a fronteggiare le molteplici sfide poste dall’economia globale. Questa incertezza trova riscontro anche nell’esiguo aumento (+1%) del numero di imprese che prevede di assumere personale nel corso di quest’anno, che passa dal 50% al 51%. In Europa le aspettative di assunzione calano dal 41% al 39%, ma il pessimismo è più marcato in Italia, con una diminuzione di ben 10 punti percentuali (dal 43% al 33%). Resta stabile invece (83%) il numero delle aziende che prevede un possibile aumento dei salari, mentre le imprese italiane si mostrano più fiduciose (in leggera ascesa dal 67% al 69%), seguite da quelle europee (dal 78% al 79%).

Prospettive poco promettenti anche per il commercio internazionale, probabilmente a causa del diffuso sentiment di sfiducia verso scenari geopolitici incerti. Le aspettative di espansione sui mercati esteri mostrano infatti un andamento in frenata, con il 43% delle aziende ottimiste su una crescita dell’export (47% nella prima metà del 2023); una tendenza analoga si riscontra in Italia e in Europa, che vedono entrambe un decremento dal 37% al 35%. Questo fenomeno è principalmente imputabile alla flessione (40% contro il 43% del primo semestre 2023) del numero di aziende che prevede di aumentare il numero di Paesi verso i quali esportare, a cui si accompagna un calo (42% vs 44%) delle aziende che prevedono di aumentare i ricavi connessi alle esportazioni. Le imprese si mostrano meno fiduciose anche in merito al ricorso a fornitori sui mercati esteri, che dovrebbe crescere secondo il 34% del campione (37% nei primi sei mesi dell’anno).

Guardando agli investimenti, restano al primo posto quelli destinati alla Tecnologia, con il 61% delle aziende a livello globale che prevede un aumento nei prossimi 12 mesi (stabile sul primo semestre 2023); in Europa il dato scende al 46% (50% nei primi sei mesi dell’anno) ed è in flessione anche in Italia (47% vs 52%). Per quanto riguarda gli altri settori si assiste ad un calo generalizzato delle aziende che prevedono di accrescere gli investimenti in competenze del personale (56% vs 57%), in ricerca e sviluppo (52% vs 54%) e nelle costruzioni (36% vs 38%). Alessandro Dragonetti (nella foto), Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton, commenta “l’indice di fiducia delle nostre imprese ha registrato un calo generalizzato, che si inserisce nel più ampio quadro di incertezza sulle previsioni economiche internazionali, a causa dell’inasprimento dei conflitti geopolitici e del persistere delle politiche monetarie restrittive. Di contro, le aziende si mostrano fiduciose sulla buona tenuta della redditività nel prossimo anno, che dipenderà in gran parte da come sapranno rispondere alle sfide del contesto economico nel quale si troveranno ad operare. Questo processo dovrà necessariamente passare dal ripensamento dei modelli organizzativi, l’automazione dei processi, il potenziamento delle competenze e, non ultima, una maggiore spinta agli investimenti, ivi inclusi quelli nel capitale umano”.

La “Crisi di Suez” e le ricadute sul commercio mondiale. Scongiurare una nuova curva inflattiva

Dalla “Crisi di Suez” sono possibili ricadute sul commercio estero delle imprese e sull’economia nazionale e internazionale. Da inizio 2024 un crollo del 35% del transito di navi.

di Giovanni Da Pozzo, presidente di Promos Italia

In un contesto geopolitico già teso e incerto a causa della guerra Russo-Ucraina e del conflitto Israelo-Palestinese, l’ultima minaccia in ordine di tempo alla stabilità europea e all’export italiano proviene dal Canale di Suez, una rotta strategica e fondamentale per il commercio internazionale, considerato che da quel tratto di mare in territorio egiziano transita il 12% dei commerci globali. L’attacco portato nel corso delle ultime settimane alle navi cargo che attraversano il Canale di Suez da parte degli Houthi, gruppo di ribelli yemenita sostenuto dall’Iran, sta infatti comportando gravi conseguenze ai trasporti dall’Asia verso l’Europa.

Infatti, nei primi giorni del 2024 lo stretto che collega il Mar Rosso al Mediterraneo ha subito un crollo del 35% del transito di navi. Questo dato è la conseguenza della decisione di diverse compagnie di “cambiare rotta”, puntando la prua verso il Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. La nuova tratta, decisamente più lunga, comporta significativi ritardi per le spedizioni. Il viaggio di una nave da Singapore a Rotterdam, uno dei principali porti europei, passando per il Sud Africa si allunga di circa il 40%, vale a dire dai 10 ai 20 giorni di navigazione in più. La conseguenza sono costi di trasporto più elevati (il prezzo di un viaggio di andata e ritorno dall’Asia all’Europa si stima possa costare quasi un milione di dollari in più) e l’aumento delle tariffe di spedizione, che in una settimana sono più che triplicate: a metà novembre spedire un container da 40 piedi da Shanghai a Genova costava 1600 dollari, oggi la cifra per la stessa tratta, con lo stesso container, è di 5200 dollari.

La riduzione dei traffici dal Canale di Suez si sta riflettendo anche sui porti italiani. Ad analizzare la situazione è stato l’ISPI, che ha preso in considerazione quelli di Genova, Venezia, Trieste, Gioia Tauro, Augusta e Livorno. Porti dai quali entra nel Paese il 54% delle importazioni marittime italiane ed esce il 40% delle esportazioni. Nel giro di qualche settimana questi porti hanno fatto registrare una riduzione del traffico del 20%, un dato rilevante e piuttosto preoccupante per l’intera economia italiana.

Questa complicazione sta generando le prime ripercussioni – per ora ancora contenute – sul commercio internazionale delle imprese italiane, ma se la “crisi” dovesse persistere il quadro potrebbe rapidamente cambiare. Secondo i dati di Confartigianato, il valore dell’import-export italiano che annualmente transita per il Canale di Suez supera i 148 miliardi di euro, di cui circa 93 miliardi di import e 53 miliardi di export, e in percentuale le merci italiane che seguono la rotta che attraversa l’Egitto rappresentano oltre il 15% delle importazioni totali dall’estero, e quasi il 9% delle esportazioni. Attraverso Suez, tra l’altro, transita anche buona parte degli acquisti di beni dalla Cina (che resta il secondo mercato di approvvigionamento del nostro Paese). E anche un terzo delle importazioni italiane nel settore della moda giungono in Italia attraverso il Mar Rosso. L’incidenza è alta anche in relazione alle importazioni di greggio e di prodotti metalmeccanici, che costituiscono circa il 30% del totale degli acquisti dall’estero. Senza dimenticare, in questa fase storica, la nostra dipendenza nell’approvvigionamento del petrolio e naturale liquefatto da “fonti alternative”, dopo l’addio al metano russo.

Se è vero che le instabilità internazionali degli ultimi anni stanno spingendo molte imprese italiane a considerare il nearshoring e il friendshoring, è altrettanto vero che è complicato pensare che queste soluzioni possano compensare l’impatto che il blocco di Suez potrebbe avere in termini di valori assoluti. Inoltre, questa ennesima potenziale crisi sta contribuendo a rafforzare quelle forme di neo-protezionismo (spinte anche dal vento della politica che soffia in questa direzione), che – secondo la Banca Mondiale – nel 2023 hanno provocato un calo del 5% dei commerci internazionali.

e

Oggi non è possibile stimare quanto potrà durare quella che i giornali hanno ribattezzato “La crisi di Suez” (riportando alla mente il conflitto del 1956, quando Francia, Regno Unito e Israele occuparono militarmente il Canale trovando l’opposizione da parte dell’Egitto), certamente il segnale di una nuova instabilità – in una fase storica già parecchio complessa – è preoccupante. Nella peggiore delle ipotesi, secondo The Economist Intelligence Unit, un’escalation degli attacchi comporterebbe un incremento sensibile dei costi per le catene di approvvigionamento globali, per le imprese e per i consumatori. Non solo, c’è il rischio concreto che anche le attività cosiddette di “back end“, vale a dire le fasi finali della catena globale del lavoro, possano bloccarsi; senza contare che – sempre secondo il settimanale inglese – si stima una frenata delle crescita del PIL mondiale, che nel corso dell’anno potrebbe crescere solo del 2,5%.

E’ pertanto necessario scongiurare un’interruzione prolungata dei transiti di navi dal Canale di Suez. Se ciò dovesse avvenire, ci troveremmo di fronte ad una nuova ondata di crisi economica e occupazionale in un contesto già sfiancato dai danni del Covid e da quelli generati dalla guerra in Ucraina. L’aumento dei costi avrebbe la conseguenza di una nuova curva inflativa che, anche in questo caso, non sarebbe causata da un eccesso di domanda, e quindi di moneta in circolazione, bensì dall’ennesimo aumento dei costi, delle tariffe e dei prezzi. Secondo le stime dell’ISPI, i prezzi in Europa potrebbero aumentare – entro 12 mesi – dell’1,8% e l’inflazione core, ovvero quella che esclude le componenti più volatili, come ad esempio generi alimentari e costi dell’energia, potrebbe crescere quasi dell’1% rispetto a uno scenario senza crisi.

Un’altra fase inflattiva è quindi un rischio da scongiurare ad ogni costo, anche perché è assai difficile da contrastare, come testimoniato da quella più recente affrontata dalla Banca Centrale Europea con un aumento dei tassi di interesse che ha finito per scaricarsi sulle persone e sulle imprese, rivelandosi una contromisura inutile e deleteria. Pertanto, la “crisi di Suez” è osservata da vicino anche dalla politica, che da qualche settimana l’ha posta al centro dell’agenda, e in tal senso la buona notizia è che i 27 Paesi europei pare abbiano trovato un accordo per realizzare una missione navale congiunta nel Mar Rosso con l’obiettivo di rintuzzare gli attacchi dei ribelli Houthi e riportare la situazione ad un contesto di normalità. L’auspicio è che, almeno in questo caso, a breve potremo parlare di crisi scongiurata.

Finanza e alberghi: in Italia manca un modello internazionale di collaborazione e gestione immobiliare

In Italia coesistono numerose famiglie proprietarie di immobili adatte allo sviluppo alberghiero, ma con pochi progetti di sviluppo redditizi nel tempo.

di Roberto Necci
www.robertonecci.it 

In Italia, il legame tra il settore finanziario e quello alberghiero è un connubio che sembra non decollare, sebbene alcune eccezioni dimostrino che, correttamente applicata, la finanza può fungere da catalizzatore per lo sviluppo imprenditoriale. Tuttavia, la maggior parte degli attori finanziari guarda con scetticismo al comparto alberghiero, un atteggiamento che questo articolo si propone di esaminare approfonditamente.

Una delle principali ragioni di questa diffidenza è l’attribuzione al settore alberghiero di una capacità reddituale inferiore rispetto ad altri comparti immobiliari. Questo settore, assimilato a quello immobiliare in generale, richiede investimenti in asset tangibili, ma la percezione della redditività risulta spesso meno convincente rispetto ad altri settori. La gestione delle strutture alberghiere aggiunge un ulteriore livello di complessità, coinvolgendo il proprietario delle strutture in attività gestionali complesse che richiedono un costante adattamento alle evoluzioni normative, autorizzative, edilizie e impiantistiche. Questa complessità viene percepita come notevolmente superiore rispetto a quanto richiesto in altri settori immobiliari, come il commerciale, gli uffici o la grande distribuzione organizzata. Inoltre, il contesto italiano è caratterizzato da numerose famiglie proprietarie di immobili in posizioni privilegiate, ma con pochi progetti di sviluppo redditizi nel tempo, a causa delle ridotte dimensioni degli immobili alberghieri. Questa peculiarità fa dell’Italia un esempio unico a livello mondiale, poiché la divisione tra proprietà immobiliare e gestione alberghiera è meno diffusa, differenziandosi notevolmente dall’approccio adottato dalle principali compagnie internazionali. 

A livello globale, nel settore alberghiero si è consolidata la convenzione secondo cui la proprietà immobiliare e la gestione sono due ambiti distinti, con esigenze di investimento e conoscenze specifiche. Gli investitori internazionali, supportati dalla componente finanziaria, affidano i loro immobili a rinomate compagnie alberghiere mediante contratti di gestione, caratterizzati da un potenziale ritorno più elevato, ma con un rischio maggiore, una pratica ancora poco diffusa in Italia. Al contrario, in molti paesi internazionali, è ormai consolidata l’idea che, per valorizzare un investimento immobiliare alberghiero, il canone di locazione deve avere una componente variabile, fungendo da paracadute nei momenti difficili e aumentando nei momenti prosperi per rispecchiare le performance alberghiere. Un’altra dinamica ampiamente diffusa a livello globale è la partnership tra compagnie alberghiere e investitori, con le prime che presentano opportunità di investimento alle seconde, svolgendo un ruolo di origination.

Purtroppo, queste dinamiche sono ancora lontane dall’essere diffuse in Italia, dove il settore alberghiero potrebbe trarre vantaggio dall’adozione di modelli internazionali di collaborazione e gestione immobiliare. 

Emergenza Credit Crunch, la situazione e le soluzioni per le PMI nell’Eurozona

Le banche hanno aumentato i requisiti per l’approvazione di prestiti, influenzando direttamente la liquidità e la capacità di crescita delle PMI.

In un contesto economico sempre più sfidante, l’ultimo Bank Lending Survey della Banca Centrale Europea (BCE) ha evidenziato un inasprimento sostanziale degli standard creditizi applicati dalle banche dell’Eurozona. “Questo fenomeno, noto come “credit crunch“, sta impattando significativamente sulle nostre piccole e medie imprese (PMI), che trovano crescenti difficoltà nell’accesso al credito”, ha dichiarato in una recente intervista Giordano Guerrieri CEO di Finera.

Secondo l’analisi recente dell’Ufficio Studi della CGIA, questa restrizione creditizia sta esercitando una pressione senza precedenti sulle PMI, vitali per l’economia dell’area euro. Le banche, rispondendo a un ambiente economico incerto e a regolamentazioni più stringenti, hanno aumentato i requisiti per l’approvazione di prestiti, influenzando direttamente la liquidità e la capacità di crescita delle PMI. Nello specifico, da agosto 2022 ad agosto 2023 si è registrata una marcata diminuzione degli impieghi bancari vivi verso le imprese italiane, con un calo del 7,7% rispetto all’anno precedente, pari a una contrazione di 55,8 miliardi di euro. Questa riduzione ha colpito in modo più accentuato le piccole imprese con meno di 20 dipendenti (che rappresentano circa il 98% del totale delle imprese in Italia), con un calo dell’8,7%, mentre le imprese di dimensioni maggiori hanno registrato una diminuzione leggermente inferiore, del 7,5%.

Sulla base della analisi della CGIA, secondo Giordano Guerrieri sono almeno tre le cause principali di questa restrizione creditizia, tutte strettamente interconnesse. La prima causa è l’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE, che ha reso il debito più costoso. A ciò si aggiunge il fatto che il calo dei volumi di credito è legato anche al rallentamento del Pil nazionale, che ha comportato una diminuzione della domanda di prestiti e come terza causa la ridotta liquidità delle banche dovuta alla necessità di restituire alla BCE i fondi Tltro, per un totale di 174 miliardi di euro entro settembre 2024.

Di fronte a questa situazione critica, che ha portato molte banche a limitare il credito alle imprese, esistono tuttavia alcune soluzioni concrete per sostenere le PMI. Tra queste troviamo ad esempio la possibilità di un aumento delle garanzie statali sui prestiti alle PMI, al fine di ridurre il rischio percepito dalle banche e facilitare l’accesso al credito. Un’altra possibilità è data dall’introduzione di incentivi fiscali per le banche che offrono condizioni di prestito favorevoli alle PMI, incoraggiando così un maggiore flusso di credito verso questo settore. Non bisogna dimenticare che, “In una situazione di credit crunch, le imprese possono e devono ricorrere alla finanza agevolata e agli strumenti di finanza alternativa, come il crowdfunding o il peer-to-peer lending, che possono offrire alle PMI opzioni di finanziamento più flessibili”, spiega Guerrieri.

Per superare l’attuale crisi di liquidità e assicurare alle PMI dell’Eurozona le risorse necessarie per prosperare e sostenere l’economia, è necessario un approccio proattivo e coordinato, sia da parte delle PMI, che devono abbandonare la mentalità bancocentrica e aprirsi alle valide alternative disponibili per ottenere liquidità, sia da parte di istituzioni europee, stati membri, settore bancario e governi, che devono collaborare per fornire costantemente soluzioni utili a superare il credit crunch.  

E-commerce, nel 2027 il 72% degli italiani comprerà online. Ecco i trend per il prossimo anno

Boom dell’E-commerce che cresce di 4 trilioni di dollari (+10%). Nel 2027 il 72% degli acquisti avverrà tramite il canale online. Questi i trend del settore per il 2024.

Non intende rallentare la crescita del mercato dell’e-commerce, tanto in Italia quanto a livello globale. Secondo le stime di Statista, il 2023 dell’e-commerce si chiuderà con ricavi per quasi 3,65 miliardi di dollari, con un aumento del +10% rispetto alle cifre del 2022 e del 2021 (entrambi gli anni chiusi con 3,32 miliardi di dollari) quando le limitazioni agli spostamenti imposte durante la pandemia contribuirono a far aumentare ancora di più le vendite online. Una crescita che non si fermerà nemmeno nei prossimi anni, fino ad arrivare a superare i 5mila miliardi e mezzo di dollari nel 2027 con un tasso composto di crescita annuale del 11,17%.

A fare da traino al settore, con ricavi da oltre mille miliardi nel 2023, è la Cina. Va forte anche l’Italia, con un tasso composto di crescita annuale tra il 2023 e il 2027 del 11,59%, addirittura superiore alla crescita globale. Il Bel Paese è destinato a chiudere il 2023 con ricavi per quasi 48 miliardi di dollari per arrivare a sfiorare i 74 nel 2027. In termini di “user penetration” – vale a dire la percentuale della popolazione che effettua acquisti online – l’Italia viaggia a buoni ritmi e dovrebbe passare dal 68,2% del 2023 al 72,4% del 2027, una cifra superiore sia alla media europea (69,5%) sia a quella globale (66,6%). Una crescita importante, anche se ancora non arriva ai livelli di quella spagnola che passa dal 71,2% ad addirittura l’84,8%, restando dietro in percentuale anche a Francia (da 78,8% a 80,7%), Germania (da 81,5% a 83,9%) e Regno Unito (da 83,1% a 86,3%).

L’occasione per analizzare il settore è stata offerta dal Richmond E-commerce forum di Rimini, un evento rivolto ai professionisti del commercio elettronico in Italia per far incontrare domanda e offerta, portare nuove idee, soluzioni e innovazione in un settore che vede diventare le richieste dei consumatori sempre più esigenti. Crescono anche le categorie di prodotti venduti, ma non sono previsti stravolgimenti nei prossimi anni. A farla da padrone saranno ancora elettronica, fashion e il settore giochi-hobby-fai da te. Non va poi sottovalutato come nel mercato dell’e-commerce stia diventando sempre più protagonista l’intelligenza artificiale generativa che, secondo uno studio recentemente riportato da Yahoo Finance, dovrebbe arrivare a un valore di mercato superiore ai 18 miliardi di dollari nel 2032, con un tasso composto di crescita annuale del 15,8% rispetto 4,2 miliardi del 2022. In particolare, l’IA generativa è sfruttata, tra le altre cose, per creare schede dei prodotti, fornire risposte tempestive alle domande dei clienti, nuovi design e versioni 3D del prodotto; inoltre, grazie all’analisi predittiva può prevedere la domanda futura e suggerire la gestione dell’inventario.

Negli anni post Covid si sta scoprendo che l’efficacia di un servizio di e-commerce dipende dalla coerenza e dall’armonia fra tutte le sue componenti. Questo spiega perché siti all’apparenza simili ottengono risultati finanziari che possono variare notevolmente. A fare la differenza sono dunque le tecnologie e i servizi che stanno dietro a un sito di vendita on-line e che diventano fondamentali per raggiungere la redditività. Ecco allora i più importanti trend nel settore degli e-commerce per il 2024 emersi dal Richmond E-commerce forum.
Intelligenza artificiale – L’intelligenza artificiale comincia a penetrare nelle fasi di progettazione e poi di offerta dei merchant. Nel 2024 è previsto uno scenario ancora più impattante per le conseguenze di pervasività dell’AI e dei suoi innumerevoli strumenti. Un esempio? Chatbots pronti a rispondere ai dubbi degli acquirenti 24 ore su 24.
Realtà aumentata – Insieme all’intelligenza artificiale (AI) si sta sviluppando la realtà aumentata (AR). Questa tecnologia permette di vincere lo scetticismo che si ha nel comprare un oggetto senza vederlo di persona. L’ambiente virtuale può offrire un’esperienza simile a quella di un negozio reale, per questo ci si aspetta un aumento delle risorse legate alla realtà aumentata.
Shopping vocale – La diffusione sempre maggiore di assistenti vocali ha inevitabilmente coinvolto anche il mondo dell’e-commerce. Fare acquisti attraverso un semplice comando vocale può risultare quanto mai comodo, per questo molti negozi si stanno impegnando a implementare la tecnologia di riconoscimento vocale.
Social commerce – Utilizzare i social network per vendere online sta diventando sempre più comune tanto che il mercato del social commerce nel 2027 dovrebbe arrivare a quasi 3mila miliardi di dollari per poi più che raddoppiare nel 2030. Se prima sui social comparivano link che mandavano a negozi online, ora si può acquistare direttamente con un click semplificando la transazione.

Calcio e scouting: il “fattore X” rivendica il suo primato sulla intelligenza artificiale

In un mondo sempre più digitale, individuare i campioni di domani non è più il mestiere di una volta. Ma gli algoritmi di IA non elimineranno mai il “fattore X” umano del pallone.

Di Marco d’Avenia

È una fredda notte di novembre a Barcellona, siamo nel 1997 e al Camp Nou i “blaugrana” ospitano la Dinamo Kiev in una partita di Coppa dei Campioni. Tra le decine di migliaia di spettatori, però, ce n’è uno arrivato per tenere gli occhi puntati su un solo giocatore, un attaccante che milita nelle fila degli ospiti ucraini: promettente come pochi, con fiuto del gol e di cui si dice già un gran bene.

La partita è avvincente, e in effetti l’osservato speciale si rende immediatamente protagonista con una tripletta che contribuisce a fissare il risultato finale su un perentorio 4-0. A questo punto, l’uomo che l’osserva dagli spalti deve fare in fretta: tre gol al Camp Nou in una notte europea non passano inosservati, e bisogna fare subito rapporto alla casa base in merito al gioiello appena scoperto. Italo Galbiati – questo il nome dell’osservatore – si precipita alla prima postazione libera subito dopo il triplice fischio dell’arbitro per inviare un telegramma a Milano, destinatario Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, che legge per la prima volta questo nome: Andriy Shevchenko. Il commento di Galbiati sul futuro Pallone d’Oro e campione d’Europa, scritto nero su bianco quella sera stessa (5 novembre 1997), è profetico: “Fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling”, e ancora “superfluo aggiungere altro: è da Milan”. Inizia così la storia dell’Usignolo di Kiev coi rossoneri, un’avventura fortunatissima per entrambi.

Da allora il mondo è cambiato, anche per il Calcio: computer, internet, smartphone, intelligenza artificiale e machine learning, le nuove frontiere della tecnologia applicate anche al più famoso degli sport  di squadra. E il lavoro di chi segnala giocatori interessanti ai club, che poi devono valutare se investire o meno su di loro, si è trasformato, assieme all’ambiente che ci circonda, sempre più digitale e interconnesso. Infatti, oggi lo scouting non si fa più inviando un osservatore in paesi lontani, con grande  dispendio di risorse economiche e spesso infruttuose; l’osservatore del 2023 è una figura a tutto tondo, che non deve solo avere intuito sportivo e un occhio allenato, ma anche un costante aggiornamento digitale. I giocatori, infatti, sono un’abbondante fonte di dati che, se incrociati con i giusti strumenti e competenze, possono rivelarsi decisivi per il futuro sportivo (e non solo) di una società.

Se i dati sono il petrolio del nostro secolo, allora è anche vero che chi sa applicarli al mondo del calcio può trovare una chiave importante per il successo. Prendiamo ad esempio un caso che in Italia ha fatto scuola: l’Atalanta e il suo presidente Antonio Percassi. Nel corso degli ultimi 10 anni, i nerazzurri bergamaschi hanno mantenuto un bilancio positivo per quanto riguarda la compravendita dei giocatori: +181,61 milioni di euro (dati Transfermarkt), performance migliore in Serie A davanti a Empoli (138,45 mln €) e Udinese (135,93 mln €). Come è stato possibile? L’Atalanta ha fatto scouting in chiave moderna, ma sempre con una visione a lungo termine e con tanti saluti alla logica delle spese folli tipiche dell’epoca dei presidenti-tifosi che non badavano ai bilanci (spesso poi finiti in tribunale). Oggi, per avere un club di successo è necessario essere bravi a puntare somme relativamente modeste su giocatori emergenti, che possano poi andare a generare plusvalenze a livello di mercato, creando così un valore per la dimensione economica oltre che per quella sportiva.

Insomma, immediatamente dopo la tripletta di Shevchenko al Barcellona, il Milan già sapeva di poter contare su un giovane di sicuro avvenire e di sicura plusvalenza. Riportare questa logica apparentemente semplice nel Terzo Millennio, però, è un po’ più complicato. Infatti, se prima il passaparola degli addetti ai lavori e la valutazione a occhio nudo dell’osservatore rendevano lo scouting un’attività per pochi eletti, oggi sono i dati a contare. Per agevolare i club e i “cacciatori di tesori” sono state concepite infatti delle apposite piattaforme che acquisiscono i big data dei giocatori e li confrontano, fornendo un report dettagliato. Tra queste realtà c’è “Wallabies”, azienda con sede a Milano che fornisce i suoi servizi a club come Parma, Sassuolo, Monza, Spal, Basilea, Southampton, Piacenza e – non a caso – proprio l’Atalanta. Wallabies, per aiutare le società, ha messo a punto il Performance Index, un sistema basato sull’intelligenza artificiale tramite il quale è possibile comparare tutti i giocatori presenti sul loro database (oltre 70.000). È così possibile effettuare una scrematura immediata servendosi di determinati parametri, come età, ruolo, livello del campionato, performance generali e tanti altri filtri che restringono sempre più il campo della scelta, agevolando il lavoro dello scout.

Un’altra azienda che fa dell’intelligenza artificiale uno strumento per scovare i talenti del futuro è “Math&Sport”, nata da “MOXOFF”, ex spin-off universitario del Politecnico di Milano, ora acquisita da Zucchetti. Questa realtà intende formulare, attraverso i modelli predittivi molto accurati, uno studio valutativo della performance. Per fare questo “Math&Sport” si serve della scienza dei dati, selezionando solo quelli utili (smart data) ed estrapolando da essi tutte le informazioni necessarie a uno scout o più in generale a una società intenta ad osservare il profilo di un calciatore specifico. Nel concreto, si passa al microscopio sia l’analisi tattica che quella di un determinato gesto tecnico. Questi dati vengono poi raccolti (1° livello), analizzati (2° livello) e inseriti nel report per la sintesi finale (3° livello). In questo modo il raffronto dei numeri permette di fornire alle società indicazioni precise circa gli impatti sulla squadra di un determinato giocatore.

Spostandoci all’estero, abbiamo invece “ai.io”, che ha il suo quartier generale nel Regno Unito. Qui la parola d’ordine è “democraticizzare lo scouting” al fine di “assicurarsi che ogni giocatore del mondo possa avere le stesse opportunità di essere coinvolto, analizzato, valutato, scovato e sviluppato”. Insomma, il team di “ai.io” sta rivoluzionando il mondo dello scouting, mettendo vicendevolmente in contatto i giocatori e i club. Se da un lato, infatti, le società hanno a disposizione un ricco database per comparare tutte le informazioni utili, anche i calciatori diventano ora parte attiva del processo: gli atleti caricano il proprio profilo e i propri dati fisici su “aiScout”, una piattaforma progettata per dare a tutti la possibilità di avviare la propria carriera professionale nel calcio. L’applicazione è infatti gratuita, ma non solo: “aiScout” fornisce anche report tecnici personalizzati per migliorare skills, abilità cognitive e atletiche, basati sui dati legati alle performance, raccolti e analizzati da AWS e Intel.

Basta quindi avere questi validi strumenti per costruire la squadra dei propri sogni e alzare al cielo un trofeo dopo l’altro? Certo che no. Individuare quelli che saranno i futuri campioni grazie ai big data è solo una parte del grande lavoro di valutazione che svolge chi oggi fa scouting nel calcio. Ci sono infatti almeno due fattori problematici legati a questa visione “matematica” del player trading. Innanzitutto, i dati sono disponibili a chiunque e alla portata di tutti. Ma anche tralasciando questo aspetto, chiunque sappia incrociare un paio di tabelle può estrapolare e ponderare il valore di un calciatore. In questo scenario, quello che conta è l’intuito. Se uno scout si affida solo ai numeri correnti, vuol dire che è già arrivato tardi: il prezzo del cartellino si inflaziona, si crea quello che oggi viene chiamato “hype” (un entusiasmo effimero e spesso immotivato) e si rischia di strapagare un possibile flop di mercato. Se invece si è in grado di anticipare il trend delle giocate decisive, dei gol e degli assist, allora si può arrivare al tesoro prima di chiunque altro, e questo ancora l’Intelligenza Artificiale non è in grado di farlo.

Il secondo punto critico è invece legato a una dimensione più psicologica. Quanti giocatori hanno imboccato la strada giusta all’inizio per poi perdersi? Di meteore nel calcio ce n’è una miriade: basta sfogliare un album Panini di qualche decennio fa. Ed è qui che lo scout deve essere bravo a distogliere lo sguardo dai freddi numeri e considerare non più l’atleta, ma l’uomo in tutta la sua interezza. L’aspetto psicologico è infatti fondamentale. Piet de Visser (nella foto), che nel suo curriculum può vantarsi di aver scoperto calciatori del calibro di Ronaldo (il “Fenomeno”), Romario, Neymar e Kevin De Bruyne, ha affermato in un’intervista: “È comunque il giocatore a determinare la sua carriera, non lo scout”.

Pertanto, lo Scouting dipende ancora da una serie di fattori che un algoritmo non può prendere in considerazione: mentalità, spirito di adattamento, propensione al sacrificio, umiltà, testa sulle spalle, non farsi prendere dagli eccessi una volta sopraggiunti quelli che Dante definiva i “sùbiti guadagni”. Insomma, in questo mondo costellato di algoritmi, numeri e dati, c’è ancora spazio per il “fattore X”, e cioè la variante imponderabile che può sbancare il botteghino. E anche in un calcio inquinato da petroldollari, scandali di ogni genere e diritti TV, c’è ancora spazio per un pizzico di “poesia e mito”, nel senso greco del termine; ovvero quel sano senso pratico del fare che identifica il primato degli esseri umani per intuito, esperienza e gestione delle emozioni, che nessuna intelligenza artificiale potrà mai eguagliare nella vita quotidiana così come nello sport.

Le “AI platform” sfondano anche nel calcio. USA in cima, entro il 2030 ricavi più che triplicati

Il Nord America detiene il 70% della quota totale del Global AI Platform Market. Innumerevoli i campi d’applicazione di queste piattaforme, dall’edilizia al calcio, fino alla alla medicina.

L’innovazione è la base su cui costruire un presente stabile e un futuro sempre più in crescita? Forse non sempre, ma di sicuro coinvolge il settore delle piattaforme digitali e, nello specifico, quelle basate sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, considerata la tecnologia del momento.

Una serie di ricerche condotte sulle principali testate internazionali del settore da Espresso Communication per KONE, multinazionale specializzata in ascensori e montascale quotidianamente monitorati attraverso una AI platform di ultima generazione, hanno rivelato i trend di mercato e i players più importanti. In primis, si prevede che il mercato globale delle Artificial Intelligence Platform, dopo aver sfiorato i 10 miliardi di fatturato nel corso del 2022, supererà i 31 miliardi entro il 2030 con una crescita media annuale composta pari al 20%. Ulteriori dettagli in merito arrivano da Future Market Insights, secondo il quale il Nord America possiede e avrà sotto il proprio controllo la quota di maggioranza dell’intero mercato (70% del totale), mentre l’Europa, anche se presente solo in seconda fila, sarà terreno fertile per investimenti e lanci di nuove piattaforme all’avanguardia visto lo sviluppo dell’Artificial Intelligence Industry nel Bel Paese registrata negli ultimi anni.

Ora una domanda sorge spontanea: quali saranno i settori in cui queste AI platform verranno utilizzate maggiormente? Sicuramente l’edilizia e il design, in primo luogo, per motivi legati alla sicurezza. Entrando ancor più nel dettaglio, la lente d’ingrandimento si pone sugli ascensori di ultima generazione. “L’intelligenza artificiale è la tecnologia del momento e, proprio per questo, può essere applicata ad ogni settore operativo al fine di migliorare produttività ed efficienza – afferma Giovanni Lorino, Amministratore Delegato di KONE Italy & Iberica – la nostra piattaforma si basa sull’utilizzo dell’IA che analizza i dati trasmessi dagli impianti per identificare potenziali anomalie ed intervenire così in maniera mirata prima che si verifichi un guasto. Il nostro servizio, nello specifico, ha migliorato negli anni l’affidabilità e le prestazioni di decine di migliaia d’impianti differenti, installati in qualsiasi tipologia di edificio”. 

Oltre a edilizia e design, un altro settore fortemente influenzato dalla diffusione delle AI Platform è quello sportivo. Entrando più nel dettaglio, piattaforme come Football Performance, PLAIER e AIScout focalizzano l’attenzione sul calcio e, nello specifico, sui giovani talenti che così possono proporsi ai più importanti club del mondo. In che modo? I giocatori eseguono esercizi atletici e tecnici sul portale, quindi vengono valutati tramite un sistema di punteggio AI creato da specialisti di dati e importanti osservatori del gioco. Sono questi osservatori di talenti che decidono quali pochi prodigi realizzeranno il sogno d’infanzia di diventare un calciatore professionista e quali non finiranno per avere una carriera calcistica. Anche la medicina è un settore dove la IA potrà avere una diffusa applicazione. Stando a quanto indicato dal National Library of Medicine, le piattaforme dotate di IA sono e saranno sempre più presenti negli ospedali per garantire un corretto supporto ai professionisti sia nella fase di recupero e analisi dei dati relativi ai pazienti sia in fase di realizzazione della corretta strategia riabilitativa per ogni soggetto sotto osservazione.