Con un mercato da 188 miliardi di dollari entro il 2030 e un tasso di crescita annuo del 37%, la tecnologia promette di salvare oltre 250.000 vite ogni anno.
Secondo un recente report di Statista, il mercato globale dell’Intelligenza Artificiale nel settore sanitario, che nel 2021 valeva circa 11 miliardi di dollari, si stima possa raggiungere quasi i 188 miliardi di dollari nel 2030 con un tasso di crescita annuo del 37%.
Dunque un mercato sempre più in espansione, che trova ragione nei notevoli miglioramenti che l’IA apporta al settore sanitario, permettendo sia di ridurre i costi sanitari sia di supportare i medici nell’analisi diagnostica del paziente. “Intelligenza Artificiale e Machine Learning analizzano enormi quantità di dati in tempi brevissimi: per sfruttarne al massimo le potenzialità è importante sviluppare delle software suite modulari che consentano di creare architetture cloud-native e che attraverso l’IA permettano di ridurre il time to market semplificando la vita di chi deve andare a sviluppare le applicazioni”, ha commentato Marzio Ghezzi, CEO di Mia-Care.
Il 94% delle organizzazioni sanitarie ha dichiarato di utilizzare l’Intelligenza Artificiale o il Machine Learning, secondo i dati riportati da un sondaggio di Morgan Stanley Research; ugualmente il 40% dei dirigenti sanitari prevede un aumento degli investimenti nell’IA nei prossimi cinque anni. Dati, questi, che ben evidenziano il ruolo sempre più centrale che l’automazione e le applicazioni dell’IA svolgeranno nel settore sanitario, migliorando la vita dei pazienti e consentendo una significativa riduzione dei costi. Per esempio, è possibile ridurre di 16 miliardi di dollari i costi sanitari legati alle cosiddette “riammissioni”, che si verificano quando un paziente precedentemente ricoverato necessita di cure aggiuntive o affronta complicazioni che richiedono un nuovo ricovero. Ugualmente le Unità di terapia intensiva Intelligente, oltre a permettere un monitoraggio costante e in tempo reale e aiutare il personale medico a prendere decisioni più informate e tempestive, potrebbero comportare, per le strutture sanitarie, un risparmio annuo di circa 323.000 dollari per posto letto.
Questi risparmi avrebbero un impatto anche nel settore farmaceutico: i costi legati alla scoperta di farmaci potrebbero infatti ridursi di oltre 70 miliardi di dollari entro il 2028 grazie all’impiego di algoritmi di Machine Learning che accelerano lo sviluppo di nuovi farmaci e dunque riducono tempi e costi. “L’IA sta trasformando il modo in cui la Sanità viene erogata, portando a un sistema sanitario più efficiente con benefici significativi per pazienti, medici e fornitori di servizi sanitari. Da un lato, infatti, l’IA consente ai professionisti di risparmiare tempo, accedere rapidamente all’intera storia clinica dei pazienti e quindi effettuare diagnosi più precise e prendere decisioni più informate, in tempo reale; dall’altro, per i pazienti, l’esperienza sanitaria è assolutamente migliorata, con cure di alta qualità fornite in modo più rapido ed efficace”, ha aggiunto Marzio Ghezzi (nella foto).
Secondo quanto riporta Statista, prima dell’implementazione dell’IA i medici in Europa dedicavano metà del loro tempo alle attività amministrative e l’altra metà all’assistenza ai pazienti. Tuttavia, con l’IA si prevedeva che avrebbero potuto dedicare quasi il 20% in più del loro tempo all’assistenza diretta ai pazienti, fornendo cure più personalizzate e di alta qualità. L’IA infatti permette di raccogliere, archiviare e analizzare le informazioni, oltre che semplificarne la condivisione: le organizzazioni sanitarie possono collegare informazioni provenienti da fonti diverse, offrendo una visione più olistica dello stato di salute dei pazienti e contribuendo a migliorare il trattamento e la gestione delle malattie. Ad esempio, l’Intelligenza Artificiale può raccogliere dati dai dispositivi, analizzando i parametri vitali dei pazienti e i risultati di screening preventivi per individuare problemi, consigliare terapie e monitorare costantemente livelli di glucosio, salute cardiaca e neurologica, riducendo dell’86% gli errori commessi dagli operatori sanitari, e salvando così oltre 250.000 vite ogni anno.
Se prendiamo in considerazione uno studio recentemente pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology e ripreso dalla CNN, che ha coinvolto 80.000 donne in Svezia, si evidenzia come l’assistenza dell’Intelligenza Artificiale abbia supportato il personale sanitario nell’individuare il 20% in più di casi di carcinoma mammario, contribuendo peraltro a non aumentare i falsi positivi e riducendo il carico di lavoro dei medici, nella lettura delle mammografie, del 44%. D’altro canto anche i pazienti sembrano apprezzare l’uso dell’IA, per cui la maggior parte si trova a proprio agio nell’utilizzare assistenti virtuali (chatbot e app) in grado di gestire domande sui farmaci, inviare report ai medici e supportare i pazienti nella prenotazione di visite. “In quest’ottica
l’Intelligenza Artificiale applicata in ambito sanitario fornisce strumenti che permettono di affiancare il medico nelle sue attività giornaliere di supporto al paziente, migliorando l’interazione e la qualità dell’assistenza grazie alla tecnologia Speech-to-Text, che è in grado di trascrivere il parlato in forma scritta su supporti digitali in modo semplice e veloce. Inoltre, permette di unificare il lavoro di professionisti sanitari, sviluppatori software e data scientist mettendo a disposizione un ambiente di sviluppo efficiente per creare e gestire algoritmi finalizzati all’IA”.



L’Oktoberfest di Monaco di Baviera è la festa della birra più importante del mondo, ed è una celebrazione iniziata nel 1810 per festeggiare il matrimonio tra il principe, e futuro re, Ludwig I di Baviera, con la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Otto anni dopo, nel 1818, l’idea fu ripresa da Guglielmo I, re di Württemberg, che indisse una grande festa a Stoccarda per alleviare il morale dei contadini che avevano perso il raccolto a causa del maltempo, dando così origine alla Cannstatter Volksfest. Col passare del tempo, la
tradizione delle feste della birra ha varcato i confini tedeschi e si è diffusa in tutto il mondo e, nella maggior parte dei casi, il periodo scelto rimane quello che va dalla metà di settembre alla metà di ottobre. A Vienna, per esempio, si festeggia dal 21 settembre all’8 ottobre con la Wiener Kaiser Wiesn, mentre nell’italianissima Trento le celebrazioni si svolgono lungo un intero mese, con fiumi di birra. Dal 18 al 21 ottobre Varsavia rende omaggio alle birre artigianali con il Festiwal Piwa. La festa della birra arriva anche oltreoceano, dal 21 al 23 settembre Denver ospita il Great American Beer Festival.
Il 2023 – anno che chiude idealmente il periodo più duro della pandemia – è il periodo ideale per festeggiare e per fare alcuni bilanci per il mercato della birra che, secondo Statista, passerà dai 560 miliardi di dollari del 2021 agli oltre 750 miliardi del 2027 (+34%), con un tasso composto di crescita annuale del +5,44% e una crescita parallela nei volumi che toccheranno i 189,30 miliardi di litri entro il 2027. Sul podio dei produttori si trova la Cina, dove viene generata la maggior parte delle entrate, pari a 125,60 miliardi di dollari nel 2023. A livello globale, la birra è la bevanda alcolica più consumata, rappresentando circa il 60% del volume totale del mercato. Indicativo della riscoperta delle abitudini tradizionalmente associate al suo consumo, dopo la parentesi pandemica, è il dato che mostra come entro il 2027, il 52% della spesa e il 33% dei consumi in volume nel mercato della birra saranno attribuibili all’acquisto fuori casa, ad esempio nei bar e ristoranti.
Proprio la birra, secondo la recente ricerca realizzata da Nomisma per Osservatorio Birra e Agronetwork, in Italia è la bevanda di qualità più richiesta nei locali (59%), davanti alle bollicine (39%) al vino bianco (38%) e al vino rosso (34%). In Italia cresce anche il mercato delle birre artigianali. Secondo il Registro delle imprese CCIAA, nel 2022 le realtà che producono birra in Italia hanno raggiunto le 1.326 unità occupando un totale di 9.612 addetti diretti, con una crescita rispetto al 2015 del 104% in termini di birrifici e del 22% in termini di addetti (dati emersi nel Report 2022 “Birra artigianale, filiera e mercati” di Unionbirrai).
Dopo la crisi climatica, la rivoluzione digitale è risultata essere una fonte inesauribile di trasformazione globale e irreversibile, che richiede un approccio a sé stante ma nello stesso tempo integrato con quello della sostenibilità ambientale, economica e sociale, dal momento che è impossibile bypassare le tecnologie digitali e raggiungere obiettivi sostenibili. Del resto, a livello politico internazionale queste tematiche sono state adeguatamente affrontate dal piano Next Generation Eu, che mira a promuovere la ripresa economica post-Covid attraverso iniziative green e, appunto, digitali.
Le tecnologie avanzate portate avanti negli ultimi anni – l’intelligenza artificiale, il cloud, i Big Data, le criptovalute e le reti 5G, solo a titolo di esempio – hanno contribuito alla creazione di un mondo interconnesso, ma la loro crescita ha anche portato a un aumento delle emissioni di CO2 e della domanda di elettricità, tanto che oggi l’industria della Information Technology (reti, elaboratori, applicazioni, dispositivi) rappresenta il 3% delle emissioni mondiali di CO2, e la produzione di molti dei dispositivi IT richiede materiali rari e metalli il cui smaltimento può creare problemi ambientali e sociali. Infatti, solo una minima percentuale di tali dispositivi IT vengono riciclati in modo appropriato.
Pertanto, appare evidente che i progetti di trasformazione digitale devono necessariamente essere ispirati ai principi di sostenibilità in tutta la catena tecnologica, e le persone coinvolte nello sviluppo dei sistemi e dei servizi di IT devono innovare il modello di business, utilizzando la tecnologia come strumento di sviluppo sostenibile e adottando un nuovo modello d’impresa, ibrido e aperto alla innovazione, organizzata in rete. “Gli obiettivi di sostenibilità non possono essere raggiunti senza portare nelle aziende una forte innovazione. In questo, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nell’efficientare i processi delle aziende, rafforzare le competenze delle persone investendo nella formazione, ma anche nel migliorare gli impatti sociali del business.
“Nel processo di transizione digitale serve una roadmap di sostenibilità, con effetti positivi non nell’immediato ma come investimento per il futuro, in grado di produrre benefici economici, sociali ambientali per gli anni a venire”. Così Roberto Antoniotti (nella foto), Head of Technology and Innovation di Grant Thornton, ha commentato nell’ambito della VII edizione del Forum Sostenibilità 2023 di Roma. “È necessario però un cambio di mentalità nell’uso che si fa oggi della tecnologia – ha aggiunto Antoniotti – I data center e gli strumenti utilizzati devono essere guidati da scelte e modelli di business che siano realmente sostenibili. Per realizzare scelte coraggiose sul piano dell’innovazione le aziende hanno bisogno di essere supportate da finanziamenti importanti. Sarà quindi fondamentale per le nostre imprese continuare ad essere supportate da misure che permettano loro di investire in obiettivi di crescita digitale di lungo periodo”.
Anche se c’è il timore che per contenere l’inflazione le economie dell’Eurozona possano ancora andare incontro a una recessione, la Lagarde non ha escluso “ulteriori aumenti anche nel futuro prossimo, se l’aumento dei prezzi non tornerà a livelli sostenibili”. Anche il capo della banca centrale americana non ha escluso un prossimo aumento del tasso d’interesse, e come è noto l’Europa spesso segue a ruota ciò che accade oltre oceano. L’aumento dei tassi ha un impatto non trascurabile sull’economia, perché causa maggiori costi di finanziamento sia per le imprese che per i cittadini, che vedono il costo dei prestiti e mutui aumentare notevolmente. Un fattore che causa un rallentamento dei fatturati e della crescita economica, con conseguente aumento della disoccupazione.
Con questo scenario all’orizzonte, come devono comportarsi gli imprenditori italiani? “L’Italia è il Paese delle PMI (imprese che hanno meno di 250 occupati, un fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro), molte delle quali hanno risentito negativamente dell’effetto Covid19. Per l’imprenditore italiano è fondamentale tagliare tutti i costi improduttivi che non hanno un ritorno positivo, e soprattutto stare molto attenti ai flussi di cassa, studiando attentamente i numeri gestionali e cercando in ogni modo possibile e lecito di arrivare ad un ciclo monetario negativo, cioè incassare prima di pagare i debiti”, afferma Pasquale Abiuso (nellafoto), esperto di strategie di gestione aziendale.
L’internazionalizzazione delle PMI è sempre un tema molto importante per l’economia italiana. Le piccole e medie imprese, infatti, rappresentano oltre il 95% del nostro tessuto imprenditoriale e generano oltre il 70% del valore aggiunto. Tuttavia, solo una piccola parte di queste imprese riesce a esportare fuori dai confini italiani i propri prodotti e servizi. “Ciò non significa che i dati dell’export delle nostre PMI non siano positivi”, afferma Giordano Guerrieri (nellafoto), CEO di Finera (azienda operante nel settore della finanza aziendale e agevolata). “Nel 2022, infatti, le esportazioni delle PMI italiane hanno raggiunto i 291 miliardi di euro, in crescita del 15,6% rispetto al 2021. Questo risultato è stato
trainato dalla domanda proveniente dai Paesi europei, che ha rappresentato il 58% delle esportazioni italiane. I principali mercati di sbocco per le esportazioni delle nostre piccole e medie imprese dello scorso anno sono stati Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito”. Nonostante questi risultati positivi, però, ci sono ancora molte PMI che non esportano e, secondo Guerrieri, i principali ostacoli all’internazionalizzazione “li possiamo rintracciare sia nelle barriere linguistiche e culturali, sia nella burocrazia, nel timore di rischi rappresentati da guerre o criticità politiche, nella mancanza di conoscenza dei mercati esteri e, ultimo ma non meno importante, nella mancanza di risorse finanziarie”.
Eppure, i governi che si sono susseguiti negli anni, hanno messo a disposizione diversi strumenti per supportare le PMI nello sviluppo di strategie di internazionalizzazione, stanziando contributi a fondo perduto, incentivi fiscali e fornendo garanzie sui prestiti. A questi strumenti, da tempo, si sono affiancate le misure di Simest, la società italiana del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti istituita dal Ministero del Commercio con l’Estero, che per il 2023 ha previsto ben sei misure volte a supportare le nostre piccole e medie imprese a svilupparsi oltre i confini della Penisola. Nello specifico, la società ha previsto finanziamenti agevolati con la possibilità di co-finanziamenti a fondo perduto per lo sviluppo di e-commerce, per investire nella transizione digitale ed ecologica, per la partecipazione delle PMI a fiere ed eventi internazionali, per coprire i costi di certificazioni e consulenze necessarie per l’internazionalizzazione e per supportare le imprese italiane nell’ingresso in nuovi mercati.
L’evoluzione tecnologica sta cambiando profondamente il settore finanziario, tanto da presentare diverse sfide per i futuri CFO (acronimo dell’inglese Chief Financial Officer), che si trovano a ricoprire un ruolo sempre più strategico per le organizzazioni. Ciò include la valutazione delle opportunità di investimento, l’identificazione dei rischi, la creazione di collaborazioni efficaci con i CHRO (Chief Human Resource Officer) ei CIO (Chief Information Officer) e l’identificazione di nuovi talenti. I dipartimenti finanziari devono essere sempre più agili, poiché negli ultimi anni, segnati da numerose avversità globali, essi hanno dovuto controllare la liquidità cercando di impiegare le giuste persone e tecnologie per creare un vantaggio competitivo, anche in tempi di cambiamento e instabilità. La ricerca evidenzia che per raggiungere questo obiettivo, oltre il 77% degli intervistati ritiene essenziale il passaggio della gestione finanziaria a una soluzione cloud.
“I CFO di seconda generazione devono definire il proprio ruolo e capire come l’innovazione finanziaria può aggiungere valore all’azienda. In questo senso l’adozione di architetture dati unificate basate sul cloud può diventare fondamentale”, ha dichiarato Fabrizio Ceriotti, presidente ANDAF Lombardia. Infatti, è ormai chiaro che sia l’intelligenza artificiale (AI) che l’apprendimento automatico (ML) possano svolgere un ruolo fondamentale per il futuro della finanza, supportando alcune attività come previsioni finanziarie, rilevamento delle frodi, valutazione del rischio, analisi dei dati e automazione dei processi ottimizzando gli stessi. “Le soluzioni tecnologiche che integrano i vari processi consentono alle aziende di eliminare i silos procedurali e tecnici per ottenere informazioni in tempo reale e quindi ripianificare gli obiettivi in base alla loro analisi, poiché consentono di pianificare, elaborare e analizzare i risultati derivanti dalle risorse umane in ogni momento del ciclo economico, ottimizzando il posizionamento delle persone all’interno dell’organizzazione”, ha affermato Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia.
I vantaggi di cui possono beneficiare i CFO da AI e ML sono i seguenti:
Nel frattempo, il ruolo del CFO sta diventando sempre più strategico: devono collaborare con i vertici dell’intera organizzazione e fornire indicazioni e analisi finanziarie a supporto del processo decisionale, ma devono anche saper cogliere le opportunità e gestire i rischi. Pertanto, è importante sviluppare una condivisione della strategia di trasformazione digitale dell’organizzazione e del ruolo di ciascun leader nel raggiungimento di tale trasformazione. Per fare ciò, il team finanziario deve collaborare in modo efficace con i team HR e IT per fornire dati processabili. “I CFO hanno una grande responsabilità: devono capire come le loro aree di interesse si allineino con quelle degli altri leader dell’organizzazione e mettere in atto processi strutturati per promuovere una collaborazione efficace con loro”, ha spiegato Vittorio Biassoni (nella foto), vicepresidente ANDAF Lombardia e curatore della ricerca. “Per stare al passo con le esigenze dell’economia digitale diventa fondamentale la collaborazione tra tre asset chiave dell’azienda: capitale, tecnologia e persone”.
Secondo quanto emerge da una recente ricerca realizzata da Research and Markets, entro i prossimi 7 anni si assisterà ad un’importante espansione del settore a livello globale, che passerà dai 25,3 miliardi di dollari del 2022 ai 37,3 del 2030 (+47%), grazie a un tasso di crescita medio annuo composto del 5%. Uno dei fattori trainanti di questo settore è legato al risparmio di tempo e dei costi che l’esternalizzazione del servizio consente, riducendo la necessità di formare personale interno addetto alle paghe e permettendo allo stesso tempo ai team HR di concentrarsi su aree più strategiche per le organizzazioni. “Le aziende hanno necessità di dedicarsi completamente
al business aziendale, e in particolar modo gli HR devono essere sempre più attenti al benessere dei dipendenti delle proprie aziende”, dichiara Ivan Moretti, Co-Owner & Board Member di Zeta Service. Spesso infatti le aziende scelgono questi servizi per eliminare l’eccessiva manualità e il dispendio di tempo che queste attività impongono ai dipendenti, riducendone il benessere all’interno dell’azienda. In quest’ottica, l’automazione e l’intelligenza artificiale permetteranno di semplificare e ottimizzare ulteriormente i processi di gestione degli stipendi, supportando il lavoro delle risorse dell’azienda.
Il trend di crescita a livello globale si riflette anche a livello europeo: secondo quanto emerge dalla ricerca realizzata da Allied Market Research in Europa, per esempio, la crescita più rilevante nel mercato del Payroll Outsourcing si è registrata nel 2021, in virtù soprattutto dell’aumentato utilizzo di applicazioni mobili e basate sul cloud, ma anche per via delle normative governative che spingono sempre più aziende ad investire nel cloud computing. Questo mercato sembra essere florido anche in Italia, dove la maggior parte delle imprese si rivolge ad aziende specializzate in paghe ed amministrazione in outsourcing. “L’outsourcing è sempre più richiesto data la crescente riduzione delle competenze all’interno degli uffici del personale e la difficoltà nel reperire nuove risorse, che, vista la poca offerta, diventano sempre più preziose”, spiega ancora Moretti.
Quello del payroll in outsourcing è dunque un servizio davvero necessario per le aziende, considerando anche che spesso la gestione interna può comportare errori e perdite economiche anche abbastanza importanti: si parla in questo caso di “Payroll Leakage”. La nota rivista Forbes US riporta, tra gli errori più frequenti, la classificazione errata dei dipendenti o la mancata conoscenza di nuove normative, che spesso comportano il pagamento di importanti sanzioni. Ancora, il mancato rispetto delle scadenze nel pagamento delle tasse o degli stipendi può rappresentare un problema fiscale ma anche organizzativo, generando il malcontento dei propri dipendenti, esattamente come l’errato calcolo delle retribuzioni. Pertanto, diventa fondamentale l’esternalizzazione dei servizi.
In quest’ottica, i trend che guideranno il mercato del payroll nel futuro saranno diversi. Innanzitutto lo smart working, che è diventato ormai parte integrante del mondo del lavoro ma richiede il mantenimento di un elevato coinvolgimento dei dipendenti per via dell’implicito distanziamento sociale che esso comporta nel luogo di lavoro, rendendo meno attrattive le aziende che lo applicano su larga scala. Un secondo trend è rappresentato dal Partner Unico: le aziende cercano un partner unico per tutta l’area dei servizi HR, quindi un unico interlocutore anche per il payroll. Il controllo sui dati è un altro trend importantissimo, poiché le aziende hanno sempre più bisogno di accesso immediato a dashboard e reportistiche legate ai costi del personale, da condividere con la casa madre. In tal senso, il payroll outsourcing giocherà un ruolo ancora più fondamentale grazie all’intelligenza artificiale e alla sua capacità di elaborare le analisi predittive dei costi del personale.
Infine, la Digitalizzazione, che grazie all’espandersi del lavoro a distanza sta spingendo sempre più aziende a digitalizzare le comunicazioni, anche quelle legate agli aspetti amministrativi, con i propri dipendenti. Relativamente al rischio di violazione dei dati sensibili – che la digitalizzazione amplifica ineluttabilmente – le aziende si affideranno sempre di più ai partner outsourcing perchè hanno già sistemi di protezioni dati più evoluti e, quindi, più sicuri e meno costosi.
Il principale motivo dietro a quest’impennata? Sicuramente la volontà di trasformare gli edifici delle città in smart building, ovvero strutture in grado di ridurre le emissioni di gas (attualmente le metropoli e gli edifici che ne fanno parte sono responsabili del 36% delle “gas emission” europee totali). Entrando più nel dettaglio, il settore delle ristrutturazioni edilizie comprende una serie di attività e, tra queste, ne esiste una che si prenderà sempre più la scena nel presente e nel futuro: l’ammodernamento degli ascensori. Infatti, mediante la sostituzione completa di un impianto o di singoli componenti, è possibile dotare l’ascensore di connettività, consentendo l’attivazione di un’ampia serie di servizi digitali a valore aggiunto. In questo caso non si parla più di un semplice spostamento tra piani, bensì di elevatori smart capaci di offrire un’esperienza di utilizzo unica, semplificando la vita quotidiana degli utenti e dei gestori.
Restando sulla stessa lunghezza d’onda, il mercato globale relazionato all’ammodernamento degli ascensori, come indicato da Industry Arc Analysis, chiuderà il 2023 con più di 13 miliardi di dollari di fatturato. Ma non è tutto, perché entro il 2030, infatti, l’asset sfiorerà i 20 miliardi di ricavi con una crescita media annuale composta pari al 9,5%. Cosa caratterizzerà le città e gli ascensori del futuro? Secondo Giovanni Lorino, Amministratore Delegato di
“Di recente – continua Giovanni Lorino – abbiamo elaborato insieme a European House Ambrosetti il 1° Rapporto strategico sugli “smart building”. L’obiettivo primario è l’evoluzione del parco immobiliare italiano verso una transizione sostenibile, la decarbonizzazione e l’efficientamento energetico. E sotto questo punto di vista, saranno fondamentali gli ascensori, anzi gli ascensori di ultima generazione. L’intelligenza artificiale, inoltre, permetterà di monitorare le prestazioni dei singoli elevatori, rendendo possibile anticipare eventuali imprevisti e apportare, all’interno di un arco temporale relativamente breve, modifiche o aggiornamenti mirati ed efficaci. E con l’intelligenza artificiale basata su cloud è possibile archiviare i dati relativi ad ogni singolo ascensore e, in seguito, analizzarli al fine di individuare possibili malfunzionamenti, evitare fermi impianto non programmati e garantire la massima disponibilità degli impianti stessi”. 
Nonostante molte aziende siano fiduciose in merito ad un graduale aumento delle vendite, grazie ad una progressiva ripresa della domanda da parte di consumatori e imprese, vengono espressi forti dubbi in merito ad un incremento dei profitti a causa delle perduranti pressioni sui costi operativi anche se l’inflazione continua a rallentare. In particolare, più della metà (55%) delle aziende intervistate nella regione prevede una crescita delle vendite, mentre solo il 39% si aspetta un aumento della profittabilità nei prossimi mesi. Tale preoccupazione è amplificata dal timore di un inasprimento dei costi di gestione del rischio di credito commerciale, giustificato da un atteso peggioramento dei comportamenti di pagamento dei clienti B2B. Le aziende dell’Europa dell’Est esprimono timori nei confronti di tempi più lunghi di incasso delle fatture, cui si accompagnano maggiori costi relativi a monitorare e gestire tali insoluti. In particolare, secondo gli intervistati, l’aumento dei costi potrebbe compromettere seriamente la loro redditività e rappresentare un ostacolo alle attività commerciali e di sviluppo del business.
Difficoltà nella gestione dei flussi di cassa è un’altra importante preoccupazione riportata dalle aziende in Europa dell’Est. Il 79% degli intervistati prevede che il tempo medio di incasso delle fatture (DSO) resterà stabile nei prossimi mesi, o migliorerà di poco. Mentre il 21% si aspetta un deterioramento del DSO e possibili pressioni sulla liquidità. Già in questi mesi, molte aziende intervistate in Europa dell’Est hanno adottato misure per velocizzare i tempi di incasso delle fatture, come dilazioni di pagamento più brevi, oltre a maggiore efficienza nei processi di recupero crediti, per mantenere adeguati livelli di liquidità e a ridurre il ricorso a finanziamenti esterni che avrebbe potuto ulteriormente impattare sulla struttura dei costi.
Per proteggere la redditività in un tale contesto di inasprimento del rischio di credito, molte aziende dell’Europa dell’Est hanno accresciuto il ricorso agli strumenti di gestione del rischio di credito. Il 49% delle aziende intervistate prevede di proseguire con una gestione del rischio di credito commerciale attraverso risorse interne, approccio questo che da molti è stato ritenuto non idoneo a perseguire una gestione strategica del rischio. Questo spiegherebbe perché circa il 20% in più di aziende rispetto allo scorso anno ha dichiarato di voler prendere in considerazione il ricorso all’assicurazione del credito nei prossimi 12 mesi, per proteggere il business dal rischio insolvenza e liberare al tempo stesso liquidità.
Thomas Langen, Direttore Regionale di Atradius per la Germania, l’Europa Centrale e Orientale, ha dichiarato: “Nonostante l’inflazione stia rallentando e gli impatti siano stati lievemente mitigati dalla forza delle valute locali dei Paesi dell’Est Europa, la pressione sul contesto economico resta alta. La minaccia di un forte inasprimento dei costi comporterà la riduzione dei margini di profitto e metterà a rischio la redditività delle aziende. In questo clima, la protezione dei crediti commerciali risulta di vitale importanza per le imprese che operano in tutti i settori”. Massimo Mancini (nella foto), Direttore di Atradius per l’Italia ha commentato: “La congiuntura economica attuale resta complessa e piena di sfide per i prossimi mesi. Molte aziende, comprese quelle dell’Europa dell’Est, dovranno affrontare un peggioramento dei comportamenti di pagamento delle aziende loro clienti, e questo avrà ripercussioni significative sui livelli di liquidità necessari ad agevolare operatività e percorsi di crescita. Sono le stesse aziende, pertanto, che riconoscono la necessità di gestire il rischio di credito commerciale attraverso gli strumenti assicurativi specifici che il mercato mette a loro disposizione”. 
Allo stesso tempo, le organizzazioni devono bilanciare i costi e la sicurezza, garantendo nel contempo la conformità alle normative ESG. Avere le competenze e il talento giusti per affrontare tutti questi argomenti sarà la base per una trasformazione aziendale di successo e per una crescita aziendale sostenibile a lungo termine. Secondo l’InfoBrief, nel 2023 le organizzazioni manifatturiere dovranno affrontare i seguenti problemi di business:
Purtroppo la mancanza di competenze sta influenzando la trasformazione e le operazioni aziendali. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di lavoratori esperti di tecnologia digitale nella fabbrica, alla mancanza di competenze di ingegneria del software integrate per sviluppare prodotti intelligenti e connessi, oltre alla mancanza di competenze di sicurezza informatica per proteggersi dagli attacchi. Ciò è unito alla necessità di trasformare rapidamente i requisiti in competenze operative, con conseguenti tassi di scarto più elevati nella produzione, aumentando così i costi. L’aumento dei tempi del ciclo di produzione e i problemi di qualità stanno portando a una diminuzione della soddisfazione del cliente e, di conseguenza, a una crescita aziendale limitata.
Per ridurre o eliminare gli impatti negativi delle lacune di competenze ed evitare di rimanere indietro rispetto ai concorrenti globali, i produttori devono affrontare la gestione della forza lavoro e dei talenti dall’inizio alla fine: dall’attrazione dei talenti, all’abilitazione, esperienza e fidelizzazione dei dipendenti. Per garantire l’allineamento con i requisiti aziendali, è necessaria una stretta collaborazione tra CHRO*, CIO* e COO* per ottenere i dati giusti e generare insight fruibili. Infatti, i prerequisiti per una gestione di abilità e talenti di successo includono:
La ricerca IDC mostra che per i produttori EMEA (acronimo di Europe, Middle East and Africa) le maggiori lacune di competenze da colmare sono le capacità di lavorare con grandi set di dati/data science (43%) e le capacità relative alla risoluzione dei problemi/design thinking (41%). Inoltre, dagli stessi dati emerge che il 36% dei produttori sta investendo in ESG/sostenibilità per attrarre nuovi talenti, ed il 48% dei produttori considera le leggi sulla privacy dei dati un importante ostacolo agli investimenti per l’esecuzione di iniziative relative all’esperienza dei lavoratori. “Per affrontare le persistenti carenze della catena di fornitura, l’aumento della concorrenza, l’aumento dei costi e
l’evoluzione delle richieste dei clienti – commenta Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia – i produttori devono sottoporsi a una fondamentale trasformazione delle loro operazioni, e devono investire per attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, migliorare l’esperienza dei dipendenti e migliorare la resilienza operativa attraverso una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile. Sebbene questi investimenti possano richiedere costi iniziali, gettano le basi per una crescita aziendale a lungo termine e una trasformazione di successo consentendo loro di monitorare e controllare meglio i costi in futuro”.
Per avere successo, pertanto, i produttori dovranno attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, creando profili di lavoro desiderabili per gettare le basi per una crescita aziendale a lungo termine; migliorare l’esperienza dei dipendenti per aumentare la soddisfazione e la loro fidelizzazione attuare una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile, al fine di migliorare il grado di resilienza. Ciò potrebbe richiedere investimenti ora per gestire i costi in futuro, ma questo alla fine creerà le basi per la crescita aziendale e garantirà una trasformazione aziendale di successo.
Dopo anni di risultati positivi, le condizioni finanziarie più restrittive stanno avendo un impatto significativo sui consumi e sugli investimenti in Italia. Sul fronte delle imprese, la liquidità in eccesso si è attestata nel 2022 a circa 120 miliardi di euro, ossia 10 miliardi in meno rispetto alla fine del 2021. I margini delle imprese sono migliorati notevolmente nel 2022 (+1,5%), raggiungendo il 43,1% del valore aggiunto lordo, il livello più alto dal 2018. Un dato che rappresenta una sorta di importante cuscinetto contro l’impatto derivante dall’aumento dei tassi sui prestiti bancari. Parallelamente, anche la liquidità delle famiglie è in diminuzione, con un tasso di risparmio sceso al minimo storico: 7,3% del reddito disponibile a fine 2022, molto al di sotto della media storica del 12,7%.
Una forma di sostegno in questo momento storico proviene dai crediti d’imposta per l’efficienza energetica degli alloggi (“superbonus” e “bonus facciate”), dalle misure di sostegno governativo introdotte per mitigare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia e dai progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che sosterranno le prospettive di investimento. “L’inasprimento della politica monetaria – dichiara Ludovic Subran (nella foto), Chief economist Allianz Trade -aumenterà i rischi di rivedere al ribasso le prospettive economiche poiché normalmente un ciclo di rialzi ha un effetto ritardato anche di 18 mesi sulla produzione. Ci attendiamo quindi che il pieno impatto dell’inasprimento dei tassi di interesse raggiunga il picco nel quarto trimestre dell’anno e si protragga nel 2024. I primi segnali sono già evidenti con la contrazione del credito privato alle imprese”
Dal report però, arrivano anche buone notizie, in particolare relative all’export. Secondo Allianz Trade infatti, il 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. “Nonostante il contesto economico – sottolinea Luca Burrafato (nella foto), Responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade – prevediamo che il Made in Italy nel 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. Quest’anno sarà ancor più necessario lavorare con i giusti partner, visto il rimbalzo delle insolvenze che cresceranno del 21% a livello globale”.
Una previsione che dà fiducia per il futuro anche in considerazione dello scenario attuale, in cui l’Italia si è distinta rispetto ai paesi dell’Eurozona con una crescita del PIL nel primo trimestre del +0.6%. La media dei paesi dell’Eurozona invece si attesta allo 0.0 / 0.1%. Merito anche della crescita dei consumi privati che hanno inciso per lo 0.3%. Più lenta invece la crescita degli investimenti, che hanno influito con uno 0.2%. Ruolo centrale in questo processo, è ovviamente quello dell’inflazione, che solo a maggio ha subito un reale processo di calo. Anche in questo caso, il rapporto di Allianz Trade avanza previsioni molto realistiche. Infatti, in uno scenario di tendenziale calo, le pressioni inflazionistiche si attesteranno al 5,9% nel 2023 e al 2,2% nel 2024. Quindi in netto calo rispetto all’8,2% dello scorso anno, quando è stato raggiunto il massimo storico nell’ottobre 2022 con l’11,8%. Un calo graduale ma costante, dovuto anche alla riduzione del costo dell’energia e delle materie prime.








