Luglio 24, 2026
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USA, probabilità di recessione inferiore alle stime ottenute con i modelli tradizionali

La recente flessione del mercato azionario statunitense appare più come una sana correzione piuttosto che l’inizio di un mercato ribassista trainato dai timori di recessione. 

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

La volatilità osservata nei mercati azionari nelle ultime settimane è stata in gran parte influenzata dalla comunicazione impetuosa e imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Le sue dichiarazioni contrastanti hanno alimentato l’incertezza tra gli investitori, generando preoccupazioni su una possibile recessione e rendendo difficile delineare una traiettoria economica chiara e stabile. Tuttavia, la recente flessione del mercato azionario statunitense sembra più una sana correzione che l’inizio di un mercato ribassista dettato dai timori di recessione.

Un elemento chiave a sostegno di questa tesi è la profonda trasformazione dell’economia statunitense dopo la pandemia di Covid-19, che l’ha resa significativamente meno sensibile all’andamento dei tassi di interesse rispetto al passato. L’ampio stimolo fiscale e il rifinanziamento diffuso dei mutui a tassi storicamente bassi hanno rafforzato la capacità di resilienza di consumatori e imprese, consentendo loro di affrontare meglio eventuali incrementi dei tassi. Un ulteriore indicatore a supporto della bassa probabilità di recessione è la ripresa dell’indice PMI manifatturiero: l’indice globale ha superato la soglia critica dei 50 punti, che distingue la fase di espansione economica da quella di contrazione, e il numero di paesi in cui il PMI manifatturiero si attesta sopra i 50 punti è in aumento. La ripresa del settore manifatturiero è favorita dall’atteggiamento accomodante delle banche centrali globali, la maggior parte delle quali ha adottato politiche di allentamento monetario. Oltre l’80% delle banche centrali ha infatti ridotto i tassi di interesse nell’ultima riunione, un ulteriore segnale positivo per il ciclo manifatturiero.

Parallelamente, il settore dei servizi continua a dimostrare solidità, con una domanda di lavoro ancora robusta. Il mercato del lavoro statunitense resta resiliente, nonostante i recenti tagli occupazionali, dovuti in gran parte a licenziamenti governativi attuati dall’amministrazione Trump. L’unico comparto più debole è quello immobiliare, con le perdite occupazionali concentrate principalmente nei settori legati al settore Real Estate, in particolare nelle agenzie immobiliari e negli istituti di credito che emettono finanziamenti a imprese e consumatori. L’aumento dei tassi ha infatti inciso sul mercato immobiliare negli ultimi due anni, tuttavia, rimane relativamente solido, sostenuto da una domanda strutturale ancora elevata.

Un ulteriore fattore che potrebbe contribuire a ridurre l’incertezza sui mercati finanziari è l’andamento dell’indice US Breakeven a 5 e 10 anni, che riflette le aspettative di inflazione media annua nei prossimi anni. Dopo aver raggiunto un picco a inizio anno, questi indicatori sono tornati a scendere, scongiurando il rischio di una nuova impennata inflazionistica. Tre fattori principali spiegano questa tendenza: la crescita salariale sta rientrando in un’area non inflazionistici (circa il 4% annuo), il mercato immobiliare (in particolare il segmento degli affitti) sta mostrando segnali di stabilizzazione, e i prezzi del petrolio – una variabile chiave per l’inflazione – sono in calo. Storicamente, l’inflazione non accelera senza un aumento del prezzo del petrolio, e la tendenza attuale conferma questo quadro. Considerando la ridotta sensibilità dell’economia ai tassi di interesse, la ripresa del settore manifatturiero, la solidità dei servizi e la resilienza del mercato del lavoro, la probabilità di una recessione negli Stati Uniti appare inferiore a quanto indicato dai modelli tradizionali.

L’analisi condotta dalla società indipendente Ned Davis, basata su dati storici dal 1928 al 2024, mostra la performance media dell’S&P 500 equipesato, tenendo conto delle performance annuali, del primo anno di ogni ciclo presidenziale e del quinto anno di ogni decennio. Se questa tendenza si ripetesse nel 2025, la correzione registrata dall’inizio di marzo potrebbe rientrare nella normale stagionalità dell’indice, che storicamente tra marzo e aprile si muove lateralmente o leggermente al ribasso, per poi riprendere la crescita. L’analisi suggerisce che l’S&P 500 potrebbe chiudere l’anno con un incremento intorno al 10%. Questa ipotesi è supportata anche dalla revisione al rialzo delle stime sugli utili per azione (EPS) delle società dell’S&P 500 negli ultimi sei mesi, con un’accelerazione significativa della crescita annualizzata degli EPS negli ultimi cinque anni. Inoltre, il ROE (Return on Equity) dell’indice si attesta su livelli storicamente elevati. In virtù della composizione dell’indice, si può stimare una crescita degli utili compresa tra il 10% e il 12%, un elemento che potrebbe sostenere la ripresa dei mercati nei prossimi mesi.

Mercato Immobiliare, i giovani acquistano e gli older vendono. Come andrà il 2025?

Il declino demografico influenzerà negli anni a venire lo scenario immobiliare italiano, poiché una riduzione della popolazione giovane si traduce in una platea ristretta di potenziali acquirenti.

Il 2025 si prospetta come un anno di consolidamento del mercato immobiliare, sostenuto da un calo dei tassi d’interesse dei mutui e da nuove tendenze abitative. Secondo le ultime analisi condotte dagli esperti del settore e dagli osservatori immobiliari operanti in Italia, il settore continuerà ancora a crescere, anche se con dinamiche differenziate in base sia alla localizzazione sia della tipologia di immobile

Dopo un 2023 caratterizzato da un andamento negativo, il mercato immobiliare italiano ha chiuso il 2024 con segnali di recupero, seppur tra molte incertezze. Infatti, il calo dell’inflazione e la riduzione del costo del denaro hanno sicuramente fornito sollievo al settore dei mutui e hanno incentivato l’interesse di acquirenti e investitori. Secondo un’indagine condotta dal Centro Studi di Euromq.it, nel 2024 il 58% delle transazioni immobiliari ha riguardato l’acquisto della prima casa, segnalando il permanere di un forte fabbisogno abitativo. Infatti, mentre i giovani sono sempre più portati alla ricerca e acquisto della prima casa, l’andamento del mercato a livello nazionale ci mostra come il 42% delle compravendite ha riguardato anche l’acquisto di seconde case, dimostrando come il settore continui ad essere un punto di riferimento per investimenti, soprattutto in un contesto economico in ripresa. Dal lato dei venditori, invece, il 17,3% ha ceduto la propria prima casa, mentre ben l’82,8% ha venduto una seconda abitazione, evidenziando l’importanza della liquidità e della razionalizzazione del patrimonio immobiliare. Un altro fattore importante da considerare dal lato dei venditori è quello della pressione fiscale sugli immobili non abitati e sui relativi costi di gestione, che hanno portato diversi proprietari di seconde case a vendere per l’insostenibilità del mantenimento di una o più case, oltre quella principale.

Su tutto, l’età media degli acquirenti si è abbassata sensibilmente nel corso del 2024, assestandosi sui 38 anni. Questo conferma che la platea degli acquirenti tende verso quella fascia della popolazione che vuole in qualche modo “sistemarsi” in un luogo ben preciso, ma soprattutto sfuggire dal caro affitti che riguarda principalmente città come Milano, Roma e Firenze. Il 31% dei compratori ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, mentre il 24% ha un’età tra i 36 e i 45 anni. Qual è invece il profilo dei venditori? A differenza degli acquirenti, sul fronte dei venditori l’età si innalza. Infatti, l’età media è intorno ai 55 anni, con una forte incidenza nella fascia tra i 50 e i 60 anni. Dati che confermano una tendenza consolidata, ossia: i giovani acquistano mentre le generazioni successive tendono a vendere. Tuttavia, il declino demografico in Italia influenzerà negli anni a venire lo scenario immobiliare italiano, poiché una riduzione della popolazione giovane si traduce in una platea ristretta di potenziali acquirenti e di una contestuale crescita, invece, di coloro che vorranno vendere la propria eredità immobiliare.

Quali gli immobili più richiesti? La maggior parte degli acquirenti sono giovani ed è proprio questo che in parte sta portando a un cambio di paradigma sia nella ricerca degli immobili sia nella tipologia di abitazioni più ricercate. Sicuramente il patrimonio edilizio italiano su tutto il territorio, attualmente, è determinato per lo più da una forte obsolescenza sia dal punto di vista delle strutture sia e soprattutto nel campo dell’efficienza energetica. Inoltre, c’è un cambiamento demografico in atto, un aumento del remote working oltre che una maggiore attenzione alla sostenibilità e alla gestione ottimizzata dello spazio. Insomma, si prediligono sempre più case che permettano la creazione di open space, e che possano essere poste a una riqualificazione energetica che porti alla riduzione dei consumi e al risparmio. 

Nel 2024 questa tendenza si è confermata, con un aumento di richiesta per i trilocali che hanno coperto il 28,2% delle transazioni. I trilocali, infatti, si confermano come una delle soluzioni abitative migliori, sia per le metrature confortevoli ma non eccessive, sia per le conformazioni che permettono spesso di creare in fase di ristrutturazione ampi open space che danno una sensazione di maggior comfort soprattutto ai giovani acquirenti. Al secondo posto, invece, ci sono i quadrilocali che rimangono tra i preferiti delle famiglie con uno o più figli, per la ripartizione delle stanze. Infine, i bilocali che hanno mantenuto anche per il 2024 la stessa quota di mercato dell’anno precedente, pari al 19,7%.

L’ultimo report di S&P, poi, rivela come nel 2024 i prezzi nominali delle case hanno registrato una crescita significativa, spingendo gli analisti a rivedere al rialzo le previsioni per il periodo 2025-2027, con un aumento medio annuo dei prezzi immobiliari stimato intorno al 3%. Relativamente alla realtà immobiliare italiana, l’analisi di Tecnocasa prospetta nel 2025 un numero di compravendite immobiliari che dovrebbe oscillare tra 710 e 720 mila transazioni, confermando i volumi registrati nel 2024. Per quanto riguarda i prezzi, si prevede invece una crescita moderata compresa tra 0% e +2%, con una differenziazione marcata tra immobili di pregio, destinati a mantenere o incrementare il loro valore, e immobili che necessitano di ristrutturazioni, il cui valore potrebbe invece restare stabile o subire leggere flessioni.

Oltre al settore della compravendita immobiliare, in crescita anche il mercato degli affitti. Nel dettaglio il mercato delle locazioni continuerà a registrare un incremento dei canoni compreso tra +4% e +6%, soprattutto nei grandi centri urbani e nelle principali località turistiche. La crescente domanda, unita alla scarsità di offerta, contribuirà a sostenere i prezzi, con un’attenzione crescente alla qualità degli immobili e ai servizi offerti. Infine, settore del real estate di lusso si conferma in crescita, con andamenti differenti a livello globale. Milano si posiziona in testa al mercato italiano con un incremento atteso del 3,5%, mentre in Europa la città con la crescita maggiore sarà Stoccolma, con un aumento stimato del 6%. A livello internazionale, Dubai continua a rappresentare una delle destinazioni più attrattive per gli investitori nel segmento di lusso, con una crescita prevista del 5%.

Per quanto riguarda i prezzi degli immobili, nel 2025 è previsto un leggero aumento che rimane in linea con le tendenze viste nel corso del 2024. In Italia, su base nazionale i prezzi immobiliari vedranno una leggera crescita con una variazione dei prezzi che va dallo 0% al 2% circa. Le abitazioni che non soddisferanno i criteri di qualità richiesti dagli acquirenti, specie quelle che hanno bisogno di molto interventi per la riqualificazione sia strutturale sia energetica, continueranno a perdere valore nel corso del 2025. Invece, ci sarà un aumento dei prezzi che sarà legato principalmente agli immobili signorili, di nuova costruzione e di quelli che sono in ottimo stato o comunque in uno stato “buono” e non necessitano di grandi interventi.

Massimo Taddei: l’economia ci lancia segnali, ma noi li ignoriamo. Ecco perché “i conti non tornano”

“Il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cogliere i segnali che ci suggeriscono di cambiare stile di vita e invertire così la tendenza”. 

articolo e intervista di Alessio Cardinale

Negli ultimi venti anni, la terminologia economica si è imposta sensibilmente nel parlato comune, e sempre più di frequente parole come, PIL, inflazione, l’anglosassone spread, il misteriosissimo cuneo fiscale (che non è una figura geometrica inventata dall’Agenzia delle Entrate) e termini come evasione ed elusione fiscale – dei quali in tanti non conoscono la differenza – hanno trovato grande diffusione un po’ ovunque, dalle chiacchere da bar ai social, passando per i giornali e i dibattiti televisivi. In tutti questi canali di comunicazione, opinioni avverse si affrontano in singolar tenzone sui fenomeni economici che incidono sulla vita di tutti, ma spesso lo fanno con scarsa preparazione sui numeri.

Il più delle volte, infatti, il confronto si basa su sensazioni, opinioni e ideologie personali, raramente supportate da una conoscenza profonda della materia e, soprattutto, da prove oggettive. E così, allorquando vengono citati, i numeri risultano essere quasi sempre confusi, contraddittori, parziali e incompleti, riadattati alla propria opinione o alla propria interpretazione di parte politica. In particolare, si tende ad ignorare il confronto tra le grandezze nazionali e quelle del contesto continentale in cui ci troviamo. Per esempio, i TG del Paese amano riportare i dati sulla disoccupazione italiana ai minimi storici, ma non dicono quasi mai che il nostro tasso di occupazione è inferiore di quasi dieci punti rispetto alla media dell’Eurozona; oppure che siamo l’unico Paese europeo in cui, negli ultimi 35 anni, i salari reali sono diminuiti; oppure ancora che l’altissimo livello di disoccupazione giovanile si ripercuote sul sistema previdenziale e pensionistico.

Queste modalità di raccontare l’economia restituisce ai cittadini una informazione molto parziale, dove le notizie positive (ma incomplete) contrastano poi con i dati di realtà. La lettura accurata dei numeri, pertanto, può “salvare” il dibattito sull’economia da un carico eccessivo di opinioni e interpretazioni sbagliate, ed è quello che Massimo Taddei* (nella foto) ha l’obiettivo di fare con il suo libro “I Conti Non Tornano” (Rizzoli Febbraio 2025, 228 pagg.), nel quale si parte dal concetto di stagnazione economica per esplorare le cause che ci hanno portato a non crescere più; tutto questo attraverso più di 50 grafici spiegati con grande chiarezza. P&F ha intervistato l’autore, ponendo alcuni interrogativi su argomenti per i quali si dibatte spesso proprio sulla base di sensazioni non supportate dai fatti.

Dottor Taddei, cerchiamo di sfatare un mito: l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea ha contribuito, direttamente e/o indirettamente, alla mancata crescita dei redditi reali in Italia, oppure no?
No! L’ingresso nell’Ue è stato in realtà un grande vantaggio per il nostro paese, che ha potuto accedere a un’area economica unita, senza dazi doganali e con regole comune. Quello che ci ha danneggiato è il fatto che sia diventato sempre più difficile “barare” per stimolare le nostre esportazioni. Prima dell’avvento dell’euro, la nostra Banca centrale tendeva a svalutare la lira per fare in modo che i nostri prodotti costassero meno per chi acquistava con valuta straniera. Si tratta di un metodo che ha molte conseguenze negative sull’economia nazionale, ma favorisce le imprese con un basso valore aggiunto, che possono competere grazie alla loro valuta di minor valore. Con l’euro, questa cosa non si può più fare e queste aziende sono andate in difficoltà. Hanno però avuto oltre vent’anni per reinventarsi e sono ancora lì, in difficoltà. Siamo sicuri sia colpa dell’euro?

Lasciamo spazio all’immaginazione: dove sarebbe oggi l’Italia al di fuori dell’Unione Europea e con la Lira? Vantaggi e svantaggi.
Con Economika abbiamo provato a raccontare questa ipotesi in un video. In breve, uscirne oggi sarebbe un disastro perché il funzionamento della nostra economia è legato a doppio filo con la moneta unica e uscirne sarebbe un trauma gravissimo. Se fossimo rimasti fuori fin dall’inizio, forse oggi le cose non sarebbero così problematiche, ma è probabile che il nostro Pil avrebbe sofferto ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni. La permanenza nella moneta unica, per esempio, è stata fondamentale per dare fiducia ai mercati durante la crisi dei debiti sovrani. Avremmo ancora il vantaggio di poter svalutare la Lira, ma il controllo sulla moneta, per un paese relativamente piccolo e con una valuta insignificante come la Lira, non sarebbe stato particolarmente utile.

Attualmente qual è il dislivello retributivo, a parità di mansioni lavorative o di impiego, tra i dipendenti italiani e quelli europei?
Purtroppo non è così semplice rispondere a questa domanda, perché non è facile definire cosa significhi “a parità di mansioni o di impiego”. Possiamo però vedere come si è evoluto il divario salariale medio, ossia quando guadagnano in meno gli italiani in media rispetto ai lavoratori di altri paesi europei. Per esempio, nel 2008 gli occupati tedeschi avevano stipendi netti anni del 26 per cento in più rispetto a quelli italiani, mentre oggi questa differenza è salita al 57 per cento. Purtroppo, il confronto è simile con la maggior parte dei paesi.

In termini di potere d’acquisto, quanto ha pesato finora la stagnazione dei redditi reali per l’italiano medio?
Moltissimo. Di fatto, i nostri redditi sono rimasti gli stessi rispetto a 30 anni fa. In media. Sappiamo che non tutti hanno perso potere d’acquisto: soprattutto chi guadagna meglio, anche perché ha maggiore potere contrattuale, ha visto la propria retribuzione crescere. Se il livello medio rimane invariato, però, significa che questa crescita non ha riguardato tutti, anzi. Gli aumenti di alcuni sono stati compensati da una perdita di potere d’acquisto netta da parte di altri lavoratori (in particolare i giovani).

In Italia viene tollerato che ai giovani vengano offerte paghe orarie umilianti rispetto al resto d’Europa. Questa prassi è una necessità implicita espressa dal mercato del lavoro per poter produrre occupati, oppure una semplice forma di sfruttamento della manodopera giovanile?
È un insieme di tante cose. Sicuramente le imprese italiane, che fatturano meno, hanno meno risorse a disposizione per pagare i dipendenti. Il fatto è che spesso gli imprenditori non si pongono il problema di fatturare di più per poter guadagnare di più. Va bene, fare impresa in Italia è molto difficile, la spesa per i consumi è più bassa, ecc. Allo stesso tempo, però, sembra che le persone siano convinte che queste difficoltà siano frutto di un qualche disegno divino e non sono consapevoli delle vere cause di questi problemi. Il libro cerca di mostrarle, in modo da potersi muovere in prima persona per cambiare le cose.

Cosa impedisce oggi al nostro sistema economico di innalzare i salari medi e controllare contemporaneamente i possibili effetti negativi (es. maggiori consumi interni, aumento dei prezzi al consumo)?
La produttività. Per distribuire più risorse dobbiamo per forza produrre di più. Questo si può fare in due modi: aumentando gli input, cioè il numero di lavoratori o di risorse che utilizziamo per la produzione, o migliorando la nostra capacità di utilizzare questi input in modo efficiente, cioè la produttività. In media, i lavoratori italiani producono in un’ora la stessa quantità di beni e servizi che producevano trent’anni fa, mentre in Germania l’efficienza produttiva è aumentata del 16%. Finché non creeremo quella “fetta in più” rispetto a quanto produciamo ora, non potremo mai sperare di distribuire maggiore valore tra i cittadini.

Dopo 35 anni di mancata crescita dei redditi reali, e dopo aver assistito alla sostanziale scomparsa del ceto medio, si è diffuso tra gli italiani un sentimento di sfiducia verso il nostro sistema economico e di resa verso le avversità del mercato del lavoro. Ce la faremo a tornare ad aver fiducia nella nostra economia? 
Sì, ma solo se decideremo di scendere dalla macchina dei sogni. L’economia non è arbitraria, le sue leggi non sono imposte dall’alto e non seguono una logica casuale. L’economia si limita a descrivere la realtà e a interpretarla. Sono decenni che ci manda segnali che decidiamo di ignorare, come se arrivassero da un “gufo”. Il realtà il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cambiare stile di vita perché tutti i segnali lo suggeriscono. Quando decideremo di coglierli, forse riusciremo anche a invertire la tendenza.

* Giornalista economico, Co-fondatore e Direttore di Economika (gruppo Starting Finance)

Azionario Sud-Est Asiatico: cautela in attesa dei dazi Usa

In portafoglio esposizione sovrappesata alla Corea del Sud e al Sud-Est asiatico. Aumentata l’esposizione alla Cina. Ulteriori rischi di ribasso per il dollaro Usa.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Nel mese di febbraio gli investitori esteri hanno venduto le loro posizioni in Indonesia, Thailandia e Filippine. Attribuiamo questa tendenza al continuo timore degli investitori di una possibile espansione dei dazi statunitensi verso altri paesi asiatici. La volatilità dei mercati azionari è aumentata nel corso di febbraio, con un forte sell-off dei mercati globali alla fine del mese, quando il Presidente Trump ha annunciato un aumento dal 10% al 20% delle tariffe sulla Cina. Sono stati confermati anche i dazi annunciati su Messico e Canada.

Il dollaro Usa ha iniziato a indebolirsi quando i dati economici statunitensi hanno iniziato a mostrare la debolezza del mercato del lavoro e la pressione al rialzo sui prezzi. Inoltre, la sua politica estera aggressiva ed espansiva su Ucraina, Panama e Groenlandia ha chiaramente iniziato a minare la fiducia nella politica statunitense di lunga data nei confronti dei suoi alleati. Il flusso di dati economici in Asia ha rallentato un quadro stabile. In Giappone la disoccupazione è scesa a gennaio e la spesa per i consumi è aumentata, mentre l’inflazione sembra ben ancorata. Le banche centrali di Corea del Sud e Thailandia hanno tagliato i tassi di interesse di 25 punti base per sostenere la crescita. L’indice PMI della Corea del Sud è passato in territorio espansivo.

A febbraio abbiamo aumentato ulteriormente la nostra esposizione sulla Cina. Continuiamo a mantenere un’esposizione sovrappesata alla Corea del Sud e al Sud-Est asiatico. Queste regioni rimangono molto interessanti dal punto di vista dei fondamentali e delle valutazioni. Thailandia, Indonesia e Filippine sono economie relativamente chiuse e dovrebbero risentire meno dell’applicazione globale dei dazi statunitensi. Ci aspettiamo che gli investimenti diretti esteri diversifichino ulteriormente i loro impianti di produzione in Asia. Vediamo ulteriori rischi di ribasso per il dollaro Usa se la tendenza negativa dei dati economici statunitensi continuerà a tendere verso l’indebolimento e la fiducia dei suoi alleati politici di lungo termine sarà ulteriormente minata dalla politica commerciale e geopolitica aggressiva degli Stati Uniti. Stiamo valutando di aumentare ulteriormente le coperture valutarie.

L’oro supera i 3.000 USD e si aggravano i timori di una guerra commerciale, ma niente panico

Sebbene gli ampi cambiamenti imposti da Trump ai mercati aggiungano incertezza, il messaggio è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico.

Venerdì della scorsa settimana l’oro ha raggiunto per la prima volta in assoluto la soglia chiave dei 3.000 USD, alimentato dall’escalation dei timori per la guerra commerciale e dalle crescenti aspettative di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, dopo aver registrato un massimo storico giovedì. Gli investitori continuano a puntare sull’oro come bene rifugio mentre cresce l’incertezza economica e geopolitica.

Wall Street è crollata giovedì a causa dell’escalation della guerra commerciale di Trump che ha spaventato gli investitori, spingendo lo S&P 500 a una correzione del 10,1% rispetto al picco di febbraio. Anche il Nasdaq è in territorio di correzione e l’indice Dow Transport sfiora il mercato in ribasso. L’ultimo colpo è arrivato dopo che l’UE ha imposto una tassa del 50% sul whisky americano, spingendo Trump a minacciare dazi del 200% su vini e liquori europei. L’inflazione statunitense è scesa al 2,8% a febbraio, al di sotto delle aspettative, offrendo un po’ di sollievo tra le preoccupazioni legate alla guerra commerciale. Anche l’inflazione di base, che esclude alimentari ed energia, ha rallentato al 3,1%, il livello più basso da aprile del 2021. Nonostante i dati positivi, l’incertezza rimane alta a causa dei dazi, che potrebbero far salire i prezzi nei prossimi mesi. La Federal Reserve dovrebbe mantenere i tassi di interesse stabili la prossima settimana, ma i mercati prevedono tagli dei tassi a partire da giugno se l’inflazione continuerà a diminuire. 

Anche i mercati europei hanno chiuso in ribasso nella giornata di giovedì, quando la minaccia di Trump di imporre dazi del 200% su vini e liquori dell’UE ha fatto crollare i titoli alcolici. Pernod Ricard, Rémy Cointreau e Campari sono scesi di oltre il 3%, mentre LVMH ha perso l’1,1%. Lo Stoxx 600 ha chiuso in ribasso dello 0,15%, con i titoli del settore automotive in testa alla classifica dei ribassi (-1,7%), mentre gli investitori valutavano le misure di ritorsione di UE e Canada.

Cresce il rischio di recessione, ma niente panico. Il capo economista di J.P. Morgan, Bruce Kasman, avverte che negli Stati Uniti quest’anno c’è una probabilità di recessione del 40%, in rialzo rispetto alla precedente stima del 30%. Tra i motivi Kasman ha citato i dazi di Trump e l’incertezza politica. Se ad aprile dovessero entrare in vigore dazi reciproci, il rischio potrebbe addirittura superare il 50%. Kasman avverte inoltre che l’imprevedibilità delle politiche statunitensi potrebbe indebolire la fiducia degli investitori nei mercati americani, minacciando “l’esorbitante privilegio” che consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a basso costo. Si tratta, comunque, di indici previsionali che devono comunque essere sottoposti alla prova dei fatti, e i fatti ci impediscono di essere anche lontanamente “catastrofisti”. Nonostante l’incertezza economica, infatti, i mercati suggeriscono solo una flessione, non una crisi economica durevole e generalizzata.

Relativamente al mercato obbligazionario, gli spread delle obbligazioni societarie statunitensi sono saliti al livello più alto degli ultimi sei mesi, riflettendo i crescenti timori di recessione. Gli spread delle obbligazioni investment-grade hanno raggiunto i 94 punti base, mentre quelli delle obbligazioni high-yield (spazzatura) hanno raggiunto i 322 punti base, segnalando una maggiore avversione al rischio. Eppure i possibili tagli dei tassi della Fed dovrebbero generare un andamento contrario, segno che tale previsione di politica monetaria non è consolidata. I titoli azionari sono calati, prevedendo un rallentamento degli utili, ma gli spread creditizi rimangono stabili, a dimostrazione della fiducia nel debito societario

Pertanto, sebbene gli ampi cambiamenti politici del Presidente Trump aggiungano incertezza, il messaggio del mercato è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico. Infatti, i mercati hanno tentato un rimbalzo venerdì scorso, quindi i rialzisti probabilmente vorranno vedere qualcosa di più del rimbalzo di un solo giorno per accrescere la propria fiducia. Peraltro, ci sono diversi potenziali catalizzatori che muovono il mercato la prossima settimana, tra cui il rapporto mensile sulle vendite al dettaglio di lunedì, una riunione del FOMC martedì-mercoledì e la conferenza annuale GTC di Nvidia che si svolgerà per tutta la settimana. In questo contesto attuale, c’è anche la possibilità di ottenere sviluppi sui dazi, che potrebbero essere di natura sia crescente che decrescente.

Inoltre, diversi indicatori tecnici hanno segnalato uno stato di ipervenduto, ma questo è stato anche il caso della scorsa settimana. C’è una certa incertezza sul rapporto sulle vendite al dettaglio, ma anche curiosità di vedere se il mercato azionario reagirà negativamente se il rapporto dovesse risultare debole. Per quanto riguarda la Fed, visti i dati sull’inflazione relativamente benigni e le ulteriori prove di un rallentamento dell’economia, il presidente della Fed Powell probabilmente trasmetterà ai mercati un tono più accomodante che aggressivo. Pertanto, la previsione per la prossima settimana è ancora una volta rialzista, e le “prove tecniche di rimbalzo” di venerdì scorso potrebbero avere più spazio. Cosa potrebbe mettere in discussione queste prospettive? Se la prossima settimana dovessimo avere ulteriori escalation tariffarie, i mercati potrebbero tornare in modalità “risk off” e virare al ribasso.

 

La “Questione Europea”, parte I: il riarmo non basta, senza altri passi l’UE non andrà lontano

In concreto, quali passaggi dovrebbe compiere l’Unione Europea per realizzare una vera integrazione dei popoli? La risposta è: tante cose, oltre le armi. Ecco quali.

Di Alessio Cardinale, Founder e CEO di Patrimoni&Finanza

Qualche settimana fa, molti di voi ricorderanno l’intervento, molto diretto e risoluto, di Mario Draghi di fronte al Parlamento Europeo. L’ex premier si è tolto un intera confezione di sassolini dalle scarpe – erano lì da parecchio tempo – ed ha puntato il dito contro le istituzioni europee con un secco “…Dite no al debito comune, dite no al mercato unico, dite no alla creazione dell’unità del mercato dei capitali. Non potete dire di no a tutto. Altrimenti dovete anche ammettere di non essere in grado di  mantenere i valori fondamentali per cui questa Unione è stata creata. Quindi quando mi chiedete ‘cosa è meglio fare ora’, vi dico che non ne ho idea. Ma fate qualcosa!“. Del resto, appare evidente di come il ruolo di comprimario dell’Unione Europea nei negoziati di pace tra Russia, Stati Uniti e Ucraina sia l’effetto del fallimento di una unione basata soltanto sull’uso di una moneta comune, e non su una autentica unione sociale ed economica dei popoli.

La questione, così posta, tocca una questione più ampia: la fragilità politica dell’UE rispetto alla sua solidità economica. È vero, infatti, che l’UE sia nata principalmente come un’unione economica e monetaria, senza mai completare una vera integrazione politica e militare. Questo la rende meno efficace nel prendere decisioni unitarie su questioni geopolitiche, soprattutto quando gli Stati membri hanno interessi divergenti. Nel caso della guerra in Ucraina, l’Europa ha mostrato una forte solidarietà con Kiev, ma non ha una politica estera unitaria abbastanza incisiva da essere un attore principale nei negoziati. Tuttavia, più che un “fallimento” dell’UE, questa fragilità è anche il riflesso dell’equilibrio di potere a livello globale. La guerra in Ucraina è vista da molti come un confronto indiretto tra Russia e Stati Uniti, quindi Washington ha assunto un ruolo preminente nei negoziati. La mancanza di un esercito comune europeo e la dipendenza militare dalla NATO rafforzano, oggi più che mai, questa dinamica.

Ma in concreto, quali passaggi dovrebbe compiere l’Unione Europea per realizzare una vera integrazione dei popoli? La risposta è: tante cose, per le quali occorre una visione non dicotomica dell’Unione. Per realizzare una vera integrazione dei popoli, infatti, l’Unione Europea dovrebbe finalmente ragionare come “federazione”, e compiere passi concreti in almeno cinque ambiti chiave: politico, economico, sociale, militare e culturale. Relativamente al primo, l’UE dovrebbe creare un governo federale europeo con un presidente eletto direttamente dai cittadini. Oggi la Commissione Europea è un organo burocratico, con scarsa legittimazione popolare, mal visto dalla maggioranza degli europei. Inoltre, essa dovrebbe superare il potere di veto dei singoli Stati membri in politica estera e di difesa, per garantire decisioni rapide ed efficaci.

Dal punto di vista economico e fiscale, si dovrebbe adottare un bilancio comune più ampio, finanziato con tasse europee (ad esempio una tassa sulle multinazionali) per ridurre le disuguaglianze tra Stati membri, e creare una politica industriale comune per rendere l’UE più autonoma da Stati Uniti e Cina in settori strategici come energia, tecnologia e difesa. Inoltre, I sistemi fiscali andrebbero armonizzati per evitare concorrenza sleale tra Paesi (es. il dumping fiscale di Irlanda e Lussemburgo).

Ma tutto ciò non sarebbe sufficiente senza l’unione sociale e dei diritti. Ciò significa adottare un salario minimo europeo e un welfare comune per garantire a tutti i cittadini standard di vita simili; rafforzare i programmi di mobilità e scambio (tipo Erasmus) per i lavoratori e non solo per gli studenti; garantire maggiore tutela dei diritti civili e politiche migratorie comuni per evitare divisioni interne. Dal punto di vista della difesa comune, creare un esercito europeo autonomo dalla NATO (cosa che lo stesso Trump gradirebbe), in grado di garantire la sicurezza senza dipendere dagli USA. Ancora, una politica estera unica e unitaria, per dare all’Europa un peso maggiore nei negoziati internazionali, e un piano per la sicurezza energetica e la riduzione della dipendenza da attori esterni come USA (gas), Russia e Cina. Infine, maggiore insegnamento della storia europea nelle scuole per rafforzare un’identità comune, promuovendo l’uso generalizzato di una lingua comune europea (l’inglese, di fatto, lo è già) senza sminuire le lingue nazionali.

Se l’UE non compie questi passi, resterà una confederazione fragile, dominata dagli interessi nazionali. Infatti, l’UE fino ad oggi ha spesso mostrato un volto burocratico, distante dai cittadini e troppo condizionato dagli interessi degli Stati membri più forti, come Germania e Francia. Le disuguaglianze economiche tra Nord e Sud, Est e Ovest d’Europa ne sono una dimostrazione: la crisi del debito greco, la gestione dei fondi di coesione e le politiche di austerità hanno accentuato queste disparità invece di ridurle. Uno dei problemi principali è che le istituzioni europee non hanno una vera legittimazione democratica. Il Parlamento Europeo ha poteri limitati rispetto alla Commissione e al Consiglio, e spesso le decisioni cruciali vengono prese a porte chiuse da tecnocrati non eletti.

In pratica, l’attuale struttura dell’Unione Europea sembra quasi progettata per mantenere le divisioni tra gli Stati membri, piuttosto che superarle. È come se fosse stata costruita per essere un’unione a metà: abbastanza forte da gestire un mercato comune, ma troppo debole per essere un attore politico indipendente. L’UE ha imposto regole economiche rigide (vedi il Patto di Stabilità e le politiche di austerità) che hanno creato malcontento in diversi Paesi, alimentando sentimenti anti-europei. Non ha promosso con la stessa forza un’identità culturale comune, lasciando che i cittadini vedessero Bruxelles più come un “amministratore di regole” che come un progetto politico condiviso. Ha permesso che le grandi potenze europee (come Germania e Francia) dettassero la linea, creando squilibri tra Paesi più forti e Paesi più deboli, senza un vero meccanismo di solidarietà. Il risultato? I cittadini si sentono prima italiani, francesi, tedeschi, polacchi… e solo dopo europei, perché l’UE non ha dato loro un motivo forte per sentirsi parte di una comunità unica.

Per cambiare davvero, servirebbe una classe dirigente nuova, meno legata agli apparati burocratici e più rappresentativa della volontà popolare. Ma qui nasce un’altra domanda: come si può riformare un sistema dall’interno, se chi lo gestisce non ha interesse a cambiarlo? L’unica vera spinta al cambiamento potrebbe arrivare da una maggiore pressione popolare e politica, con un’opinione pubblica più consapevole e attiva, che richieda maggiore trasparenza e riforme concrete, con movimenti politici europei che non siano solo nazionali travestiti da europeisti, ma che propongano una vera visione federale. Inoltre, con più referendum e strumenti di democrazia diretta a livello europeo per far pesare di più la volontà dei cittadini.

Corsi e ricorsi storici: l’Europa vittima di isteria collettiva, come nella Prima Guerra Mondiale

Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Esiste un detto latino che descrive magistralmente la situazione geo-politica odierna: “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius” (Giove toglie prima il senno a quelli che vuol mandare in rovina). Gli antichi romani usavano questo motto quando vedevano qualcuno imbarcarsi in affari pericolosi, di sicura rovina per sé e per gli altri. In tal senso, la Storia è piena di esempi in cui una inspiegabile follia di pochi ha portato rovina e devastazione per milioni di famiglie.   

Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).

Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.

Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.

Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina 
Ci troviamo nel mezzo di una guerra strategica che si gioca su più livelli. Innanzitutto, se Trump riduce la presenza militare USA in Europa e smantella parte della NATO, l’Europa è costretta a doversi difendere da sola. Ma c’è di più. Da decenni, la strategia nei confronti della Russia (ora della Cina…) è sempre la stessa: obbligarla a spendere in difesa fino al collasso interno. È il metodo che ha funzionato contro l’URSS durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.

Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Il meccanismo è semplice e collaudato: prima si crea nuovo debito per finanziare il riarmo, i mercati si ingozzano, le aziende militari prosperano. Poi, quando il momento sarà opportuno, arriveranno le agenzie di rating (di proprietà degli stessi fondi d’investimento) a declassare il debito europeo, imponendo tagli e privatizzazioni. Lo abbiamo visto con la crisi del 2008, con quella del debito sovrano, e lo vedremo di nuovo. Ora, con Trump alla Casa Bianca, lo scenario pare accelerare. Se, come annunciato, il presidente USA ridurrà l’impegno militare degli Stati Uniti in Europa, i governi del continente sono costretti ad aumentare vertiginosamente la spesa per la difesa (sotto la paventata minaccia dell’invasione russa). I mercati hanno già fiutato l’opportunità: prestiti miliardari, emissioni di obbligazioni, fusioni tra colossi industriali e nuovi contratti di fornitura militare.

Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.

E poi c’è la questione cinese. Trump ha sempre visto Pechino come il principale nemico strategico, e la sua politica economica sarà ancora più aggressiva rispetto al primo mandato. Se gli Stati Uniti intensificheranno le sanzioni e le pressioni su Taiwan, la Cina potrebbe reagire con azioni più decise nel Pacifico, aprendo un altro fronte di tensione globale. Nel frattempo, la stampa mingstream paventa la minaccia della Russia  che sfrutta il ritiro americano dall’Europa per consolidare le proprie posizioni in Ucraina e nei paesi ex sovietici. Questo ha come conseguenza negoziati di pace più favorevoli per la Russia, oppure a nuove offensive militari, a seconda di come si svilupperanno gli eventi nei prossimi mesi. In fondo quella guerra serve agli USA per far comprare il proprio costosissimo gas (e armi) dall’Europa e indebolire un alleato (non più strategico…).

E così torniamo al punto di partenza. Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica. Allora si credeva che la guerra sarebbe stata breve e gloriosa, oggi si sostiene che l’Europa debba prepararsi a un lungo confronto con la Russia. Ma la storia insegna che queste strategie hanno un prezzo. La Prima Guerra Mondiale non durò pochi mesi, ma quattro anni di orrore e distruzione, portando al collasso quattro imperi e aprendo la strada ai totalitarismi. Oggi, l’Europa rischia di infilarsi in una spirale simile, senza un vero piano per il futuro. Con Trump alla presidenza, la partita è cambiata:  l’Europa rischia di cadere in una trappola finanziaria e geopolitica che la renderà ancora più vulnerabile. Questo è il prezzo della miopia di chi ha fondato una Unione Europea senza gambe, concentrando tutto sulla semplice unione monetaria. E’ il fallimento della visione predatoria dei paesi c.d frugali (Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, con la Francia a dare man forte), bravi a impoverire il Sud Europa ma incapaci di fronte ai pericoli extra-continentali che, già a fine anni ’90, non era difficile intravedere.

Flussi in uscita dal mercato USA e in entrata anche in Europa. Puntare sui titoli italiani della difesa

I flussi stanno uscendo dal mercato statunitense, che attualmente pesa per il 70% dell’asset allocation mondiale, e si stanno riposizionando anche in Europa. Le posizioni principali rimangono su Leonardo e Fincantieri.

analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

Lo scontro Trump/Zelensky e il fondo extra deficit Ue da 400 miliardi dedicato alla difesa portano questi titoli a beneficiare di una massiccia entrata nei prossimi mesi. In portafoglio le posizioni principali rimangono su Leonardo e Fincantieri.

I mercati azionari globali hanno chiuso febbraio in territorio leggermente negativo, dopo aver toccato nuovi massimi a metà mese. Gli indici europei e italiani hanno sovraperformato quelli statunitensi anche a febbraio, sostenuti dall’aumento del posizionamento degli investitori sul mercato europeo. Escludendo Meta, il settore tecnologico – compresi i “Magnifici 7” – ha faticato, registrando performance negative da inizio anno, anche a causa delle prese di profitto dopo le forti performance e delle preoccupazioni sulla sostenibilità e sui ritorni degli investimenti (superiori alle attese) nell’AI dopo DeepSeek. Le mid-small cap italiane hanno avuto un andamento positivo ma hanno continuato a sottoperformare l’indice principale a febbraio. In Italia, il processo di consolidamento ha coinvolto non solo il settore bancario, ma anche quello dei servizi petroliferi, con l’annuncio della fusione tra Saipem e Subsea7, finalizzata alla creazione di un leader globale.

L’attenzione del mercato si è concentrata su: Trump e le tensioni commerciali; Le elezioni in Germania; I segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha confermato nuovi dazi commerciali del 25% su Canada e Messico a partire dal 4 marzo e ha raddoppiato quelli sulla Cina, con un aumento del 10% delle tariffe già in vigore dal 2 aprile. Questa escalation di tensioni commerciali sta creando incertezza sui mercati e potrebbe generare una serie di negoziati bilaterali tra Washington e i paesi colpiti per migliorare le condizioni applicate. Il mercato sta attualmente valutando un approccio molto concreto alle tariffe. Questa nuova fase di tensioni commerciali porterà inevitabilmente volatilità sui mercati. Bisognerà vedere se queste decisioni saranno negoziate o se avranno effetti concreti sulle aziende. A nostro avviso, ci troviamo nel primo scenario, ma l’incertezza potrebbe ritardare le decisioni di investimento e, dopo la forte sovraperformance dei mercati europei rispetto a quelli statunitensi dall’inizio dell’anno, riteniamo che nel breve termine sia opportuno un approccio più cauto.

I risultati delle elezioni in Germania sono stati moderatamente positivi per i mercati, evitando lo scenario più critico di una forte crescita dei partiti estremisti. Tuttavia, permane l’incertezza sulla possibilità di una riforma fiscale decisiva, che rappresenterebbe il vero game-changer per i mercati europei. La CDU/CSU ha vinto con un ampio margine, ma sarà costretta a formare una coalizione con la SPD e/o i Verdi per governare. Restiamo convinti che la Germania si muoverà per sostenere la crescita economica. Se decidesse di utilizzare il suo spazio fiscale per rilanciare l’economia, sarebbe sicuramente un segnale positivo per gli investitori, che potrebbe essere amplificato in caso di tregua nel conflitto in Ucraina. Merz sta cercando di finanziare sia l’aumento della spesa per la difesa che i tagli alle tasse, in mezzo a vincoli stringenti sul debito. Tra le opzioni in discussione c’è un nuovo fondo speciale per la difesa da 200 miliardi di euro, che potrebbe portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2028.

Il nostro interesse principale deriva dai crescenti segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, con l’ultimo Nowcast della Fed di Atlanta che prevede una crescita del Pil reale annualizzato del +2,3% rispetto al +3,2% del mese scorso. Anche la crescita degli utili societari mostra segni di rallentamento, con revisioni al ribasso particolarmente evidenti nei settori automobilistico e delle costruzioni, mentre tra le eccezioni positive spiccano le banche e i servizi finanziari. Le preoccupazioni sul fronte macroeconomico hanno spinto al ribasso i rendimenti obbligazionari. Negli Stati Uniti, il Treasury decennale è sceso di 30 punti base sul mese al 4,24%, mentre l’inflazione prevista è scesa di 6 punti base al 2,37%, con una conseguente riduzione di 24 punti base dei tassi reali.

In Europa, il calo dei rendimenti è stato più contenuto: il bund è sceso di 7 punti base al 2,4%, mentre il rendimento del BTP italiano è rimasto sostanzialmente stabile al 3,5%, con lo spread in leggero aumento di 4 punti base a 114 punti base. Sul fronte macro in Europa, l’indice PMI composito è rimasto invariato a febbraio in area espansiva a 50,2, con una componente dei servizi più debole, mentre il settore manifatturiero ha leggermente superato le attese rimanendo però in territorio di contrazione. Il mercato delle materie prime è salito leggermente a febbraio guidato dall’aumento del prezzo del rame dopo che Trump ha ordinato un’indagine sulle importazioni di rame dagli Stati Uniti, che potrebbe essere il primo passo verso l’introduzione di nuove tariffe. Anche l’oro è stato leggermente positivo, mentre il petrolio è stato debole con le prospettive di un accordo tra Russia e Ucraina che ha ulteriormente ridotto il premio di rischio sull’offerta. Anche il gas naturale è sceso.

L’indice Eurostoxx 50 è tornato ai livelli del 1999. L’attuale livello di 5450 punti è una resistenza chiave che, se rotta al rialzo, può portare l’eurostoxx 50 a ridurre il gap sullo S&P. Il recente bazooka tedesco (i 1.000 miliardi di deficit in più grazie alla supposta rottura del limite del debito in Germania che verrà approvata nelle prossime settimane dal vecchio parlamento) rappresenta un cambiamento radicale per l’economia europea. La nostra sensazione è che i flussi stiano uscendo dal mercato statunitense (che attualmente pesa per il 70% dell’asset allocation mondiale) e si stiano riposizionando anche in Europa. Basta un misero 10% di riallocazione sul mercato europeo per avere un effetto molto significativo sull’indice Eurostoxx 50. Questo è già visibile con una sovraperformance dell’SX5E rispetto all’SPX di quasi 12 punti percentuali da inizio anno.

La nostra asset allocation è ben bilanciata con la giusta combinazione di titoli growth e multipli relativamente convenienti, come Diasorin, titoli legati alle materie prime con un elevato valore non sfruttato, come Danieli savings, nomi ciclici con un limitato margine di revisione al ribasso degli utili, come Stellantis, opzioni di M&A nel settore bancario, come Banco BPM, Banca Monte dei Paschi, Mediobanca e Generali. Inoltre, il nostro posizionamento sulle small/mid cap rimane concentrato su pochi titoli di qualità/turnaround, come Newlat, Fincantieri, Dovalue, Lottomatica, Telecom Italia savings. Confermiamo inoltre il nostro investimento in Campari, sulla base della nostra ipotesi che la valutazione abbia toccato il fondo. Le posizioni principali rimangono sui nomi della difesa, ossia Leonardo e Fincantieri.

La guerra dei dazi di Trump è propedeutica a un accordo globale sulla svalutazione del dollaro

Secondo gli Stati Uniti il dollaro è sopravvalutato per via degli acquisti dei paesi esportatori che così svalutano le proprie monete vs il dollaro in modo costante e sistematico, realizzando riserve valutarie.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Una domanda che dovremmo porci, ma che nessuno osa farsi, è perché un’economia forte e prospera ha bisogno di aprire una guerra commerciale con il resto del mondo. La spiegazione la possiamo trovare nel documento pubblicato dal capo dei consiglieri economici dell’amministrazione Trump, Stephen Miran, che spiega in dettaglio quali sono i punti dell’agenda del governo Usa. Leggendo tale documento, si riesce a dare una spiegazione logica a tutto quello che sta accadendo, ma anche del perché sta accadendo.

Nella realtà, tale documento illustra in dettaglio un “piano di salvataggio globale” per un’economia ormai a rischio di collasso. Stephen Miran e Zaltan Poszar (ex capo del trading desk della Fed e Senior Advisor del Tesoro) sono i due più influenti consulenti economici del governo Trump. Il documento, pubblicato nel Novembre del 2024 appena dopo il risultato elettorale, è stato totalmente e probabilmente volutamente “censurato” dalla ricerca di mainstream, per cui la maggioranza dei portfolio managers che si “abbeverano” alla ricerca macro delle principali banche d’investimento non sono informati su quello che potrebbe accadere. È tuttavia certo che le cancellerie dei principali governi internazionali abbiano avuto uno shock leggendo quello che gli Stati Uniti vorrebbero fare nei prossimi quattro anni.

Il documento completo, intitolato “A user’s guide to restructuring the global trading system“, di Stephen Miran, si può trovare sul sito di Hudson Bay Capital, società Usa di ricerca indipendente, e dimostra ormai che se vuoi sapere veramente cosa succede all’economia non puoi più fare affidamento alla narrazione del mainstream, che tende a farti sapere solo quello che puoi sapere. I principali punti su cui si basa la “messa in sicurezza” dell’economia americana, a rischio di bancarotta come dice Elon Musk, sono:
1) Svalutazione del dollaro
2) Totale controllo della Supply Chain su settori strategici come difesa, tecnologia e pharma.
3) Controllo dei tassi d’interesse sul debito Usa e finanziamento dello stesso tramite Century Bonds.
4) Riduzione dei prezzi dell’energia (Oil & Gas)
5) Dazi e sanzioni utilizzati come sistema di coercizione per obbligare i paesi terzi ad accettare il piano.

Il punto di vista attuale degli Stati Uniti è che la divisa di riserva (dollaro) è un asset sopravvalutato, dato che tutti i paesi esportatori acquistano dollari per fare riserve valutarie e svalutano quindi le loro monete vs dollaro in modo costante e sistematico. Ci sono quindi due sistemi per poter interrompere tale meccanismo:
a) trovare un accordo globale sulla svalutazione del dollaro,
b) introdurre i dazi in modo unilaterale. 
Il governo americano ritiene che, poiché è difficile che Cina ed Europa possano accettare una rivalutazione delle loro monete, è preferibile agire in modo unilaterale. Dazi e controllo della curva sono un segnale

che la strada è stata intrapresa, ma l’obiettivo è quello di trovare un accordo sulla svalutazione del Dollaro, poichè l’America evidenzia una perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero a causa della globalizzazione, e l’analisi mette in evidenza che tale impatto è avvenuto in località dove non esistono alternative ai posti di lavoro perduti. È quindi necessario intervenire per riportare a casa l’attività manifatturiera su Tecnologia e Farmaceutica e su tutti i componenti utilizzati dal settore difesa. La deglobalizzazione su alcuni settori chiave è iniziata.

Un altro punto di vista, discutibile ma importante, è che gli Stati Uniti forniscono al mondo una divisa di riserva ma, attualmente, ne hanno solo svantaggi. Poiché l’America fornisce un ombrello di difesa militare globale ai paesi alleati, tali paesi utilizzano tale servizio in modo gratuito e inoltre approfittano di un dollaro sopravalutato (le recenti dichiarazioni di Trump verso l’Europa vanno interpretate alla luce di tale punto di vista). Poiché “the use of defense umbrella” è un bene pubblico globale (“is a public good“), questo deve essere finanziato a tassi bassi e con debito al lungo termine (Century Bonds). L’America chiede quindi di scaricare una parte dei costi che sostiene in due modi:
a) contributo alle spese di difesa da parte degli alleati,
b) finanziamento dei costi attraverso la sottoscrizione di bond in dollari a 100 anni a tassi bassi.

Tali bond verrebbero emessi solo per banche centrali di paesi alleati e non potrebbero essere venduti. La Fed sarebbe disponibile ad aprire linee Swap per effettuare Repo in caso di esigenze di liquidità. Gli Stati Uniti chiedono quindi un piano di finanziamento a tassi bassi e a lunga scadenza per uscire dalla crisi del debito ed evitare una crisi globale. La riduzione dei prezzi energetici per contenere l’inflazione richiede una collaborazione internazionale. È quindi probabile che l’attuale voltafaccia all’Ucraina e lo schieramento con la Russia siano propedeutici a far rientrate la Russia nella sfera occidentale per riportare il petrolio russo sui mercati occidentali e far scendere i prezzi. L’Europa non sembra aver capito, per ora, che lo spostamento USA verso la Russia è parte di un piano che riguarda i prezzi dell’energia, che fanno parte del programma economico di Trump.

Gli Stati Uniti, in definitiva, stanno cercando di costruire una linea di difesa attorno alla divisa di riserva. Chiedono, di fatto, un controllo sui tassi che devono pagare ai creditori internazionali, chiedono alle banche centrali che detengono riserve in dollari di finanziarli con Century Bonds e chiedono di svalutare il dollaro. Questo per salvare Bretton Wood e il Dollar Standard e per salvare l’economia Usa e globale da una crisi da debito. È probabile che non sarà facile accettare tali condizioni e che lo scontro possa intensificarsi nei prossimi mesi, ma è necessario valutare se, in cambio, è meglio che siano i mercati finanziari a decidere come ristrutturare il sistema o se forse non sia meglio accettare la realtà e cercare di salvare l’economia Usa e mondiale da una crisi peggiore del 1929.

Il Litigation Funding come strumento strategico per le PMI italiane e per i privati

Il Finanziamento delle liti aiuta le PMI ad affrontare le controversie nazionali ed internazionali e mitigare il rischio di soccombenza. Per i privati, un aiuto nei contenziosi economicamente più impegnativi.

A cura di Davide de Vido, avvocato del foro di Treviso e CEO di FIDEaL dell’economia

Le Piccole e Medie Imprese (PMI) rappresentano la spina dorsale italiana, costituendo la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale nazionale. Esse, infatti, sono circa 4,4 milioni, ossia il 94% del numero totale di aziende presenti sul territorio, impiegano oltre 15 milioni di persone (circa l’81% della forza lavoro del settore privato), generano circa il 65% del valore aggiunto al costo dei fattori (VAF) del Paese e sono responsabili di oltre l’80% delle esportazioni italiane. In altri termini, le PMI italiane rappresentano una risorsa preziosa per il Paese e il loro successo è fondamentale per la crescita e la competitività dell’economia nazionale, nonché per il suo livello occupazionale.

Tra i diversi rischi che interessano le imprese e che possono ostacolarne l’attività e lo sviluppo – in particolare per le aziende che hanno una forte propensione all’esportazione – vi è senz’altro quella del contenzioso legale. Le aziende potrebbero infatti essere coinvolte in complessi e costosi contenziosi giudiziali o arbitrali di natura commerciale (violazioni contrattuali o controversie con fornitori e clienti), societaria (riferiti ad esempio alla responsabilità degli amministratori o revisori oppure controversie tra soci o tra soci e la società oppure ancora tra società all’esito di operazioni straordinarie d’impresa M&A Transaction), inerenti la proprietà intellettuale, inerenti la violazione delle regole della concorrenza e del mercato da parte di terzi (c.d. controversie Antitrust) e, persino, inerenti la disciplina degli investimenti eseguiti per avviare delle attività all’estero etc.

Anche in relazione ai privati esistono alcune categorie di contenzioso di natura individuale ma di grande impatto economico nella vita familiare. Si pensi alle cause risarcitorie per danni alla persona (es. assicurazioni per i gravi incidenti stradali causati da terzi) o ai casi di “malasanità” da cui derivano danni gravissimi fino al decesso del congiunto (c.d. danno tanatologico), in particolare dell’unico portatore di reddito familiare. Per tutti costoro si apre la possibilità di dover sostenere contenziosi civili complessi, costosi e di lunga durata, che spesso scoraggiano gli aventi diritto; in special modo quelli appartenenti alle fasce di reddito più sfavorite – ma non sufficientemente basse per accedere all’istituto del Gratuito Patrocinio a spese dello Stato, per i quali l’accesso alla giustizia civile comporta costi di ingresso (contributo unificato, spese legali, perizie tecniche, periti di parte) proibitivi e impossibili da sostenere se non ricorrendo all’indebitamento.

Relativamente alle imprese, i contenziosi legali generano dei costi diretti, relativi all’assistenza legale e/o tecnica e alle spese amministrative per l’accesso alla giustizia, e indiretti, quali gli appostamenti di bilancio (fondi rischi ed oneri) contro il rischio di soccombenza, connaturato per definizione ad ogni contenzioso. Non tutte le PMI possiedono la forza economica per fare fronte a tali costi, vuoi perché spesso non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per farvi fronte, vuoi perché in un dato momento hanno l’esigenza di destinare queste risorse alla crescita e non alla gestione di un contenzioso. Queste situazioni si possono tradurre o in una difesa inadeguata o, ancor peggio, in una ipotesi di denegata giustizia perché le imprese, ob torto collo, optano per non perseguire e difendere i loro diritti.

In questo contesto, oggi le PMI possono fare affidamento su di un nuovo ed innovativo strumento strategico, in grado di fornire loro il supporto finanziario e l’expertise necessari per perseguire i loro diritti in giudizio: il Litigation Funding, noto in Italia come finanziamento delle liti. Si tratta di una operazione giuridico-economica in cui uno o più finanziatori investono in un contenzioso (stragiudiziale, giudiziale o arbitrale) di un terzo, nel quale non hanno alcun interesse, assumendosi i costi della lite e il conseguente rischio d’insuccesso, ossia il rischio di perdere l’investimento e di dovere pagare le spese processuali alla controparte. In cambio, ma solo ed esclusivamente nel caso in cui la lite abbia esito positivo, i finanziatori otterranno una quota dei proventi derivanti dall’esito della causa, mentre in caso di insuccesso il finanziato non dovrà restituire nulla al finanziatore, né corrispondergli alcun prezzo per il servizio.

Come funziona il Litigation Funding? A prescindere dalla forma giuridica del finanziatore (fondo autorizzato, fondazione, trust, associazione di scopo etc), Il processo di litigation funding in genere si svolge come segue:
a) la parte interessata presenta la sua richiesta al finanziatore;
b) la richiesta deve includere una dettagliata descrizione della controversia, le sue probabilità di successo e i costi previsti;
c) il finanziatore valuta la richiesta e, in caso di parere positivo, propone un contratto che definisce i termini dell’investimento, tra cui l’importo del finanziamento, la quota dei proventi spettante al finanziatore etc;
d) il finanziatore si fa carico dei costi legali e delle altre spese connesse alla controversia;
e) a seconda dell’esito giudiziario della causa, in caso di successo il finanziatore riceve una quota dei proventi ottenuti in giudizio e in caso di insuccesso perde il proprio investimento, tenendo la parte finanziata sgravata da qualunque obbligo economico.

I vantaggi del litigation funding sono numerosi sia per le PMI che per i privati. Le PMI, infatti:

– potranno perseguire i propri diritti legali anche contro avversari più grandi e patrimonializzati, senza dover preoccuparsi delle ingenti spese legali;
– potranno trasferire il rischio di perdite finanziarie associate al contenzioso al finanziatore, tutelando anche la propria stabilità finanziaria e concentrandosi sulle proprie attività principali, delegando la gestione finanziaria del contenzioso al finanziatore;
– nelle controversie transnazionali, dove le barriere linguistiche, culturali e legali possono ostacolare l’accesso alla giustizia, i finanziatori con esperienza specifica possono fornire alle PMI la conoscenza e l’assistenza necessarie per navigare le complesse sfide di queste controversie.
I privati, invece, potranno trovare copertura finanziaria per le spese tecnico-legali e per quelle di accesso alla Giustizia – per le cause di fascia alta il solo contributo unificato può superare i 2.000 euro – ed affrontare così ad armi pari avversari del calibro di compagnie assicurative o aziende ospedaliere.