Luglio 24, 2026
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Il futuro del Wealth Management è “ibrido”: orientamento al cliente e diversificazione in Crypto-asset

La tecnologia blockchain e le criptovalute si sono già affermate, ma la loro affidabilità per il Wealth Management a lungo termine è ancora sotto osservazione. Quale sarà il futuro? 

di Riccardo Zara*

Sebbene il mercato delle criptovalute rimanga volatile, l’evoluzione dell’infrastruttura sottostante la blockchain sta aprendo nuove strade per diversificare, “tokenizzare” e automatizzare la gestione della ricchezza. 

Cos’è la blockchain e perché interessa il Wealth Management. La blockchain è un registro digitale distribuito, immutabile e trasparente. Non è controllata da una singola entità, ma condivisa tra molti partecipanti (nodi). Questo la rende particolarmente adatta per operazioni in cui fiducia, tracciabilità e sicurezza sono fondamentali come nel caso della gestione patrimoniale. Negli ultimi anni, molti operatori stanno esplorando come utilizzare la blockchain per digitalizzare asset reali (es. immobili, opere d’arte, fondi), automatizzare transazioni tramite Smart Contract e fornire accesso più “democratico” a strumenti finanziari prima riservati a pochi.

Uno degli sviluppi più interessanti è la c.d. tokenizzazione, ovvero come frazionare il lusso e aprirlo a tutti. In parole semplici, “tokenizzare” vuol dire rappresentare digitalmente un asset tradizionale (come una proprietà immobiliare, un’opera d’arte o una quota societaria) attraverso un “token” (unità digitale) scambiabile sulla blockchain. Questo processo consente una maggiore liquidità per asset tradizionalmente illiquidi, permette l’accesso frazionato a investimenti che in passato richiedevano capitali elevati e garantisce una maggiore trasparenza nella proprietà e nella tracciabilità delle transazioni. Per un investitore che costruisce un portafoglio diversificato, poter accedere a una frazione di un fondo di private equity o a una piccola quota di un immobile commerciale rappresenta un vantaggio enorme.

Vantaggi dell’integrazione delle criptovalute nel Wealth Management. Integrare asset digitali nel Wealth Management non significa semplicemente acquistare Bitcoin o seguire la foga del momento; i vantaggi concreti sono molteplici e meritano un’analisi approfondita. In primo luogo, le criptovalute offrono un’interessante opportunità di diversificazione: storicamente hanno mostrato una correlazione relativamente bassa con gli asset tradizionali, anche se questa tendenza si sta gradualmente modificando man mano che il mercato matura. A questo si aggiunge il potenziale di crescita: alcuni crypto-asset hanno registrato performance significativamente superiori a quelle degli strumenti finanziari convenzionali, pur accompagnate da una forte volatilità.

Un altro aspetto distintivo è l’accessibilità continua: i mercati crypto operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza interruzioni nei fine settimana o durante le festività, offrendo una maggiore flessibilità operativa. Infine, i progressi nel campo della custodia digitale stanno migliorando la sicurezza complessiva del settore. Soluzioni come wallet istituzionali o sistemi di cold storage regolamentati consentono oggi una gestione degli asset più sicura e conforme agli standard di compliance (ndr: insieme di azioni che un’azienda adotta per assicurare il rispetto di leggi, regolamenti, procedure interne, codici di condotta e standard etici), riducendo sensibilmente i rischi operativi legati alla conservazione dei fondi.

Non tutto ciò che è decentralizzato, però, è privo di rischi. La gestione di asset crypto comporta anche sfide significative, e la volatilità rimane uno dei principali punti critici: il valore delle criptovalute può variare drasticamente anche nell’arco di poche ore, mettendo a rischio il valore del portafoglio, soprattutto per strategie orientate alla conservazione del capitale. A questo si aggiunge l’incertezza regolamentare: in molti Paesi il quadro normativo è ancora in via di definizione, il che può generare instabilità e ostacolare l’adozione su larga scala, ma al tempo stesso rappresenta un’opportunità per una futura strutturazione più solida del settore. Inoltre, nonostante i miglioramenti già avvenuti, dal punto di vista della cybersecurity gli attacchi agli exchange o ai wallet restano una minaccia concreta. Tuttavia, va considerata la necessità di competenze tecniche specifiche: comprendere appieno il funzionamento degli strumenti crypto richiede formazione, aggiornamento continuo e capacità di valutazione. L’assenza di queste competenze può portare a errori gestionali o a esposizioni inconsapevoli a rischi elevati, soprattutto da parte degli investitori meno esperti.

Il futuro non è alternativo, è ibrido. Il modello più realistico oggi non è “criptovalute contro finanza tradizionale”, ma integrazione intelligente. Sempre più wealth manager stanno iniziando a offrire allocazioni strategiche in crypto-asset, o a collaborare con piattaforme che consentono la gestione di portafogli multi-asset da un’unica interfaccia come, ad esempio, Binance o Crypto.com. Inoltre, l’adozione degli Smart Contract per la gestione automatica dei portafogli o la distribuzione dei proventi rappresenta una delle frontiere più promettenti. La blockchain consente infatti di ridurre i costi operativi e aumentare la trasparenza, due elementi fondamentali per i clienti ad alta patrimonializzazione.

In conclusione, è possibile affermare che il Wealth Planner del futuro sarà anche un esperto di Blockchain. La Blockchain e i crypto-asset, infatti, non sono una moda passeggera, e per chi si occupa di gestione patrimoniale sarà impossibile ignorare questi strumenti senza rischiare di perdere competitività. Di contro, non essendo la Blockchain e i crypto-asset delle soluzioni “miracolose”, integrarle senza un’adeguata valutazione può esporre i patrimoni gestiti a rischi considerevoli. Pertanto, il futuro del Wealth Management sarà probabilmente ibrido, orientato alla tecnologia, ma sempre centrato sulle esigenze del cliente. E per una nuova generazione di investitori digitali, la blockchain sarà sempre meno un’eccezione e sempre più la regola.

* Studente Magistrale presso la NOVA School of Business and Economics di Lisbona ed ex UBS

Outlook mercati: le tensioni in Medio oriente fanno salire l’oro, mentre la Fed resta prudente sui tagli

L’oro sale sulla scia delle tensioni nucleari. La Svizzera taglia i tassi a zero, mentre i mercati osservano l’atteggiamento della Fed sui tassi. Il mondo delle criptovalute sotto osservazione.  

Nella settimana appena trascorsa, le borse globali hanno tenuto, dopo che la Casa Bianca ha ridimensionato l’ipotesi di un intervento militare immediato in Iran. L’indice europeo Stoxx 600 è salito dello 0,5%, mentre i future di S&P 500, Nasdaq 100 e Dow Jones hanno perso lo 0,2%. Il Brent è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta. Il dollaro si è leggermente indebolito, mentre il Bitcoin è salito del 2%. In particolare, Venerdì le azioni europee sono salite grazie all’allentarsi dei timori di un coinvolgimento imminente degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Iran. A trainare i rialzi sono stati i titoli del settore viaggi e bancario, mentre l’energia ha registrato una lieve flessione.

I segnali di moderazione diplomatica e la decisione dei leader globali di rinviare interventi significativi per almeno due settimane hanno contribuito a calmare i nervi degli investitori, consentendo ai mercati di ritrovare una certa stabilità. E così, i mercati azionari nazionali hanno continuato a muoversi lateralmente per la sesta settimana consecutiva, ma sono comunque riusciti a chiudere con guadagni soddisfacenti. Gli investitori hanno ignorato il nervosismo di metà settimana causato dall’escalation del conflitto Iran-Israele e dal brusco rialzo dei prezzi del petrolio greggio. L’andamento settoriale durante la settimana è stato contrastante. I settori sensibili ai tassi, come auto, banche, finanza e immobiliare, hanno registrato rialzi, mentre un rimbalzo dei titoli IT ha ulteriormente migliorato il sentiment generale del mercato. D’altra parte, i settori difensivi sono rimasti indietro a causa di una più ampia propensione al rischio, mentre i titoli dei settori metallifero ed energetico hanno registrato una certa acquisizione di profitti. 

Sul fronte dei tassi di interesse, continua lo scontro tra governo USA e Federal Reserve. Infatti, Donald Trump, alla vigilia della decisione sui tassi di mercoledì scorso, aveva definito “stupido” il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.  Secondo il presidente USA – secondo cui è improbabile che Powell riduca i tassi nel corso dell’anno – l’inerzia della Fed sta costando miliardi agli Stati Uniti, e i tassi dovrebbero essere almeno 2 punti percentuali più bassi. La Fed, invece, ha mantenuto i tassi fermi al 4,25%-4,50%, e pur lasciando i tassi invariati ha segnalato di monitorare attentamente eventuali segnali di rallentamento dell’economia. I progressi sull’inflazione restano lenti, ma i mercati prevedono ora due tagli entro fine anno. Gli operatori osservano con attenzione l’andamento del petrolio e le tensioni geopolitiche, che potrebbero influenzare la tabella di marcia della Federal Reserve. Nel frattempo, la versione “incendiaria” di Trump – che ci ha abituato al suo umore a fasi alterne – ha lasciato intendere che potrebbe nominare un nuovo presidente prima della scadenza del mandato di Powell nel 2026, minacciando così una decisione in pieno “Erdogan-style” che certamente non farebbe bene al rating del debito statunitense e al Dollaro.

Sul fronte degli investimenti alternativi, dopo aver superato i 3.600 $ l’oncia la scorsa settimana i prezzi dell’oro si mantengono alti intorno ai 3.390 $, spinti dalla reazione dei mercati ai raid aerei israeliani contro le infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane. Gli investitori continuano a cercare protezione nei beni rifugio tradizionali, sostenendo il forte slancio rialzista del metallo prezioso in un clima di timori per un possibile allargamento del conflitto in Medio Oriente.  Il Brent, invece, è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta, mentre il Bitcoin è salito del 2%, superando i 106.000 $. 

Al di fuori dell’Unione Europea (ma sempre nel Vecchio Continente), la Banca nazionale svizzera ha portato il suo tasso di riferimento allo 0%, con il sesto taglio consecutivo, mentre tornano i segnali di deflazione e il franco si rafforza. La banca centrale ha lasciato intendere che potrebbero esserci ulteriori allentamenti se la situazione dovesse peggiorare, in netto contrasto con la Federal Reserve e la Bank of England, che hanno invece mantenuto i tassi invariati. Nel Regno Unito, a maggio le vendite al dettaglio sono calate del 2,7%, segnando il peggior dato dal 2023. Le vendite alimentari sono scese del 5% e tutti i principali settori del commercio hanno registrato flessioni. Il brusco calo ha cancellato i guadagni di inizio 2025, e segnala un indebolimento dell’economia nel secondo trimestre; e adesso il governo laburista è sotto pressione per rilanciare la crescita ed evitare aumenti fiscali.

A margine – ma non troppo – cresce il dibattito sulle cryptovalute e sulla necessità di regolamentarle. Infatti, la crescita esplosiva delle stablecoin, spinta dall’IPO di Circle e dall’interesse di Wall Street, sta attirando l’attenzione delle autorità di regolamentazione globali. Secondo Citigroup, il settore potrebbe raggiungere i 1.600 miliardi di dollari entro il 2030, mettendo a rischio la finanza tradizionale, mentre enormi volumi di liquidità si spostano verso i token digitali. Queste monete, sostenute in gran parte da titoli di Stato USA, detengono oggi più debito pubblico statunitense a breve termine di alcune grandi nazioni. Un crollo improvviso potrebbe scatenare vendite destabilizzanti, far impennare i rendimenti e prosciugare la liquidità dei mercati. 

Politiche monetarie espansive: la Bce ha più carburante della Fed. Positivi sull’azionario Europa

La Bce ha più margine di manovra rispetto alla Fed per adottare una politica accomodante. Il piano da 500 miliardi di euro della Germania promette effetti significativi a partire dal 2026.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth*

In Europa, il contesto appare particolarmente favorevole. La Bce ha più margine di manovra rispetto alla Fed per adottare una politica accomodante, e il piano da 500 miliardi di euro della Germania promette effetti significativi a partire dal 2026. Le valutazioni rimangono interessanti, soprattutto in uno scenario di ripresa degli utili. Per questi motivi, manteniamo una visione costruttiva sui mercati azionari, conservando un margine di liquidità per cogliere opportunità tattiche in caso di nuove correzioni.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di maggio con forti guadagni, recuperando rapidamente le perdite registrate dopo il Liberation Day. Il rimbalzo, sia in termini di velocità che di intensità, ha ricordato il rally post-Covid, alimentato da una combinazione di fattori macroeconomici e geopolitici favorevoli. Il principale catalizzatore è stato l’annuncio di una tregua commerciale di 90 giorni tra Stati Uniti e Cina (con riduzioni tariffarie reciproche al 30% sui prodotti cinesi e al 10% sui prodotti statunitensi), che ha segnato una svolta nella politica commerciale di Trump: meno ideologia, più pragmatismo nei negoziati. Questo allentamento delle tensioni ha contribuito a ridurre la probabilità di una recessione negli Stati Uniti dal 50-60% al 30-40%.

Sul fronte macroeconomico, i “dati hard” rimangono solidi, mentre i “dati soft” dovrebbero migliorare, sostenuti dalla ripresa degli asset rischiosi e dal clima meno teso. A sostenere ulteriormente il sentiment del mercato è stata una sentenza della Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti, che ha ritenuto che l’amministrazione Trump abbia ecceduto i propri poteri legali nell’imporre la maggior parte dei dazi, affermando che l’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) non consente dazi illimitati. La decisione riguarda specificamente i dazi del 10%, 25% e 20% su vari partner commerciali, ma esclude quelli su acciaio, alluminio e automobili. La sentenza potrebbe anche complicare il piano fiscale dell’amministrazione, che faceva affidamento sui dazi come fonte di entrate. Se confermata, strumenti tariffari alternativi come la Sezione 232 potrebbero ancora essere utilizzati, ma la posizione negoziale con i partner commerciali risulterebbe ulteriormente indebolita.

I mercati azionari italiani hanno continuato a sovraperformare gli altri indici, grazie alla forte performance del settore finanziario (indice bancario +8%) e al forte rimbalzo di diversi titoli mid-small cap chiave (tra cui Fincantieri +36%, Technoprobe +21%, Danieli +20%, che rappresentano posizioni chiave del nostro portafoglio). Tutto ciò è avvenuto in un contesto favorevole per il mercato obbligazionario, con lo spread Btp-Bund sceso sotto i 100 punti base. Allo stesso tempo, nelle ultime settimane l’attenzione si è concentrata anche sui tassi di interesse e sul debito pubblico statunitense. Negli Stati Uniti, i rendimenti hanno registrato un’accelerazione a maggio (+25 punti base al 4,4%) a causa dei timori sulla sostenibilità fiscale, alimentati da una nuova legge fiscale che proroga i tagli alle imposte e aumenta il tetto del debito di 4.000 miliardi di dollari. La proposta è stata finora approvata a stretta maggioranza dalla Camera e deve ancora essere approvata dal Senato, dove sono previste alcune modifiche. Il Congressional Budget Office stima che la legge aggiungerebbe altri 3,8 trilioni di dollari al deficit statunitense tra il 2026 e il 2034. E così, Moody’s ha declassato il rating del debito sovrano statunitense da AAA ad Aa1, allineandosi a S&P e Fitch. La ragione principale citata è stata l’incapacità dei governi che si sono succeduti di contenere la crescita del debito e la prevista proroga del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, senza un corrispondente piano credibile di riduzione della spesa.

Particolare attenzione è stata prestata anche alle ultime aste di titoli di Stato giapponesi, che hanno mostrato segni di tensione soprattutto nelle scadenze ultra-lunghe. Il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 30 anni è salito di +32 punti base, raggiungendo il 3%, un livello che non si vedeva da oltre due decenni. Il picco dei rendimenti riflette una combinazione di fattori strutturali: inflazione persistente e riduzione della liquidità. Questa rivalutazione ha riacceso l’attenzione su una questione delicata per il mercato globale: il graduale smantellamento del cosiddetto carry trade sullo yen. Per anni, i tassi ultra-bassi in Giappone hanno incentivato gli investimenti finanziati in yen in attività a rendimento più elevato, come i titoli del Tesoro statunitensi. Ma con l’aumento dei rendimenti e il tapering della BoJ, il rischio di smantellamento di queste posizioni rimane un tema chiave da tenere d’occhio.

L’indice delle materie prime ha registrato un leggero aumento nel mese (+1,2%). Dopo un forte rialzo dall’inizio dell’anno e un aumento dei tassi reali statunitensi nel mese (+26 pb al 2,2%), l’oro è rimasto sostanzialmente stabile (a 3.280 dollari l’oncia). Il petrolio ha registrato una leggera ripresa (+1% a 64 dollari al barile), mentre il mercato rimane cauto a causa del graduale rollback dei tagli volontari dell’OPEC+ e di un cambiamento strategico volto a riconquistare quote di mercato e migliorare la conformità all’interno dell’OPEC.

Nei prossimi mesi i mercati rimarranno concentrati su diverse dinamiche che potrebbero influenzare l’andamento degli utili societari, dopo un primo semestre decisamente positivo per le azioni. In particolare, l’attenzione sarà rivolta a un potenziale rallentamento dell’attività nei prossimi due trimestri, legato a una naturale correzione dopo l’anticipo degli ordini che ha sostenuto la domanda negli ultimi mesi. Ciò potrebbe innescare una fase di raffreddamento, soprattutto nei settori ciclici, già sotto pressione a causa dell’incertezza commerciale globale. Sul fronte dei dazi, sebbene sia escluso un ritorno allo scenario precedente al “Liberation Day“, lo scenario di base ipotizza ancora un livello medio dei dazi intorno al 10% da parte degli Stati Uniti, che rimane storicamente elevato. Anche se l’impatto potrebbe essere più diluito nel tempo rispetto a quanto inizialmente previsto, è probabile che continui a rappresentare un freno parziale alla crescita.

In questo contesto, tuttavia, i responsabili politici sembrano pronti a intervenire: dagli Stati Uniti all’Europa alla Cina, i governi stanno preparando misure fiscali mirate, mentre le banche centrali (Fed e Bce) rimangono proattive e pronte ad aumentare il sostegno monetario se necessario. In questo contesto, i nostri temi preferiti includono la difesa, che è ancora al centro del nostro portafoglio con posizioni concentrate su Leonardo e Fincantieri. Telecom Italia Svg, la posizione principale grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Restiamo molto selettivi sul settore finanziario, con una preferenza per i titoli con un’elevata componente di commissioni (Fineco), mentre tra le banche tradizionali le nostre preferite sono BMPS e Unicredit.

A trainare il settore delle infrastrutture sono gli investimenti previsti dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Buzzi, Danieli Sav.). Le mid e small cap italiane, che dopo anni di sottoperformance offrono valutazioni interessanti e sono esposte a catalizzatori quali il taglio dei tassi da parte della Bce, il lancio del Fondo Strategico Nazionale CDP in Italia e l’attuazione del piano tedesco. Siamo invece più cauti sul settore del lusso: quest’ultimo è ancora sotto pressione a causa della debole domanda in Cina e negli Stati Uniti, ma con valutazioni tornate a livelli interessanti. Abbiamo iniziato a ricostruire alcune posizioni selezionate sui servizi di pubblica utilità, in un contesto di tassi che prevediamo saranno inferiori rispetto al recente passato. Siamo infine più positivi sul settore dei semiconduttori, sulla base della nostra sensazione che il fondo sia stato raggiunto.

* Vincitore del Morningstar Award 2025 per il miglior fondo categoria “Azionari Italia”

Momento positivo per i mercati azionari: il picco di incertezza sui dazi è ormai alle spalle

I punti deboli a livello statunitense sono il settore manifatturiero e il mercato immobiliare. In portafoglio aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities di Lemanik

L’attuale contesto sembra moderatamente positivo per i mercati azionari. Infatti, il picco di incertezza sui dazi pare essere ormai alle spalle e il flusso di notizie relative ai dazi dovrebbe migliorare nelle prossime settimane, durante le quali verranno firmati accordi commerciali con alcuni dei principali partner commerciali, riducendo significativamente l’attuale aliquota tariffaria mista.

A maggio, i mercati azionari globali hanno registrato un rimbalzo, sostenuti dalla de-escalation della guerra tariffaria tra Stati Uniti e Cina. I dazi generalmente aumentano l’inflazione e riducono la crescita economica reale. Sebbene l’economia statunitense stia rallentando, non prevediamo una recessione tecnica nel breve termine. Le recenti pubblicazioni degli utili aziendali e le previsioni aggiornate per il 2025 sono state incoraggianti. I dati sulle carte di credito mostrano una notevole resilienza della spesa al consumo da inizio anno (compresi aprile e maggio) e la recente correzione dei prezzi del petrolio è positiva per le vendite al dettaglio. Inoltre, i piani di spesa in conto capitale per il 2025 non hanno subito tagli significativi da parte delle aziende statunitensi, a dimostrazione di una forte fiducia nelle loro performance aziendali e nell’economia.

Tuttavia, vi sono due punti deboli: il settore manifatturiero, con l’indice ISM ancora in territorio restrittivo; il mercato immobiliare, che rimane stagnante a causa degli elevati tassi dei mutui. Pertanto, nel corso del mese è stata aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot. A livello settoriale, il portafoglio non include banche, compagnie assicurative o petrolifere. Il portafoglio è sovrappesato nei settori industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali. La tecnologia è sottopesata, senza alcuna esposizione all’hardware. Non vi è inoltre alcuna esposizione a servizi di pubblica utilità, immobiliare e beni di consumo di base, mentre il settore sanitario è leggermente sottopesato.

Tra Fed e Trump un finto scontro: mercati finanziari USA ormai “nazionalizzati” dal Ministero del Tesoro

Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo apparente, dato che la FED fornisce ampia liquidità al sistema bancario per sottoscrivere titoli del Tesoro: è già in corso un nuovo QE “indiretto”. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Tutta la ricerca macroeconomica di consenso continua a essere focalizzata sui dazi e sull’impatto che potranno avere sull’economia, con una noiosa narrazione che analizza in dettaglio, settore per settore e paese per paese, di quanto si contrarrà l’economia e di quanto salirà l’inflazione. Ma ogni settimana queste analisi diventano “carta straccia”, dato che le cose continuano a modificarsi in base agli umori dell’amministrazione Usa.

Tutto questo è finalizzato a distogliere l’attenzione dal fatto che i mercati finanziari americani siano ormai totalmente nazionalizzati. Il Ministero del Tesoro amministra ormai di fatto gli indici azionari e anche il livello dei tassi d’interesse sui Treasuries. Le violente inversioni di tendenza a cui sono stati sottoposti gli indici dei mercati azionari americani negli ultimi mesi sono state il frutto di operazioni di intervento da parte del Ministero del Tesoro, con la partecipazione di alcuni Hedge Funds particolarmente vicini al governo Usa. Intermediari che dispongono di linee di credito in grado di risollevare il mercato nei momenti più critici, ma anche di informazioni privilegiate sulle dichiarazioni e sulle mosse della Casa Bianca, che è probabilmente all’epicentro di un colossale giro di insider trading. In realtà l’andazzo è già noto da tempo, visto che esponenti del Congresso Usa e della Fed sono stati più volte censurati dalla stampa per l’intensa attività di trading svolta da alcune figure istituzionali.

Nel frattempo, gli interventi dell’Exchange Stabilisation Fund, il fondo d’intervento voluto dal Ministro del Tesoro Usa Bessent per mettere un cap ai tassi a dieci anni, riesce a gestire abbastanza bene la forte pressione di vendita sui Treasuries americani da parte di investitori internazionali, anche se la Fed è stata costretta ad intervenire con un QE di 43 mld di dollari in questi giorni per acquistare titoli di stato sul mercato. Le istituzioni bancarie saranno facilitate nell’acquisto di titoli di stato Usa senza limiti, grazie a un provvedimento in via di approvazione, che rimuove dai ratios patrimoniali delle banche il rischio sulle posizioni in Titoli di Stato americani. Tutto questo a conferma di quanto avevo già preannunciato da alcuni mesi sul rischio che il mercato finanziario Usa sarebbe stato nazionalizzato per cercare di evitare una crisi innescata da politiche fiscali insostenibili.

In questi giorni si apprende che l’approvazione della legge di bilancio in discussione al Senato (e già approvata alla Camera), definisce una traiettoria di Deficit/Pil a -8% per i prossimi dieci anni, senza prevedere nessuna recessione, crescita costante al 2,5%, inflazione al 2% e tassi d’interesse sul debito fermi al 3,5%. Questa “sofisticata” previsione macroeconomica assomiglia ai piani economici dell’ex Unione Sovietica, anche se invero, il Politburo si spingeva al massimo a definire piani quinquennali. Gli Stati Uniti possono facilmente manipolare il mercato azionario, dato che ormai ha una miserrima presenza di investitori istituzionali, possono introdurre il controllo della curva sui tassi, grazie anche all’aiuto delle banche e della Fed, ma non possono controllare il livello del dollaro, che rischia di diventare il potenziale trigger di una crisi Usa.

La crisi dei titoli di stato del Giappone. La dimensione del mercato valutario è fuori da ogni possibile controllo e richiede interventi concertati delle Banche Centrali per avere qualche effetto. Recentemente BOJ è intervenuta per indebolire lo Yen e frenare una possibile rottura dei colossali carry trade in essere, dato che l’aumento incontrollato dei tassi giapponesi, innescato dal fallimento di numerose aste dei titoli di stato, si era già trasmesso al cross USD/JPY. Non sappiamo per quanto tempo tale situazione possa reggere ma per ora è stato messo un cerotto alla diga dei carry trades che sostengono gli asset finanziari americani detenuti dal Giappone.

La crisi dei titoli di stato del Giappone è un ulteriore problema che si aggiunge a un sistema finanziario globale che fa acqua da tutte le parti e che richiede un bail out ormai giornaliero. Il problema del Giappone rischia ora di essere un altro elemento sistemico negativo per gli Stati Uniti. La strategia dei policy makers giapponesi era chiara: avviare una politica reflazionistica per uscire dalla trappola della deflazione, svalutare a termine il colossale debito pubblico con l’inflazione e sostenere la crescita salariale per rilanciare i consumi interni. Tale strategia si basava su svalutazione dello Yen per innescare inflazione importata, mantenimento dei tassi a livelli bassi (tassi reali negativi) e stimolare i consumi interni attraverso una rivalutazione dei salari.

In effetti l’inflazione è partita (ora è al 3,6%), lo Yen si è svalutato e ha favorito i carry trades verso dollaro, i tassi sono sempre rimasti piuttosto bassi (0,5%), ma le grandi istituzioni giapponesi hanno iniziato a disertare le aste dei titoli di stato. A questo punto la parte lunga della curva ha iniziato a impennarsi, mettendo in seria crisi la strategia di mantenimento del costo del debito pubblico (240% del Pil) a livelli accettabili e innescando un rafforzamento indesiderato di Yen, supportato da attese di rialzi dei tassi in Giappone. Ma nel corso degli ultimi tre mesi la situazione ha iniziato a deteriorarsi e la politica reflattiva si è rivelata un boomerang. L’economia ha iniziato a rallentare decisamente, i tassi non potevano quindi essere più aumentati ma l’inflazione ha continuato comunque a salire, mettendo in crisi la strategia di BOJ mirata a contenere il costo del colossale debito pubblico.

La crisi delle aste dei titoli pubblici si è quindi intensificata e l’aumento dei tassi ha iniziato a erodere il differenziale di rendimento tra Titoli del Tesoro Usa e JGB, differenziale che è sempre stato la struttura portante dei carry trades. BOJ ha dovuto quindi intervenire a stampare moneta per acquistare titoli di stato e indebolire lo Yen, proprio quando l’inflazione importata non sembra però volersi più fermare. A questo punto, se non vuoi che i carry trades saltino e si inneschi una crisi finanziaria negli Stati Uniti, devi tornare a fare QE, ma se torni a fare QE e a svalutare lo Yen, rischi che la traiettoria dell’inflazione importata ponga ulteriori problemi ai titoli di stato, costringendo BOJ ad intensificare il QE e a svalutare ulteriormente lo Yen, avviando una spirale inflazionistica che può essere fermata solo con una recessione.

È quindi chiaro che il puntellamento del debito Usa passa da una recessione giapponese che possa spegnere l’inflazione e mantenere uno Yen debole per sostenere i carry trades. Ma il problema è che nel frattempo gli Stati Uniti sembrano propensi a implementare politiche fiscali e commerciali reflazionistiche, hanno bisogno di tassi d’interesse bassi per finanziare il debito (YCC) e perseguono politiche che procurano fuga di capitali dagli Usa e Dollaro debole. Appare evidente che la strategia di Giappone e Stati Uniti è in una fase divergente e questo è un ulteriore problema alla stabilità finanziaria internazionale. Il cross Dollaro Yen è dunque l’incrocio pericoloso dei capitali che sostengono i titoli del debito Usa, ma è diventato anche il principale driver dell’inflazione giapponese, che crea problemi politici interni e scontri sotterranei tra Boj e il governo. Mentre il Giappone ha bisogno di rafforzare lo Yen, il governo americano chiede di indebolirlo ma nello stesso tempo mira a svalutare il dollaro. Il contesto di disordine globale, di cui nessuno osa parlare, appare sempre più pronunciato:

1) Gli Stati Uniti non possono interrompere l’intervento fiscale perché il sistema finanziario non reggerebbe una recessione ma non vogliono che l’espansione del debito sia finanziata con un aumento del risparmio interno. Infatti un aumento del risparmio interno produrrebbe un calo della domanda e una recessione. Quindi, Giappone, Banche e Fed devono finanziare l’espansione del debito pubblico, ma i tassi non devono salire per non procurare una recessione. La concomitanza di debito fuori controllo e tassi sotto controllo sta procurando uscita di capitali esteri dal dollaro.
2) Il Giappone è costretto a frenare l’inflazione importata ma non vuole più alzare i tassi perché l’economia si è fermata. L’unica soluzione per fermare l’inflazione importata è rivalutare lo Yen ma questo mette a rischio i carry trades. Le aste dei titoli di stato vanno in crisi e la Boj deve intervenire a fare QE, ma il QE indebolisce la Yen che alimenta l’inflazione importata. C’è un elevato rischio di tenuta dei carry trade che finanziano un debito USA fuori controllo.

3) Le politiche commerciali produrranno inflazione e un rallentamento economico globale. L’incertezza frena gli investimenti e l’economia internazionale è già in stagnazione ora. La stagnazione economica attuale è di fatto già una recessione, ma la manipolazione dei dati macro continuerà a negare ufficialmente lo scenario recessivo. Il ciclo economico è di fatto soppresso.
4) Gli investitori internazionali stanno comunque uscendo dal dollaro, dato che negli ultimi anni gli asset americani avevano attirato un record di investimenti esteri. La vendita di asset americani e l’uscita dei capitali dal dollaro riduce la liquidità disponibile per il sistema finanziario Usa, che deve essere quindi fornita ora dalla Fed.
 
Lo scontro Trump-Powell è solo un gioco delle parti. Per non riaprire un QE, che sarebbe un ulteriore fattore di indebolimento del dollaro, la Fed è costretta ad iniettare riserve nel sistema attraverso il canale bancario, il quale diventa il principale sottoscrittore di Treasuries. È di fatto un QE indiretto che porterà comunque a dollaro debole e inflazione, ma per ora solo gli addetti ai lavori l’hanno capito. Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo una farsa per sostenere un gioco delle parti, Powell è consapevole della situazione in cui versa l’economia e sa che l’intervento fiscale è l’unico strumento per evitare una caduta in recessione. Il “braccio di ferro sui tassi” è solo apparenza, in realtà la Fed sta fornendo un colossale sostegno monetario attraverso la gestione delle riserve nel sistema, che continuano a rimanere a 3,6 trilioni di USD contro il livello normale di 1,8 trilioni. Nonostante questo, l’economia Usa è in stagnazione e galleggia solo grazie all’intervento pubblico. L’eccezionalismo americano è piuttosto costoso e basato su debito insostenibile: nel 2024 ha generato 2,8 tr di nuovo debito pubblico e 3,6 tr di nuovo debito privato (loans, private debt, corporate bonds, leverage loans, credito al consumo, ecc), 6,4 Trilioni, per ottenere 650 mld di Pil. Ma quanto dura?
 
È evidente che un sistema che si regge su questo modello richiede una nazionalizzazione dei tassi e dei mercati finanziari, una deregulation mirata a non far contabilizzare le perdite occulte nei bilanci di chi finanzia tale sistema (Banche e Shadow Banking) e l’esigenza di congelare in qualche modo gli asset che lo sostengono. Per questo motivo si parla di Century Bonds e di potenziale controllo dei capitali. Intanto, nel silenzio generale, la legge di bilancio Usa appena approvata alla Camera contiene un provvedimento di legge che consente l’applicazione di un’imposta su cedole e capital gain fino al 30% per tutti gli investitori esteri che detengono asset americani e che appartengono a paesi che applicano tassazioni discriminatorie sulle grandi multinazionali tecnologiche (Digital Tax). A rendere più inquietante il contesto si deve sapere che tra i poteri speciali del Presidente degli Stati Uniti c’è una legge che consente, in caso di “emergenza nazionale”, di bloccare qualsiasi uscita di capitali dal suolo americano… ma se non sai… tutto sembra ok.

I soldi non fanno la felicità? Il work-life balance priorità assoluta per il benessere sul lavoro

Un cambio di rotta irreversibile per i più giovani: la ricchezza scivola in fondo alla classifica delle priorità dei lavoratori. Ecco i valori che contano davvero per gli italiani.

Negli ultimi anni le priorità dei lavoratori sono profondamente cambiate, spostando l’attenzione dalla retribuzione al benessere e all’equilibrio tra vita privata e lavoro. A confermare questo cambio di rotta è The Guardian, secondo cui il 74% dei giovani della Generazione Z mette al primo posto il work-life balance. Un trend confermato anche dall’8° Rapporto Eudaimon-Censis, che colloca a sorpresa la ricchezza tra gli ultimi valori associati benessere: essa è un priorità solo per il 9% degli italiani, 8° posto nella speciale classifica. 

Il mondo evolve e, di pari passo con esso, anche la società così come le priorità individuali: se per anni il successo professionale è stato misurato attraverso il denaro e il prestigio, oggi qualcosa sta cambiando. Il lavoro non è più solo un mezzo per accumulare ricchezza, ma un elemento centrale dell’equilibrio personale, da costruire su misura delle proprie esigenze. I lavoratori non cercano solo stipendi competitivi, ma un equilibrio tra vita professionale e privata, benessere olistico e tempo da dedicare a se stessi e ai propri affetti. Un cambiamento che riflette un nuovo sentiment non solo italiano, ma addirittura globale: il benessere sul posto di lavoro conta più della semplice retribuzione.

Secondo lo studio del The Guardian, il 74% degli appartenenti alla Generazione Z mette al primo posto un sano equilibrio tra vita privata e lavorativa, mentre solo il 68% considera la retribuzione come una priorità. Un segnale chiaro di come, nonostante l’odierna incertezza economica, il benessere personale stia progressivamente superando il peso dello stipendio nelle scelte professionali. Pertanto, mentre la ricchezza si posiziona ormai terzultima tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori, è il benessere fisico e mentale il fattore che raggiunge la vetta della classifica (63,3%), seguito dalla tranquillità (41,3%) e subito dopo dall’equilibrio (36,2%). La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consapevolezza di sé e il benessere psicologico, come dimostra il 30% degli intervistati.

Secondo Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, “non si tratta di una moda passeggera, ma di un chiaro sintomo di una ben più profonda trasformazione culturale, in cui il benessere diventa un criterio guida nelle scelte di carriera. Per le aziende, non è più un’opzione ma un impegno concreto. Il welfare aziendale, se ben progettato, è la risposta più efficace a queste nuove esigenze. Di fronte a questo scenario, le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze dei lavoratori e ripensare il concetto stesso di welfare: non più pacchetti standardizzati, ma percorsi personalizzati, in grado di rispondere alle diverse necessità. Perché oggi, più che mai, il vero valore del lavoro non si misura solo in busta paga, ma dalla qualità della vita che è in grado di garantire”.

Ecco quali sono oggi le priorità dei lavoratori secondo l’8° Rapporto Eudaimon-Censis. Innanzitutto, per il 63% dei dipendenti la salute occupa il primo posto: in misura equivalente sia fisica, sia mentale. Il benessere psicofisico, infatti, rappresenta un valore fondamentale per coloro che desiderano adottare uno stile di vita sano. Il 42% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere lavorativo alla tranquillità, intesa come un ambiente collaborativo e privo di stress, che favorirebbe una maggiore concentrazione e una gestione più serena delle sfide quotidiane, professionali e non. Il 34% delle persone, poi, sceglie l’equilibrio come emblema di benessere individuale. Quest’ultimo, visto come la capacità di bilanciare in modo armonioso gli aspetti della vita privata e lavorativa, è considerato cruciale per evitare il sovraccarico emotivo. Ancora, la cura del proprio corpo occupa un posto importante. Infatti, il 30% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere al tempo dedicato a prendersi cura di sé, ovvero la capacità di ritagliare del tempo all’interno della routine per dedicarsi alla cura del proprio corpo e della propria mente.

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La famiglia viene associata al benessere dal 26,5% delle persone coinvolte nell’indagine, ed è considerata una fonte fondamentale di supporto emotivo e stabilità. Il legame familiare è visto come essenziale per creare un ambiente di sicurezza e affetto, che contribuisce al benessere individuale e alla serenità generale. La sicurezza sul lavoro, invece, viene scelta dal 20% dei dipendenti, considerata da questi un elemento chiave. Questo riflette quanto sia fondamentale per le aziende garantire un ambiente lavorativo stabile e protetto, che contribuisce all’equilibrio psicofisico e alla tranquillità individuale. Per l’11% delle persone intervistate, inoltre, il benessere è legato alla consapevolezza di sé, o mindfulness. Questa pratica non solo favorisce una maggiore sicurezza nelle proprie scelte quotidiane, ma aiuta anche a gestire meglio le sfide lavorative. Essere consapevoli di sé permette di creare opportunità, intrattenere rapporti più sani e vivere ogni momento con una visione più chiara della vita.

Infine il sorprendente dato sulla ricchezza, scelta come simbolo del benessere solamente dal 9% delle persone intervistate. Questo risultato dimostra come, pur riconoscendo l’importanza della stabilità economica, la ricchezza non sia più considerata un valore centrale la qualità della vita individuale, lasciando spazio ad altri fattori legati alla sfera personale e relazionale. Per l’8% delle persone intervistate, il benessere è strettamente legato alla percezione del futuro. Avere una visione chiara e positiva del domani conferisce sicurezza, motiva ad affrontare le sfide quotidiane e permette di orientarsi verso opportunità, creando una base solida per una vita soddisfacente e realizzata. A seguire, anche il divertimento scende parecchio nella scala delle priorità, prediletto solo dal 4,5% degli intervistati. Questo evidenzia come, seppur apprezzato, il divertimento non venga percepito come un valore fondamentale per il benessere, rispetto ad altri aspetti più significativi della vita quotidiana dei lavoratori odierni.

Real Estate in Italia: spazio, qualità e sostenibilità nuove priorità di investitori e famiglie

Il Real Estate DATA HUB fotografa le nuove geografie dell’immobiliare in Italia: criteri ESG, Build To Rent, il ritorno delle province e l’ascesa dei mutui green.

Il mercato immobiliare italiano sta cambiando fisionomia. Modelli abitativi più flessibili, attenzione crescente alla sostenibilità e nuova centralità delle province ridisegnano la mappa del valore, mentre gli investimenti tornano a crescere. La domanda evolve e si ridistribuisce, premiando comfort e ottimizzazione degli spazi. Da qui il crescente appeal delle periferie, che guadagnano terreno rispetto ai capoluoghi, riflettendo maggiore attenzione per la qualità della vita.

Dopo la fase di assestamento del 2023, il 2024 ha segnato una inversione di tendenza, con un volume globale degli investimenti in aumento, che ha quasi toccato i 10 miliardi di euro, pari a un incremento di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, con andamenti diversi per i singoli comparti. In particolare, le analisi evidenziano una nuova primavera del direzionale, trainata dal crescente interesse di investitori italiani e internazionali per immobili sostenibili e orientati ai criteri ESG. Forte incremento per il mercato retail che, grazie anche all’ingresso di nuovi operatori, si afferma asset strategico, con particolare vitalità nel Nord-Est, Nord-Ovest e Sud. Significativo anche l’aumento di investimenti per il settore dell’hospitality, focalizzati su resort e branded residence, trend emergente del 2025. Segnali di crescita per il residenziale e sostanziale stabilità per la logistica, che nel 2024 vive una fase di assestamento, con un incremento del 10% dei canoni di locazione per le nuove costruzioni, e una buona ripartenza nel 2025.

Questo il quadro che emerge dall’ultima edizione del Real Estate DATA HUB, il market report semestrale realizzato dal Centro Studi di REMAX Italia, dall’Ufficio Studi di YARD REAAS e dall’Ufficio Studi di 24MAX, che offre un’analisi del mercato immobiliare in Italia nel 2024 e anticipa le prospettive per il 2025. Questa edizione dedica particolare attenzione alle dinamiche di Milano, Roma, Bari e Torino, insieme alle rispettive regioni, analizzando le asset class del living, del lusso, della logistica e data center, direzionale, retail e hospitality.

Residenziale: il nuovo appeal delle periferie
Il 2024 ha visto il mercato residenziale riprendersi progressivamente: dopo un primo semestre in calo, nella seconda metà dell’anno si è registrata una crescita delle compravendite e un aumento medio dei prezzi superiore al 3%. La Lombardia si conferma la regione leader per numero di transazioni, che rappresentano il 35% della totalità. Nel Nord Italia, si segnalano performance in crescita per Liguria, Veneto e Piemonte; al Centro, il Lazio occupa la posizione di vertice, seguito da Emilia-Romagna e Toscana; al Sud, Puglia e Campania si distinguono per un volume di compravendite significativo, mentre tra le isole è la Sicilia a confermarsi come mercato più rilevante.

Milano resta la provincia con il più alto volume di transazioni, seguita da Roma e Torino. A livello nazionale, dall’analisi del DATA HUB si consolida l’attrattività delle aree metropolitane, a fronte però di una progressiva espansione della domanda verso zone periferiche ben collegate. “Non è più solo una questione di metri quadri, ma di servizi, contesto, benessere”, commenta Dario Castiglia (nella foto), CEO & Founder di REMAX Italia.Il mercato sta trovando nuova linfa grazie alla maggiore offerta in aree fino a pochi anni fa considerate secondarie”. Il trilocale è la tipologia più richiesta, in particolare nel Nord Italia (46% delle preferenze), mentre al Sud crescono quadrilocali e soluzioni con più di cinque locali, complice una maggiore accessibilità dei prezzi. “Guardando al 2025, le prospettive per il mercato immobiliare restano positive”, afferma Castiglia. “Le previsioni attuali indicano la possibilità di ulteriori ribassi dei tassi di interesse, un fattore che potrebbe stimolare ulteriormente la domanda, rafforzando la fase di crescita del settore”. 

Tendenze mutui: domina la prima casa, cresce il green e la richiesta dei giovani
Il mercato dei mutui beneficia di un contesto più favorevole, grazie ai tagli dei tassi BCE e a strumenti come il Fondo di Garanzia Prima Casa. Il 97,5% dei richiedenti lo fa per acquistare la prima casa, con un netto predominio del tasso fisso (97,8%). L’analisi per classi di età evidenzia che la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni costituisce il 34% dei richiedenti mutuo, seguita dalla fascia dei giovani con età compresa tra i 25 e 34 anni, che rappresentano il 32,4% dei richiedenti. Segnali di un ritorno alla progettualità, soprattutto da parte di giovani famiglie e first-time buyer. Le richieste di mutui green, in crescita costante, superano oggi il 10% del totale, segno di una maggiore attenzione alla sostenibilità e all’efficienza energetica anche nelle scelte di finanziamento.

Retail, direzionale, logistica e ricettivo: nuove priorità per investitori e tenant
Il Real Estate DATA HUB fotografa anche l’andamento degli altri comparti del mercato, confermando l’interesse crescente verso asset resilienti e integrati. Il retail è protagonista indiscusso del 2024, con un volume di investimenti record e una crescita distribuita in modo diffuso sul territorio nazionale. L’ingresso di nuovi operatori e il dinamismo di alcuni segmenti specifici hanno contribuito alla vitalità del comparto, con prospettive positive per il resto del 2025. Nel direzionale si consolida l’interesse per spazi flessibili, ben localizzati e in grado di adattarsi a modelli di lavoro ibridi; in crescita l’attenzione per immobili di nuova generazione allineati ai criteri ESG. La logistica evidenzia nel 2024 una tenuta complessiva nonostante la lieve contrazione della sua quota sul totale investito, e un buon avvio nel 2025.

Il comparto ricettivo si mantiene stabile, sostenuto dall’interesse crescente per l’hospitality di lusso. “Stiamo assistendo al consolidamento di alcuni macro-trend, come la crescente rilevanza dei fattori ESG –evidenziata, ad esempio, dalla diffusione dei finanziamenti green e dall’orientamento delle scelte di investitori e tenant, non solo nel segmento direzionale. Parallelamente, si rafforza il ruolo dei servizi a supporto degli immobili e dei loro occupanti: è il caso del Build To Rent (BTR), asset class che si sta affermando anche nel mercato italiano”, spiega Laura Piantanida (nella foto), Head of Institutional Relations di Yard Reaas SpA.

Agenti e rappresentanti, firmato il nuovo Accordo economico collettivo del settore commercio

Federpromm in rappresentanza delle categorie professionali degli Agenti e Consulenti finanziari sottopone il nuovo testo dell’AEC alla base  per la sua approvazione.

Dopo oltre dieci anni di attesa, il 4 giugno 2025 è stato siglato il nuovo Accordo Economico Collettivo (AEC) per gli agenti e rappresentanti del settore commercio tra le organizzazioni di categoria Confcommercio, Confesercenti, Confcoperative e, dal lato agenti, le organizzazioni sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs, Ugl Terziario, Fnaarc, Usarci, Fiarc.
 
Questo accordo rappresenta un passo fondamentale verso una disciplina contrattuale moderna e al passo con l’evoluzione del mercato. Il nuovo AEC introduce importanti novità, tra cui:
  • Ampliamento delle tutele: una visione moderna della categoria, con l’inclusione del canale e-commerce e una maggiore chiarezza nei rapporti tra agente e mandante.
  • Benefici economici: l’ampliamento dei compensi che formano la base imponibile per le indennità, l’abbassamento della soglia per le mandanti di modifica delle provvigioni e della zona, e un significativo aumento della rivalutazione del FIRR spettante all’agente.
Per le figure professionali, quali gli Agenti in Attività finanziaria e consulenti finanziari (tutte figure regolamentate), molti intermediari del settore finanziario e creditizio fanno riferimento a tale AEC e alla disciplina del Codice Civile (ex artt.1742 e segg). Le organizzazioni sindacali firmatarie del rinnovo contrattuale hanno espresso grande soddisfazione per tale accordo sindacale ritenendolo equilibrato e innovativo, rispondente alle esigenze attuali degli agenti di commercio. Federpromm (affiliata alla Uiltucs), in rappresentanza della categorie professionali (AF e CF) ritiene che sia necessario – prima di esprimere il suo consenso – di sottoporre alla consultazione dei propri associati, i contenuti di tutto l’articolato del testo sottoscritto dalle OO.SS e associazioni datoriali.  Si può esprimere il proprio consenso scrivendo a: federpromm@uiltucs.eu

Morireste per questa Europa? Se l’UE vuole la pace, costruisca una civiltà

“Se vuoi la pace, prepara la guerra” è il mantra delle massime istituzioni europee. Il ritorno del mito del riarmo e la fragilità dell’Europa di oggi.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Nel cuore delle istituzioni europee si sente risuonare, come all’inizio del ‘900, una vecchia idea: “Per essere ascoltati nel mondo, dobbiamo riarmarci“. Questo strano principio arriva anche da parte di politici dichiaratamente cattolici: “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra“, ha affermato Ursula von der Leyen presso la Royal Danish Military Academy, lo scorso 18 marzo 2025. Una dichiarazione del tutto simile a quella del 1909 di Sir Edward Grey, Ministro degli Esteri britannico, in occasione dell’intervento alla Camera dei Comuni di quel tempo (“Un’adeguata preparazione militare è la migliore garanzia di pace“). Due frasi, pronunciate a oltre un secolo di distanza, in due epoche diverse eppure identiche nella logica: la pace si ottiene mostrando la forza, il rispetto si conquista con le armi, e la diplomazia è efficace solo se accompagnata da un arsenale temibile.

È la riscrittura moderna del vecchio motto latino: “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, preparati alla guerra). Ma nel XXI secolo, cosa vuol dire “prepararsi alla guerra“? Significa costruire armi (soprattutto nucleari) di nuova generazione, aumentare il budget della difesa, sviluppare intelligenze artificiali belliche, impiegare droni autonomi, militarizzare il cyberspazio. Tutto ciò in un’Europa che, paradossalmente, non ha nemmeno più la forza lavoro per produrre quelle armi, né la volontà collettiva di difendersi realmente. Le aziende non trovano operai specializzati, tecnici, ingegneri, mancano le mani e le menti per costruire: figuriamoci se l’UE dovesse trovare i soldati per combattere. Siamo intrisi dalla cultura del disimpegno, dell’equilibrio vita-lavoro come valore assoluto e come sostituto dell’etica del dovere, della responsabilità civile, dell’identità condivisa.

La vera crisi non è militare, è identitaria. Il problema dell’Europa non è la mancanza di armi, bensì la mancanza di ethos, di una visione comune, di una identità collettiva per cui valga la pena vivere e, se necessario, morire. Senza un fondamento culturale e spirituale, ogni strategia militare è un artificio vuoto. Possiamo avere missili, ma non avremo motivazione, né coraggio, né coesione. Quale identità, quindi? L’Europa è nata da radici greche, romane e cristiane. È il cristianesimo che ha fornito per secoli la bussola morale, la coesione spirituale che ha dato dignità al lavoro, centralità alla persona, senso al sacrificio. Il fallimento storico del “para bellum” lo abbiamo già sperimentato nel decennio antecedente la Prima Guerra Mondiale, allorquando le potenze europee hanno creduto che prepararsi alla guerra avrebbe garantito la pace. Il risultato? 16 milioni di morti, un continente devastato, naturale terreno di coltura dei germi del fascismo e del bolscevismo.

Durante il XX secolo, la cd. Guerra Fredda, il riarmo nucleare garantì una “pace dell’incubo”. La Crisi di Cuba del 1962 portò il mondo a un passo dall’apocalisse. Solo la diplomazia segreta salvò l’umanità — non certo le testate nucleari. Oggi quella logica ritorna. Ma con tecnologie più sofisticate, soglie di attacco più basse e Stati più instabili. In questo contesto nessuno ci dice che nel 2024, la spesa militare europea ha superato quella russa del 58% quando calcolata a parità di potere d’acquisto e secondo la definizione NATO. Anche considerando solo i Paesi dell’UE e della NATO, il vantaggio rimane significativo (+56%), e persiste (+19%) limitandosi alla sola UE.  Tuttavia, l’efficacia di questa spesa è compromessa da una frammentazione strutturale (Fonte: Università Cattolica del Sacro Cuore – Osservatorio CPI, 22 febbraio 2025).

Cosa vuol dire “frammentazione strutturale“? Non c’è un comando unificato, le dottrine operative sono frammentate, gli armamenti non sono pienamente interoperabili e manca una volontà politica e popolare di impiego reale. Armarsi senza tecnologia e spirito di crescita è un’illusione. Lo confermano i due recenti brevi conflitti:
1) nella “guerra” per il Kashmir, il Pakistan ha abbattuto diversi caccia indiani di quarta generazione (inclusi i Rafale francesi) grazie ai J-10C cinesi, che costano un sesto dei Rafale francesi (nb: la Cina sta rilasciando sul mercato caccia di sesta generazione). Una tecnologia emergente e costi molto contenuti che batte quella occidentale, pertanto. I mercati hanno premiato Pechino, mentre Parigi si è chiusa in un imbarazzante silenzio.
2) Non hanno fatto meglio gli USA contro gli Houthi: aerei caduti, difese navali eluse, miliziani resilienti: una superpotenza in difficoltà contro guerriglieri determinati.

L’Europa oggi si trova quindi di fronte a un bivio storico: spendere ulteriori miliardi in armi, in una nuova illusione di “peso geopolitico” che maschera la fragilità interna, oppure investire in cultura, educazione, ethos, spiritualità. La vera difesa di un popolo non è l’acciaio dei cannoni, ma la fibra morale, associata ad una scuola che insegna storia, bellezza, filosofia, ad una società che non ha vergogna delle proprie radici cristiane e ad una politica che forma cittadini, non solo consumatori. Pertanto, il motto da rilanciare oggi non è “Si vis pacem, para bellum“, bensì “Si vis pacem, para civitatem“, ossia “Se vuoi la pace, costruisci una civiltà“, una comunità vera. Lo stesso Papa Francesco aveva affermato che la pace si costruisce “con il lavoro, la giustizia, l’educazione e la cultura del dialogo”. Lo ha detto chiaramente già durante la Giornata Mondiale della Pace nel gennaio 2014: “La pace non è un bene che viene da fuori, è un bene che nasce dal cuore dell’uomo. Si costruisce giorno per giorno, nel lavoro, nella giustizia, nell’educazione e nella cultura del dialogo“.

Di conseguenza, l’Europa non ha bisogno di incrementare la potenza militare, ha bisogno solo di ritrovare se stessa. In tal modo potrà tornare a parlare al mondo non con le armi, ma con la forza silenziosa di una civiltà viva. La forza di un popolo non è nei carri armati, ma nella sua capacità di rispondere alla domanda: “Chi siamo?”. Questo comporta dirottare gli investimenti non negli arsenali – che arricchiscono una industria, quella delle armi, che per essere alimentata ha bisogno di periodici conflitti – ma in educazione e cultura. Non in deterrenza, ma in coesione sociale. Non in propaganda, ma in una rinnovata identità europea fondata su ethos, comunità e radici cristiane. Questa è l’unica vera strategia per contare nel mondo, ed essere nuovamente una civiltà guida per i popoli. Primo fra tutti, quello europeo.

Mercati asiatici asset class più interessante tra le azioni globali

Azioni cinesi quotate negli Stati Uniti a rischio delisting a causa della retorica anti-cinese. Interesse per l’azionario Indonesia e per il Giappone, e aumento del peso della Cina nel segmento domestico.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Le prospettive del mercato restano difficili da prevedere a causa della natura erratica dello scenario tariffario statunitense. Riteniamo comunque che i mercati asiatici siano l’asset class più interessante tra le azioni globali e che continueranno a essere sostenuti dall’espansione regionale.

Il 2 aprile, in occasione della “Festa della Liberazione”, il Presidente statunitense Donald Trump ha presentato la sua strategia tariffaria reciproca. Le tariffe annunciate sono state molto più alte delle aspettative del mercato. I mercati globali hanno reagito immediatamente allo shock con un crollo di tutti gli asset statunitensi, comprese le obbligazioni, le azioni e il dollaro Usa. L’oro è salito perché gli investitori si sono spostati su beni rifugio. Le turbolenze del mercato hanno costretto Trump a sospendere l’applicazione dei dazi per 90 giorni. La Cina ha reagito all’aumento dei dazi con contromisure sulle importazioni statunitensi del 125% e ha dichiarato che consulterà l’OMC in merito alla controversia. I mercati globali hanno reagito alla sospensione con un forte contro-rally in tutte le classi di attività, chiudendo parzialmente il sell-off iniziale. I mercati azionari asiatici più colpiti sono stati Taiwan, la Cina e in parte l’Asean. Gli indici coreani e giapponesi hanno resistito meglio.

I dati economici pubblicati nel mese di aprile sono rimasti relativamente stabili, in quanto il front-loading degli ordini di esportazione dall’Asia agli Stati Uniti ha spinto l’attività manifatturiera in Asia. Tuttavia, gli economisti si aspettano che i dazi abbiano un effetto deflazionistico su Asia ed Europa, poiché parte della produzione sarà dirottata fuori dagli Stati Uniti. L’economia americana dovrebbe invece subire una spinta all’inflazione importata, poiché i dazi si aggiungeranno ai prezzi delle importazioni. Di conseguenza, nel corso del mese abbiamo chiuso la nostra esposizione alle azioni cinesi quotate negli Stati Uniti. Esiste il rischio potenziale che gli Stati Uniti delistino le società cinesi che operano negli Usa nell’ambito della loro retorica anti-cinese. Durante il sell-off abbiamo aggiunto posizioni in Indonesia e Giappone e aumentato il peso della Cina nel segmento domestico, come Bio-Tech, Banking e Real Estate.