I prodotti embedded insurance sempre più graditi dai giovani, che preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi. Al top auto e viaggi.
Le assicurazioni integrate stipulate su piattaforme tecnologiche ad hoc sono sempre più richieste. Secondo un report realizzato da BCG, le nuove generazioni sembrano essere quelle maggiormente aperte all’innovazione: a livello globale l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial affermano che comprerebbero un prodotto embedded insurance (servizio assicurativo abbinato o integrato a prodotti o servizi non assicurativi). In media il 30% acquisterebbe assicurazioni integrate sulle auto e sui viaggi. Si stima infatti, per esempio, che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality aumenterà da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030 (+97%).
“Il mercato evolve, subentrano nuovi asset digitali, le esigenze dei consumatori sono in costante evoluzione e la tecnologia è la chiave per colmare questo gap”, ha commentato Tommaso Giovannini (nella foto), Practice Manager Insurance di Mia-Platform. I Millennial e la Gen Z sono noti come consumatori “point-and-click”, preferiscono processi d’acquisto semplici e rapidi, specialmente quando si tratta di prodotti assicurativi: non vogliono investire ore leggendo documenti complessi o interagendo ripetutamente con un agente per acquistare una polizza, cercano invece immediatezza e trasparenza, prediligendo il formato digitale. Inoltre non vogliono preoccuparsi dell’assicurazione quando acquistano beni o servizi, ma desiderano che sia inclusa o comunque disponibile al momento dell’acquisto: si parla, a questo proposito di polizze embedded.
Il trend delle polizze embedded è confermato dai numeri: secondo un sondaggio realizzato dalla Boston Consulting Group, l’84% della Gen Z e il 75% dei Millennial hanno dichiarato che acquisterebbero un prodotto embedded insurance, contro il 59% della Gen X e il 46% dei babyboomer. Sempre dalla stessa indagine emerge anche che i settori in cui l’assicurazione integrata sarebbe maggiormente auspicabile dalle giovani generazioni sono l’automotive e il travel: in media il 30% delle giovani generazioni acquisterebbe volentieri polizze assicurative integrate direttamente nel processo di vendita e manutenzione delle automobili e assicurazioni di viaggio come parte integrante del pacchetto di servizi forniti dalle travel agency.
Infatti, secondo il recentissimo report “Embedded Auto Insurance” realizzato da Polly Insurance, 4 persone su 5 appartenenti alla Gen Z e ai Millennial ritengono che l’assicurazione dovrebbe essere parte del processo di acquisto dell’auto, ritenendo il 75% più conveniente acquistare veicolo e assicurazione insieme. Ugualmente, se parliamo dei viaggi, ormai da tempo è diffusa la tendenza a comprare un’assicurazione contestualmente all’acquisto dei biglietti per i viaggi in treno o in aereo, oltre che per le prenotazioni di alloggi. Si stima infatti che il mercato globale dell’embedded insurance nei viaggi e nell’hospitality conoscerà un incremento di circa il 97% in 7 anni, passando da 18,8 miliardi di dollari del 2023 a 37 entro il 2030, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 9,67%.
“Questi dati evidenziano come in un mondo sempre più connesso e digitale, l’embedded insurance sia diventata una necessità, sia per le giovani generazioni, migliorando l’esperienza utente, sia per le compagnie assicurative, dimostrandosi la strada migliore da perseguire per evolversi e rimanere competitive”, ha commentato Tommaso Giovannini. Ma non è tutto. Secondo EY i canali integrati costituiranno oltre il 30% di tutte le transazioni assicurative entro il 2028. In particolare Gen Z e Millennial, che risultano essere anche le generazioni più aperte all’innovazione, preferiscono un’esperienza di acquisto più fluida: rimanendo sempre nell’ambito dell’automotive, per esempio, secondo i dati di Polly Insurance, l’82% preferisce utilizzare dispositivi mobili per l’acquisto di assicurazioni, mentre il 65% è disposto ad attivare un’assicurazione tramite un’app integrata presso il concessionario.
Rimane tuttavia aperta una grande questione, ossia se il settore assicurativo, per la maggior parte ancora legato a sistemi informatici tradizionali, è realmente pronto per questo cambiamento: secondo una ricerca di McKinsey del 2022, l’81% degli assicuratori aveva meno del 25% dei propri sistemi su cloud pubblico, fondamentale per l’embedded insurance. È dunque necessario che le compagnie innanzitutto stabiliscano processi operativi digitali che consentano loro d’integrarsi con il rivenditore nella maniera più rapida possibile: “È fondamentale che il portale del rivenditore sia integrato con i sistemi

della compagnia assicurativa“, prosegue Giovannini. Per poter fare ciò nel modo più efficiente possibile occorre avere un modello operativo di integrazione digitalizzato che permetta di ottimizzare il processo di integrazione. In questo modo il rivenditore, avendo a disposizione un portale pubblico accessibile in cui la compagnia espone i prodotti disponibili alla vendita e tutta la documentazione utile per integrare, dal punto di vista tecnico, determinati prodotti e i propri sistemi di compagnia, può richiedere l’accesso a tali sistemi nello stesso portale, conoscendo così in tempo reale il valore della polizza, il periodo di validità ecc.
Di solito questo processo di integrazione richiede un tempo che varia tra i 6 e i 9 mesi, poichè le società assicurative hanno in dotazione strumenti e sistemi non progettati per essere agili, e quindi non sono in grado di raggiungere rapidamente i partner. In questo contesto diventa fondamentale adottare un approccio che consenta alle aziende assicurative di personalizzare l’offerta in base alle richieste dei partner, utilizzando una piattaforma digitale che permette di ragionare per pacchetti applicativi singoli: in questo modo, la compagnia può intervenire su ciascun componente, customizzandolo senza dover modificare l’intero sistema.



Scopriamolo insieme. La California, negli ultimi mesi, sta vivendo una fase di rinascita economica significativa. Secondo il
Le opportunità di networking sono infinite, grazie alla presenza di numerosi eventi, conferenze e fiere. La città ospita alcune delle più grandi aziende del mondo e startup innovative sempre alla ricerca di nuovi talenti. Tuttavia, Los Angeles non è solo lavoro. La città è famosa per la sua movida e le sue innumerevoli attrazioni culturali. I suoi musei offrono esposizioni di livello mondiale. La vita notturna è tra le più pittoresche, con bar, club e ristoranti che soddisfano tutti i gusti. Inoltre, la città è un melting-pot di vari orizzonti culturali, che trovano una sintesi in una scena culinaria ricca e variegata, che va dai mitici food trucks ai ristoranti stellati Michelin.
Vivere a Los Angeles, per un italiano di 30-40 anni alla ricerca di nuove prospettive di lavoro, può essere un’avventura emozionante che arricchisce il proprio bagaglio culturale. La città offre infinite opportunità professionali e non solo, ma è fondamentale essere consapevoli dei costi associati alla vita in una metropoli così dinamica. Dalla spesa per il volo e l’affitto, ai costi dei trasporti e della vita quotidiana, è importante pianificare attentamente il proprio budget per godere appieno di tutto ciò che Los Angeles ha da offrire. Nonostante le sfide economiche, la possibilità di vivere in una delle città più affascinanti e stimolanti al mondo rende questo investimento un’opzione da considerare con attenzione.
Per un italiano che decide di trasferirsi a Los Angeles, uno dei primi aspetti da considerare è il costo del volo. I prezzi per un biglietto aereo di sola andata variano a seconda della città di partenza: da Roma Fiumicino all’Aeroporto internazionale di Los Angeles il costo è di 436,99 euro, da Milano Malpensa 307 euro, mentre da Palermo Punta Raisi si spendono circa 360 euro (i sono indicativi e possono variare in base alla stagione e alle offerte delle compagnie aeree). Una volta arrivati a Los Angeles, la scelta dell’alloggio si scontra con il fatto che la città è una tra le più care degli Stati Uniti. La zona di Palms è particolarmente apprezzata dai giovani professionisti per la sua posizione strategica e i servizi offerti. Qui, il costo medio di un monolocale ammobiliato di 25 metri quadri con bagno privato e Wi-Fi si aggira intorno ai 1.750 dollari al mese. Questa cifra rappresenta una spesa considerevole, ma riflette il costo della vita in una delle città più dinamiche e ricercate degli Stati Uniti.
Un altro elemento fondamentale da considerare è il costo dei trasporti urbani. Los Angeles è una città estesa, e spostarsi senza un’auto può essere complicato. Tuttavia, il sistema di trasporto pubblico di
Relativamente alla spesa alimentare, essa incide nel budget familiare per circa 300 dollari settimanali (al supermercato), facendo della California lo stato più caro o tra i più cari (come riportato dal
Per quanto riguarda la movida, Los Angeles offre una vasta gamma di attività a prezzi diversi. Andare al cinema costa in media 12 dollari a biglietto. Una pinta di birra in un pub o un bar costa circa 8 dollari, mentre una serata in discoteca può variare tra i 20 e i 40 dollari a seconda del locale e della serata. Questi costi possono sembrare elevati, ma riflettono la qualità e l’esperienza offerta dai locali di Los Angeles, che sono tra i migliori al mondo.
Nell’attuale contesto di crescente sensibilità verso la salvaguardia ambientale, il risparmio energetico è diventato una priorità assoluta per facilitare questa transizione. Il tema dell’efficienza energetica è stato affrontato a livello internazionale con la sottoscrizione di diversi accordi, e a livello europeo con il protagonismo della Commissione Europea. L’Europa si è posta in una posizione di avanguardia rispetto alle tematiche ambientali attraverso il Green Deal, il pacchetto Fit for 55, e, a livello legislativo, con la Direttiva
sull’Efficienza Energetica (EED 3) e la Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3). Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Secondo il report, nel 2023 i prezzi del gas sono diminuiti del 70% nel primo semestre e del 20% nel secondo semestre. Anche il mercato elettrico ha registrato una situazione analoga. La riduzione della domanda, dovuta in parte al clima mite e alla flessione economica dell’eurozona in seguito al conflitto russo-ucraino, ha contribuito a questa tendenza.
In questo scenario, dove efficienza energetica e tutela ambientale ricoprono un ruolo sempre più cruciale, le vacanze – oltre a costituire un momento di relax e di fuga dalla routine quotidiana – possono diventare anche un’occasione per ottimizzare il consumo energetico della nostra casa. Quando siamo lontani per diversi giorni, è possibile ridurre significativamente gli sprechi energetici con alcune semplici azioni preventive. Ecco una guida pratica su come risparmiare energia e ridurre i costi durante le ferie.
4. Usa timer e sensori di movimento: se hai bisogno di lasciare alcune luci accese per motivi di sicurezza, considera l’uso di timer o sensori di movimento. I timer possono accendere e spegnere le luci a orari prestabiliti, simulando la presenza di persone in casa e risparmiando energia rispetto a lasciare le luci accese tutto il tempo.
6. Chiudi tende e persiane: chiudere tende e persiane può contribuire a mantenere una temperatura interna più stabile, riducendo la necessità di riscaldamento o raffreddamento. In estate, questo aiuta a mantenere la casa più fresca, mentre in inverno aiuta a trattenere il calore.
correttamente (circa 4°C per il frigorifero e -18°C per il freezer) per evitare consumi eccessivi. Riempire il frigorifero con bottiglie d’acqua può aiutare a mantenere la temperatura stabile con meno sforzo energetico.
“Della crescita del Direct Lending in Italia beneficerebbe in larga parte lo stesso settore bancario, che si sta riorientando sempre di più verso l’asset e wealth management, con progressiva diversificazione delle fonti di reddito e dei rischi patrimoniali assunti, con una minore dipendenza del valore economico creato dal Tasso Ufficiale di Sconto, destinato a scendere. Le banche Italiane, negli ultimi due anni, hanno largamente beneficiato della crescita dei tassi, soprattutto in termini di dividendi record e redditività. Le banche italiane potranno supportare lo sviluppo del direct credit, sia raccogliendo risparmi privati da investire sia lavorando in partnership con i fondi mid-market già attivi in questo settore attraverso attività di origination e co-finanziamento sui propri clienti», continua Scardovi (nella foto).
Il Direct Credit è uno strumento ancora poco conosciuto e utilizzato in Italia. Infatti, mentre in America del Nord (USA e Canada) e Gran Bretagna oltre il 70% del credito erogato alle imprese proviene da financial sponsor tra cui i fondi di direct credit, con la quota rimanente finanziata dal sistema bancario, il rapporto di forza appare rovesciato in Europa: in Francia il credito bancario è al 55% del totale, in Italia al 47% e in Germania al 37%, rispetto al 22% per gli Stati Uniti. I volumi di credito diretto non bancario – il cosiddetto shadow banking – sono molto rilevanti a livello globale e caratterizzati da elevata crescita. Il 58% di questo stock è però concentrato in America del Nord, con un capitale disponibile per finanziamenti di direct lending che ammonta a 182 miliardi di dollari a livello globale, per AUM complessivi pari a 546 miliardi.
Il direct credit è caratterizzato da durate medie ponderate dei prestiti più lunghe (oltre 5 anni la durata media negli Stati Uniti, oltre i 6 anni in Italia), a fronte di un costo medio competitivo rispetto a quello bancario (6,8% nel 2023, secondo Aifi). Guardando alle attività di investimento, la quota italiana di private debt risulta pari ad appena 2,9 miliardi di euro nel 2023, registrando, secondo Aifi, un calo del 12% rispetto al 2022, con oltre i due terzi dell’erogato concesso a grandi imprese. Il numero di operazioni è sceso del 37%, passando da 262 a 164, coinvolgendo 109 società. Di queste, il 55% sono stati
finanziamenti, il 38% obbligazioni e il 7% di strumenti ibridi. Peraltro, oltre il 30% dei mini-bond è sottoscritto dalle stesse banche, con limitato uso di basket bond (portafoglio di mini-bond diversificato). Parallelamente, la raccolta degli operatori di private debt attivi in Italia è aumentata nel 2023 del 14%, raggiungendo 1.141 milioni di euro. La raccolta indipendente, che rappresenta il 96% del totale, proviene principalmente dal settore pubblico e dai fondi di fondi istituzionali (46%), seguita dalle banche (19%) e dai fondi pensione e casse di previdenza (16%).
«Considerando il vasto universo di oltre 10.000 aziende in Italia con un fatturato tra i 30 e i 100 milioni di euro, risulta evidente il notevole potenziale di crescita del mercato del private debt, che può essere colto sviluppando maggiormente la raccolta da investitori istituzionali, auspicabilmente supportandola con benefici fiscali. Ciò consentirebbe di aumentare la penetrazione del prodotto tra le piccole e medie imprese italiane e ridurrebbe la dipendenza dal settore bancario per finanziare progetti di crescita organica (principalmente investimenti) o per vie esterne (e.g. M&A)», commenta Luigi Cutugno, Partner Corporate Finance e Debt & Capital Advisory Leader di Deloitte Italia.
Il mercato azionario americano conferma comunque la sua tenuta vicino ai massimi storici, in quello che può essere definito il bull market più odiato di tutti i tempi. Odiato perché il meccanismo di rialzo è prettamente guidato da retail investors e algoritmi, mentre gli investitori professionali continuano ad evidenziare difficoltà nel partecipare al trend rialzista che è basato su fondamentali sempre più distaccati dalla realtà. Occorre anche chiedersi se ormai il mercato azionario americano è ancora un mercato oppure è semplicemente un indice. Prima della crisi del 2008 era il mercato sottostante che procurava il movimento dell’indice, mentre oggi, a causa della gestione passiva, ETF, Buy Back e algoritmi, è l’indice che muove il mercato sottostante: “acquisto l’indice per sostenere il
mercato” o “acquisto tre titoli che fanno l’indice per sostenere l’intero mercato“. Nel frattempo, la notizia a mio parere più rilevante del mese, è la contrazione dei consumi negli Stati Uniti e la netta revisione al ribasso dei dati dei tre mesi precedenti, dati che nessuno ormai guarda più, ma che confermano che il ciclo Usa, sebbene sostenuto da irresponsabili politiche fiscali, è in cedimento da febbraio. La revisione al ribasso dei consumi dei tre mesi precedenti procurerà anche una revisione al ribasso del Pil del primo trimestre. Il dato sui beni durevoli ha subito 18 mesi consecutivi di revisioni al ribasso rispetto alla prima pubblicazione.
Per comprendere le potenzialità di tenuta dell’economia Usa, l’unica economia attualmente ma solo apparentemente non in crisi e le relative potenzialità del ciclo mondiale, occorre analizzare a fondo la dinamica del ciclo americano negli ultimi due anni; così facendo, possiamo individuare alcuni fattori straordinari e certamente irripetibili, che hanno consentito di evitare per ora una crisi. Infatti, le politiche monetarie hanno procurato certamente dei danni profondi ai bilanci delle banche, al Commercial Real Estate, al Private Equity e allo Shadow Banking System in generale, ma la politica monetaria restrittiva che ha colpito una parte importante dell’economia reale è stata in parte compensata da un’aggressiva politica fiscale a sostegno dei consumatori che, dall’uscita dalla pandemia (estate del 2020) fino a marzo di quest’anno è stata complessivamente di circa 45 punti di Pil (in media 11 punti di Pil all’anno), tanto che nella seconda metà del 2023 il Pil è cresciuto prevalentemente grazie alla spesa pubblica.
Il motivo per il quale l’economia Usa ha evitato finora una crisi è dovuto a questo colossale dissipamento di risparmio, spesa pubblica e debito che non ha precedenti storici. Spesa pubblica aggressiva, aumento del debito privato e dissipamento di eccesso di risparmio hanno generato un’anomala “tenuta” del sistema che rischia di non poter essere sostenuta. Quello che attualmente preoccupa di più è l’aumento delle insolvenze sul credito al consumo a ritmi da crisi finanziaria nonostante l’economia sia solo nella sua fase iniziale di cedimento e ancora in piena occupazione. Le probabilità che questo colossale “dissaving” possa semplicemente finire con un soft landing sono probabilmente pari a zero. Poiché l’effetto combinato di spesa pubblica ed excess saving speso ha procurato una spinta di 5/7 punti nominali di Pil all’anno dal 2021, la mancanza di questi elementi straordinari di sostegno, procurerà una caduta media di almeno 5 punti nominali di Pil a partire dalla metà del 2024, portando la crescita a zero entro settembre.
In base all’analisi suesposta è estremamente probabile che i tassi d’interesse siano ormai in area estremamente restrittiva, dato che la restrizione aggiuntiva verrà ora determinata dalla mancanza degli stimoli straordinari che ne avevano attenuato l’effetto, e la Fed sarà in qualche modo costretta a ridurre i tassi in breve tempo per attenuare il rischio di una caduta verticale del Pil. Il mercato dei bond è quindi in una bottom area e dovrebbe avviare un rally rialzista da questi livelli, almeno fino a fine anno. L’Oro conferma un trend rialzista che non è supportato da aspettative inflazionistiche ma da un potenziale “disordine” di medio lungo periodo innescato dal cedimento delle irripetibili politiche economiche degli Stati Uniti e dal rischio di una Balance Sheet Recession globale procurata da un eccesso di debito speculativo, dalla quale si potrebbe uscire solo con successive operazioni coordinate dal G20 di tipo reflazionistico, guidate da Cina, Stati Uniti e UE. 

L’approfondimento inizierà alle 14:00 con i saluti di Giuseppe Caldiera (nella foto), direttore generale di CUOA, e Francesco Gatto, responsabile del centro di competenza finance della business school. Prenderà poi la parola Marcello Mattiussi, Partner KPMG Advisory, per presentare la relazione “Overview e trend dell’Area Finance: le principali evidenze a livello nazionale e internazionale”. Il pomeriggio continuerà con tre tavole rotonde, ciascuna delle quali prenderà avvio con una breve instant survey rispetto ai temi oggetto di discussione. La prima si intitola “Scenari, analisi predittive, accesso al credito: l’importanza della capacità di pianificazione per orientare le scelte strategiche, gestire le scelte di struttura finanziaria, l’accesso al credito e al sistema finanziario”. La seconda avrà come tema “Il ruolo del Finance nella trasformazione digitale dell’azienda: orientare e guidare processi di cambiamento tecnologico coniugando finanza, tecnologia e strategia”. La terza ed ultima prenderà in esame lo sviluppo dimensionale e la crescita per linee esterne.
Commenta Francesco Gatto (nella foto), Responsabile dell’Area Finance CUOA: “Nel contesto economico attuale, caratterizzato da una crescente incertezza e da rapidi cambiamenti, il ruolo del CFO è in continua evoluzione. Nel Finance Day abbiamo deciso di porre l’attenzione su alcune sfide cruciali del Finance da qui ai prossimi anni. Impostare e implementare analisi predittive, valutare futuri possibili scenari preparando l’azienda a ciascuno di essi, sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, capire come utilizzare al meglio le risorse dell’intelligenza artificiale, ragionare sulla necessità della crescita e di come avviare percorsi di sviluppo attraverso acquisizione sono tutte indubbiamente capacità e competenze richieste ad un CFO “moderno”.
A maggio si è registrato un netto miglioramento delle stime sugli utili, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, mentre si è registrato un peggioramento in Cina. A livello settoriale, i miglioramenti più significativi sono stati osservati nei settori finanziario e dei servizi di pubblica utilità mentre si sono registrate maggiori revisioni al ribasso nei semiconduttori e nel software. Il gruppo dei “magnifici 7” ha dominato i mercati, mentre anche i mercati azionari asiatici ed europei hanno fatto bene.
In Italia, l’indice principale FTSEMIB ha registrato un +3,5%, il FTSEMID +3%, così come le small cap. Continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. Il taglio dei tassi della Bce dovrebbe fungere da catalizzatore positivo per le mid-small cap e per i flussi verso i mercati azionari. I rendimenti dei titoli di stato sono scesi leggermente, ma sono rimasti al di sopra della media degli ultimi 12 mesi sia negli Stati Uniti che nell’Ue. Negli Stati Uniti, i verbali della riunione del Fomc hanno confermato che il Comitato intende mantenere l’attuale politica restrittiva più a lungo del previsto, in risposta ai deludenti dati sull’inflazione del primo trimestre. Contrariamente alla conferenza stampa più accomodante del presidente Powell, sembra che “alcuni” membri del Comitato siano più disposti a inasprire ulteriormente la politica monetaria in caso di aumento dei rischi di inflazione.
Gli operatori di mercato si aspettano che il ciclo di tagli sia guidato dalla Bce, con un taglio cumulativo di -70 pb entro la fine del 2024 al 3,3%. Per quanto riguarda la Fed, invece, il mercato si aspetta che il primo taglio avvenga tra settembre (probabilità 45%) e novembre, con un taglio cumulativo di -50 pb entro la fine del 2024 al 5%. La nostra view è che le banche centrali avvieranno il ciclo espansivo nei prossimi mesi, in un contesto di progressiva disinflazione e di necessità di finanziare ampi deficit pubblici, tornando a iniettare liquidità nel sistema in caso di forte rallentamento economico.
La nostra view rimane costruttiva, considerando i segnali di stabilizzazione degli indicatori macro in Europa e del taglio dei tassi da parte della Bce, che potrebbe indirizzare i flussi soprattutto verso le mid-small caps. D’altro canto, segnaliamo che il posizionamento degli investitori sta tornando a salire e che permane un potenziale rischio geopolitico (con la Cina che sta effettuando esercitazioni militari nello stretto di Taiwan) e che stiamo entrando in un periodo più fragile dal punto di vista della stagionalità. In questo contesto, abbiamo ampiamente spostato il portafoglio per riposizionarci sulla maggior parte dei nomi sensibili ai tassi d’interesse come Enel, A2A, Erg. Rimaniamo costruttivi sui titoli finanziari, ma ora con una percentuale di investimento inferiore, e molto selettivi sui titoli industriali dove vediamo rischi sugli utili, ad esempio il settore automobilistico. Dopo la debole performance del settore del lusso, non vediamo più alcun motivo per essere sottopesati. Questo spiega la nostra recente acquisizione di quote in RACE.
In uno scenario del genere, la dimensione energetica non può essere separata dalle vicende geopolitiche. Difatti, l’aumento dei costi dell’energia derivante dall’inasprirsi del conflitto russo-ucraino sta avendo conseguenze non solo sulla capacità produttiva delle imprese, ma sui consumi stessi. L’Unione Europea ha già da tempo elaborato provvedimenti legislativi per diversificare le fonti ed accelerare la transizione verso l’energia pulita. In particolare, il pacchetto Fit for 55 e la Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED 3) hanno fissato obiettivi vincolanti per la riduzione, entro il 2030, del consumo energetico finale dell’UE dell’11,7 % rispetto al 2020. Parallelamente, la modifica della Direttiva Energie Rinnovabili (RED 3) ha fissato al 40% l’aumento dell’obiettivo europeo entro il 2030.
Lo stato al ribasso dei prezzi di gas ed energia è confermato dall’Analisi Trimestrale del Sistema Energetico Italiano redatta da Enea. Nello specifico, nel 2023 il prezzo del gas è diminuito del 20% nel secondo trimestre, mentre nel I trimestre è stata di 45 €/MWh la media del gas al TTF, -70% rispetto al II semestre 2022. Cifre analoghe per il mercato elettrico. Tra i fattori determinanti per la riduzione delle tensioni sul mercato energetico la contrazione della domanda, resa possibile da un lato dal clima mite dei primi mesi dell’anno; dall’altro dalla debolezza dell’intera economia dell’eurozona. Sul versante dei consumi, si è assistito da agosto 2022 a novembre 2023 ad una contrazione del consumo di gas di oltre il 17%, superando la soglia fissata dal regolamento UE del 15%. Nel primo semestre 2023 l’Italia ha assistito ad una diminuzione dei consumi di energia (-5% rispetto allo stesso periodo 2022), dopo la flessione del quarto trimestre 2022 (-12%). In generale, nel 2023 si è registrata una diminuzione di circa il 3,5% nel consumo di energia primaria nell’Eurozona, accompagnata da un declino ancora più significativo delle emissioni di CO2, pari a circa il 6%.
Accanto a provvedimenti istituzionali e oscillazioni della domanda dovute a fattori esogeni, un uso dell’energia più efficiente consente di ridurre l’impatto ambientale e abbattere i costi energetici in maniera significativa sin dall’origine. In tal senso, partiamo dal grande protagonista dell’estate: il condizionatore; il suo consumo energetico è un elemento cruciale da considerare quando si valuta l’efficienza e l’impatto ambientale di questo apparecchio. La potenza di un condizionatore, misurata in British Thermal Units (BTU), è un fattore determinante nel calcolo del consumo: in linea generale, maggiore è la potenza, maggiore sarà il consumo di energia.
La classe energetica di un condizionatore è un altro fattore cruciale per valutare la sua efficienza energetica e, di conseguenza, il suo impatto sul consumo di energia; questa è solitamente rappresentata nell’Unione Europea da un sistema di classificazione con scala che va da A+++ (più efficiente) a G (meno efficiente), e le differenze tra queste classi riflettono variazioni significative nella capacità del condizionatore di trasformare l’energia elettrica in raffreddamento senza sprechi inutili. Oltre alla potenza e alla classe energetica però, anche il tipo di condizionatore gioca un ruolo fondamentale nel determinare il consumo energetico. Esistono infatti diversi tipi di condizionatori, tra cui quelli centralizzati, monosplit, multisplit e portatili, ognuno con caratteristiche specifiche che influenzano il loro consumo medio di energia.
Attraverso piccoli gesti quotidiani è possibile non solo ridurre i consumi, ma anche contribuire alla piena realizzazione degli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica. Ecco alcuni accorgimenti e consigli pratici che permetteranno ai consumatori di tenere sotto controllo le spese e fare la differenza nell’alleggerire il peso delle bollette.
3. Preferire deumidificatori o ventilatori all’aria condizionata, pulendone regolarmente i filtri e privilegiando modelli di nuova generazione (di classe A o superiore) dotati di tecnologia inverter. Si stima infatti che un deumidificatore con potenza di 200/300 W consumi 0,2/0,3 kWh, con una diminuzione dopo la prima ora di utilizzo.
5. Scegliere un condizionatore ad alta efficienza: optare per un condizionatore con una classe energetica elevata, come A+++ o A++, può fare la differenza. I modelli più efficienti convertono l’energia in raffreddamento o riscaldamento in modo più ottimale, riducendo gli sprechi.
Il PMI misura, mese dopo mese, i cambiamenti economici prendendo come riferimento il settore manifatturiero. Tuttavia, secondo i dati di
cerca di lavoro. Inoltre, con una vivace scena culturale, una fervente industria delle startup e un’atmosfera a forte vocazione cosmopolita, la capitale tedesca attira talenti e giovani da tutto il mondo. Berlino, infatti, è rinomata per la sua movida ai limiti dell’eccesso, per i suoi musei stimolanti e ricchi di storia e per la sua vibrante comunità artistica. L’humus culturale unico della città offre un mix vario di opportunità lavorative e di intrattenimento per i giovani italiani che desiderano vivere un’esperienza unica e dinamica.
Per un giovane italiano che si sta preparando a trasferirsi nella capitale tedesca, una delle prime valutazioni da fare è il costo del viaggio. Pertanto, prima di prendere in considerazione altri fattori, andiamo ad analizzare i costi dei voli per recarsi a Berlino, esattamente come abbiamo fatto per altre guide della nostra rubrica “Città straniera, quanto mi costi?” (trovate qui le altre guide per
Una volta arrivati a destinazione, è fondamentale avere programmato bene in quale zona della città abitare. Per scegliere il quadrante di Berlino più adatto a un giovane con un budget limitato o ad un lavoratore “di primo pelo” abbiamo soppesato vantaggi e svantaggi di ogni quartiere. La scelta finale è ricaduta su Kreuzberg. Questa zona non solo permette di stare lontani dal centro ed evitare un affitto spropositato, ma si presenta come un vero e proprio crocevia per il trasporto urbano. Il che rappresenta certamente un vantaggio per un under-35 che si trasferisce senza automobile. Ebbene, a Kreuzberg un monolocale di circa 37 metri quadri, ammobiliato e dotato di bagno privato e wi-fi, può avere un costo medio mensile che varia dai 700 ai 900 euro, a seconda della sua posizione nel quartiere e delle condizioni dell’appartamento. Per aiutarci in questa indagine ci siamo avvalsi del portale tedesco
Una volta trovata casa, arriva il momento di rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare (se già non avete trovato prima di partire). Prima di trasferirsi in Germania è però necessario seguire un corso di tedesco per acquisire almeno un’infarinatura di base di questa complessa lingua. A prescindere da questo, a Berlino contano le competenze. Se sei un giovane non altamente qualificato, forse il lavoro che può immediatamente darti una fonte di reddito è quello del cameriere, che nella capitale ha uno stipendio lordo annuo di circa 26.000 – 35.000 euro, come riporta
Come abbiamo detto, trasferirsi in un’altra città portando con sé la propria auto potrebbe essere complicato, anche se il sistema di immatricolazione targhe dell’Unione Europea consente una libertà di circolazione tra stati senza precedenti. Se si decide di muoversi a Berlino con la propria macchina bisogna sapere che i prezzi del carburante sono in linea con quelli che offre Roma: circa 1,80 €/l per la benzina, circa 1,68 €/l per quanto riguarda il diesel (fonte
a soli 57,50 euro, mentre per i non studenti il costo è di 86 euro. Relativamente al carrello della spesa, i prezzi dei generi alimentari a Berlino sono generalmente accessibili: 10 uova costano circa 2 euro, 400g di formaggio Gouda si aggirano intorno ai 2,50 euro, 500g di yogurt bianco a circa 1,20 euro, 1 kg di salsicce si trova a circa 9 euro, 400g di asparagi a 2,50 euro e 1 kg di banane a 1,20 euro. E infine, il pizza/index, ossia l’indicatore di sostenibilità economica più diffuso insieme al BigMac: il prezzo medio di una margherita a Berlino è di circa 8/9,00 euro, ben lontano dai 18 dollari (16 euro) di New York.
Per quanto riguarda l’intrattenimento, i costi possono variare: un biglietto per il cinema ha un prezzo medio di 12 euro, una birra da mezzo litro nei pub può costare circa 5,50 euro, mentre per l’ingresso in una delle rinomate discoteche berlinesi si può pagare tra i 10 e i 20 euro. Per gli amanti della cultura, il Museumspass offre l’accesso libero a oltre 30 esposizioni e musei in città al prezzo di 32 euro. Pertanto, con una pianificazione adeguata e un bilancio attento, Berlino può essere una destinazione emozionante e accessibile per tutti gli italiani che cercano nuove prospettive di lavoro e di vita. Certo, la conoscenza della lingua tedesca rimane un passaggio fondamentale per pensare di viverci e coltivare relazioni sociali soddisfacenti, per cui è fondamentale arrivare sufficientemente preparati, per poi perfezionare le proprie capacità linguistiche in loco, durante l’inevitabile “full immersion” che il trasferimento comporta.
Per quanto riguarda le ultime due elezioni, va ricordato che sarebbe la terza volta che nell’ultimo secolo esse coincidono nello stesso anno solare. È successo infatti anche nel 1964 e nel 1992 e, come sempre accade, i mercati finanziari si focalizzeranno nei prossimi mesi sugli esiti elettorali. Per quanto riguarda le elezioni negli Stati Uniti, su cui ci concentreremo in questa analisi, il nervosismo degli investitori è assicurato, soprattutto se i sondaggi dei due contendenti, Joe Biden e Donald Trump, continueranno a mostrare una competizione così serrata. allo stato attuale, gli ultimi sondaggi prevedono una sostanziale parità tra i due candidati, con circa il 45% del voto nazionale, ma è noto che i mercati non amano l’incertezza, e la prospettiva di un ballottaggio tra i due candidati verrà sicuramente accolta con un aumento della volatilità e dell’avversione al rischio.
È importante ricordare che, oltre a eleggere il Presidente, gli americani voteranno anche sulla composizione del Congresso. In altre parole, tutti i 435 seggi della Camera dei Deputati e 34 dei 100 seggi del Senato saranno in palio e, come sempre, il risultato finale sarà molto importante per determinare la reazione dei mercati, in quanto detterà la capacità del nuovo presidente e del suo partito di imporre importanti cambiamenti politici. Tutto lascia supporre che, in caso di vittoria, il Presidente Biden proseguirebbe con la sua linea politica continuando a dare priorità alla crescita dell’occupazione, cosa che ha funzionato molto bene durante il suo primo mandato. La politica fiscale rimarrebbe probabilmente espansiva, concentrandosi sul sovvenzionamento della domanda di alloggi e istruzione. A differenza di Trump, il leader democratico cercherebbe anche di proseguire con il programma di aumento delle le tasse sui redditi più alti e sulle grandi aziende, compreso un aumento dell’aliquota fiscale sulle società dal 21% al 28%.
L’amministrazione Biden prevede che questi aumenti fiscali ridurranno il deficit di 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ma la probabilità che una decisa stretta fiscale venga approvata è minima nel contesto politico statunitense. La politica estera, invece, continuerà a essere un tema di estrema importanza. La leadership di Biden non ha portato l’inversione delle politiche di Trump che ci si aspettava, poiché ha mantenuto un alto livello di protezionismo, soprattutto nei confronti della Cina. È probabile che questo rapporto gelido tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico continui anche sotto Biden. Allo stesso modo, il continuo sostegno all’Ucraina e la permanenza degli Stati Uniti nella NATO sono dati per scontati.
Per contro, un secondo incarico di Donald Trump potrebbe significare un ritorno al suo approccio “America first”. Verrebbero imposte tariffe sulle importazioni dall’estero per incoraggiare la produzione interna e aumentare il gettito fiscale, e verrebbero attuate politiche per promuovere il reshoring delle attività negli Stati Uniti, tra cui la proposta di una tariffa del 60% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su tutte le altre. È altrettanto probabile che sorgano dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO, che aumenterebbe i rischi per la sicurezza europea, e sulla delocalizzazione della produzione
industriale negli Stati Uniti, che potrebbe comportare rischi per l’economia e la valuta comune. È anche probabile che si assista a un ritorno ad alcune delle sue precedenti politiche interne; in particolare l’estensione del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, che ha introdotto l’aliquota fiscale fissa del 21% per le imprese. La politica fiscale sarebbe espansiva, come quella di Biden, ma con la priorità di stimolare l’offerta attraverso i tagli fiscali piuttosto che facendo aumentare la domanda.
Relativamente ai mercati valutari, sarebbe ragionevole pensare che una vittoria di Biden porterebbe ad una minore volatilità, spingendo la coppia euro-dollaro verso l’alto. Dopo tutto, gli investitori vedono di buon occhio il mantenimento dello status quo e la vittoria del democratico eviterebbe l’antiglobalismo di Trump e ridurrebbe il rischio per la sicurezza europea. Questo avrebbe anche un effetto a catena sulle valute dei mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, poiché gli investitori vedrebbero di buon occhio un minore protezionismo e una crescita globale più forte. Al contrario, una vittoria di Trump porterebbe a una maggiore volatilità dei mercati e sarebbe negativa per l’euro-dollaro. Questo perché i mercati si preparerebbero a tariffe più elevate, alla delocalizzazione e all’incertezza sulla NATO. Il risultato sarebbe negativo anche per le valute dei mercati emergenti, con il rischio di nuove barriere commerciali e una politica estera più imprevedibile. Tra tutte le valute, quelle asiatiche saranno probabilmente le più colpite, poiché gli investitori temono un rallentamento della crescita in Cina.
Un altro fattore da non trascurare nelle prossime elezioni statunitensi è il rischio di una crisi costituzionale. Questa situazione non può essere esclusa alla luce dei problemi legali che il candidato Trump deve affrontare. Egli è infatti il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato penalmente: deve affrontare quattro accuse penali e diverse cause civili. Sebbene la Costituzione degli Stati Uniti non gli impedisca di candidarsi alla presidenza, le varie date dei processi potrebbero influenzare la sua campagna elettorale e una condanna prima di novembre potrebbe danneggiare significativamente le sue possibilità alle urne. Lo scenario più difficile da prevedere sarebbe quello in cui si verifichi una grave
controversia sull’esito delle elezioni e, questa volta, Trump ottenga un sostegno sufficiente nelle amministrazioni degli Stati contesi per creare una crisi costituzionale. Un simile scenario metterebbe seriamente in discussione la capacità del governo statunitense di funzionare con successo e potrebbe portare alla paralisi politica all’interno di Washington. In questo caso, per la prima volta, potremmo assistere a una rottura del classico paradigma di avversione al rischio. In altre parole, questa situazione potrebbe innescare la debolezza del dollaro USA, ma la mancanza di precedenti rende le previsioni molto difficili.








