Luglio 25, 2026
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Il Giappone unica stampella del traballante sistema finanziario americano

Negli ultimi 14 anni gli USA hanno beneficiato di due banche centrali che hanno iniettato liquidità in America. Il QE di Boj e Fed hanno sostenuto una sola economia: se il Giappone cresce, l’equilibrio si spezza.

di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

La crisi di agosto dei mercati finanziari, rapidamente contenuta, lascia un messaggio molto chiaro agli investitori: appena si diffonde il dubbio che il quadro macro possa essere diverso da quello raccontato, i mercati si sgretolano nel vuoto sottostante. È particolarmente interessante notare come la psicologia che tiene in piedi questo mercato sia estremamente fragile e bisognosa di costanti interventi. In un contesto dove tutto sembra in apparenza andare nella direzione della esasperata narrazione che il sistema è solido e l’economia cresce, è bastato il dubbio che questo non fosse vero che il sistema si è immediatamente trovato in crisi.

Ma questo evento mette in evidenza anche la stretta interconnessione finanziaria che lega, in un abbraccio indissolubile, Bank of Japan e Fed, e come il Giappone sia ormai diventato l’unico puntello di sostegno del malato sistema finanziario americano. Il problema è che oggi le due banche centrali hanno obiettivi divergenti: mentre una cerca di contenere l’inflazione, l’altra cerca di produrla reflazionando. Da circa 25 anni la Boj e il risparmio giapponese hanno finanziato il leverage americano e sostenuto l’espansione del debito per finanziare la crescita Usa. Il meccanismo sta in piedi se lo yen è strutturalmente debole e i tassi del paese esportatore di capitale e di risparmio stanno a zero, mentre quelli del paese che deve importare risparmio e capitale estero stanno in territorio positivo.

Lo spread dei tassi tra dollaro e yen deve dunque essere sempre ampiamente negativo per lo yen. In questo modo tutta la politica di quantitative easing del Giappone finisce negli Stati Uniti. Il meccanismo ha consentito agli Stati Uniti di avere, per oltre 25 anni, una banca centrale che stampava moneta all’estero (Boj) ma che canalizzava poi la liquidità creata negli Stati Uniti. L’America ha quindi beneficiato, in particolare negli ultimi 10/14 anni, di due banche centrali che iniettavano liquidità nel sistema finanziario Usa, dove il QE di Boj e Fed sosteneva quindi una sola economia e non due. Infatti, il Giappone non ha mai beneficiato della liquidità creata da Boj (l’economia ha sempre ristagnato) dato che spariva nei meandri dei carry trade necessari per sostenere il leverage Usa. È evidente che il moltiplicatore monetario Usa, calcolato con l’aggiunta della liquidità di Boj, produce un pessimo e disastroso risultato finale: colossale liquidità (Fed e Boj) ma bassa crescita e pericolose bolle speculative.

Anche la Bce ha contribuito a tale meccanismo durante la gestione Draghi, dato che i tassi sull’Euro si sono allineati a quelli giapponesi e tutta la liquidità della Bce è in realtà servita a sostenere carry trade verso il dollaro, procurando pochi benefici alle economie Ue. Il moltiplicatore monetario Usa è quindi già in crisi da molto tempo, nonostante i mercati finanziari continuino a credere che basta stampare moneta per risolvere i problemi strutturali dell’economia. Questo abbraccio “mortale” tra banche centrali, in particolare Boj e Fed, regge se il Giappone ristagna in deflazione e i ritorni sugli investimenti in yen rimangono decisamente più bassi di quelli in dollari. Se l’economia giapponese, dopo 30 anni di stagnazione, volesse cambiare strategia e tornare a crescere, ecco che l’equilibrio si rompe e i flussi di capitale, che sostengono la leva finanziaria con la quale l’economia Usa cresce, si invertono.

Questo meccanismo spiega però anche un’altra cosa: nessuna economia del G3 può veramente utilizzare la liquidità che immette nel sistema e non può avere un cambio più forte del dollaro. Se dovesse accadere che euro e yen, o Europa e Giappone, impiegassero la liquidità immessa da Bce e Boj nelle loro economie e la loro crescita dovesse superare quella americana, ci sarebbe una crisi di dollaro e un deleverage in America. Stando così le cose, le economie di Giappone ed Europa sono condannate alla stagnazione eterna per sostenere questo meccanismo. Per quanto tempo i governi di Europa e Giappone reggeranno alle pressioni di una opinione pubblica che invece vuole la crescita? La crescita dei salari reali per superare la stagnazione è per questi paesi una scelta necessaria ma anche un serio problema per l’America, dato che implica più crescita e una inflazione più alta in Ue e Giappone e l’inflazione più alta implica tassi più alti, ma tassi più alti in Giappone ed Europa sono malvisti dagli Stati Uniti, che li vedono come una minaccia al differenziale di rendimento che deve sempre essere ampiamente a loro favore.

È quindi evidente che le recenti politiche reflazionistiche giapponesi, mirate a far salire i salari reali e a stimolare la crescita, sono una minaccia per gli interessi americani e per Wall Street. Infatti, la Sig.ra Yellen ha più volte criticato Boj e il governo giapponese perché ritiene che il Giappone, prima di decidere la sua politica economica, si deve consultare con gli Stati Uniti che, aggiungo io, gli direbbero quello che possono fare e non fare. Questo illustra a che punto siamo arrivati: per sostenere le bolle finanziarie americane il resto del mondo, Cina compresa, deve essere condannato alla stagnazione, per non diventare un potenziale polo di attrazione o competitor del capitale globale che serve prevalentemente agli Stati Uniti e alla finanza speculativa americana. La Cina stava per posizionarsi infatti come un competitor di capitali, ma è stata prontamente eliminata dal sistema nel corso degli ultimi due anni, con politiche mirate a contenere gli investimenti (non solo finanziari) dei paesi occidentali in Cina.

Un ulteriore problema alla tenuta di tale meccanismo è come l’America utilizza il capitale che riceve dai paesi che glielo prestano. Se lo utilizzi per fare economia reale e produci crescita globale, l’effetto trascinamento esercitato dalla crescita Usa viene in parte catturato anche dai paesi satelliti che ti finanziano, ma se utilizzi tale capitale per fare prevalentemente finanza speculativa, la crescita economica ristagna anche in America e l’effetto trascinamento sparisce, generando problemi interni ai paesi che esportano il capitale che servirebbe a finanziare la loro crescita e non quella americana. Infatti, nonostante le ripetute politiche fiscali di sostegno per puntellare questo modello economico-finanziario costruito sui carry trades e sulla finanza speculativa (25 punti di Pil solo negli ultimi tre anni), il sistema non riesce più a produrre ricchezza e le spinte populiste si stanno facendo sempre più forti in tutto il mondo occidentale (e continueranno a crescere).

In definitiva, essere “bullish” su questo modello di sviluppo è come essere bullish sulla “fine del mondo”, dato che il meccanismo è insostenibile e il suo cedimento è inevitabile e avrà ripercussioni impensabili. La stratosferica dimensione del debito del sistema, costruito su finanza speculativa e carry trades ormai da vent’anni, rende tale meccanismo impossibile da fermare senza provocare comunque una profonda crisi, ed è dunque obbligato a percorrere la sua strada fino in fondo, senza alcuna possibilità di correzione della rotta. Nel frattempo la narrazione rimane “necessariamente” concentrata su quanto la Fed ridurrà i tassi, nell’illusione collettiva che i fondamentali sottostanti potranno modificarsi in meglio solo in base alla variazione dei Fed Funds. Il panico di agosto è solo un piccolo esempio di cosa accadrà quando la “fiducia” nel modello cederà ed evidenzia quanto sia fragile e non solido il sistema nel quale abbiamo riversato la più grande “scommessa long” degli ultimi cento anni.

L’Oro è al suo massimo storico, ma rimane un investimento interessante

L’oro ha segnato un altro massimo storico, ma nonostante la forte performance continuiamo a considerarlo un asset interessante. Manteniamo la posizione costruttiva sulle mid-small cap.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

L’esaurimento del carry trade dello yen suggerisce che la Fed si trova in una posizione difficile e, dopo aver tagliato i tassi lo scorso 18 Settembre, dovrà presto porre fine al Quantitative tightening ed espandere il proprio bilancio, soprattutto per finanziare il deficit degli Stati Uniti e mantenere sostenibile la situazione fiscale del Paese. Tutti questi fattori contribuiscono a rendere l’oro un investimento interessante.

I mercati azionari globali hanno chiuso agosto in rialzo, dopo una significativa correzione nella prima settimana del mese (-6%), poi recuperata nella seconda metà del mese. In Europa, i principali indici hanno chiuso il mese con performance leggermente positive, così come negli Stati Uniti, mentre gli indici asiatici sono rimasti deboli a causa dei dati deludenti sulla crescita economica cinese. La correzione iniziale è stata innescata da diversi fattori: dati macro statunitensi più deboli del previsto, aumentando i timori di una recessione anziché di uno scenario di atterraggio morbido/assenza di atterraggio; liquidazione del carry trade dello yen; preoccupazioni per il rischio geopolitico; sovra-posizionamento su alcuni settori/azioni (AI/tecnologia/crescita/cripto/Magnificent).

I risultati trimestrali di NVIDIA sono stati solidi e superiori alle aspettative, mostrando un trend sempre positivo per le applicazioni legate all’AI. Successivamente, l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata meno del previsto per il quarto mese consecutivo, mentre alcuni dati macroeconomici di agosto hanno indicato un leggero miglioramento rispetto a luglio. Questi fattori hanno determinato la decisione del presidente della Fed Powell di effettuare il primo taglio in occasione dell’ultima riunione del FOMC

In particolare, Powell si è detto fiducioso che l’inflazione sia sulla buona strada per raggiungere il 2% e che non vuole che il mercato del lavoro si raffreddi ulteriormente. Ciò indica che la Fed vede il prossimo ciclo di tagli dei tassi non come una reazione a un marcato rallentamento dell’economia, ma piuttosto come un ritorno al tasso neutrale. Sul fronte delle elezioni statunitensi, i sondaggi attuali mostrano che Harris avrebbe qualche punto percentuale di vantaggio su Trump. Il vero punto interrogativo è se il nuovo presidente sarà in grado di fare “piazza pulita” o meno, per consentire l’attuazione delle varie proposte.

L’indice Bloomberg delle materie prime è rimasto complessivamente stabile nel mese di agosto. Il petrolio è stato debole, in quanto la possibilità di un aumento della produzione da parte dell’Opec in un momento in cui le aspettative sulla domanda rimangono incerte ha compensato il rischio di offerta legato alle tensioni in Medio Oriente. L’oro ha segnato un altro massimo storico, sostenuto dal calo dei tassi di interesse reali, dalla debolezza del dollaro e dalle preoccupazioni geopolitiche. Nonostante la forte performance (+22% da un anno all’altro), continuiamo a considerare l’oro un asset interessante.

Negli ultimi mesi si è registrata una perdita di slancio in Europa e in Cina, causata dall’indebolimento degli indicatori manifatturieri globali. Negli Stati Uniti, la crescita del Pil continua a essere solida, anche se più lenta rispetto agli ultimi trimestri, e la domanda di lavoro ha mostrato segni di rallentamento. Per questo motivo, i prossimi dati macro saranno attentamente monitorati dal mercato. Il nostro scenario di base rimane un atterraggio morbido, nonostante i segnali di rallentamento. Manteniamo la nostra posizione costruttiva nei confronti delle mid-small cap. L’avvio del ciclo espansivo da parte delle banche centrali, senza un significativo deterioramento del mercato del lavoro e dell’economia, è un elemento positivo, soprattutto per i titoli di qualità e di crescita, che al momento continuiamo a preferire ai ciclici.

Nel settore finanziario, ci aspettiamo che un contesto di graduale calo dei tassi d’interesse favorisca i titoli asset manager (il nostro preferito è Anima), le società meno sensibili al margine d’interesse (come Mediobanca) e le banche con una quota maggiore di ricavi da commissioni (Intesa). Manteniamo la nostra posizione sul Monte dei Paschi: il titolo è a buon mercato, sovra-capitalizzato e a nostro avviso con un upside speculativo legato a eventuali operazioni di M&A. Rimaniamo costruttivi sui finanziari, ci siamo riposizionati sulle utilities, siamo molto selettivi sugli industriali e abbiamo iniziato ad acquistare alcuni nomi del lusso.

Trump vs Harris: il mondo attende mentre l’economia Usa segue il suo sentiero

Economia USA: i singoli numeri non sono allarmanti, ma persiste preoccupazione dal punto di vista macroeconomico. Nel frattempo la Bce taglia di nuovo i tassi.

di David Pascucci, analista dei mercati di XTB

A pochi giorni dal primo dibattito pubblico tra Kamala Harris e Donald Trump, durante il quale i due candidati alla presidenza degli Usa hanno tenuto un confronto di circa 1 ora e 45 minuti, si sono affrontati vari temi, soprattutto quelli relativi a geopolitica ed economia.  In sintesi, si parte subito con il dibattito economico, tema molto caro agli americani, con la Harris che promette sgravi fiscali per le piccole imprese mentre Trump ribatte parlando della attuale situazione definita come “disastrosa” per via dell’inflazione. Harris afferma di avere un piano per la classe media e in generale per la “working class” parlando di “economia delle opportunità” mentre Trump ribatte a questa affermazione accusando l’attuale governo di essere stato “disastroso” per tutte le classi.

La Harris accusa Trump di aver lasciato l’economia Usa con la disoccupazione più alta dalla grande depressione del 1929, Trump ribatte dicendo che ha creato una delle economie più forti anche grazie ai dazi nei confronti della Cina. Sul tema geopolitico Trump afferma che con lui alla presidenza finirà la guerra tra Russia e Ucraina, nel mentre la Harris afferma che con lui alla presidenza avremmo avuto Putin a Kiev con gli occhi puntati verso l’Europa. Un dibattito alquanto inconsistente dal punto di vista dell’economia, con pochi punti chiari da ambo le parti e senza alcun punto forte e presa di posizione nei confronti dell’attuale situazione economica.

La situazione economica degli Usa, per quanto i numeri presi singolarmente non siano eccessivamente allarmanti, risulta preoccupante da un punto di vista macroeconomico. La disoccupazione non é alta, si trova poco sopra il 4%, ma di fatto la tendenza al rialzo sembra essere segnata e quando vediamo una disoccupazione al rialzo con questi ritmi, non abbiamo visto di certo un’espansione economica, anzi, abbiamo sempre assistito ad un rallentamento. Il rallentamento del mercato del lavoro viene confermato dal ribasso dell’inflazione, spinto solitamente da un calo della domanda, mentre da un punto di vista della gestione delle politiche monetarie, la Fed dovrà attuare un ciclo di taglio dei tassi qualora dovesse peggiorare il mercato del lavoro, evento che è già sotto gli occhi di tutti.  

Al momento, vedendo le correlazioni macroeconomiche principali, il prossimo presidente avrà a che fare una situazione alquanto delicata che ricorda le stesse condizioni viste tra il 2000 e il 2003 e tra il 2007 e il 2009, ossia tassi alti, inflazione al di sopra del target e disoccupazione sui minimi in via di peggioramento, condizioni che hanno portato ad un epilogo tutt’altro che roseo sui mercati azionari. Il futuro esito delle elezioni non potrà quindi fermare quelle che sono le leggi macroeconomiche, forze inarrestabili nel momento in cui iniziano a intraprendere una direzione ben precisa. Ricordiamo che le decisioni in merito alle politiche monetarie, o a politiche fiscali, hanno un impatto sull’economia solamente dopo che il quadro macro si é assestato sulle sue regole fondamentali.  

Il mercato del lavoro è al momento al centro dell’attenzione degli operatori di mercato, un mercato del lavoro che è precario a livello globale, questo per via del forte aumento dei tassi di interesse su scala globale, condizione essenziale per una diminuzione di quell’inflazione che è andata sui massimi storici circa 2 anni fa. Il rallentamento attuale sembra essere inevitabile, il mercato del lavoro sarà il primo vero compito da svolgere per il nuovo presidente degli Usa, un compito non facile considerando la grandezza imponente di questa variabile economica fondamentale.

Nel frattempo, la Bce ha portato i tassi di interesse dal 4,25% al 4%, un taglio già ampiamente previsto dagli operatori che di certo non rimangono sorpresi da questa decisione piú che doverosa. Con un’inflazione al 2,2%, quindi vicina al target, questo dovrebbe essere uno dei tanti tagli che vedremo nel corso dei prossimi mesi. L’entitá dei prossimi tagli sará strettamente dipendente dall’andamento dell’inflazione, giá al 2,2% e dall’andamento del tasso di disoccupazione che potrebbe essere determinante cosí come lo é per l’economia Usa. Qualora l’economia dovesse rallentare in modo vistoso, come stiamo vedendo in Germania, il ritmo dei tagli potrebbe diventare ancor piú aggressivo.

Sales Summit, i venditori fanno rete. Silvio Cardinali: fattore umano insostituibile nel B2B

Tra qualche giorno il Mug di Bologna ospiterà la prima edizione del Sales Summit, evento unico in cui i migliori venditori mettono in rete le competenze. Intervista al prof. Silvio Cardinali.

Tra qualche giorno, non appena sarà cessata l’allerta meteo per domani 19 settembre (data inizialmente prevista per l’inizio dell’evento e sospesa per motivi di sicurezza) Bologna ospiterà la prima edizione del Sales Summit (Mug – Magazzini Generativi, Via Emilia Levante, 9/F), un evento dedicato al confronto tra i professionisti della vendita che vogliono elevare le proprie competenze, scoprire nuove strategie di vendita e ampliare la propria rete di contatti. Il Summit è stato realizzato grazie alla collaborazione di SaleScience, Cdo Sales Community Lab e AAAgents, che corona un percorso iniziato nel Forum Commerciale (nato nel 2010 all’interno della Compagnia delle Opere) e che segna un decennio di crescita e innovazione per una solida community di imprenditori locali e nazionali che ha diffuso conoscenza e competenze nel settore vendite, ponendo le basi per il primo Sales Summit di quest’anno.

L’evento si concentrerà su due temi cruciali per il settore vendite: da una parte l’innovazione di processi e tecnologie, dall’altra il benessere in azienda dei dipendenti. I biglietti sono già in vendita sul sito salesummit.net, dove è possibile vedere il programma completo dell’evento, che può essere seguito anche in streaming. Ne abbiamo parlato con Silvio Cardinali, Professore Associato in Marketing e Sales Management presso la Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche, nonché ispiratore del Summit e relatore.

Professore, dal 2020 ad oggi i processi di vendita hanno vissuto una vera e propria rivoluzione grazie ad una tecnologia delle informazioni sempre più accessibile a chi sovrintendente alle decisioni di spesa (capofamiglia, responsabile acquisti nelle aziende etc). Acquirenti più preparati determinano venditori più competenti e, di conseguenza, strategie commerciali in continua evoluzione: che risposta hanno dato le reti di vendita in termini di adattamento al cambiamento?
Solo negli ultimi anni, con l’affermarsi di nuovi modelli di acquisto e con l’evoluzione digitale, si è attivato un profondo processo di trasformazione che molti hanno definito Sales Transformation. Per le reti, che per quasi tutto il 900 erano state gestite allo stesso modo, è stato un salto notevole e per molti anche uno shock. Ma questa evoluzione ha spinto a ripensare i modelli con cui venivano e vengono gestite le attività commerciali e le reti di vendita. E così, la divisione commerciale si evolve da una funzione operativa – fai quello che ti viene detto – a strategica, in cui i “commerciali” danno il proprio contributo, non solo operativo, al percorso strategico di un’impresa. Inoltre, si passa da una divisione isolata, quella dei “commerciali esterni”, ad una fortemente integrata con produzione, magazzino e soprattutto con la funzione marketing. Ancora, cresce il ruolo di “intelligence” della funzione commerciale, e ciò significa considerare la conoscenza del mercato che proviene dalle vendite come una risorsa competitiva “in entrata”, in grado cioè di raccogliere costantemente informazioni dal mercato. 

Che peso ha avuto e avrà la trasformazione digitale?
la trasformazione digitale non è solo guidata dalle innovazioni tecnologiche (come l’intelligenza artificiale), ma anche da un nuovo buyer digitalmente evoluto che spinge, da un lato, ad una revisione delle modalità di contatto verso una prospettiva multicanale e, dell’altro, ad una modifica delle sales operation, delegando le attività operative e ripetitive a “macchine” e quelle a valore aggiunto ad una nuova generazione di professionisti delle vendite. Un esempio significativo è l’adozione sempre più diffusa di strumenti come il CRM (ndr: Customer Relationship Management, software e applicazioni che aiutano le aziende a gestire, analizzare e ottimizzare le interazioni con clienti e prospect), che consente di monitorare il ciclo di vendita, le diverse interazioni, ma soprattutto di comprendere e prevedere le esigenze degli acquirenti.

Come è cambiato l’approccio delle reti commerciali alla vendita? 
Un primo cambiamento è dal lato del recruiting, che oggi deve fare i conti con l’aumento della specializzazione dei profili commerciali, che adesso hanno identità professionali più diversificate, come ad esempio gli agenti on field, venditori inside, business developer, etc. Purtroppo, si tratta di profili che hanno diversi livelli di “scarsità” e pochi percorsi formativi in uscita. Inoltre, si soffre di una notevole “crisi di talenti”, figlia di una certa difficoltà ad attrarre le nuove generazioni verso la professione del venditore. Un altro importante cambiamento è relativo al rapporto con la tecnologia, una volta temuta da molti gestori di reti a causa dell’idea che “sostituirà me e i miei collaboratori e devo rifiutarla”. Invece, ora ci si rende conto che la tecnologia non è solo sostitutiva, ma soprattutto abilitante. Tuttavia, è necessario ricordare che il percorso verso la digitalizzazione non è né immediato né semplice. Secondo le stime di HBR del 2022, l’87% delle imprese aveva sperimentato un fallimento dei progetti di digital transformation. I casi di successo ci raccontano che la trasformazione va pianificata, che la tecnologia deve essere infusa nei processi (technology infusion) e non solo resa disponibile alla rete. La rete ne deve comprendere il valore nelle tasks quotidiane, deve migliorare la sua giornata lavorativa.

Quale sarà l’impatto dell’IA sulle strategie e sui processi di vendita, e soprattutto quali saranno, se ce ne sono, i limiti di applicazione dell’IA sulla attività del personale addetto alle vendite? 
In parte sarà, in parte è già stato, la maggior parte degli strumenti che utilizziamo quotidianamente sono integrati con l’IA. Dal lato dei manager, l’IA consentirà un maggior successo nelle strategie di vendita, offrendo la capacità di prevedere le esigenze future ma soprattutto un supporto decisionale critico per i manager e i responsabili di vendita, permettendo di prendere decisioni più informate e in tempo reale, basate su evidenze concrete ed aggiornate. Dal lato dei venditori, l’IA può potenziarli specialmente nei contesti in cui la relazione personale e la capacità di leggere le dinamiche umane sono fondamentali per il successo delle vendite.

Quali sono vantaggi e svantaggi dell’IA nella funzione di vendita?
L’aiuto dell’IA va in due grandi direzioni. La prima è quella che chiamiamo Automation: realizzare in maniera efficiente ed economica attività routinarie, dall’invio di una mail allo sviluppo di cadenze di contatto o alla gestione integrata dei vari touch point (mail, telefono, social ecc); la seconda è quella che chiamiamo Augmentation: attività tipica delle AI generativa come il supporto nella redazione di un testo commerciale, la predizione delle personalità di un cliente, fornendo i suggerimenti per un migliore contatto oppure stimare le intenzioni di acquisto per focalizzare l’attenzione sui clienti che realmente sono interessati (questi vengono chiamati dati di intento o INTENT DATA). Nonostante questi vantaggi, l’adozione dell’IA nei processi di vendita presenta alcuni limiti significativi, come le barriere legate ai costi di implementazione, la complessità tecnica per le piccole e medie imprese e la necessità di un cambiamento culturale all’interno dell’organizzazione, che spesso si scontra con resistenze da parte del personale, preoccupato per il potenziale impatto sull’occupazione e sulla natura del proprio ruolo. Inoltre va posta una particolare attenzione agli impatti ed ai risvolti di natura etica che – malgrado ci si stia lavorando anche a livello internazionale – è un tema ancora largamente inesplorato e non regolamentato.

Teme che il ricorso alla tecnologia possa determinare una riduzione notevole delle risorse umane nelle reti vendita? E se sì, in che misura? 
L’aspettativa è che IA sostituirà una parte importante delle tasks di un venditore, c’è chi parla di un 30%. Sostituirà pertanto quasi totalmente alcune attività che il personale commerciale non dovrà più fare perché quella sua task non crea più valore per il cliente, per l’impresa e magari non è più economicamente sostenibile. L’IA, infatti, può automatizzare una serie di attività ripetitive e operative, come l’inserimento dei dati e la gestione dei contatti, permettendo ai venditori di focalizzarsi su aspetti relazionali e strategici della vendita. La conseguenza sarà che dovrà fare altro – di solito attività a più alto valore cognitivo – e dovrà imparare ad interagire e saper gestire nuovi strumenti, in alternativa rischia di essere estromesso da nuove opportunità professionali. Infatti, la riduzione del personale sarà più evidente nelle vendite standardizzate, dove l’IA può sostituire parte dell’interazione umana, ad esempio, tramite chatbot nelle vendite online B2C. Tuttavia, nelle vendite complesse, come il B2B, la componente umana resta essenziale per creare fiducia e gestire trattative delicate. Quindi, piuttosto che eliminare i venditori, la tecnologia trasformerà le loro competenze, potenziandone il ruolo di consulenti strategici.

Che tipo di risultati si aspetta da questa edizione del Sales Summit di Bologna, sia sotto l’aspetto accademico che sotto il profilo di applicazione nelle attività produttive delle reti?
Il summit è una grande opportunità di confronto e mi aspetto un impatto verso due direzioni. Il primo è quello di incentivare l’interazione fra il mondo accademico (poco attivo in questo ambito commerciale) e le imprese, che invece manifestano esigenze emergenti in termini di stimoli per nuova conoscenza e nuovi modelli gestionali. Da questo punto di vista l’Università Politecnica delle Marche è fra le più riconosciute per l’attenzione e la rilevanza internazionale fin da quando alla fine degli anni ‘80 l’attuale rettore – prof. Gian Luca Gregori – ha attivato un filone di studi sull’argomento. Il secondo è relativo al tema, quello del benessere delle reti commerciali, che vorremmo inserire nell’agenda delle imprese italiane. Lo studio presentato da Salesience.it rappresenta il primo in Italia su questo ambito.

Clienti over 60 e “disagio tecnologico”, indispensabile il ruolo del consulente finanziario

L’utilizzo “forzoso” della tecnologia nei servizi finanziari, secondo Manlio Marucci, crea negli investitori over 60 il bisogno di essere affiancati nell’utilizzo del digitale. Per questo i consulenti finanziari sono insostituibili.

Intervista di Massimo Bonaventura

Già da dieci anni le banche stanno vivendo una inesorabile trasformazione grazie alla diffusione delle nuove tecnologie e agli strumenti di gestione dei servizi offerti dal mondo digitale. Questi fattori hanno portato alla progressiva perdita di centralità delle filiali fisiche – che chiudono al ritmo di 1.000 ogni anno negli ultimi cinque anni – e alle necessarie modifiche nella gestione della relazione con la clientela, che si va abituando, non senza disagio, a svolgere le operazioni a distanza.

Tutti questi cambiamenti hanno un impatto significativo anche sui profili e le competenze che le aziende del settore ricercano, ma soprattutto sul trattamento economico e sugli orari di lavoro, per i quali la parola d’ordine è “flessibilità”. Questo fattore, che ben si sposa con le professioni emergenti e maggiormente richieste oggi dal mondo bancario (analisti e specialisti antiriciclaggio e anti frode, compliance, anti-money laundering e anti fraud specialist), trova più difficile adattamento nelle figure del gestore clientela privata, corporate e wealth, che si sono profondamente evolute rispetto al passato ed oggi devono essere dotate di competenze trasversali che consentano di agire in un contesto profondamente mutato e con categorie di clientela anche molto diverse tra loro per fasce d’età, esperienza, competenza e abitudini.

In ogni caso, la pressione per ridurre i costi e aumentare l’efficienza sta portando le banche a spingere sull’accelerazione digitale, e sono moltissimi ormai i clienti bancari che stanno abbandonando i tradizionali servizi bancari in filiale per ricorrere a quelli online e mobili. Questo ha generato l’emersione di nuove figure professionali che stanno gradualmente sostituendo quelle tradizionali. Un esempio su tutti è rappresentato dagli addetti alle attività di sportello bancario, che oggi fanno anche attività di consulenza ma sono sempre più insidiate dai consulenti presenti nei call center, che invece gestiscono le relazioni con i clienti a distanza sollecitando la loro attenzione sui vari servizi e prodotti che tradizionalmente erano distribuiti tramite le filiali fisiche. All’interno di questo scenario, la figura “ibrida” e flessibile per eccellenza del consulente finanziario, che a dispetto delle previsioni più nere riesce a conservare il proprio spazio professionale e potrebbe acquisire nuovi ruoli. Ne abbiamo parlato con Manlio Marucci, presidente di Federpromm.

Prof. Marucci, nel mondo delle banche avanza sempre più il lavoro flessibile, che mette in crisi sia il tradizionale modello organizzativo del credito che quello della consulenza. I principali gruppi bancari guardano al lavoro flessibile esclusivamente come strumento per migliorare il clima aziendale, poiché esso concilierebbe le esigenze familiari con la richiesta di maggior produttività. Secondo lei questa strategia è valida, oppure pecca di superficialità?
Se si vuole correttamente inquadrare il problema, questo va visto nel contesto generale macroeconomico, finanziario, sociale e culturale delle varie attività che producono ricchezza e surplus di capitale. Indubbiamente, le attività legate a settori strategici, come la funzione delle banche e delle reti di consulenza finanziaria, che sono fondamentali nel gestire ed indirizzare il risparmio delle famiglie, hanno modelli organizzativi aziendali che cercano di sfruttare al meglio le risorse umane. Ad eccezione dei consulenti – che sono lavoratori autonomi – il voler adottare a queste aziende il lavoro flessibile risponde ad una logica precisa, quella di ridurre i costi di gestione del personale, indipendentemente dai benefici indiretti che possono essere legati a migliorare le condizioni dei lavoratori in termini di tempo libero per la famiglia.

Questa logica porta con sé effetti collaterali positivi di qualche tipo?
Sicuramente favorisce nuovi modelli di consumo, sempre utili per favorire lo sviluppo economico generale. Su questo vi sono ampie ricerche della psicologia sociale e del lavoro che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso (condotte dal sociologo Elton Mayo della scuola di Chicago), hanno messo in evidenza come sia importante la relazione dei gruppi di lavoro con i fattori psicologici, comportamentali, ambientali e produttivi. Si tratta di un processo inarrestabile, che riguarda tutti i settori determinati anche dalle nuove forme di lavoro imposte dalla tecnica e dai nuovi modelli della scienza applicata. Suggerisco una lettura anticipatoria sui tempi attuali nell’ormai classico pamplhet di H.Marcuse, “Saggio sulla liberazione“, edito da Einaudi nel 1969.

Oggi il PIL dei paesi occidentali è saldamente in mano ai c.d. babyboomers per due terzi. Eppure, questa categoria socioeconomica si distingue per un utilizzo meno ossessivo o persino accessorio della tecnologia. Questa massiccia digitalizzazione mette a disagio una larga fascia di clienti over-65 e over-70, poco avvezzi all’uso degli smartphone per le operazioni di banca: che posto hanno le loro aspettative in termini di maggiore qualità dei servizi, in uno scenario così difficile?
L’accelerazione verso l’uso generalizzato della tecnologia digitale nei servizi finanziari è sicuramente un arma a doppio taglio. Mentre avanza infatti la richiesta e la domanda di avere maggiore assistenza da parte dei clienti, e quindi avere una maggiore capacità di analisi e confronto sui prodotti e servizi offerti dai vari soggetti abilitati per attenuare i margini di rischio degli investimenti, dall’altra si sollecitano gli stessi clienti ad affidarsi alla digitalizzazione massiccia e ai nuovi sistemi di autonomia nello svolgimento delle operazioni bancarie, dalla più semplice a quella più sofisticata.

Come può essere conciliato questo dualismo, che sembra destinato a durare ancora diversi anni?
Credo sia opportuno conciliare tale dualismo attraverso l’indispensabile figura del consulente finanziario, che conosce il vasto panorama degli strumenti finanziari e riesce a dare significato al rapporto fiduciario tra banca e cliente, “superando” il disagio che decine di milioni di investitori over 60 provano per via del “necessario” ricorso alla tecnologia. Insomma, il consulente diventa sempre più un relè importante nella dinamica del rapporto con la clientela, laddove sono mancate proposte incoraggianti che sappiano affrontare la stratificazione sociale le varie differenze esistenti per fasce di età, per sesso, per grado di istruzione, per professioni svolte, per livello di alfabetizzazione maturata. In sostanza manca – al di là di una regolamentazione ben strutturata sulla trasparenza ed obblighi imposti agli intermediari – una strategia di carattere generale che sappia raccogliere le istanze delle categorie che rientrano nella classificazione degli over 60.  

Secondo lei, quanto delle trasformazioni imposte dall’alto dalla MiFID e dalla MiFID II alle reti di consulenza è stato “capito” dagli utenti? Sono in grado di notare delle differenze rispetto al periodo precedente?
Non vi è una conoscenza diretta se non per gli addetti ai lavori e per i clienti classificati come “clienti professionali”. Lo dimostra il fatto dell’ultima pubblicazione del “Rapporto sulla relazione consulente-cliente” diffusa al mercato da parte della Consob, in collaborazione con l’Università Roma Tre. Una indagine che completa le precedenti ricerche sul tema a cui si rimanda per avere un quadro delle distonie informative e conoscitive al fine di accrescere la qualità e il dialogo tra consulente e cliente.  

Relativamente ai consulenti, perchè si continua a parlare di ulteriori tagli ai margini di ricavo dei professionisti del risparmio, nonostante i tagli già avvenuti dal 2008 e i maggiori costi imposti alle banche-reti dalle due MiFID sono stati abbondantemente assorbiti dai conti economici delle società mandanti?
E’ la famosa querelle che si trascina da qualche anno, dopo l’applicazione rigida degli adempimenti regolamentari imposti dalla comunità europea e conseguentemente dal recepimento nel contesto italiano di tati direttive. L’obbligo di trasparenza sui costi complessivi in capo ai servizi di investimento ha generato l’abbattimento dei margini nelle retrocessioni per i consulenti finanziari che, essendo l’anello debole della catena distributiva, ne hanno pagato le conseguenze, subendo una riduzione sensibile dei margini di guadagno. Sul tema ebbi modo di intervenire con un mio articolo a cui rinvio per una illustrazione più analitica, che è ancora attualissima.

Il mercato azionario molto volatile rende più appetibile quello obbligazionario

La Fed sottovaluta la crescita del tasso di disoccupazione, che storicamente segnala un’imminente recessione. All’equity da preferire le obbligazioni societarie investment grade.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Nelle ultime settimane, la volatilità dei mercati finanziari è aumentata, come se gli investitori riconoscessero improvvisamente che la probabilità di recessione nei prossimi mesi è superiore a zero. I dati che hanno più allarmato gli investitori riguardano il mercato del lavoro degli Stati Uniti. All’inizio di agosto, il numero di nuovi assunti è aumentato meno del previsto, mentre i licenziamenti dei lavoratori part-time hanno superato le aspettative, spingendo il tasso di disoccupazione al 4,30%.

Di conseguenza, gli investitori hanno iniziato a pensare che la Fed sia in ritardo nell’intraprendere un ciclo di taglio dei tassi, e che questo sia alla base del calo del rendimento del Tesoro biennale. In particolare, dalla fine di luglio, il rendimento è sceso di 40 punti base, stabilizzandosi nell’area del 4%. Sul tema, abbiamo analizzato le tendenze storiche a seguito di un rapido calo del rendimento del Tesoro biennale, in particolare quando questo rendimento è sceso al di sotto del tasso fissato dalla Fed. Dalla fine degli anni Settanta, ogni volta che si è verificato questo scenario la Fed ha risposto tagliando i tassi di interesse, ma non sempre è riuscita a prevenire una successiva recessione. L’unica eccezione è stata tra il 1995 e il 1999, ma le possibilità di un risultato simile oggi sono scarse. Ciò potrebbe avere un impatto significativo sul mercato azionario.

Durante quel periodo di cinque anni, i mercati azionari non hanno registrato perdite. Piuttosto, hanno fatto segnare una crescita significativa guidata da un’espansione del rapporto prezzo utili (P/E). Il rapporto P/E dell’S&P500 è passato da circa 16 a 30, superando la media storica ed entrando nella zona di sopravvalutazione. Oggi siamo già all’interno di questa zona, con il multiplo P/E a 29,60. È improbabile che ciò che abbiamo visto alla fine degli anni Novanta si ripeta, dal momento che il motore principale di questo movimento del mercato azionario è stato il significativo aumento delle aspettative di crescita degli utili a cinque anni, alimentato dall’avvento di Internet e dai suoi benefici previsti. Oggi, tuttavia, è difficile vedere un processo simile sulla scorta delle aspettative legate all’intelligenza artificiale, nonostante il notevole salto osservato nell’ultimo anno.

Lo scetticismo maggiore è radicato nel trend di crescita del Pil reale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio. Infatti, la crescita del Pil al netto dell’inflazione è stata di quasi il 4% alla fine degli anni Novanta. Al contrario, negli ultimi dieci anni la crescita del Pil reale è rimasta stabile intorno al 2%, con aumenti oltre questo livello che si sono verificati solo grazie allo stimolo del governo. Tuttavia, è improbabile che tali stimoli e aiuti continuino, dato l’enorme deficit che il governo degli Stati Uniti ha dovuto gestire negli ultimi tre anni e che ha portato a un significativo aumento del debito totale. Inoltre, è improbabile che i driver di crescita includano tassi di interesse più bassi o sgravi fiscali. La differenza tra gli utili reali delle aziende, prima e dopo aver pagato il costo del debito e delle tasse, è ai minimi storici, escluso il 2020, anno che è stato influenzato dalla pandemia di Covid-19. Un profitto più elevato non beneficerà, come in passato, di tassi di interesse e tasse più bassi. È più probabile il contrario.

Infine, quando si considera il mercato del lavoro (che, come accennato in precedenza, si sta raffreddando) abbiamo un altro fattore a suggerire che è improbabile che si ripeta il soft landing della fine degli anni Novanta. L’aumento del numero di lavoratori part-time per motivi economici a seguito della non-inversione della curva dei rendimenti di 10 anni/2 anni è un evento che segnala storicamente un’imminente recessione. Dalla metà degli anni Ottanta, l’aumento medio dei lavoratori part-time è stato dello 0,41%, mentre l’aumento medio del tasso di disoccupazione è stato dell’1,5%. Ebbene, usando questa ultima cifra sul tasso di disoccupazione come riferimento, a nostro avviso le stime della Fed sono troppo prudenti, e sottovalutano il livello di disoccupazione. Nei prossimi due anni, la Fed si aspetta che il tasso di disoccupazione rimanga intorno al 4%, ma siamo già al 4,30%. L’aggiunta di un ulteriore 1,50% potrebbe spingere il tasso vicino al 6%. Se ciò accadrà, influenzerà quasi certamente la crescita del Pil.

Sulla base della nostra analisi, continuiamo a credere che un approccio cauto alle attività rischiose sia appropriato e che sia meglio favorire le obbligazioni societarie (corporate) investment grade. L’Equity Risk Premium, o il rendimento in eccesso che gli investitori otterranno dal mercato azionario rispetto ai titoli di Stato, è attualmente all’1,11%, rimanendo al di sotto dei livelli del 2021, e questo stesso premio è disponibile nelle obbligazioni investment grade senza costi di volatilità aggiuntivi. A nostro avviso, le obbligazioni continuano a essere più attraenti delle azioni, soprattutto alla luce della recente elevata volatilità del mercato azionario.

Vivere in Canada, il paese della lunga stagione fredda e delle opportunità. A 6 ore in auto da New York

A poche ore di auto da New York e dall’America propriamente detta, il Canada vanta un’economia robusta che attira numerosi lavoratori stranieri per vie delle sue concrete opportunità.

di Marco d’Avenia

Gli italiani “scoprirono” il fascino del Canada in occasione del Festival di Sanremo del 1957, che battezzò il tormentone intergenerazionale “La Casetta in Canada”. Oggi, sebbene quel motivetto tanto caro ai “boomers” stia lentamente sparendo dal gergo comune, il grande paese esplorato da Jaques Cartier nel 1535 – il cui nome nacque dalla errata traduzione del vocabolo “Kanata”, cioè “villaggio”, secondo la lingua parlata dalla tribù degli indiani Irochesi – non ha mai smesso di affascinare per il suo stile di vita tranquillo, prospero e ricco di storia. Basti pensare che, a seconda della provincia in cui si vive, si parlano due lingue ufficiali, inglese e francese, fin da quando le due rispettive comunità si stabilirono in quei territori prosperando nei secoli successivi.

Il Canada non è noto soltanto per i suoi paesaggi mozzafiato e per la lunga stagione fredda (da Ottobre a Maggio, con punte di -25 gradi), ma anche per le opportunità che riserva a chi decide di viverci per lungo tempo. Infatti il paese a nord degli Stati Uniti, a pochi chilometri da New York (Da Montreal circa 6 ore di auto) e dall’America propriamente detta, vanta un’economia robusta e dinamica che attira numerosi lavoratori stranieri. Secondo StatisticsCanada.ca, il PIL reale del paese è aumentato dello 0,4% nel marzo 2024, mentre il reddito lordo disponibile dei canadesi è rimasto stabile. L’occupazione ha visto un incremento di 27mila lavoratori part-time, con una crescita significativa nei settori della socio-assistenza, della finanza e dell’immobiliare. Questi dati sottolineano la solidità dell’economia canadese e l’ampia gamma di opportunità professionali disponibili.

Relativamente ai permessi di lavoro per stranieri, con l’Innovation Stream Pilot il Canada ha rivoluzionato le tradizionali procedure di immigrazione, ed ha semplificato il reclutamento di lavoratori stranieri altamente qualificati (international skilled workers), spingendo il Paese nordamericano verso un futuro caratterizzato da innovazione e crescita. Questo monumentale cambiamento velocizza il processo di assunzione, consentendo alle aziende canadesi di assumere rapidamente talenti di alto livello da tutto il mondo senza gli ostacoli burocratici del passato. Il processo di candidatura è stato meticolosamente elaborato per efficienza e facilità d’uso. Dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro qualificante, i candidati possono inviare senza problemi le loro candidature tramite la piattaforma sicura IRCC, garantendo una transizione fluida nella forza lavoro canadese.

Per gli italiani che considerano un trasferimento in Canada, i costi del viaggio sono piuttosto accessibili. Ad esempio, un volo da Roma Fiumicino a Vancouver costa circa 360 euro, mentre da Milano Malpensa il prezzo sale a 426 euro. Da Palermo, un volo per Vancouver costa 445 euro. Una volta giunti in Canada, il costo degli affitti è un aspetto cruciale da considerare. Le città più costose, che offrono anche le maggiori opportunità lavorative, includono Vancouver, Burnaby, Toronto, Montreal, Mississauga e North York. Secondo Rentals.ca, una casa con una camera da letto costa mediamente 1.929 dollari canadesi al mese (circa 1.307 euro), mentre un intero appartamento con una camera da letto si affitta per 2.112 dollari canadesi al mese (circa 1.432 euro). Questi prezzi riflettono il costo della vita nelle principali città, ma sono bilanciati dalle opportunità professionali offerte e al reddito medio (superiore a quello italiano).

Per quanto riguarda la retribuzione, i dati di StatisticsCanada.ca aggiornati a giugno 2024 mostrano che i salari variano a seconda del settore. Un operaio manifatturiero guadagna 25,71 dollari canadesi all’ora, un magazziniere 28,32 dollari canadesi all’ora, un operatore socio-sanitario 29,72 dollari canadesi all’ora, mentre nel settore della ristorazione e ospitalità il salario medio è di 18,78 dollari canadesi all’ora. La pressione fiscale in Canada è moderata: secondo PwC, per un reddito annuale da 0 a 55,8 mila dollari canadesi, l’imposta è del 15%, che sale al 20,5% per redditi da 55,8 mila a 111,7 mila dollari canadesi, fino a raggiungere il 33% per redditi superiori a 246,7 mila dollari canadesi.

Le spese fisse quotidiane includono i trasporti e le bollette. Secondo ToDoCanada.com, un abbonamento mensile per i trasporti pubblici a Toronto costa 156 dollari canadesi (circa 106 euro), a Calgary 112 dollari, a Winnipeg 107 dollari e a Vancouver 102 dollari. StatisticsCanada.ca riporta che, nel 2021, la bolletta della luce, il carburante e l’acqua costano in media 2737 dollari canadesi all’anno (1.287 euro circa). Per i servizi sanitari si spendono 2.776 dollari canadesi annui (1.853 euro), mentre per il cibo si spende quasi 9 mila dollari canadesi all’anno (6.000 euro circa). Questi costi sono da tenere in considerazione per una pianificazione finanziaria accurata. Tutto questo per una sola persona. Infine, le spese extra come l’intrattenimento e le attività sociali rappresentano una parte importante della vita quotidiana. Un biglietto per il cinema costa circa 10 dollari canadesi (circa 7 euro), una pinta di birra 8 dollari (5,3 euro), una cena per due in un ristorante di qualità media 100 dollari (67 euro) e una serata in discoteca può costare tra i 15 e i 30 dollari canadesi (10-20 euro). Questi costi variano a seconda dello stile di vita, ma complessivamente il Canada offre un buon rapporto qualità-prezzo.

In conclusione, trasferirsi in Canada può rappresentare una scelta vantaggiosa per molti italiani. A differenza degli Stati Uniti, infatti, i redditi più elevati rispetto all’Italia sono rapportati ad un costo della vita molto più basso rispetto agli USA e del tutto simile a quello italiano. Il paese, poi, offre un’economia stabile, numerose opportunità lavorative, salari competitivi e un’alta qualità della vita. Nonostante i costi di affitto e le spese quotidiane possano essere mediamente più elevati rispetto al nostro Paese, le retribuzioni e la qualità dei servizi pubblici compensano ampiamente queste spese. Per chi cerca nuove opportunità e una vita dinamica, il Canada è una destinazione che merita di essere presa in considerazione.

L’inflazione rallenta in Europa. Nvidia al di sotto delle aspettative: IA una bolla pronta a scoppiare?

L’inflazione si attenua in Europa, il Dow raggiunge un nuovo record e il mercato del lavoro USA mostra una forza sorprendente. Nel frattempo, le azioni Nvidia inferiori alle aspettative: si teme una bolla.

La scorsa settimana Nvidia ha riportato risultati contrastanti, che segnala un cambiamento del sentiment nei confronti del gigante dei microprocessori. Nonostante l’impressionante aumento del 120% del valore delle azioni nel corso dell’anno, le azioni di Nvidia hanno subito un calo del 7% nelle sedute after-hour. Il calo è legato alle crescenti preoccupazioni degli investitori riguardo alle difficoltà di produzione dei prossimi chip Blackwell e, soprattutto, alla potenziale bolla dell’intelligenza artificiale.

Eppure i mercati, stretti su pochissimi spunti al rialzo – forse uno solo, trainante, e cioè l’IA – continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno. Infatti, i mercati finanziari hanno registrato un’impennata a metà settimana scorsa (giovedì), con Wall Street sostenuta dai dati economici incoraggianti sulla crescita e l’occupazione negli USA. In quella seduta, il Dow Jones ha raggiunto un nuovo record di chiusura, guadagnando lo 0,59%, mentre a Parigi il CAC 40 è salito dello 0,84%, arrivando al livello più alto da metà luglio, alimentato da prospettive economiche ottimistiche. La borsa di Milano, infine, è salita dello 0,6%. Di contro l’oro non smette di brillare, registrando prezzi in lieve rialzo (+0,91% a 2.526 $ l’oncia) spinti dalle speranze di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve a settembre. Peraltro, le attuali incertezze economiche e geopolitiche continuano a sostenere la domanda di oro e altri metalli preziosi come argento, platino e palladio che hanno registrato ottime prestazioni, riflettendo una più ampia fiducia del mercato nei beni rifugio.

L’inflazione in rallentamento in Europa alimenta lo scenario di ribasso dei tassi. I prezzi al consumo hanno mostrato segni di sollievo in agosto, con il tasso della Germania che è sceso sotto la soglia critica del 2%, grazie a un calo del 5,1% dei prezzi dell’energia. Anche la Spagna ha riportato notizie positive, con un tasso d’inflazione sceso al 2,4%, grazie alla riduzione dei costi dei generi alimentari e del carburante. Per quanto riguarda l’Italia, la stima dell’Eurostat indica un’inflazione in calo all’1,3% (dall’1,6%). Questi sviluppi suggeriscono che l’Europa stia finalmente iniziando a vedere la luce in fondo al tunnel dell’inflazione, e una loro stabilizzazione durante i prossimi mesi segnerebbe una spinta al ribasso con alti margini di certezza per gli investitori, che a quel punto potrebbero dirigere liquidità “pesante” verso il settore obbligazionario.

Cosa potrebbe turbare questo quadro deflattivo? Il mercato del lavoro USA, per esempio, che mostra una forza inaspettata. Il 24 agosto l’occupazione negli Stati Uniti ha registrato un rimbalzo positivo, con il numero di disoccupati ufficialmente sceso di 2.000 unità a 231.000. Questo calo inaspettato evidenzia la persistente resilienza del mercato del lavoro statunitense, in controtendenza rispetto ad alcune previsioni economiche, e fa intravedere l’allontanamento di una recessione più volte annunciata con la segreta speranza di poter consentire un ciclo di ribasso dei tassi più rapido. Anche la BCE, del resto, è stata invitata ad andarci piano coi tagli dei tassi, messa in guardia da Isabel Schnabel (nella foto), membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea (BCE), contraria ad un taglio troppo rapido dei tassi e incerta sul percorso per riportare l’inflazione al 2%. Secondo la Schnabel, infatti, sebbene le prospettive di fondo della BCE suggeriscano che l’inflazione potrebbe raggiungere l’obiettivo entro il 2025, le persistenti pressioni sui prezzi, in particolare nel settore dei servizi, consigliano un approccio più graduale nell’allentamento delle politiche monetarie restrittive.

Su tutto, però, incombe la nube dell’IA, che secondo diversi analisti potrebbe essere una bolla speculativa pronta a scoppiare, alimentando preoccupazioni diffuse lungo le più disparate direzioni: dai timori di una “superintelligenza” incontrollabile alle richieste di una regolamentazione più severa da parte dei sostenitori dell’etica nel campo dell’IA. Tuttavia, la preoccupazione maggiore che scuote i mercati è legata all’eventualità di una bolla speculativa guidata dall’IA. La recente performance azionaria di Nvidia ha riacceso questi timori, mentre i giganti tecnologici continuano a riversare denaro nell’intelligenza artificiale, spesso senza ottenere rendimenti significativi a breve termine; tutti segnali tipici delle innovazioni “disruptive” che, come Internet nel 2000, hanno segnato un passaggio doloroso dei mercati prima di dispiegare i propri effetti positivi. Nonostante questi aspetti poco rassicuranti, alcuni leader del settore, come Sundar Pichai di Google, sostengono che “il rischio di sotto-investire è drammaticamente maggiore rispetto al rischio di sovrainvestire”, respingendo le preoccupazioni relative a un mercato dell’IA eccessivamente gonfiato. 

Un master universitario per la gestione integrata dei patrimoni. Aperto anche agli iscritti OCF

Il Master online in Consulenza Finanziaria e Patrimoniale è accessibile anche a tutti i consulenti iscritti all’OCF. “Prepararci al cambiamento, prima che il cambiamento ci colga impreparati”.

Il Consorzio Universitario Humanitas e l’Università San Raffaele di Roma, con la collaborazione di Federpromm e Patrimoni&Finanza, hanno indetto il primo Master Universitario unico per la figura professionale del “Consulente Finanziario e Patrimoniale” per l’anno accademico 2025-2026. 

L’insegnamento della consulenza finanziaria e la figura professionale del “Consulente Patrimoniale” richiedono uno specifico percorso formativo attraverso il quale fornire la necessaria visione d’insieme di una professione sempre più richiesta per affiancare le famiglie nella gestione del patrimonio.

La consulenza limitata ai soli valori mobiliari limita fortemente il livello di comprensione delle esigenze personali, familiari, aziendali, culturali e sociali presenti nella società moderna, e spesso nega al consulente finanziario – così come alle altre professioni impegnate su tematiche patrimoniali – le migliori sinergie di lavoro; in particolare nel segmento delle famiglie ben patrimonializzate, professionalmente di grande interesse ma seguite da singole individualità, non legate tra loro da alcuna forma di collaborazione, e dai canali bancari tradizionali. Pertanto, anche gli altri professionisti che intervengono a vario titolo sui temi del patrimonio – tra gli altri: avvocati, commercialisti, notai, assicuratori e agenti immobiliari – non hanno l’opportunità di avere una visione d’insieme della Consulenza Patrimoniale Integrata, l’unica capace di farli uscire dal proprio “isolamento professionale” e di aprire per loro nuovi mercati, grazie al lavoro in team con i consulenti finanziari.

In tal senso, quella del Consulente Finanziario e Patrimoniale è l’unica figura di leadership capace di “mettere in rete” la competenza di ciascuna di queste categorie professionali, trasformandole in “generatori di opportunità”. “Aver accumulato individualmente specifiche esperienze didattiche e professionali in materia di Consulenza Patrimoniale Integrata – affermano Manlio Marucci* e Alessio Cardinale**, coordinatori didattici del Master – ci ha permesso di promuovere all’interno del Consorzio Universitario Humanitas e dell’Università San Raffaele di Roma il Master Universitario di primo livello “Consulente Finanziario e Patrimoniale“, anticipando così la domanda formativa che nei prossimi anni arriverà da parte degli iscritti ad alcune categorie professionali in fase di profonda e rapida trasformazione, come quella del consulente finanziario“.

Formazione

Il Master, presieduto dal prof. Francesco Saverio Marucci,  promuove l’insegnamento di discipline specialistiche fondamentali, tra le quali:
– Pianificazione Finanziaria e Patrimoniale,
– Finanza Comportamentale,
– Educazione Finanziaria,
– Rischi patrimoniali e gestionali,
– Strumenti di protezione patrimoniale dall’aggressione di terzi,
– Trasmissione del patrimonio inter vivos e mortis causa,
– Investimento, gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare,
– Gestione del patrimonio in strumenti di investimento alternativi.

Tutti i partecipanti al Master frequenteranno un calendario di lezioni fruibili in diretta su piattaforma Zoom (modalità FAD asincrona/sincrona), dalla durata complessiva di 1.500 ore tra lezioni, project work, prove di verifica, studio individuale, tirocinio (online e/o presenza) ed esercitazioni con prova finale. Alla fine del percorso di formazione, il Consorzio Universitario Humanitas e l’Università San Raffaele di Roma rilasceranno a ciascun partecipante un diploma di master universitario di primo livello

Per qualunque richiesta di informazione e contatto, potrete collegarvi alla pagina dedicata del Consorzio Universitario Humanitas. Da lì potrete iscrivervi e scaricare il programma del Master.

* Docente, Presidente Federpromm – Wealt Management, Giornalista 
** Consulente Finanziario e Patrimoniale, Direttore editoriale ed editore
di Patrimoni &Finanza 

Otto anni di strategie per l’educazione finanziaria: grandi kermesse, risultati impercettibili

Senza l’introduzione dell’educazione finanziaria come materia curriculare nelle scuole primarie e secondarie, gli italiani continueranno ad essere “finanziariamente ineducati” di generazione in generazione.

Con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”), quasi otto anni fa prendeva il via la strategia nazionale per l’educazione finanziaria. Si trattava, nelle intenzioni di chi l’aveva concepita, di una iniziativa che, negli anni successivi, avrebbe dovuto contribuire a colmare il divario culturale che divide l’Italia – come in altri ambiti – dai paesi più virtuosi.

In particolare, tutti gli studi effettuati sul tema specifico restituivano uno scenario in cui gli utenti italiani erano poco avvezzi, da adulti, all’autonomia nelle scelte di investimento poiché i programmi scolastici delle scuole primarie e superiori, fin dai loro tempi, avevano scartato sistematicamente qualunque approccio verso l’educazione finanziaria. In più, negli ultimi trent’anni anche insegnamenti fondamentali come l’educazione civica erano stati declassati ad argomenti complementari di altre materie ritenute a torto più importanti o eliminati del tutto dai programmi; per cui, figuriamoci se i giovanissimi studenti italiani potevano essere annoiati da simili argomenti così scabrosi come la Finanza. E mentre oggi si farnetica di “educazione sentimentale” nelle scuole – ultimo grido del politicamente corretto che sta ammorbando la vita di tutti – in Cina, per fare esempio un po’ esotico di virtuosità scolastico, i primi rudimenti di economia e finanza vengono impartiti dall’età di otto anni, ed in molti paesi di lingua anglosassone a partire dai dieci.

Ma veniamo al punto: quali sono i risultati di questa campagna culturale governativa che avrebbe dovuto fare dell’educazione finanziaria uno degli insegnamenti più innovativi e “rinnovativi” da introdurre nelle scuole? Scarsi, quasi impercettibili. Dal di fuori, gli addetti ai lavori hanno la sensazione che ci si stia dando un gran da fare, ma se parliamo di finanza ai diretti interessati, ossia i risparmiatori, 99 su 100 di loro spalancano ancora la bocca e non sanno come argomentare.

Questo non deve sorprenderci più di tanto, poiché una sola kermesse nazionale (il “Mese dell’educazione finanziaria“, solitamente ad Ottobre di ogni anno), per quanto lodevole e piena di buone intenzioni, è un po’ come il festival di Sanremo: una volta terminato, se ne parla per qualche giorno e poi ne rimane solo il ricordo, in attesa della edizione successiva, mentre i protagonisti della competizione canora organizzano i propri impegni nelle lucrose tournee estive e nelle comparsate televisive invernali. Occorrerebbe maggiore continuità, una “spinta culturale” che l’attuale assetto delle iniziative non riesce a dare.

Dopo quasi otto anni, pertanto, ci troviamo praticamente punto e accapo, con un livello di analfabetismo finanziario ancora molto elevato, una finanza sempre più incomprensibile per l’utenza comune, presso la quale però si pretende di diffondere quanto di più tecnologico si sia prodotto negli ultimi quindici anni: home banking, robo-advisor, fintech e piattaforme web. Per chi ha un’età superiore a 60 anni, complice anche la “desertificazione bancaria” (chiusura degli sportelli bancari nelle città e nei piccoli centri) in corso, tutto è diventato improvvisamente incomprensibile, con un abbrivio da record negli ultimi due anni.

Viene spontaneo chiedersi se il sistema bancario si sia mai chiesto se sono proprio questi i fattori per cui, di fronte alla comprensibile ritrosia al cambiamento rapido di chi detiene la maggior parte degli asset mobiliari (i c.d. babyboomers o patrimonials), il denaro che gli italiani detengono nei conti correnti sia ancora così elevato, nonostante l’inflazione degli ultimi due anni e mezzo. La risposta è no: il sistema non se lo chiede, ed anzi sembra mandare a dire, a questi milioni di over-60, che è dotato di grande pazienza, ed aspetta che siano i loro figli – i millennials, tecnologicamente molto più avanzati – a prendere le redini dei valori mobiliari di famiglia. In fondo, aspettare una decina d’anni è sempre meglio che investire miliardi di euro in cultura finanziaria per educare chi sta passando il testimone.

E-book sulla Finanza Elementare.

Eppure, notevoli sarebbero stati, in questi otto anni, i benefici “indiretti” dell’educazione finanziaria curriculare nelle scuole, nella misura in cui anche gli stessi figli avrebbero potuto trasmettere ai genitori, in un processo di comunicazione dal basso verso l’alto, una maggiore attenzione ai temi della finanza. Come? E’ semplice, attraverso i normali compiti di cura: aiutare i propri figli nei compiti a casa sul tema della finanza avrebbe potuto trasmettere anche agli adulti molti concetti e fenomeni economici che, nella maggior parte dei casi, si conoscono ma non si sanno spiegare per via del tasso di “ineducazione finanziaria”.

Inoltre, nulla di concreto – salvo l’iniziativa di pochi lodevoli volenterosi organizzati in associazione – si è fatto per dare dignità al ruolo di educatore finanziario più prossimo alle famiglie svolto da sempre dai consulenti finanziari, i quali avrebbero potuto colmare giusto a partire dalle scuole un vuoto culturale molto grande in un lasso di tempo molto breve, affiancandosi ai docenti in lezioni programmate a cui gli alunni (anche delle medie inferiori) avrebbero potuto partecipare con il giusto coinvolgimento delle famiglie.

“…l’arrivo della MiFID II, con il suo carico di migliaia di norme ai più incomprensibili, rischia di rivelarsi sterile, confermando una legge scolpita nella Storia: a nulla vale aumentare e perfezionare i sistemi di controllo sull’attività degli intermediari se poi, parallelamente, non si fa nulla per aumentare la competenza degli utenti”. Ci scoccia dire che avevamo ragione, almeno fino ad oggi. Anche perchè, date le circostanze tutt’altro che promettenti, darsi delle arie in questo caso lascerebbe l’amaro in bocca.