Per il consulente patrimoniale il supporto ai clienti nella programmazione del “dopo di noi” rientra sempre più spesso nel proprio ruolo di impulso alla soluzione di aspetti delicati della sfera familiare.
La pianificazione della Longevity potrebbe riservare una particolare attenzione a quelle relazioni affettive che, pur non essendo legati da vincoli di parentela e non trovando così immediata previsione nella legge, sono ugualmente importanti – a volte più importanti di tante relazioni strettamente parentali – poiché generati da una stabile convivenza o da fraterna amicizia. Non sono rare, infatti, le disposizioni testamentarie che prevedono lasciti (c.d. legati) a favore di persone estranee alla famiglia di origine ma che si sono distinte nel lungo periodo per amore, affetto o amicizia incondizionata verso il testatore.
In estrema sintesi, un legato testamentario esprime la volontà di un individuo di assegnare, per mezzo del testamento, alcuni beni o denaro o altre utilità economiche (es. crediti verso terzi, rendite alimentari a tempo determinato/indeterminato) a specifici soggetti. Con un legato, il testatore può destinare gioielli, proprietà immobiliari, singole opere d’arte o intere collezioni, somme di denaro e persino intere aziende a individui che intende favorire in maniera particolare. la differenza tra l’eredità in senso stretto e il legato risiede nel fatto che la prima prevede il trasferimento dell’intero patrimonio (o frazione di esso) agli eredi, i quali assumono sia i diritti che gli obblighi del de cuius, ivi compresi i debiti; mentre il secondo consente di assegnare beni o altri diritti senza che il beneficiario del legato sia tenuto a farsi carico dei debiti afferenti l’asse ereditario.
Il legato, in pratica, ha notevole similitudine con una polizza vita con designazione dei beneficiari, i quali ricevono il denaro “superando” di norma (anche se non puntualmente) le regole e le lungaggini della successione. Del resto, come per le polizze, quando un legato concerne la proprietà di un bene individuato con precisione o un diritto reale, il trasferimento di tali beni al beneficiario (c.d. legatario) avviene automaticamente all’atto della morte del testatore. Il legatario, quindi, diventa immediatamente proprietario dei beni assegnati anche se non è a conoscenza dell’esistenza del legato stesso, e ha diritto di entrarne in possesso a meno che non rinunci espressamente per via di eventuali svantaggi o oneri associati a quei beni (es. ristrutturazione urgente di un immobile oggetto del legato per evitare danni a terzi).
Se il testatore ha redatto il testamento in modo attento, l’esistenza del legato non potrà ledere i diritti degli eredi in nessun modo. Può accadere, tuttavia, che la previsione di un legato e soprattutto il suo valore economico possano rivelarsi lesivi della quota di legittima riservata ai legittimari (coniuge, figli e, in mancanza dei secondi, i nipoti in linea retta). In questi casi, il legato potrebbe essere impugnato dai legittimari con l’azione di riduzione, volta a riportare la quota di legittima al suo valore di legge e a ridurre il legato dell’equivalente differenza.
Ma se il legato testamentario rappresenta comunque un meno frequente e tipico dei patrimoni più ingenti, maggiore attenzione va dedicata alla pianificazione della Longevity per tutte quelle famiglie che sono state in qualche modo disgregate da separazioni e divorzi – in netto aumento anche in età già matura – e che, all’atto della morte del testatore, presentano caratteristiche disomogenee e nuovi nuclei familiari, che spesso non sono formalizzati attraverso un matrimonio ma da una stabile convivenza. Infatti, chi divorzia in età matura ragionevolmente potrebbe non sopravvivere al nuovo convivente, e questi potrebbe non ricevere alcuna tutela alla sua morte. Inoltre, particolare attenzione alla pianificazione deve essere prestata da qualunque professionista – e dal diretto interessato – a coloro che vivono la separazione ma non sono ancora approdati al divorzio, poiché in quel caso proprio il divorzio diventa il primo passo fondamentale per eliminare l’ex coniuge dal novero dei legittimari e programmare la Longevity con maggiore serenità.
Il convivente superstite, alla morte del proprio compagno non ancora divorziato, potrebbe rimanere nella di lui casa di proprietà per poco tempo (due o tre anni al massimo). Ma c’è di più: anche in caso di divorzio il convivente non ha alcun diritto successorio, nemmeno nel caso la convivenza sia di lunghissima data e fosse padre o madre di un figlio sopraggiunto. Pertanto, la prima cosa da fare per proteggere i nuovi affetti è un testamento, che si potrà cancellare o modificare in qualsiasi momento e sarà l’unico modo per poter disporre una parte delle proprie sostanze a favore anche di persone non legittimarie facendo leva sulla cosiddetta quota disponibile, ossia la percentuale del proprio patrimonio, variabile a seconda del numero di eredi necessari (da un quarto a metà della massa ereditaria), che può essere destinata a chiunque non faccia parte della propria linea parentale, come un convivente.
La redazione di un testamento, nonostante consenta di risolvere parecchi problemi a chi resta dopo di noi, è una precauzione ancora troppo poco utilizzata in Italia, con percentuali bassissime. E se è vero che al testamento è associata la “complicanza” di dover richiedere il supporto di un professionista (notaio, avvocato), tutti dovrebbero sapere che esiste anche il Testamento olografo, e cioè quello scritto e tenuto privatamente, alla portata di tutti. E’ sufficiente – ma non sicuro nè efficace, dato l’alto rischio di occultamento o manomissione – scrivere questo tipo di testamento a mano, datarlo e firmarlo. Il Testamento pubblico, invece, viene scritto dal testatore presso un notaio alla presenza di due testimoni, registrato e inviato all’Archivio Notarile.
Altra cosa è il Testamento segreto, che viene scritto privatamente (anche al computer) e firmato dal testatore, ma viene sigillato e consegnato a un notaio. Tale forma testamentaria –usata molto raramente – è diversa dal testamento olografo, poiché dà al testatore la garanzia che il suo testamento non verrà mai smarrito, distrutto o falsificato da terzi soggetti. In più, dal momento che deve essere consegnato ad un notaio in presenza di due testimoni, esso è l’unico in grado di garantire la totale segretezza delle disposizioni testamentarie, in quanto né il notaio né i testimoni vengono a conoscenza delle stesse, diversamente da ciò che accade per il testamento pubblico. Il testamento segreto può essere consegnato al notaio già sigillato, ma le numerose formalità di questa particolare modalità testamentaria quasi impongono l’ausilio del notaio anche per l’apposizione del sigillo e soprattutto per la redazione del verbale di consegna, sottoscritto sia dal testatore che dai due testimoni.
In definitiva, per il consulente patrimoniale il supporto ai clienti nella programmazione del “dopo di noi” rientra sempre più spesso nel proprio ruolo di impulso alla soluzione di aspetti delicati della sfera familiare. Dialogare con il capofamiglia su questi temi non può che aumentare il grado di fiducia e di reputazione professionale che, oggettivamente, la gestione dei soli valori mobiliari non potrà mai dare. Per farlo, serve ampliare il proprio universo di conoscenze e competenze mediante il confronto costante con gli altri professionisti del patrimonio (avvocati e commercialisti, in primis), in modo tale da non delegare semplicemente la gestione del “cliente inviato” ad altri soggetti e sedersi attorno allo stesso tavolo per delineare le migliori strategia di tutela e pianificazione del patrimonio.



L’eredità Berlusconi è certamente un “caso di scuola” sul corretto utilizzo della normativa nello studio della pianificazione successoria e del conseguente carico fiscale. La cosa non sorprende affatto, poiché Silvio Berlusconi non ha mai nascosto la sua ostilità per le imposte di successione – che definiva “immorali” – e, pertanto, deve aver studiato a lungo come poter far sì che i suoi eredi fossero gravati dal minor carico impositivo possibile dopo la sua dipartita. Infatti, secondo i dati del Gc Wealth Project (progetto attuato in condivisione tra City University di New York e Università di Roma Tre), l’Italia ha una delle più basse percentuali di incasso da successioni in confronto alle entrate erariali: lo 0,11% nel 2019, contro lo 0,41% degli Usa, lo 0,50% della Germania e l’1,39% della Francia. Ciò è dovuto al sistema di imposte più generoso – a cui Berlusconi durante i suoi governi ha dato un contributo determinante – di tutta Europa, tanto che l’Italia è giustamente definita come il “paradiso fiscale delle successioni”, e per tale motivo riceve continue pressioni dai paesi c.d. “frugali” del Vecchio Continente, ossia quelli del Nord Europa.
Alla sua morte, il patrimonio di Silvio Berlusconi si attestava a circa 6,8 miliardi di dollari ed era in gran parte legato ai suoi investimenti in Fininvest, MediaForEurope, Mondadori, Banca Mediolanum, diverse società immobiliari, il teatro Manzoni di Milano e l’AC Monza, che milita in Serie A. Secondo le norme sulla successione, nel caso della famiglia Berlusconi i due terzi dell’eredità sono stati divisi in parti uguali tra i figli, mentre il restante terzo, ossia la quota disponibile, è stato attribuito in testamento a Marina e Pier Silvio Berlusconi, che così hanno ricevuto una quota ereditaria dal valore di circa 1,9 miliardi di dollari ciascuno (26,5%). Gli altri figli Barbara, Eleonora e Luigi, invece, detengono il 15,6% a testa. Tutti gli immobili che Berlusconi possedeva in Italia e all’estero al di fuori di Fininvest sono stati distribuiti in parti uguali tra i cinque figli.
Nonostante queste sensibili differenze di trattamento tra figli di “primo e secondo letto”, nessun attrito è stato registrato tra gli eredi, neanche quando si è trattato di confrontarsi con i legati testamentari lasciati da Silvio al fratello Paolo (100 milioni), a Marta Fascina (100 milioni) e a Marcello Dell’Utri (30 milioni). Al contrario, tutti i fratelli sono andati in modo spedito a chiudere la successione dei circa 6 miliardi di euro ricevuti sfruttando la legge italiana e chiedendo l’esenzione fiscale per il passaggio delle 4 holding cui fa capo il 61,2% di Fininvest con cui il Cavaliere controllava la società e il gruppo. Dal momento in cui le tasse di successione vanno calcolate in base al patrimonio netto di 458 milioni di euro (certificato dal notaio Mario Notari di Milano – 423 milioni le 4 holding e 35 milioni i beni immobili), l’esenzione fiscale ha consentito agli eredi di Berlusconi di pagare al fisco una somma inferiore ai 90.000 euro di imposta di registro, ossia circa 16.000 euro ad erede.
Questo è accaduto perché il Testo Unico sull’imposta di successione del 1990 prevede che i trasferimenti a favore dei discendenti e del coniuge “di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni non sono soggetti all’imposta… a condizione che gli aventi causa proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni”. E così, i cinque fratelli Berlusconi si sono accordati a non cedere le quote della società, ossia “il grosso” dell’eredità, per i prossimi 5 anni. In teoria, se Piersilvio e Marina evitassero di cedere alla tentazione di entrare in politica, il patrimonio e le aziende del
gruppo potrebbero sopravvivere per lungo tempo alla dipartita del fondatore; oppure, come sostengono i bene informati, è così forte il timore di una “vendetta postuma” di una certa parte della Politica verso la famiglia del Cavaliere, che l’ingresso in Politica è visto come un mezzo necessario per la sopravvivenza. Probabilmente la verità sta nel mezzo, con i due fratelli maggiori che potrebbero decidere di rimanere nell’ombra del partito fondato dal padre, per influenzare la vita politica evitando però gli eccessi per cui Berlusconi è stato odiato/amato dagli italiani.
In ogni caso, la famiglia Berlusconi è già avanti nei suoi programmi di sviluppo e, ad oggi, il valore delle partecipazioni aziendali degli eredi è anche aumentata sensibilmente. In casa Del Vecchio, invece, la successione non è ancora stata chiusa nonostante il lungo tempo trascorso dalla morte di Leonardo, il quale probabilmente aveva previsto tutto e con largo anticipo aveva nominato a vita i cinque amministratori di Delfin, la finanziaria di famiglia che possiede la maggioranza relativa di EssiLux e Covivio, oltre alle partecipazioni in
Mediobanca, Generali e Unicredit (in tutto un patrimonio valutato circa 33 miliardi di dollari). Gli otto eredi, cui è toccato in sorte un patrimonio di circa 4 miliardi a testa, sono impegnati in una guerra intestina che rischia di distruggere quanto di buono aveva fatto il predecessore in circa 60 anni di attività ai massimi livelli imprenditoriali. In più, anche in seguito al clamore suscitato dalle tensioni tra eredi, il fisco francese ha avviato indagini sulla costellazione aziendale Del Vecchio, poiché ritiene che l’ultima residenza del fondatore non fosse Montecarlo ma Beaulieu-Sur-Mer, in Francia.
Quest’ultima “sfumatura” è di importanza fondamentale, perché nel principato di Monaco la tassa di successione per i parenti diretti è nulla, mentre in Francia può arrivare anche al 60%, e per gli eredi sarebbe una catastrofe capace di trascinare la holding EssiLux, a causa dell’importo elevatissimo delle imposte di successione, sotto il controllo francese. Infatti, oggi EssiLux è già un colosso italo-francese che vale 75 miliardi di euro, ma con il comando in Italia, e questo ai francesi, desiderosi di aggiungere anche la creatura di Del Vecchio tra i gioielli soffiati all’Italia, non piace affatto.
In definitiva, due stili familiari differenti tra gli eredi del Cavaliere e quelli di Del Vecchio. Unità di intenti da una parte, disaccordo dall’altra. Due stili familiari sviluppatisi all’interno delle rispettive mura domestiche per motivi che mai conosceremo, ma che nel caso dei figli di Del Vecchio possiamo individuare nelle notevoli differenze di età tra di loro (si va da un diciottenne ad un ultrasessantenne), che certamente non hanno favorito omogeneità di vedute e facilità di dialogo. Eppure, le pretese della Francia in merito alla questione della residenza effettiva del patron al momento della morte dovrebbero unire la famiglia in una unica battaglia comune. E’ logico pensare che anche all’interno della famiglia Berlusconi possano essersi verificati piccoli attriti e differenze di vedute tra gli eredi, ma tutto si è risolto rapidamente e soprattutto senza alcuna esposizione pubblica. Non è una differenza da poco.
Il tema in questione è piuttosto delicato per via dei gravissimi risvolti sociali che esso determina e per via dei chiari profili di incostituzionalità che una prassi non sorretta da alcuna fattispecie giuridica rivela ogni giorno di più. Dell’argomento ci siamo già occupati in almeno due occasioni, sia
In linea di principio, l’assegnazione della casa coniugale rappresenta il punto di svolta negativo di qualunque essere umano – di sesso maschile nella quasi totalità dei casi – poiché impone la sua completa riorganizzazione economica e sociale che a volte, per le fasce di patrimonio e reddito più basse, può avere esiti anche tragici. Ebbene, metodi e criteri adottati nei tribunali per disciplinare questo naturale portato della separazione coniugale non trovano alcuna corrispondenza normativa nel nostro Ordinamento, per cui risultano essere un vero e proprio “prodotto legislativo” della giurisprudenza di merito gravato da larghissimi profili di incostituzionalità. Infatti, nel caso dell’assegnazione della casa coniugale, il giudice che la dispone non fa alcuna menzione del fondamentale requisito del periodo di tempo massimo a cui dovrebbe necessariamente sottostare; di conseguenza, risulta impossibile catalogare tale istituto all’interno di una fattispecie giuridicamente prevedibile, dal momento che, senza la definizione di un limite temporale ben definito,
Con eccezione di tutti quei casi in cui l’assegnataria dell’immobile coniugale ne sia anche la proprietaria esclusiva (es. per via successoria o per acquisto individuale precedente al matrimonio), allorquando il coniuge fuoriuscito sia proprietario esclusivo o comproprietario l’assenza di un termine temporale a cui sottoporre tale assegnazione, la sua lunghissima durata e la mancanza di un adeguato indennizzo o compensazione economica determinano un abuso del diritto – secondo diversi studiosi, anche una violazione dei diritti umani in capo al soggetto fuoriuscito dalla casa coniugale – poiché tale istituto genera in modo forzoso e senza alcuna motivazione specifica un concreto trasferimento di ricchezza da un soggetto (il coniuge allontanato dalla casa) ad un altro (il coniuge assegnatario).
Tuttavia, l’Ordinamento non può certo permettere che tale impoverimento, in apparenza dovuto “all’interesse della prole”, si protragga per un tempo indefinito senza stabilire un valore economico compensativo, diretto e/o indiretto, che ristori chi è costretto a lasciare la casa, persino quando ne è l’unico proprietario. Dal lato del coniuge assegnatario, infatti, l’assegnazione per un periodo indefinito rientrerebbe in modo perfetto nelle ipotesi di
regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà...”. Quindi, persino il Codice Civile prevede che i tribunali debbano tener conto del valore intrinseco di tale assegnazione nel regolare i rapporti economici post-separazione tra i genitori; tuttavia, il primo comma dell’art. 337 sexies Codice Civile continua a rimanere lettera morta, poichè:
La questione, quindi, assume i contorni di una “requisizione a termine indefinito” dell’usufrutto, per la quale andrebbe riconosciuto a chi la subisce (coniuge fuoriuscito proprietario o comproprietario) un giusto indennizzo economico o un equo valore compensativo che, se non può – o non vuole essere – stabilito in sede di assegnazione giudiziale per via della imbarazzante disomogeneità territoriale delle sentenze in materia di separazione e divorzio, dovrebbe necessariamente essere annoverato tra i crediti di natura fiscale, calcolati in ragione d’anno (di mancato utilizzo) e in base a parametri certi, trovando così una sua puntuale valorizzazione tale da compensare doverosamente la “requisizione a termine indefinito” subita dal coniuge fuoriuscito. E non v’è dubbio che debba essere lo Stato a sobbarcarsi la parte maggiore o la totalità di questo onere – in termini di maggiori deduzioni per il
contribuente e di minori entrate fiscali – poiché la requisizione dell’usufrutto in capo al coniuge fuoriuscito risponderebbe ad un principio generale (l’interesse dei minori e/o del c.d. coniuge “più debole”) in rispetto del quale nei tribunali si permette che una categoria di persone titolare di diritti venga di fatto impoverita (in modo spesso irreversibile) a vantaggio di un’altra categoria e, in tal modo, venga violata la nostra Costituzione agli articoli 3 (commi I e II), 23, 36 (comma I), 42 (comma II) e 47 (comma II).
Una soluzione alternativa, ma insufficiente, potrebbe essere quella di riconoscere in capo al coniuge fuoriuscito un credito certo – facilmente calcolabile in base al periodo di effettivo utilizzo esclusivo da parte del coniuge assegnatario – da monetizzare in occasione della futura vendita, volontaria o forzata, dell’immobile coniugale, ma questa misura troverebbe applicazione solo per le case acquisite dai coniugi in comproprietà o comunque ricadenti nel regime della comunione, e non in tutti quei casi di immobili di proprietà esclusiva del coniuge fuoriuscito ma ugualmente assegnati alla ex moglie; a meno che non si riconosca la possibilità di poter utilizzare tale credito in forma esecutiva anche in modo forzoso (es. attraverso il pignoramento di un quinto degli emolumenti del coniuge assegnatario, qualora abbia reddito).
Di certo, l’attuale sistema illiberale di regolare le disponibilità patrimoniali nelle separazioni necessita di un intervento normativo urgente al fine di rimuovere illegittimi trasferimenti di ricchezza da un soggetto all’altro e, nei casi più gravi, evidenti induzioni alla povertà. Il coniuge assegnatario, infatti, durante il periodo di godimento esclusivo della casa coniugale ricava un indubbio vantaggio economico perfettamente quantificabile in base ai valori locativi espressi dal mercato immobiliare nel periodo che va dall’assegnazione giudiziale al momento della perdita dei requisiti (es. convivenza more uxorio e/o figli diventati economicamente indipendenti). Tali valori, peraltro, vengono
cristallizzati da autorevoli uffici studi di natura pubblicistica e privatistica (a titolo di esempio: Banca D’Italia, Nomisma, grandi reti di intermediazione immobiliare) e persino dalla Agenzia delle Entrate, la quale pubblica periodicamente i dati del suo Osservatorio Immobiliare (O.M.I.). Quest’ultimo database, sebbene non dia quotazioni in tempo reale – sono disponibili, quartiere per quartiere di ogni comune italiano, quelli del semestre precedente – costituisce una banca dati molto affidabile anche per determinare lo “storico” dei valori espressi negli anni precedenti, dando così alla magistratura di merito parametri semplici e di facile verifica che non richiedono l’ausilio di consulenti tecnici di ufficio (CTU).
Ovviamente, l’architrave di un simile sistema di equità rimane comunque l’apposizione di un termine al godimento esclusivo della casa coniugale, eventualmente prorogabile su richiesta di parte e solo per gravissime motivazioni (es. malattia grave del coniuge assegnatario o di un figlio convivente). Solo così, infatti, si attribuirebbe alla assegnazione della casa coniugale la sua naturale caratteristica di strumento a tempo determinato (e non indefinito) e si sanerebbero così gli effetti di decisioni che incidono negativamente sugli individui ed anche sul patrimonio familiare da trasmettere alle generazioni successive. Peraltro tale ultima misura – l’apposizione del termine massimo – non necessiterebbe di alcun intervento normativo per essere attuata in tutti i tribunali, poiché le attuali modalità di assegnazione della casa sono conseguenza di una prassi di origine giurisprudenziale e, come tali, modificabili in sede di decisione a totale discrezione e “libero convincimento” del magistrato. Tuttavia, se la discrezionalità usata nei tribunali ha prodotto fino ad oggi tale stato di cose, il passaggio parlamentare appare imprescindibile.
Il fatto che per più di due anni, da quel marzo 2022 in cui la Federal Reserve ha aumentato per la prima volta i tassi di interesse, l’economia Usa sia andata bene nonostante l’aumento dei tassi di interesse, non significa che non si rischi una recessione. Certo non è detto che un’economia cada sempre in recessione se i tassi di interesse rimangono a livelli elevati per un periodo prolungato. Tuttavia, le probabilità non sono a nostro favore e il secondo trimestre 2024 ha fornito poche prove che questa volta potrebbe essere diverso, nonostante gli ottimi risultati dei mercati finanziari che potrebbero indurci a pensarla in altro modo.
L’esaurimento del risparmio in eccesso delle famiglie statunitensi costringerà i consumatori a risparmiare di più, in un momento in cui la crescita dei salari si sta normalizzando e la disponibilità di credito è limitata da standard di prestito più rigidi da parte delle banche, con conseguente riduzione dei consumi. Il risultato è che la crescita delle vendite reali al dettaglio è negativa da tempo, mentre i tassi di insolvenza sui debiti delle famiglie sono in aumento e potrebbero raggiungere un livello preoccupante entro l’autunno. D’altra parte, la fascia più alta della popolazione, in termini di reddito, che rappresenta il 40% della spesa discrezionale, sta continuando a spendere, ma non si sa quanta domanda repressa rimanga. Inoltre, la sua propensione marginale al consumo è bassa. Finché i tassi d’interesse rimarranno elevati, ci aspettiamo che i consumatori congelino la loro volontà di spesa.
L’aumento dei tassi di interesse ha effetti negativi anche sul mercato immobiliare, che presenta evidenze contraddittorie: nelle case monofamiliari continua a esserci carenza di offerta, mentre vi è eccesso nel mercato multifamiliare, il quale sta portando a un rallentamento delle vendite. Inoltre, molti proprietari non sono disposti a cambiare casa perché ciò comporterebbe la stipulazione di un nuovo mutuo molto più costoso. Poiché il mercato immobiliare rappresenta una grande fonte di crescita economica, ci aspettiamo che l’attuale rallentamento abbia effetti rilevanti sull’economia, a partire dal mercato del lavoro.
In effetti, l’ultimo trimestre ci ha suggerito che il mercato del lavoro ha iniziato a raffreddarsi. Il tasso di disoccupazione è passato dal minimo del 3,4% di gennaio 2023 al 4,1% di giugno di quest’anno. Il dato più preoccupante è che negli ultimi tre mesi è aumentato costantemente (dal 3,8% al 4,1%). Contemporaneamente, il numero di lavoratori temporanei sta crollando. Perché è importante? Perché le aziende tendono a licenziare i lavoratori part-time prima di iniziare a tagliare i dipendenti a tempo pieno. La storia dimostra che quando il tasso di disoccupazione inizia a salire, tende ad auto-alimentarsi, poiché la perdita di posti di lavoro porta a una riduzione dei consumi, che a sua volta porta a un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Una conferma del deterioramento del mercato del lavoro viene anche dal lato della domanda: il numero recente di nuove assunzioni è stato scarso, se si escludono quelle effettuate negli uffici pubblici e nel settore sanitario. Allo stesso modo, il tasso di apertura dei posti di lavoro puntano tutti nella stessa, cupa direzione.
Raffreddamento dei consumi, allargamento delle crepe nel mercato immobiliare e indebolimento del mercato del lavoro: ci sono tutti gli ingredienti necessari perché la Fed inizi a tagliare i tassi in modo aggressivo. Eppure, la banca centrale esita. L’origine di questa impasse è ancora una volta il timore che un taglio dei tassi troppo precoce possa scatenare una seconda ondata di inflazione. Mentre anni di inflazione contenuta hanno compensato i picchi registrati nel recente passato, ora siamo tornati al trend di lungo periodo e quindi un’inflazione superiore alla media rischierebbe di disancorare le aspettative a lungo termine, con lo spettro degli anni ’70 che aleggia tra
le mura del Marriner S. Eccles Building. La buona notizia è che l’inflazione, dopo un inizio d’anno sorprendentemente forte, sta ora regredendo inesorabilmente verso l’obiettivo della Fed. Rispetto al trimestre precedente, siamo più fiduciosi che i prezzi continueranno a scendere nei prossimi mesi, poiché le variabili di “catch-up” stanno per entrare in gioco. Ad esempio, il tasso di crescita degli affitti dei nuovi inquilini è quasi nullo, il che ridurrà il tasso di crescita medio degli affitti, poiché i contratti esistenti che scadono vengono rinnovati a prezzi più bassi.
Purtroppo, le buone notizie finiscono qui. Una recessione non è un evento a probabilità zero. Sebbene non ci aspettiamo qualcosa di simile a quello verificatosi durante la grande crisi finanziaria, il nostro orientamento è in netto contrasto con il crescente ottimismo dei principali Ceo sulla possibilità di evitare una recessione. Con un’economia in rallentamento e la Fed incapace di tagliare in modo aggressivo, l’unica ancora di salvezza in circolazione è uno stimolo fiscale da parte del governo. Tuttavia, considerando lo stato (delicato?) del bilancio pubblico statunitense, è altamente improbabile che possa essere implementato. Piuttosto, è probabile che la necessità di ridurre il deficit di bilancio diventi un detrattore della crescita economica in futuro.
MILANO. Milano è la città che da sempre attira investitori. Gli importanti interventi di riqualificazione che hanno interessato la città negli ultimi anni hanno determinato la crescita dei valori più significativa in Italia. Tra le aree che ancora potranno beneficiare degli interventi in corso ci sono quelle a ridosso dei due importanti progetti attualmente in essere: scalo Farini e scalo di Porta Romana. Parliamo dei quartieri di Bovisa (dove, tra l’altro, sorge anche l’Università), Maciachini e della stessa zona che si sviluppa intorno a via Farini. Discorso simile per l’area dove ci saranno gli interventi per le Olimpiadi (ad esempio la zona più periferica di coso Lodi). Parliamo di quartieri periferici, con prezzi bassi e che hanno ancora margini di aumento, sebbene gli effetti della riqualificazione siano stati in parte già scontati. Rendimento medio atteso +5%.
ROMA. A Roma i quartieri intorno ai punti turistici di attrazione sono sempre ambiti dagli investitori anche se hanno prezzi elevati e chi investe deve mettere in conto budget importanti, soprattutto in centro. Uno dei quartieri che potrebbe subire una riqualificazione nei prossimi anni è Pietralata, dove si prevede la realizzazione di un importante polo tecnologico, Rome Technopole. Gli ottimi collegamenti del quartiere con l’università “La Sapienza” e la presenza della metropolitana sono elementi ulteriori per agganciare gli investitori. Sorgerà qui anche il nuovo stadio della Roma. Rendimento medio atteso +3%.
NAPOLI. Napoli è la città che, negli ultimi anni, ha visto una vera e propria corsa all’investimento con finalità turistico ricettivo, in seguito all’incredibile aumento dei flussi turistici. Uno dei quartieri che potrebbe riqualificarsi e rivalutarsi in termini di prezzi è San Giovanni a Teduccio, dove si prevede lo sviluppo del polo universitario già potenziato con l’arrivo della “Apple Developer Academy”, la riqualificazione del lungomare, delle spiagge e la nascita di nuove costruzioni, spazi per la collettività e aree verdi in luogo dell’area di “Taverna del Ferro”. Rendimento medio atteso +5%.
BOLOGNA. Su Bologna potrebbe essere interessante guardare all’area di San Donato-San Donnino e a quella della Bolognina. La prima, dove si concentrano importanti facoltà universitarie, sarà coinvolta nel progetto della cosiddetta “Silicon Valley Emiliana”. Attorno a via Stalingrado sorgerà infatti “Tek”, 277 ettari, un distretto tecnologico che cambierà l’intero volto dell’area includendo anche aree verdi, viabilità nuova, poli scientifici. Si prevede anche la riqualificazione delle aree dismesse come l’ex Caserma Sani e le Officine Casaralta. Aspettative di miglioramento, dunque, per il quadrante nord di Bologna, dalla Fiera verso l’A13. Rendimento medio atteso +3%.
TORINO. A Torino sempre interessante la zona di Lingotto. Continua a crescere l’interesse per il quartiere, in seguito all’ apertura del palazzo della “Regione Piemonte”, e all’aumento degli eventi che si svolgono, primo fra tutti il “Salone del Libro” che porta in zona numerosi turisti. Vanno avanti i lavori per la “Città della Salute”, in particolare per la nascita del polo di Medicina. Oggi gli investitori cercano soprattutto spazi da destinare alla ristorazione o per aprire supermercati ma anche sul mercato residenziale si nota un maggiore interesse. Rendimento medio atteso +3%. 
Quante annualità di stipendio servono per comprare una casa da investimento? Secondo l’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa occorrono (media Italia) 7,1 annualità di stipendio per acquistare casa nelle grandi città. Milano si conferma la città in cui ne occorrono di più: 13,4. Il capoluogo lombardo, infatti, con un prezzo medio di 4.219 euro al mq – e che arriva a 9.000 nelle vie centrali – si conferma la città più costosa d’Italia. Seguono la Capitale con 9,5 e Firenze con 9,2 annualità. Le città meno costose e con prezzi più contenuti sono quelle in cui ne occorrono di meno, Palermo (prezzo medio 1.146 euro al mq) e Genova (1.114 euro al mq), rispettivamente con 3,6 e 3,5 annualità. Di conseguenza, investire in immobili capaci di ricettività turistica in queste ultime due città e zone limitrofe, in considerazione del basso rapporto numero-stipendi-annuali/prezzo, consente di ricavare rendimenti lordi ben superiori rispetto a quelli di Milano e Roma. Le differenze relative al prezzo dei soggiorni giornalieri, infatti, non consentono di compensare con il maggior reddito il maggior prezzo pagato da una città all’altra.
Un esempio* chiarirà meglio il concetto. Per un immobile da 50 mq con due camere e 4 posti letto da adibire a Bed&Breakfast, a Milano è necessario investire mediamente circa 211.000 euro mentre a Palermo circa 57.000 euro. Ebbene, i prezzi giornalieri di soggiorno offerti ai turisti nei Bed&Breakfast sono pari mediamente a 138 euro a Milano e a 89 euro a Palermo. Ipotizzando prudenzialmente una capacità ricettiva di 200 giorni l’anno complessivi per ogni camera, il reddito lordo annuale nella capitale lombarda sarà pari ad euro 55.200, mentre a Palermo sarà pari ad euro 35.600. A questi ricavi lordi vanno sottratte le imposte (cedolare secca del 21%) e le spese annuali di funzionamento (pulizie, forniture e utenze: circa 5.000 euro), che sono
assolutamente simili da Nord a Sud e portano i ricavi netti ad euro 38.600 per il Bed&Breakfast di Milano e ad euro 23.100 per quello di Palermo. Il maggior ricavo del Bed&Breakfast milanese (+67%) rispetto a quello palermitano, tuttavia, deve essere rapportato al maggior prezzo richiesto dall’investimento (+270%), e questo penalizza il rendimento annuale del primo (18,3%) rispetto a quello del secondo (40,5%). In pratica, a Milano serviranno 5,46 anni per “ripagare” interamente l’investimento nella stessa tipologia di immobile, mentre a Palermo di anni ce ne vorranno soltanto 2,47.
Ovviamente, l’esempio fatto presenta alcune semplificazioni concettuali (non è stata calcolata nel conteggio la quota di ammortamento annuale dell’investimento e l’eventuale quota di ammortamento dei costi di medi di ristrutturazione), che richiederebbero ulteriori precisazioni di convenienza sulla proiezione elaborata. E se qualcuno dovesse obiettare che a Milano i giorni di “piena occupazione” delle camere potrebbero essere più di 200 l’anno, stessa cosa potrebbe dirsi per Palermo (o qualunque altra città marina del Sud), dove il flusso turistico post-pandemia è diventato impressionante e le strutture ricettive, in continua crescita numerica, spesso non riescono a soddisfare la domanda. ac
Grazie a questi due fattori, il mercato globale dei servizi di consulenza per le organizzazioni in ambito ESG e di sostenibilità entro il 2028 arriverà a superare i 48 miliardi di dollari di valutazione, con un tasso annuo di crescita composto del 27%. L’analisi rileva che il mercato è cresciuto notevolmente negli ultimi due anni, in termini di domanda della clientela aziendale e numero di società di consulenza attive, facendo registrare nel corso del 2023 un fatturato complessivo di 14 miliardi di dollari. In particolare, a spingere il trend di crescita ha
contribuito molto la più stringente regolamentazione delle prestazioni in ambito ESG, che ha costretto le organizzazioni ad adattarsi ai nuovi requisiti di conformità onde evitare di dover subire gli effetti negativi derivanti da eventuali rischi di contenziosi e cause miliardarie per il c.d. greenwashing. Inoltre, anche la crescente pressione esercitata sulle aziende da parte di consumatori, opinione pubblica e investitori, che obbliga le aziende a dimostrare l’impegno costante e reale nei confronti dell’ambiente e della responsabilità sociale, ha contribuito a consolidare il trend di crescita.
Ci sono poi le ricadute sul lato finanziario con gli investitori istituzionali e i gestori patrimoniali di fondi sostenibili, che incorporano sempre più spesso i criteri ESG nelle decisioni d’investimento, e anche i membri dei consigli d’amministrazione analizzano più attentamente l’impatto reale delle prestazioni ESG dell’organizzazione. La consulenza in materia di ambiente e sostenibilità svolge dunque un ruolo sempre più centrale nell’affrontare le crescenti sfide globali e i consulenti in questo campo devono essere al corrente delle costanti evoluzioni delle normative ESG nazionali e internazionali, oltre a saper analizzare, sfruttare e valorizzare i dati generati in questo campo, consigliando in modo ottimale le decisioni operative e di investimento che le aziende devono prendere.
Una delle chiavi che contribuiscono a dare valore alla consulenza aziendale in ambito ESG è rappresentata da un approccio scientifico, basato su un’attenta analisi dei dati anche grazie al supporto degli innovativi supporti digitali. L’Italia è pioniera in questo campo grazie ad aziende come
Uno dei problemi più attuali che si trovano a dover affrontare le società attive nel mercato dei servizi di consulenza in ambito ESG riguarda la mancanza di un parametro univoco, internazionalmente riconosciuto, di valutazione e misurazione del livello di sostenibilità di un’azienda, basato sull’unione degli strumenti analitici, senza che siano presi in considerazione separatamente. Da qui la nascita di SI Rating, l’algoritmo sviluppato da ARB SB in collaborazione con SASB, Sustainability accounting standard board, organizzazione senza scopo di lucro, riferimento mondiale per l’analisi dei rischi finanziari ESG che permette alle aziende, di ogni settore e dimensione, di poter misurare, monitorare e comunicare le performance di sostenibilità e ESG, individuando rischi e opportunità.
I dati economici della regione asiatica continuano a indicare uno scenario di crescita relativamente debole all’interno delle economie più grandi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. La crescita delle esportazioni di questi paesi è rallentata a maggio. In controtendenza, le esportazioni dei paesi Asean sono migliorate nel corso del mese. Il forte dollaro Usa ha continuato a spingere l’Asia Dollar index verso il minimo dell’anno con una performance negativa del -3,4% annuo. Lo yen ha toccato i minimi da 38 anni a questa parte contro il dollaro Usa, provocando un forte intervento verbale da parte delle autorità giapponesi. Tuttavia, per interrompere questa spirale speculativa è necessaria un’azione coraggiosa da parte della BoJ, con interventi effettivamente massicci. Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali statunitensi e quelli giapponesi farebbe propendere per un rafforzamento dello yen.
Le tensioni geopolitiche regionali sono attualmente concentrate nelle Filippine. Le acque contese che circondano le isole Spratly, attribuite alle Filippine dalla Corte internazionale di arbitrato, ma non riconosciute dalla Cina, hanno visto due collisioni tra navi governative di entrambi i paesi e ulteriori provocazioni da parte della Cina. Tuttavia, non si prevede che questo tipo di provocazioni cinesi sfocino in un conflitto diretto e sono comuni in altre aree contese del mare cinese. Abbiamo ridotto leggermente l’esposizione alla Cina a causa della continua elevata volatilità del mercato azionario, ma abbiamo mantenuto una posizione sovrappesata nel paese. Il fondo rimane sovrappesato in Corea del Sud, Giappone, Filippine e Indonesia.

primo turno si è affermato il Rassemblement National di Marine Le Pen. L’aumento dell’incertezza politica che ne è derivato, unito ai crescenti rischi che ciò possa danneggiare le finanze pubbliche francesi, ha portato il differenziale di rendimento dell’OAT decennale francese rispetto alla Germania a 84 pb (+35 pb), il livello più alto degli ultimi 12 anni, con il rendimento dell’OAT decennale al 3,28%, mentre il rendimento del Bund è sceso di 22 pb al 2,4%. L’incertezza politica in Francia ha avuto un impatto anche sugli spread di altri paesi periferici: lo spread BTP-Bund è salito di 30 pb a 160 pb, con il 10Y al 4%.
Come ampiamente previsto, la Commissione europea ha proposto al Consiglio l’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia (e di altri sei Paesi). Non vediamo alcun impatto rilevante a breve termine dalla richiesta di procedura d’infrazione. Lo sforzo per il bilancio italiano non è significativo ed è in gran parte già previsto nel percorso programmatico del governo, che tuttavia ha margini di manovra limitati. Giudichiamo positivamente le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giorgetti (nella foto), che ha rafforzato il concetto di “percorso di cautela” e “selettività” sulla finanza pubblica.
Negli Stati Uniti, l’ufficio di bilancio del Congresso ha pubblicato nuove proiezioni che indicano che il deficit federale dovrebbe essere di 1,9 trilioni di dollari, pari al 6,7% del Pil, nell’attuale anno fiscale 2024. Questa proiezione è superiore di oltre 400 miliardi di dollari rispetto alle previsioni di febbraio. Inoltre, si prevede che il deficit si ridurrà solo marginalmente nei prossimi anni, raggiungendo un minimo del 5,5% del Pil nel 2027, prima che l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi di servizio del debito lo riportino verso il 7% del Pil entro un decennio. Anche se riteniamo che i tassi rimarranno strutturalmente più alti rispetto al recente passato, la riduzione del costo del debito ci sembra l’unica strada politicamente percorribile per gestire la crescita del debito pubblico, motivo per cui ci aspettiamo che la Fed riduca i tassi il prima possibile. Questo scenario è favorevole alle azioni nel medio termine.
Il nostro scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti (in particolare dei consumi) e le banche centrali che ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali, prima la Bce, poi la Fed. In questo contesto continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. I temi chiave del nostro portafoglio rimangono il Green capex, con titoli come Danieli e Prysmian che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori, e la transizione energetica, dove confermiamo il nostro posizionamento sempre su Prysmian.
Nel primo semestre del 2024, in particolare, i volumi maggiori rispecchiano quasi fedelmente i dati regionali sul PIL in scala decrescente. Pertanto, si riscontra un volume maggiore di ricerche di abitazioni fino a 50 mq nel Nord-Ovest, seguito dal Centro, dal Nord-Est, dal Sud e dalle Isole. Le regioni in cui si sono cercate di più le case piccole sono la Lombardia, il Lazio, la Toscana, la Liguria e il Piemonte, mentre i dieci capoluoghi dove le ricerche di questo tipo di case sono più elevate sono Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Genova, Palermo, Bari e Catania. Per quanto riguarda le case piccole da acquistare, il podio è invariato: Roma, Milano e Torino in testa, seguite da Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Palermo, Bari e Catania. Per la ricerca delle case piccole in affitto, invece, Milano supera Roma. Al terzo posto troviamo Torino, seguita da Bologna, Napoli, Firenze, Genova, Palermo, Catania e Parma.
La tipologia di casa piccola più cercata è l’appartamento. Il bilocale è il taglio più cercato seguito dal monolocale e dal trilocale. Le case piccole più cercate in vendita hanno un prezzo da 50.001 euro a 100.000 euro, seguite da quelle fino a 50.000 euro e tra 100.001 euro e 200.000 euro. Le case piccole più cercate in affitto hanno un prezzo da 401 euro a 600 euro seguite da quelle da 601 euro a 800 euro e tra 201 euro e 400 euro. Per quanto riguarda i prezzi di vendita, a luglio 2024 le case fino a 50 mq sono più costose al Nord-Ovest, con un prezzo medio di 125.650 euro, seguito dal Nord-Est con 121.662 euro, dal Centro con 113.321 euro, dalle Isole con 89.107 euro e dal Sud con 68.800 euro.
Le regioni dove le case di piccola metratura costano di più sono il Trentino-Alto Adige, con un prezzo medio di vendita di 174.920 euro e una metratura media di 43 mq, la Liguria con un prezzo medio di 149.985 euro per 43 mq medi e la Lombardia, con un prezzo medio di 131.018 euro per 43 mq, mentre la regione meno costosa è la Calabria con un prezzo medio di 48.628 euro per 42 mq. Tra i capoluoghi, Milano è il più costoso per l’acquisto di una casa piccola. Qui il prezzo medio è 249.707 euro (42 mq). Sul secondo gradino del podio si posiziona Bolzano, dove il prezzo medio è 223.033 euro per una metratura media di 42 mq. Al terzo posto troviamo Venezia, con un prezzo medio di 204.429 euro (per una media di 43 mq). Il capoluogo dove l’acquisto di una casa è meno oneroso è Taranto (36.889 per 43 mq).
Per quanto riguarda i canoni di affitto, il Nord-Ovest si conferma il più costoso per chi intende affittare una casa di piccole dimensioni, con un canone mensile medio di 1.100 euro e una metratura media di 41 mq, seguito dal Centro con 1.071 euro per 41 mq medi, dal Nord-Est con 1.025 euro per 42 mq, dalle Isole con 705 euro per 41 mq medi e dal Sud con 700 euro per 42 mq. La regione con i canoni più alti per le case piccole è la Valle d’Aosta, con una richiesta media di 1.669 euro al mese per 42 mq, seguita dalla Toscana con 1.222 euro medi per 42 mq e dalla Lombardia con 1.216 euro in media per 41 mq. La regione dove i canoni sono più bassi, invece, è l’Umbria con un canone mensile medio di 423 euro per 41 mq.
Tra i capoluoghi, Como registra i prezzi più elevati con un canone mensile medio di 1.703 euro per una metratura media di 41 mq. Al secondo posto c’è Milano, con una richiesta mensile media di 1.332 euro per una metratura media di 41 mq e al terzo posto Firenze con un canone medio di 1.297 euro al mese per 41 mq. Il capoluogo dove è più conveniente affittare una casa di piccola metratura è Isernia, con 270 euro al mese per una metratura media di 31 mq.
Nonostante il 52% del campione ritenga che l’inflazione possa influire sui programmi di viaggio, il budget medio cresce: 2.041€, anche se inferiore alla media europea (2.446€), ma superiore del 15% rispetto al 2023. Inoltre, cresce l’interesse per le destinazioni extra-UE grazie al loro carattere esotico, al basso costo della vita locale e alle favorevoli variazioni nei tassi di cambio. Per contro, i conflitti armati (51%, +23% rispetto al 2023), le motivazioni economiche (58%, +5% rispetto al 2023) e il rischio di fenomeni naturali estremi, incluso il caldo eccessivo, influenzano la scelta della destinazione; la salute e la sicurezza personale rimangono le principali preoccupazioni dei viaggiatori.
Secondo
In Sud America, invece, una meta da tenere in considerazione è il Cile (-13.55%), poiché il Peso cileno ha registrato un crollo dell’8,4% rispetto all’Euro, non bilanciato dall’inflazione. Il potere di acquisto dell’Euro in Brasile, in Perù e Colombia è invece rimasto sostanzialmente invariato, mentre è diminuito in Messico (-5.30%). Al contrario, il Sudafrica è notevolmente più economico, con un potere d’acquisto dell’euro in aumento (2,92%), mentre alcune destinazioni esotiche (Emirati Arabi Uniti e gli stessi Stati Uniti) confermano nuovamente la loro posizione tra le mete più gettonate dagli italiani, sebbene non offrano vantaggi finanziari significativi (rispetto al giugno scorso, l’Euro ha guadagnato l’1,66% rispetto al Dirham degli Emirati Arabi Uniti e circa il 2% rispetto al Dollaro statunitense). Tuttavia, anche se il cambio non è conveniente in queste località, il rapporto qualità-prezzo della tariffa aerea è una delle motivazioni per le quali vengono scelte queste mete, come evidenziato dal Travel Trends di Skyscanner. Nel 2024, i prezzi dei voli per Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) sono infatti diminuiti del 37%.
In conclusione, il 2024 si preannuncia come un’annata record per il turismo internazionale. Secondo l’ultimo Barometro mondiale del turismo dell’UNWTO, il settore recupererà completamente i livelli pre-pandemici nel 2024, con un aumento del 2% rispetto ai livelli del 2019. Si prevede che il turismo cinese, sia in entrata che in uscita, subirà un’accelerazione nel corso dell’anno, grazie alla facilitazione dei visti e al miglioramento della capacità aerea. Tuttavia, ostacoli economici come l’inflazione persistente, i tassi di interesse elevati e i prezzi del petrolio volatili, insieme alle tensioni geopolitiche, continuano a porre sfide significative alla ripresa sostenuta del turismo internazionale.








