Luglio 26, 2026
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In primo piano

I BRICS e la “de-dollarizzazione” degli scambi internazionali: opportunità per l’Economia Globale?

L’Iran sollecita i BRICS a creare una nuova valuta comune che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Di Valerio Giunta*

Quello dei c.d. BRICS è un raggruppamento delle economie mondiali emergenti formato inizialmente dai Paesi le cui iniziali a suo tempo formavano l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con l’aggiunta del Sudafrica nel 2010. L’ingresso di cinque nuovi membri – Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha portato i BRICS a comprendere ora 10 paesi, con una popolazione di circa 3,5 miliardi di persone, pari al 45% della popolazione mondiale, e un PIL che rappresenta circa un terzo dell’economia globale. Non c’è, invece, l’Argentina, che era stata invitata a unirsi ai BRICS in estate, ma venerdì 29 dicembre 2023 il presidente Javier Milei ha inviato una lettera ai membri del gruppo definendo “non opportuno” l’ingresso dell’Argentina. 

In ogni caso, questa espansione costituisce una sfida rilevante per gli Stati Uniti e le economie occidentali, a lungo dominanti nell’arena economica mondiale. Infatti, adesso i BRICS rappresentano anche la più seria alternativa al G7, di cui la Russia non fa più parte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ed emergono come un’alternativa al modello statunitense, privilegiando la cooperazione e la solidarietà tra paesi emergenti: sono accomunati dal piano di una agenda politica che vuole essere un’alternativa anti-occidentale e che guarda verso il Global South. Le aree di cooperazione vanno dalla politica alla sicurezza, dalla cooperazione economica a quella finanziaria, fino a quella culturale; tanto più che il piano di espansione prevede l’adesione di almeno altri venti paesi, il cui obiettivo è quello di “de-dollarizzare” gli scambi commerciali. Infatti, il nuovo membro dei BRICS, l’Iran, sta sollecitando l’alleanza a creare una nuova “valuta comune” che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Dietro le motivazioni di carattere economico, tuttavia, si celano quelle di natura politico/internazionale. Infatti, l’obiettivo di Iran e Russia è quello di liberarsi dalle catene di sanzioni statunitensi riducendo l’egemonia del dollaro, e una nuova valuta certamente aiuterebbe non poco a ridurre gli effetti delle sanzioni. Su tutto, spicca l’insofferenza per il fatto che le nazioni occidentali hanno il controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che con i loro prestiti sono i maggiori creatori di debito estero per le nazioni in cui intervengono.

I BRICS, pertanto, si propongono di avere la rappresentanza delle economie emergenti, e del continente africano in particolare. Per farlo, nel 2014 i paesi BRICS hanno fondato la New Development Bank (NDB), che ha lo scopo di prestare denaro per sostenere la crescita dei paesi aderenti e/o emergenti, e alla fine del 2022 la banca aveva prestato quasi 32 miliardi di dollari per nuove strade, ponti, ferrovie e progetti di approvvigionamento idrico. Questo è uno degli obiettivi primari della Cina tra i BRICS, attraverso i quali sta cercando di accrescere il suo potere e la sua influenza, soprattutto in Africa.

Per gli investitori, l’allargamento dei BRICS comporta sia rischi che opportunità. La crescente competitività economica dei paesi BRICS presenta rischi quali la concorrenza pressante in vari settori, valute volatili e possibili barriere commerciali. D’altra parte, l’espansione dei mercati emergenti offre opportunità di diversificazione nei portafogli degli investitori, dalle infrastrutture in Cina (strade, ferrovie e porti) alle risorse naturali (Petrolio, gas naturale e metalli) fino alla Ricerca e Sviluppo, nei quali i governi e le imprese BRICS investono molto. I titoli delle aziende – governative e private – che investono in questi settori promettono rendimenti elevati, ma bisogna avere consapevolezza dei rischi legati alla volatilità delle valute e alle potenziali barriere commerciali associate a tali investimenti. Pertanto, la diversificazione e la valutazione ponderata dei rischi sono fondamentali per un approccio prudente agli investimenti nei BRICS.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Blümke, ETHENEA: la Bce sarà la prima a tagliare i tassi nel 2024

La crescita dei salari non scoraggia la BCE, mentre la FED sembra frenata dalle elezioni presidenziali. La Cina non sarà più la locomotiva della ripresa globale.

Di Michael Blümke, Portfolio manager di ETHENEA

Con il calo dell’inflazione, il ciclo di rialzo dei tassi della BCE è di fatto giunto al termine, ma, vista la crescita sostenuta dei salari e gli incentivi fiscali, sarebbe necessario proseguire con la politica restrittiva. Tuttavia, dubitiamo che la banca centrale sia sufficientemente paziente e perseverante per farlo. Al contrario, riteniamo che taglierà i tassi prima della FED, per non penalizzare l’economia.

I dati economici dell’Eurozona indicano una crescita debole per il quarto trimestre 2023, mentre gli indicatori anticipatori PMI (Purchasing Managers’ Index) rimangono in territorio negativo per il sesto mese consecutivo: più che un crollo, i dati economici segnalano un ristagno dell’economia. Il mercato del lavoro appare solido, ma la crescita dell’occupazione rallenta notevolmente. Dal momento che vengono creati sempre meno posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 6,5%. Sebbene vi siano i primi segnali di miglioramento nel settore manifatturiero e la fiducia dei consumatori si stia stabilizzando su un livello molto basso, le vendite al dettaglio continuano a scendere. In questo clima poco favorevole alla crescita e in assenza di una tendenza chiara, nei prossimi mesi l’autorità monetaria europea sarà messa alla prova: abbassare i tassi d’interesse troppo presto sarebbe controproducente, in un contesto di inflazione persistente e stimoli fiscali costanti. Mentre, d’altro canto, mantenere una politica restrittiva troppo a lungo potrebbe aggravare la recessione. Con il calo dell’inflazione al 2,4%, e al 3,6% per l’inflazione di fondo, possiamo ritenere che il ciclo di rialzo dei tassi della BCE sia di fatto giunto al termine. Tuttavia la banca centrale non vorrà penalizzare l’economia e quindi potrebbe essere la prima a tagliare i tassi nel 2024.

Se poi guardiamo agli Stati Uniti, non dobbiamo aspettarci un eccessivo dinamismo da parte della FED, visto l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e in assenza di una recessione. Dopo un’espansione insostenibile di quasi il 5% annualizzato nel terzo trimestre, negli ultimi tre mesi dell’anno l’economia statunitense ha perso slancio, con una crescita del Pil prevista del 2%. Resta comunque improbabile una recessione nel prossimo futuro. Innanzitutto, l’imminente anno di elezioni garantirà che la politica fiscale rimanga espansiva, nonostante il disavanzo di bilancio record. In secondo luogo, i dati sui consumi americani sono incoraggianti. Quanto al mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 3,9% e le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono in lieve aumento. Malgrado questi primi segnali di rallentamento, le offerte di lavoro restano numerose e il numero totale di licenziamenti è ancora lontano dai livelli indicanti una recessione. L’inflazione ha continuato a scendere, ma le aspettative di inflazione rimangono elevate. Pertanto, probabilmente la FED resterà in attesa per qualche mese e, prima di intervenire, soppeserà attentamente i rischi di un’inflazione elevata e prolungata, rispetto a quelli di una stretta monetaria eccessiva.

Infine la Cina. La ripresa economica prosegue a un ritmo moderato nel quarto trimestre. In un contesto di crisi del settore immobiliare, le autorità continuano a fornire incentivi monetari e fiscali mirati, che stanno lentamente producendo i loro effetti e le prospettive di crescita sono in graduale miglioramento. La ripresa trainata dai consumi inizia a influire positivamente sulla produzione industriale. Tuttavia, gli investimenti continuano a risentire dell’impatto negativo del settore immobiliare e hanno ceduto l’11,3% rispetto al 2022. Le aspettative sull’attività economica futura si confermano deboli a novembre e segnalano un ristagno nei prossimi trimestri. Il rischio di deflazione è ancora concreto. Alla luce del ritmo lento della ripresa, la politica monetaria deve rimanere espansiva per favorire una ripresa autosufficiente. Tuttavia, la Cina è lontana dal diventare la locomotiva della prossima ripresa globale, come è avvenuto durante le ultime crisi.

Lemanik: in Asia puntare sul settore tech, spinto dall’intelligenza artificiale

Il tasso d’inflazione in Asia è in calo, con la Cina addirittura in deflazione grazie al calo dei prezzi dell’energia. Le valutazioni azionarie nella regione ASEAN sono interessanti.

“I mercati azionari asiatici si sono ripresi dopo il debole mese di ottobre. Il settore tecnologico è stato il principale motore del rally. I mercati ad alto contenuto tecnologico come la Corea del Sud, Taiwan e, in misura minore, il Giappone, hanno tratto il massimo profitto dal forte trend. Gli investitori continuano a considerare l’intelligenza artificiale come un importante trend di lungo periodo nel settore tecnologico. Le sorprese positive sugli utili trimestrali sono state un altro fattore trainante del mercato”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

In Cina, la notizia di un ulteriore sostegno governativo al settore immobiliare ha contribuito a stabilizzare i mercati azionari. Il mercato ha accolto con favore i commenti su un’evoluzione verso il modello di edilizia sociale utilizzato a Singapore, ma è necessario che il governo compia ulteriori passi a causa delle enormi dimensioni dell’attuale crollo del mercato. Gli investitori internazionali rimangono generalmente sottopesati nelle azioni cinesi. Infatti, sebbene la situazione geopolitica regionale abbia beneficiato leggermente dell’incontro tra Biden e Xi Jinping a margine della riunione APEC di San Francisco, considerando la scarsa base delle relazioni il principale punto positivo al momento potrebbe essere la ripresa dei contatti militari ad alto livello, che si spera possa contribuire a ridurre le attuali provocazioni nel Mar Cinese Meridionale.

I dati economici regionali hanno mostrato una continua debolezza dell’industria manifatturiera della regione asiatica. Fanno eccezione le Filippine, che hanno registrato una crescita del Pil del 5,9% nel terzo trimestre, superiore dell’1,2% alle aspettative. Il tasso d’inflazione regionale è in calo, con la Cina che è addirittura in deflazione. Prevediamo che questa tendenza continui grazie al calo dei prezzi dell’energia. “In questo contesto, abbiamo aumentato ulteriormente la ponderazione verso il segmento tecnologico e preso parzialmente profitto nelle posizioni esistenti”, sottolinea Zimmermann. “La posizione nei confronti della Cina/Hong Kong è inferiore al benchmark e vorremmo vedere una politica più chiara nei confronti della crisi immobiliare e misure di sostegno come un taglio dei tassi d’interesse“.

Con circa il 30%, il Giappone rimane il Paese con la maggiore allocazione all’interno del fondo. Le sorprese positive sugli utili, le basse valutazioni azionarie, i bilanci solidi e l’aumento dei buy-back sosterranno le attuali valutazioni. Il governo giapponese sta valutando di aumentare in modo significativo i limiti di investimento annuali dei conti NISA esenti da imposte. Ciò sosterrà un forte flusso di nuovi capitali in questi prodotti azionari. “Abbiamo deciso di chiudere la copertura sullo yen rispetto all’euro. I rischi di un eventuale aggiustamento del controllo della curva dei rendimenti da parte della BoJ comporterebbero un movimento al rialzo della valuta giapponese”, conclude Zimmermann (nella foto). “All’interno del fondo rimaniamo sovrappesati nelle azioni ASEAN. Le valutazioni azionarie in questa regione sono interessanti dopo quasi quattro anni di rendimenti di mercato negativi. Ciò riflette anche la nostra visione più positiva sull’Asia Dollar Index rispetto al dollaro Usa. Esiste una forte correlazione positiva tra le valute asiatiche forti e i mercati azionari asiatici. Gli investitori globali sono attualmente ampiamente sottopesati nelle azioni dei mercati emergenti. Ci aspettiamo che la debolezza del dollaro Usa li costringa a riconsiderare la loro scarsa esposizione ai mercati emergenti“.

EFPA Italia ufficializza i primi professionisti certificati EIS

Si è tenuta il 14 dicembre la prima sessione d’esame a livello europeo della nuova certificazione in ambito assicurativo EIS – European Insurance Specialist. La percentuale dei promossi è del 92%.

EFPA Italia dà il benvenuto ai primi professionisti certificati EIS. Il 92% dei candidati ha superato la prova, entrando così da pionieri nella nuova community di professionisti del risparmio con una conoscenza certificata EFPA in materia assicurativa.  La Fondazione è la prima EFPA locale a mettere a punto il programma della nuova certificazione EIS, facendo quindi da apripista in ambito europeo, per poi trasferire la propria esperienza a livello continentale agli altri paesi affiliati EFPA.

L’obiettivo della nuova qualifica EIS è di garantire a tutti i professionisti che operano nel settore assicurativo specifiche competenze finanziarie, utili a fornire ai propri clienti un servizio di consulenza quanto più completo e sicuro. “Nel corso della sua ultra ventennale esperienza nella certificazione delle competenze tecniche di coloro che, a vario titolo, si occupano di consulenza economico-finanziaria, EFPA si è dimostrata sempre lungimirante e anche questa volta ha risposto prontamente alle esigenze formative del mercato”, ha commentato il Presidente di EFPA Europe, Emanuele Carluccio (nella foto). Nei prossimi anni gli operatori della consulenza assicurativa (agenti, subagenti, intermediari, broker) saranno chiamati ad una collaborazione sempre più assidua con i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, perché la distribuzione di prodotti assicurativi nell’ambito dei servizi di consulenza potrà essere di reciproco supporto e di reciproca utilità. Per questo abbiamo pensato ad un percorso di certificazione che consenta agli operatori del settore assicurativo di acquisire le nozioni tecniche necessarie per la valutazione dei prodotti di risparmio gestito e per la costruzione di portafogli diversificati nell’ambito dei prodotti assicurativi a prevalente contenuto finanziario. Al tempo stesso, la nuova qualifica permetterà ai consulenti e ai professionisti già certificati di esaminare in maniera più ampia lo senario dei prodotti e del mercato assicurativo. Sono lieto che EFPA Italia sia stata la prima tra le affiliate a cogliere con convinzione questa opportunità arrivando a proporre una soluzione ottimale”.

Marco Deroma (nella foto), Presidente EFPA Italia, ha dichiarato: “Siamo fieri di lanciare per primi il nuovo percorso di certificazione EIS. Dopo il grande successo ottenuto dalla qualifica ESG Advisor, la prima di tipo specialistico introdotta da EFPA sul mercato, vogliamo continuare ad implementare questo filone, perché riteniamo che sia nell’interesse della consulenza finanziaria ampliare il perimetro delle conoscenze oltre quello tipico dei certificati già esistenti, per offrire sempre il meglio alla clientela. Alla luce della sempre maggiore rilevanza delle tematiche assicurative anche nel servizio di consulenza, pensando ai professionisti che hanno già conseguito uno dei livelli di qualifica EFPA (94 mila a livello europeo e 11 mila in Italia), ma anche ai colleghi che non hanno ancora intrapreso un percorso di certificazione delle loro competenze, abbiamo messo a punto un programma formativo EIS su misura anche per i consulenti finanziari. Una risposta concreta e quanto più completa possibile, che dimostra ancora una volta l’attenzione della Fondazione alle esigenze del mercato”.

L’Italia che muore. La “cura” dell’Unione Europea non funziona, e la classe media non c’è più

Il nostro Paese sta lentamente morendo sotto la scure della prima grande crisi economica dalla nascita dell’Unione Europea. Lo “scudo” dell’Europa non ha fornito fino ad oggi alcuna protezione ai cittadini.

Di Alessio Cardinale

Negli ultimi dieci anni, complice anche la pessima classe politica che ha governato l’Italia senza una vera alternanza di “visioni d’insieme” e interesse per i bisogni dei cittadini, il dibattito pro/contro l’Unione Europea ha finito con il distrarre l’attenzione – come fa qualunque confronto dai toni accesi e inconcludenti – da tutti quei reali problemi che, a distanza di più di venti anni dall’entrata nell’UE, oggi assumono contorni sempre più chiari.

In particolare, quella che nel 2001 sarebbe dovuta essere una “cura” per preservare l’economia del nostro Paese dagli attacchi finanziari speculativi e dalla cattiva politica, si è rivelata quasi del tutto inefficace: periodicamente il nostro debito pubblico si trova sotto attacco dei più spregiudicati hedge fund (2022-2023) e persino di alcune grandi banche tedesche e francesi (2011 e 2021); dall’Europa politicamente “illuminata” di Germania e Olanda non abbiamo preso alcun esempio di buongoverno; la “Questione Meridionale” rimane sullo sfondo di un sistema economico perennemente a due velocità (nonostante siano passati 162 anni dall’Unità); le segreterie dei partiti politici continuano a spadroneggiare imponendo i propri candidati – sempre più obbedienti e asserviti alle logiche delle lobby  – nell’amministrazione della Cosa Pubblica, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: Reddito, Trasporti e Infrastrutture rimangono allo stesso livello di trenta anni fa, Sanità e Scuola vengono gradualmente smantellate con gravi conseguenze per gli italiani in termini di mal practice e migliaia di decessi da ”malasanità”.

In più, si è accentuata la nuova ondata migratoria dei giovani, che lasciano il nostro Paese al ritmo di 100.000 ogni anno e trovano miglior fortuna in altri paesi dell’UE. E’ un fenomeno inarrestabile, ma in pochi riflettono  sugli effetti per la nostra ricchezza: negli ultimi dieci anni, quasi un milione di giovani e giovanissimi hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania e persino in Spagna, e in termini di PIL futuro, che ci viene a mancare, si tratta di una vera e propria ecatombe economica, tanto più che in Italia non si fanno più bambini ed il tasso di ricambio tra le risorse umane di generazioni successive ha una percentuale sempre negativa.

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Secondo i dati più recenti di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, oggi almeno il 63% delle famiglie in Italia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Quasi due nuclei familiari su tre, in sostanza, ammettono di avere difficoltà (più o meno gravi) a far quadrare i conti. Il dato è superiore di oltre 17 punti percentuali alla media Ue (45,5%). Nel dettaglio, il 6,9% denuncia grandi difficoltà, il 15,4% media difficoltà e il 41,7% che parla di difficoltà saltuarie. Sotto il profilo della povertà siamo a quota 24,2% (contro una media UE del 21,6%). In particolare, sono a rischio di povertà il 26,4% delle famiglie con figli a carico, contro il 22,6% delle altre, e questo spiega in modo eloquente perché in Italia si fanno sempre meno figli: in tanti lo vorrebbero ma non possono permetterselo, anche a causa dell’inflazione elevata.

Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Findomestic mantenere un figlio costa quasi 500 euro al mese, il 15% in più rispetto a un anno fa, a causa dell’inflazione. Pertanto, tutto dovrebbe suggerire al governo di intervenire subito, e garantire un salario minimo che spenga la moria di giovani che vanno all’estero per fare lo stesso lavoro che farebbero qui se solo gli stipendi non fossero da terzo mondo. Un esempio? Un impiegato di farmacia, con laurea e specializzazione, in Italia guadagna in media 1.500 euro netti al mese, in Irlanda (dove la casa, i trasporti e l’istruzione costano quasi il 70% in più che in Italia, ma non certo il triplo) ne guadagna 5.100 al mese al netto delle imposte.

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L’Italia dovrebbe investire immediatamente in Sanità, Scuola e Welfare, e invece è proprio su questi settori che si continua a tagliare, non ultimo il paventato taglio delle pensioni ai medici, che migrano verso il sistema sanitario privato al ritmo di 1.500-2.000 ogni anno. Il problema, tuttavia, è ben più ampio, e riguarda il profondo mutamento socio-economico avvenuto dai primi anni ’80 e amplificato dall’avvento dell’Euro: la scomparsa della classe “consumatrice” per eccellenza, ossia la Classe Media. Si parla della crisi della classe media occidentale da circa vent’anni, ricercandone la causa sia nella crisi generale del sistema capitalistico, sia nel predominio della Finanza, che ha determinato la scomparsa della produzione reale di beni a scapito dello scambio finanziario. Il risultato è stato la creazione di enormi gruppi che fanno le regole del gioco e che hanno escluso del tutto la classe media.

L’equazione “meno classe media uguale più povertà”, pertanto, è diventata una verità assoluta, cui i matematici potrebbero dedicare dimostrazioni e teoremi, prestandoli agli economisti; almeno a quei pochi che ancora non sono asserviti alle logiche delle grandi corporation. Con il Covid-19 tale equazione ha trovato la sua dimostrazione, e in diversi paesi la rottura tra classe media e “upper class” si è ulteriormente intensificata. Negli Stati uniti, per esempio, la ricchezza dei miliardari è aumentata del 44% da metà marzo 2020 a fine febbraio 2021, mentre il 50% delle persone con istruzione elevata aveva difficoltà a pagare le normali spese domestiche. In Europa, alla fine di luglio 2020 la ricchezza dei miliardari britannici era cresciuta del 35% rispetto all’anno precedente. L’economista Thomas Piketty (nella foto), nei suoi studi, ha sommessamente fatto notare che la situazione attuale è identica a quella precedente alla Rivoluzione Francese, poiché siamo nuovamente di fronte ad una nuova classe elitaria di “super-ricchi” che si contrappone a miliardi di persone che stentano a vivere decorosamente e, soprattutto, non consumano più come una volta, legati come sono agli acquisti di sopravvivenza o al mantenimento di un tenore di vita che non permette comunque alcuna prospettiva.

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La media borghesia, motore trainante di tutte le rivoluzioni industriali, ha lasciato il posto alla grande borghesia delle grandi imprese. Questo è ciò che accade, anno dopo anno, nel vecchio continente e nel Nord America; in altre parti del mondo, invece, sta nascendo una nuova classe media: nel continente africano (Marocco e Tunisia), in Brasile e in Cina, tutti paesi che viaggiano con tassi di crescita più alti dell’Italia e dove la classe media cambierà la struttura politica e sociale del paese in cui vive. Ma noi viviamo in Italia, e non facciamo niente per cambiarla, illudendoci che lamentarci ogni tanto sui social network – vero “binario morto” di tutti i dibattiti pubblici che una volta si svolgevano in piazza – possa scoraggiare anche per un solo istante quei pochi soggetti che reggono le fila del tutto.

Una soluzione del problema passerebbe per una inversione delle cause e degli effetti: se il predominio della finanza ha determinato la graduale scomparsa della produzione reale di moltissimi beni a beneficio dello scambio finanziario, allora la Finanza nel suo insieme (SGR, sicav, private equity etc) potrebbe scavalcare il circuito bancario e compensare gli effetti negativi di tale percorso storico, finanziando direttamente le attività reali, e cioè intervenendo direttamente, al posto delle banche, alla nascita di nuovi progetti imprenditoriali geolocalizzati (startup) o allo sviluppo di quelli esistenti e dei loro obiettivi di crescita, favorendo occupazione, reddito e PIL. Del resto, la nuova normativa europea, e la possibilità di attribuire anche alle SRL un codice ISIN, aiuterebbe molto nella creazione di un nuovo mercato regolamentato, sicuramente più volatile ma non meno promettente di quello “maturo”. Chi se ne farà carico, tirando le fila?

La Bce taglierà i tassi nel 2024, obiettivo 2% nel 2025. Sulla Fed c’è troppo ottimismo

Nel 2024 in Europa possibile un taglio di 100 punti base a partire da giugno. L’economia USA è ancora  robusta, e i quattro tagli dei tassi ipotizzati per il prossimo anno sono troppo ottimistici.

Di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager ETHENEA

Nessuna sorpresa dalla riunione del Consiglio direttivo della BCE che ha deciso – al pari di FED e BoE – di mantenere invariati i tassi di interesse di riferimento; sebbene si ritenga che l’inflazione, pur essendo diminuita negli ultimi mesi, potrebbe tornare a registrare un temporaneo incremento nel breve periodo.

Tale decisione è la naturale conferma di alcune indicazioni molto chiare di Christine Lagarde, che aveva recentemente sottolineato come la banca centrale possa ora vedere nitidamente con quanta forza e rapidità stanno avendo effetto i rialzi dei tassi del passato. Infatti, il tasso di inflazione è sceso in maniera sorprendente negli ultimi mesi: il tasso principale è sceso al 2,9% in ottobre e il tasso di base (esclusi i componenti energetici e alimentari più volatili) al 3,6%. Dal nostro punto di vista, è chiaro che il ciclo di rialzi dei tassi si è concluso a settembre. Il rapido calo dell’inflazione e un’economia stagnante fanno supporre che l’obiettivo di inflazione del 2% possa essere raggiunto già nel 2025. Nella sua ultima proiezione di settembre 2023, la BCE vede un’inflazione leggermente superiore al suo obiettivo nel 2025, ma questa previsione potrebbe modificarsi con le nuove proiezioni che sono state pubblicate durante le  recenti riunioni.

Gli accordi salariali del passato, alcuni dei quali sono durati diversi anni, continueranno a esercitare pressioni al rialzo sui prezzi anche in futuro. Al contrario, i prezzi dell’energia sono diminuiti in modo significativo, compensando efficacemente gli aumenti salariali. Alla fine, tuttavia, la banca centrale può dimostrarsi paziente. I timori per una ripresa dell’inflazione sono forti, dopo l’esperienza del 2022. I calcoli preliminari mostrano che il tasso di inflazione a novembre è sceso al livello più basso dall’estate 2021. Successivamente, tuttavia, gli effetti base causeranno un leggero aumento dei prezzi a breve termine. In ogni caso, nel 2024 arriveranno i tagli dei tassi. A nostro avviso, è realistico ipotizzare un taglio di 100 punti base a partire da giugno.

Com’è noto, nella sua riunione anche la Federal Reserve ha lasciato i tassi invariati per la terza riunione consecutiva (forchetta 5,25-5,5%, il livello più alto degli ultimi 22 anni); ma i membri della banca centrale hanno paventato la possibilità di tre tagli – cioè di 75 punti base – nel corso del 2024, aprendo la strada alla svolta (il cosiddetto pivot) della FED. Se si realizzerà questa previsione, i tassi scenderanno nella forchetta 4,5-4,75%, mentre nel 2025 arriverebbero al 3,5-3,75%. Un fattore chiave di tale decisione è stato il rallentamento dell’inflazione, cui il presidente della FED, Jerome Powell, ha fatto riferimento anche nel suo recente discorso allo Spelman College di Atlanta. Il tasso di inflazione generale era già al 3,2% a ottobre. Questo forte rallentamento, che non era stato previsto dal mercato, ha portato a un rapido calo dei rendimenti lungo l’intera curva dei rendimenti. Anche l’inflazione core, quella cui la FED preferisce riferirsi, ha rallentato a circa il 3,5%. Powell aveva recentemente osservato che l’inflazione core degli Usa è cresciuta solo del 2,5% annuo negli ultimi sei mesi, appena al di sopra dell’obiettivo di inflazione del 2% fissato dalla banca centrale. Questa “sfumatura” fa ben sperare per i prossimi mesi.

Le parole che il presidente della FED ha pronunciato in riunione sono molto interessanti. Powell, infatti, ha detto che “siamo al picco o vicini al picco di questo ciclo” di strette monetarie, e a dispetto di chi scommette già su imminenti tagli ai tassi ha aggiunto: “siamo pronti a ulteriori restrizioni, nel caso in cui fossero appropriate” e “manterremo la politica restrittiva fino a quando non saremo fiduciosi nel ritorno dell’inflazione al 2%”. C’è da dire che i recenti movimenti del mercato, legati a un massiccio calo dei rendimenti lungo tutta la curva, e l’aspettativa di quattro tagli dei tassi nel 2024, nutrita immediatamente prima della riunione, sarebbe comunque troppo ottimistica, nonchè in contrasto con gli interessi della FED, poiché le condizioni finanziarie meno restrittive rendono più difficile per la banca centrale rallentare una economia statunitense che appare ancora troppo robusta.

Volker Schmidt

All’inizio di dicembre, peraltro, Powell aveva già sottolineato che le speculazioni su un allentamento della politica monetaria erano premature e che la FED era pronta ad aumentare ulteriormente i tassi, se necessario. A nostro avviso, la Fed vuole tenersi aperta la possibilità di nuovi aumenti, ma è molto improbabile che questo accada, visto il basso livello di inflazione. In ogni caso, l’orientamento della FED a continuare a combattere l’inflazione era stato completamente ignorato dai mercati, per cui la comunicazione più severa da parte della banca centrale americana ne è una naturale conseguenza, soprattutto adesso che l’attenzione si sta gradualmente spostando dal livello dei tassi alla durata della stretta.

La storia va studiata: le innovazioni tecnologiche non escludono mai le crisi finanziarie di sistema

Se qualcuno crede che innovazione tecnologica e stabilità finanziaria di sistema siano la stessa cosa, non conosce la storia dell’economia. La Borsa è sempre l’ultima ad accorgersi di quello che succede, mentre il credito e i tassi a lungo sono sempre i primi a capire.

Di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

Per comprendere a fondo la fase in cui l’Economia USA si trova in questo preciso momento, ed i rischi sistemici che si possono generare, è sufficiente analizzare i settori del Private Equity e del Debito Subprime rispetto alle generose politiche fiscali concesse dai governi degli Stati Uniti negli ultimi 14 anni e, soprattutto, dopo la pandemia. In questi comparti, l’impulso fiscale USA previsto nel primo trimestre 2024 è pari a -3%, la pressione dei costi per interessi sul debito su Ebitda per il Private Equity è al 43%, mentre la crescita dell’Ebitda è passata dal 10% (2018-2020) al 2%, con evidente rischio di passare in negativo nel 2024.

Perché analizzare il Private Equity? Parliamo del Private Equity perchè è stato il motore della crescita degli investimenti USA, e ora ha un peso sul Pil pari al 43%, rispetto al 10% di quindici anni fa. In tal senso, S&P ha condotto uno studio sul settore del Private Credit USA, un altro segmento dello Shadow Banking System in pieno boom (si dice), e ha scoperto che:
a) il portafoglio medio dei fondi di Private Credit (1,5 trilioni di USD in circolazione pari al 6% del Pil) ha un rating compreso tra B- e CCC,
b) solo il 50% delle società finanziate produce un Cash Flow positivo,
c) il tasso di recupero atteso in caso di default è circa il 15% del credito erogato.
Questi sono alcuni piccoli esempi di come siamo messi, ma tali piccoli esempi rappresentano due settori della finanza americana che pesano circa il 50% sul Pil.

Sul fronte del credito più tradizionale, che viene cartolarizzato dalle grandi banche e che viene acquistato dai grandi fondi obbligazionari americani tramite ABS (Asset Backed Security), ha fatto notizia l’articolo di Bloomberg: “How Wall Street makes millions selling car loans customers can’t repay” del 14 novembre. Si tratta del solito e collaudato meccanismo già utilizzato con i MBS (Mortgage Backed Security) e CLO (Collateralized Loan Obligation)nel 2006-2007, quando le banche cartolarizzavano crediti inesigibili spacciandoli per esigibili. Sono i soliti subprime, già noti, ma questa volta sui prestiti auto (un altro trilione di USD loans outstanding, il 4% del Pil) che pagano circa il 28% di interesse (se non fanno il botto). Questo è un altro segmento dello Shadow Banking System, cosi’ “shadow” ma molto “system” … oscuro ma sistemico.

In molti si chiedono come sia possibile che in un’era di forte innovazione tecnologica – come non si era mai vista prima, in quanto a velocità dei processi – il sistema economico mondiale debba affrontare una crisi finanziaria così grave. Rispetto al passato, infatti, oggi anche la Cina scopre cosa vuol dire avere uno Shadow Banking System che eroga credito al settore immobiliare ad alti tassi d’interesse, senza regolamentazione e vigilanza. In tal senso, bisogna sottolineare che il QE e i tassi a zero hanno creato una colossale bolla speculativa di credito che si nasconde in questo settore e che pone seri rischi alla tenuta dell’economia e alla stabilità finanziaria.

Nessuna banca d’investimento di Wall Street vi parlerà di queste cose, dato che attualmente tutta l’industria finanziaria americana è impegnata nel puntellamento di questo castello di carta. Questo è il motivo principale per cui non vedo crescita oltre il soft landing attuale e considero la Balance Sheet Recession ormai una certezza dal 2024 in poi. Quello che preoccupa maggiormente, tuttavia, è che gli Stati Uniti hanno “politicizzato” alcuni dati macro per evitare di evidenziare una recessione che di fatto è già in corso. Questo modo di agire nasconde seri problemi di tenuta finanziaria del sistema, ma evidenzia anche una volontà a non intervenire nel cambiare modello o l’impossibilità di intervenire a causa della dimensione del problema. Se poi qualcuno crede che innovazione tecnologica e stabilità finanziaria di sistema siano la stessa cosa, evidentemente non conosce la storia dell’economia: anche durante lo sviluppo del settore ferroviario a fine 800 e primi del 900 abbiamo avuto innovazione tecnologica ma anche crisi finanziaria; nel 1920/1930 c’era grande innovazione tecnologica in corso ma abbiamo avuto la crisi del 1929, e nel 1995/2000 abbiamo avuto un’altra ondata di innovazione tecnologica ma anche la crisi nel 2001. Quindi, tutte le crisi hanno colpito il settore tecnologico, e lo sviluppo di quest’ultimo non esclude affatto il verificarsi di una crisi.

In sostanza, la tecnologia rimane, ma i soldi che l’hanno finanziata a multipli insostenibili vanno in fumo. A questo punto appare sempre più evidente che i tentativi molteplici di sostenere questo sistema attraverso stimoli fiscali, iniezioni di liquidità costanti per prevenire crisi bancarie, ristrutturazioni di credito, allungamento delle scadenze e moratorie sui pagamenti e immobilizzazione di asset in perdita non sono più sufficienti. Il deterioramento dell’economia globale è sempre più evidente anche se si cerca di manipolare i dati e i fondamentali del credito sono in netto peggioramento. Siamo diventati molto più bravi a nascondere i problemi rispetto al 2007, siamo molto più attenti a intervenire in modo rapido per salvare banche e intermediari in difficoltà, ma l’economia non è nelle condizioni di ripartire, e i problemi attuali diventeranno sempre meno gestibili. La Borsa, come al solito, è sempre l’ultimo mercato ad accorgersi di quello che succede, il credito e i tassi a lungo termine sono sempre i primi mercati a capire. L’Oro, nel frattempo, è la principale asset class acquistata dalle Banche Centrali.

Relazioni commerciali UE-Cina: il vertice chiarisce le possibili implicazioni per i mercati finanziari

In tema di relazioni commerciali tra UE e Cina, la posizione di fermezza della Germania è rischiosa e potrebbe generare conseguenze negative sia per l’economia globale che per i mercati finanziari.

Di Valerio Giunta*

Il vertice UE-Cina, tenutosi il 9 dicembre 2023, ha rappresentato un momento importante per le relazioni tra le due maggiori economie del mondo. Il tema centrale della discussione è stato il crescente divario commerciale tra le due parti, che vede la Cina in una posizione di vantaggio. Le imprese europee, infatti, lamentano le restrizioni alle importazioni e i generosi sussidi concessi dal Governo cinese alle imprese con sede in Cina. Questo ha portato a un aumento progressivo del deficit della bilancia commerciale dell’UE con la Cina, che è passato da 127 miliardi di euro nel 2020 a 142 miliardi di euro nel 2022.

Le imprese europee del settore dell’Automotive, dell’Elettronica e delle Tecnologie verdi sono le più colpite dalle pratiche commerciali aggressive della Cina. La Germania, che è il principale partner commerciale della Cina nell’UE, é la nazione che ha assunto una posizione di maggiore fermezza nei confronti di Pechino. Il nuovo documento sulle relazioni internazionali, reso pubblico nel luglio 2023, riconosce un aumento degli aspetti di competizione e rivalità a scapito della dimensione di partenariato. Questa nuova strategia tedesca è dovuta a una serie di fattori, tra cui la guerra in Ucraina, che ha messo in luce la vulnerabilità dell’economia tedesca alla dipendenza dalla Cina (e della Russia). Inoltre, il crescente controllo politico sull’economia in Cina ha sollevato preoccupazioni in Germania e in altri paesi europei.

Tuttavia, la posizione della Germania è rischiosa, in quanto ha come conseguenza un raffreddamento delle relazioni tra UE e Cina. Questo ha potenzialmente conseguenze negative per l’economia globale, con un possibile impatto negativo sui mercati finanziari. Ecco, in dettaglio, alcune delle implicazioni per gli investitori:
– l’aumento dei prezzi di importanti materie prime, cui la Cina ha il controllo, avrebbe un impatto negativo sui costi di produzione delle imprese europee, che sarebbero costrette a trasferire questi costi ai consumatori, aumentando i prezzi al consumo;
– l’aumento dei prezzi dei beni di consumo ridurrebbe il potere d’acquisto dei consumatori e una forte contribuzione alla recessione in atto;
– l’aumento della volatilità dei mercati finanziari, a causa di un aumento dell’incertezza economica: ciò renderebbe più difficile per gli investitori prevedere i movimenti dei prezzi e conseguire perdite di denaro;
– l’aumento del rischio di credito, a causa di un aumento delle difficoltà finanziarie delle imprese esposte al mercato cinese, che rende più difficile per le imprese ottenere prestiti bancari e potrebbe portare a fallimenti aziendali.

Gli investitori, alla luce di tali effetti, potrebbero prendere in considerazione una serie di azioni per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva al mercato cinese e l’adozione di alcuni strumenti che aiutano a proteggere gli investimenti da eventuali fluttuazioni del tasso di cambio tra euro e yuan. Più precisamente:
– valutare l’esposizione dei propri investimenti utilizzando strumenti di analisi finanziaria che consentono di visualizzare la distribuzione geografica dei propri investimenti;
diversificare gli investimenti al di fuori del mercato cinese, investendo piuttosto in titoli di società di altri paesi, come l’Europa, gli Stati Uniti, il Giappone o l’India;
investire in strumenti di copertura contro il rischio di cambio.

In definitiva, alcuni settori potrebbero essere particolarmente colpiti da un inasprimento della guerra commerciale tra UE e Cina. Innanzitutto, il settore dell’Automotive è particolarmente vulnerabile, in quanto la Cina è uno dei principali produttori di automobili al mondo. Un aumento delle tariffe sulle importazioni di automobili cinesi avrebbe come conseguenza un aumento dei prezzi delle automobili in Europa, quindi  una contrazione degli acquisti. A titolo d’esempio, se l’UE imponesse una tariffa del 20% sulle importazioni di automobili cinesi, il prezzo medio di tali automobili in Europa aumenterebbe di circa 2.000 euro. Questo aumento comporterebbe una contrazione stimata del mercato delle automobili cinesi del 20-25%.

Il settore dell’Elettronica è un altro settore critico: la Cina è un importante produttore di componenti elettronici, come semiconduttori, display e batterie. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi componenti ha come conseguenza inevitabile un aumento dei prezzi dei prodotti elettronici in Europa, con conseguente contrazione nella vendita di questi prodotti. Il settore delle tecnologie verdi è un settore in forte crescita che potenzialmente potrebbe essere danneggiato: la Cina è, infatti, il più importante produttore a livello globale di pannelli solari, batterie e altri prodotti per l’energia pulita. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi prodotti ostacolerebbe la transizione energetica europea, che nelle agende di tutti gli Stati aderenti è oggi al primo posto. E quelli appena menzionati sono solo alcuni dei settori potenzialmente colpiti dalla crescente tensione nelle relazioni tra UE e Cina.

Gli investitori, quindi, nei prossimi mesi saranno tenuti a monitorare da vicino l’evoluzione delle relazioni tra i due paesi, nonché a prendere le misure necessarie per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva ai mercati segnalati e alla Cina in generale.

*AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Roma, nel 2024 prezzi delle case come nel 2023. In aumento il comparto delle case vacanza

Il comparto degli acquisti della casa vacanza nella Capitale è il più vivace di tutti, anche in vista del Giubileo del 2025. Aumenta il divario tra i diversi quartieri.

Nel primo semestre del 2023 le compravendite delle case a Roma hanno fatto registrare un calo del 10,3% a fronte di un rialzo medio dell’1,2% del costo delle abitazioni. È quanto emerge dal secondo osservatorio sul mercato immobiliare 2023 di Nomisma. Relativamente allo sconto medio in trattativa, in Centro e nelle zone di pregio si ferma a 9 punti percentuali, ma nelle periferie arriva anche al 16%. I tempi di vendita si aggirano intorno ai 5-6 mesi, sia che si tratti immobili usati sia che si tratti di quelli nuovi e ristrutturati.

Tuttavia, a fronte di una forte flessione in ambito residenziale si registra un incremento davvero importante in quello della locazione, che non raggiungeva un picco così alto da oltre dieci anni ma che in realtà aveva iniziato il trend già alla fine del 2021, facendo registrare una variazione annuale del più 1,8%. I canoni di locazione si confermano in crescita, con un incremento semestrale pari allo 0,9%, poichè la domanda elevata si scontra con una bassa offerta, dovuta anche al fatto che molti proprietari praticano gli affitti brevi. Per il 2024, le previsioni parlano di dati sostanzialmente invariati rispetto al 2023, anche rispetto al numero delle compravendite e ai contratti di locazione. Le esigenze degli acquirenti su Roma saranno quelle di una ricerca più forte di spazi ampi in cui poter anche lavorare da remoto, mentre per gli acquirenti più giovani appartamenti di taglio più piccolo, sotto i 100 mq.

Secondo l’Ufficio studi di Tecnocasa – che ha effettuato uno studio accurato sui singoli quartieri – sono poche le famiglie che scelgono il centro storico. Nell’area Prati Cavour le soluzioni di prestigio, con affacci, spazi esterni, box auto e metrature di almeno 180-250 mq costano circa 6.500 euro al mq, mentre ci vogliono 8.000 euro al mq per monolocali e bilocali o per le soluzioni che godono della vista sul Tevere. Nelle zone più centrali si toccano anche i 10 mila euro al mq. Le soluzioni signorili non registrano importanti aumenti di prezzo, dal momento che l’imposizione fiscale si fa sentire. L’esplosione degli affitti brevi sta portando a una riduzione dell’offerta residenziale, anche se si riescono a trovare i bilocali a 1.200 euro al mese nel quartiere Prati e a 1.400 euro al mese nelle zone centrali. Attualmente si stipulano soprattutto contratti a canone concordato con cedolare secca oppure contratti transitori.

Nel quartiere di San Lorenzo-Università i prezzi sono in leggero aumento: a muovere il mercato sono soprattutto investitori che comprano per affittare a studenti o genitori di studenti.  Si cercano dal bilocale al taglio più ampio per affittare da un minimo di 450 euro a stanza. Il quartiere si divide in due parti (via Tiburtina divide appunto lo storico Rione): quella compresa tra viale dello Scalo di San Lorenzo, dove troviamo il dipartimento di psicologia dell’università degli studi La Sapienza e via dei Volsci dove in base alla dimensione e al piano, un appartamento in buone condizioni costa 3.000-3.500 euro al mq e l’area compresa tra Tiburtina e piazzale Aldo Moro (via dei Dauni, via dei Liburni, via dei Ramini, via dei Taurini). Quest’ultima è la più apprezzata perché tranquilla e signorile: gli stabili ex Ferrovie sono stati realizzati negli anni ’20-’30 e sono dotati di corte interna, motivo per cui i prezzi salgono a 4.000 euro al mq. Qui sorge anche il complesso “La risorgente”. Nella parte finale di via dei Sabelli ci sono villini il cui valore si aggira intorno a 300 mila euro. 

A Monteverde Nuovo il parco immobiliare di recente costruzione si caratterizza per la presenza di condomini degli anni ’60-’70 che si scambiano a 3.000-3.500 euro al mq. Ci sono anche ville d’epoca degli anni ’30 che si scambiano a prezzi medi di 4.000-4.500 euro al mq. Punte di 5.000 euro al mq si raggiungono per le case che hanno affaccio su Villa Pamphili. Sul mercato delle locazioni si segnalano valori intorno a 1.000-1.100 euro al mese anche per i bilocali a causa di una domanda elevata che trova poca offerta in un quartiere in cui converge la richiesta di chi non riesce ad accedere al mutuo e di chi cerca per motivi di studio. 

Stabili i prezzi nell’area di Roma Sud (+0,2%) anche se vale la pena citare il trend dei quartieri Ostiense e Eur. A Ostiense, soprattutto i piccoli tagli, sono molto richiesti per investimento e hanno subito un rialzo dei valori. Crescono, infatti, nel quartiere i bilocali da mettere a reddito come casa vacanza. Questo ha ridotto la differenza tra il prezzo di un bilocale e quello di un trilocale. Tra gli investitori si contano genitori che comprano per i figli che arrivano dal Sud Italia per studiare (c’è l’università di “Roma Tre”). E’ un quartiere della città che, negli ultimi anni, è stato riscoperto soprattutto da un target molto giovane che si orienta su bilocali e trilocali su cui investire fino a 350 mila euro.

È un mercato stabile quello in zona Eur, dove vanno avanti i lavori per la ristrutturazione di tre importanti Torri del Ministero delle Finanze, dove si trasferirà la sede di Trenitalia con circa 3.000-4.000 persone. I lavori dovrebbero finire nel 2024. Questo crea aspettative positive per il mercato delle compravendite e delle locazioni. Si nota anche un maggiore interesse da parte di chi vuole avviare un’attività di ristorazione. Al momento gli operai che lavorano al progetto e le società interessate hanno alimentato il mercato delle locazioni, con una domanda importante di case in affitto. Si sono stipulati soprattutto contratti a canone libero e per un bilocale si sono registrati canoni medi di 800-1.000 euro al mese. L’aumento dei tassi di interesse non ha impattato sul mercato di Eur Centro, dove insiste una clientela caratterizzata da un’ottima disponibilità di spesa e che acquista tagli ampi, 120-140 mq, per avere una stanza in più. Si tratta quasi sempre di famiglie che lavorano nelle aziende della zona e che hanno la possibilità di lavorare in smart working. I prezzi medi si aggirano intorno a 4.000 euro al mq. Si segnala una maggiore sofferenza, soprattutto in termini di aumento dei tempi di vendita, nella zona di Eur Dalmata dove c’è un maggiore ricorso al credito. Le case sono meno costose e hanno valori medi di 3.500 euro al mq. In entrambe le aree non si segnalano interventi di nuova costruzione ma c’è sicuramente un maggior apprezzamento per le soluzioni in buono stato maggiormente apprezzate soprattutto alla luce dell’aumento dei costi delle materie prime.

Nelle zone di Tuscolana, Appio Claudio e Prenestina i valori immobiliari sono in leggera diminuzione. L’aumento dei tassi di interesse si è fatto sentire e questo determina un minore accesso al credito soprattutto nelle zone più popolari dove si ricorre spesso a mutui Consap. Parliamo in particolare dei quartieri di Cinecittà est, Sub Augusta, Don Bosco, Quadraro: l’offerta è di tipologia più popolare e i valori si aggirano intorno a 3.000 euro al mq. Minore difficoltà per la parte più signorile che sorge a ridosso del parco della Caffarella e del parco degli Acquedotti dove ci sono immobili di ampia metratura che toccano 4.000 euro al mq. Nelle aree a ridosso della metro “A” sulla Tuscolana, si registra un aumento di domanda per investimento che si orienta su bilocali da destinare a casa vacanza e B&B e per i quali si impiegano intorno a 180-200 mila euro, rivolgendosi soprattutto alle zone più popolari.

Genitori di studenti e investitori acquistano anche nel quartiere Tor Vergata. Soluzioni più signorili degli anni ’70 sono disponibili in zona Appio Claudio ed acquistabili a prezzi medi di 4.000-4.500 euro al mq. Si segnala, in generale, una preferenza per le soluzioni ristrutturate e che non necessitano di lavori e per le nuove costruzioni che si trovano a Lunghezza, Ponte di Nona e Castelverde e che si scambiano a prezzi medi di 3.000 euro al mq.  Si nota anche una maggiore attenzione alla classe energetica. Sul segmento della locazione c’è una forte domanda e bassa offerta. Per un bilocale si spendono da 600 a 800 euro al mese.   

In leggera diminuzione i valori della macro-area di Villa Ada-Monte Sacro (-0,9%), dove si mette in evidenza il ribasso del quartiere di Trieste-Villa Ada, che individua un’area medio alta di Roma, i cui prezzi sono rimasti stabili nella prima parte dell’anno. Continua l’interesse per le soluzioni già ristrutturate che non necessitano di interventi, al contrario si assiste a una maggiore negoziazione sui prezzi delle soluzioni da ristrutturare di ampia dimensione alla luce degli aumentati costi di ristrutturazione e dei tassi di interesse dei mutui. Si segnalano però imprese edili che cercano queste tipologie da frazionare e poi rivendere a prezzi medi intorno a 8.000-9.000 euro al mq. La parte più signorile è compresa tra le vie Arbia e limitrofe, dove ci sono immobili prestigiosi, talvolta realizzati anche da famosi architetti, che si valutano, in buono stato, intorno a 7.000 euro al mq. Prezzi simili in via Chiana nel tratto verso la Salaria. Sul mercato delle locazioni c’è domanda da parte di studenti universitari vista la vicinanza della “Luiss” ma poca offerta alla luce del fatto che le famiglie preferiscono affittare a famiglie. Un bilocale nella parte signorile si affitta a circa 1.200 euro al mese, una stanza anche 650 euro al mese.  

Gli stupefacenti come strumento di colonizzazione economica. Il ribaltamento di posizioni tra Cina e USA

A metà ‘800 l’oppio è stato usato dalla Gran Bretagna per colonizzare la Cina. Allo stesso modo, oggi la Cina usa il Fentanyl per destabilizzare gli Stati Uniti.

Di Valerio Giunta*

La storia dell’oppio nell’età moderna è anche una storia di guerre e colonialismo, con le prime a fare da corollario alla sete di conquista dei grandi imperi dell’epoca. Uno dei casi più famosi di utilizzo dell’oppio come strumento di colonizzazione è la Guerra dell’Oppio (1839-1860), combattuta tra l’Impero Qing e la Gran Bretagna, causata dal rifiuto da parte della Cina di importare oppio dal Regno Unito.

Nella prima metà dell’800, infatti, l’oppio era una droga molto diffusa in Cina, e la sua importazione per mano inglese stava causando gravi problemi sociali ed economici al paese. Il governo cinese, guidato dall’imperatore Daoguang, cercò di porre fine al traffico di oppio, ordinando la confisca di tutte le partite di droga presenti nel paese. La Gran Bretagna, che aveva un grande interesse commerciale nel commercio dell’oppio, volendo riequilibrare la bilancia commerciale gravemente in negativo con la Cina, rispose alla decisione cinese con la guerra, che grazie alle cannoniere inglesi si concluse con la vittoria della Gran Bretagna e l’imposizione del trattato di Nanchino. Con quest’ultimo, la Cina si impegnava a concedere l’apertura di cinque porti al commercio britannico, dei governatorati compiacenti, e la cessione dell’isola di Hong Kong.

La guerra dell’oppio fu un evento traumatico per la Cina, e segnò l’inizio del declino dell’Impero Qing. Ma  soprattutto, la guerra dimostrò come il traffico di droga possa essere utilizzato come un’arma politica per sottomettere un popolo e conquistare un territorio. Ai  giorni nostri, un esempio chiaro di tale strategia bellica non convenzionale è rappresentato dal Fentanyl, che nel XXI secolo sembra essere diventato un nuovo strumento di colonizzazione. Il Fentanyl è un oppiaceo sintetico a basso costo, molto potente e facile da produrre. Negli Stati Uniti, il suo consumo è responsabile di migliaia di morti ogni anno. Esso viene prodotto principalmente in Cina (almeno per le materie prime che lo compongono) e viene poi esportato negli Stati Uniti. Il governo cinese ha preso alcuni provvedimenti – per molti considerati  di facciata – per contrastare il traffico di Fentanyl, ma il problema rimane grave. Infatti, il Fentanyl è una minaccia per la salute pubblica negli Stati Uniti, e sta causando al Paese problemi sociali ed economici talmente gravi da far ipotizzare che questa droga venga usata come arma politica per destabilizzare gli Stati Uniti e indebolire la sua posizione globale.

Nel XXI secolo, la Cina è diventata una potenza economica globale ed è probabilmente interessata a mantenere un controllo sul mercato degli oppiacei, sia per motivi economici che geopolitici. Durante il recente incontro di Biden con Xi Jinping, oltre agli altri temi sul tavolo, è stata posta attenzione proprio su questa particolare sostanza stupefacente,  e non sono pochi coloro che vi hanno visto un tentativo da parte degli Stati Uniti di esercitare pressione sulla Cina per contrastare il traffico di Fentanyl attraverso la richiesta alla Cina di intensificare i controlli sulla produzione e l’esportazione di precursori chimici del Fentanyl. La Cina ha apparentemente accettato di cooperare, ma ha anche fatto pressioni sugli Stati Uniti per riaprire il commercio e superare le nuove barriere doganali imposte su tanti prodotti cinesi da Biden con l’Inflation Reduction Act (IRA).

Con quest’ultimo disegno di legge, approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 2022, oltre allo scopo di ridurre l’inflazione si prevedono alcune misure come il divieto di importazione di tecnologia dalla Cina. Giustificato apparentemente dal fatto che la Cina è un’economia non di mercato, e che il suo governo usa la tecnologia per scopi militari, il furto di proprietà intellettuale e la sorveglianza di massa, tale divieto si applica a una vasta gamma di prodotti, tra cui semiconduttori, apparecchiature di telecomunicazione, software e macchinari, e rappresenta un colpo significativo per l’economia cinese. Infatti, la Cina è un importante esportatore di tecnologia, e il divieto sta portando ad una riduzione delle esportazioni cinesi e a un aumento dei prezzi dei prodotti tecnologici negli Stati Uniti.

Il ribaltamento della posizione. Il divieto imposto dall’IRA rappresenta un ribaltamento della posizione rispetto alla guerra dell’oppio. Nel XIX secolo, infatti, la Cina era la vittima del traffico di oppio, mentre la Gran Bretagna era la potenza dominante. Nel XXI secolo, la Cina è diventata la potenza dominante, e gli Stati Uniti sono la vittima del traffico di Fentanyl. Pertanto, la Cina ha imparato la lezione dalla guerra dell’oppio, e rende apparentemente pan per focaccia? Qualunque sia la risposta, il divieto imposto dall’IRA è un segnale della crescente tensione tra le due potenze, e questo ribaltamento di posizioni tra Cina e Stati Uniti ha importanti conseguenze geopolitiche e potrebbe avere un impatto significativo sul futuro del mondo.

Ecco alcuni possibili scenari futuri:
– La Cina potrebbe decidere di ripiegare e accettare le richieste degli Stati Uniti. Questo potrebbe portare a una riduzione del traffico di Fentanyl, ma potrebbe anche indebolire la posizione della Cina nel mondo.
– La Cina potrebbe decidere di sfidare le richieste degli Stati Uniti. Questo potrebbe portare a un’escalation delle tensioni tra le due potenze, con conseguenze imprevedibili.
– La Cina potrebbe trovare un modo per aggirare il divieto imposto dall’IRA. Questo potrebbe portare a una situazione di stallo, con entrambe le parti che cercano di ottenere il massimo vantaggio.
Solo il tempo dirà quale scenario si realizzerà.

*AD di Startup Italia e Founder di Banking People