Luglio 26, 2026
Home Archive by category In primo piano (Page 34)

In primo piano

Il 77% delle aziende italiane gestirà le finanze nel cloud entro il 2024

Secondo lo studio Workday e ANDAF, il machine learning (ML) e l’intelligenza artificiale (AI) giocheranno un ruolo fondamentale per facilitare l’ingresso delle imprese italiane nel futuro della finanza.

Secondo i CFO italiani evoluzione digitale, dati affidabili e aggiornati, business partnering e fidelizzazione dei talenti sono i 4 pilastri della finanza del futuro. È quanto emerge dalla ricerca “The Future of Finance in Italy”, realizzata da ANDAF e Workday nell’aprile 2023 tramite l’intervista condotta su 117 leader finanziari in Italia. Rispondendo alle domande relative alle loro prospettive sul futuro della funzione finanziaria e alla leadership finanziaria, i leader intervistati hanno evidenziato la necessità di ottimizzare i processi (44% delle risposte) e di migliorare l’agilità di budgeting e forecasting (36%) e di cash management (29 %).

L’evoluzione tecnologica sta cambiando profondamente il settore finanziario, tanto da presentare diverse sfide per i futuri CFO (acronimo dell’inglese Chief Financial Officer), che si trovano a ricoprire un ruolo sempre più strategico per le organizzazioni. Ciò include la valutazione delle opportunità di investimento, l’identificazione dei rischi, la creazione di collaborazioni efficaci con i CHRO (Chief Human Resource Officer) ei CIO (Chief Information Officer) e l’identificazione di nuovi talenti. I dipartimenti finanziari devono essere sempre più agili, poiché negli ultimi anni, segnati da numerose avversità globali, essi hanno dovuto controllare la liquidità cercando di impiegare le giuste persone e tecnologie per creare un vantaggio competitivo, anche in tempi di cambiamento e instabilità. La ricerca evidenzia che per raggiungere questo obiettivo, oltre il 77% degli intervistati ritiene essenziale il passaggio della gestione finanziaria a una soluzione cloud.

“I CFO di seconda generazione devono definire il proprio ruolo e capire come l’innovazione finanziaria può aggiungere valore all’azienda. In questo senso l’adozione di architetture dati unificate basate sul cloud può diventare fondamentale”, ha dichiarato Fabrizio Ceriotti, presidente ANDAF Lombardia. Infatti, è ormai chiaro che sia l’intelligenza artificiale (AI) che l’apprendimento automatico (ML) possano svolgere un ruolo fondamentale per il futuro della finanza, supportando alcune attività come previsioni finanziarie, rilevamento delle frodi, valutazione del rischio, analisi dei dati e automazione dei processi ottimizzando gli stessi. “Le soluzioni tecnologiche che integrano i vari processi consentono alle aziende di eliminare i silos procedurali e tecnici per ottenere informazioni in tempo reale e quindi ripianificare gli obiettivi in ​​base alla loro analisi, poiché consentono di pianificare, elaborare e analizzare i risultati derivanti dalle risorse umane in ogni momento del ciclo economico, ottimizzando il posizionamento delle persone all’interno dell’organizzazione”, ha affermato Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia.

I vantaggi di cui possono beneficiare i CFO da AI e ML sono i seguenti:
– Eliminazione delle inefficienze attraverso l’interrogazione più rapida delle transazioni ad alto volume.
– Risparmio di tempo automatizzando in modo intelligente le attività manuali e ripetitive con conseguente maggiore precisione e maggiore accuratezza.
– Concentrarsi sulla gestione delle eccezioni mentre l’automazione rileva continuamente modelli e anomalie, evidenziando le aree di preoccupazione che devono essere attenzionate.
– Riduzione del rischio perché eliminando l’intervento manuale si permette di ottimizzare i processi aziendali e accelerare il processo decisionale e le raccomandazioni basate sui dati.

Nel frattempo, il ruolo del CFO sta diventando sempre più strategico: devono collaborare con i vertici dell’intera organizzazione e fornire indicazioni e analisi finanziarie a supporto del processo decisionale, ma devono anche saper cogliere le opportunità e gestire i rischi. Pertanto, è importante sviluppare una condivisione della strategia di trasformazione digitale dell’organizzazione e del ruolo di ciascun leader nel raggiungimento di tale trasformazione. Per fare ciò, il team finanziario deve collaborare in modo efficace con i team HR e IT per fornire dati processabili. “I CFO hanno una grande responsabilità: devono capire come le loro aree di interesse si allineino con quelle degli altri leader dell’organizzazione e mettere in atto processi strutturati per promuovere una collaborazione efficace con loro”, ha spiegato Vittorio Biassoni (nella foto), vicepresidente ANDAF Lombardia e curatore della ricerca. “Per stare al passo con le esigenze dell’economia digitale diventa fondamentale la collaborazione tra tre asset chiave dell’azienda: capitale, tecnologia e persone”.

Lemanik: ripresa del mercato azionario cinese nel medio termine

In portafoglio aumenta la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo. Sovrappeso anche per Sud-Est asiatico e Corea del Sud.
 
Nel contesto attuale, in portafoglio manteniamo il sovrappeso nel Sud-Est asiatico e nella Corea del Sud. La nostra esposizione alla Cina rimane sottopesata, poiché vorremmo vedere segnali più forti di sostegno da parte del governo e della Bank of China. Tuttavia, le valutazioni dei titoli cinesi rimangono molto interessanti nel medio termine”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

A giugno il Giappone ha registrato una forte performance, e la Cina/Hong Kong si è finalmente ripresa dopo due mesi negativi. Le prese di profitto nel segmento tecnologico in Asia hanno portato a una sovraperformance del segmento value rispetto a quello growth. Il Sud-Est asiatico è rimasto stabile, a eccezione della Tailandia. Le azioni di Stark Corp sono crollate sul mercato azionario thailandese a seguito di uno scandalo contabile e di falsi in bilancio, influenzando negativamente il sentiment degli investitori. Nel frattempo, la crescita economica in Asia continua a essere in leggero indebolimento. Gli indici PMI a maggio sono rimasti al di sotto della linea di espansione in Corea del Sud, Vietnam e Taiwan, ma si sono spostati al di sopra in Cina. L’indice dei prezzi al consumo è sceso nuovamente a maggio nella regione. Nel corso del mese la Bank of China ha abbassato il tasso di riferimento di 10 punti base. Prevediamo ulteriori tagli nel secondo semestre del 2023. Il paniere valutario asiatico è sceso ai minimi annuali a causa dell’aumento dei tassi statunitensi a breve termine che ne erodono il valore. L’inversione della curva dei rendimenti negli Stati Uniti è tornata ai livelli precedenti la crisi della Silicon Valley Bank/Credit Suisse. Ciò sta chiaramente mettendo sotto pressione le aziende con un elevato livello di indebitamento.

Il quadro geopolitico della regione rimane instabile. La visita in Cina del Segretario di Stato americano Anthony Blinken è chiaramente un segnale della volontà di entrambe le parti di migliorare nuovamente il dialogo. Tuttavia, il commento successivo del Presidente Biden che ha definito Xi Jinping un “dittatore” non è stato d’aiuto. L’inaspettata marcia verso Mosca del Gruppo Wagner, poi bruscamente annullata dal suo leader Yevgeny Prigozhin, ha chiaramente rivelato la debolezza dell’attuale struttura politica. È comunque troppo presto per trarre conclusioni. “A giugno i settori che hanno registrato le migliori performance all’interno del portafoglio sono stati l’healthcare, la tecnologia e i materiali di base, mentre il settore immobiliare, l’energia e i beni di prima necessità sono rimasti indietro”, conclude Zimmermann. “Abbiamo preso parzialmente profitto nel segmento tecnologico, ma abbiamo aumentato la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo”.

Separazione e divorzio: i bias della “Maternal Preference” e il diritto alla libertà negato alle donne

La pratica giudiziaria Maternal Preference nelle separazioni è un inganno contro il genere femminile, poiché essa degenera in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. 

Di Fabio Nestola*

Negli ultimi trent’anni la famiglia italiana ha subito mutamenti epocali, sicuramente superiori alla somma di ogni mutamento registrato nei 2.000 anni precedenti. Dei vistosi cambiamenti sociali e familiari hanno preso atto gli istituti di statistica, ne hanno preso atto i mercati adeguando l’offerta di beni e servizi, ne hanno preso atto i Legislatori adeguando le normative, ne hanno preso atto i media adeguando la comunicazione, ne ha preso atto il mondo accademico adeguando le offerte formative; l’intera Società Civile ed Economica ne ha preso atto, tranne il mondo dei tribunali, dove le lancette dell’orologio del Tempo si muovono più lentamente e dove sembra quasi di vedere il Venerabile Jorge – mitico personaggio creato da Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa” – che ripete ai suoi adepti “…non c’è progresso nella Giustizia, ma solo una lenta e sublime ricapitolazione …”.

In caso di separazione dei genitori, infatti, la nostra giurisprudenza si è ormai fossilizzata nell’alzare un muro divisorio, confinando la donna-madre nel compito arcaico di accudimento della prole e l’uomo-padre nel compito altrettanto arcaico di reperimento di risorse economiche per il sostentamento, con la concessione di piccoli sconfinamenti dell’uno nel territorio dell’altra, mantenendo però netta la divisione dei compiti assegnati: non si vieta alla donna di lavorare, ma sia chiaro che il ruolo di mantenimento spetta all’altro; non si vieta all’uomo di “visitare” i figli, ma sia chiaro che il ruolo di accudimento spetta all’altra. 

E così, in qualunque tribunale italiano si continua ad applicare le norme interpretandole in base alla divisione fra compiti da donne e compiti non da donne. Era una stortura a monte della riforma sull’affidamento condiviso (legge 54/2006), nata proprio per correggerla, ma la stortura è rimasta tale e quale, e ancora oggi si assiste alla restaurazione sistematica dell’asimmetria tra un genitore prevalente ed un genitore marginale, esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare. A questo approccio giudiziario è stato dato il nome anglofono di Maternal Preference, che già negli anni ’70 gli Stati Uniti consideravano superato, iniquo nei confronti dei genitori, ma soprattutto contrario al best interest della prole.

Peraltro, la pratica della Maternal Preference è solo ingannevolmente rivolta a vantaggio delle donne, poiché l’attuale gestione delle separazioni è degenerata in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. Infatti, risulta difficilmente comprensibile per quale motivo le donne, in costanza di matrimonio o di convivenza, chiedano la collaborazione del partner nei compiti di cura della prole, ma con la separazione debbano necessariamente mirare, per miope decreto di un magistrato amante delle prassi, alla gestione unica dei figli e, quindi, alla rinuncia a qualunque forma di autodeterminazione in ambito professionale, politico e sociale.

Se analizziamo il fenomeno sotto il profilo economico, tale forzata arretratezza nella visione della famiglia ha imposto negli anni una sorta di tassa occulta alle famiglie italiane, ed in special modo proprio alle donne. Infatti, in Italia la difficoltà di conciliare vita e lavoro si acuisce con la nascita di un figlio. Secondo il Rapporto Plus 2022 (indagine condotta dall’Inapp), quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più dopo la gravidanza, e solo il 43,6% decide di continuare (il 29% nel Sud e Isole). La motivazione principale delle intervistate è la conciliazione tra lavoro e compiti di cura dei figli (52%), seguita da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Ebbene, in occasione della separazione, anziché assicurare alle donne percorsi immediati di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro, la Maternal Preference agisce come un potente sonnifero, “addormentando” sul nascere qualunque ambizione di indipendenza economica della donna separata/divorziata, costretta com’è a mantenere per lunghissimo tempo il ruolo di “percettrice di assegno di mantenimento” che, nella media generale, non basta nemmeno a pagare l’affitto di un monovano con angolo cottura.

Tale accanimento egemonico in relazione alla gestione della prole contrasta con l’emancipazione femminile, e il “possesso” esclusivo dei figli si traduce in oggettive limitazioni della libertà personale. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà. Eppure accade ogni giorno in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo tra coloro che non sono direttamente coinvolti nel problema. Alla donna-madre sposata viene “benevolmente” concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale è “sia chiaro: in caso di separazione scordati la libertà, il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole”. Un ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, ma i magistrati hanno deciso che dei figli se ne occupano le donne: decreti e sentenze dicono che una larga prevalenza femminile nei compiti di cura è inderogabile per principio dogmatico.

In tal modo, il ruolo maschile rimane quello di garantire il sostentamento della collettività, ma è innegabile che i figli godano dei vantaggi se entrambi i genitori vengono coinvolti nella loro cura; quello stesso coinvolgimento chiesto per decenni a gran voce dalle madri lasciate forzatamente sole ad occuparsi dei figli, e oggi ostinatamente negato dai tribunali. Per questo motivo stupisce come la separazione possa annullare ogni conquista delle donne. L’ostinata miopia di troppi legislatori, di troppi magistrati e della giurisprudenza consolidata sortisce l’effetto di perseverare nell’affido esclusivo alla madre – lo chiamano ipocritamente “condiviso”, ma sempre con il collocamento della prole dalla madre nell’oltre 90% dei casi (dati ISTAT degli ultimi 15 anni) – inibendo qualsiasi tentativo di condivisione degli oneri educativi.

Nel terzo millennio i figli acquisiscono il diritto a due genitori assiduamente partecipi; con la separazione, nel terzo millennio, questo diritto sparisce, con buona pace per le donne e le loro aspirazioni personali di crescita sociale ed economica. Abbiamo sempre pensato ai diritti umani come inalienabili, ma proprio la culla del Diritto ci dice il contrario: i diritti di una donna, di un uomo ma soprattutto di un bambino cambiano, e cambiano radicalmente, in funzione di come cambiano gli equilibri nella coppia. E’ quantomeno singolare che i diritti dei figli siano subordinati allo stato civile dei genitori; non è un’assurdità di poco conto, visto che in Italia si contano ogni anno più di 100.000 tra separazioni e divorzi, e l’intera società occidentale viaggia spedita verso il 50% di famiglie separate.

* Presidente C.S.A., Centro Studi Applicati

Aziende e benessere dei dipendenti: boom per il mercato dei servizi payroll in outsourcing

Il mercato dei servizi payroll sta vivendo una fase di grande crescita prospettica  (+47% entro il 2030). Tra IA e Big Data, ecco i trend che stanno rivoluzionando il settore.

Continua la crescita del mercato dei servizi di payroll in outsourcing: se lo scorso anno il valore del settore a livello globale ha superato i 25,3 miliardi di dollari, entro il 2030 toccherà i 37,3 miliardi. Un servizio fondamentale per le aziende, che troppo spesso non affidano il processo di elaborazione delle buste paga ad un partner esperto, incorrendo spesso in errori davvero “salati”: il 20% di queste, infatti, contiene inesattezze, causando perdite importanti.

Secondo quanto emerge da una recente ricerca realizzata da Research and Markets, entro i prossimi 7 anni si assisterà ad un’importante espansione del settore a livello globale, che passerà dai 25,3 miliardi di dollari del 2022 ai 37,3 del 2030 (+47%), grazie a un tasso di crescita medio annuo composto del 5%. Uno dei fattori trainanti di questo settore è legato al risparmio di tempo e dei costi che l’esternalizzazione del servizio consente, riducendo la necessità di formare personale interno addetto alle paghe e permettendo allo stesso tempo ai team HR di concentrarsi su aree più strategiche per le organizzazioni. “Le aziende hanno necessità di dedicarsi completamente al business aziendale, e in particolar modo gli HR devono essere sempre più attenti al benessere dei dipendenti delle proprie aziende”, dichiara Ivan Moretti, Co-Owner & Board Member di Zeta Service. Spesso infatti le aziende scelgono questi servizi per eliminare l’eccessiva manualità e il dispendio di tempo che queste attività impongono ai dipendenti, riducendone il benessere all’interno dell’azienda. In quest’ottica, l’automazione e l’intelligenza artificiale permetteranno di semplificare e ottimizzare ulteriormente i processi di gestione degli stipendi, supportando il lavoro delle risorse dell’azienda.

Il trend di crescita a livello globale si riflette anche a livello europeo: secondo quanto emerge dalla ricerca realizzata da Allied Market Research in Europa, per esempio, la crescita più rilevante nel mercato del Payroll Outsourcing si è registrata nel 2021, in virtù soprattutto dell’aumentato utilizzo di applicazioni mobili e basate sul cloud, ma anche per via delle normative governative che spingono sempre più aziende ad investire nel cloud computing. Questo mercato sembra essere florido anche in Italia, dove la maggior parte delle imprese si rivolge ad aziende specializzate in paghe ed amministrazione in outsourcing. “L’outsourcing è sempre più richiesto data la crescente riduzione delle competenze all’interno degli uffici del personale e la difficoltà nel reperire nuove risorse, che, vista la poca offerta, diventano sempre più preziose”, spiega ancora Moretti.

Quello del payroll in outsourcing è dunque un servizio davvero necessario per le aziende, considerando anche che spesso la gestione interna può comportare errori e perdite economiche anche abbastanza importanti: si parla in questo caso di “Payroll Leakage”. La nota rivista Forbes US riporta, tra gli errori più frequenti, la classificazione errata dei dipendenti o la mancata conoscenza di nuove normative, che spesso comportano il pagamento di importanti sanzioni. Ancora, il mancato rispetto delle scadenze nel pagamento delle tasse o degli stipendi può rappresentare un problema fiscale ma anche organizzativo, generando il malcontento dei propri dipendenti, esattamente come l’errato calcolo delle retribuzioni. Pertanto, diventa fondamentale l’esternalizzazione dei servizi.

In quest’ottica, i trend che guideranno il mercato del payroll nel futuro saranno diversi. Innanzitutto lo smart working, che è diventato ormai parte integrante del mondo del lavoro ma richiede il mantenimento di un elevato coinvolgimento dei dipendenti per via dell’implicito distanziamento sociale che esso comporta nel luogo di lavoro, rendendo meno attrattive le aziende che lo applicano su larga scala. Un secondo trend è rappresentato dal Partner Unico: le aziende cercano un partner unico per tutta l’area dei servizi HR, quindi un unico interlocutore anche per il payroll. Il controllo sui dati è un altro trend importantissimo, poiché le aziende hanno sempre più bisogno di accesso immediato a dashboard e reportistiche legate ai costi del personale, da condividere con la casa madre. In tal senso, il payroll outsourcing giocherà un ruolo ancora più fondamentale grazie all’intelligenza artificiale e  alla sua capacità di elaborare le analisi predittive dei costi del personale.

Infine, la Digitalizzazione, che grazie all’espandersi del lavoro a distanza sta spingendo sempre più aziende a digitalizzare le comunicazioni, anche quelle legate agli aspetti amministrativi, con i propri dipendenti. Relativamente al rischio di violazione dei dati sensibili – che la digitalizzazione amplifica ineluttabilmente – le aziende si affideranno sempre di più ai partner outsourcing perchè hanno già sistemi di protezioni dati più evoluti e, quindi, più sicuri e meno costosi.

Dimore di lusso, dove si trovano e a quanto sono offerte. Sono davvero un buon investimento?

La Toscana è la regione dove si trovano più ville da 10 a 20 locali in vendita. La Sardegna la regione dove i prezzi sono più elevati. A Cortina d’Ampezzo, Portofino e Montespertoli le ville più costose.

Dati alla mano, il mattone si porta dietro un notevole margine di rischio durante i periodi di instabilità e di recessione, come quello che stiamo vivendo oggi, ma le residenze di lusso e le dimore di prestigio sembrano non conoscere la crisi. Infatti, l’acquisto di un immobile di lusso è sempre un buon investimento, almeno in Italia, dove esistono ville meravigliose in vendita, in cui molti desidererebbero vivere o hanno sognato almeno una volta di trascorrere le proprie vacanze. Si tratta per lo più di dimore con tantissime camere, locali di ampia metratura, cabine armadio, bagni en suite, cucine con isola, camini, lavanderie, sale giochi, vetrate panoramiche, terrazze solarium, viste mozzafiato, piscine, spa, dependance, parchi e spiagge private.

Secondo l’analisi condotta da Casa.it relativamente alle ville da 10 a 20 locali in vendita in Italia a giugno 2023, la regione in cui sono più numerose le ville in vendita di questo tipo è la Toscana, con il 29% del totale, seguita dalla Lombardia con l’11%, dal Lazio con l’8% e, a pari merito, il Veneto, l’Emilia-Romagna e il Piemonte con il 7% ciascuna. Al quinto posto la Sicilia e la Liguria con il 6% ciascuna. La Sardegna, invece, è la regione con i prezzi più elevati per le ville da 10 a 20 locali, con una media di 1.450.000 euro. Segue a poca distanza il Trentino-Alto Adige con una media di 1.440.000 euro. Al terzo posto la Lombardia con una media di 1.390.000 euro, al quarto la Toscana con 1.315.000 euro, al quinto la Liguria con 1.300.000 euro.

Quali sono le località dove si trovano le ville più costose?  A Portofino, in Liguria, una villa di 10 locali e 1.500 mq costa circa 20.000.000 euro. A Cortina d’Ampezzo, in Veneto, dove una villa di 18 locali e 1.100 mq è proposta ad un prezzo di 20.000.000 euro. A Montespertoli, in Toscana, una villa di 20 locali e 8.000 mq costa 20.000.000 euro, mentre a Porto Rotondo, in Sardegna, una villa di 12 locali e 1.000 mq ha un prezzo di 15.000.000 euro. Sempre in Sardegna, ad Arzachena, una villa di 13 locali e 950 mq è in vendita a 15.000.000 euro; salendo in Liguria, a Santa Margherita Ligure, due vendite “importanti”: una villa di 10 locali e 1.500 mq e una villa di 18 locali e 440 mq a 15.000.000 di euro ciascuna.

La speciale “classifica del lusso” prosegue a Villasimius, sempre in Sardegna, dove una villa di 10 locali e 400 mq è messa in vendita ad un prezzo di 15.000.000 euro. Stesso prezzo a Como, dove una villa di 12 locali e 1.000 mq costa 15.000.000 euro. A Roma una villa di 18 locali e 2.050 mq costa 15.000.000 euro, mentre un’altra villa da 13 locali e 820 mq è offerta ad un prezzo di 12.000.000 euro. Non possono mancare Forte dei Marmi (15 locali e 600 mq a 12.000.000 euro), Sanremo (villa di 20 locali e 2.120 mq a 12.000.000 di euro) e Badia in Trentino-Alto Adige, dove una villa di 11 locali e 1.000 mq costa “soltanto” 11.000.000 euro.

Quello del lusso, storicamente, è un settore che non conosce crisi, e nel mercato immobiliare la domanda è sempre superiore rispetto all’offerta. In Italia questo tipo di investimento è caratterizzato da un rapporto sbilanciato tra domanda e offerta, nel senso che ci sono meno immobili in vendita di quanti il mercato vorrebbe comprarne. Soprattutto gli acquirenti stranieri, che sono moltissimi, apprezzano alcune regioni italiane più di altre in Europa – per via del clima, delle bellezze naturali e della storia millenaria. In poche parole, il mercato italiano fa gola, e i prezzi degli immobili di pregio sono sensibilmente più bassi di quelli di altre zone del mondo, oggettivamente meno attraenti e storicamente prive di interesse.

I grandi investitori prediligono le dimore di lusso perché, al contrario degli immobili di fascia media, non sono soggette a svalutazione o ad oscillazioni di mercato, ed anzi in Italia – non è così in molti altri stati – vedono aumentare il loro valore di anno in anno. Infatti, se analizziamo il mercato delle case di lusso negli ultimi 5 anni, a New York gli immobili di pregio hanno più che raddoppiato il loro valore (da 15.000 a 32.000 usd al mq), Miami è salita del 70% (50.000 USD al mq), ma Milano è cresciuta di più rispetto a Londra e Parigi, pur stazionando a “soli” 15.000 euro al mq. Pertanto, sembra che sussistano buoni margini di crescita per le dimore di lusso in Italia, e in molti ipotizzano quotazioni sensibilmente in crescita nel prossimo quinquennio.

Cina, i problemi economici si stanno complicando. Xi Jinping non ha una soluzione facile

L’economia cinese sta affrontando la lentezza nella ripresa dei consumi dopo i lockdown, la crisi del mercato immobiliare, l’indebolimento delle esportazioni e la disoccupazione giovanile record.  Il governo del presidente Xi Jinping ha opzioni limitate.

Doveva essere l’anno in cui l’economia cinese, svincolata dai controlli Covid-19 più severi del mondo, sarebbe tornata a ruggire per aiutare la crescita globale. Invece, il governo del presidente Xi Jinping non ha grandi opzioni per sistemare i problemi che sono venuti a galla nel 2023 e dei quali, evidentemente, le restrizioni hanno soltanto rinviato la scoperta.

In particolare, il tipico playbook di Pechino di utilizzare stimoli su larga scala per aumentare la domanda ha portato a un enorme eccesso di offerta nel settore immobiliare e industriale e all’aumento dei livelli di debito tra i governi locali. Ciò ha scatenato un dibattito sulla possibilità che la Cina possa essere destinata a un malessere in stile giapponese dopo 30 anni di crescita economica senza precedenti. Ad aggravare questo problema c’è l’approccio più assertivo di Xi nei confronti degli Stati Uniti, che ha aggiunto carburante agli sforzi americani per tagliare la Cina dalle forniture di semiconduttori avanzati e altre tecnologie destinate a guidare la crescita economica in futuro. Complessivamente, le dinamiche minacciano non solo di portare a una crescita deludente quest’anno, ma anche di contrastare lo slancio dell’economia cinese per superare quello degli Stati Uniti.

In uno scenario al ribasso, con un crollo immobiliare più netto, un ritmo lento delle riforme e un più drammatico disaccoppiamento USA-Cina, la crescita della Cina potrebbe rallentare al 3% entro il 2030. L’economia cinese da 18 trilioni di dollari sta lottando in una serie di settori. I dati rilasciati venerdì hanno mostrato che l’economia ha perso più vigore a giugno, poiché l’attività manifatturiera si è nuovamente contratta e altri settori non sono riusciti a prendere slancio. Nella provincia sud-occidentale di Guizhou, a corto di debiti, i funzionari stanno cercando salvataggi da Pechino. Nel centro manifatturiero di Yiwu, nella provincia costiera dello Zhejiang, le piccole imprese affermano che le vendite sono notevolmente diminuite rispetto ai livelli del 2021. Nella città di Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba Group, un giro di vite normativo del governo sul settore tecnologico e decine di migliaia di licenziamenti stanno ora colpendo il mercato immobiliare.

L’obiettivo di crescita ufficiale della Cina di circa il 5%, ritenuto poco ambizioso quando è stato annunciato a marzo, ora appare più realistico, e Goldman Sachs a giugno ha tagliato le sue previsioni per la crescita della Cina quest’anno al 5,4% dal 6%. A prima vista, in un’economia mondiale che prevede una crescita di un magro 2,8%, non sembra poi così male. Tuttavia, se il governo continua a stare con le mani in mano le cose potrebbero peggiorare. In uno scenario in cui l’edilizia immobiliare si sgretola, infatti, le ridotte vendite di terreni colpiscono la spesa pubblica, e una recessione negli Stati Uniti indebolirebbe la domanda globale; così, i mercati cinesi passerebbero ad una modalità di profonda avversione al rischio.

Per dissipare parte del pessimismo servirebbe, da parte del governo cinese, uno stimolo economico e fiscale più grande del previsto, alcune mosse proattive per risolvere i crediti inesigibili, un impegno a sostenere gli imprenditori e l’estensione di un ramoscello d’ulivo agli Stati Uniti. Ma per ora, la mancanza di stimoli sostanziali o di una vera riforma sta frustrando gli investitori. Il rally del 12% di cui ha goduto l’indice MSCI China a gennaio si è rivelato una falsa alba, poiché l’indicatore ha restituito costantemente tutti i guadagni dell’anno. Ora è in calo di circa il 6% nel 2023 e le maggiori banche di Wall Street stanno tagliando le previsioni a livelli che suggeriscono che farà fatica a recuperare i livelli visti all’inizio di quest’anno.

Schmitt, ETHENEA: le valutazioni dei titoli IA sono difficilmente sostenibili

La trimestrale di Nvidia è stata straordinaria, ma la contrazione potenziale è troppo elevata. Vanno seguite le aziende IA che crescono senza clamore, con una solida crescita fondamentale e valutazioni interessanti.

“Non vogliamo sottovalutare il fatto che l’intelligenza artificiale abbia il potenziale per cambiare molte cose, dai guadagni di efficienza ai nuovi prodotti e servizi, ma siamo scettici rispetto alla convinzione diffusa che ciò possa avvenire in modo così rapido, come suggeriscono le recenti performance di alcuni titoli già molto noti”. È l’opinione di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Sebbene l’intelligenza artificiale (IA) non sia una novità, l’argomento sembra essere arrivato al grande pubblico soltanto con l’applicazione ChatGPT. Non passa quasi giorno senza che un’altra azienda pubblicizzi le proprie soluzioni e capacità di intelligenza artificiale, e l’argomento sta prendendo piede anche nel mercato azionario. L’IA non è tutta fantasia e in qualche modo è già realtà: gli ultimi risultati trimestrali di Nvdia sono stati in ogni caso straordinari. Questo sviluppo fondamentale è ovviamente impressionante. Per essere considerata un investimento, tuttavia, anche la valutazione deve essere corretta. La parola d’ordine è: “crescita a un prezzo ragionevole“. In ogni caso, con un rapporto prezzo-utile atteso di circa 50, il potenziale di contrazione è troppo elevato, e il rischio di contrattempi è troppo grande se le elevate aspettative di crescita non venissero soddisfatte.

L’esperienza ci insegna che i temi e i titoli particolarmente pubblicizzati, inondati di afflussi nelle strutture di fondi attivi o passivi, hanno difficoltà a mantenere le aspettative – e quindi i livelli di valutazione – nel tempo. È vero che la valutazione gioca un ruolo sempre più secondario con un orizzonte temporale più lungo, a condizione, però, che lo sviluppo fondamentale sia corretto. Il passato ha anche dimostrato che è molto difficile individuare subito i vincitori a lungo termine nelle rivoluzioni tecniche, anche se a posteriori sembra abbastanza ovvio. In ogni caso, fino alla grande ondata di popolarità di ChatGPT di Microsoft, era Alphabet a essere considerato il leader nel campo dei modelli linguistici di intelligenza artificiale.

La concorrenza è molto dinamica. “Quindi, dal punto di vista delle scelte di asset allocation, nel fondo ETHNA-DYNAMISCH abbiamo già investito in alcune società che operano nello spazio dell’IA“, sottolinea Schmitt. “anche se non è stata questa la base della nostra decisione di investimento iniziale. Nella nostra watch list ci sono anche alcuni titoli rilevanti e non esiteremo a investire quando si presenteranno le opportunità. Fino ad allora, tuttavia, preferiamo le aziende che stanno prosperando al di fuori del clamore. Quelle con una solida crescita fondamentale, preferibilmente con una buona visibilità, e valutazioni interessanti, ovvero i titoli orientati alla crescita con multipli prezzo/utili (P/E) relativamente bassi, i cosiddetti Garp (Growth at a reasonable price)”.

Cina, timori sulla crescita. Gli investitori in azioni prevedono rendimenti bassi

Le azioni cinesi registreranno modesti guadagni nella seconda metà del 2023, poiché gli investitori temono che il governo rimanga inattivo sugli stimoli monetari necessari a ribaltare un’economia vacillante.

L’indice di riferimento CSI 300 delle azioni continentali cinesi salirà probabilmente di circa il 3% in questo trimestre, mentre l’indice Hang Seng di Hong Kong potrebbe avanzare di meno del 6%, secondo la stima mediana di 18 analisti e gestori di fondi intervistati da Bloomberg  questa settimana. I dati economici deboli sono stati citati come la preoccupazione principale, eclissando i rischi geopolitici e una potenziale recessione degli Stati Uniti.

Mentre la maggioranza degli analisti ha affermato che il mercato ha toccato il fondo, le proiezioni di fine anno suggeriscono che i principali indicatori non riusciranno a rivedere i picchi toccati durante il rally di riapertura dopo le restrizioni della politica “zero Covid”. Le prospettive cupe mostrano che gli investitori non si aspettano alcun cambiamento né punti di svolta per il mercato azionario, con le autorità che rimangono silenziose sulla concessione di ulteriori stimoli su larga scala per sostenere l’economia. Pertanto, secondo gli analisti di Citigroup Inc. la Cina è sull’orlo di una trappola della fiducia che si autoalimenta, mentre l’impulso iniziale alla riapertura inizia a svanire e l’obiettivo di crescita dell’indice Hang Seng – che comprende principalmente società della Cina continentale – si è ridotto.

Le prospettive sulle azioni appaiono sempre più fortemente dipendenti da un paniere di misure di stimolo, e dopo aver iniziato il 2023 alla grande, gli operatori hanno perso la fiducia sulla preannunciata seconda tappa del rally dei mercati. Del resto, una serie di dati chiave mostra la contrazione dell’attività manifatturiera e la perdita di forza dei servizi, e questo ha danneggiato il sentiment, appiattendo il CSI 300 rispetto ai guadagni a due cifre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud. L’HSI ha perso oltre il 4%, tra le peggiori performance in 92 indici primari tracciati da Bloomberg, poiché non sembra esserci una soluzione facile ai problemi economici della Cina. I consumatori non sono disposti a spendere, la disoccupazione giovanile è ai massimi livelli, i produttori stanno lottando mentre la domanda diminuisce in patria e all’estero. L’imponente debito pubblico locale e la debolezza dello yuan suggeriscono che lo spazio per un allentamento aggressivo attraverso strumenti monetari e fiscali rimane limitato.

Sebbene gli intervistati si aspettino un rialzo compreso tra il 7% e l’11% circa per gli indici di Hong Kong e della Cina continentale entro la fine dell’anno, i livelli previsti rimangono al di sotto dei massimi raggiunti alla fine di gennaio. Lo Shanghai Composite Index è un’eccezione, con la previsione leggermente al di sopra del picco di maggio. Gli investitori esteri hanno venduto 2,7 miliardi di yuan netti (372 milioni di dollari) di azioni continentali nel periodo aprile-giugno, segnando il primo deflusso trimestrale da settembre. Per ripristinare la fiducia, gli investitori chiedono un aumento del sostegno fiscale sotto forma di buoni di consumo e agevolazioni fiscali. Particolarmente urgente è la necessità di rilanciare il mercato immobiliare, mentre la crescita dei prezzi delle case rallenta di nuovo. Gli osservatori del mercato stanno aspettando che vengano annunciate misure più significative, inclusa la rimozione delle restrizioni agli acquisti nelle città di alto livello. I commercianti sperano in catalizzatori dalla riunione del Politburo di luglio, in cui i massimi responsabili delle decisioni guidati dal presidente Xi Jinping dovrebbero discutere nuove misure per rilanciare i settori immobiliare e dei consumi. “Penso che ci sia un consenso sul fatto che qualcosa debba essere fatto sul fronte della politica immobiliare“, ha affermato Jizhou Dong, responsabile della ricerca immobiliare cinese presso Nomura Holdings. “Se non ci sarà un rimbalzo significativo nei mercati immobiliari, gli investitori avranno un visione molto ribassista verso l’intera economia”.

Nonostante le loro modeste aspettative sui rendimenti, solo un intervistato ha affermato che nei prossimi mesi ridurrà l’esposizione alle azioni cinesi. Per alcuni investitori, infatti, lo scetticismo potrebbe essere eccessivo. “Le valutazioni della Cina potrebbero essere troppo ribassiste al momento, e c’è spazio per essere più costruttive nella seconda metà dell’anno”, ha affermato David Chao, stratega del mercato globale per l’Asia Pacifico presso Invesco Asset Management. Sebbene nessuna delle misure sarà abbastanza significativa da muovere i mercati di per sé, saranno considerevoli una volta sommate, ha affermato. Anche il BlackRock Investment Institute ha mantenuto il suo rating, sovrappesando le azioni cinesi nelle sue prospettive di metà anno, affermando che l’asticella per le sorprese al rialzo è bassa date le valutazioni attuali. Tuttavia, una serie di declassamenti degli obiettivi dell’indice da parte delle principali banche – con UBS che si unisce a Goldman Sachs e Morgan Stanley nel ridurre le previsioni dell’MSCI China – evidenziano un crescente ribasso. C’è anche la possibilità che la riunione del Politburo di luglio possa deludere, proprio come la riunione del Consiglio di Stato di metà giugno ha deluso per via dell’assenza di misure concrete.

Banche USA e Intelligenza Artificiale: 8 su 10 la sfrutteranno

Negli USA ben 8 istituti di credito su 10 sfrutteranno l’Intelligenza Artificiale in vista dei prossimi anni. Ecco le 7 applicazioni più sorprendenti, secondo gli esperti.

Dall’analisi dei dati (60%) all’incremento della produttività (59%) fino alla riduzione dei costi (54%): queste sono le principali ragioni che spingono l’universo bancario ad investire nella tecnologia del momento. A livello economico, è previsto persino un incremento d’incassi per l’asset globale dell’intelligenza artificiale applicata all’universo bancario che supererà quota 64 miliardi di dollari di fatturato entro il 2030. E le applicazioni? Innumerevoli grazie a funzioni automatizzate (RPA), avatar e piattaforme di ultima generazione. “Il mondo del banking è sempre più smart e l’IA può essere la chiave per abbracciare definitivamente il futuro”, afferma Francesco Elmi, Marketing Manager di QuestIT.

Creare il proprio futuro significa attivarsi nel momento presente, affidandosi ai principali trend che lo caratterizzano e, soprattutto, lo innovano: con queste parole è possibile definire il settore delle banche, che, secondo una serie di ricerche condotte sulle principali testate del settore da Espresso Communication per QuestIT, si affideranno sempre più alla intelligenza artificiale. Le prime conferme in merito giungono da Springer, gruppo editoriale di fama internazionale, e da un recente studio denominato “L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel settore bancario: una revisione sistematica della letteratura”.

Stando a quanto indicato dalla ricerca, negli USA ben 8 banche su 10 sfrutteranno le potenzialità dell’IA in vista dei prossimi anni per migliorare i propri servizi e, di conseguenza, il business generale. Il trend, però, coinvolge il mondo intero: secondo International Banker il mercato dell’intelligenza artificiale applicata all’universo bancario supererà quota 64 miliardi di dollari di fatturato entro il 2030. Ora una domanda sorge spontanea: quali ragioni spingono i direttori di banca ad abbracciare la tecnologia del momento? In primis la possibilità di analizzare i dati in un modo veloce ed efficace (60%), seguono l’incremento della produttività (59%) e la riduzione dei costi a livello generale (54%). Il trend coinvolge anche l’Europa e, secondo American Banker, anche la Germania con i più importanti istituti di credito del Paese pronti a raddoppiare i propri investimenti in termini d’innovazione.

E l’Italia? L’IA viene adoperata maggiormente all’interno delle realtà bancarie del Nord (79%), alle quali fanno seguito quelle del Centro (14%) e del Sud (7%). Questi ultimi dati emergono da un’indagine interna condotta su un campione di organizzazioni del territorio proprio da un’azienda made in Italy, ovvero QuestIT che, attraverso l’intelligenza artificiale, realizza avatar e assistenti virtuali di ultima generazione che possono aiutare le banche ad abbracciare il futuro fin da subito. “L’universo bancario, dopo quello medico e delle HR, sarà quello più influenzato positivamente dalle nuove tecnologie – afferma Francesco Elmi, Marketing Manager di QuestIT – I dati raccolti sono una conferma ulteriore del cambiamento che stanno apportando gli istituti di credito di tutto il mondo. Anche l’Italia non resta di certo a guardare e quest’evoluzione dipende dalle proposte innovative dei partner che, in vista dei prossimi anni, saranno chiamati ad essere efficaci e pronti a soddisfare le esigenze delle organizzazioni del territorio. Gli assistenti virtuali, infatti, possono essere inseriti all’interno di totem o piattaforme e, di conseguenza, guidare i clienti nella ricerca delle informazioni oppure prendere gli appuntamenti nel minor lasso di tempo possibile”.

L’intelligenza artificiale potenzia il costumer care perché garantisce alle banche un servizio attivo 24/7 su diversi canali in più lingue, rispondendo così ad oltre 1600 messaggi al giorno e trovando una soluzione alle richieste dei clienti in soli 3 minuti. In secondo luogo, gli assistenti virtuali di ultima generazione sono capaci di analizzare e raggruppare grandi quantità di dati estremamente complessi e migliora l’esperienza del singolo cliente perché lo segue passo dopo passo. A questo proposito, l’innovazione avveniristica, grazie alle componenti di emotion e attention detection che comprendono le espressioni facciali delle persone, è in grado di capire se il messaggio da lui divulgato è stato compreso nel migliore dei modi oppure no. Inoltre, l’IA velocizza il processo di selezione degli HR recruiter che sono alla ricerca di figure qualificate o alle prime armi da inserire nel team. 

Ecco, quindi, le 7 applicazioni più sorprendenti dell’intelligenza artificiale all’interno delle banche:
Potenzia la costumer care perché garantisce alle banche un servizio attivo 24/7 su diversi canali in più lingue: gli assistenti virtuali, infatti, rispondono a volumi medi di 1600 richieste al giorno.
– Analisi massiva e mirata di una quantità variabile di dati utili ai professionisti “umani” che, in seguito, possono archiviarli e utilizzarli in caso di necessità.
– Migliora l’esperienza del cliente perché gli avatar seguono passo dopo passo la clientela e, grazie a tool specifici, sanno riconoscere le emozioni umane e capire se le loro indicazioni sono chiare agli occhi delle persone fisiche.
– Velocizza e perfeziona la selezione degli HR recruiter che possono così valutare solo ed esclusivamente i profili in linea con i criteri da loro indicati all’interno delle offerte di lavoro.
– Raccolgono tutte le informazioni tecniche di cui i consulenti hanno bisogno in un determinato momento della giornata lavorativa come, ad esempio, lo stato di una pratica.
– Offre un’esperienza 100% phygital grazie all’inserimento di avatar avveniristici all’interno di totem o piattaforme ad hoc.
–  Promuove l’accessibilità perché gli avatar sono in grado di produrre e comprendere la Lingua dei Segni italiana e risultano di grande supporto per la clientela sordomuta che necessita di una banca inclusiva.

Outlook sull’intermediazione creditizia: il mondo dei mutui è totalmente cambiato

Secondo l’analisi condotta da 24MAX, i fatti congiunturali dell’ultimo anno hanno totalmente modificato il mondo dei mutui a cui ormai ci eravamo abituati tra il 2017 e il 2022.

A fronte dei repentini cambiamenti che negli ultimi mesi stanno interessando l’andamento del mercato immobiliare e di quello creditizio, a maggio 2023, 24MAX – società di mediazione creditizia del Gruppo RE/MAX, ha condotto una survey coinvolgendo oltre 100 credit specialist a livello nazionale. L’outlook che emerge delinea un mercato creditizio contraddistinto da nuove dinamiche, come commenta Dario Castiglia, CEO & Founder di RE/MAX Italia: “I fatti congiunturali dell’ultimo anno hanno totalmente modificato il mondo dei mutui a cui ormai ci eravamo abituati nel lungo periodo compreso tra il 2017 e il 2022. Il rialzo dei tassi ha avuto conseguenze non solo sulle scelte di chi vuole comprare casa, ma anche sui prodotti creditizi e sulle modalità di accesso al credito”.

Se la pandemia aveva già evidenziato alcuni dei vantaggi di affidarsi a un mediatore creditizio che agevolasse il dialogo con gli istituti bancari reso difficoltoso dalle limitazioni di accesso alle filiali, oggi ci troviamo di fronte a uno scenario in cui prodotti e tassi sono soggetti a cambiamenti repentini. Chi deve accendere un mutuo trova nel mediatore creditizio un consulente che giuda i consumatori verso la scelta più conveniente e conforme alle singole necessità. Per dare concretezza a questa affermazione, è interessante effettuare una simulazione ipotizzando le condizioni di un mutuo del valore di 150.000 euro e della durata di 25 anni. Prima della guerra, tra il peggiore e il migliore mutuo, a parità di importo erogato e durata, la differenza tra le rate era compresa in un gap di 10-20 euro/mese. A giugno 2023, lo scenario si è notevolmente modificato: comparando il miglior mutuo a tasso fisso in promozione con un mutuo a un tasso di mercato sopra il 4% si delinea una differenza nel range di 100-150 euro tra le rate mensili che, proiettata sull’intera durata del mutuo, corrisponde ad un risparmio complessivo che varia dai 30 ai 45 mila euro totali per le 300 rate. “Si tratta di un importo rilevante, che avvalora l’importanza di affidarsi a mediatori creditizi preparati ed imparziali”, osserva Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.

Dal sondaggio condotto da 24MAX emerge, infatti, che più dell’85% di chi è interessato ad accendere un mutuo manifesta un atteggiamento tra il negativo e il prudenziale. La survey, infatti, evidenzia che l’80% di chi si rivolge a un consulente finanziario è in cerca di informazioni e chiarimenti e si affida completamente alla competenza dell’esperto. “In un momento così particolare, scegliere il prodotto giusto può fare la differenza in modo sostanziale”, sottolinea Bernardi. “Per fare qualche esempio, ad aprile alcune banche con cui collaboriamo hanno lanciato un mutuo con tasso fisso al 2,99%, che ovviamente ha riscosso grande interesse da parte della nostra clientela; a giugno sono partite altre interessanti campagne con tasso fisso al 3,5% per gli under 36 e per LTV inferiore al 50%”. Esempi che confermano l’importanza di una consulenza non vincolata a un’unica banca.

La survey condotta da 24MAX, inoltre, conferma la dominanza del tasso fisso, con una percentuale che si attesta al 94,6% delle preferenze e che – secondo Bernardi – allo stato attuale potrebbe quasi portare verso l’azzeramento dei tassi variabili. Parallelamente, si registra una tendenza all’allungamento della durata dei mutui, dovuta alla ricerca di rate mensili più contenute. Dal sondaggio, infatti, risulta che il 66,1% dei mutui è a 30 anni, seguito da quelli a 25 anni che quotano per il 30,4%. inoltre, cresce la percentuale degli under 36, che nell’83,9% dei casi si dichiarano esplicitamente motivati all’acquisto grazie alle agevolazioni fiscali e alle promozioni a loro dedicate dagli istituti bancari. Una categoria, quella degli under 36, sempre più dominante, che predilige bilocali (51,8%) e trilocali (41,1%) prevalentemente ubicati nell’hinterland delle città (64,3%).

A monte di tutto, gli istituti bancari sembrano indirizzati coralmente a prendere vantaggio da questa fase di rialzo dei tassi – che si presume comunque temporanea nel medio periodo – per attribuire maggiore peso ai mutui a tasso fisso, stipulati ad un tasso medio del 4%, e per realizzare così una struttura di ricavi che, in una proiezione di lunghissimo periodo, saranno maggiori rispetto a quelli (risicati o molto bassi) ottenuti nel periodo della “bolla dei tassi negativi“, con i mutui a tasso fisso concessi anche allo 0,80% (settembre 2021). Prova ne sia che i mutui a tasso variabile, per via della previsione di un sensibile ribasso dei tassi nei prossimi 24-36 mesi, vengono proposti oggi ad una media del 5%, scoraggiando i richiedenti in un momento in cui, al contrario, converrebbe proprio il tasso variabile.