Luglio 26, 2026
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Lemanik: possibile ripresa economica per il 2024

Nel breve termine i mercati azionari dovrebbero essere supportati dal processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. La direzione di medio termine dipende dalla traiettoria dell’inflazione.

“Nelle settimane recenti, il mercato è stato supportato da una forte performance dei titoli tecnologici, che stanno riflettendo aspettative ottimistiche legate all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il resto del mercato non si è ancora ripreso, anticipando un lieve rallentamento economico. La limitata partecipazione al rimbalzo dei titoli ciclici potrebbe invertirsi a breve, riflettendo una ripresa economica nel 2024″. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities, che a maggio ha sovraperformato rispetto al suo benchmark, aumentando del 3.2%.

Il mercato rimane concentrato sulla fine del ciclo di aumenti dei tassi di interesse e del suo impatto sull’economia globale. Sebbene le economie stiano chiaramente rallentando, è improbabile che ci sia una profonda recessione. I dati sull’occupazione sono forti e i consumi stanno dimostrando resilienza. La maggior parte delle banche centrali ha indicato che siamo vicini a una pausa dei rialzi dei tassi di interesse, anche alla luce delle recenti insolvenze bancarie che rallenteranno l’erogazione di credito determinando una contrazione delle condizioni finanziarie equivalente a un aumento dei tassi di interesse da 25bps a 50bps.

Visto che il prezzo delle azioni generalmente anticipa gli eventi economici di circa 6 mesi, è probabile che l’attuale modesto rallentamento economico sia già stato prezzato dalla correzione di mercato dello scorso anno. Nel breve termine, le azioni dovrebbero essere supportate dal graduale processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. Quello che determinerà la direzione di medio termine del mercato è la traiettoria dell’inflazione. Se l’inflazione sarà più persistente rispetto alle aspettative delle banche centrali, il mercato potrebbe iniziare a prezzare la necessità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo causerebbe ulteriori ribassi del mercato. “Durante maggio, il fondo ha venduto Iqvia (healthcare) allocando i proventi su una serie di posizioni esistenti incluse Heico, Thermo Fisher, Danaher, Nike e S&P Global”, conclude Garbarino (nella foto). “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sotto pesati”.

Grandi patrimoni e ricchi divorzi: che sorte hanno assegno divorzile e casa coniugale alla morte dell’ex?

Alla morte dell’ex marito, la ex moglie titolare di un assegno divorzile può chiedere un assegno a carico dell’eredità, ma solo se è in stato di bisogno. Il diritto di abitazione della casa familiare non si elimina automaticamente.

Di Massimo Bonaventura

In materia di matrimonio, “finchè morte non vi separi” è oggi una formula ritenuta sempre più obsoleta per via delle impietose statistiche sui destini delle coppie in Italia: più di un terzo di esse – ivi comprese quelle ben patrimonializzate – è destinato ineluttabilmente al divorzio che, come tutti i fatti umani, muta i suoi effetti giuridici allorquando l’ex coniuge oberato dell’assegno di mantenimento – ossia l’ex marito – viene a mancare.  Infatti, con la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio o della unione civile, ciascun coniuge perde i diritti successori nei confronti dell’ex coniuge che muore. Tuttavia, l’art. 9 bis della l. n. 898/1970 prevede che il coniuge divorziato superstite, già titolare di un assegno divorzile, possa chiedere al tribunale di stabilire un assegno periodico a carico dell’eredità purché si trovi in stato di bisogno.

Pertanto, nel caso in cui entrambi gli ex coniugi abbiano vissuto nel benessere economico e nell’agiatezza anche successivamente al divorzio, si pone un interrogativo profondo sulla effettiva applicazione di questa previsione normativa. Questo perché, innanzitutto, l’assegno da chiedere giudizialmente a carico dell’eredità non è una semplice continuazione di quello che la titolare percepiva mentre l’ex marito era in vita, ma costituisce un diritto nuovo ed autonomo, che poggia la sua ratio su basi differenti da quelle che sostengono la natura dell’assegno divorzile. Per questo motivo, è necessario un nuovo pronunciamento giudiziale per avere riconosciuta questa misura a carico degli altri eredi e, soprattutto, la sua entità. Sarà il tribunale ad accertare discrezionalmente la sussistenza dei suoi presupposti, e cioè che:
a) l’ex coniuge divorziato sia in stato di bisogno,
b) non sia convolato a nozze dopo il divorzio,
c) la precedente liquidazione dell’assegno divorzile non sia avvenuta  in unica soluzione. In quest’ultima ipotesi, infatti, cessa per patto espresso ogni forma di tutela economica del “coniuge debole”.

Relativamente al presupposto dello stato di bisogno, esso va interpretato in maniera restrittiva, di modo che l’assegno a carico dell’eredità debba essere attribuito solo quando la ex moglie divorziata non è in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze minime di vita; questa ultime, a loro volta, vanno analizzate secondo la sua posizione sociale, per cui il giudice dovrà condurre una analisi dei bisogni minimi – non del tenore di vita! – della ex moglie superstite avendo rispetto “delle sue essenziali e primarie esigenze esistenziali, che non possono rimanere insoddisfatte se non a costo di un deterioramento fisico o psichico” (Cass. civ., 17 luglio 1992, n. 8687). Questo, ovviamente, se le risorse economiche e patrimoniali già possedute dal coniuge divorziato superstite non consentano di soddisfare in totale autonomia tali esigenze.

Relativamente alla quantificazione di tale assegno, i parametri utilizzabili devono ricomprendere altri fattori, come l’importo dell’assegno di divorzio percepito finchè l’ex marito era in vita, l’eventuale pensione di reversibilità, l’entità del patrimonio lasciato agli eredi, il numero di questi ultimi e, soprattutto, le loro condizioni economiche. In particolare, il limite massimo dell’assegno di cui potrebbero essere gravati gli eredi è costituito dall’importo dell’assegno divorzile di cui era titolare il coniuge divorziato superstite, in modo tale da evitare che qualche giudice “creativo” possa stabilire una somma maggiore rispetto a quella di cui era gravato il de cuius. Infine, l’assegno graverà solo sulla quota disponibile, cioè su quella parte di patrimonio di cui il defunto poteva disporre liberamente per testamento, tutelando così quella parte di eredità che la legge necessariamente riserva ai legittimari.

Naturalmente, il diritto della ex moglie divorziata sarà tanto minore quanto più numerosi sono gli eredi e quanto più stretti i loro vincoli di parentela con il defunto.

Relativamente alla sorte della casa familiare assegnata dal tribunale alla ex moglie (avviene nel 92% circa dei casi), c’è da dire che Il diritto di abitazione non può essere eliminato automaticamente alla morte dell’ex marito, poiché si tratta di un diritto personale di godimento concesso alla ex moglie in funzione del “vincolo di destinazione collegato all’interesse dei figli”; i quali nel 95% dei casi vengono collocati dai tribunali con la madre. Di conseguenza, tale diritto si estingue soltanto per il venir meno dei presupposti che ne hanno determinato l’assegnazione, e cioè la morte della ex moglie assegnataria, il compimento della maggiore età dei figli o il conseguimento da parte degli stessi dell’indipendenza economica, il trasferimento ad altra abitazione, il passaggio a nuove nozze o ad una convivenza more uxorio della ex moglie oppure, infine, la sua mancata utilizzazione (Cassazione n. 772/2018).

Tale previsione è valida anche se la casa coniugale assegnata “per cieca prassi” dai tribunali alla ex moglie separata/divorziata è interamente di proprietà dell’ex marito e, una volta venuto a mancare quest’ultimo, altri soggetti (eredi non legittimari, terzi acquirenti) ne reclamano la proprietà e il possesso per successione o per titolo di proprietà. Infatti, accade spesso che la casa familiare, precedentemente assegnata dal tribunale alla ex moglie per via della presenza dei figli, rimanga alla stessa anche dopo il divorzio ed anche quando i figli, nel frattempo, ne sono usciti perchè diventati economicamente autonomi. Ebbene, non godendo più la ex moglie divorziata dei diritti successori, che fine fa il diritto di abitazione nel caso in cui il de cuius abbia lasciato in eredità a terzi proprio quella casa, utilizzando la quota disponibile? Quest’ultima, in assenza di figli è pari fino al 100% (in assenza di genitori superstiti) mentre in loro presenza è uguale al 50% del patrimonio (con un solo figlio) o al 33,3% (con due o più figli). Ebbene, non è raro che, quando l’ex marito divorziato possiede un ingente patrimonio, venda mentre è ancora in vita la proprietà della casa familiare a terzi (di solito un parente stretto) oppure, se esistono figli legittimari, attribuisce a questi per via testamentaria altri beni, diversi dalla casa familiare, fino a concorrenza della quota “di riserva”, ossia della quota da attribuire necessariamente agli eredi legittimi.

In casi come questi, è pacifico che il diritto di abitazione della ex moglie si estingua e che la casa coniugale debba essere lasciata ai nuovi proprietari. Sempre che il tribunale non ci metta una pezza, e scateni l’inferno.

Ethenea: borsa USA “ristretta”. Apple capitalizza più dell’intero indice Russell 2000

Un quarto dell’S&P 500 è concentrato in cinque titoli (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA). La sola Apple ha una capitalizzazione maggiore dell’intero indice Russell 2000.
 
“L’aumento degli squilibri è stato particolarmente evidente negli ultimi tempi sui mercati azionari. In particolare negli Stati Uniti si è visto che l’andamento del mercato è stato influenzato solo da poche importanti azioni. È facile rilevare tali squilibri confrontando il noto indice S&P 500, ponderato per la capitalizzazione di mercato, con la sua variante equiponderata meno nota. Quest’ultima è rimasta da inizio anno in prossimità dello zero, mentre l’S&P 500 ha registrato rialzi a tratti anche a due cifre. Il titolo azionario medio non riesce dunque a decollare, mentre l’S&P 500 ha registrato plusvalenze. Questo fenomeno viene occasionalmente definito “scarsa ampiezza del mercato“. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Il peso dei cinque titoli con la maggiore capitalizzazione di mercato (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA) costituisce quasi un quarto della capitalizzazione dell’indice. Già Apple, da sola, ha raggiunto una capitalizzazione di oltre 2,5 trilioni di euro, superando addirittura leggermente l’intera capitalizzazione del Russel 2000 (un indice azionario di small cap statunitensi rinomato su scala mondiale). Ulteriori esempi della riduzione dell’ampiezza del mercato sono riscontrabili anch’essi soprattutto negli Usa. Ad esempio, in seguito alla recente crisi del mercato bancario, la capitalizzazione di mercato della più grande banca statunitense, J.P. Morgan, ha superato nettamente quella aggregata delle 143 banche regionali comprese nell’S&P Regional Banks Index.
 
Lo scorso anno anche la performance del titolo della casa automobilistica statunitense Tesla ha riflesso questi sviluppi nel confronto con il resto del mercato globale di tutti i produttori di automobili. Un simile andamento si osserva, al di là delle differenze accessorie, in due delle cinque principali azioni dell’S&P 500, Amazon e il produttore di chip NVIDIA. La capitalizzazione di mercato di quest’ultimo è attualmente pari a quasi 30 volte il fatturato (non l’utile) dello scorso anno. “L’evoluzione fondamentale per lo più ottima di tutti i singoli titoli menzionati sopra potrebbe sicuramente continuare e gli squilibri del mercato potrebbero pertanto ulteriormente rafforzarsi”, sottolinea Christian Schmitt. “Inoltre, le aree del mercato che finora hanno sottoperformato potrebbero recuperare terreno – le quotazioni offrono margini in tal senso – con conseguente riduzione degli squilibri. In ogni caso è importante essere a conoscenza di questi sviluppi e seguirne l’andamento”.

Gli investitori istituzionali vanno via dal mercato, e quelli retail ne occupano il vuoto

Le grandi istituzioni hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e cosi la concentrazione del portafoglio è ormai tale che solo un investitore retail può accettarla.

Di Maurizio Novelli*

Una recente analisi di Morgan Stanley evidenzia come i grandi investitori privati (il top 1% più ricco) abbiano liquidato le loro posizioni, mentre le fasce più retail (il bottom 90%-80%) sia entrata nel mercato. Ciò è dimostrato anche dal fatto che il ticket medio di transazione è drasticamente calato nei mesi recenti di rialzo del mercato ed i volumi medi degli ultimi 30 gg sono inferiori del 40% a quelli di un mese fa. Pertanto, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono

L’attività di trading effettuata tramite algoritmi si è intensificata moltissimo negli ultimi mesi, facendo salire artificiosamente un mercato che era invece esposto al rischio di scendere. E così i retail investors (ora il 10% di tutti volumi) hanno occupato il vuoto lasciato dagli investitori istituzionali (fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, family office, ecc.), i quali in realtà hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno – in particolare tra il 2016 e il 2019 (BofA Global Research) – a causa delle valutazioni non più favorevoli, della scarsa trasparenza dei bilanci e dell’intensa attività di buy back, fatta in molti casi per manipolare al rialzo gli EPS e sostenere i prezzi. All’interno di questo scenario, i retail investors si sono fatti strada grazie alla creazione di piattaforme di trading con commissioni “zero” (Robinhood, Charles Schwab, Ameritrade, Interactive Brokers, ecc), le quali vengono compensate dai profitti sui tassi d’interesse applicati sul leverage utilizzato dagli investitori privati americani (che di norma operano a leva 2/3 volte sul capitale investito).

Risulta poi abbastanza sospetto che, mentre negli ultimi mesi i buy back sono saliti al record di sempre, i CEO delle società vendano azioni a ritmi record (CDT Capital management Insider Sentiment Ratio, Aprile 2023). È un’ulteriore conferma della scarsa appetibilità del mercato Usa, la recente newsletter di Berkshire Hathaway sulla chiusura del bilancio annuale della società di Warren Buffet, che evidenzia la mancanza di opportunità per veri investitori, al punto da indurre Buffet a migrare in Giappone (per la prima volta) alla ricerca di alternative. La “migrazione” dei capitali dei grandi investitori (Real Money) è in realtà iniziata già dal 2013/2014, con un deflusso medio di 1,5 trilioni di dollari all’anno, al punto tale che oltre 9 trilioni di dollari sono entrati nei Private Markets.                           

Questo fenomeno ha portato successivamente alla creazione del grande boom degli IPO, dato che gli investitori professionali hanno capito che era meglio acquistare le società non quotate a basse valutazioni, per poi venderle in borsa ai retail investors e ai mutual funds (che sono sempre espressione di denaro retail) a valutazioni stratosferiche, scatenando così la mania per gli “unicorni“, società la cui profittabilità era scritta nelle favole. Purtroppo la “migrazione” dagli asset liquidi verso quelli illiquidi ha creato di fatto un’ulteriore bolla speculativa anche sui Private Markets, e ora ci troviamo nella paradossale situazione che gli investitori istituzionali, per sfuggire alle elevate valutazioni dei mercati azionari e obbligazionari, si sono inchiodati su asset illiquidi ad alte valutazioni e (per ora) a bassa redditività.

Il fallimento di SVB evidenzia di fatto questa situazione, dato che la banca è saltata sulle perdite dei MBS e Treasuries, ma in realtà erano le società di Venture Capital finanziate che bruciavano cassa e dovevano essere supportate all’infinito dal credito bancario che SVB non era più in grado di espandere. Oggi invece l’attività continua a concentrarsi solo sui principali titoli delle grandi società che, operando in un contesto di oligopolio o monopolio, riescono ad evidenziare una tenuta dei profitti migliore rispetto al resto del mercato, ma comunque in contrazione. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e la concentrazione del portafoglio è tale che solo un investitore retail può accettarla, imponendo agli investitori professionali una diversificazione che produce sistematicamente under performance rispetto agli indici.

La grande attività degli algoritmi (70% dei volumi) facilita la manipolazione degli indici nel breve termine ed evidenzia la fragilità strutturale del mercato e non la sua forza (come molti credono). Prendiamo il caso della notizia sul tetto del debito USA, di cui si è discusso nelle scorse due settimane in tutti i media del mondo. La “creazione del consenso” riguardo a una view è generalmente fatta dai media e dalla ricerca delle case d’investimento, che si focalizzano su una notizia che viene trattata con uno spazio molto più importante rispetto ad altre (es. fallimenti bancari e dei futuri problemi sul credito all’economia). Ebbene, il focus delle informazioni sul tetto del debito porta l’attenzione degli algoritmi sulla probabilità degli eventi conseguenti positivi o negativi. Poiché la probabilità di un default Usa era molto bassa mentre quella di trovare un accordo è decisamente più alta, lo spostamento del focus del mercato su un evento ad alta probabilità positiva crea un bias positivo degli algoritmi sul mercato.

E così, l’impatto congiunto di banche d’investimento, media finanziari e algoritmi riesce a spostare il focus di breve termine su notizie che possono avere una distribuzione statistica di eventi positivi favorevoli (sempre nel breve termine), mettendo in secondo piano eventi che hanno invece risultati statistici più negativi al 90% (restrizione del credito). Pertanto, per generare un bias positivo degli algoritmi basta spostare il focus delle notizie e delle analisi da una notizia di mercato che poteva essere destabilizzante a qualcosa che ha elevate probabilità di non esserlo. Nel frattempo però i fondamentali sottostanti continuano a deteriorarsi, ma ovviamente l’algoritmo non se ne può accorgere, dato che la strategia è quella di dargli in pasto eventi di breve termine per tenerlo occupato su fenomeni ad alta probabilità di evento positivo.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Equity americano in balia degli algoritmi “stupidi”. I bond tornano a competere con le azioni

L’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni. Istruzioni: long bonds e short equity.

Di Maurizio Novelli*

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono. In questa fase di elevata incertezza negativa, l’attività di trading “algo” (effettuata con gli algoritmi, ndr) si è intensificata ai massimi degli ultimi nove anni, facendo salire un mercato che era invece esposto al rischio di scendere.

Il mercato finanziario americano, pertanto, è ormai manipolato dagli algoritmi, che fanno circa il 70% dei volumi giornalieri del mercato azionario. Le “macchine” comprano mentre gli “umani” vendono. Fa molto riflettere l’articolo apparso sul Financial Times del 14 maggio – Algorithms prop up the market as fretful humans sit out the uncertainty – che descrive un’intensa attività “contrarian” da parte degli algoritmi, in una fase in cui il mercato azionario americano si è esposto ad elevati rischi di ribasso.  In pratica, quando si manifestano eventi improvvisi negativi non prevedibili dagli algoritmi, il mercato cade nel vuoto perché l’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni.

Si verificano così le cadute verticali del mercato, dove è praticamente impossibile vendere, e gli algoritmi, sorpresi da eventi non “programmati in anticipo”, si spengono e interrompono l’operatività abbandonando il mercato. La struttura attuale del mercato azionario americano sembra studiata per evitare impatti negativi provocati dalle “mini crisi”, ma non può impedire il deterioramento inesorabile e ormai costante dei fondamentali, che procureranno comunque la crisi del sistema. È ovvio che tutto quello che viene fatto attraverso questi meccanismi di manipolazione serve a fare in modo che gli asset investiti rimangano focalizzati di volta in volta sugli eventi di breve periodo, cercando di far perdere importanza alle dinamiche fondamentali.

I fallimenti bancari non sono un indicatore di un economia solida e prospera. È comunque evidente che questo sistema non convince quasi più nessuno, dato che in questi anni abbiamo assistito a vari tentativi di “fuga dal sistema” finiti anche male. Trilioni sui Private Markets, centinaia di miliardi sulle criptovalute, e recentemente fughe di capitali sull’Oro (con le Banche centrali di tutto il mondo in prima fila in questo flusso). I bond di breve termine ad alto rating creditizio attirano capitali a ritmi molto più elevati dei mercati azionari, dato che i flussi di acquisto sui Titoli di Stato continuano nonostante i tassi reali su tali investimenti siano sempre negativi. Anche questo flusso è una conferma di una minore propensione al rischio. Molti sentono puzza di bruciato se anche Warren Buffet aumenta il cash in portafoglio.

È ovvio che questi tentativi di manipolazione non potranno modificare comunque i fondamentali sottostanti, che continueranno a peggiorare inevitabilmente e metteranno il sistema finanziario americano in una posizione di insostenibilità sia fiscale che finanziaria (oggi il debito estero Usa è il 90% del Pil vs il 45% del 2008). Il cedimento dei consumi è già iniziato e, guarda caso, la lotta sul tetto del debito si concentra sui sussidi ai cittadini americani che non riescono ad arrivare a fine mese, sussidi pubblici che hanno finora sostenuto i pagamenti delle rate sul debito privato contratto in questi anni e hanno impedito l’impennata dei default sul credito durante e dopo il Covid.

Le banche hanno iniziato ad aumentare gli accantonamenti sui crediti, proprio in attesa di una netta riduzione di sussidi e una fine delle moratorie sui debiti (student loans in particolare), che stanno giungendo a scadenza proprio a giugno, guarda caso con il raggiungimento del tetto sul debito. L’accordo sul tetto del debito Usa avrà comunque un impatto restrittivo sulla politica fiscale, proprio mentre quella monetaria sarà ancora più restrittiva, a causa della contrazione del credito bancario dovuto alla crisi delle banche e mentre gli effetti del rialzo dei tassi iniziano solo ora a farsi sentire. Infatti un accordo è possibile solo se si riducono le spese e il deficit che, per erogare sussidi e aiuti di stato, è in una traiettoria insostenibile.

I problemi dell’economia Usa erano già molto evidenti a fine 2019 e l’evento Covid è stato un grande “colpo di fortuna” per mascherarli con il più grande intervento di salvataggio della storia, che ha permesso così di salvare i segmenti del credito più speculativo che erano già in crisi, ma che ha ulteriormente ingigantito la sua dimensione e il suo peso sull’economia. Dal 2021 a oggi abbiamo fatto solo un colossale rollover di un eccesso di debito privato speculativo non rimborsabile (Subprime, High Yield, Leverage Loans, Private Debt) e non sostenibile, dato che per sostenerlo il settore privato americano ha attinto a piene mani dai sussidi di stato.                       

A un certo punto, il sistema capitalistico americano ha chiesto l’intervento statale per mantenersi e riuscire a pagare il debito fatto per sostenere consumi e Pil. L’indice del mercato azionario è rimbalzato su tali interventi (insostenibili) ma rimane tuttora solo un fuorviante indicatore per far credere che sia tutto ok. Gli algoritmi non possono cambiare un sistema in crisi, possono solo aiutare, nel breve periodo, a manipolare un mercato che non è più sostenuto dai fondamentali. Cercare di sostenere a oltranza un mercato su livelli poco difendibili, mentre i fondamentali sono già in evidente cedimento da tempo, aumenta gli spazi di downside e peggiora la situazione, dato che la tenuta del mercato dipende sempre meno dagli investitori e sempre più dalla speculazione di breve termine.

Al momento nessuna economia (Cina, Usa, Europa) sembra nelle condizioni di poter contrastare il cedimento innescato dalla fine degli stimoli fiscali e monetari post Covid, gli unici fattori che hanno sostenuto il rimbalzo del ciclo negli ultimi 12/18 mesi. È evidente che gli algoritmi non possono cancellare la macroeconomia che, in modo sempre più pronunciato, fa emergere fondamentali in netto e progressivo peggioramento in tutte le principali economie (il consenso creato sul China reopening è un flop). Nel frattempo, le aspettative di una imminente inversione della traiettoria dei tassi d’interesse (Fed Pivot), si stanno decisamente ridimensionando, mentre i bond sono tornati ad essere il competitor degli investimenti in equity dopo 14 anni di Qe. Questo evento è strutturale e conferma la nostra view strategica: long bonds e short equity.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Banche online, gli onboarding complessi scoraggiano i clienti a sottoscrivere prodotti finanziari

Troppo lungo il tempo impiegato e troppe le informazioni personali richieste nel processo di onboarding digitale quando gli utenti sottoscrivono prodotti finanziari. La lunghezza media di un processo di registrazione è di ben 15 minuti e 34 secondi.

Il digitale è diventato sempre più presente nella vita di ogni giorno: se fino a qualche anno fa per aprire un conto in banca era indispensabile passare in filiale, ora tutto può essere gestito online. Per una banca, perciò, diventa fondamentale semplificare il processo di “onboarding” attraverso i servizi digitali per non rischiare di perdere potenziali clienti.  Infatti, tra le principali cause dell’abbandono del processo di sottoscrizione di prodotti finanziari il troppo tempo richiesto (21%) e le eccessive informazioni personali necessarie (21%). Ma non è tutto: secondo l’ultimo report BAI il 75% dei Millennial è disposto a cambiare il proprio istituto bancario per una migliore esperienza mobile, mentre la Gen X è sempre più orientata ad aprire conti o richiedere prestiti proprio online.

E così, le caratteristiche più importanti che le persone si aspettano da un processo di onboarding quando attivano un nuovo prodotto finanziario digitale sono la velocità di attivazione e l’inserimento di poche informazioni personali. Tuttavia i fornitori di servizi finanziari faticano a sfruttare i vantaggi dell’utilizzo del digitale, al punto che in Europa il 68% dei clienti rinuncia a sottoscrivere un prodotto finanziario (dato cresciuto del 5% rispetto al 2020 e quasi raddoppiato rispetto al 2019). Per il 21% di questi la rinuncia è stata causata dal troppo tempo richiesto per la registrazione al servizio e per un altro 21% dalle eccessive informazioni personali richieste: è quanto rivelato recentemente dalla testata specializzata Bank Director sulla base dell’ultimo report “The Battle to Onboard”.

Millennial e Gen Z sono certamente i più propensi ad utilizzare strumenti digitali per gestire i propri prodotti finanziari, ma sono portati a rinunciare quando l’onboarding diventa troppo complicato. In particolare, si rileva il più alto tasso di abbandono nella fascia tra i 25 e i 34 anni, seguita dai giovani tra i 18 e i 24; segno che le nuove generazioni hanno aspettative più elevate rispetto all’offerta di servizi finanziari digitali. Inoltre, secondo la recente ricerca realizzata da McKinsey “US consumer experience in banking survey”, in un anno negli Stati Uniti sono raddoppiate le persone intenzionate ad aprire un nuovo conto finanziario e il 20% degli intervistati sta valutando la possibilità di cambiare banca. Dati che mostrano come per gli istituti bancari sia importante proporre soluzioni e offerte in grado di attirare questo largo bacino di utenza.

Sempre secondo “The Battle to Onboard”, la lunghezza media di un processo di registrazione è di 15 minuti e 34 secondi. Un tempo che, pur essendo in diminuzione rispetto agli anni passati, viene considerato ancora troppo lungo. Analizzando poi l’ultimo report BAI, citato da FinTech Futures, si scopre che non sono solo i più giovani a basare le proprie scelte finanziarie sulla qualità dei servizi online. Il 75% dei Millennial è pronto a cambiare il proprio istituto bancario davanti a un’offerta di una migliore esperienza mobile mentre gli esponenti della Gen X sono sempre più orientati ad aprire conti e richiedere prestiti online.

Di recente, Mia-FinTech ha lanciato un nuovo strumento in grado di semplificare il processo di onboarding. L’Identification Manager è una soluzione end-to-end che permette di creare processi di identificazione customizzati e connetterli a diversi fornitori certificati di Identità Digitali. “Si tratta di un’applicazione rivoluzionaria che permette di velocizzare le procedure di onboarding, tanto da consentire l’acquisizione documentale e la verifica di identità in pochi minuti”, ha spiegato Bruno Natoli (nella foto), CEO di Mia-FinTech. “Il processo di identificazione è interamente parte del più ampio Onboarding Digitale, ossia del processo di integrazione di nuovi utenti all’interno di un sistema o piattaforma digitale, che avviene tramite una serie di passaggi e interazioni online e abilita l’identificazione e la certificazione dell’identità.

Migliorare e semplificare le operazioni di onboarding, pertanto, potrebbe risultare l’arma vincente, dato che il sondaggio di McKinsey sottolinea la minor soddisfazione dei clienti quando si tratta di aprire un nuovo conto e di risolvere problemi legati al conto corrente. Due punti che raccolgono solo il 69% e il 68% di soddisfazione, ben lontani dall’83% ottenuto se si parla di effettuare pagamenti, prelievi e depositi. “Per rendere più fruibile e sicuro l’onboarding – dichiara Bruno Natoli – serve semplificare i processi, riducendo il numero di step e informazioni necessari durante il processo di onboarding, utilizzando un linguaggio chiaro e conciso, fornendo una “progress bar” per aiutare gli utenti a capire a che punto del processo sono in ogni momento, senza eccedere nella richiesta di informazioni personali, limitandosi a quelli previsti dalla legge. Inoltre, è utile fornire istruzioni e supporto agli utenti lungo l’intero processo, come manuali, guide e live chat, e usare metodi di Strong Authentication come l’Autenticazione Multi Fattore (MFA), sistemi di autenticazione biometrici  come le impronte digitali o il riconoscimento facciale, e sistemi di aggiornamento periodico di password. Su tutto, serve educare gli utenti informandoli riguardo le possibili minacce alla sicurezza e fornendo informazioni riguardanti le best practices in termini di protezione dei dati”.      

Scauri, Lemanik: La Fed sarà costretta a intervenire sui tassi di interesse

La curva dei rendimenti Usa continua a segnalare un’alta probabilità di recessione imminente, e le valutazioni del mercato italiano riflettono già un significativo rallentamento economico. 

“La Fed sarà costretta a intervenire sui tassi di interesse. L’eccessivo debito pubblico e l’aumento dell’indebitamento pubblico richiederanno tassi d’interesse reali negativi nel medio termine, un elemento positivo per i mercati azionari nel medio termine e in particolare per i titoli di qualità, ma probabilmente dovremo prima passare attraverso una correzione del mercato”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Special Situations, che a livello annuale ha registrato una performance positiva del +10,23%.

Nell’ultimo fine settimana di maggio sono stati compiuti progressi nei negoziati per l’innalzamento del tetto del debito statunitense. Tuttavia, sarà necessario attendere la versione finale dell’accordo per comprenderne appieno le implicazioni. Il tetto del debito passerà dagli attuali 31,4 miliardi di dollari a 35 miliardi nel gennaio 2025. La mossa è volta a garantire la stabilità finanziaria del paese e a fargli superare indenne le elezioni presidenziali del prossimo anno. I tassi di interesse sono saliti sulla scia di alcuni commenti da falco dei banchieri centrali, dei verbali del FOMC che mostrano un comitato ancora diviso sulle prossime mosse e di un’inflazione persistente.

Le aspettative sulle future decisioni della Fed in materia di tassi sono cambiate rapidamente: all’inizio del mese, il mercato prevedeva un picco dei tassi Usa al 5,1% e un taglio dei tassi di 75 pb entro gennaio 2024.

Ora non è previsto alcun taglio dei tassi quest’anno e si stima che i tassi raggiungeranno il picco del 5,3%, con un’alta probabilità di rialzo di +25 pb entro luglio.

A nostro avviso, però, la Fed dovrà comunque intervenire sui tassi di interesse. La curva dei rendimenti Usa 10Y-2Y rimane fortemente invertita (-78 pb da -60 pb a inizio mese), continuando così a segnalare un’alta probabilità di recessione imminente. In Europa, il rendimento del bund tedesco è rimasto sostanzialmente invariato al 2,3%, così come il rendimento del titolo decennale italiano al 4,1%, con lo spread BTP-Bund stabile a 181 pb. La Germania è entrata in recessione tecnica, con un calo del Pil dello 0,3% nel 1° trimestre del 2023 rispetto al trimestre precedente, dopo una contrazione dello 0,5% registrata nel 4° trimestre del 2022. “La cautela è ancora necessaria, poiché vediamo ancora uno scenario volatile per il mercato azionario. Non cambiamo quindi la nostra visione sulle azioni, preferendo i titoli di qualità a quelli ciclici”, sottolinea Scauri.

Le valutazioni del mercato italiano, soprattutto se confrontate con quelle di altri mercati internazionali, riflettono già un significativo rallentamento economico. Ciò è particolarmente evidente tra le mid-small cap, che stanno soffrendo ulteriormente a causa della diminuzione della liquidità. Tuttavia, nei prossimi mesi vedremo ancora gli effetti dell’inasprimento del ciclo del credito e della liquidità del mercato (con le importanti scadenze TLTRO a fine giugno, l’accelerazione del quantitative tightening sia nell’Ue che negli Usa e l’aumento delle emissioni di debito pubblico statunitense), nonché il rallentamento dell’economia cinese, che ha in parte sostenuto la crescita globale nel 1° trimestre del 2023. 

“A livello settoriale, le posizioni principali in portafoglio rimangono il Biotech con Vivoryon; il Green capex con Danieli; la Cybersecurity; il Tech, dove abbiamo aumentato il nostro posizionamento sulla base di un’ipotesi di correzione dei tassi di interesse (Shop Apoteke, Delivery Hero)”, conclude Scauri. “Segnaliamo infine le nostre posizioni su Atos, molto penalizzate da problemi specifici della società. Riteniamo che, agli attuali prezzi di mercato, vi sia del valore nascosto in uno scenario di break-up. A livello di finanziari, abbiamo concentrato il nostro posizionamento su tre banche (Santander, Banco BPM e Banca Monte dei Paschi) sulla base della valutazione e dell’appeal speculativo”.

Su Eurovita si abbatte la peggiore disinformazione televisiva. Marucci: i consulenti non hanno colpe

Per RAI3 sarebbe stato sufficiente osservare le più elementari prassi del giornalismo per scoprire che i consulenti finanziari erano del tutto ignari dei problemi di Eurovita fino al giorno in cui ISVAP ha sospeso i riscatti.

Com’è noto, lo scorso 4 Giugno la trasmissione “Mi manda Rai 3” si è occupata del caso della compagnia Eurovita, mettendo in luce la crisi strutturale della compagnia che ha coinvolto gli oltre 350.000 investitori titolari di polizze nel ramo assicurativo vita. Tuttavia, l’informazione che il servizio pubblico avrebbe dovuto garantire ai telespettatori, soprattutto in relazione a vicende delicate e non ancora concluse come questa, ha lasciato il posto ad un servizio televisivo su scala nazionale concepito per seminare il panico e mettere in cattiva luce coloro che, come i consulenti finanziari, non hanno avuto alcuna responsabilità, nemmeno quella “basilare” dell’informazione al cliente, poichè nessuno li aveva informati fino al giorno del commissariamento e del blocco dei riscatti. Per i media, peraltro, sarebbe stato sufficiente osservare le più elementari prassi del buon giornalismo – sentire gli interessati per riscontrare la notizia – per scoprire che i consulenti finanziari erano del tutto ignari di ciò che era successo tra ISVAP ed Eurovita.

Tuttavia, nulla di questo è stato fatto dagli autori di “Mi manda Rai 3”, ma procediamo con ordine. Come in ogni servizio giornalistico teso a fare cattiva informazione, hanno certamente colpito le varie interviste dirette ai clienti che, con genuina sincerità, hanno sottolineato forti preoccupazioni sugli investimenti effettuati con Eurovita e la paura – visto il blocco dei riscatti prolungato fino al 30 giugno – di non poter vedere restituiti i propri denari. Questa tecnica, ossia quella di intervistare persone realmente preoccupate e  scelte tra quelle cui è stato impedito il riscatto della polizza – ossia la minor parte degli assicurati vita – e sbatterle ad inizio servizio, individua con chiarezza l’intento degli autori RAI di seminare il panico tra i risparmiatori, risvegliando il pesante ricordo di default ancora vivi nell’immaginario collettivo e mai dimenticati (Cirio e Parmalat, per esempio, ma anche le banche regionali toscane e marchigiane). Quelle vicende, tuttavia, sono totalmente differenti da quella di Eurovita – malversazioni finanziarie e bancarotta fraudolenta nei casi Cirio/Parmalat – sia per il periodo storico in cui sono avvenute, durante i quali i controlli erano di livello notevolmente inferiore rispetto a quello odierno.

Anzi, è proprio da quelle vicende di venti anni fa che gli organismi di controllo hanno imparato ad agire nel modo più efficace, come accaduto nel caso Eurovita. L’ISVAP, infatti, ai primi segnali di pericolo sulla solidità patrimoniale della compagnia, ha agito con prontezza congelando le richieste di riscatto, bloccando sul nascere un possibile “panic selling” delle polizze che avrebbe determinato la liquidazione della compagnia e una inaccettabile discriminazione tra chi era riuscito a riscattare l’intera somma e chi, invece, si sarebbe dovuto accontentare del ricavato di un riparto altamente penalizzante. Questa cura così severa, quindi, ha effettivamente protetto i risparmi degli assicurati/investitori, ma adesso presenta  un effetto collaterale di non lieve difficoltà, e cioè quello di porre gli enti di controllo di fronte alla gestione dei tempi con i quali effettuare l’attesissimo sblocco dei riscatti che, dopo il lungo periodo di sospensiva e soprattutto dopo la puntata di Mi Manda RAI 3“, produrrà una corsa iniziale al disinvestimento. In tal senso, i gruppi bancari che si assicureranno le quote dello “spezzatino Eurovita” avranno un compito non facile nel limitare i danni da “panic selling”, e probabilmente dovranno sostenere ulteriori costi (di fidelizzazione, bonus di permanenza e altre misure similari) facendo leva sulla professionalità e l’elevato livello di informazione garantito ai clienti dai consulenti, in particolar modo a quei contraenti/assicurati che non avrebbero alcuna necessità immediata di monetizzare l’investimento – che sarà messo nuovamente “in sicurezza” – e che potrebbero subire qualche perdita riscattando alle attuali quotazioni di mercato strumenti di investimento pensati e distribuiti per esigenze di lungo o lunghissimo periodo.

Tornando alla trasmissione “Mi Manda RAI3”, l’unico intervento veramente neutro ed equilibrato è stato quello di Manlio Marucci, presidente di Federpromm, il quale è intervenuto ribadendo che ci sono tutti i presupposti e le condizioni per superare la crisi che ha coinvolto la compagnia, e che appare fortemente offensivo attribuire qualsivoglia responsabilità diretta ai consulenti finanziari e assicurativi che, secondo alcuni soggetti amanti della polemica spicciola televisiva, non avrebbero svolto o avrebbero addirittura taciuto alla propria clientela ciò che, invece, neanche sapevano riguardo la situazione in cui versava la compagnia.

Professor Marucci, perché i consulenti finanziari vengono sempre tirati in ballo quando determinati eventi che possono danneggiare i risparmiatori sono generati dalla condotta di altri soggetti?
Ritengo che sia funzionale alle logiche legate al modello di struttura con cui si sono sviluppati i rapporti di potere e di controllo sul sistema finanziario e/o assicurativo italiano.
In un contesto sociale in cui gli squilibri strutturali e ciclici dello stesso sistema finanziario determinano una crisi legata a variabili non prevedibili che coinvolgono migliaia di investitori e potenziali risparmiatori – come nel caso ultimo della compagnia Eurovita – è facile scaricare le responsabilità e le colpe all’anello debole della catena, quali sono i consulenti finanziari, scelti spesso come capro espiatorio su cui riversare le mancate conoscenze finanziarie e/o assicurative da parte dei risparmiatori. Vi è purtroppo un’abbondanza di informazioni deformate e deformanti che impediscono un’analisi critica del fenomeno. Avendo questa figura professionale un rapporto diretto, particolarmente legato da una fiducia intersoggettiva con i clienti e familiari, a volte si trova a dover gestire situazioni di crisi non determinate dalla sua specifica attività e volontà. Attività tra l’altro rigidamente regolamentata e con obblighi informativi ben definiti dal legislatore.  

Secondo lei, i gruppi bancari che subentreranno nella gestione delle polizze come potranno gestire lo sblocco dei riscatti senza fronteggiare la prevedibile massa di richieste che arriverà dagli assicurati ancora impauriti di perdere il proprio denaro?
Sono in atto trattative con i vari soggetti coinvolti (gruppi bancari, assicurativi e Poste) sotto il controllo degli enti governativi e di vigilanza, con i quali credo che si arriverà alla soluzione dello stato di crisi che ha coinvolto il settore.
E’ un “problema di sostanza” che non va trascurato. Al momento vi sono diverse ipotesi  sui tavoli da lavoro, e sussistono alcune difficoltà sul piano tecnico, ma sono convinto che prima della scadenza del prossimo 30 giugno (termine del commissariamento) si troverà una combinazione accettabile, tale da poter soddisfare i vari players interessati. Al momento non sono in grado di determinare se i vari gruppi bancari, rispetto a quelli assicurativi, siano orientati ad assorbire le varie perdite, soprattutto sul Ramo I, ma sono convinto che un “salvatore di ultima istanza” interverrà comunque, anche i caso di fallimento delle trattative. Se ciò non dovesse avvenire, infatti, si creerebbe una crisi di sistema che minerebbe in modo irreversibile la fiducia nell’intero comparto assicurativo, con ricadute pesanti nei vari segmenti dei mercati ad esso collegati.    

Nonostante le pesanti accuse rivolte ai consulenti finanziari durante la trasmissione di RAI3, nessuna organizzazione ha sentito il bisogno di difenderli tranne Federpromm. Cosa si dovrebbe fare per evitare il ripetersi di accuse infondate nel futuro?
Questo purtroppo è l’annoso problema che si trascina da moltissimi anni per tutti i consulenti finanziari che operano con mandato di agenzia, e penso che si accentuerà ancora di più se gli stessi consulenti non prenderanno realmente coscienza delle loro condizioni di vita, sia sul piano professionale che identitario.
Durante la trasmissione “Mi Manda Rai Tre” ho cercato di far capire l’importanza del ruolo svolto dai consulenti, ma il breve spazio a disposizione non mi ha consentito di dare le indicazioni necessarie per  far emergere i veri problemi che interagiscono e sono presenti nel settore. Tra l’altro, anche le varie associazioni dei consumatori hanno una visione distorta e a volte dispregiativa della figura del consulente che va rimossa, proprio perché poco rispondente alla realtà e al ruolo significativo svolto da questi professionisti. In ultima analisi, necessita una maggiore partecipazione di massa dei consulenti non più come singole realtà individuali ma come parte di una categoria che va tutelata principalmente dal consulente stesso. Infatti, i consulenti finanziari ed assicurativi, a seguito della vicenda Eurovita, stanno subendo professionalmente gli effetti della mancata vigilanza sulla solidità finanziaria della compagnia e, al pari dei clienti, sono vittime dell’assenza di informazioni verificatasi fino a pochi giorni prima del blocco dei riscatti; eppure sono proprio i consulenti finanziari, tanto vituperati da personaggi interessati politicamente a denigrarne il ruolo, ad assicurare oggi agli assicurati Eurovita la puntuale informazione sull’evoluzione della vicenda, e non certo i media.

Economic outlook di Giugno: in Cina ripresa irregolare, USA e UK in recessione (ma senza shock)

Le prospettive globali continuano ad essere caratterizzate da incertezza e significativi rischi al ribasso. I dati recenti stanno sfidando la forza, un tempo percepita, della ripresa post-pandemia della Cina.

I risultati del primo trimestre, migliori del previsto, hanno migliorato le prospettive di crescita per diverse economie avanzate. Tuttavia, mentre i servizi sono aumentati, la produzione non tanto: il petrolio rallenta, la domanda si indebolisce con l’allentamento dell’inflazione e i prezzi dell’energia si sgonfiano. Le banche centrali, di contro, non sembrano pronte a mettere in pausa il rialzo dei tassi di interesse.

Il Global Economic Outlook di giugno 2023 delinea le ultime aspettative per l’economia globale e più specificamente per il G20. I dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 danno forma alle aspettative e alle prospettive a breve e lungo termine. In particolare, l’irregolare ripresa economica della Cina lascia molte domande senza risposta, e con quasi metà dell’anno alle spalle i persistenti interrogativi sulla forza della ripresa post-pandemica della Cina iniziano a preoccupare i mercati. Infatti, l’indebolimento dell’attività industriale in Cina sta causando timori per tutte quelle le economie che dipendono fortemente dalla domanda di esportazioni cinesi, poiché la domanda interna, un tempo molto forte, ha cominciato a vacillare già da due anni a questa parte, in concomitanza con le severe restrizioni della politica zero-Covid.

Le economie regionali, tra cui la Corea del Sud e Singapore, dove i risultati di crescita del primo trimestre hanno deluso, trarranno il massimo vantaggio dal forte rimbalzo dell’economia cinese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio in Cina ha deluso le aspettative di aprile, indicando una debolezza dell’economia interna. Tuttavia, sarebbero necessari diversi mesi aggiuntivi di dati per determinare la traiettoria del settore manifatturiero cinese e il conseguente impatto sulle economie globali.

I risultati del primo trimestre migliori del previsto migliorano le prospettive di crescita per diverse economie nazionali e regionali. La maggior parte dei paesi avanzati ha ora rilasciato dati per consentire una valutazione della performance del primo trimestre dell’economia globale. In particolare, diversi paesi dell’America Latina e delle economie europee, tra cui Francia e Italia, hanno registrato risultati migliori del previsto nel 1° trimestre 2023. Al contrario, la Germania – ossia la più grande economia in Europa – è entrata in una recessione tecnica nel primo trimestre dell’anno, e si prevede che registrerà il tasso di crescita annuale più lento tra le nazioni del G20, escluse Argentina e Russia.

Sono migliori anche le previsioni di crescita del PIL di Regno Unito, Messico e Italia. Il Regno Unito ha visto la revisione più significativa (da una contrazione dello 0,5% precedentemente prevista a un’espansione dello 0,2% nel 2023) poiché i dati economici in arrivo indicavano un’economia molto più resiliente di quanto previsto all’inizio dell’anno. Ciononostante, le prospettive economiche globali rimangono pessimistiche, e si prevede che la maggior parte delle economie registrerà condizioni di domanda interna debole per il resto dell’anno.

Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero sperimentare lievi recessioni durante l’anno, sebbene sia probabile che si evitino shock significativi per l’economia. Questa debole performance nelle economie occidentali pone sfide per le prospettive economiche globali complessive, e probabilmente avrà un impatto anche sui flussi commerciali e di investimento verso i mercati emergenti. Del resto, mentre il settore dei servizi continua ad espandersi, l’attività manifatturiera diminuisce. Tale divergenza tra i settori dei servizi e quello manifatturiero evidenzia l’evoluzione dei modelli di consumo influenzati dallo spostamento dei costi del credito e dalle mutevoli preferenze dei consumatori. Infatti, l’aumento degli oneri finanziari ha compresso i profitti aziendali che, combinati con le scarse condizioni della domanda, hanno portato a contrazioni nel settore manifatturiero.

È probabile che la ripresa post-Covid nel turismo sarà un motore dell’espansione del settore dei servizi in futuro, il che implica tuttavia anche che i costi del settore dei servizi eserciteranno probabilmente una pressione al rialzo sull’inflazione. Poiché gli effetti dei successivi aumenti dei tassi di interesse negli ultimi mesi permeano completamente l’economia, si prevede che le vulnerabilità nei settori con elevati livelli di indebitamento diventino più evidenti man mano che avanziamo verso il 2023. Negli Stati Uniti, le banche regionali più piccole che hanno esposizione a il settore immobiliare potrebbe subire tensioni, portando a un ulteriore consolidamento all’interno del settore.

L’inflazione si è ridotta più rapidamente con la deflazione dei prezzi dell’energia, anche se l’inflazione core rimane al di sopra dei livelli di comfort. L’inflazione è stata vista diminuire più rapidamente del previsto in alcuni paesi ad aprile, i prezzi dell’energia di maggio sono diminuiti e gli effetti del calo dei prezzi dell’energia si stanno finalmente riflettendo in altre categorie, tra cui cibo e trasporti. Anche l’effetto degli effetti base dell’elevata inflazione dell’anno precedente dovrebbe essere più evidente nella seconda metà dell’anno, riducendo ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, l’inflazione core rimane ostinatamente elevata in alcuni paesi, in particolare nella regione europea, con la BCE che ha segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi.

Il mercato dell’energia continua ad essere un importante motore delle dinamiche economiche nel 2023. Le decisioni dell’OPEC+ e le fluttuazioni della domanda globale hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare i prezzi del petrolio. Mentre l’OPEC+ potrebbe prendere in considerazione ulteriori tagli alla produzione per stabilizzare i prezzi, è probabile che i cambiamenti nella domanda siano il fattore più dominante, limitando gli aumenti del prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Anche la transizione in corso verso fonti di energia rinnovabile e gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio hanno implicazioni a lungo termine per i mercati dell’energia, insieme a potenziali implicazioni per l’inflazione, le bilance commerciali e la performance economica complessiva.

La “retail apocalypse” minaccia l’economia globale. Dagli USA all’Italia è allarme

La “desertificazione commerciale” dei nostri centri abitati riguarda tutto il nostro Paese, e rappresenta un importante cambiamento socio-culturale ormai irreversibile. Ogni punto percentuale in più di vendite online genera 8.000 chiusure di negozi di prossimità.

La crisi legata alle chiusure dei negozi di prossimità è un fenomeno mondiale che non risparmia nessun Paese. Le cause sono da ricercare principalmente nei tagli attuati dai consumatori per la spesa, dalle difficoltà economiche generali e dal continuo aumento degli acquisti tramite e-commerce. In Italia, il trend ricalca quello degli altri Paesi. Infatti, secondo le elaborazioni di Confesercenti, tra il 2012 e il 2022 hanno chiuso oltre 100.000 attività di commercio al dettaglio. Nel 2022, i negozi che hanno aperto sono stati il 20,3% in meno rispetto al 2021. Hanno alzato le saracinesche in 22.608, ma ad abbassarle sono state oltre 43.000. La desertificazione commerciale dei nostri centri abitati riguarda tutto il nostro Paese e rappresenta un importante cambiamento socio-culturale ormai in atto.

Secondo le analisi condotte da Wall Street e pubblicate da The Sun, si prevede che entro la fine del 2027 chiuderanno circa 50.000 negozi negli Stati Uniti. E questo dato potrebbe peggiorare, arrivando fino a 70.000-90.000 chiusure, se il potere d’acquisto della popolazione dovesse ulteriormente calare. La previsione delle chiusure dei negozi si basa su quella della crescita dell’economia legata all’e-commerce, che passerà dall’attuale 20% al 26% entro il 2027. UBS ha calcolato che ogni aumento di 100 punti base della percentuale di vendite on-line inneschi circa 8.000 chiusure di negozi. Sempre secondo la stessa indagine, i negozi che dovrebbero subire il maggior numero di chiusure sono quelli di abbigliamento, accessori, elettronica e arredamento per la casa.

Questi dati mondiali sono perfettamente in linea con ciò che sta accadendo in Italia. La situazione dei nostri negozi è stata fotografata da uno studio di Confesercenti in cui emerge che la Campania è in assoluto la regione italiana ad aver registrato la perdita più alta di negozi. Nel 2022 hanno chiuso la saracinesca in 2.707, seguono il Lazio con 2.215 e la Sicilia con 2.142, ma anche al Centro e al Nord la situazione è simile. I nostri centri urbani sono sempre più deserti e si sta sviluppando quel processo sociologico urbano identificato col termine Gentrification, un cambiamento delle città che diventano terre di turisti e di fasce più abbienti a discapito della classe media, costretta ad allontanarsi a causa dell’aumento del costo della vita.

Garantire la salute del commercio di prossimità, quindi, diventa fondamentale per tutti e per poterlo fare è necessario puntare sull’efficienza, sulla produttività, sulla innovazione e sulla ridefinizione dell’offerta commerciale. Di enorme importanza si è rivelata essere l’omnicanalità, ossia l’utilizzo del canale on-line nelle vendite che ha avuto una crescita altissima negli ultimi anni, passando da 16,6 miliardi nel 2015 a ben 48,1 miliardi nel 2022. E se le vendite in internet sono state la causa iniziale della desertificazione commerciale, ora si stanno rivelando un’opportunità concreta per il commercio tradizionale. Matteo Romano, CEO del marketplace italiano Tantosvago, afferma che “nel corso degli ultimi anni il comportamento dei consumatori ha subito significativi cambiamenti, mostrando un crescente interesse per le piattaforme e-commerce a discapito degli esercizi commerciali locali. Questa tendenza non è dovuta soltanto alla comodità dei servizi on-line offerti ai clienti, ma anche alla sfida che i piccoli commercianti devono affrontare per cercare di competere con le risorse tecniche dei grandi competitor”. “Questa situazione – continua Romano (nella foto) – si ripete anche nel contesto del welfare aziendale e dei sistemi premiali, e grazie alla nostra app GOWelfare possiamo supportare i piani di welfare delle amministrazioni pubbliche attente all’economia di prossimità che coinvolgono direttamente gli esercenti locali. Il welfare aziendale di prossimità rappresenta una prospettiva promettente per affrontare le sfide del mercato attuale, valorizzando l’offerta dei piccoli commercianti che vedranno aumentare l’afflusso di clienti nel proprio negozio con un relativo aumento di fatturato”.