Solo per l’ammodernamento degli ascensori si prevedono più di 13 miliardi di entrate a livello mondiale entro la fine dell’anno corrente e altri 7 miliardi entro il 2030. In primo piano le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale.
Per costruire servono pazienza e ingegno, ma per ristrutturare non possono mancare attenzione e passione per il miglioramento: poche parole per esprimere qualità imprescindibili che vengono accolte a braccia aperte dalle principali realtà del settore del Vecchio Continente. Le prime conferme in merito giungono da Statista, secondo cui il mercato europeo delle ricostruzioni edilizie supererà quota 990 miliardi di dollari entro la fine dell’anno corrente. E non è finita qui perché, entro i prossimi tre anni, si prevede un ulteriore incremento che spingerà il settore ben oltre il trilione di ricavi.
Il principale motivo dietro a quest’impennata? Sicuramente la volontà di trasformare gli edifici delle città in smart building, ovvero strutture in grado di ridurre le emissioni di gas (attualmente le metropoli e gli edifici che ne fanno parte sono responsabili del 36% delle “gas emission” europee totali). Entrando più nel dettaglio, il settore delle ristrutturazioni edilizie comprende una serie di attività e, tra queste, ne esiste una che si prenderà sempre più la scena nel presente e nel futuro: l’ammodernamento degli ascensori. Infatti, mediante la sostituzione completa di un impianto o di singoli componenti, è possibile dotare l’ascensore di connettività, consentendo l’attivazione di un’ampia serie di servizi digitali a valore aggiunto. In questo caso non si parla più di un semplice spostamento tra piani, bensì di elevatori smart capaci di offrire un’esperienza di utilizzo unica, semplificando la vita quotidiana degli utenti e dei gestori.
Restando sulla stessa lunghezza d’onda, il mercato globale relazionato all’ammodernamento degli ascensori, come indicato da Industry Arc Analysis, chiuderà il 2023 con più di 13 miliardi di dollari di fatturato. Ma non è tutto, perché entro il 2030, infatti, l’asset sfiorerà i 20 miliardi di ricavi con una crescita media annuale composta pari al 9,5%. Cosa caratterizzerà le città e gli ascensori del futuro? Secondo Giovanni Lorino, Amministratore Delegato di KONE Italia “grazie agli edifici di ultima generazione sono previsti nei prossimi anni l’abbattimento dei consumi e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. Gli ascensori contribuiscono al consumo energetico dell’intero edificio e con il loro ammodernamento possiamo ridurne l’impatto sino al 70%”.
“Di recente – continua Giovanni Lorino – abbiamo elaborato insieme a European House Ambrosetti il 1° Rapporto strategico sugli “smart building”. L’obiettivo primario è l’evoluzione del parco immobiliare italiano verso una transizione sostenibile, la decarbonizzazione e l’efficientamento energetico. E sotto questo punto di vista, saranno fondamentali gli ascensori, anzi gli ascensori di ultima generazione. L’intelligenza artificiale, inoltre, permetterà di monitorare le prestazioni dei singoli elevatori, rendendo possibile anticipare eventuali imprevisti e apportare, all’interno di un arco temporale relativamente breve, modifiche o aggiornamenti mirati ed efficaci. E con l’intelligenza artificiale basata su cloud è possibile archiviare i dati relativi ad ogni singolo ascensore e, in seguito, analizzarli al fine di individuare possibili malfunzionamenti, evitare fermi impianto non programmati e garantire la massima disponibilità degli impianti stessi”.



Pertanto, chi si attende indizi più chiari sulle future mosse degli istituti centrali dopo gli ultimi rialzi ai tassi di interesse rimarrà deluso: Lagarde e co. non hanno la minima idea sul da farsi, navigano a vista come dei principianti e, nel dubbio, alzano i tassi, che in Europa si attestano ormai al 4 per cento e, secondo le dichiarazioni più recenti, potrebbero aumentare ancora da qui a Luglio. Fa eco la FED, che ha preso una pausa illudendo i mercati ma ha già pianificato ulteriori rialzi da qui a dicembre. Nelle more, il dato sull’inflazione dell’Eurozona indica una ulteriore frenata (5,6% atteso), ma la componente core è data in lieve accelerazione, a confermare che l’inflazione europea è provocata dall’aumento dei costi dell’energia – a causa delle sanzioni contro la Russia – e non certo da un aumento della domanda e della produzione. La riprova della confusione dei banchieri centrali è data dal fatto che gli aumenti dei tassi posti in essere fino ad oggi non hanno ribassato l’inflazione di un solo centesimo, e che l’Europa è ufficialmente entrata in recessione.
Anche uno studente universitario di primo anno sa che l’aumento dei tassi di interesse serve a comprimere la produzione quando l’economia sta accelerando troppo velocemente a causa di un fortissimo aumento della domanda. La Lagarde no. “La banchiera”, insieme a tutto il suo board (Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, su tutti), non si è accorta che l’Europa proveniente dalla pandemia era già in una fase di riduzione della domanda, e non si rende conto che un aumento dei tassi in queste condizioni non fa altro che strozzare ulteriormente l’economia e le aziende, traducendosi in recessione e, se qualcuno non glielo dice in tempo, nella tempesta perfetta della stagflazione, ossia quella infernale congiuntura economica in cui i prezzi aumentano e la produzione si contrae insieme al tasso di occupazione e ai redditi delle famiglie.
Non potendo pensare che tutte queste persone così autorevoli e – sulla carta – preparate al compito che gli è stato affidato siano degli incompetenti, ci si chiede a chi conviene che l’Europa entri in una delle sue peggiori crisi economiche del Dopoguerra. Una domanda del genere – si capisce – crea le teorie ultra-complottiste più estreme, ma è un dato di fatto che il presidente della Bundesbank – il “solito” Joachim Nagel – all’indomani della decisione della BCE di portare i tassi al 3,5% abbia dichiarato tutto contento che “….abbiamo ancora altro lavoro da fare,….potrebbe essere necessario continuare ad aumentare i tassi dopo la pausa estiva….Una volta raggiunto il picco lo manterremo finché non saremo certi di un ritorno sicuro e tempestivo dell’inflazione al nostro obiettivo del 2%….“. Una follia, sia riguardo la mossa da fare che riguardo gli obiettivi.
Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale – che certamente non è una colomba – ha scritto in un report presentato ai ministri della zona euro e alla BCE che “…..la Banca centrale europea dovrebbe continuare ad alzare i tassi per far scendere l’inflazione e i governi della zona euro dovrebbero contribuire riducendo i propri deficit….. e trovando rapidamente un’intesa sulla riforma del patto di Stabilità. La politica monetaria deve continuare a essere rigida per riportare l’inflazione al target in modo tempestivo“. Ecco trovata la fonte ispiratrice, quel Fondo Monetario Internazionale che, in ambito di
politica monetaria e terapie finanziarie per gli stati in difficoltà, somiglia tanto alla Santa Inquisizione. Del resto, come non comprenderli, quelli dell’FMI: da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla – e la guerra NATO-Ucraina-Russia non è affatto “piccola cosa” – avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. In tal senso, il riferimento al “metodo greco” da applicare questa volta all’intera Europa è un segnale che anche l’ultimo dei principianti dovrebbe saper cogliere, facendo finalmente qualcosa che somigli ad una scelta. Ce la faranno Lagarde e Nagel, a cogliere?
Nonostante molte aziende siano fiduciose in merito ad un graduale aumento delle vendite, grazie ad una progressiva ripresa della domanda da parte di consumatori e imprese, vengono espressi forti dubbi in merito ad un incremento dei profitti a causa delle perduranti pressioni sui costi operativi anche se l’inflazione continua a rallentare. In particolare, più della metà (55%) delle aziende intervistate nella regione prevede una crescita delle vendite, mentre solo il 39% si aspetta un aumento della profittabilità nei prossimi mesi. Tale preoccupazione è amplificata dal timore di un inasprimento dei costi di gestione del rischio di credito commerciale, giustificato da un atteso peggioramento dei comportamenti di pagamento dei clienti B2B. Le aziende dell’Europa dell’Est esprimono timori nei confronti di tempi più lunghi di incasso delle fatture, cui si accompagnano maggiori costi relativi a monitorare e gestire tali insoluti. In particolare, secondo gli intervistati, l’aumento dei costi potrebbe compromettere seriamente la loro redditività e rappresentare un ostacolo alle attività commerciali e di sviluppo del business.
Difficoltà nella gestione dei flussi di cassa è un’altra importante preoccupazione riportata dalle aziende in Europa dell’Est. Il 79% degli intervistati prevede che il tempo medio di incasso delle fatture (DSO) resterà stabile nei prossimi mesi, o migliorerà di poco. Mentre il 21% si aspetta un deterioramento del DSO e possibili pressioni sulla liquidità. Già in questi mesi, molte aziende intervistate in Europa dell’Est hanno adottato misure per velocizzare i tempi di incasso delle fatture, come dilazioni di pagamento più brevi, oltre a maggiore efficienza nei processi di recupero crediti, per mantenere adeguati livelli di liquidità e a ridurre il ricorso a finanziamenti esterni che avrebbe potuto ulteriormente impattare sulla struttura dei costi.
Per proteggere la redditività in un tale contesto di inasprimento del rischio di credito, molte aziende dell’Europa dell’Est hanno accresciuto il ricorso agli strumenti di gestione del rischio di credito. Il 49% delle aziende intervistate prevede di proseguire con una gestione del rischio di credito commerciale attraverso risorse interne, approccio questo che da molti è stato ritenuto non idoneo a perseguire una gestione strategica del rischio. Questo spiegherebbe perché circa il 20% in più di aziende rispetto allo scorso anno ha dichiarato di voler prendere in considerazione il ricorso all’assicurazione del credito nei prossimi 12 mesi, per proteggere il business dal rischio insolvenza e liberare al tempo stesso liquidità.
Thomas Langen, Direttore Regionale di Atradius per la Germania, l’Europa Centrale e Orientale, ha dichiarato: “Nonostante l’inflazione stia rallentando e gli impatti siano stati lievemente mitigati dalla forza delle valute locali dei Paesi dell’Est Europa, la pressione sul contesto economico resta alta. La minaccia di un forte inasprimento dei costi comporterà la riduzione dei margini di profitto e metterà a rischio la redditività delle aziende. In questo clima, la protezione dei crediti commerciali risulta di vitale importanza per le imprese che operano in tutti i settori”. Massimo Mancini (nella foto), Direttore di Atradius per l’Italia ha commentato: “La congiuntura economica attuale resta complessa e piena di sfide per i prossimi mesi. Molte aziende, comprese quelle dell’Europa dell’Est, dovranno affrontare un peggioramento dei comportamenti di pagamento delle aziende loro clienti, e questo avrà ripercussioni significative sui livelli di liquidità necessari ad agevolare operatività e percorsi di crescita. Sono le stesse aziende, pertanto, che riconoscono la necessità di gestire il rischio di credito commerciale attraverso gli strumenti assicurativi specifici che il mercato mette a loro disposizione”. 
Allo stesso tempo, le organizzazioni devono bilanciare i costi e la sicurezza, garantendo nel contempo la conformità alle normative ESG. Avere le competenze e il talento giusti per affrontare tutti questi argomenti sarà la base per una trasformazione aziendale di successo e per una crescita aziendale sostenibile a lungo termine. Secondo l’InfoBrief, nel 2023 le organizzazioni manifatturiere dovranno affrontare i seguenti problemi di business:
Purtroppo la mancanza di competenze sta influenzando la trasformazione e le operazioni aziendali. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di lavoratori esperti di tecnologia digitale nella fabbrica, alla mancanza di competenze di ingegneria del software integrate per sviluppare prodotti intelligenti e connessi, oltre alla mancanza di competenze di sicurezza informatica per proteggersi dagli attacchi. Ciò è unito alla necessità di trasformare rapidamente i requisiti in competenze operative, con conseguenti tassi di scarto più elevati nella produzione, aumentando così i costi. L’aumento dei tempi del ciclo di produzione e i problemi di qualità stanno portando a una diminuzione della soddisfazione del cliente e, di conseguenza, a una crescita aziendale limitata.
Per ridurre o eliminare gli impatti negativi delle lacune di competenze ed evitare di rimanere indietro rispetto ai concorrenti globali, i produttori devono affrontare la gestione della forza lavoro e dei talenti dall’inizio alla fine: dall’attrazione dei talenti, all’abilitazione, esperienza e fidelizzazione dei dipendenti. Per garantire l’allineamento con i requisiti aziendali, è necessaria una stretta collaborazione tra CHRO*, CIO* e COO* per ottenere i dati giusti e generare insight fruibili. Infatti, i prerequisiti per una gestione di abilità e talenti di successo includono:
La ricerca IDC mostra che per i produttori EMEA (acronimo di Europe, Middle East and Africa) le maggiori lacune di competenze da colmare sono le capacità di lavorare con grandi set di dati/data science (43%) e le capacità relative alla risoluzione dei problemi/design thinking (41%). Inoltre, dagli stessi dati emerge che il 36% dei produttori sta investendo in ESG/sostenibilità per attrarre nuovi talenti, ed il 48% dei produttori considera le leggi sulla privacy dei dati un importante ostacolo agli investimenti per l’esecuzione di iniziative relative all’esperienza dei lavoratori. “Per affrontare le persistenti carenze della catena di fornitura, l’aumento della concorrenza, l’aumento dei costi e
l’evoluzione delle richieste dei clienti – commenta Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia – i produttori devono sottoporsi a una fondamentale trasformazione delle loro operazioni, e devono investire per attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, migliorare l’esperienza dei dipendenti e migliorare la resilienza operativa attraverso una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile. Sebbene questi investimenti possano richiedere costi iniziali, gettano le basi per una crescita aziendale a lungo termine e una trasformazione di successo consentendo loro di monitorare e controllare meglio i costi in futuro”.
Per avere successo, pertanto, i produttori dovranno attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, creando profili di lavoro desiderabili per gettare le basi per una crescita aziendale a lungo termine; migliorare l’esperienza dei dipendenti per aumentare la soddisfazione e la loro fidelizzazione attuare una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile, al fine di migliorare il grado di resilienza. Ciò potrebbe richiedere investimenti ora per gestire i costi in futuro, ma questo alla fine creerà le basi per la crescita aziendale e garantirà una trasformazione aziendale di successo.
Secondo i dati statistici più aggiornati, il costo medio di un matrimonio in Italia è di circa 26.000€ (escluso il viaggio di nozze), il numero medio di invitati è di 109, e il 20% delle coppie paga le nozze con i soldi dei regali “in busta” ricevuti dagli invitati. Tradizionalmente, a pagare il matrimonio sono i genitori degli sposi, ognuno secondo le proprie possibilità economiche, ma sono sempre di più le coppie di neo-sposi che sostengono da soli i costi complessivi dell’evento e scelgono organizzazioni meno vistose e finanziariamente più contenute, preferendo spendere una somma maggiore per il viaggio. In ogni caso, quando non sono gli stessi sposi a pagare il proprio matrimonio, chi mette mano al portafoglio? Naturalmente i genitori-patrimonials, e non è raro che la soluzione “fifty-fifty” non sia quella più percorribile per via delle diverse condizioni economiche che possono sussistere tra le due famiglie di origine.
La faccenda, poi, è complicata dalle mille sfaccettature delle varie voci di spesa: abito da sposa, location, catering, fotografo, auto a noleggio, chiesa e bomboniere, solo per citare le più impegnative. Ebbene: a chi toccano? Sulla risposta possono nascere attriti anche pesanti tra i consuoceri, a “scaldare” tutto il periodo di febbrile organizzazione tipico del matrimonio. E meno male che non è più in uso la tradizione secondo la quale “lo sposo porta lo stipendio e la sposa porta la casa” – somma preoccupazione per quei genitori che generavano figlie femmine, soprattutto se in numero superiore ad uno – poiché sempre più spesso entrambi gli sposi hanno una occupazione lavorativa e reddito proprio, e se vogliono una casa di proprietà accenderanno un mutuo salvando le finanze del papà-patrimonial di turno.
Entrando nel dettaglio, il costo del catering per il banchetto può oscillare tra gli 80 e 200 euro a persona; il servizio fotografico completo dai 1.500 ai 3.000 euro; un buon servizio di make-up per la sposa e le donne della cerchia più ristretta (madre della sposa, sorelle e testimoni) dai 200 ai 400 euro a testa; un bouquet da sposa sui 300 euro; la torta nuziale all’incirca 400 euro, un’auto di lusso a noleggio 500 euro, e così via. Da Nord a Sud, poi, il costo medio di un matrimonio è inversamente proporzionale alla ricchezza media delle rispettive aree geografiche, nel senso che laddove il PIL pro capite è maggiore, si spende meno per gli sposalizi. Più precisamente 22.103 euro al Nord, 27.080 euro al Centro e 30.337 euro nel Sud Italia.
E i destinatari della famigerata “partecipazione”, quanto dovranno spendere? Per risolvere questo secolare interrogativo, vengono in aiuto i numeri. Intanto, secondo un recente sondaggio del sito Matrimonio.com, per il 32.6% delle coppie la cifra ideale per il regalo è tra i 100€ e i 150€, per il 26.8% tra i 151€ e i 200€. Per i più dubbiosi, esiste sul web uno strumento assai utile, ossia la
Cosa si aspettano di ricevere le coppie – Regalare oggetti di arredamento o elettrodomestici per arredare la casa è una tradizione che, in Italia, sta perdendo sempre più terreno. Il fatto è che, attualmente, 8 coppie su 10 che si sposano convivono prima delle nozze. In questo senso e, sapendo che il 20% delle coppie paga il matrimonio con il denaro ricevuto dagli invitati, il desiderio della maggior parte delle coppie è che il regalo sia proprio questo. In particolare, il 17.1% non si sbilancia e afferma che vorrebbe ricevere la cifra che faccia sentire più a proprio agio gli invitati. In generale, per conoscere la cifra ideale da regalare agli sposi la linea guida più diffusa è che essa debba coprire, come minimo, il costo del menù, che è di solito una
informazione riservata (ma non proprio impossibile da scoprire, con un po’ di lavoro di intelligence). Anche in questo caso, i numeri vengono in aiuto: se il costo medio di un matrimonio in Italia è di 26.000 euro euro (compreso il viaggio di nozze) e il numero medio di invitati è di 109 (fonte: matrimonio.com), ogni invitato “costa” 238 euro circa, e se escludiamo il solo viaggio di nozze – che ha un valore medio di 5.000 euro e di solito si regola con una lista a parte – il “regalo in busta” o in oggetti di pari valore si aggira mediamente intorno ai 200 euro. Testimoni e parenti stretti esclusi, ovviamente, poichè si presume che faranno regali più impegnativi.
Indipendentemente dalle preferenze individuali, risparmiare denaro è un obiettivo condiviso da tutte le generazioni a confronto, che mirano a costruire un futuro finanziariamente solido e sicuro. Secondo i dati raccolti a maggio 2023, la Generazione Z si distingue per essere quella che risparmia di più, con un impressionante 91,2% che dichiara di mettere da parte denaro ogni mese. A seguire, l’88,1% dei Millennials, l’82,64% degli appartenenti alla Generazione X e il 68,75% dei Babyboomers. il 42,1% delle persone, a prescindere dalla generazione di riferimento, ha un obiettivo di risparmio. L’obiettivo medio di risparmio è di circa 322,82 euro mensili: la Generazione Z ha un obiettivo di risparmio più alto della media, pari a 455,73 euro mensili, seguita dai Millennial con 329,48 euro, la Generazione X con 358,08 euro e infine i Babyboomers con 313,00 euro.
Relativamente alle motivazioni principali che inducono a risparmiare denaro, le risposte risultano omogenee in tutte le generazioni. In particolare:
I viaggi si rivelano essere la scelta di “investimento e crescita personale” più popolare, con il 67,8% delle persone che preferisce investire in esperienze di viaggio. Seguono le esperienze in generale (63,3%), il cibo e i ristoranti (54,3%), la cura della persona (37,2%), gli acquisti per la famiglia (27,8%), gli investimenti (15,7%) e la ristrutturazione della casa (13,3%). Inoltre, il 73,6% degli intervistati avrebbe voluto risparmiare di più di quanto ha fatto finora. Tra le generazioni, i Babyboomers sono quelli che si sentono più soddisfatti, con solo il 31,25% che avrebbe voluto risparmiare di più. Al contrario, i Millennial e la Generazione X si collocano su livelli simili, con il 66,7% e il 62,6% rispettivamente che avrebbero voluto risparmiare più denaro. La Generazione Z si posiziona a metà strada, con il 66,1% che avrebbe voluto risparmiare più di quanto fatto finora.
la Generazione X risulta essere quella maggiormente incline agli investimenti. Il 33,8% dichiara di aver investito nel mercato azionario, seguita dal 31,25% dei Babyboomers. Per quanto riguarda il mercato delle criptovalute, sono di nuovo gli appartenenti alla Generazione X a essere i più interessati, con il 28,9% che dichiara di interessarsi attivamente al mondo delle cripto. A seguire, il 27,9% dei Millennials, il 23,5% della Generazione Z e il 12,5% dei Babyboomers. Infine, la Generazione X è quella che dichiara di avere una maggiore conoscenza delle cripto (54,2%), seguita dai Millennials (54,1%), dai Babyboomers (50%) e dalla Generazione Z (49%).
Gli indicatori anticipatori del ciclo economico segnalano un rallentamento dell’economia e forse anche una recessione nei prossimi trimestri. L’aspetto positivo è che per la maggior parte delle economie mondiali gli indicatori anticipatori hanno smesso di peggiorare e danno qualche prima indicazione di stabilizzazione. Al contrario, gli indicatori coincidenti (PMI) indicano che l’espansione economica è ancora forte. La recessione è probabilmente in arrivo, ma dovrebbe essere modesta, grazie alla forza del mercato del lavoro.
Nonostante la riduzione delle offerte di lavoro, il mercato del lavoro è comunque ancora così “stretto” che la diminuzione non ha un impatto negativo sulla crescita dei salari, che rimane elevata. Inoltre, il tasso di disoccupazione rimane stabile perché non ci sono abbastanza persone disponibili a lavorare rispetto alle posizioni aperte. Ciò giustifica l’attuale crescita salariale superiore alle medie storiche, che probabilmente si manterrà su questi livelli anche nei prossimi mesi. “In assenza di una recessione economica, il lavoro delle banche centrali potrebbe essere più difficile del previsto”, conclude Conca (nella foto).
Nonostante la finalità di sottoscrivere una polizza vita sia quella previdenziale e non esattamente quella finanziaria pura, anche le polizze vita “a gestione separata” vengono spesso considerate da chi le sottoscrive – e spesso anche da chi gliele consiglia – delle vere e proprie forme di gestione del risparmio, anche perché la somma pagata viene effettivamente investita dalla compagnia in titoli di Stato o strumenti finanziari diversi, ma sempre con basso profilo di rischio in modo da garantire a scadenza il capitale e un rendimento minimo. Le polizze vita con finalità di investimento sono le unit linked, nelle quali le somme versate verranno impiegate in un paniere di attività che segue l’andamento dei mercati finanziari di riferimento (azionari, obbligazionari, etc), e che possono quindi generare o meno un rendimento positivo.
La collaborazione tra banche e compagnie assicurative per la distribuzione di prodotti assicurativi è nata in Italia nei primi anni ’90, e traeva spunto dall’esperienza francese dei primi anni ‘70. L’inizio di questa collaborazione stretta è databile nel 1989 con la seconda Direttiva Europea sulle banche, grazie alla quale le nuove regole di libero insediamento delle banche all’interno del territorio europeo accresceva il livello di concorrenzialità del settore. Con tale direttiva, la linea netta di separazione tra il settore assicurativo e bancario scompare, e si diffondono le partecipazioni reciproche tra banche e imprese del settore assicurativo. Questo processo di “globalizzazione finanziaria” spinge alla nascita di nuove sinergie, nuovi prodotti e contratti innovativi. Da qui, la spinta di banche e compagnie assicurative verso la “bancassicurazione”, che compensava con nuove fonti di ricavo il calo del margine d’interesse.
In questo contesto sono nati, anche nel mercato italiano, prodotti assicurativi ad alto contenuto finanziario, che a loro volta hanno spinto verso la crescita di alcuni modelli di bancassicurazione, tra i quali quello maggiormente diffuso è basato su una semplice partnership; questa permette alle banche di vendere prodotti assicurativi tramite i loro sportelli, collaborando con una o più imprese assicurative idonee a costruire una offerta diversificata e completa, nella più totale autonomia gestionale da parte della imprese coinvolte. E’ proprio sotto l’egida di questo modello distributivo che la compagnia Eurovita ha operato e si è sviluppata negli anni, stringendo importanti accordi commerciali con numerose reti di consulenza finanziaria e con decine di banche regionali e nazionali.
Non è un caso, pertanto, che allo scoppio della “questione Eurovita” il mondo della consulenza finanziaria è andato in fibrillazione, poichè i clienti coinvolti erano decine di migliaia, e a molti di questi le polizze a gestione separata, e cioè quelle che più rischiano da una eventuale messa in liquidazione della compagnia, erano state “vendute” come strumenti di investimento ultra sicuri e privi di ogni rischio sul capitale. Con la crisi di Eurovita, pertanto, c’è il forte timore di una possibile prossima crisi di fiducia da parte dei consumatori verso l’intero settore assicurativo. Non a caso nel corso del 2023 i riscatti delle polizze vita stanno aumentando a livelli mai visti prima, ed è facile prevedere che, non appena terminerà il periodo di congelamento dei riscatti delle polizze Eurovita (previsto per il 30 Giugno ma probabilmente prorogato al prossimo 30 Settembre), assisteremo ad una corsa al disinvestimento che solo l’acquisizione della compagnia da parte di gruppi bancari super-solidi potrà mitigare.
Serve, pertanto, rassicurare il pubblico dei risparmiatori con una strategia che, accanto ad un ultimo rinvio dello sblocco dei riscatti, preveda una soluzione immediata da parte dei gruppi bancari che acquisiranno le quote di attività di Eurovita, in modo tale da avere un periodo di tempo sufficiente per rassicurare gli assicurati-investitori, uno per uno, sulla riconquistata sicurezza del proprio capitale di polizza. Il tempo trascorso dal primo blocco dei riscatti, infatti, è già stato troppo lungo per non gettare un ombra sul settore assicurativo e per non convincere gli investitori che il conto corrente e/o i titoli di stato siano gli strumenti più idonei, in questo momento storico di grandi incertezze economiche, per rifugiarsi nella eterna illusione del “capitale garantito”, che garantito non è mai.
Il DDL Capitali è una riforma che di fatto semplifica i vincoli burocratici e incentiva le operazioni di quotazione societaria. All’art 3 c’è la previsione relativa alla possibilità (quindi su base volontaria e non obbligatoria) di dematerializzare le quote delle Srl, come già previsto per altri strumenti finanziari. Pertanto, le quote delle Srl potranno assumere forma scritturale e la società emittente potrà richiedere l’assegnazione del codice Isin – il codice internazionale che identifica in maniera univoca gli strumenti finanziari – con conseguente inserimento dello strumento finanziario nel conto titoli detenuto dai singoli investitori presso i propri Istituti di credito. La semplificazione nella circolazione dello strumento finanziario favorisce anche la creazione di un mercato secondario – su piattaforme debitamente autorizzate dall’Autorità Finanziaria – e conseguentemente la “liquidabilità” dell’investimento.
La nuova norma contiene una serie di importanti misure a sostegno del mercato dei capitali in un momento davvero critico, nel quale le PMI incontrano grandi difficoltà di accesso al credito per vie della stretta creditizia e, di conseguenza, hanno bisogno di nuove strade per attuare il finanziamento tramite una maggiore partecipazione esterna di terzi soggetti (gli investitori) al capitale di rischio. E così, con questa rivoluzionaria previsione normativa – che mentre scriviamo si trova a circa metà strada nel suo iter di approvazione – si creerebbe ope legis un
nuovo mercato secondario che fa delle quote di Srl una vera e propria asset class da introdurre nei portafogli degli investitori più evoluti, con l’effetto implicito di realizzare un maggior livello di “democratizzazione” degli investimenti e una spinta verso nuovi programmi di educazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, è la risorsa imprescindibile per attribuire consapevolezza sul rischio connesso e per far sì che l’investimento nella economia reale – di per sé molto più rischioso di quello in capitale di rischio di grandi aziende – non crei un esercito di investitori scontenti.
Secondo Antonella Grassigli (nella foto), CEO e Co-Founder di
dell’atto di acquisto e la certificazione del passaggio di titoli e azioni. Anche questo passaggio viene eliminato”. “Su tutto – conclude Antonella Grassigli – sarà importante poi scegliere le piattaforme che garantiscano rigorosa selezione delle opportunità d’investimento da parte di operatori in grado di valutare il potenziale di crescita dell’azienda e sostenibilità del suo modello di business, in modo da ridurre il rischio di execution: informazioni che devono essere disponibili per l’investitore, rese di facile lettura e comprensione per favorire un investimento informato e consapevole. La formazione, attraverso la disintermediazione guidata, è quindi un pilastro fondamentale per far crescere i singoli e l’ecosistema in generale”.
Dopo anni di risultati positivi, le condizioni finanziarie più restrittive stanno avendo un impatto significativo sui consumi e sugli investimenti in Italia. Sul fronte delle imprese, la liquidità in eccesso si è attestata nel 2022 a circa 120 miliardi di euro, ossia 10 miliardi in meno rispetto alla fine del 2021. I margini delle imprese sono migliorati notevolmente nel 2022 (+1,5%), raggiungendo il 43,1% del valore aggiunto lordo, il livello più alto dal 2018. Un dato che rappresenta una sorta di importante cuscinetto contro l’impatto derivante dall’aumento dei tassi sui prestiti bancari. Parallelamente, anche la liquidità delle famiglie è in diminuzione, con un tasso di risparmio sceso al minimo storico: 7,3% del reddito disponibile a fine 2022, molto al di sotto della media storica del 12,7%.
Una forma di sostegno in questo momento storico proviene dai crediti d’imposta per l’efficienza energetica degli alloggi (“superbonus” e “bonus facciate”), dalle misure di sostegno governativo introdotte per mitigare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia e dai progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che sosterranno le prospettive di investimento. “L’inasprimento della politica monetaria – dichiara Ludovic Subran (nella foto), Chief economist Allianz Trade -aumenterà i rischi di rivedere al ribasso le prospettive economiche poiché normalmente un ciclo di rialzi ha un effetto ritardato anche di 18 mesi sulla produzione. Ci attendiamo quindi che il pieno impatto dell’inasprimento dei tassi di interesse raggiunga il picco nel quarto trimestre dell’anno e si protragga nel 2024. I primi segnali sono già evidenti con la contrazione del credito privato alle imprese”
Dal report però, arrivano anche buone notizie, in particolare relative all’export. Secondo Allianz Trade infatti, il 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. “Nonostante il contesto economico – sottolinea Luca Burrafato (nella foto), Responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade – prevediamo che il Made in Italy nel 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. Quest’anno sarà ancor più necessario lavorare con i giusti partner, visto il rimbalzo delle insolvenze che cresceranno del 21% a livello globale”.
Una previsione che dà fiducia per il futuro anche in considerazione dello scenario attuale, in cui l’Italia si è distinta rispetto ai paesi dell’Eurozona con una crescita del PIL nel primo trimestre del +0.6%. La media dei paesi dell’Eurozona invece si attesta allo 0.0 / 0.1%. Merito anche della crescita dei consumi privati che hanno inciso per lo 0.3%. Più lenta invece la crescita degli investimenti, che hanno influito con uno 0.2%. Ruolo centrale in questo processo, è ovviamente quello dell’inflazione, che solo a maggio ha subito un reale processo di calo. Anche in questo caso, il rapporto di Allianz Trade avanza previsioni molto realistiche. Infatti, in uno scenario di tendenziale calo, le pressioni inflazionistiche si attesteranno al 5,9% nel 2023 e al 2,2% nel 2024. Quindi in netto calo rispetto all’8,2% dello scorso anno, quando è stato raggiunto il massimo storico nell’ottobre 2022 con l’11,8%. Un calo graduale ma costante, dovuto anche alla riduzione del costo dell’energia e delle materie prime.








