Proprio nei periodi più difficili dell’umanità, le industrie delle armi e del petrolio mostrano quanto possano essere correlate e dare il meglio di sè solo ai suoi stakeolders, generando exploit di ricchezza nelle mani di pochi.
di Manlio Marucci*
Viviamo un’epoca in cui la mente umana sembra trovare inesauribile soddisfazione in un progresso economico e tecnologico che, seppur appagante per via dell’innegabile benessere che ha generato, è stato talmente enfatizzato da determinare un sensibile inaridimento dei valori culturali e spirituali prima connaturati all’esistenza dell’individuo ed ora ridotti a semplici automatismi di comportamento. Questi ultimi sono frutto della incontrollata – e quasi meccanica – adesione all’avanzare della visione materialistica del progresso, diventato esaltazione logica del possesso di “cose” e riduzione al trinomio esistenza-produzione-progresso.
Sulla base di tali presupposti sono stati commessi, talvolta, degli azzardi scientifici sfociati in rischi estintivi per l’intera umanità. Ne è testimonianza la proliferazione nucleare e la corsa agli armamenti, che sebbene arginate dalla paura di una sovrapposizione di forze tra diverse Nazioni non elimina tuttavia l’ipotesi di un pericolo nei cui confronti non si può restare indifferenti. Infatti, lo scenario di guerra settoriale a cui stiamo assistendo ormai da diversi mesi ha risvolti ancora non ben definiti, ma di certo ha già determinato una demarcazione netta sul piano degli equilibri internazionali tra oriente ed occidente. Vale la pena, pertanto, analizzare il contesto del conflitto cui tutti noi stiamo assistendo impotenti e trovare valide argomentazioni e metodologie di indagine in grado di comprendere le variabili aggregate dei vari sistemi economici – pur diversi sul piano istituzionale – per valutarne il funzionamento all’interno di uno scenario di guerra.
In tale direzione, le analisi condotte su più ampi fronti dalla politica, dell’economia e della finanza sono finora state incapaci di arginare l’escalation del fenomeno militare, il quale rappresenta una grave contraddizione all’interno dell’attuale sistema capitalistico avanzato (neocapitalismo o capitalismo monopolistico). Non v’è dubbio, infatti, che le guerre ed il loro naturale portato di distruzione creino opportunità per tutti i settori industriali coinvolti nel grande affare della c.d. ricostruzione, ma nello stesso tempo esse non diffondono benessere durevole tra le popolazioni dei paesi in cui il conflitto si è svolto, poiché concentrano la ricchezza nelle mani di pochi, senza realizzarne una redistribuzione ottimale. Infatti, l’economia mondiale è costantemente condizionata dal binomio produttivo “guerra e petrolio“, che consente una enorme crescita della ricchezza ad esclusivo vantaggio di una particolare classe industriale, quella dei produttori di armi e dei
petrolieri, che non conosce fattori stagionali e/o congiunturali ed è anticiclica per definizione. Anzi, proprio nei periodi più difficili dell’umanità essa dà il meglio di sè ai suoi stakeolders, generando exploit di ricchezza. Prova ne sia che, in questo particolare scenario di guerra Russia-Ucraina-NATO, le maggiori compagnie petrolifere hanno comunicato di aver realizzato utili per 200 miliardi di dollari, un record storico. Parimenti, mentre l'”economia di pace” (quella dei beni di consumo “pacifici”) arranca verso una recessione, l’industria degli armamenti sta realizzando fatturati da capogiro, e presto conosceremo i dati sui loro utili.
Il problema di fondo è che nel contesto della società c.d. globalizzata è condizione necessaria e sufficiente trovare delle soluzioni non sul piano militare, ma sul piano del cambiamento nei rapporti umani e sociali, gli unici che possano a loro volta determinare un quadro di stabilità nei vari campi dell’economia, della finanza, della ricerca e dei vari assetti istituzionali che governano i paesi. Ciò significa affrontare responsabilmente la realtà che ci circonda sul piano storico e politico, non militare, ed analizzare con lucidità i processi di accumulazione del capitale e le varie ideologie economiche a cui si ispirano i vari governanti, al fine di realizzare un riordino generale ed un nuovo modello di società a cui tendere per il rispetto della vita umana e per una soddisfacente condizione di vita socialmente utile a tutti.
Se non si persegue questa linea di condotta, si rischia di riproporre a livello internazionale lo stesso modello “economico-militare” di tipo keynesiano che ha condotto l’umanità verso il Secondo Conflitto Mondiale, la Guerra Fredda e l’esportazione del sistema di risoluzione delle controversie attraverso il finanziamento esterno di guerre locali e regionali per l’accaparramento di materie prime da parte dei paesi egemoni. Prova ne sia che la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, anziché rallentare, è aumentata a dismisura, ed oggi potrebbe avere delle conseguenze sul piano della sopravvivenza della vita umana nel nostro pianeta: la spesa militare complessiva a fine 2022 ha raggiunto i 1.650 trilioni di dollari, una cifra che avrebbe permesso di ridistribuire ricchezza in molti paesi economicamente più fragili, e creare benessere all’intero pianeta, se solo la metà di questa spesa fosse stata rivolta alle energie rinnovabili.
Pertanto, serve gettare le basi per un nuovo ordine mondiale che sia in grado di garantire una vita quotidiana dignitosa per tutti, superando il “travestimento” di interessi puramente nazionali e uscendo dalla logica dell’interesse di parte. Le istituzioni mondiali in cui discutere questi temi esistono, ma sono ancorate a modalità di funzionamento ed equilibri politici che, se andavano bene settanta anni fa, oggi sono superati del tutto. Occorre tornare allo spirito della Società delle Nazioni, ossia della prima organizzazione intergovernativa che, all’indomani della fine del Primo Conflitto Mondiale, aveva come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani, prevenendo le guerre sia attraverso l’esclusiva gestione diplomatica delle controversie sia per mezzo del controllo degli armamenti. Gruppi economici potenti e senza scrupoli, nel corso dell’ultimo secolo, hanno ostacolato in tutti i modi il cammino segnato verso un nuovo modello di Società Partecipata, tramandando di generazione in generazione un futuro di morte e distruzione.
Oggi sappiamo come è andata a finire.
*Presidente Federpromm



Le probabilità di una recessione in atto entro 12 mesi continuano ad aumentare ma è probabile che sarà di natura lieve. I bilanci delle famiglie sono solidi, con un rapporto tra debito e reddito disponibile vicino ai livelli pre-crisi finanziaria. In secondo luogo, nonostante l’aumento dei tassi dei mutui ipotecari sia stato impressionante, il suo effetto sull’economia reale si farà sentire più severamente solo in futuro, poiché i contratti attuali beneficiano ancora della politica dei tassi d’interesse prossimi allo zero del passato. Infine, il mercato del lavoro rimane estremamente forte, poiché le aziende non sono disposte a licenziare il personale dato che si aspettano solo una piccola contrazione della domanda futura, unita alla carenza di manodopera. Pertanto, con il rallentamento dei consumi e sebbene il tasso di risparmio sia il più basso possibile, ci sono buoni motivi per non farsi prendere dal panico.
In questo contesto, le obbligazioni appaiono interessanti sia in termini relativi che assoluti. Le società investment grade mostrano bilanci molto sani, con molta liquidità e bassi tassi di interesse. Con gli spread creditizi ancora elevati rispetto alla media decennale, le obbligazioni investment grade sono un acquisto allettante, soprattutto le scadenze più brevi data l’inversione della curva. Anche le obbligazioni societarie ibride offrono rendimenti interessanti in cambio dell’esposizione al livello inferiore della struttura del capitale. I segmenti più rischiosi, come quello ad alto rendimento, pur mostrando solidi fondamentali, non sembrano invece avere prezzi allettanti, soprattutto in previsione di una recessione.
Per quanto riguarda l’equity, le valutazioni sono tornate a salire a causa del recente rimbalzo dei corsi azionari e sono ancora poco attrattive. Pertanto, con una recessione incombente e valutazioni costose, una posizione prudente è il minimo che un investitore possa assumere oggi. Anche i prezzi delle materie prime cicliche sono diminuiti. Prevediamo che questa tendenza continui, ma i bassi livelli delle scorte di molte materie prime, incluso il petrolio, dovrebbero porre un limite alla discesa dei prezzi e potrebbero fungere da trampolino di lancio quando il ciclo economico si riprenderà. Al contrario, l’oro dovrebbe smettere di essere sotto i riflettori.
“A livello di valute, il dollaro ha sofferto negli ultimi mesi a causa della riduzione dei divari di rendimento tra i Treasuries statunitensi e le obbligazioni governative di altri mercati sviluppati. Prevediamo che il biglietto verde si stabilizzi ai livelli attuali: durante la fase iniziale di una recessione, il dollaro è ricercato come rifugio sicuro, mentre in una fase successiva si deprezza a causa dell’allentamento delle politiche monetarie”, conclude Conca. “L’euro potrebbe avere più spazio per correre sulla scia di ulteriori rialzi dei tassi, mentre il franco svizzero rimarrà supportato nel caso in cui la recessione sia più profonda di quanto attualmente previsto”.

Ma oltre a chiederci cosa farà la banca centrale, dobbiamo anche chiederci cosa faremmo noi se fossimo nei panni della BCE. La nostra principale preoccupazione riguarda il massiccio sostegno della politica fiscale nell’area euro e il suo impatto sull’andamento futuro dell’inflazione. Gli aiuti Covid hanno aumentato in modo significativo soprattutto gli attivi delle famiglie. Ma anche la capitalizzazione di molte aziende è migliore rispetto a prima della crisi. Gli interventi di sostegno per far fronte all’esplosione dei prezzi dell’energia ci dicono che questi paracadute finanziari saranno mantenuti. Inoltre, c’è l’intenzione di contrapporre al programma infrastrutturale del governo americano un intervento corrispondente nell’area euro.
Le più recenti statistiche demografiche sulla Cina raccontano una evoluzione ai più inaspettata, ma perfettamente in linea con le decisioni adottate dal PCC alla fine del secolo scorso, soprattutto per ciò che riguarda le politiche sulla denatalità. Di conseguenza, la Cina sembra avvicinarsi al Giappone, dove la popolazione è in calo dal 2010 e l’età media è di 48 anni. La tendenza demografica attuale, quindi, suggerisce che tra dieci o venti anni il profilo della popolazione cinese sarà molto simile a quello del Giappone, e questo avrà certamente delle conseguenze nella crescita della sua economia; nella storia più recente, infatti, la crescita economica cinese ha avuto i suoi massimi picchi annuali (di circa il 15%) nel 1992 e nel 2007 coincidenti con l’ingresso di un gran numero di giovani nel mondo del lavoro.
La situazione della Cina non è unica. Infatti, la maggior parte delle popolazioni al di fuori dell’Africa e di alcuni selezionati paesi asiatici stanno invecchiando, e questo si spiega con il fatto che, man mano che le economie si sviluppano e si urbanizzano, i tassi di natalità in genere diminuiscono. Ma considerando che la Cina è la seconda economia più grande del mondo e sta registrando un calo sia dei tassi di crescita economica che della popolazione, potrebbe presto perdere il suo status di mercato emergente ogni anno a venire. Infatti, nei prossimi 30 anni i giovani entrati nel mondo del lavoro negli anni Novanta (quando fu registrato il picco di crescita economica più grande) andranno in pensione, mentre sempre meno persone entreranno a far parte della forza lavoro per via del calo demografico. Ciò potrebbe anche esercitare una pressione al rialzo sui salari, poiché le aziende competono per un pool più piccolo di lavoratori, sebbene gli effetti saranno probabilmente compensati in una certa misura dall’impatto della tecnologia e del miglioramento dell’assistenza sanitaria (consentendo alle persone di svolgere lavori meno faticosi più a lungo).
Pertanto per le aziende operanti in Cina, sia locali che estere, la crescita “garantita” dalla continua affluenza di popolazione nella classe media cinese potrebbe ormai essere un sogno appartenente al passato. Ciò non significa che non ci saranno crescita e opportunità, ma l’economia diventerà più competitiva, poiché in passato la Cina era al centro del tema dei mercati emergenti, ma la situazione potrebbe iniziare a cambiare man mano che gli investitori e le aziende guardano oltre la Cina. L’India, per esempio, è un paese che al momento attira molto più interesse, e ciò si spiega con il suo continuo aumento demografico che stabilizza l’età media sotto i 30 anni e fornisce al suo apparato industriale una fonte quasi inesauribile di personale con un livello di istruzione, nelle grandi città, abbastanza elevato.
Per trovare una soluzione al problema, verso la fine dello scorso anno le autorità di regolamentazione hanno allentato le restrizioni che consentono agli sviluppatori immobiliari di accedere a nuovi prestiti, e così l’indice delle obbligazioni cinesi ad alto rendimento in dollari, costituito principalmente da obbligazioni emesse da promotori immobiliari, ha recuperato il 50% da novembre 2022, e questo sembra suggerire che la fiducia nel settore stia migliorando. Di conseguenza, il settore immobiliare cinese non è più nei titoli dei giornali, e la crisi di liquidità si è attenuata perché gli sviluppatori sono stati in grado di prendere in prestito più capitali. Tuttavia, il problema di fondo dell’eccessiva leva finanziaria rimane, anche se l’attività speculativa potrebbe essere rallentata.
L’Hang Seng sembra pronto per una sesta settimana consecutiva di guadagni, che segnerebbe il suo avanzamento più lungo da gennaio 2020. L’indice Hang Seng China Enterprises, che replica le società continentali che negoziano alla borsa di Hong Kong, è salito di quasi il 3%. I dati sui viaggi per le vacanze e al botteghino hanno mostrato una forte ripresa della domanda, mentre il paese esce dall’era delle politiche Covid Zero e manifesta uno slancio che non si vedeva da tempo. Le azioni cinesi hanno ricevuto un certo rialzo dall’hub di gioco di Macao, che ha visto entrare quasi 40.000 visitatori dalla terraferma il secondo giorno di vacanza del capodanno lunare. Questa è stata la più grande ondata turistica da prima dell’inizio della pandemia.
Tra le azioni cinesi scambiate negli Stati Uniti, Pinduoduo (PDD) è salito del 5,8% e Weibo (WB) è salito di quasi l’11%, mentre Baidu (BIDU) e JD.Com (JD) hanno registrato guadagni di circa il 2%. Tra gli ETF, il KraneShares CSI China Internet ETF (KWEB) è balzato dell’1,5%, mentre gli Xtrackers Harvest CSI 300 China A-Shares ETFASHR e iShares MSCI China ETF (MCHI), che seguono le negoziazioni azionarie sulle borse di Hong Kong e Shanghai, sono saliti rispettivamente dello 0,7% e dello 0,9%. Questa ondata di rialzi, certamente enfatizzata dalla riconquistata libertà di movimento di uomini e mercati, mostra che le fondamenta economiche della Cina stanno cambiando. Infatti, l’economia del paese nel 2022 è cresciuta del secondo tasso più basso in 40 anni, e la popolazione cinese è diminuita per la prima volta dopo secoli.
La fiducia nel settore immobiliare è migliorata, ma i problemi di fondo potrebbero rimanere. Infatti, la Cina rimane ancora il più grande consumatore mondiale di materie prime, ma è improbabile che le importazioni aumentino così velocemente come in passato. Il suo PIL è cresciuto “solo” del 3% nel 2022; si tratta di un dato superiore al tasso previsto del 2,8%, ma ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% fissato a marzo. È anche ben al di sotto dei livelli di crescita dell’ultimo decennio. Inoltre, l’economia cinese è cresciuta del 2,2% nel 2020 e dell’8,4% nel 2021, e gli ultimi tre anni possono probabilmente essere visti come anomalie legate al Covid, ma è la tendenza generale a preoccupare per via del suo trend al ribasso.
Il tasso di crescita economica della Cina è rallentato a causa di fattori a breve e lungo termine; più precisamente, nel breve periodo hanno influito:
Oltre a ciò, i responsabili politici dovranno affrontare questioni strutturali. Il tasso di crescita della Cina potrebbe essere in calo, ma l’economia è ancora molto più grande di quanto non fosse 10 o 20 anni fa: l’odierno tre percento dell’economia cinese equivale al 15% dell’economia cinese nel 2003. Il paese ha ora la seconda economia più grande del mondo ed è più grande dell’intera UE già dal 2021. Tuttavia, l’Ufficio nazionale di statistica cinese ha annunciato che la popolazione è diminuita di 850.000 persone nel 2022, e ciò riflette il problema dei cambiamenti demografici: il tasso di crescita annuale è stato abbastanza costante ad un livello 0,6-0,7% tra il 1998 e il 2012, ma da allora è diminuito drasticamente, nonostante la politica del “figlio unico” sia stata abolita nel 2015.
Per rendere l’idea di quello di cui stiamo parlando, dai nostri dati risulta che a Milano negli ultimi dieci anni i prezzi sono aumentati del 19,3% ma dal 2017 al 2022 le case hanno accresciuto il loro valore del 43,2%. Questo non solo a causa di una domanda crescente e di un’offerta che è andata riducendosi, ma anche per gli importanti lavori di riqualificazione che, dopo l’Expo, sono stati messi in campo e che hanno contribuito al recupero del valore degli immobili. Inoltre, questo aumento importante dei prezzi ha determinato, negli ultimi anni, uno spostamento centrifugo verso l’esterno della città, in parte
incentivato anche dalla pandemia che ha spinto la ricerca di case più ampie e con spazi esterni. Ragione per cui, negli ultimi cinque anni, da quando a Milano i prezzi hanno iniziato a crescere, gli immobili in periferia si sono rivalutati di più rispetto alla media cittadina e, allo stesso tempo, si è segnalato uno spostamento di richieste verso l’hinterland della città. Le periferie di Milano sono cresciute del 49%, a essere scelte, anche in questo caso, sono state soprattutto quelle collegate dalla metropolitana (San Siro), Cenisio, Forlanini, Baggio, Bicocca, Forze Armate, Niguarda.
Anche l’hinterland di Milano ha beneficiato di questo aumento dei prezzi. L’hinterland delle grandi città a livello nazionale, negli ultimi cinque anni, ha registrato mediamente una diminuzione dei valori dello 0,7% quello di Milano ha messo a segno un aumento dell’8,5% (negli ultimi dieci anni i valori in provincia di Milano hanno comunque subito un ribasso del 16,3%). Si sono preferiti i comuni dell’hinterland, ben collegati con la metropolitana ma anche quelli che non ne erano provvisti hanno avuto un buon riscontro, se si considera che acquistando nell’hinterland si arriva a risparmiare mediamente tra il 50 e il 60%. A trasferirsi sono stati prevalentemente giovani che hanno lasciato una situazione di affitto per acquistare oppure famiglie che hanno realizzato un acquisto migliorativo (una camera in più oppure uno spazio esterno).
Tra i comuni in cui viene segnalato un aumento di richieste da Milano ce ne sono diversi posizionati lungo la metropolitana verde: Vimodrone (+5,6%), Cologno Monzese (0,0%), Cernusco sul Naviglio (+5,9%), Assago (2,3%) per citarne alcuni. Bene anche alcuni comuni che, seppur privi di metropolitana, sono posizionati a ridosso del confine cittadino e sono collegati con mezzi di superficie: Peschiera Borromeo (+6,5%), Cinisello Balsamo (0%), Corsico (0,0%), Settimo Milanese (+1,0%).
Anche sul versante delle locazioni il discorso è simile perché in città, se si esclude il 2020 dove a causa della pandemia il mercato delle locazioni ha vissuto una contrazione, i canoni sono in crescita dal 2014 e hanno raggiunto valori di 960 € al mese per un bilocale e 1310 € al mese per un trilocale. Con questi valori così elevati, l’accessibilità della casa diventa più difficile, soprattutto per le famiglie monoreddito o per i giovani che quando possibile acquistano in provincia o vanno in affitto nell’hinterland dove i canoni sono più contenuti (430 euro per un monolocale, 570 per un bilocale e 700 per un trilocale). 
Nel 2022, il Nord Italia ha raccolto il volume più elevato di ricerche, seguito dal Centro, dal Sud e dalle Isole, confermando la classifica del 2021. A livello di regioni, la Lombardia è stata quella dove le ricerche di case sono state più elevate, seguita dal Lazio e dalla Toscana, come nell’anno precedente. Come province, nel 2022 Roma è al primo posto, Milano al secondo (l’anno precedente era in testa alla classifica). Torino mantiene la terza posizione, come nel 2021. Per quanto riguarda le città, le prime due posizioni in classifica sono invariate rispetto al 2021 con Roma al primo posto e Milano al secondo, mentre cambia la terza posizione con Genova che sale di una posizione e supera Torino, che nel 2021 era al terzo posto.
Tra i comuni non capoluogo di provincia, nel 2022 Anzio, in provincia di Roma, ha ottenuto i volumi di ricerca più elevati, seguito da Sanremo, in provincia di Imperia, e da Busto Arsizio, in provincia di Varese. Tra i comuni con meno di 100.000 abitanti, nel 2022 Anzio è al primo posto per volumi di ricerca, seguito da Savona e Sanremo. L’appartamento è sempre la tipologia più cercata, seguita dalla casa indipendente, che rispetto al 2021 guadagna una posizione, e dalla villa che, invece, perde una posizione. La classifica delle metrature resta invariata rispetto al 2021, con al primo posto quella dai 51 ai 100 mq, al secondo posto quella dai 101 ai 150 mq e al terzo posto quella dai 151 ai 250 mq.
Per quanto riguarda il numero di locali degli appartamenti, il trilocale è sempre il taglio più cercato, seguito dal bilocale e dal quadrilocale. Per quanto riguarda le case in vendita, la classifica dei prezzi più cercati non subisce variazioni rispetto al 2021, con la fascia da 100.001 euro a 200.000 euro al primo posto, seguita da quella da 50.001 euro a 100.000 euro al secondo posto e da quella da 200.001 a 300.000 euro al terzo posto. Per le case in affitto, come nel 2021, le ricerche si concentrano soprattutto sulle case con canone mensile da 401 euro a 600 euro, ma, a differenza del 2021, la fascia da 601 a 800 euro è al secondo posto, e quella da 201 euro a 400 euro, che era al secondo posto nel 2021, è al terzo.
Secondo le ultime indagini dell’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, nel 2022 occorrono 6,9 annualità di stipendio per acquistare casa nelle grandi città. Milano si conferma la città con il maggiore numero di annualità, 13,2. Il capoluogo lombardo con un prezzo medio di 4138 € al mq si conferma la città più costosa d’Italia in cui occorrono ben 13,2 annualità di stipendio. Seguono la Capitale con 9,2 e Firenze con 9,1 annualità. Le città dove servono meno annualità di stipendio sono Palermo e Genova (rispettivamente con 3,6 e 3,3).
Andando indietro nel tempo, gli anni in cui occorrevano più annualità per acquistare casa furono il 2006 e il 2007, quando i tassi di crescita dei prezzi toccarono l’apice. All’epoca la città più costosa dove occorrevano più anni di lavoro per pagare la casa era Roma con 14,8 annualità, seguita da Milano con 14 annualità e da Firenze con 12,5 annualità. Dal 2008 in poi, in concomitanza con la crisi del mercato immobiliare, le annualità per acquistare casa diminuiscono nel tempo fino al 2017 quando, in seguito alla ripresa dei valori immobiliari, iniziano a volerci più anni di stipendio. Nel 2019 Milano balza in vetta alla classifica diventando la città più costosa dove occorre destinare all’acquisto della casa ben 11 anni di stipendio; ad oggi il trend si conferma. Balza all’occhio Genova che nel 2020 tocca il minimo delle annualità per acquistare casa (3,3) a causa della forte perdita di valore che la città sperimenta dal 2007, un calo che è andato avanti nel tempo. Nel 2007 a Genova occorrevano 7,7 annualità. 
L’analisi evidenzia come in Europa si sia passati dalle 268 operazioni di distressed M&A* del 2019 alle sole 53 del 2022 (numero aggiornato al 3Q) e che il trend, trainato in particolare dalle maggiori economie europee, sia riconducibile al ricorso a misure straordinarie, principalmente relative a moratorie sui debiti, finanza garantita e al congelamento delle procedure concorsuali, messe a disposizione dalle istituzioni nazionali, al fine di agevolare la sopravvivenza delle imprese durante il periodo pandemico.
Nel corso del periodo analizzato, è possibile osservare, nel mercato italiano, un trend in linea con quello registrato in tutti i principali Paesi europei. Secondo il report, il settore di maggiore interesse per gli operatori di turnaround risulta essere quello dei beni di consumo, con ben 7 operazioni realizzate nel corso dei primi 3 trimestri del 2022, su un totale complessivo di 14 operazioni. Inoltre, Mentre in precedenza il mercato del Distressed M&A appariva guidato da investitori industriali, oggi risulta evidente la prevalenza di investitori di tipo finanziario (86% vs 14%). Questo trend è trainato da una sempre più forte specializzazione degli operatori finanziari, nazionali ed internazionali, che hanno intuito la possibilità di sfruttare le numerose nuove opportunità di investimento, createsi in seguito alle attuali condizioni macro-economiche.
Secondo le aspettative degli analisti finanziari, il rinvio delle procedure concorsuali, congelate durante il periodo pandemico, e i recenti aumenti dei costi dell’energia e delle materie prime, legati in primis all’insorgere del contesto geopolitico, causeranno il repentino incremento delle operazioni di Distressed M&A. Questo trend prospettico è corroborato dalla previsione di crescita del tasso di deterioramento dei crediti delle imprese italiane, riportato in un recente studio di Banca Ifis. “In termini di numero di operazioni effettuate – afferma Sante Maiolica, Partner e CEO di Grant Thornton Financial Advisory Services – il periodo 2020 – 2022 è stato caratterizzato da una forte riduzione delle transazioni distressed su scala globale, dovuto principalmente alle misure di sostegno per le imprese messe in atto dai Governi per fronteggiare la situazione pandemica. D’altro canto, dal 2023 dovremmo assistere ad una sostenuta ripresa delle attività di M&A distressed guidata dal perdurare dell’incertezza geopolitca, dall’aumento progressivo dei tassi di interesse e dall’interruzione delle misure protettive”.
La situazione economica regionale è rimasta debole durante l’ultimo trimestre 2022 e l’Asian Development Bank ha tagliato le previsioni per il 2022 dello 0,1%, portandole al 4,2%. La Banca ha abbassato anche le previsioni per il 2023 dal 4,9 al 4,6%. L’andamento dei settori nel periodo in esame è stato chiaramente più difensivo: i titoli finanziari, le telecomunicazioni e la sanità hanno sovraperformato, mentre l’energia, le materie prime e la tecnologia hanno perso terreno. I titoli finanziari hanno beneficiato dei margini di crescita dei tassi d’interesse. La Banca del Giappone è intervenuta nuovamente sui mercati valutari per sostenere lo yen, ma la mossa del governatore Kuroda di aumentare il limite di rendimento delle obbligazioni a 10 anni dallo 0,25% allo 0,5% ha colto di sorpresa gli investitori. Lo yen ha registrato un forte rialzo sulla notizia rispetto al dollaro Usa.
I due principali fattori che hanno contribuito alla performance trimestrale positiva sono stati l’indebolimento del dollaro Usa, che ha sostenuto il rimbalzo delle azioni dei mercati emergenti, e la riapertura dell’economia cinese. In particolare, i titoli cinesi negoziati a Hong Kong e negli Stati Uniti hanno registrato i maggiori guadagni percentuali dopo che durante il 2022 avevano toccato i minimi storici di valutazione. Tra i mercati emergenti asiatici, l’Indonesia ha registrato una sottoperformance, in quanto gli investitori hanno preso profitto sui Paesi orientati alle risorse e a causa del nuovo codice penale approvato dal governo, che indica una forma di Islam meno tollerante.
I principali eventi geopolitici si sono concentrati in Cina. Il Presidente Xi Jinping ha consolidato il suo potere assoluto durante il 20° Congresso del Partito Comunista Nazionale, ma ha dovuto affrontare grandi tumulti in tutta la Cina contro la sua politica draconiana di “tolleranza zero”. La Cina continua ad aumentare la sua pressione su Taiwan e le intrusioni nello spazio aereo e marittimo di Taiwan hanno raggiunto il livello più alto dal 1949. “In questo contesto generale, l’allocazione settoriale del nostro portafoglio è stata incrementata nei titoli finanziari, dove ci aspettiamo un netto miglioramento dei margini di interesse. Siamo ancora per lo più coperti sull’esposizione allo yen, data la nostra visione positiva sull’euro rispetto alla maggior parte delle valute. Le valutazioni delle azioni regionali restano a nostro avviso interessanti”, conclude Zimmermann (nella foto).
A dicembre, le banche centrali di tutto il mondo, inclusa anche la Bank of Japan, hanno alzato ulteriormente i tassi. A livello formale, la BoJ si è limitata ad ampliare l’intervallo obiettivo per i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni da -0,25%/+0,25% a -0,5%/+0,5%. Tuttavia, dato che in tal modo i rendimenti dei titoli interessati sono aumentati dallo 0,25% allo 0,5%, consideriamo questo intervento un aumento dei tassi. Dal Canada agli Stati Uniti, dall’Eurozona alla Svizzera e dalla Norvegia alla Gran Bretagna, a dicembre i tassi di riferimento sono stati rivisti al rialzo ovunque: sette in un colpo solo. Altri rialzi dei tassi seguiranno nel 2023, ma il ritmo sta rallentando.
Per quando riguarda l’Eurozona, lo scenario più probabile è quello che vede i tassi arrivare al 4%, un compromesso tra le necessità di raffreddare la domanda, ancorare le aspettative d’inflazione a un livello basso ed essere cauti nel superare i rialzi dei tassi. Non si può escludere anche un rialzo dei tassi che arrivi al 6%: nel 2023 l’inflazione nell’Eurozona supererà nuovamente il 6% in media, superando quella degli Stati Uniti. E questo singolo elemento da solo potrebbe già giustificare un livello di tassi d’interesse del 6%, dato che per combattere l’inflazione nel lungo periodo, i tassi di interesse di riferimento dovrebbero essere più alti del tasso di inflazione. Tuttavia i programmi di sostegno del governo lavorano contro le misure restrittive delle banche centrali. L’ultimo scenario è quello della terapia d’urto, sotto forma di aumento dei tassi di interesse di riferimento all’8%, come in Ungheria: una extrema ratio che è però tendiamo a escludere.
“In ogni caso, sarà l’inflazione a tenere banco”, conclude Schmidt (nella foto). “L’inflazione nella sua forma attuale è globale e può essere combattuta soltanto insieme: ogni banca centrale deve fare la sua parte e nessuna può agire da sola. Non è concepibile che l’inflazione rimanga alta solo nell’Eurozona e scenda stabilmente sotto il 2% nel resto del mondo. Ed è ancora meno concepibile che l’inflazione possa scendere stabilmente nell’Eurozona, rimanendo alta nelle altre principali economie. O le banche centrali si muovono insieme o non raggiungeranno l’obiettivo. E se non ci riusciranno rapidamente, i tassi d’interesse potrebbero continuare a salire, sia nell’Eurozona che a livello globale”.








