Luglio 29, 2026
Home Archive by category In primo piano (Page 47)

In primo piano

Alberto Conca: Europa e mercati emergenti verso la recessione

Secondo Alberto Conca (Zest), la probabilità che il mercato stia scontando una recessione nel prossimo trimestre è al livello più alto da quando vengono rilevati i dati.

Negli Usa l’inflazione ha dato i primi segnali di discesa mentre in Europa e nei mercati Emergenti l’aumento dei prezzi non ha ancora raggiunto il picco. Le parziali riaperture cinesi e gli sviluppi della guerra in Ucraina sono gli altri fattori chiave da cui dipende la crescita globale.  

“Le prospettive macroeconomiche del prossimo futuro dipenderanno per gran parte dalla capacità delle banche centrali di riportare l’inflazione a livelli inferiori senza trascinare l’economia in recessione, anche se ormai molti indicatori suggeriscono che la direzione sarà quella. In particolare, la probabilità che il mercato sta scontando di incorrere in una recessione nel prossimo trimestre è al livello più alto da quando vengono rilevati i dati, e una delle principali dinamiche che lo giustifica è l’inversione della curva dei rendimenti dei titoli di stato americani”. È la view di Alberto Conca (nella foto), responsabile degli investimenti di Zest e gestore fondi della Zest Asset Management SICAV.

Le prospettive macroeconomiche per il 2023 sono piuttosto incerte. Le previsioni di crescita globale sono leggermente minori del 2% e sono dettate dall’apparente tenuta del mercato americano in contrasto con la probabile recessione europea all’inizio dell’anno, le parziali riaperture cinesi e la guerra in Ucraina. Il quadro globale non è omogeneo ed esistono differenze soprattutto tra gli Stati Uniti, dove l’inflazione ha dato i primi segnali di discesa e quindi la recessione potrebbe essere evitata, e l’Europa e i mercati Emergenti, dove invece l’aumento dei prezzi non ha ancora raggiunto il picco ed è fortemente dipendente dai prezzi dell’energia.

Un altro driver importante per il 2023 saranno le revisioni degli utili societari che, una volta comunicate, potrebbero incidere su un possibile rialzo dei listini azionari in caso di dati superiori al consensus, mentre in caso contrario potrebbero spingere le quotazioni a livelli ancora più bassi preannunciando una recessione quasi certa. Inoltre, va tenuto in considerazione l’effetto Cina. Il mese di aprile dovrebbe essere il periodo in cui verrà eliminata totalmente la politica Zero-Covid e di conseguenza tutte le restrizioni: questo dovrebbe dare una spinta all’economia cinese, anche se persistono dubbi sulla crescita nel medio/lungo periodo a causa della crisi immobiliare e del rallentamento della crescita potenziale. “Sarà importante anche capire l’evolversi della guerra tra Russia e Ucraina”, conclude Conca. “Ci potrebbe essere un miglioramento delle prospettive di crescita globali se si dovesse iniziare a trattare una pace condivisa. In caso opposto, assisteremo a un peggioramento causato dall’ulteriore inasprimento dei rapporti globali”.

Mercati USA, primo trimestre all’insegna delle difficoltà. Recessione non ancora scongiurata

Nel 2023 l’inflazione sembra diminuire in modo strutturale. Tuttavia, gli analisti temono che la battaglia della Fed contro l’aumento dei prezzi non sia ancora conclusa. Cautela sull’azionario e preferenza per i conti di risparmio.

Le preoccupazioni per l’aumento dei tassi di interesse, la decrescita economica e l’inflazione hanno colpito nell’anno da poco trascorso i titoli tecnologici, i titoli growth e le criptovalute in modo particolarmente duro. Nel suo complesso, lo S&P 500 ha chiuso il 2022 con la peggiore performance dal 2008, subendo una perdita del 20%, ma l’inflazione e i tassi di interesse rimarranno probabilmente le due principali preoccupazioni di Wall Street nel primo trimestre del 2023.

Nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito del 7,1% su base annua nel novembre 2022, in calo rispetto al 7,7% di ottobre, ben al di sotto del picco dell’inflazione del 9,1% del giugno 2022. L’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) è aumentato del 5,5% anno su anno a novembre, in calo rispetto al 6,1% di ottobre. La misura dell’inflazione preferita dalla Fed, il PCE core, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata del 4,7% a novembre, ancora ben al di sopra dell’obiettivo a lungo termine della Fed del 2%. Nel frattempo, a dicembre il Federal Open Market Committee (FOMC) ha ridotto il ritmo dei suoi aumenti dei tassi di interesse, optando per aumentare il tasso obiettivo sui fondi federali di 50 punti base, a un nuovo intervallo compreso tra il 4,25% e il 4,5%. Il rialzo dei tassi di dicembre segue quattro rialzi consecutivi del FOMC di 75 punti base ciascuno.

Sul fronte dei corsi, il mercato obbligazionario adesso sta scontando una probabilità dell’86% che la Fed alzerà i tassi di almeno altri 50 punti base entro marzo 2023, raggiungendo il picco del 5%. Pertanto, i primi mesi del 2023 saranno un periodo critico per l’economia. Sebbene l’inflazione sembri tendere al ribasso, infatti, analisti ed economisti temono che possa rivelarsi più “vischiosa” di quanto il mercato si aspetti. Fino ad oggi, la Fed ha alzato i tassi in modo aggressivo senza far precipitare l’economia in recessione, ma i recenti rapporti sui dati economici suggeriscono che il rischio di una recessione all’inizio del 2023 è aumentato in modo significativo.

Le vendite di case esistenti negli Stati Uniti sono diminuite del 7,7% su base mensile a novembre, con una diminuzione del 35,4% rispetto a un anno fa. La fiducia dei consumatori statunitensi è aumentata del 5% su base mensile a dicembre, ma rimane in calo del 15% su base annua. Anche la Fed ha tagliato le sue aspettative di crescita economica per il 2023. Il FOMC ha aggiornato le sue proiezioni a lungo termine a dicembre, riducendo le sue previsioni per la crescita del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti nel 2023 a solo lo 0,5% (dall’1,2%). Il FOMC ha anche aumentato le sue previsioni sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti per il 2023, portandolo al 4,6%, rispetto al tasso del 3,7% di dicembre. Il mercato del lavoro, pertanto, rimarrà resiliente e vicino alla piena occupazione anche in caso di lieve recessione. I dati di Novembre hanno rilevato 263.000 posti di lavoro in più, superando le stime degli economisti che parlavano di 200.000 posti.

Ma se il mercato del lavoro sarà l’ultima tessera del domino a cadere, il mercato immobiliare statunitense è già in recessione, mentre il settore manifatturiero si sta indebolendo, segno che molti dei danni economici e di mercato del lavoro causati dall’inasprimento della Fed nel 2022 probabilmente non si sono ancora verificati.  Di conseguenza, sarà fondamentale prestare attenzione agli utili del quarto trimestre 2022. Sul tema, le società quotate nello S&P 500 hanno registrato nel terzo trimestre del 2022 una crescita degli utili anno su anno del 2,5%, e una crescita dei ricavi dell’11%.

La diffusione dei dati sugli utili del quarto trimestre inizia a metà gennaio, e gli analisti si aspettano un significativo rallentamento della crescita dai livelli del 2022: le stime di consenso di Wall Street prevedono nel quarto trimestre un calo degli utili del 2,8% su base annua, e una crescita dei ricavi di appena il 4% per le società dello S&P 500. Del resto, la crescita degli utili dello S&P 500 per l’intero anno 2022 (prevista al +5,1%) è in qualche modo ingannevole, dal momento che l’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato gli squilibri del mercato energetico globale, facendo impennare i prezzi dell’energia e i profitti. Di conseguenza, il settore energetico S&P 500 si prevede genererà una crescita degli utili per l’intero anno del 151,7%, ma senza i contributi del settore energetico gli utili dell’S&P 500 dovrebbero scendere dell’1,8%.

Chris Zaccarelli  (nella foto), chief investment officer di Independent Advisor Alliance, afferma che il rallentamento della spesa e della crescita economica è una buona notizia sul fronte dell’inflazione, ma una cattiva notizia per il mercato azionario. “A questo punto il mercato è stato messo all’angolo, dal momento che una spesa più robusta e una crescita più elevata sono indirettamente dannose per il mercato azionario (perché è probabile che inneschino una reazione da falco ancora più forte da parte della Fed), mentre una spesa e una crescita più lente sono direttamente dannoso per il mercato azionario, perché implica minori guadagni aziendali”, dice Zaccarelli. In tal senso, gli investitori riceveranno il primo feedback significativo sul quarto trimestre quando i grandi titoli bancari pubblicheranno i loro rapporti trimestrali il prossimo 13 gennaio.

Relativamente alle strategie di investimento azionario, c’è da dire che una scarsa performance di dicembre dello S&P 500 non è necessariamente un segnale di avvertimento per l’anno solare successivo. Infatti, le ultime quattro volte che l’S&P 500 è sceso di oltre il 4% a dicembre, l’indice ha registrato un guadagno medio del 20,5% nei successivi 12 mesi. Per chi teme il rischio di recessione e volesse iniziare l’anno più in sordina – nell’attesa di capire in quale direzione andranno gli utili aziendali – sarebbe utile trarre vantaggio dall’aumento dei tassi di interesse, riducendo l’esposizione alle azioni e aumentando le proprie disponibilità liquide, che oggi vengono remunerate con un generoso 4% (e oltre) di interessi sui conti di risparmio ad alto rendimento delle banche assicurate dalla Federal Deposit Insurance. Tuttavia, per  chi volesse adottare questo approccio, il problema sarà quello di sempre, e cioè capire quando rientrare nell’azionario. Il mercato, infatti, può cambiare in qualsiasi momento, soprattutto nell’attuale congiuntura.

I giovani italiani e la casa, un sogno tradito: redditi troppo bassi e prezzi non sostenibili

Per i nuclei familiari formati dai più giovani, oltre al disagio abitativo tradizionale sta aumentando la domanda di case percepite più come un servizio invece di un investimento di lungo periodo.

Oggi in Italia esiste una fascia molto ampia di abitanti che compone  una domanda di abitazioni a prezzo sostenibile, e coinvolge diversi gruppi sociali caratterizzati da una certa vulnerabilità economica. Disoccupati o impossibilitati al lavoro, soggetti “intrappolati” nella spirale di povertà, appartenenti al ceto medio con redditi reali rimasti bassi e in continua caduta di potere d’acquisto, lavoratori a forte mobilità, giovani lavoratori precari e studenti fuori sede non hanno la possibilità di risparmiare in modo sufficiente – o in nessun modo – per affrontare gli investimenti iniziali di allestimento di una casa e, sempre più spesso, non possono accedere al credito bancario. Completano il panorama di persone alla ricerca di soluzioni abitative agevolate come gli anziani fragili, che necessitano anche di servizi sanitari accessibili.

In Italia, il desiderio di essere proprietari di casa comincia fin dalla prima età adulta, e reincarna una eredità culturale che, riguardo all’abitazione, è tipicamente italiana. Nonostante le difficoltà economiche degli ultimi venti anni – periodo coincidente dall’ingresso del nostro Paese nell’Unione Monetaria Europea fino ad oggi – i giovani continuano a sognare di comprare casa, e molti under 35enni hanno fatto ricorso alle agevolazioni fiscali messe in campo dallo Stato per sostenere le spese di acquisto di una prima casa. L’età media dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che vanno a vivere da soli è pari a 29,9 anni, secondo l’ultima rilevazione Eurostat, ed è oltre tre anni sopra la media Ue (26,5 anni). Peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria, Slovacchia, Portogallo e Croazia. Il paragone con il passato è impietoso: nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi o nubili che viveva in famiglia era del 49%, nel 2000 era al 60,2% e oggi i giovani che vivono in casa con i genitori sono 7 milioni, e cioè il 67,6% del totale.

In pratica, in quarant’anni il numero dei giovani che si sono resi indipendenti dai propri genitori è diminuito del 38%, facendo venir meno una fetta importante di inquilini o nuovi proprietari e rallentando non poco la crescita del mercato immobiliare; il quale è riuscito a compensare, per un certo periodo di tempo, con i maggiori scambi generati da altre fasce sociali – i babyboomers – finchè la domanda di questi ultimi non si è saturata e quindici anni fa, complice l’onda lunga della bolla immobiliare americana, non è crollata a fronte di una offerta che è stata sempre abbondante. Da qui la discesa del numero di compravendite e delle quotazioni in quasi tutto il territorio nazionale (con l’eccezione di Milano).

Il 1° Rapporto Federproprietà-Censis (“Gli italiani e la casa – Come cambieranno valori e funzioni della casa nell’Italia post-pandemia”) racconta come, dopo la traumatica esperienza dell’emergenza sanitaria e delle misure restrittive di confinamento, nell’Italia del post-pandemia stanno cambiando i valori e le funzioni della casa. Emerge, soprattutto, che il valore sociale della casa non è mai stato così alto, malgrado le quotazioni siano scese rispetto al passato. Secondo il Rapporto Censis, il 90,4% dei 18-34enni proprietari di casa ha nella propria condizione un fattore di rassicurazione per il proprio futuro. Tuttavia, non è semplice per i millennials trovare una abitazione adeguata alle proprie mutate aspettative (superficie non superiore in media a 80 mq e trasporto pubblico efficiente) e trovare un prezzo sostenibile, poiché il livello dei redditi in Italia è sceso vertiginosamente negli ultimi trenta anni – pesa l’assenza di un reddito minimo stabilito per legge, per cui la maggioranza dei giovani sconta redditi da fame – e il potere d’acquisto degli italiani si è progressivamente ridotto di più della metà, soprattutto a causa dei meccanismi rigidissimi dell’EU a guida tedesca.

Tale stato di cose oggi determina una forzosa permanenza degli ultra-trentenni presso l’abitazione dei genitori, più per “fare massa reddituale” (e condividere i costi dell’abitazione) che per effettive esigenze affettive e di prossimità, rinviando il momento in cui si possa dar vita ad un nuovo nucleo familiare. Ciò aggrava il deficit di natalità del nostro Paese, poiché il ritardo temporale di formazione di nuove famiglie, nonchè la scelta di queste ultime di fare un solo figlio per via delle difficili condizioni economiche, rallentano il ritmo di crescita della popolazione giovanile, la quale è costretta a confrontarsi con un mondo del lavoro che offre paghe umilianti, e sulla quale vengono scaricati maggiori costi previdenziali per le future pensioni (che si prevedono molto magre).

Dallo stesso rapporto Federproprietà-Censis emerge che il 5,9% delle famiglie italiane è in una condizione di deprivazione abitativa. Per i nuclei più giovani, oltre al disagio abitativo tradizionale sta aumentando la domanda di case percepite più come un servizio invece di un investimento di lungo periodo. Per soddisfare questa domanda, l’offerta immobiliare sta rispondendo con l’housing sociale, e cioè con quello strumento avviato nel 2009 con il Piano nazionale di edilizia abitativa e con la creazione del Sistema integrato di fondi immobiliari (SIF) con al suo centro un Fondo nazionale che verrà gestito da CDPI SGR, società di gestione del risparmio del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti. L’obiettivo di questo fondo è investire circa 4 miliardi di euro sui territori, anche con la partecipazione di investitori terzi (fondazioni bancarie, enti pubblici e altri investitori privati del territorio), attraverso una trentina di fondi immobiliari locali che dovrebbero finanziare un totale di 20 mila alloggi e 7.500 posti letto in 110 comuni (tempo stimato: entro il 2026).

La casa “percepita” dagli italiani è spazio sociale in evoluzione. Cresce il segmento della casa vacanza

L’abitazione è un bene che trascende dal tipico bisogno di “avere tetto sopra la testa” e che soddisfa le più disparate esigenze immateriali. Il trend positivo della casa vacanza potrebbe continuare anche nel 2023.

Nonostante i media tentino periodicamente di trascinare nuovamente l’opinione comune verso la paura del virus e delle sue varianti, la pandemia – o la sua fase più acuta e straordinaria – è fortunatamente finita, ma ha lasciato dietro di sé una scia di profondi cambiamenti negli stili di vita di tutte le popolazioni mondiali. Non fa eccezione l’Italia, naturalmente, ed il modo di vivere la propria casa degli italiani, per i quali l’abitazione è sempre stata il bene primario, capace di coniugare benessere e investimento finchè la lunghissima fase di crescita delle quotazioni non si è fermata, nel 2008, determinando una sensibile “correzione” di prezzi e costumi.

L’Italia è uno dei paesi avanzati con il più alto numero di proprietari di casa. Il 70,8% delle famiglie italiane, com’è noto, è proprietaria della casa in cui vive, il 20,5% vive in affitto e l’8,7% ha una casa in usufrutto o a titolo gratuito. Il 28% dei proprietari possiede la c.d. seconda casa, e molti di essi anche altri immobili di proprietà messi a reddito. Secondo il rapporto Federproprietà-Censis diffuso a Dicembre scorso (2022, “Gli italiani e la casa. Come cambieranno valori e funzioni della casa nell’Italia post-pandemia”), l’essere proprietario di casa non è una prerogativa dei ceti benestanti. Infatti, dividendo le famiglie italiane in cinque “quintili” in base alle fasce di reddito – ogni quintile è pari ad un quinto del campione complessivo, ossia al 20% – lo studio del Censis indica che ben il 55,1% di famiglie con minore disponibilità economica (primo quintile) è proprietario della casa in cui vive, e tale percentuale sale al 65,5% nel secondo quintile, al 72,4% nel terzo quintile, al 77% nel quarto quintile e all’83,9% nel quinto ed ultimo quintile, quello con migliore condizione economica.

Questa statistica, tutta italiana, dimostra come l’abitazione sia un bene che trascende dal tipico bisogno di “avere tetto sopra la testa”, asettico e funzionale, e che invece soddisfa i più disparati bisogni immateriali: rassicurare e dare rifugio a coloro che le abitano, proteggere la propria intimità, permettere lo sviluppo di relazioni sociali anche molto durature con i vicini, seguire la crescita dei propri figli all’interno di un ambiente protetto e, soprattutto negli edifici con diverse abitazioni, costruire vere e proprie comunità in cui è possibile persino scorgere valori e stile di vita comuni a tutti i suoi appartenenti.

La casa, pertanto, non è solo un luogo comodo confortevole dove trascorrerla propria vita extra-lavorativa, ma un “contesto” della persona che si evolve insieme ad essa, mutando nel tempo le finalità di utilizzo in base ad eventi familiari o collettivi; come è accaduto in occasione della pandemia, quando le restrizioni sociali causate dal dilagare del Covid-19 hanno trasformato le abitazioni in “luoghi di salvezza” e di riscoperta di vecchi stili di vita, ormai sepolti fino a quel momento dalla routine fatta di tempi lunghi fuori da casa e minor tempo da dedicare alla cura di se stessi e dei propri cari. Infatti, alcuni dei nuovi costumi imposti dalle restrizioni si sono ormai integrati nelle abitudini di molti italiani, i quali hanno scoperto un approccio meno frenetico del vivere la propria casa, che è continuato anche dopo il venir meno della fase di emergenza ed ha riunito all’interno della propria abitazione una molteplicità di funzioni che, invece,  prima della pandemia si svolgevano in luoghi diversi.

E così, il 96,3% degli studenti oggi dichiara di svolgere attività di studio e formazione a distanza; l’89,3% degli italiani cucina in casa; l’84,5% utilizza la casa come luogo di incontro per amici o parenti al posto di locali, ristoranti e bar; il 78% trascorre in casa gran parte del proprio tempo libero, e svolge (43,7%) attività fisica al suo interno (strumenti di home fitness) o nell’area immediatamente limitrofa (camminata o jogging); il 47,1% svolge attività di lavoro in smartworking. Inoltre, l’87,2% degli italiani dichiara lo spazio in casa è adeguato a svolgere le varie funzioni familiari, confermando che le dimensioni abitative ereditate dai c.d. babyboomers – appartamenti ampi, superiori a 130 mq e con almeno 5 vani più doppi servizi – oggi consentono ai millennials di beneficiare di maggiori spazi entro cui svolgere diverse funzioni senza comprimere gli spazi personali degli abitanti.

I dati statistici del rapporto Federproprietà-Censis confermano quanto detto: il 62,3% degli italiani dispone di una casa con più di un bagno; l’84,9% ha una stanza che svolge solo la funzione di tinello, sala da pranzo o soggiorno; il 69,2% ha un box auto; il 91,9% un terrazzo, giardino, balcone o altro spazio aperto privato; il 57,3% una cantina. Come dicevamo, il 28% dei proprietari possiede almeno la c.d. seconda casa, per lo più adibita a casa vacanza. Questo segmento di mercato è uno di quelli che maggiormente ha beneficiato del  cambiamento di costumi imposto dalla pandemia, ed oggi è ancora in fase crescente, sia pure in percentuale minore rispetto al boom del 2020 e 2021. Secondo l’Ufficio Studi Tecnocasa, infatti, nel 2022 il trend positivo del mercato della casa vacanza è cresciuto, poiché la possibilità di tornare a viaggiare liberamente fuori dai confini cittadini o regionali ha rilanciato il desiderio di avere una casa nelle più rinomate località di mare, montagna o lago.

C’è da dire che una grossa mano a questo segmento del mercato immobiliare è stata data dall’inflazione crescente, che ha spinto molte famiglie a smobilizzare parte dei risparmi per impiegarli nel mattone, al fine di preservarne il potere di acquisto. Alla casa vacanza da utilizzare per se stessi e per i propri familiari si è aggiunto il ritorno della casa acquistata per investimento nelle località turistiche, grazie al massiccio rientro dei turisti. Nella prima parte del 2022 la percentuale di acquisti di case vacanza si attesta al 7,3% sul totale delle compravendite. Si tratta di una percentuale in crescita rispetto allo stesso periodo del 2021, quando si arrivava al 6,4%, ma soprattutto rispetto al 2020 e al 2019, quando gli acquisti di casa vacanza si fermavano intorno al 5,5%.

La sensazione è che il mercato possa andare in questa direzione ancora per un po’, soprattutto considerando che l’inflazione dovrebbe diminuire ma restare piuttosto elevata fino a tutto il 2024 rispetto alle medie riscontrate dal 2011 al 2021.

Crescita globale e mercati, ecco le previsioni dei maggiori player bancari per il 2023

Inflazione sempre lontana dagli obiettivi delle banche centrali ma “più moderata”. Europa già in lieve recessione, mentre gli USA la eviteranno di un soffio. Nel 2023 mercati finanziari più resilienti.

Come sarà questo 2023 relativamente alla crescita economica, e come si comporteranno i mercati finanziari? Rispondere non è facile, ma l’inizio del nuovo anno è uno dei rarissimi momenti in cui gli uffici studi delle grandi corporation bancarie riescono a dare previsioni obiettive e totalmente slegate dalle esigenze del proprio conto economico, per cui vale la pena fare un giro di orizzonti.

Secondo GOLDMAN SACHS, la crescita globale è rallentata nel 2022 a causa di una spinta alla riapertura decrescente, inasprimento fiscale e monetario, restrizioni Covid in Cina e crisi immobiliare e guerra Russia-Ucraina. La crescita globale è prevista nella misura dell’1,8% nel 2023, poiché la resilienza degli Stati Uniti contrasta con una recessione europea e una riapertura irregolare in Cina. Gli Stati Uniti dovrebbero evitare di poco la recessione, poiché l’inflazione core rallenta dal 5% attuale al 3% alla fine del 2023 con un aumento di ½ punto percentuale del tasso di disoccupazione. Per mantenere la crescita al di sotto del potenziale di fronte ad forte una crescita del reddito reale, la Fed dovrebbe aumentare i tassi di interesse di altri 125 punti base, fino a un picco del 5-5,25%. In ogni caso, Goldman Sachs non prevede alcun taglio dei tassi nel 2023.

Questo ciclo economico degli USA, pertanto, è nettamente diverso dai precedenti periodi di alta inflazione, sia per via del surriscaldamento del mercato del lavoro post-pandemia (che ha creato opportunità di lavoro senza precedenti), sia per la lentezza con cui la normalizzazione delle catene di approvvigionamento sta producendo disinflazione, sia perché le aspettative di inflazione a lungo termine, al momento, rimangono ben ancorate. L’Eurozona e il Regno Unito, invece, sono probabilmente in recessione, principalmente a causa del reddito reale colpito dall’impennata delle bollette energetiche. Tuttavia, Goldman Sachs prevede solo una leggera flessione, poiché l’Europa è già riuscita a tagliare le importazioni di gas russo senza schiacciare l’attività ed è probabile che beneficerà degli stessi miglioramenti post-pandemia che stanno aiutando a evitare la recessione negli Stati Uniti. Sulla base di questo scenario, che sconta un mercato del lavoro meno esuberante rispetto a quello degli Stati Uniti, la BCE potrebbe aumentare i tassi fino ad un picco del 3%.

In Cina la crescita del primo semestre è prevista più lenta, poiché l’aumento dei casi di Covid mantiene alta la cautela, ma dovrebbe accelerare bruscamente nel secondo semestre. La visione di più lungo periodo sulla Cina rimane comunque cauta a causa del lungo ribasso del mercato immobiliare e del rallentamento della crescita potenziale (che riflette la debolezza demografica e della produttività). Relativamente agli emergenti, diverse banche centrali dell’Europa centro-orientale e dell’America latina hanno iniziato ad aumentare i tassi molto prima delle loro pari. Sebbene nessuno abbia ancora chiaramente raggiunto un atterraggio morbido, l’attività è stata resiliente e l’inflazione sta ora scendendo in alcuni paesi, in particolare in Brasile.

Senza particolari spunti di novità la visione di JP MORGAN, secondo la quale l’inflazione dovrebbe iniziare a moderarsi man mano che l’economia rallenta, il mercato del lavoro si indebolisce, le pressioni sulla catena di approvvigionamento continuano ad allentarsi e l’Europa riesce a diversificare il proprio approvvigionamento energetico. Lo scenario di base vede le economie sviluppate cadere in una lieve recessione nel 2023. Tuttavia, secondo JP Morgan sia i prezzi delle azioni che – soprattutto – delle obbligazioni hanno già scontato gli eventi macroeconomici che si verificheranno nel corso del 2023, e adesso sembrano sempre più attraenti. Infatti, l’ampia correzione generalizzata dei mercati azionari ha lasciato con valutazioni eccessivamente basse alcuni titoli con un forte potenziale di guadagno e dividendi affidabili; inoltre, esistono notevoli opportunità nei titoli legati al clima e ai mercati emergenti.

“Una confluenza di eventi senza precedenti nel 2022 ha indebolito i prezzi delle attività in tutti i mercati. Raramente gli investitori hanno dovuto fare i conti con il tipo di lezioni impartite da un’economia globale che stava appena iniziando a emergere da una pandemia, affrontando misure di politica monetaria senza precedenti e un conflitto armato politicamente allargato in Europa”. Questo il commento di MORGAN STANLEY, secondo la quale la turbolenza del 2022 ora pesa pesantemente sulle prospettive di investimento per il 2023, con implicazioni che vanno dalla crescita economica, all’inflazione, alla politica della banca centrale e ai tassi di interesse; ma anche alla qualità del credito, agli utili, alle valutazioni, al sentiment degli investitori e ad altri parametri chiave. Sarà importante, per la banca americana, aiutare i clienti a identificare anche in queste circostanze così difficili le implicazioni per il portafoglio, e offrire soluzioni di investimento esclusivamente per soddisfare i loro obiettivi, rinviando al prossimo futuro i ragionamenti in ottica più speculativa.

Secondo CREDIT SUISSE, invece, è probabile che il 2023 sarà impegnativo al pari del 2022. Infatti, è quasi certo che le condizioni finanziarie rimarranno tese e il ripristino fondamentale della macroeconomia e della geopolitica possa continuare. Gli investitori farebbero quindi bene ad aderire a un solido processo di investimento e diversificare ampiamente gli investimenti, dal momento che l’era dei tassi negativi è alle nostre spalle e difficilmente tornerà nei prossimi due decenni. L’anno 2022 ha presentato agli investitori un contesto particolarmente difficile, all’interno del quale l’alta e la guerra in Ucraina hanno spinto verso l’alto i livelli dei prezzi come mai era accaduto in così breve tempo. Inoltre, la determinazione delle banche centrali nel ridurre l’inflazione per mezzo di una stretta aggressiva della politica monetaria non fa intravedere un rallentamento degli aumenti dei tassi prima che l’inflazione diminuisca in modo persistente e strutturale. Di conseguenza, la volatilità dei mercati finanziari rimarrà elevata, e questo potrebbe creare ostacoli alla crescita. Tuttavia, gli investitori possono trovare opportunità, in particolare nel reddito fisso, seguendo un rigoroso processo di investimento in linea con i propri obiettivi finanziari a lungo termine e cercando un’ampia diversificazione, compresi gli investimenti alternativi.

Per DEUTSCHE BANK, una crescita economica più lenta nel 2023 non si tradurrà necessariamente in mercati finanziari più deboli. In effetti, i mercati potrebbero dimostrarsi più resilienti nel prossimo anno rispetto al 2022. La volatilità del mercato nel 2022 è stata esacerbata da eventi esterni e dalle mutevoli aspettative sulla probabile dimensione e velocità dell’inasprimento della politica monetaria, a fronte di un elevata e persistente inflazione. Le banche centrali hanno faticato a fornire indicazioni coerenti per il futuro, e la confusione sui mercati ha determinato brusche oscillazioni dei rendimenti obbligazionari, destabilizzando anche i mercati azionari. Pertanto, è probabile che le banche centrali e gli investitori trovino il 2023 meno complicato del 2022, sebbene l’inflazione rimarrà ben al di sopra dei livelli target della banca centrale. Peraltro, anche se si prospettano ulteriori rialzi dei tassi da parte delle banche centrali, d’ora in poi gli aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato a più lungo termine dovrebbero essere relativamente modesti, e il peggio dovrebbe essere passato; per cui, mercati obbligazionari più stabili dovrebbero, a loro volta, contribuire a ridurre la volatilità del mercato azionario.

Il mercato cinese condizionato da misure anti-covid e da gestione crisi immobiliare

Secondo Andrea Siviero, dalle misure anti-covid e dalla crisi immobiliare dipenderanno le sorti del mercato azionario cinese nel 2023. Il Governo cinese continuerà a stimolare la crescita, ma pesano i consumi interni deboli, la disoccupazione in aumento e il sovra-indebitamento.

“In Cina la possibilità di una recessione nel 2023 dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare“, sostiene Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors.

Il 2022 cinese si è contraddistinto per il 20° Congresso nazionale del Partito comunista, che ha confermato Xi Jinping alla presidenza del paese, conferendogli un terzo mandato quinquennale. I prossimi cinque anni saranno quindi segnati dagli sforzi di Xi Jinping per mantenere il potere, dalle priorità della sicurezza nazionale, dall’autarchia economica e tecnologica e da un approccio rigido alle relazioni della Cina con l’Occidente, in particolar modo con gli Stati Uniti, verso i quali la tensione è aumentata nell’ultimo anno per via della “questione Taiwan“, considerata ancora apertissima dalla Cina.

Da qualche tempo l’economia cinese è rallentata a causa di norme più severe, nuovi focolai di Covid e lockdown rigorosi nelle principali aree economiche, ma nelle ultime settimane sono stati decisi degli allentamenti alle restrizioni, che fanno prevedere una inversione di tendenza e la fine della politica dei blocchi totali di intere città, fabbriche comprese. Nel terzo trimestre l’economia si è ripresa grazie al supporto politico e alla maggiore attività sul lato dell’offerta. I consumi interni restano tuttavia deboli e la crescita del credito è esigua a causa delle restrizioni anti-Covid e dell’aumento della disoccupazione. Il settore immobiliare cinese versa in una profonda crisi provocata dal sovrainvestimento e dal sovra-indebitamento, e da una conseguente “bolla” che è già esplosa e deve essere contenuta dal governo per evitare maggiori danni. Le politiche accomodanti continueranno a stimolare la crescita, e il governo ha cominciato a rivedere la politica “zero Covid”. “Nel 2023 saranno necessari ulteriori interventi di allentamento delle restrizioni anti-Covid in Cina e il sostegno della politica per rilanciare l’economia penalizzata da un indebitamento eccessivo e dalla scarsa domanda interna ed estera”, conclude Siviero.

BCE pronta a tollerare una profonda recessione pur di sconfiggere l’inflazione?

Che l’inflazione elevata fosse l’ossessione della Germania fin dai tempi della Repubblica di Weimar è cosa nota, e l’UE a guida tedesca semplicemente si sta adeguando. Il debito italiano sulla graticola?

Con un debito elevato e la previsione che la BCE fermi presto i suoi acquisti di obbligazioni, chi comprerà i nostri bond? E’ questa la domanda che campeggia tra i nostri economisti dopo la sbornia natalizia e a neanche due settimane dall’incontro che ha riunito tutte le banche centrali dell’area dell’euro, della Gran Bretagna, della Svizzera e della Norvegia. Infatti, la BCE ha sciolto (male) i nodi sulla imminente recessione, che i futuri aumenti dei tassi di interesse porterà con certezza. L’unica cosa incerta è l’entità di questo arretramento dell’economia, e cioè se si tratterà di una “recessione tecnica”, limitata ad uno o massimo due trimestri di PIL lievemente negativo, oppure di una recessione durevole e incisiva, con una sensibile diminuzione del PIL.

Pertanto, con un “carrello della spesa” che in Italia viaggia ad un ritmo di crescita del  12,8% (ed in Europa poco meno), pur di far sparire l’incubo – tutto tedesco fin dai tempi della Repubblica di Weimar – l’inflazione la BCE è disposta a tollerare anche una recessione, qualunque sarà la sua ampiezza, aumentando ancora i tassi di interesse contro un’inflazione oggettivamente – per momento storico e caratteristiche esogene – senza precedenti. Christine Lagarde si è mossa lungo il solco di Jerome Powell della FED, compiendo gli stessi errori dei colleghi americani. Jerome Powell, come ha fatto impietosamente notare la recente analisi del Wall Street Journal, nel 2021 ha clamorosamente “toppato” nel valutare l’inflazione come un fenomeno passeggero, costringendo poi il Paese a sopportare una corsa ai rialzi dei tassi d’interesse che hanno portato il costo del denaro al 4,25-4,50% e lo  S&P500 a perdere quasi il 20% da inizio d’anno.

Al pari della FED, anche la BCE dice di voler continuare con altri rialzi, spaventando i mercati che vedono allontanarsi il picco dei rialzi da Marzo a Giugno-Luglio 2023. La scelta di mollare i propositi dei rialzi costanti e graduali, in tutta evidenza, è frutto di un imperdonabile pressappochismo che sarà faticoso da recuperare, soprattutto per i Paesi più indebitati, i quali dovranno fare i conti anche con il QT (quantitative tightening, il mancato rinnovo di titoli in scadenza) da 15 miliardi al mese. In verità, tale importo – che peraltro sarebbe limitato al periodo Marzo-Giugno 2023 – è una inezia rispetto al deficit complessivo dell’Unione Europea, ma è stato sufficiente per fare schizzare il Btp decennale italiano dall’1,2% di un anno fa all’attuale 4,5% circa, per via del timore di una continuazione del QT nei mesi successivi a Giugno.

Una politica meno aggressiva avrebbe potuto tranquillizzare gli animi agitati dai rischi di recessione, ma il “frugale” governatore della Banca centrale olandese ha dichiarato al Financial Times che la BCE continuerà ad alzare i tassi da qui a luglio 2023, dopo averli già aumentati di 200 punti base (bps) per contenere l’inflazione. Pertanto, solo un conclamato rallentamento del ritmo di rialzo dei tassi potrebbe risollevare il mercato obbligazionario, sul quale molti gestori puntano per recuperare le performance depresse da un 2022 da incubo. Tuttavia, gli economisti di Deutsche Bank vedono il tasso terminale al 3%, con rischi al rialzo. Per questo motivo l’asticella del picco si è alzata, non essendo ancora incoraggiante il primo rallentamento dell’inflazione generale a novembre dopo un anno e mezzo di rialzi.

Il prossimo dato di Dicembre ci dirà se si tratta di un trend apprezzabile, ma il tradizionale aumento dei consumi del periodo natalizio non fa ben sperare, e consiglia di rinviare questo momento ai dati di Gennaio 2023 (e quindi ai primi di Febbraio). In ogni caso, siamo lontanissimi dal target del 2%. Escludendo i beni alimentari, il carburante, l’alcol e il tabacco, l’inflazione è al 5%, e non accenna a diminuire. Per questo si sta facendo di tutto (soprattutto in Italia) per rinviare gli aumenti salariali e far diminuire violentemente i consumi per via di un potere d’acquisto che in Italia è ridotto ai minimi termini sia in valore nominale che reale.

La BCE, ad oggi, pensa che la recessione sarà poco profonda, e i dati in possesso indicherebbero solo una lieve recessione. In particolare, la previsione di crescita del 2023 della zona euro, comunicata a Settembre scorso (+ 0,9%), ha subito un downgrade significativo, e il QT certamente non aiuterà ad evitare brutte sorprese in corso d’opera. Per l’Italia, in particolare, è forte la paura che, con un debito elevato e il fatto che la banca centrale fermerà i suoi acquisti di obbligazioni, sarà difficile trovare acquirenti dei bond nazionali senza dover fronteggiare continui attacchi speculativi da parte degli hedge fund. Nel frattempo, sul fronte del petrolio, Brent e Wti galleggiano vicini agli 80 dollari al barile (ricordiamo che a Giugno si era intorno ai 120), mentre il gas è precipitato a 83 euro al megawattora (ad agosto era a 345) dopo l’accordo sul price cap. Sembrano segnali che l’inflazione potrebbe avere raggiunto il suo picco, per cui la stretta di Powell sui tassi, qualora fosse troppo serrata rispetto alle reali esigenze di controllo dell’inflazione, potrebbe generare una recessione più profonda, e gli errori di valutazione della FED (e della BCE…) commessi nel 2021 creano non poca incertezza.

Qualità della vita e mercato immobiliare: un legame stretto, ma non troppo

Ad eccezione delle zone più centrali di Milano e Roma, le quotazioni immobiliari “si somigliano” sempre di più in tutto il territorio italiano, a prescindere dalle differenze nella qualità della vita.

Il legame tra qualità della vita e attività economiche è sempre stato molto stretto, ma è un errore pensare che alla sensazione – del tutto individuale – di un elevato livello medio di qualità della vita debbano necessariamente corrispondere altrettanto elevati livelli medi di reddito, ricchezza e benessere generale. Non sono in pochi, infatti, a ritenere che in molte regioni del Meridione d’Italia, notoriamente arretrato in termini di PIL e ricchezza pro capite (per non parlare delle infrastrutture fatiscenti), in realtà si riesca a vivere meglio rispetto alle regioni del Settentrione per via del minor costo della vita, delle relazioni interpersonali più soddisfacenti e della qualità media dei servizi pubblici che, per quanto riguarda Sanità, trasporti e scuole si va livellando sempre di più (anche se spesso in peggio).

Relativamente al mercato immobiliare, poi, ad eccezione dei centri di Milano e Roma le quotazioni “si somigliano” sempre di più nelle grandi città che nei comuni minori e più piccoli, con poche distinzioni a seconda delle località. Città come Siena, per esempio, pur essendo grandi e popolate più o meno come quella di Trapani o di Ragusa, scontano quotazioni maggiori per via del migliore tessuto economico e della maggiore attrattività turistica, ma è sufficiente esplorare il mercato immobiliare di Noto (SR) per trovare quotazioni non molto lontane da quelle di Siena. Sul tema, il Sole 24 Ore ha recentemente pubblicato l’annuale classifica sulla qualità della vita nelle città italiane, secondo la quale al vertice si piazza Bologna, al secondo posto Bolzano e al terzo posto Firenze. Ma in classifica generale troviamo primeggiare altre province più piccole e benestanti, che superano le aree più grandi e popolate in quanto a ricchezza e consumi. Relativamente a questi due ultimi parametri, infatti, la stessa Bologna è superata da Belluno.

C’è da dire che Bologna, da sempre, gode di un’ottima reputazione in termini di qualità di vita, un aspetto quest’ultimo che dopo il Covid ha assunto un peso sempre più specifico nelle scelte delle città in cui acquistare casa. Ed è questo uno dei motivi che vede il capoluogo emiliano tra le città in cui i prezzi degli immobili continuano a crescere negli ultimi semestri e i tempi di vendita a diminuire. Ad alimentare la domanda anche gli investitori e gli studenti che trovano un’ottima offerta formativa con facoltà di elevato standard.  Nel capoluogo emiliano, infatti, i valori delle case crescono a partire dal 2016. Inoltre, nel secondo semestre anche i canoni di locazione sono in decisa ripresa, anche alla luce del ritorno dei flussi turistici che stanno determinando una minore offerta sul mercato. Infatti, la carenza di offerta degli immobili in locazione è un aspetto importante per una città come Bologna, da sempre molto attrattiva per studenti e lavoratori fuori sede e su cui vale la pena fare una riflessione, tanto che proprio nel capoluogo emiliano stanno partendo degli interventi di student housing.

Quest’ultimo è un aspetto che accomuna Bologna alla terza città sul podio, ovvero Firenze, che registra un mercato molto florido, con un’importante domanda abitativa e segnala, soprattutto nelle zone centrali, una forte domanda ad uso turistico recettivo orientata agli affitti brevi, tanto che molti uffici in cattivo stato e in contesti residenziali sono stati convertiti in abitazioni con tale finalità. A Firenze, infatti, nella prima parte del 2022 i prezzi delle case sono cresciuti dello 0,8%. A premiare la città dal punto di vista immobiliare anche i lavori per la tramvia che miglioreranno i collegamenti con il resto della città e con l’aeroporto, la presenza delle facoltà universitarie e alcuni interventi di riqualificazione tra cui, il più importante, quello dell’ex “Manifattura Tabacchi”.

Molto bene, nelle prime dieci posizioni, anche la città emiliana di Parma, che da sempre vanta un mercato abitativo dinamico con acquisti sia di prima casa sia per investimento grazie all’università e a importanti aziende. Infatti, anche in questa prima parte del 2022 la cittadina mette a segno un aumento dei prezzi del 4,6%. E nella top ten anche Trieste che, da alcuni semestri, registra un mercato immobiliare molto vivace con una richiesta in aumento da parte di investitori, anche stranieri dall’Europa dell’est, che stanno puntando sulla cittadina sia per mettere a reddito l’immobile sia come casa vacanza. Perde posizioni Milano, pur restando nella top ten. A livello di mercato è la metropoli più dinamica, con valori in crescita del 4,0% e tempi di vendita intorno a 52 giorni. Allo stesso tempo, però, il mercato immobiliare della città diventa sempre meno accessibile a causa di prezzi e canoni di locazione troppo elevati. Nella nostra indagine sulle annualità di stipendio per acquistare casa a Milano, con un prezzo medio di 4.138 euro al mq, occorrono 13 annualità contro una media nazionale di 6,9. Anche i canoni di locazione sono i più elevati di Italia, dal momento che per un bilocale occorrono quasi 1000 euro e per un trilocale ne occorrono 1.300.

L’Argentina sale sul tetto del mondo, la calcio-finanza festeggia

Quella appena terminata è l’edizione del campionato mondiale dove mai come prima il vero protagonista è stato il denaro: elargito, incassato, investito, conteso e persino offerto con finalità poco chiare a personaggi senza scrupoli. Ecco quali sono gli effetti benefici del trionfo argentino per il paese sudamericano.

Di Marco d’Avenia

All’indomani delle infinite emozioni dei 120 minuti di calcio giocato ai massimi livelli e dopo gli immancabili calci di rigore, che hanno visto trionfare l’Argentina ai danni della Francia nella finale dei mondiali di Qatar 2022, vale la pena analizzare l’evento dal punto di vista finanziario.

Argentina-Francia, con il suo pesante carico di aspettative e ambizioni nazionali, è stata certamente una sfida sportiva dai risvolti travolgenti, ma è stato anche un confronto tra colossi commerciali che si sono contese una grossa fetta di ricavi derivanti dalla vittoria iridata. Infatti, oltre che a consegnare nelle mani di Lionel Messi la leggendaria coppa – ideata e disegnata dall’orafo e scultore italiano Silvio Gazzaniga, per la cronaca – la FIFA elargirà 42 milioni di dollari per la “Selección” argentina, che non vinceva la coppa più ambita dal 1986, quando Diego Armando Maradona lasciò il mondo a bocca aperta. Inoltre, la vittoria finale porta in dote numerosi benefit, anche indirettamente. Per esempio, l’accordo tra Argentina e Adidas (11 milioni di dollari all’anno), quest’ultima storico sponsor tecnico dei sudamericani, scade proprio alla fine di Dicembre, per cui la vittoria di questo mondiale garantisce all’AFA (Asociación del Fútbol Argentino) un potere contrattuale non indifferente in sede di rinnovo.

La sensazione è che l’Adidas abbia aspettato l’esito del torneo – forse con grave azzardo – per formulare alla federazione argentina la nuova proposta commerciale, che andrebbe a prolungare una partnership che inizia nel lontano 1974, quando i mondiali di calcio si tennero in Germania Ovest. Per restare sui sudamericani, c’è da menzionare anche l’accordo esclusivo che lega l’Argentina alla piattaforma di fan token Socios.com, che utilizza la blockchain di Chiliz (un CHZ vale circa 0,13 dollari). Attualmente, il gettone virtuale legato a Messi e compagni ($ARG) è il più prezioso tra le squadre di calcio dopo quello del Paris Saint Germain, che – non a caso – ha in rosa entrambi i numeri 10 che si sono sfidati domenica: Lionel Messi da una parte e Kylian Mbappé dall’altra. Il token dell’Argentina, infatti, ha un valore di base di 29,46 CHZ (circa 3,82 dollari), e sollevare al cielo la coppa iridata ha fatto lievitarne ulteriormente il valore.

Infine, la vittoria al mondiale fa lievitare sensibilmente la stima commerciale complessiva della rosa sudamericana, che Transfermarkt valuta in 645,20 milioni di euro, con Lautaro Martinez (75 milioni) a segnare la cifra più alta. Dall’altro lato c’è invece la Francia, che per un niente ha mancato un clamoroso bis mai riuscito a nessuna nazionale da quando in palio c’è la FIFA World Cup. Il valore dell’intera rosa francese è quasi il doppio di quella argentina (1,03 miliardi di euro), ed è proprio Mbappé, con i suoi 160 milioni di euro, il gioiello più prezioso. Nonostante l’impresa non sia riuscita al giovane fuoriclasse (nato nel 1998), il capocannoniere del mondiale può in qualche modo consolarsi guardando alle cifre del contratto che lo lega alla Nike, che paga attualmente Mbappé 16 milioni di euro all’anno per i diritti d’immagine e, in caso di trionfi importanti, potrebbe lievitare notevolmente e, probabilmente, generare un contratto a vita, com’è accaduto ai più grandi calciatori della storia (come Messi).

Per quanto riguarda gli asset digitali, la Francia, al contrario dell’Argentina, non riconosce alcun fan token ufficiale, ma può vantare un accordo commerciale ben più remunerativo rispetto ai rivali. Il contratto con Nike porta infatti alla FFF (Fédération Française de Football) un tesoretto annuo di 50,5 milioni di euro per un contratto che reca come scadenza il 2026, quando i mondiali si giocheranno in Canada, Stati Uniti e Messico. Il bis iridato avrebbe potuto comportare dei premi studiati ad hoc dalla multinazionale americana per blindare ulteriormente i transalpini al proprio portfolio, ma il mondiale è sfumato, e con esso anche la replica del boom di vendite, come quello seguìto alla vittoria di Russia 2018, grazie alla terza stella mondiale sulla maglia. Nel 2018, le maglie della nazionale francese andarono a ruba in poche settimane, e obbligarono la Nike a fare i salti mortali per sopperire alla domanda che superava nettamente l’offerta sul mercato.

Questi appena analizzati sono solo alcuni degli aspetti che derivano dalla vittoria mondiale da parte dell’Argentina. Ci sono infatti altri risvolti, difficilmente ponderabili in cifre, che toccano l’economia – fortemente inflazionata – del paese sudamericano. Come, ad esempio, l’incremento del turismo sportivo, maggiori sovvenzionamenti al sistema-calcio, più consistenti investimenti da parte delle squadre di club e – non in ultimo – la concreta possibilità di organizzare una delle prossime FIFA World Cup. A tal proposito, l’Argentina ha già presentato la propria candidatura ufficiale per i mondiali del 2030, e la vittoria di Messi e compagni rappresenta un ottimo sponsor per presentarsi al cospetto della federazione internazionale con un modello vincente.

Nel cercare similitudini tra le due vittorie mondiali dei sudamericani del 1986 e del 2022, è opportuno effettuare alcune distinzioni in merito ai rispettivi contesti in cui l’Argentina viveva in ciascun periodo. Infatti, a guardare i dati economici di oggi, la nazione sudamericana sembra essere tornata indietro al 1975, quando prima dell’avvento della dittatura del generale Videla il ministro dell’Economia Celestino Rogrigo firmò una manovra economica che scatenò una tempesta finanziaria e forti aumenti sui prezzi, in particolare energia elettrica (+75%) e carburanti (+180%), a cui si contrappose un sostanziale congelamento salariale. Come allora, anche oggi l’inflazione argentina corre sulle tre cifre, e il quadro non è certo dei più rassicuranti. Ora l’Argentina spera di ottenere da questo trionfo tanto atteso dei benefici economici simili a quelli che si sono verificati in tutta la Francia subito dopo la vittoria ai mondiali in Russia. Il Louvre, per esempio, nel 2018 registrò un’affluenza record con picchi del +25% rispetto all’anno precedente. Boom di turisti si ebbero anche per il Pantheon (+19%) e per Notre-Dame (+40%).

In definitiva, ora che è calato il sipario sull’edizione più controversa della storia recente dei mondiali, è tempo di comprendere come essa verrà giudicata negli anni a venire, anche dal punto di vista dell’etica sportiva. Si è trattata, infatti, di un’edizione dove mai come prima il vero protagonista, anziché il calcio, è stato il denaro: elargito, incassato, investito, conteso e persino offerto – in valigette o sacchi – con finalità oscure a personaggi senza scrupoli. Ombre dense si erano già stagliate, negli anni scorsi, sull’organizzazione del torneo, e i sospetti di corruzione dei massimi vertici della FIFA hanno condizionato non poco il clima di quello che, in teoria, dovrebbe essere esclusivamente un evento sportivo privo di interessi di parte, eccetto quello di consentire al team migliore di vincere sul campo una semplice partita di pallone.

Mercato delle locazioni in Italia: canoni in crescita su tutte le tipologie

Secondo i dati di Tecnocasa, aumentano i valori dei canoni di locazione nelle grandi città e nei capoluoghi di provincia, grazie al progressivo rientro di turisti, studenti e lavoratori fuori sede.

I canoni di locazione sono in veloce recupero in Italia, e nel 2022 mettono a segno un rialzo del 2,1% per i monolocali, del 2,4% per i bilocali e del 2,2% per i trilocali, secondo l’ultima rilevazione dell’ufficio Studi Tecnocasa. Dopo il calo importante dei valori registrato nel 2020 a causa della diminuita domanda e aumentata offerta causate dalla pandemia, continua la crescita dei canoni di locazione grazie al progressivo rientro di studenti e lavoratori fuori sede. A questo scenario si unisce anche il ritorno dei turisti che alimentano il segmento degli short rent, con conseguente sottrazione di offerta residenziale.

I canoni di locazione sono in aumento in tutte le grandi città e in modo particolare a Milano. Nei capoluoghi di provincia i canoni di locazione non hanno mai smesso di crescere e continuano la loro corsa al rialzo: +2,7% i monolocali, +2,8% i bilocali e +3,0% i trilocali. Si conferma la maggiore facilità di affitto per le soluzioni di “qualità”, ben arredate, posizionate in zone servite e luminose. Sempre elevata l’attenzione ai costi condominiali.

Nel primo semestre del 2022, il 71,2% ha cercato casa in affitto come scelta abitativa, con una lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 73,8%. In questa categoria rientrano coloro che non riescono ad acquistare o volutamente scelgono l’affitto. Aumentano i contratti stipulati da chi cerca per motivi di lavoro che passa da 22,4% a 25%. Nel periodo pre-Covid la percentuale si attestava a 25,9%. Invariata la percentuale di chi cerca per studio (3,8%). Anche in questo semestre si segnalano numerosi casi di persone che non riescono ad accedere al mercato del credito, primi fra tutti i giovani e i monoreddito. Trend che potrebbe crescere alla luce dell’aumento dei tassi di interesse.

La pandemia ha accentuato la domanda di chi cerca casa in affitto tra chi ha lavori precari o a termine e in chi stava valutando l’acquisto immobiliare ma si è fermato per timori legati al quadro economico incerto. La domanda di locazione è sempre elevata, in particolare tra le fasce di età più giovane. Il 44,3% di chi ha preso casa in affitto ha un’età compresa tra 18 e 34 anni. I dati sui contratti stipulati nella prima parte del 2022 segnalano una contrazione di quelli a canone transitorio (passato in un anno da 22,2% a 20,7%) ed un aumento del canone concordato (da 32,2% a 33,4%). Sostanziale stabilità per quelli a canone libero (da 45,6% a 45,8%). Il contratto a canone transitorio che aveva trovato consensi nell’anno della pandemia cede leggermente il passo alle altre tipologie contrattuali.