Luglio 31, 2026
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Auto d’epoca, come acquistare online e agganciarsi al mercato. In arrivo i fondi specializzati

Con lo scoppio della pandemia, la partecipazione alle aste d’auto d’epoca online è diventata immediatamente l’unica strada per tenere collezionisti e appassionati  in contatto con il mercato e con le migliori opportunità del momento.

Diversificare il proprio patrimonio investendo in auto d’epoca non è più una prerogativa per pochi “eletti”, ed oggi il settore riceve molte attenzioni anche dagli investitori medio-piccoli. Naturalmente, con l’esplosione della pandemia è venuto meno uno degli elementi più distintivi di chi è accomunato da questa passione, e cioè le occasioni di socializzazione (raduni, esposizioni, aste pubbliche), ma il mercato è rimasto vivo grazie alle aste online, per mezzo delle quali sono stati messi a segno, anche nel corso del 2020, dei “colpi” notevoli.

La partecipazione ad un’asta online di auto d’epoca – ed in generale, a qualunque asta – richiede programmazione ed organizzazione. Bisogna avere un budget massimo, essere pronti ad eventuali rilanci degli altri compratori e informarsi in anticipo sugli esemplari in vendita, tra i quali potrebbe esserci quello da voi giudicato imperdibile.

I collezionisti non di primo pelo sanno che l’informazione, nelle aste, è tutto. Pertanto, è bene percorrere a ritroso le aste già avvenute, e capire l’andamento delle quotazioni relative alle auto che vi interessano di più e che saranno presenti all’asta online a cui intendete partecipare. Trovare queste informazioni non è difficile, perché le case d’asta le conservano online per molto tempo.

Oltre alle aste di auto d’epoca di lusso organizzate dalle più importanti case d’asta del mondo, esistono anche quelle giudiziarie di veicoli oggetto di sequestro. Per questo tipo di asta, però, non si potrà fare affidamento sulle reali condizioni dell’auto, che potrebbe essere danneggiata e richiedere numerosi interventi di restauro.

Relativamente ai luoghi virtuali di svolgimento delle aste, i dati del Country Report 2020 di Catawiki (la piattaforma online leader in Europa per oggetti speciali) ci dicono che più di 45.000 venditori unici, solo in Italia, hanno proposto nella piattaforma oltre 900.000 oggetti, ricavando circa 80 milioni di euro (+35% rispetto al 2019). Tra questi, numerosissime le auto d’epoca, che hanno realizzato una fetta importante delle vendite.

Altri siti importanti sono quello di Ebay, ma i più rinomati sono una diretta emanazione delle case d’asta non virtuali che, a causa della pandemia, si sono semplicemente adattate alle circostanze, in attesa di tornare alla normalità. Il sito di RM Sothesby’s, per esempio, è quello di una casa d’aste tra le più prestigiose, che si occupa di auto d’epoca provenienti da tutto il mondo e organizza ogni anno le celebri aste di Monterey e Londra. Anche Silverstone Auctions, altra casa d’aste importantissima, organizza eventi in versione online come il Silverstone Classic Sales. Artcurial, poi, organizza eventi del calibro del Salone di auto d’Epoca Retromobile, che si svolge a Parigi, e di Le Mans Classic, che si svolge nella città sede della storica 24 ore.

Collecting Cars, invece, è una piattaforma inglese di aste online per auto d’epoca, da collezione e sportive che si sta lanciando anche in tutta Europa e che si concentra sul mercato locale, consentendo di vendere ad offerenti che possono trovarsi a migliaia di km di distanza dal compratore. L’asta di Febbraio, per esempio, ha visto l’aggiudicazione di una Aston Martin V8 Volante Zagato del 1989, battuta a 170.000 euro. La piattaforma di Collecting Cars conta già oltre26.000 utenti registrati da più di 60 paesi, e dalla data del lancio (Giugno 2019) ha venduto oltre 1.700 lotti per un valore di circa 64 milioni di euro.

Mentre il settore delle aste online si “globalizza” ogni giorno di più (Collecting Cars ha aperto uffici in Germania e Australia), il mondo della finanza si avvicina alle auto d’epoca progettando servizi specifici. Il gruppo finanziario svizzero Hetica ha lanciato recentemente un fondo per le auto d’epoca, sulla scorta di una crescita costante di valore nel lungo periodo che non sembra avere risentito in modo serio della pandemia. L’Hetica Klassik Fund, con sede a Zurigo, a breve sarà acquistabile tramite certificati quotati alla Borsa di Francoforte, ognuno dal valore nominale di 10mila euro. 

A Lugano, in particolare, è stato predisposto un caveau-garage ad alta tecnologia, ben sorvegliato, climatizzato e dotato di controllo dell’umidità, dove le vetture acquistate dai gestori del fondo verranno custodite e mantenute, per poi essere messe in vendita, in caso di plusvalenza, in occasione delle aste internazionali. Il prezzo di acquisto di ciascuna vettura, nelle intenzioni dei gestori, sarà compreso tra 30mila euro e 6 milioni di euro.

Mercato immobiliare, 2019 vs 2020: gli effetti della pandemia sulle scelte degli italiani

Mentre diminuisce la componente degli acquisti per investimento, avanza il gradimento sulle soluzioni indipendenti e sulle case-vacanza.

Secondo i dati più recenti dell’Ufficio Studi di Tecnocasa, raccolti all’interno dell’indagine comparativa sulle compravendite realizzate nel 2019 e nel 2020, si evidenziano, trimestre per trimestre, i differenti comportamenti degli acquirenti anche in relazione alla comparsa del Covid-19 ed al seguente sviluppo della pandemia.

Analizzando la finalità delle compravendite, si nota che gli acquisti per investimento segnalano una contrazione nel 2020. Tutti i trimestri del 2020, infatti, registrano percentuali più basse rispetto agli stessi trimestri del 2019. In particolare, nel quarto trimestre del 2019, questo tipo di compravendite aveva toccato una punta del 18,8%, mentre nel 2020 non si supera mai il 17,0%. Inoltre, dal secondo trimestre del 2020 in poi, le percentuali di chi acquista per investimento non superano il 16,5%.

Appare evidente, quindi, come la comparsa del virus abbia condizionato questo tipo di compravendite, inducendo gli investitori più prudenti a desistere oppure a rimandare l’acquisto. Infatti, smart working e lockdown hanno determinato un calo delle richieste di immobili in locazione, ed in alcuni casi chi aveva pensato di comprare per mettere l’immobile a reddito ha deciso di rinunciare all’acquisto o a posticiparlo. Inoltre, la pandemia ha fortemente colpito il settore turistico determinando una concreta frenata nelle compravendite di soluzioni da adibire a B&B ed affittacamere.

Le compravendite di case vacanza (casa al mare, al lago oppure in montagna), invece, nel 2019 hanno evidenziato percentuali comprese tra il 5,2% ed il 6,8%; punta massima raggiunta nel terzo trimestre dell’anno, storicamente il trimestre più vivace sul segmento della casa vacanza. Ed è proprio il terzo trimestre del 2020 che evidenzia un forte aumento della percentuale di acquisti di queste abitazioni, raggiungendo l’8,1%. Anche in questo caso, risulta evidente come la pandemia ed il primo lockdown abbiano indotto molte persone all’acquisto di una casa vacanza che permetta, appena possibile, di lasciare le città per trasferirsi nelle località turistiche.

La tipologia più scambiata, sia nel 2019 sia nel 2020, è il trilocale, che compone circa un terzo del totale delle compravendite. Il 2020 ha evidenziato però un aumento della percentuale di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti: in particolare, a partire dal secondo trimestre del 2020 si arriva ad oltre il 22,0% delle compravendite, contro una media dei trimestri precedenti che si fermava intorno al 19%. Pertanto, i dati confermano che nei mesi successivi al primo lockdown è aumentato il numero di compravendite di tipologie ampie e dotate di spazi esterni, tendenza successivamente proseguita per tutto il 2020 con percentuali di acquisto sempre superiori al 22%.   

Conviene investire nel mattone e metterlo a reddito, o in un fondo comune con cedola?

L’investimento immobiliare non rende più come una volta, e la pandemia ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, sfatare il “mito immobiliare italiano” e parlare più concretamente degli svantaggi derivanti dall’investimento in case da mettere a reddito.

Di Alfonso Selva

Per gli Italiani, l’amore per il “mattone” viene da lontano, è un fatto culturale che nasce nel secondo Dopoguerra, in occasione della c.d. Ricostruzione – durante la quale non si andava troppo per il sottile con i permessi edilizi – e riflette pienamente quella esigenza sociale generalizzata di voler possedere, più che abitare, una casa come sinonimo di ritrovata agiatezza.  Grazie al Piano Marshall, l’Italia in quel tempo si popola di gru che costruiscono creando nuovi quartieri ed attività commerciali, e gli italiani si lanciano nell’acquisto, snobbando il contratto di locazione che diventa “roba da poveri”.

Questo scenario, ben noto ai babyboomers italiani e ai loro genitori, determina una crescita costante dei prezzi che diventa “legge non scritta” dell’investimento immobiliare e si ferma solo nel 2008, in occasione della crisi dei mutui subprime. Tra il 1960 e il 2008 i prezzi delle case sono cresciuti grazie all’inflazione a due cifre, che in un paio d’anni era arrivata al 20%, creando anche un ulteriore “mito”, quello delle rate di mutuo a tasso fisso che, dopo 4-5 anni dalla stipula, diventavano irrisorie grazie alla c.d. Scala Mobile che adeguava i redditi all’inflazione, ma non il debito (che si svalutava rapidamente).

In definitiva, esiste in Italia – e persiste ancora oggi, nel pensiero di moltissime persone – la memoria storica del “mito immobiliare”, lungo ormai 50 anni, che ha attraversato diverse generazioni e ha visto i prezzi delle case sempre in crescita. Gli ultimi 12 anni, però, hanno determinato una chiara inversione di tendenza, ed il 2020, con la pandemia, ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, “sfatare il mito” e parlare più concretamente di vantaggi e svantaggi derivanti dall’investimento immobiliare. Per farlo, cerchiamo di analizzare il contesto che stiamo vivendo:

1) la popolazione Italiana è in decrescita;
2) l’inflazione è bassissima, e non si prevede in tempi brevi una risalita sensibile;
3) investire in una casa per metterla a reddito è rischioso: è difficile sfrattare un inquilino che non paga;
4) le imposte sulla seconda casa sono alte, e abbattono notevolmente il rendimento netto che deriva dall’affitto;
5) è ormai in dirittura d’arrivo, in Parlamento, la riforma del catasto, che aumenterà il valore catastale (adeguandolo a quello commerciale) e innalzerà l’importo dell’imposta di registro sulle seconde case;
6) allo stesso modo, il Parlamento presto adotterà una riforma delle aliquote di tassazione delle successioni;
7) una casa non è un bene liquido, nel senso che se hai bisogno di soldi non ne puoi vendere un pezzetto, ma devi venderla tutta, e ci vuole tempo;
8) le spese sostenute al momento dell’acquisto (rogito notarile ed imposte) sono elevate, e si ammortizzano solo dopo almeno due anni;
9) i contratti di affitto lunghi (4+4 o 8+8) non consentono alcuna rivalutazione dell’importo percepito;
10) gestire gli incassi dell’affitto e provvedere alle spese straordinarie è stressante e dispendioso.

In considerazione di tutto questo, sembra che l’unico vero investimento – in quanto a benessere, realizzazione sociale e familiare – sia quello di comprare la casa dove vivere con la propria famiglia, e dirigere i risparmi in qualcosa che non dia gli stessi problemi di un immobile “da investimento”. La scelta, tra un investimento in beni mobiliari e uno in immobili, non può che ricadere in un fondo comune d’investimento che, al pari di una casa, dia un reddito, e cioè un fondo comune a distribuzione (annuale, semestrale, persino mensile) dei proventi. Certo, si potrebbe optare per un titolo obbligazionario, ma tra tassi di interesse a zero ed il rischio emittente (o valutario) l’opzione è da scartare.

Per aiutarci nella scelta, facciamo un esempio concreto, e ipotizziamo di comprare un monolocale a Milano, zona Porta Romana, che oggi ha un costo medio pari a circa 235.000 euro. Se lo affittiamo, potremmo ricavare un reddito lordo (affitto) pari a 850 euro mensili e a 10.200 euro annuali, generando un rendimento lordo del 4,34%. Per determinare il rendimento netto, dobbiamo detrarre dal ricavo lordo l’importo dell’imposta “Cedolare Secca” (2.142 euro, pari al 21%), l’IMU sulla seconda casa (760 euro, pari al 7,5%), la TASI (63 euro, pari allo 0,62%), ottenendo un rendimento netto del 3,08% (7.235 euro annuali). Sembra conveniente, tutto sommato, ma da questo risultato dobbiamo detrarre l’ammortamento annuale di tutte le spese iniziali, e cioè:

a) imposta di Registro Seconda Casa, pari a 5.488 euro,
b) imposta catastale, pari a 50 euro,
c) spese notarili, pari a circa 2.200 euro,
d) eventuali costi di agenzia, pari a 8.600 euro (3% più IVA),

determinando una spesa totale di 16.338, e cioè il 6,95% dell’importo investito. Nell’ipotesi di volerlo ammortizzare in 10 anni, dobbiamo detrarre dal rendimento netto di 7.235 euro ulteriori 1.634 euro, ottenendo così un “super-netto finanziario” di 5.601 euro, pari al 2,38%.

Rispetto al 4,34% iniziale, un bel salto indietro di quasi la metà. In più, dobbiamo calcolare i costi “umani” dell’investimento immobiliare: gestione dell’incasso degli affitti, manutenzione straordinaria degli immobili che, in Italia, hanno una età media di 60 anni dalla data di costruzione (in 10 anni, statisticamente, la probabilità di dover sostenere costi straordinari è elevata), più l’eventuale morosità, che può arrivare anche per gli inquilini inizialmente più affidabili ed in buona fede.

Relativamente alla nostra alternativa, e cioè il Fondo Comune a distribuzione dei proventi (detti impropriamente “cedole”, ma non si tratta di “interessi”, bensì di utili distribuiti), nel mercato Italiano esistono moltissimi fondi ben gestiti che danno un provento annuale variabile dal 2% al 6%, a seconda del tipo di fondo. Diversificando tra molti di essi, il rendimento degli anni passati è stato del 3% al netto delle commissioni di gestione e dell’imposta sui redditi da capitale (26%); tutto questo senza dover gestire lo stress che richiede l’investimento immobiliare e le sue problematiche (a causa del Covid gli sfratti sono bloccati fino al 30 giugno 2021, e lo sono da Marzo dello scorso anno, fate un po’ i conti…).

In sintesi, ecco il confronto finale:

1) il fondo comune è un bene più liquido di una casa, e garantisce prontezza e disponibilità di denaro (anche l’intero valore dell’investimento) in caso di emergenza, in pochi giorni e senza spese;
2) il fondo comune ha una tassazione certa e meno soggetta a cambi legislativi;
3) il fondo comune paga regolarmente i proventi, mentre l’incasso dell’affitto è per definizione aleatorio e irregolare;
4) il fondo comune è sottoscrivibile anche con spese iniziali pari a zero.

Per gli investitori indecisi, c’è altro da aggiungere?

Nicola Scambia: un checkup finanziario per mettere in sicurezza i risparmi di una vita

Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente ai fondi, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario?

Proteggere i propri investimenti, renderli profittevoli, scegliere un buon consulente finanziario e vivere questa esperienza di relazione – che va ben oltre gli aspetti tipicamente professionali – con serenità e fiducia: è questo ciò che chiede, mediamente, ogni investitore, nel momento in cui cerca una guida affidabile che gli consenta di orientarsi nel mondo degli investimenti senza compiere troppi errori.

Su tutto, la necessità dei risparmiatori di essere “educati” finanziariamente dal proprio consulente, la cui scelta, pertanto, diventa fondamentale per comprendere cosa si sta facendo con il proprio denaro, e dove si è diretti.

Ne abbiamo parlato con Nicola Scambia, consulente finanziario “di lungo corso”, delegato sindacale di Federpromm, autore del libro “Guadagnare in fondi” e del romanzo “Jackfly

Dottor Scambia, cosa ne pensa di questo anno 2020 appena concluso ?
Il 2020 è stato un anno angosciante, che ha cambiato i nostri punti di riferimento, le nostre abitudini ed il modo di gestire i rapporti interpersonali, eppure mediaticamente sta passando il messaggio che si possono realizzare guadagni facili in Borsa, e che possono farlo tutti. Ogni giorno, come molti italiani, ricevo proposte per investire sul Forex e in Borsa, con l’esplicita promessa di realizzare guadagni facili. Tutto questo è inaccettabile, e mi ha fatto sentire il bisogno di fare qualcosa di utile, di concreto, per chi desidera sapere se i propri risparmi sono al sicuro, soprattutto in previsione di possibili oscillazioni dei mercati. L’ho sentito come un dovere professionale, e da lì è nata l’idea del Checkup, che gestisco con un team eterogeneo di esperti, tutti affiatati e operativi presso la stessa banca digitale, una delle più solide in Europa.

Che caratteristiche ha il Checkup di cui parla?
Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente all’universo di fondi comuni e sicav, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario? Insieme al team che ho costituito, segnaliamo se i fondi in portafoglio (per max 5 fondi) sono tra i migliori della categoria di appartenenza, grazie ad un nostro rating proprietario. Per ogni fondo, calcoliamo la performance e diversi altri parametri di rischio, come la volatilità, la massima perdita, il comportamento nelle fasi di rialzo e in quelle di ribasso. 

Come funziona il Checkup?
Chiunque abbia sottoscritto fondi comuni ci manda i dati dei fondi, senza nemmeno indicarne il controvalore né tantomeno l’identità della banca o del consulente, e riceverà un elaborato che contiene il confronto con i migliori fondi delle rispettive categorie. Se vorrà, avrà anche la possibilità di seguirne l’andamento accedendo ad una piattaforma informatica.

In questo periodo difficile, che consigli si sente di dare agli investitori?
Di dedicare il tempo che serve, con il proprio consulente, a progettare un buon portafoglio. Il patrimonio personale e familiare, costruito in una o più vite, è qualcosa di importante, cui va dedicato il tempo necessario per assicurare la sua protezione, la sua crescita e la trasmissibilità nel tempo.

Se fosse un risparmiatore, sceglierebbe un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede o un consulente indipendente?
Nulla togliendo all’innegabile valore dei consulenti indipendenti, personalmente sceglierei un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, perché assicura l’esecuzione diretta e immediata delle operazioni finanziarie all’interno della banca per cui lavora.

C’è un criterio per valutare se e quando cambiare consulente finanziario?
La scelta di un consulente è il risultato di un’attenta selezione, anche mettendone alla prova diversi. Bisogna sapere tutto di loro: cosa leggono, dove si documentano, come costruiscono le proposte di investimento. E non basta certo che lavorino in una grande banca, perché è la persona che fa la differenza. E non bisogna avere timore di rivolgersi altrove quando la persona a cui abbiamo affidato la gestione dei nostri soldi non dà più la giusta serenità.

Si dice che il cliente abbia sempre ragione. Qual è il suo punto di vista?
I clienti sono, giustamente, esigenti, ma spesso tendono a leggere il mercato con il senno di poi, il che porta a non tollerare mai le perdite e a non accontentarsi mai dei guadagni. In realtà, si tratta di un “difetto di educazione finanziaria” che li porta inconsapevolmente a giudicare la bontà di un investimento esclusivamente dal suo rendimento e in un periodo breve, trascurando l’insieme (adeguatezza al profilo di rischio, rispondenza degli strumenti agli obiettivi dichiarati, protezione e sicurezza del portafoglio, influenza degli avvenimenti esterni di geo-politica etc). Proprio per questo motivo il consulente finanziario deve costruire con loro un dialogo formativo, e non semplicemente informativo, con i propri clienti, e deve poter aggiornare il portafoglio in modo tale da consentire una buona partecipazione ai guadagni di un mercato in crescita, e una riduzione delle perdite se il mercato va giù. Per arrivare a questo livello di dialogo, occorre capire profondamente i bisogni del cliente e assicurargli serenità. Credo che debba essere questo il ruolo del consulente finanziario.

Come è possibile evitare di sbagliare nella scelta del consulente finanziario? 
Ho sempre sentito che per ridurre il rischio bisogna diversificare. Il mio consiglio è quello di dividere il patrimonio in tre parti uguali, e affidarne ciascuno a un consulente diverso. Ad una certa scadenza si potranno tirare le somme, ed il cliente potrà effettuare le proprie scelte in base ai risultati ottenuti anche e non solo in termini di rendimento, magari interrompendo il rapporto con il professionista che avrà giudicato meno idoneo, all’interno di una comparazione immediata. Facendo così si riduce il rischio di affidare l’intero patrimonio a chi non ha la competenza per poterlo gestire, anche se è un amico o un parente.

Zest lancia il primo fondo alternativo che investe sulle SPAC americane

Il fondo disinveste sempre prima della c.d. business combination. Dall’inizio del 2021, 8 IPO su 10 negli USA sono passate per una SPAC.

Zest ha lanciato di recente il primo fondo comune di investimento alternativo focalizzato esclusivamente sulle SPAC (Special Purpose Acquisition Company) quotate sulle borse americane. Il fondo, denominato Zest US Spac Fund, ha l’obiettivo di sfruttare la rivalutazione dei titoli di queste società-veicolo quotate al Nasdaq o al New York Stock Exchange, disinvestendo sistematicamente prima del completamento della “business combination”, cioè la fusione tra la SPAC e la società acquisita, che, per effetto dell’incorporazione, si ritrova automaticamente quotata in Borsa.

«Dall’inizio del 2021, sono passate per una SPAC circa l’80% delle nuove quotazioni negli Stati Uniti, dove oggi si contano 400 SPAC attive, per una capitalizzazione complessiva di circa 125 miliardi di dollari. E altre 69 SPAC sono in fase di registrazione entro la fine del primo semestre, per ulteriori 17 miliardi», spiega Antonio Midolo, ideatore e gestore del fondo Zest US Spac.

Le SPAC sono società che raccolgono capitali tra gli investitori privati e istituzionali al fine di quotarsi in Borsa e, successivamente, individuare un’azienda non quotata da acquisire. In questo modo la società acquisita, una volta fusa con la SPAC attraverso la cosiddetta business combination, si ritrova automaticamente quotata in Borsa, senza passare per il lungo e costoso iter di quotazione o IPO (Initial public offering). Il fondo Zest US Spac si propone come soluzione d’investimento innovativa per la liquidità, mirando, da un lato, a conservare il capitale e, dall’altro, a generare ritorni caratterizzati da bassa volatilità e de-correlazione dai mercati.

La conservazione del capitale è legata al meccanismo di finanziamento delle SPAC: il capitale raccolto è custodito in un conto segregato (escrow account) e viene investito in titoli di Stato Usa a breve termine (3/6 mesi), in quanto non può essere intaccato fino alla business combination. Gli azionisti di ogni SPAC possono chiedere il rimborso dell’intero capitale investito in sede di assemblea generale, una volta che questa è chiamata ad autorizzare la business combination proposta. L’extra rendimento è legato all’ulteriore possibilità, per gli azionisti delle SPAC, di vendere le proprie azioni sul mercato, quando il loro valore supera il valore di rimborso: nel 2020, le SPAC americane in cerca di una società da acquisire hanno offerto rendimenti medi intorno al 4% annui, mentre quelle che hanno annunciato la business combination hanno registrato un apprezzamento superiore al 30% rispetto al prezzo di collocamento delle quote delle SPAC

«L’obiettivo del fondo è quello di diversificare i propri investimenti in un paniere equi-pesato di SPAC quotate, con l’obiettivo di uscire sempre prima della business combination», aggiunge Midolo. «Quando il valore delle posizioni sarà superiore a quello di rimborso, le azioni delle SPAC saranno vendute sul mercato. Mentre in caso di andamento del titolo piatto o negativo, il fondo chiederà il rimborso del capitale investito più gli interessi maturati nel conto segregato».  

Il fondo Zest US Spac non investirà in SPAC europee, ma unicamente in società quotate negli Stati Uniti, dove negli ultimi due anni il 45% delle nuove quotazioni sono passate per una SPAC, a testimonianza dei benefici sostanziali di una quotazione tramite SPAC rispetto alla quotazione tradizionale. Il fondo Zest US Spac è un fondo lussemburghese, qualificato come Raif (Reserved Alternative Investment Fund), destinato esclusivamente, per legge e per natura, a un pubblico di investitori istituzionali e qualificati (i così definiti well-informed investors).

Antonio Midolo

Caratteristiche del fondo:

– Valore della quota (Nav – Net Asset Value) calcolato e pubblicato settimanalmente,
– Fondo denominato in USD, classi (hedged) in EUR e in CHF, 
– Investimento Minimo 125.000 USD/EUR/CHF,
– Commissione di gestione annua pari all’1,2%,
– Commissione di performance dell’15% con “high water mark”, quindi calcolata e realizzata solo al superamento del massimo di un nuovo valore massimo raggiunto.

 

Le informazioni e le opinioni contenute nel presente articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento, e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, richiedere sempre alla propria banca o al proprio consulente una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi.

Trend vendite immobiliari in Italia a Febbraio 2021. Domanda e offerta decisamente “localizzate”

Trend delle vendite immobiliari in Italia a febbraio 2021 su base regionale. Ecco quali sono le province e le regioni italiane che hanno visto un aumento del prezzo di vendita degli immobili, e quali una diminuzione.

Ci sono diversi fattori che incidono sull’andamento del trend immobiliare e delle vendite degli immobili nel nostro Paese. I dati su base regionale forniti da caseinvendita360.com ci rivelano quali sono le province (o regioni) interessate da un aumento o da un calo dei prezzi degli immobili, e quali possono essere i diversi fattori che influenzano l’andamento dei prezzi delle abitazioni.

Infatti, nel mercato immobiliare, la legge della domanda e dell’offerta subisce un fenomeno di “localizzazione” che fa delle compravendite di abitazioni una realtà fortemente regionalizzata ed esposta a ai vari fattori esogeni. Guardando al trend del mese di febbraio 2021, pertanto, possiamo costatare come ci sia stato un aumento dei prezzi delle case in specifiche province dal Nord fino al Sud Italia, al contrario di molte altre. Nello specifico, iniziando dalle provincie settentrionali, considerando le compravendite immobiliari su proprietà di 50 metri quadrati, troviamo un +6,54% a Belluno, con un prezzo medio di 70.241 euro, e +4,16% a Milano, con un costo medio di 216.521 euro.

Nel centro Italia, invece, le più alte percentuali d’aumento dei prezzi si sono evidenziate nella provincia di Isernia (+8,94%, prezzo medio 51.626 euro), Pescara (+6,34%, prezzo 97.195 euro), Perugia (+4,80%, prezzo 65.752 euro),Macerata (+4,79%, prezzo 65,745 euro) e Oristano (+3,72%, prezzo 71.264 euro).

Per quanto riguarda le regioni del Sud Italia, si distinguono Napoli (+4,26%, prezzo 136.908 euro) e Caserta (+3,66%, prezzo 79.926 euro).

PROVINCE CON UN TREND IN DISCESA – In diverse province la crisi determinata dal Covid-19 è il fattore esogeno per eccellenza. In certe zone, la crisi a livello economico e lavorativo si è riversata sul mercato immobiliare ed ha portato una flessione dei prezzi. In generale, in queste aree stanno pesando l’assenza di investimenti sul lungo periodo e una offerta troppo abbondante rispetto alla domanda. Tutto ciò ha segnato uno spostamento di risorse finanziarie verso il risparmio mobiliare, preferito agli investimenti immobiliari. Nello specifico, sempre considerando una superficie media per appartamento di circa 50 metri quadrati, Cuneo segna un -7,38% (prezzo medio pari a 90.789 euro), Bologna -2,39% (prezzo medio 154.380 euro) e Genova -1,72% (prezzo medio di 84.509 euro). Per quanto riguarda le province del Centro Italia, forte diminuzione dei prezzi ad Ancona (-6,70%, con un prezzo medio di 79.703 euro), seguita da Sassari con un -5,50% (prezzo medio di 57.664 euro) e da Latina con un -2,53% (prezzo medio di 91.503 euro).

Infine, le province del Sud Italia che hanno evidenziato un trend in discesa dei prezzi medi per le abitazioni in vendita sono: Ragusa (-2,53%, costo medio di 57.664 euro), Agrigento (-1,92%, prezzo medio 50.854 euro) e Siracusa (-1,92%, prezzo medio di 56.047 euro).

ANDAMENTO MEDIO GENERALE DEI PREZZI IN ITALIA A FEBBRAIO 2021 – L’andamento dei prezzi delle case in tutta l’Italia a febbraio 2021 vede nel complesso un andamento rialzista trainato da alcune regioni del Nord Italia a compensazione positiva dei prezzi in discesa di alcune regioni del Sud Italia.

Il Friuli-Venezia Giulia, in particolare, fa registrare un forte aumento dei prezzi (+19,58%), con un costo medio per un appartamento di 50 mq pari a 84.328 euro. A livello regionale, il risultato peggiore è quello della Basilicata, che segna a febbraio 2021 un -9,54%, con un prezzo medio per unità immobiliare di circa 50 mq pari a 64.332 euro.

Nello specifico, nelle regioni settentrionali possiamo evidenziare il +4,16% della Lombardia (con un prezzo di 216.521 euro), il +0,15% del Piemonte (con un prezzo medio di 91.999 euro), il +0,68% della Toscana (con un prezzo medio di 138.465 euro), la Valle d’Aosta con un +0,65% e un prezzo medio di 111.971 euro ed il Trentino Alto Adige con un +0,39% e un prezzo medio di 137.542 euro. Segno negativo per l’Emilia Romagna (-0,82% e un prezzo medio di 76.874 euro), la Liguria (-1,72% e un prezzo medio di 84.509 euro) ed il Veneto (-0.98% e un prezzo medio pari a 55.786 euro).

Nel Centro Italia maglia nera per le Marche (-6,70%, con un prezzo medio di 79,703 euro), seguita dalla Sardegna con un -0,95% e un prezzo di circa 106.756 euro. Al top il Molise che segna un +3,57 euro e un prezzo medio di 62,688 euro.

Al Sud, infine, in forte discesa la Calabria con un -2,08% (costo di 44,113 euro per unità immobiliare), mentre Puglia (+0,67%, costo medio di 98.578 euro) e Sicilia (+1,06%, costo medio di 68.128 euro) in aumento.

Le due Italie alla prova del Recovery Plan. Saverio Romano: c’è una “Questione Infrastrutturale” da risolvere

A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione d’Italia, il Meridione continua ad essere la Cenerentola del Paese e di tutta Europa. Il differenziale dei  prezzi al mq e l’assenza di infrastrutture fondamentali segnano una linea di confine tra due facce dello stesso Paese. Saverio Romano: “La Questione Meridionale è soprattutto una Questione Infrastrutturale”.

In Italia esiste un confine che divide in due il Paese. Si tratta di un confine “invisibile”, non segnato nella cartina geografica, ma piuttosto evidente per chi si muove da una regione all’altra. A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione,  infatti, esistono ancora due Italie. La prima, quella che va dal Piemonte al Lazio, gode di buone infrastrutture e di un tessuto industriale ben sviluppato, insieme ad una mentalità imprenditoriale che si trasmette di generazione in generazione. La seconda, dal Lazio in giù, con infrastrutture fatiscenti – o addirittura inesistenti – ed una economia perennemente “assistita” che lascia in eredità ai più giovani, anno dopo anno, la consapevolezza di dover lasciare il territorio (sempre più spesso all’estero) per trovare una condizione di vita dignitosa.

Il Sud Italia, in realtà, è una opportunità che rimane lì ad aspettare che qualcuno la colga. E’ una promessa mai mantenuta, un’aspettativa costantemente disattesa, una “donna troppo bella per essere chiesta in moglie”. Eppure, le risorse e la vocazione turistica di gran parte del Sud, se beneficiassero di un (notevole) potenziamento delle infrastrutture, consentirebbero al PIL nazionale di aumentare senza ulteriori aiuti esterni, in totale autonomia.

C’è da dire che il confine economico del “regno delle due Italie” è segnato da numerosi indicatori; uno di questi è quello immobiliare, che da sempre indica lo stato di salute di un territorio e la sua attrattività. I prezzi del mercato immobiliare, infatti, variano a seconda che ci si trovi nelle grandi città, medie e piccole città, piccoli centri e zone più interne. In particolare, il differenziale delle quotazioni, a parità di territorio, può dare l’idea sulla capacità di “attrazione” di una determinata economia territoriale rispetto ad un’altra, e generalmente, in un paese dove le opportunità di crescita sono distribuite in maniera omogenea, questo differenziale è contenuto  all’interno di una “forbice” massima di circa 10 punti (tra +5% e -5%). Se tali parametri di analisi – insieme a molti altri, di uguale importanza – dovessero presentare un differenziale più ampio di quello considerato “fisiologico”, testimonierebbero la presenza di un problema per l’economia dell’intero paese. Se poi, storicamente, tali differenziali dovessero persistere per più di un decennio, non si può più parlare di semplice “congiuntura”, ma di una precisa volontà politica che si protrae nel tempo, a cascata, attraverso le generazioni, diventando vera e propria “eredità” da accettare senza poter godere neanche del beneficio di inventario.

A mero titolo di esempio, la Liguria (2.451 euro/mq) si conferma il territorio più caro, seguita da Trentino-Alto Adige (2.449 euro/mq) e Valle d’Aosta (2.404 euro/mq), e si contrappongono alle quotazioni presenti in Sicilia (1.041 euro/mq), Molise (909 euro/mq) e Calabria (902 euro/mq). Mediamente, pertanto, i prezzi delle seconde tre regioni sono più bassi di circa il 55% delle prime tre. Se passiamo alle singole città, poi, il divario diventa ancora più sensibile: Venezia (4.441 euro/mq), Milano (4.000 euro/mq), Firenze (3.980 euro/mq) e Bolzano (3.697 euro/mq) sono le province più care d’Italia, mentre Palermo (1.342/mq), Ragusa (799 euro/mq), Caltanissetta (778 euro/mq) e Isernia (753 euro/mq) le più economiche, generando mediamente, a parità di abitanti, un differenziale medio del 65% tra le città del Nord e quelle del Sud (con la sola eccezione di Napoli, dove il differenziale a parità di caratteristiche si riduce drasticamente al 31%).

Tale minore attrattività del mercato immobiliare, naturalmente, è solo uno dei sintomi dell’enorme divario economico esistente tra le due Italie, che sarebbe possibile colmare – o ridurre, a voler essere più realisti – grazie al contributo di progetti di spesa pubblica più efficienti e mirati, che privilegino gli investimenti in infrastrutture invece degli inutili finanziamenti a pioggia. La bozza di ripartizione dei fondi del Recovery Plan, poi, ha acceso diversi dibattiti in relazione alla opportunità che il più grande intervento economico-finanziario della storia dopo il Piano Marshall sarebbe in grado di assicurare anche al Meridione d’Italia. Secondo Diego Bivona, Presidente di Confindustria Siracusa, “Non sappiamo se in futuro si presenterà un’altra opportunità come questa per sciogliere i nodi del Mezzogiorno che è, come è noto, fondamentale per far ripartire il Paese intero. E’ necessaria una grande mobilitazione dell’intera società civile, dobbiamo essere artefici e protagonisti del nostro futuro, determinando cosa è meglio in tema di infrastrutture, di sviluppo industriale e soprattutto in tema di riforme: non possiamo far decidere chi negli anni ’60 scelse di fermare l’autostrada A1 a Napoli o chi come oggi ha stabilito che l’Alta Velocità è un privilegio non per tutti al Sud”.

Saverio Romano, già  Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel Governo Berlusconi IV e deputato dal 2001 al 2018, ha recentemente affermato che “Senza infrastrutture il Sud è condannato alla miseria. E Draghi sa bene che per far crescere il PIL italiano non potrà più essere ritardata l’assunzione dell’impegno, che è sempre stato anche il mio, di rendere sempre meno pesante il gap che divide il Mezzogiorno dal resto dell’Italia. E per raggiungere questo obiettivo l’elemento decisivo è quello della infrastrutturazione materiale e immateriale delle regioni del Sud”. “Insisto su questo tema – prosegue Saverio Romano – perché dati, analisi, esperienza politica e conoscenza dei meccanismi politici ed economici mi portano su questa linea: senza infrastrutture il nostro territorio non ha alcuna speranza. Chi investe ha necessità di reti digitali, di strade, autostrade, ferrovie, porti efficienti e funzionali. Il trasporto delle merci, i collegamenti per il turismo e i servizi, non possono prescindere da un livello alto di opere infrastrutturali”. “L’obiettivo – conclude Romano – è il riequilibrio socio-economico delle aree del Sud, e la riduzione della distanza dai valori medi infrastrutturali europei che sono quelli in base ai quali i grandi investitori decidono dove investire, creando occupazione e sviluppo. È per questo che la questione meridionale di oggi è essenzialmente una questione infrastrutturale. Da questo dipende qualsiasi ipotesi di riscatto della nostra terra, contro ogni visione assistenzialistica e di mera rivendicazione”. (ac) 

Vendita qualificata, la crisi dei talenti fa male all’Economia. Maggiori risorse dal Recovery Plan

Vendere è uno dei mestieri più gratificanti al mondo e, con le giuste condizioni di trasparenza e professionalità, crea un valore inestimabile per la Società e per l’Economia.

Di Valerio Giunta*

Da sempre, la vendita di beni e servizi incide fortemente sui settori che rappresentano l’eccellenza dell’Italia nel mondo, come l’Agricoltura, l’Artigianato ed il Turismo. Per questa ragione, esattamente come accade nelle altre professioni, occorre tutelare chi vende professionalmente, valorizzarne il talento, svilupparne le competenze e, soprattutto, attrarre i giovani per la crescita del settore e per il suo necessario ricambio generazionale.

A fronte di queste esigenze non rinunciabili, il Recovery Plan “Next Generation”, che avrà il compito di disciplinare la distribuzione di risorse finanziarie pari a oltre 200 miliardi, dedica al “Piano strategico Nazionale per le nuove competenze per il mantenimento dei posti di lavoro, le transizioni occupazionali e il supporto alla ricollocazione dei disoccupati” solo 3 miliardi, pari all’1,5% dello stanziamento complessivo. Questo dato – spiace dirlo – è in netta contraddizione con lo scopo stesso del Piano, perché con risorse così marginali (in proporzione alla misura totale) dovrebbe garantire un rilancio in termini di “mantenimento dei posti di lavoro, transizioni occupazionali e supporto alla ricollocazione dei disoccupati” che, in relazione allo stato dell’arte dell’Economia, sarà difficile – se non impossibile – assicurare senza un intervento più incisivo.

Invece, proprio in relazione alle finalità richieste – in particolare le transizioni occupazionali e la riallocazione dei disoccupati – il settore della Vendita potrebbe essere idoneo ad accogliere molte risorse umane, in quanto la figura di venditore qualificato continua ad essere fra le più richieste a livello globale. Infatti, nel rapporto LinkedIn “Emerging Job Report” del 2018, 3 tra le 10 professioni emergenti erano legate all’ambito commerciale. Secondo quanto riportato dal Rapporto SIM (Società Italiana di Marketing) già nel  2017, le figure più ricercate dalle imprese sono quelle specializzare nella vendita (67% nel 2010, 71% nel 2015). Eppure, come scrive il Prof. Silvio Cardinali in Contemporary professional selling: Percorsi di ricerca e riflessioni sul nuovo ruolo dei professionisti delle vendite “a questa disponibilità di offerta nel mercato del lavoro non si è sviluppata una “cultura” italiana in ambito commerciale, e gli studenti universitari non considerano come una opportunità la carriera in questo ambito professionale così pieno di soddisfazioni. Negli ultimi dieci anni, diversi studi (Karakaya, Quigley e Bingham, 2011; Manning, Reece e Ahearne, 2010) hanno dimostrato che la reticenza degli studenti verso la scelta di una carriera nella Vendita è rimasta costante, sebbene questo percorso possa offrire risultati economici gratificanti, soprattutto nei contesti BtoB (Business to Business)”.

Pertanto, le aziende cercano venditori qualificati ma non li trovano, e la domanda di lavoro è costantemente inferiore all’offerta. La “barriera all’entrata” per i giovani, inoltre, è sempre più legata agli investimenti in formazione. Infatti, la Sales Education Foundation (SEF) valuta che la quantità di risorse finanziarie richieste per la formazione di un singolo dirigente alle vendite è pari, negli anni, a circa 160.000 euro, determinando quel fenomeno in base al quale le aziende sono costrette ad indirizzare le loro ricerche nei confronti di candidati già formati e operativi sul mercato. Questa situazione – molto marcata in Italia – è una delle cause della “crisi di talenti” che le reti di Vendita stanno attraversando (Miller Heiman Group, report del 2018, “Reti di Vendita e Crisi di Talento“): i costi tangibili di reclutamento, assunzione e formazione associati alle nuove assunzioni e che non vanno a buon fine ammontano al 15,7%, dei quali il 10% è rappresentato dai venditori che abbandonano volontariamente la professione.

Di fronte a questo scenario, di tassi di turnover bassi e quindi di scarsa mobilità delle risorse umane, i costi connessi all’acquisizione e alla formazione delle risorse commerciali rimangono alti. Si pensi, per esempio, ai costi connessi al mancato servizio di assistenza ai clienti gestiti dai venditori che hanno “abbandonato”: le posizioni aperte per i ruoli di vendita rimangono vacanti per una media di 3,7 mesi, e ci vogliono circa 9,2 mesi prima che un neo-assunto raggiunga la piena produttività. Per coprire le posizioni vacanti senza sostenere gli alti costi per la ricerca e selezione, le piccole e medie imprese ricorrono al tradizionale “passa parola” per individuare i possibili candidati, riuscendo ad individuare un numero estremamente esiguo di candidati che, il più delle volte, non consente di individuare le risorse migliori per assicurare che la posizione, dopo poco tempo, sia nuovamente vacante.

Valerio Giunta

In Italia, com’è noto, il fulcro di gran parte della distribuzione commerciale è rappresentato dagli agenti di commercio e, relativamente agli strumenti di risparmio e investimento, dai consulenti finanziari. In totale, si tratta di circa 218.000 professionisti che intermediano il 70% del PIL nazionale, veri e propri imprenditori che dichiarano per intero tutti i redditi – senza alcuna possibilità di evasione, neanche a volerlo fare – e pagano un pesante fardello allo Stato tra imposte e contributi pensionistici obbligatori (doppi: INPS ed Enasarco). A tutti questi, peraltro, si aggiungono tutti i professionisti della vendita che alcune aziende inquadrano con contratto di lavoro subordinato (i c.d. commerciali), ma che svolgono attività di vendita qualificata.

Da anni, ormai, il saldo tra abbandoni e nuovi ingressi è ampiamente negativo, e ciò determina non solo problemi di sostenibilità finanziaria per la cassa di previdenza Enasarco, ma anche la prospettiva di ulteriori uscite dal settore. Senza un massiccio intervento pubblico sulla formazione – in affiancamento alle aziende, con garanzie e verifiche di buon utilizzo dei fondi – che ristabilisca attrattività per i giovani nel settore della Vendita, ogni piano di sviluppo del nostro paese è destinato a fallire.

* CEO di Startup Italia Srl, esperto di formazione e Delegato all’Assemblea di Enasarco

Ethenea: inflazione verso il 3% negli Usa. Più bassa in Europa causa apprezzamento dell’euro

Petrolio, carbon tax e ripristino delle aliquote Iva tagliate nel 2020 spingeranno i prezzi al rialzo. Un parziale bilanciamento verrà dalla minor pressione sugli affitti e dall’invecchiamento demografico.

“Nei prossimi mesi le pressioni inflazionistiche potrebbero aumentare significativamente e riteniamo realistico un aumento dei prezzi al consumo del 3% circa nel breve termine, almeno negli Usa. In Europa, l’apprezzamento dell’euro sul dollaro favorirà l’importazione di beni a basso costo, pertanto l’aumento sarà decisamente più moderato”. È l’analisi di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors.

Secondo Schmidt, nel breve periodo diversi segnali sembrano preannunciare un aumento dei prezzi al consumo. Innanzitutto il prezzo del petrolio, che a marzo e aprile 2020 è sceso a minimi mai raggiunti prima. Da allora ha recuperato quota, ma il tasso d’inflazione è calcolato come variazione percentuale dei prezzi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quindi il semplice dato matematico eserciterà notevoli pressioni inflazionistiche. Poi, a metà dello scorso anno, molti paesi hanno ridotto l’Iva per dare impulso ai consumi, ma con il ritorno alle precedenti aliquote avvenuto a inizio d’anno i prezzi al consumo sono destinati a risalire. Terzo punto, la tassazione delle emissioni di Co2: a partire dal 2021 a produttori e distributori di beni e servizi si applica un’imposta di 25 euro per ogni tonnellata di biossido di carbonio prodotta tramite la combustione di diesel, benzina, gasolio e gas naturale. La trasmissione di questi costi aggiuntivi agli acquirenti renderebbe più costosi beni e servizi nocivi per il clima, facendo salire i prezzi. Infine, il graduale aumento del salario minimo legale nel breve termine eserciterà un impatto positivo sull’andamento dell’inflazione.

A questi fattori si aggiunge la spinta generata dall’orientamento espansivo della politica fiscale e monetaria. Solo negli Usa, da marzo a novembre 2020 la riserva monetaria è aumentata del 25%. A ciò si aggiungono stimoli provenienti dalla politica fiscale di entità senza precedenti, il nuovo pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi di dollari promesso dal presidente Joe Biden e l’innalzamento da 600 a 2 mila dollari degli aiuti finanziari diretti a milioni di cittadini statunitensi.

Volker Schmidt

“Finora l’impatto sui prezzi di queste manovre è stato contenuto, perché l’inflazione non dipende soltanto dalla massa monetaria, ma anche dalla rapidità di circolazione del denaro, ovvero dalla frequenza con cui la moneta viene utilizzata per acquistare beni e servizi”, sottolinea Schmidt, “e anche grazie a una serie di trend strutturali, come il rallentamento dei rincari sugli affitti, causa pandemia e smart working, e il cambiamento demografico. Un tipico esempio al riguardo è rappresentato dal Giappone, da anni alle prese con tassi di natalità in calo e con l’invecchiamento della popolazione: poiché la popolazione in età lavorativa è determinante ai fini della crescita del prodotto interno lordo, le aziende riducono i costi e tagliano i salari per sostenere la domanda di beni e servizi, con effetti deflazionistici”.

“Questi fenomeni proseguiranno, anche perché l’economia si sta riprendendo con lentezza, tuttavia mei prossimi mesi le pressioni inflazionistiche potrebbero aumentare significativamente, soprattutto negli Usa”, conclude Schmidt.

Immobili commerciali: tengono logistica e negozi con delivery, male gli uffici. Mai più come prima

Il 2020 sarà ricordato come un anno orribile per il settore immobiliare, e quello in corso come l’anno dell’adattamento. Solo il possibile ritorno alla “quasi normalità” restituirà volumi e prezzi adeguati, ma niente sarà più come prima. Il primo semestre 2021 sarà ancora complicato, con effetti sui volumi totali di fine anno.

Il volume degli investimenti nel commercial real estate in Italia nel 2020 si è chiuso con un calo del 29% rispetto al 2019, che era stato un anno record (oltre 12 miliardi di investimenti in immobili commerciali). La pandemia, infatti, ha provocato un notevole rallentamento degli investimenti, e l’emergenza sanitaria ha accelerato la diffusione dell’e-commerce e dello smart-remote working, conferendo incertezza sul  trend di mercato.

Il segmento uffici mantiene la sua posizione predominante (3,7 miliardi di investimenti), ma è in calo del 26% rispetto all’anno precedente. Milano e Roma leader del segmento, con rispettivamente 2,3 miliardi e 820 milioni.

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LOGISTICA – Ottima la performance del settore logistica, che con € 1,4 miliardi di investimenti e il 100% di investitori stranieri si conferma il segmento più sorprendente, superando addirittura il dato del 2019 e facendo intravedere un ulteriore rafforzamento per l’anno 2021. Infatti, la richiesta di spazi è molto elevata, e determinerà la realizzazione di numerosi progetti di sviluppo.

MERCATO RETAIL – Il settore retail ha fatto registrare investimenti per € 1,4 miliardi, in calo del 29% rispetto al 2019. Guidano i volumi le operazioni legate alla Grande Distribuzione Organizzata (345 milioni) e, in misura inferiore, le transazioni legate ai centri commerciali (299 milioni di investimenti). Relativamente alle previsioni per il 2021, è bene aspettare il ritorno a misure non restrittive nelle aree dello shopping prima di saltare alle conclusioni. Di certo, l’attenzione per il momento si concentra principalmente su nuovi sviluppi per centri commerciali nella città metropolitana di Milano.

INVESTIMENTI IN HOTEL – Il segmento ha raccolto poco più di 1 miliardo di investimenti, in linea con la media degli ultimi 10 anni e in calo del 68% rispetto al 2019, che però era stato un anno segnato da record straordinari, mai visti prima, per via dell’ingresso di nuovi investitori (gruppi stranieri). Nonostante le misure restrittive ed il calo del turismo, l’interesse nei confronti del settore rimane alto.

Nel complesso del mercato immobiliare delle tipologie commerciali, le città dove si è avuto il maggiore numero di transazioni nel 2020 sono Milano e Roma. A causa del trend in atto già da anni – e solo accelerato dalla pandemia – negli ultimi dieci anni i prezzi sono diminuiti del 37% nelle vie di passaggio, e del 42,5% nelle vie non di passaggio.

Il segmento del retail è stato quello maggiormente impattato dalla pandemia. La ristorazione, che negli scorsi anni aveva trainato il mercato dei locali commerciali, è stata penalizzata dall’assenza di turismo e dal ricorso massiccio allo smartworking. Sembrano tenere le attività che si sono riorganizzate attraverso piattaforme di e-commerce integrando il canale online con il punto vendita fisico, i negozi di vicinato e la grande e media distribuzione, grazie all’apertura di supermercati di prossimità.

Nelle vie di passaggio, la liberazione di spazi sta portando a riposizionamenti per quelle realtà del retail che possono permetterselo. Nelle vie non di passaggio continua la ricerca di spazi da destinare ad uso ufficio e, ove possibile, per un cambio di destinazione d’uso in abitazione.

Secondo i dati di Tecnocasa, l’80% di chi cerca in locazione vorrebbe aprire un’attività di somministrazione e ristorazione, e c’è una discreta domanda di chi vuole avviare attività di servizi alla persona. In questo scenario di incertezza, gli investitori si muovono con cautela o provano a realizzare acquisti opportunistici. In particolare, si chiedono rendimenti più elevati (fino al 10% annuo lordo) per compensare il maggiore rischio di vacancy, e le metrature più richieste sono inferiori a 100 mq (80,8% in acquisto e 75,6% in locazione).

PREVISIONI PER IL COMMERCIAL REAL ESTATE – Il 2020 sarà ricordato come un anno orribile per il settore immobiliare, e quello in corso come l’anno dell’adattamento. È plausibile pensare che il primo semestre del 2021 possa essere complicato e che questo avrà un impatto sui volumi totali di fine anno. Ciò che è certo è che gli investitori mantengono un cauto ottimismo, confermano la stabilità delle proprie intenzioni di investimento, con una preferenza per le asset class Logistica e Residenziale, e si dicono positivi in merito alle condizioni generali del credito nei prossimi mesi. In definitiva, solo il possibile ritorno alla “quasi normalità” restituirà volumi e prezzi adeguati, ma niente sarà più come prima.