Luglio 31, 2026
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I mercati guardano un altro film rispetto alla realtà. Cribari: c’è il rischio di una crisi di fiducia sul debito

Valori di borsa poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. Una correzione significativa non è una possibilità remota. Possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro il primo semestre 2021.

 “Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione generalizzata delle valute potrebbe destabilizzare tutto il sistema. Nelle ultime settimane, abbiamo assistito alla stranezza di un dollaro che si è deprezzato nonostante tassi che sono saliti: un comportamento tipico da mercato emergente, ma inatteso per quella che è l’indiscussa valuta di riserva globale. Ciò preoccupa tanto quanto la totale artificialità delle quotazioni del Btp, ormai sottratte al normale processo di determinazione dei prezzi del mercato grazie agli acquisti illimitati della Bce”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno guardando un altro film rispetto alla realtà. La maggior parte delle valutazioni mondiali, in particolare quelle americane, sono ai massimi storici di ogni tempo, escludendo il 2000, e sono poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. L’euforia è massima e sono evidenti alcune sacche di speculazione spinte soprattutto dagli investitori retail. A fronte di elementi positivi che il mercato sta in parte già scontando, non è difficile immaginare alcuni rischi che potrebbero materializzarsi.

La pandemia potrebbe non essere finita. I contagi e i morti non accennano a diminuire, cure efficaci non ce ne sono, una terza ondata mentre la seconda non è ancora finita avrebbe conseguenze micidiali, esiste la forte incognita delle numerose varianti del virus e il piano vaccinale non sarà veloce come sperato.

La crescita economica e degli utili potrebbe intanto rivelarsi deludente a causa dei prolungati lockdown. I Pmi dei servizi restano molto deboli e la forza di quelli manifatturieri potrebbe essere solo un indicatore ritardato.

Gli interventi statali hanno mascherato la severità degli effetti economici della pandemia, soprattutto in Europa, per cui c’è il rischio che i veri effetti si vedranno solo nel tempo e paradossalmente proprio quando l’epidemia sarà finita. Multipli alti con aspettative di utili già aggressive (+25/40%) necessitano di ulteriori sorprese positive per essere confermate ed esiste poco spazio a riguardo. Gli interventi fiscali strutturali di lungo termine dovranno tramutarsi in realtà, in particolare negli Usa, ma è possibile che mercato ne stia già scontando gli effetti positivi sull’economia.

Se poi anche il mercato avesse ragione, tutto tornasse velocemente a funzionare e l’economia ripartisse già dal secondo trimestre del 2021, le prospettive sarebbero comunque grigie. Sperare nella fine della pandemia, in un’economia che rimbalza, il consumo che esplode, i lavori pubblici infrastrutturali che finalmente cominciano senza che questo abbia effetti sui tassi di interesse, sull’inflazione e sulle valute è pura fantasia.

Mario Cribari

Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione delle loro monete avrebbe conseguenze negative su tutto il sistema. Una presa di beneficio dopo l’eccesso speculativo su alcuni segmenti potrebbe infine contagiare l’intero mercato, in assenza di appigli a cui aggrapparsi. “Il mercato sta dando quasi tutto per risolto ed è incapace di guardare ai diversi rischi all’orizzonte, ma solo alle opportunità”, conclude Cribari. “Aspettarsi un bear market nel 2021 è obiettivamente esagerato ma una correzione significativa non è affatto una possibilità remota. Fare previsioni in termini percentuali è impossibile, tuttavia i nostri portafogli sono posizionati per fronteggiare un possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro primo semestre 2021. Consigliamo, quindi, uno stile di investimento presente ma prudente, attivo ma critico, convinto ma diversificato. Non si può prescindere da mercati emergenti, temi secolari, real asset”.

La “disintermediazione” dei beni colpisce gli agenti di commercio. I buyers sono il punto critico

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso.

Le recenti vicende elettorali in casa Enasarco, con il loro strascico di programmi e contestazioni, hanno comunque portato alla luce un problema strutturale – quello del commercio elettronico – che incide non poco sul futuro della categoria degli agenti di commercio. Anzi, a ben vedere gli effetti si sono già manifestati in tutta la loro gravità. Negli ultimi 6 anni, infatti, in concomitanza della crescita delle vendite online, gli agenti di commercio in attività sono diminuiti di oltre 50.000.

Non c’è dubbio che lo sviluppo dell’e-commerce abbia accelerato un trend che, nel 2020, si è consolidato con la pandemia, che ha fatto registrare un ulteriore repentino aumento delle vendite online. Pertanto, il consuntivo di agenti attivi dell’anno appena finito si prevede in forte diminuzione, e questo dovrebbe sollecitare un dibattito serio non solo in seno alla categoria, ma anche a livello politico nazionale. In gioco, infatti, c’è la sostenibilità della cassa di previdenza (Enasarco) e una buona fetta dell’economia tradizionale, che transita in gran parte proprio attraverso gli agenti di commercio.

Il fenomeno dell’e-commerce, quindi, va governato, anche per via di alcune distorsioni del mercato introdotte dal perfezionamento della tecnologia di vendita online, sempre più concepita come “negozio virtuale” che, di fatto, elimina l’intermediazione degli agenti di commercio (c.d. fenomeno della disintermediazione). Infatti, negli ultimi anni si sono sviluppati il webrooming e lo showrooming virtuali, che insieme aumentano la propensione all’acquisto online degli stessi prodotti distribuiti dagli agenti; questi, però, con il proprio lavoro contribuiscono alla diffusione dei prodotti nei punti vendita, senza ricavare alcun compenso per quella fetta di vendite. Il fenomeno degli acquisti online, in pratica, diminuisce la base economica su cui calcolare le provvigioni degli agenti e rappresentanti di commercio sugli stessi prodotti che, nella medesima zona di loro competenza, vengono venduti direttamente dalle aziende mandanti. Da una ricerca elaborata da Fnaarc, infatti, emerge che il 63,3% degli agenti afferma di avere avuto un ruolo nelle vendite online della propria azienda mandante, ma senza alcun riconoscimento economico. Si tratta quindi una concorrenza interna, con la quale l’azienda mandante “disintermedia” gradualmente il lavoro dell’agente.

Ci sono settori economici dove il Covid ha fatto crollare i fatturati a minimi insostenibili, senza che lo Stato abbia previsto, per questi, alcuna politica di sostegno. Il blocco degli strumenti di aiuto straordinario prese in casa Enasarco, poi, ha aggravato lo scenario, soprattutto per alcuni comparti merceologici, come quello degli articoli per l’illuminazione e materiale elettrico, o quello degli articoli per la ristorazione e della cosiddetta hotellerie. Per quest’ultimo settore, in particolare, la chiusura dei bar, degli alberghi e dei ristoranti ha determinato il crollo della catena economica per lunghi periodi dell’anno.

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti di cui necessitano all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso. Questo vale soprattutto per  il canale “business to consumer”, ossia la vendita diretta al consumatore finale, che aumenta di anno in anno in modo esponenziale e determina la chiusura di moltissimi negozi su strada. Nel canale “business to business”, e cioè quello tra le aziende produttrici e quelle della distribuzione, l’e-commerce è un fenomeno tutto sommato limitato, che però vale già circa il 17% del totale ed è dominato dalle imprese più digitalizzate, ma la fatturazione elettronica obbligatoria e il lancio anche in Italia della sezione business di Amazon produrranno presto una crescita anche in questo canale, che vede come protagonisti proprio gli agenti di commercio.

Fondamentale, in questo prossimo trend, è il ruolo del buyer, ossia del responsabile acquisti delle aziende della distribuzione. La mansione principale di questa pedina così importante, infatti, passa dalla informazione che riceve dagli agenti di commercio che incontra ogni giorno, e fino ad oggi questo processo di trasmissione “non virtuale” delle informazioni sui prodotti è stato difficile da sostituire con il canale online. Domani, però, allorquando le aziende che operano online anche nel canale business to business cominceranno a dare prova di affidabilità – e cioè quando ci sarà perfetta corrispondenza tra l’informazione ricevuta e le qualità del prodotto acquistato – e i buyers cominceranno a trovare più conveniente sia la diminuzione del tempo da dedicare agli incontri con i rappresentanti che, soprattutto, la consultazione online dei prodotti, tutto questo avrà una sicura conseguenza sul ruolo degli attori della filiera e, probabilmente, sul ruolo degli agenti di commercio. Il buyer infatti sarà sempre più preparato e informato, ed il ruolo del venditore che si limita a raccogliere gli ordini rischia di essere messo in discussione.

Guardando il problema dal lato delle aziende, però, esisterà sempre una fetta di mercato che è riconducibile ai processi di “vendita qualificata o consulenziale” che non possono certamente essere automatizzati, visto l’apporto di valore intrinseco dettato dal lavoro di consulenza costante, di cura della relazione con il cliente e di personalizzazione dell’offerta che implica necessariamente l’intervento umano. E’ proprio questa la “sfumatura” che permetterà di ridurre i danni e condurre la categoria verso uno scenario meno oscuro, che probabilmente comporterà una soluzione del “problema vendite online” (senza corrispettivo per gli agenti) attraverso una maggiore attività di formazione degli agenti, da un lato, e la via della politica, dall’altro.  

Consulenza Finanziaria, non è un paese per giovani. Valerio Giunta: restituire valore alla vendita

Una volta messa in sicurezza l’Economia, è indispensabile intervenire con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani, anche nel mondo “chiuso” delle reti di Consulenza Finanziaria.

Con l’attuale crisi di governo, in piana pandemia, si sente parlare continuamente di ripartenza, di cambiamento e di nuove prospettive, di contrapposizione tra sussidi e investimenti sul futuro e sulle generazioni a venire. Formuliamo tante domande e non abbiamo ben chiare le risposte, però sappiamo bene che per raggiungere un qualsiasi obiettivo occorre partire dalle fondamenta e dalle risorse a propria disposizione.

Nell’ultimo anno, abbiamo visto come sia sufficiente un elemento esterno come un virus sconosciuto (un nemico invisibile, ma letale) per mettere in pericolo l’intera economia mondiale. Nel tentativo di mantenere intatti i fattori di maggior produzione, le industrie – ivi compresa quella del Risparmio – hanno dato priorità alla difesa dei lavoratori più esperti e “anziani”, sacrificando ancora una volta il lavoro giovanile e interrompendo qualunque piano di investimento sulle nuove risorse. Pertanto, una volta messa in sicurezza l’economia, è indispensabile intervenire adesso con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani; anche nel mondo della Consulenza Finanziaria, che già da anni appare caratterizzato da elementi pericolosamente in contrasto tra loro: chiuso ai giovani e con grandi barriere all’entrata, ma bisognoso di un ricambio generazionale per via della elevata età media – 56 anni circa – che pone seri interrogativi sulla futura sostenibilità di questa fondamentale categoria professionale.

Valerio Giunta

Secondo Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e delegato all’Assemblea nazionale della Fondazione Enasarco, “consulenti finanziari e società mandanti hanno una grande responsabilità, ovvero quella di rilanciare l’economia, e questo non potrà avvenire che attraverso il rilancio della vendita consulenziale o qualificata, ossia di quella particolare proposizione di vendita che avviene solo dopo aver ascoltato il cliente e annotato fedelmente le sue esigenze, e non quella che mira al tornaconto economico immediato”. “Infatti – prosegue Giunta – è sulle strategie di vendita messe in atto nel rispetto delle normative e con i più nobili intenti informativi che la professione di consulente finanziario si è sviluppata dagli anni ’80 ed è arrivata oggi ad annoverare 33.000 professionisti attivi che totalizzano il 15% di tutti i clienti e circa 825 miliardi di masse amministrate”.

Negli ultimi anni si è verificato un aumento di iscritti tra i giovani al di sotto dei 30 anni (23,8% delle nuove iscrizioni nel 2019, contro l’11% del 2018 e il 9,5% del 2017), ma il numero di nuove iscrizioni non pareggia il numero di consulenti che lasciano la professione. Nel 2019, per esempio, a fronte di 1.456 iscrizioni ci sono state 3369 cancellazioni, con un tasso di compensazione di circa il 43%. Ma se analizziamo il tasso di sostituzione in base all’età dei nuovi iscritti, in quell’anno sono stati solo 403 gli under 30, con un contributo al tasso di sostituzione della categoria inferiore al 12%. Si direbbe che un 12% di giovani in più all’anno potrebbe compensare, nei prossimi 8 anni, l’uscita degli “older”, ma dovremmo presumere che la professione abbia in sé tutti gli strumenti per “trattenere” i giovani, sopportando un basso turnover. Invece, nel 2019 i consulenti finanziari con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% rispetto all’anno precedente, ed il 2020 sembra aver amplificato questo trend; per cui, di anni ne servirebbero almeno trenta, considerando che i consulenti tra i 30 e i 40 anni di età, nel periodo considerato, sono diminuiti del 63%.

Questi dati, piuttosto preoccupanti, vanno certamente messi in relazione alle barriere all’entrata poste dal sistema a tutela dei parametri strategici fino ad oggi privilegiati (il portafoglio medio, in primis, e l’età più matura e rassicurante del professionista), ma non è tutto lì il problema. Infatti, alla “crisi di vocazione” verso la professione del consulente finanziario corrisponde una profonda crisi della cultura della vendita qualificata o consulenziale.

Il consulente finanziario, all’inizio della propria attività, deve “vendere se stesso” alla clientela potenziale, e per farlo deve essere competente sulle modalità di relazione che prevedono la gestione del contatto, la comunicazione di sé e dell’azienda per cui lavora, l’ascolto dei bisogni del cliente e della sua famiglia, l’analisi dei bisogni e la condivisione delle loro priorità, lo studio del profilo dell’investitore e, solo alla fine, l’accordo sul piano di investimenti. “In sintesi – prosegue Valerio Giunta – il consulente deve essere persuaso che solo attraverso il bene del cliente arriva il risultato: magari non è immediato, ma certamente sarà duraturo. Inoltre, è evidente che senza la fase di instaurazione e gestione del contatto, che richiede una formazione specifica, il consulente non sarà in grado di lavorare e di esprimere la propria competenza a qualcuno, perché nessuno lo andrà a cercare spontaneamente. Va da sé, quindi, che la prima cosa da fare sia investire sulla formazione dei giovani alla “vendita qualificata”, per distinguerla da quella c.d. Push”.

Del resto, il professionista delle vendite è il ruolo principale in qualunque azienda, e l’industria del Risparmio – in particolare del risparmio gestito – conosce e valorizza bene questa figura. Persino le società di gestione del risparmio, piccole e grandi, hanno in organico funzionari specializzati che girano l’Italia per informare le reti sui propri strumenti finanziari (fondi e sicav) allo scopo di aumentarne le sottoscrizioni. Si tratta pur sempre di una vendita qualificata, ed è utilissima per la catena distributiva; i clienti, in questo caso, sono gli stessi consulenti finanziari, i quali valuteranno l’efficacia e l’idoneità di quei determinati strumenti finanziari rispetto ai piani di investimento della propria clientela.

Valerio Giunta

Il problema, probabilmente, è anche a monte. La nostra società, a differenza di quella del mondo anglosassone, non riesce a maturare una piena coscienza del ruolo della forza vendita nell’economia, sia all’interno di una piccola azienda sia all’interno del paese. Sono tantissime in Italia le aziende che si lamentano della mancanza di giovani dedicati alla vendita, ed esistono resistenze culturali che impediscono alle nuove generazioni di intraprendere questo tipo di carriera. Allo stesso tempo, però, la maggior parte di queste aziende non dispone di un vero e proprio piano di inserimento che preveda un investimento finanziario sui giovani (fisso mensile minimo incondizionato, attività gratuita di formazione, affiancamento delle risorse umane con esperienza etc). “La mentalità generale – conclude Giunta – è soprattutto quella di inserire i giovani e verificare se riescono a sopravvivere con le proprie forze. Eppure, i vantaggi futuri derivanti dall’assicurare ai giovani un fisso minimo mensile, formazione costante ed affiancamento da parte dei colleghi anziani sono evidenti, e tra le reti di consulenza finanziaria esistono alcune aziende che stanno cominciando a rivalutare questo percorso. E’ a loro che vanno rivolte le migliori speranze per la sopravvivenza della categoria”.

Vino e whisky rari: Giappone da record, Svezia emergente. Per investire bisogna saper conservare

L’investimento nei vini e whisky rari può consentire rendimenti da capogiro, ma comporta l’osservanza di rigide regole di conservazione da parte dell’investitore o del semplice appassionato.

Nel corso del 2020, un catalogo di 2.500 bottiglie dell’Enoteca Pinchiorri (in totale 864 lotti) è stato battuto per 3,3 milioni di dollari dalla casa d’aste internazionali Zachys, specializzata nel mondo del vino. Si trattava di una formidabile collezione che annoverava, tra le altre, tre bottiglie di Vosne Romanee Cros Parantoux Henri Jayer del 1985 (battute per 98.561 dollari), due magnum cru di Vosne Romanee Cros Parantoux Reserve Henri Jayer del 1999 (90.347 dollari), una 15 litri di Masseto, annata 2014 (20mila euro), sei bottiglie di Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno 2013 (6.700 euro), una bottiglia da sei litri (“imperiale”) de Le Pergole Torte Riserva Montevertine 1990 (6.500 euro) e due magnum di Barolo Bartolo Mascarello 1990 (4.800 euro).

A dicembre 2020, la stessa Enoteca Pinchiorri realizzava una vendita record con un set di 6 bottiglie di grande formato (Mathusalems, 6L, annata 1985) del Domaine de la Romanée-Conti, con un solo lotto, vendute per circa 840.000 € ad un collezionista svizzero.

Sono cifre da sogno, che dimostrano come il trend di mercato sia in continua crescita anche tra gli investitori che desiderano diversificare i propri asset. Lo stesso entusiasmo – ed anzi, ben maggiore – si è manifestato nelle aste milionarie dedicate al mondo dei rare whisky. Anche qui, valutazioni da capogiro, come quella raggiunta dalla collezione di 3.900 bottiglie di rare whisky di Richard Gooding.

E’ stata chiamata “The perfect collection”, è valutata dagli esperti circa 10 milioni di dollari ed è la più grande collezione privata al mondo di rare whisky, che Gooding ha creato negli anni acquistando all’asta oppure direttamente dalle distillerie (Macallan, Bowmore e Stromness, soprattutto). La collezione comprende un Macallan Valerio Adami (artista della Pop Art) di 60 anni (solo 12 bottiglie realizzate), contenente whisky distillato nel 1926 e imbottigliato solo nel 1986 da Macallan in 24 bottiglie, dodici delle quali decorate con un’etichetta creata dall’artista famoso per aver realizzato la copertina dell’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (le altre 12 decorate da Peter Blake).

Negli ultimi anni, però, le aste internazionali hanno messo in luce anche il valore dei rare whisky prodotti in Giappone, e a maggio 2020, nella sede di Hong Kong di Sotheby’s, un’asta in versione digitale ha battuto una delle più grandi collezioni di rare whisky giapponese, con protagoniste assolute alcune etichette della distilleria Karuizawa di Nagano, chiusa definitivamente nel 2011 ma ancora sugli scudi, tanto da far arrivare, nel 2019, una sua singola bottiglia di whisky all’astronomica cifra di 447.000 dollari. L’anno precedente, poi, una rara bottiglia di Yamazaki 50 anni era stata aggiudicata per 343.000 dollari.

La domanda di whisky giapponese è aumentata notevolmente negli ultimi anni, quintuplicando il prezzo di vendita di alcune bottiglie rare e facendo lievitare le esportazioni del 50%. Sulla scia del successo giapponese, alcune giovani distillerie svedesi si stanno distinguendo come emergenti nel panorama del rare whisky, grazie soprattutto alla loro collocazione presso le fonti d’acqua più pure (che determinano la qualità del whisky).

Sia per il vino che per il Whisky, comunque, la formula vincente dell’investimento si ricava da una circostanza molto semplice. Secondo Luigi Rossi, avvocato esperto di pianificazione patrimoniale e di fiscalità delle collezioni, appena viene immessa sul mercato una determinata quantità di bottiglie, il numero delle persone che le acquista per aprirle e consumarle è costantemente superiore a quello di coloro che le conservano, i quali possono assicurarsi – a determinate condizioni, naturalmente – un aumento automatico di valore delle proprie bottiglie. Dalla formula generica alla realtà, però, c’è di mezzo l’osservanza di alcune regole fondamentali. L’acquisto del vino di pregio e dei rare whisky al solo scopo di investimento, infatti, rischia di diventare fallimentare se non si conoscono e si apprezzano le caratteristiche del prodotto e della distilleria, e se non si osservano delle specifiche regole di conservazione all’interno di una propria cantina personale. Risulta fallimentare, pertanto, acquistare una bottiglia di vino o whisky rare di cui si sconoscono la storia e i metodi di produzione.

Relativamente ai metodi e luoghi di conservazione, il whisky si conserva molto più facilmente del vino e può sopravvivere senza particolari attenzioni in quasi tutti gli ambienti, ma una collezione va preservata in una piccola cantina per difenderla da alcuni fattori esterni che possono alternare le qualità organolettiche del distillato. Inoltre, è bene osservare alcuni accorgimenti che, in caso di rivendita, diventano fondamentali. La prima è quella di non buttare mai la confezione originale, soprattutto se hai a portata di mano una bottiglia di un certo valore. La seconda è tener lontano le bottiglie dall’umidità, dalla luce del sole e dalle temperature eccessive, che fanno evaporare l’alcool (vaporizza a 78 gradi centigradi). Mai tenere la collezione in vetrina, perché in estate farebbe salire la temperatura interna e rovinare il contenuto. Ogni singola bottiglia, poi, va conservata in posizione verticale, anche perché, a differenza del vino, il whisky non continua ad invecchiare una volta imbottigliato, ma si mantiene piuttosto stabile e con il passare del tempo acquisisce più maturità e fermezza.

Un altro accorgimento utilissimo è quello di annotare il livello di liquido nella bottiglia perché, se questo dovesse scendere troppo, significa che è in corso l’evaporazione del whisky che così si ridimensiona drasticamente nel suo valore. L’umidità, invece, aggredisce l’etichetta che è un elemento prezioso della bottiglia di rare, soprattutto in vista di una possibile asta.

Relativamente alla conservazione del vino di pregio, il discorso si complica un po’ di più, ma vale la pena sintetizzare i più importanti principi e suggerimenti di conservazione:

– tenere le bottiglie al buio,
– disporle coricate su un fianco in posizione orizzontale,
– mantenere costante la temperatura dell’ambiente in cui sono custodite (tra 10 gradi e mai oltre i 18 gradi, 12-15 gradi per i vini rossi e 10-12 gradi per i vini bianchi), 
– mantenere il tasso di umidità della cantina intorno al 70%,
– proteggere le bottiglie da fonti di vibrazioni e non agitarle mai,
– tenerle lontane da profumi e odori forti (il vino “respira”, per cui è bene conservarlo sempre in un ambiente ben areato e al riparo da odori o profumi forti come quelli dei formaggi, salumi, tartufi etc),
– rispettare i tempi d’invecchiamento e affinamento in bottiglia del tuo vino (i rossi  possono essere conservati più a lungo dei bianchi).

Mercato dei mutui positivo nel 2020. Nel 2021 nessun cambiamento particolare in vista

Le politiche di credito degli istituti saranno prudenziali, ma non si registrerà nel 2021 un irrigidimento dei parametri, ed il mutuo rimarrà al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie.

Il mercato dei mutui non sembra aver subito scossoni particolari nell’arco del 2020, e le stime parlano di una chiusura pari a circa 52 miliardi di erogato, con una crescita rispetto al 2019 (che si era chiuso a quasi 49 miliardi di euro). Questo dato è estremamente positivo, se consideriamo la difficile situazione economica generata dalla pandemia.

Gli istituti, pertanto, hanno comunque continuato ad erogare, sebbene con tempi più lunghi rispetto alla media, a causa della riorganizzazione delle strutture nel rispetto delle norme anti covid-19. Attualmente, visti i prezzi degli immobili ancora convenienti ed i tassi dei mutui molto bassi, permangono interessanti opportunità, soprattutto per chi vuole comprare una casa a scopo abitativo. Chi compra per investimento, infatti, raramente si indebita a lungo termine e utilizza la propria liquidità, ricorrendo molto meno all’indebitamento.

La maggior parte degli operatori, in virtù del calo generalizzato nel numero di compravendite immobiliari nei primi 9 mesi dell’anno, aveva ipotizzato una diminuzione dei volumi erogati, ma il terzo trimestre del 2020 ha invece fatto registrare una crescita del 10,8%, portando i volumi dei primi nove mesi del 2020 a 37 mld di euro.

La vera crescita – com’è noto – riguarda le operazioni di surroga e sostituzione, che hanno segnato un incremento pari a +120%, anche grazie ai tassi di interesse in calo da diverso tempo a causa della particolare situazione economica degli ultimi anni. Nel 2021 non si prevedono particolari cambiamenti, e i tassi rimarranno contenuti anche per quanto riguarda il tasso fisso. Ciò dovrebbe determinare un inasprimento della competitività tra gli istituti relativamente all’offerta.

Secondo Renato Landoni  (Kiron, gruppo Tecnocasa) “in questo periodo di pandemia il supporto della Banca Centrale è stato ancora più massiccio. Oltre al sostegno economico che arriverà presto per via dei Recovery Fund, l’impegno della BCE è quello di non aumentare i tassi di interesse per i prossimi mesi. Questa ventata di fiducia sta contribuendo a rasserenare i mercati, e di conseguenza gli indici di riferimento si confermano ai minimi storici. L’economia del nostro Paese dovrebbe avere un beneficio anche dalla distribuzione generalizzata del vaccino anti covid-19, in particolare nella seconda parte dell’anno, sebbene per tutto il 2021 la situazione generale rimarrà incerta”.

“Il mercato del credito – conclude Landoni – continuerà ad essere un settore interessante e in moderata crescita rispetto al 2020, sempre grazie ai tassi contenuti e alla qualità dell’offerta. Le politiche di credito degli istituti saranno prudenziali, ma non si registrerà nel 2021 un irrigidimento dei parametri, ed il mutuo rimarrà al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie”.

Reti del risparmio gestito, boom di raccolta e utili. Adesso niente più alibi sul ricambio generazionale

Dopo i risultati 2020 di raccolta e utili, Assoreti e le consociate non possono più tardare nell’avvio di un piano di investimento sul ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Manlio Marucci: “Ci auguriamo un dibattito con Assoreti su questo tema, preannunciando che non verranno più accettati  nuovi tagli ai margini di ricavo dei consulenti”.

Fino a 15-20 anni fa, prima dell’era MiFID, la principale – meglio dire esclusiva – competenza distintiva richiesta ad un aspirante promotore finanziario era la capacità di attrarre un buon numero di clientela potenziale, possibilmente di buon livello, con la quale imbastire una relazione; e se il candidato era troppo giovane per essere credibile, c’erano i supervisori più “anziani” che intervenivano in affiancamento, accompagnando (letteralmente) il neo promotore presso il cliente prospect e colmando così il “vuoto di esperienza” che rendeva difficile la concessione di fiducia.

Poco prima dell’avvento della MiFID, la figura del supervisore, fondamentale per effettuare la formazione sul campo del nuovo collega e per ridurre al massimo l’avviamento commerciale del nuovo professionista, veniva eliminata al pari di quella del praticante, e le maggiori risorse finanziarie derivanti da quel taglio generalizzato venivano dedicate al reclutamento dei bancari operativi negli uffici titoli. Questi ultimi, infatti, assicuravano alle reti – nel frattempo quasi tutte trasformatesi in banche – l’arrivo di portafogli più consistenti in minor tempo, e soprattutto un accorciamento del “ciclo della fiducia” presso la clientela di livello medio-alto, difficilmente raggiungibile per un giovane consulente alle prime armi.

Oggi, con le reti concentrate da anni a far migrare dalla concorrenza consulenti esperti e con portafoglio, lo scenario che prevede la formazione sul campo di nuove leve è diventato quasi inconcepibile e, salvo sporadici esempi di un paio di reti che ci stanno provando, non c’è ancora la “volontà politica”, da parte di Assoreti e delle sue consociate, ad effettuare investimenti concreti e aumentare così la base dei consulenti, affiancando i giovani e i giovanissimi agli anziani che tra dieci anni andranno in pensione. L’età media dei consulenti, infatti, è molto elevata (circa 56 anni), e sembra che l’unico interesse delle mandanti sia quello di assicurare la futura concentrazione dei portafogli dei colleghi vicini all’uscita nelle mani professionisti appartenenti alla fascia d’età precedente (40-50enni). Ma così facendo, è evidente, tra 15 anni il numero dei consulenti attivi potrebbe crollare dagli attuali 33.000 a circa 12.000, con problemi di tenuta economica dello stesso Organismo Unico. Senza contare, a monte di tutto, la perdita di quella ricchezza collettiva che il giusto ricambio generazionale, invece, potrebbe trasmettere alle nuove generazioni di consulenti, assicurando loro – e all’economia italiana – altri decenni di prosperità.

Pertanto, grazie ai conti economici della mandanti gonfi di ricavi e di utili, non esiste più alcun alibi per non intervenire concretamente – senza operazioni “di facciata” – e garantire la costituzione di un meccanismo strutturale di ricambio generazionale della categoria. I soldi per farlo, a carico delle società aderenti ad Assoreti, ci sono. Infatti, le società mandanti italiane quotate in Borsa (Anima, Azimut, Banca Mediolanum, Banca Generali e Fineco) che operano nel settore del risparmio gestito o nella consulenza finanziaria, da sole, gestiscono una montagna di denaro e macinano utili e profitti per i loro azionisti. Recentemente, esse sono finite sotto la lente degli analisti internazionali, che ne hanno tessuto le lodi. Gli esperti di Goldman Sachs, per esempio, hanno alzato il rating sul titolo Banca Mediolanum da neutral a buy (cioè “comprare”), fissando il prezzo obiettivo a 8,7 euro contro il valore di circa 7,3 euro attuale. Gli stessi analisti americani si sono occupati di Banca Generali, sul cui titolo la casa d’affari statunitense ha fissato un rating buy (comprare) e un prezzo obiettivo di 32,7 euro (prezzo attuale circa 27 euro).

Bank of America-Merrill Lynch ha analizzato le prospettive delle reti di consulenti finanziari, promuovendo Azimut e attribuendo al titolo un rendimento complessivo del 24%, suddiviso tra rialzo futuro del prezzo delle azioni (+18%) e incasso dei dividendi (+6%). Gli analisti di Berenberg, invece, si sono concentrati su Fineco, stabilendo un prezzo obiettivo di 15,5 euro ed un margine di guadagno del 17% rispetto al rapporto prezzo-utile (PE) atteso nel 2021.

Manlio Marucci

Contattato da Patrimoni&Finanza, interviene sul tema Manlio Marucci, presidente di Federpromm. “a 12 anni dalla nascita del sistema MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari è piuttosto sconfortante in termini di garanzie contrattuali ed economiche. Infatti, alla crescita di ricavi e utili delle mandanti non si è accompagnata, in proporzione assoluta, una uguale crescita del reddito dei consulenti, i cui margini di ricavo sono stati più volte rivisti al ribasso in questi anni sulla scorta dell’alibi di una maggiore raccolta”. “In un sistema economico sano, non si è mai visto che all’aumento dei ricavi e degli utili di sistema debbano corrispondere dei tagli al reddito delle risorse umane ivi impiegate. Dati alla mano, si potrebbe dire che i consulenti abbiano finanziato di tasca propria lo sviluppo economico complessivo delle proprie mandanti e, soprattutto dopo la crisi del 2008, abbiano sanato il loro conto economico, subendo anche il carico di mansioni amministrative prima eseguite dalle sedi e oggi evase, senza alcun corrispettivo, proprio dai consulenti”. “Alla luce dei dati di consuntivo 2020 sulla raccolta, non possiamo che auspicare l’apertura di un dialogo con ABI e Assoreti, al fine di evitare, da un lato, futuri attriti sui rispettivi rapporti di forza e, dall’altro, di avviare una nuova stagione di profondo rinnovamento che risolva, in primis, il problema urgente del mancato ricambio generazionale nella categoria”.      

Mutui casa 2020, mercato sorretto dalle surroghe. Opportunità interessanti da tassi e prezzi convenienti

Visti i prezzi degli immobili ancora convenienti, l’abbassamento dei tempi di compravendita ed i tassi dei mutui ancora ai minimi storici, permangono interessanti opportunità sul mercato immobiliare.

Di Renato Landoni*

Le famiglie italiane hanno ricevuto mutui per l’acquisto dell’abitazione per 11.761 milioni di euro nel terzo trimestre 2020. Rispetto allo stesso trimestre del 2019 si registra una crescita delle erogazioni pari a +10,8%, per un controvalore di 1.145,5 milioni di euro. È quanto emerge dai dati riportati nel report Banche e istituzioni finanziarie – III trimestre 2020 pubblicato da Banca d’Italia a fine Dicembre e analizzato dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa.

Analizzando nel dettaglio i dati relativi alle erogazioni di mutui in Italia, scopriamo che crescono dello 0,9% le operazioni di mutuo a supporto di un acquisto immobiliare. Crescita importante per le operazioni di surroga e sostituzione con un aumento del 120%.

Alla luce di questi nuovi elementi, è possibile affermare che nel corso dell’anno il mercato della surroga ha sostenuto il comparto dei mutui alla famiglia.

Anche il saldo da inizio 2020 porta un valore positivo (+10%), con una variazione positiva di 3,4 mld rispetto al 2019. Questi dati ci restituiscono la consapevolezza che da un lato il mercato ha beneficiato dell’onda lunga dei tassi ai minimi, che giustificano la crescita importante delle operazioni di surroga e sostituzione, dall’altra la sostanziale tenuta delle operazioni di acquisto che calano in maniera più contenuta rispetto alle compravendite immobiliari (-13,9%).

Pertanto, il mercato dei mutui alla famiglia, nonostante le difficoltà di questo periodo, resta ben strutturato. Nel corso degli scorsi anni, per mezzo del «Quantitative Easing», la Bce ha contribuito a tenere bassi i tassi di interesse agevolando di fatto l’accesso al credito delle famiglie a tassi molto competitivi. Ad oggi, visti i prezzi degli immobili ancora convenienti, l’abbassamento dei tempi di compravendita ed i tassi dei mutui ancora ai minimi storici, permangono interessanti opportunità sul mercato immobiliare sia per chi vuole comprare a scopi abitativi sia per chi vuole acquistare a titolo di investimento.

* Renato Landoni, Presidente Kìron Partner S.p.A.

Con la Brexit il business abbandona Londra. Volker Schmidt: processo irreversibile

Secondo Volker Schmidt di Ethenea, Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo, e questo processo probabilmente sarà irreversibile.

Sebbene l’accordo su Brexit sia in vigore solo da poco tempo, ha già avuto un impatto sul settore finanziario: “Per decenni Londra è stata considerata il centro del trading azionario transnazionale, ma con Brexit e la fine del periodo di transizione, sembra non essere più così”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors.

Aquis Exchange, la seconda piattaforma di trading per le azioni europee nel Regno Unito, ha dichiarato che all’inizio di gennaio il 99,6% delle negoziazioni è stato effettuato attraverso la piattaforma gemella di Parigi. Lo stesso è da Cboe Global Markets, Inc. (precedentemente Chicago Board Options Exchange): circa il 90% delle operazioni di trading azionario dell’Unione Europea è stato eseguito ad Amsterdam, aggiunge Schmidt, quando nel 2020 quasi l’intero volume era stato gestito da Londra.

“Nel complesso, soltanto nel primo giorno di trading dell’anno, circa 6 miliardi di euro sono stati spostati da Londra all’Europa continentale”, spiega Schmidt. “In questo modo, non solo il Ministero delle Finanze britannico di conseguenza perde il relativo gettito fiscale, ma è ragionevole supporre che in futuro le società preferiranno quotare le loro attività nel mercato comunitario per beneficiare di condizioni di trading più fluide e senza intoppi. Questo dimostra chiaramente che Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo e questo processo probabilmente sarà irreversibile”.

L’impatto sulle catene di approvvigionamento – Uno dei punti chiave dell’accordo Brexit riguarda l’assenza di dazi nel commercio bilaterale tra Regno Unito e Unione Europea. Tuttavia, poche settimane dopo, i problemi stanno diventando sempre più evidenti. “Da un lato, i piccoli commercianti al dettaglio e le aziende di trasporto si stanno lamentando della crescente burocrazia e dell’aumento di carte che questo comporta”, afferma l’esperto di Ethenea. “Ci sono code alla frontiera, camion che vengono respinti e catene di approvvigionamento che stanno collassando. Molte società di trasporto hanno provvisoriamente sospeso le consegne. Ma anche le grandi aziende sembrano essere state colte alla sprovvista dalle incertezze e sembrano non essere adeguatamente preparate. Affinché le merci possano beneficiare del trattamento duty-free, è necessario dimostrarne la provenienza dall’Unione Europea o dal Regno Unito”, spiega Schmidt.

“Tuttavia, se le merci vengono importate nel Regno Unito e successivamente esportate nell’Unione Europea – con poca o nessuna ulteriore lavorazione – si applicherebbero i dazi doganali. Marks & Spencer, ad esempio, ha il suo marchio di dolciumi “Percy Pig” prodotto da Katjes in Germania, li importa nel Regno Unito e da lì li distribuisce anche in Irlanda: d’ora in poi dovranno pagare i dazi doganali. Per questo motivo, in futuro, le aziende si troveranno di fronte alla scelta di pagare gli oneri doganali o di riorganizzare le loro catene di approvvigionamento, in modo che i magazzini possano essere riforniti senza dover coinvolgere le strutture britanniche. Quest’ultima sarà una sfida enorme soprattutto per le piccole e medie imprese”.

Volker Schmidt

Diritti di voto revocati agli investitori – “L’11 marzo 2019, le compagnie aeree Ryanair e Wizzair hanno annunciato che in caso di Brexit avrebbero revocato i diritti di voto ai loro azionisti britannici e all’inizio di quest’anno hanno effettivamente implementato la revoca,” afferma Schmidt. “Alla base di questa decisione c’è il regolamento secondo il quale i voli all’interno dell’UE possono essere operati solo da compagnie possedute per la maggioranza da azionisti dell’Unione Europea o almeno sotto il loro controllo. Nel peggiore dei casi il risultato sarebbe stato lo stop dei voli. Nonostante Ryanair abbia sede in Irlanda, un gran numero dei suoi azionisti, principalmente investitori istituzionali e fondi, provengono dal Regno Unito. Lo stesso discorso vale per Wizzair che ha sede in Ungheria”.

“Questi sono solo i primi effetti e ce ne saranno molti altri, alcuni dei quali del tutto inaspettati”, conclude Schmidt. “Riteniamo quindi opportuno essere flessibili e diversificati in tutti i settori, per essere pronti in caso di eventuali futuri sviluppi”.

Piccoli proprietari di case nella bufera: prezzi in ribasso, affitti insoluti e IMU senza sconti

E’ in atto uno spostamento delle abitudini abitative delle future generazioni, che preferiranno affittare la propria abitazione, cambiandola spesso a seconda delle mutate condizioni di reddito, oppure comprare case di piccola quadratura.

Nel nostro Paese, la ricchezza complessiva degli italiani è composta per il 68.0% da immobili, polverizzati in tutti gli strati sociali della popolazione. In particolare, la superficie complessiva dei soli immobili residenziali degli italiani è di circa 2,4 miliardi di mq, ed il suo valore commerciale complessivo è pari a circa 3.000 miliardi di euro.

Chi è proprietario di casa (o di più case) è sempre stata ritenuta una persona “ricca”, o almeno benestante o molto patrimonializzata, capace di accumulare tanto risparmio da poter comprare diverse unità immobiliari da mettere a reddito e poi trasmettere alle generazioni future. Oggi, dopo la crisi del 2008 e, soprattutto, dopo lo scoppio della pandemia, comincia a farsi strada la consapevolezza che l’investimento immobiliare – quello che veniva considerato come l’ancora di salvezza di qualunque patrimonio familiare -non sia più così conveniente e non produca il valore di una volta. Infatti, negli ultimi 8 anni (dati ISTAT) il valore delle case è calato mediamente di oltre il 15%, e quello delle vecchie abitazioni è calato del 22,1%. Secondo il rapporto annuale del notariato, il valore medio delle compravendite è passato da 148mila a 126mila euro nel 2019, e la tendenza è ancora in corso in tutto il 2020. Inoltre, negli ultimi cinque anni il mercato delle aste immobiliari è stato letteralmente inondato da un surplus di offerta (+23%, in forte aumento rispetto al quinquennio precedente) e le compravendite ordinarie, che sono un indice molto rappresentativo dello stato di salute economica di un paese, sono diminuite notevolmente (sebbene nel dopo Covid si prevede una “ripresina”).

Da non sottovalutare, poi, la graduale scomparsa degli investitori esteri, il cui investimento immobiliare in Italia è diminuito di oltre il 55% tra il 2017 ed il 2020.

Pertanto, è perfettamente inutile aggrapparsi al vecchio adagio “le case si rivalutano sempre”, perché la c.d. crisi del mattone non accenna a fermarsi dal 2008, e pertanto bisogna prendere coscienza che si tratta di un fenomeno strutturale, soprattutto in Italia dove le varie congiunture economiche dei decenni passati hanno favorito una proprietà immobiliare diffusa in tutte le famiglie.

Oggi, in piena pandemia, il bilancio negativo è amplificato dai suoi effetti sulla Società. Chi ha uno o più immobili da reddito vive il problema dei canoni insoluti (e del blocco degli sfratti), e cerca di vendere per realizzare liquidità immediata; chi detiene immobili difficili da vendere (per dimensione o per destinazione economica), si deve accontentare di una cifra più bassa per poter monetizzare. Del resto, le case presenti sul mercato sono tantissime, di molto superiori alla domanda, e sono sempre più vecchie, prive di tecnologie antisismiche adeguate, insicure e bisognose di opere di ristrutturazione, costose da mantenere.

Tutto questo, gli investitori grandi e piccoli, ormai lo sanno, e si orientano su immobili di piccola quadratura da destinare al mercato degli affitti, che secondo i dati sta destando un interesse sempre maggiore anno dopo anno, grazie anche alla domanda dei millennials, degli studenti fuori sede e dei lavoratori immigrati che non hanno la possibilità di ottenere un finanziamento bancario.

In più, proprio di recente la Banca d’Italia ha iniziato a consigliare al Governo lo spostamento graduale della pressione fiscale dal lavoro agli immobili. A tale “consiglio istituzionale” si è ispirata anche una recente proposta di legge per riformare il Catasto, appena depositata in Commissione Finanze dal Movimento 5 Stelle. Qualora diventasse legge dello Stato, questa nuova norma avrebbe l’effetto di far lievitare l’imponibile soggetto alla famigerata IMU, nonchè di aumentare il gettito fiscale derivante dalle successioni, senza innalzare le aliquote e senza abbassare le generose franchigie oggi esistenti (1 milione a figlio e coniuge).

Pertanto, lo spostamento dell’asse della tassazione dal lavoro agli immobili non sembra essere un evento momentaneo, ma un trend con il quale si vuole, da un lato, alleggerire il carico fiscale sulle assunzioni e far diminuire la disoccupazione e, dall’altro, aumentare il gettito fiscale complessivo proveniente da un asset più stabile come il patrimonio immobiliare. Del resto, il 68% degli italiani è proprietario di case. Tutto questo, poi, inciderà moltissimo sulle quotazioni degli immobili, facendo diminuire la domanda di compravendite e favorendo ancora di più il mercato delle locazioni, i cui canoni potrebbero aumentare nel lungo periodo.

In definitiva, si tratta di uno spostamento delle abitudini abitative delle future generazioni, a cominciare dalla c.d. Generazione Zeta (gli attuali ventenni, più o meno), che preferiranno affittare la propria abitazione, cambiandola spesso a seconda delle mutate condizioni di reddito, oppure comprare case di piccola quadratura, in netto contrasto con le abitudini dei c.d. patrimonials (chiamati anche babyboomers, gli attuali 55-65enni), che preferivano case di ampia quadratura. Pertanto, vendere gli immobili oggi potrebbe essere un’arma a doppio taglio: si rischia di svendere (le quotazioni sono più basse del 30% rispetto a 5-6 anni fa, con la sola eccezione di Milano città) e non avere più fonti di reddito dagli affitti.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo; per i detentori di un buon numero di unità immobiliari, la soluzione potrebbe essere quella di:

1) vendere adesso fino alla metà degli asset immobiliari, al fine di evitare di vendere tra 1 o 2 anni con quotazioni ancora più basse (riforma del Catasto o meno, i prezzi continueranno a scendere perchè l’offerta è abbondantemente superiore alla domanda),
2) costituire in tal modo una riserva liquida per tutte le evenienze,
3) diminuire il carico fiscale e lo stress da imposte e da manutenzione straordinaria degli immobili,
4) valorizzare, laddove possibile, gli immobili rimanenti con il super-bonus 110%,
5) vivere più tranquilli in attesa dell’aumento della domanda di locazioni.

Naturalmente, è solo un modo di vedere la soluzione, e potrebbe essere suscettibile di modifiche e/o miglioramenti della strategia; ma rimanere inattivi, in attesa degli eventi, potrebbe essere dannoso per qualunque proprietario di immobili messi a reddito.

Un giorno, anche questo trend negativo giungerà alla sua fine naturale, ed il mercato immobiliare tornerà ad esprimere numeri più confortanti, ma solo dopo profondi cambiamenti strutturali che richiederanno molti anni ed un durevole ciclo economico positivo che, in relazione agli immobili, tarderà a produrre i suoi effetti prima di un altro quinquennio.

L’Italia non è il Giappone, ma potrebbe superarlo. I due “figli dell’America” a confronto

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Di Alessio Cardinale*

Sarà per la conformazione geografica piuttosto simile – con l’unica differenza del nostro “ancoraggio orografico” al continente – ma le similitudini tra Italia e Giappone sono molte di più di quanto ci si possa aspettare, tanto dal punto di vista sociale quanto da quello storico ed economico.

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.  

La spinta all’economia giapponese, degli anni ‘50 e ’60, vide il proprio tasso di sviluppo mantenere una media del 10% per circa 18 anni, dal 1953 al 1971, con picchi che raggiunsero il 14% del PIL annuale. Anche l’Italia fece faville, ma il suo “boom” è durato “solo” 13 anni (tra il 1951 e il 1963) ed il prodotto interno lordo aumentato in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961).

Anche in Giappone, gli USA di fatto non permisero a nessun altro degli alleati di interferire nella propria influenza politica, soprattutto per impedire l’avanzamento ideologico dell’URSS e del Comunismo. Come in Italia, gli Stati Uniti inizialmente smantellarono le maggiori concentrazioni industriali e finanziarie del periodo ante guerra, e poi ritornarono velocemente sui propri passi, ricostituendole in parte e considerandole come il punto di partenza da cui risanare l’economia del Paese.

Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.

Volendo sorvolare sugli accadimenti della Società e della Politica – che pure hanno il loro peso – dobbiamo annotare che sia l’Italia che il Giappone si sono entrambi distinti per un notevole tasso di corruzione e scandali politici, e per la presenza di una potente criminalità organizzata (in Giappone si chiama Jakuza, l’equivalente di cosa nostra, ‘ndrangheta e compagnia cantando).

Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati. 

A tutto questo, si è aggiunta la “narrazione europeista”, che fa acqua da tutte le parti: il Giappone, con le sue politiche economiche espansive rese possibili dalla sovranità monetaria e dal controllo sulla banca centrale, dimostra che il problema dell’Italia non è affatto il debito pubblico, ma l’attuale modo di concepire l’Unione Europea e i privilegi di Germania, Olanda e Francia sui quali essa è stata fondata. Infatti, l’Italia attualmente ha un rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo intorno al 155% (era il 135% prima dello scoppio della pandemia), mentre il Giappone ha un rapporto poco sopra il 250% (era il 235% prima dell’era Covid). Eppure, nonostante circa 100 punti percentuali di differenza, la credibilità del Giappone non viene mai messa in discussione. Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.

Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).

In tutta evidenza, ciò avviene in quanto il Giappone detiene la sovranità monetaria e può contare sulla banca centrale come prestatrice di ultima istanza. Grazie a questo, non è soggetto al classico rischio di default e non deve pagare premi agli investitori per compensare la possibilità che l’amministrazione pubblica non ripaghi i debiti accumulati. La medesima dotazione strategica era nelle nostre mani fino a quando non è avvenuto l’ingresso nella moneta unica e la inevitabile cessione di sovranità. l’Italia, con gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito, e potrebbe finanziare lo sviluppo economico applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzati dal Giappone nella sua politica di gestione del debito.

Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.

A differenza di quello italiano, però, l’enorme debito pubblico nipponico è più al sicuro, perché una parte è comprata dallo stesso settore pubblico che lo emette, il 37% lo ha in mano la BOJ, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma, un debito formalmente elevato ma, in realtà, una “partita di giro” per una sua fetta importante, in relazione alla quale gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando un circolo virtuoso che l’Italia, con i suoi tassi, potrebbe addirittura superare in efficacia.

Qualcuno ha scritto di recente che “l’UE è una favola per bambini. E dietro questa storiella fatta di arcobaleni, cuoricini e frasi fatte continuano a muoversi i pragmatici interessi dei singoli stati. Tranne il nostro“.

Tutto sommato, non siamo lontani dalla verità, ed il confronto con il Giappone lo dimostra più di ogni altro argomento.

* Direttore Editoriale di Patrimoni&Finanza