Giugno 16, 2026
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INVESTITORI

Redditi da locazione ancora interessanti, ma le obbligazioni rientrano nel cuore degli investitori

Nelle grandi città d’Italia il rendimento annuo degli immobili concessi in locazione è pari in media al 5,1%, ma le obbligazioni tornano ad essere preferite tra chi non desidera caricarsi dei rischi di un affitto.

Secondo i dati più recenti pubblicati dalla rete Tecnocasa, i rendimenti offerti dagli immobili in locazione risultano essere sempre di un certo interesse per i proprietari o per chi si appresta a valutare un investimento immobiliare, ma l’investimento in titoli a reddito fisso ricomincia ad essere competitivo per via di una serie di parametri (semplicità, rischio inferiore e tassazione agevolata)  che si aggiungono ad un rendimento tornato a livelli molto interessanti – chissà per quanto tempo ancora – dopo una lunga stagione di oblio dei tassi. Infatti, nel 2022 il 16,8% delle compravendite immobiliari è stato realizzato per investimento, in leggero aumento rispetto all’anno scorso (il 2021), quando la percentuale era intorno al 16,3%.

L’inflazione in crescita, infatti, nel primo periodo del 2022 ha spinto l’acceleratore degli investimenti sul mattone per via della paura diffusa di una erosione del valore reale dei risparmi. Successivamente, via via che le banche centrali mettevano in atto la loro politica di contenimento dell’inflazione, aumentando i tassi di interesse, il rendimento dei titoli obbligazionari scendeva così tanto da rendere le obbligazioni – fino a novembre 2021 “snobbate” per via dei rendimenti effettivi prossimi allo zero o addirittura negativi – nuovamente appetibili. Oggi, infatti, il rendimento del BTP decennale è vicino al 4% (3,67% netto, senza reinvestimento delle cedole), e la sua attrattiva diventa più forte se consideriamo le imposte da pagare sui redditi da locazione e soprattutto il rischio di morosità dell’inquilino, pari in alcune regioni anche al 50% dei contratti in essere.

Soprattutto, negli ultimi dieci anni è venuto meno l’antico adagio che vedeva nell’investimento immobiliare quello “più sicuro e certo di tutti”, dal momento che i valori immobiliari sono letteralmente crollati fino al 2020 (con l’eccezione di Milano). A Genova, per esempio, il prezzo medio degli immobili è sceso del 67% in dieci anni, e solo nel 2021 c’è stato un parziale recupero delle quotazioni. Stesso andamento, sia pure con numeri meno marcati, per altre grandi città come Roma, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Solo nel lunghissimo periodo (1998-2022) l’investimento immobiliare risulta lievemente profittevole: nelle grandi città italiane la rivalutazione dei prezzi è stata del +43,3%, con punte del +126,0% a Milano, del +72,7% a Firenze e del +68,1% a Napoli; ben poco, a confronto con il rendimento medio dei titoli di stato nello stesso periodo (+111,2%, quasi tre volte il rendimento medio del mercato immobiliare).

Relativamente all’investimento immobiliare, l’unico segmento che si avvicina alle obbligazioni è quello degli immobili da destinare a ricettività turistica sia nelle città più attrattive che nelle località di vacanza più conosciute e meglio organizzate del territorio italiano. A parte questo, la possibilità di ottenere canoni di locazione continuativi induce prudenza nei proprietari, soprattutto negli ultimi tempi alla luce dell’incertezza e dei rincari dei costi energetici. Secondo Tecnocasa, i rendimenti annui da locazione restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane la media si attesta intorno al 5,1%, e le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,3%, Palermo con il 6,1% e Verona con il 6,0%.

Gli investitori preferiscono le aree con la presenza di atenei, di servizi (il cui peso è sempre maggiore dopo il lockdown) e sottoposte ad interventi di riqualificazione. Per chi pratica affitti brevi si punta alle mete turistiche.

I Mercati Emergenti secondo Raiffeisen Capital Management

Ci sono buone probabilità che i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. America Latina, Asia orientale e mercati dell’Europa dell’Est sembrano promettenti.   

Il 2022 è stato un anno degno di finire sui libri di storia per i mercati finanziari. Per la prima volta da decenni, sia i corsi azionari che quelli obbligazionari hanno subito un forte calo, e questo in quasi tutti i segmenti di mercato e tutte le regioni. La diversificazione, sia delle classi di attivo che a livello geografico, ha aiutato solo in misura limitata. I paesi emergenti e i mercati sviluppati hanno perso in media (in dollari USA) all’incirca allo stesso modo, con alcune singole eccezioni al rialzo e al ribasso. L’anno in corso porterà una ripresa dei corsi nei paesi emergenti o ci sarà un nuovo calo?

In estrema sintesi, le possibilità di una sensibile ripresa di azioni e obbligazioni sono buone, ma il quadro fondamentale al momento invita (ancora) alla cautela. Questi due aspetti non si contraddicono necessariamente. Riguardo ai semplici movimenti di mercato, il 2022 – un anno senza dubbio spettacolare – può essere riassunto abbastanza velocemente: quasi ovunque si è registrato un forte calo delle azioni e delle obbligazioni; nel caso delle obbligazioni in parte addirittura più che sui mercati azionari. I mercati azionari sviluppati hanno ceduto in media circa il 20%, le azioni dei mercati emergenti più o meno il 22%. Le materie prime sono state una delle poche eccezioni: hanno registrato aumenti dei prezzi, soprattutto nel settore energetico. Questo ha permesso anche alle azioni delle società del settore energetico di guadagnare in modo marcato, contrariamente al trend di mercato generale.

Se si analizzano i singoli paesi emergenti, appaiono, come quasi sempre, notevoli differenze di performance. La Cina, peso massimo dei mercati emergenti, è stata tra i principali perdenti, mentre la Russia è scesa ancora di più. Anche numerosi mercati azionari dell’Europa centrale e orientale sono stati molto deboli, stretti nella morsa tra inflazione elevata e guerra in Ucraina. L’eccezione verso l’alto più importante, e probabilmente anche la sorpresa più grande, è stato il mercato azionario turco, che ha fatto registrare aumenti massicci sia in valuta locale che in dollari USA. Anche in India e Brasile i mercati azionari hanno tenuto molto bene, sfidando il trend negativo globale.

Il contesto, per ora, resta ancora difficile. I rialzi dei tassi di interesse negli USA, l’inflazione, l’aumento del dollaro USA, le interruzioni del commercio globale dovute alle sanzioni occidentali contro la Russia nonché la rigida politica cinese riguardo al Covid-19 hanno pesato gravemente sulle economie di molti mercati emergenti, e per il momento le sfide dovrebbero continuare. Tuttavia, ci sono buone probabilità che almeno i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. La ripresa economica in Cina potrebbe trasformarsi in un importante sostegno per i mercati emergenti, ma è ancora largamente incerto quanto forte e quanto veloce possa essere la ripresa della congiuntura cinese.

Molte banche centrali dei paesi emergenti hanno aumentato in modo aggressivo i tassi di interesse nel 2022. Questo, insieme all’inflazione ancora abbastanza elevata, dovrebbe pesare significativamente sulla crescita economica. Ad eccezione di Cina e India, che hanno un mercato interno molto grande, la maggior parte delle economie dei paesi emergenti segue la congiuntura globale con un certo ritardo, ma ciò non deve necessariamente essere così anche per i mercati finanziari. Infatti, dopo anni in cui le azioni dei paesi emergenti sono rimaste molto indietro rispetto ai mercati sviluppati (in particolare agli USA), potrebbe essere giunto il momento di registrare un andamento superiore alla media. Il timore di perdere un eventuale movimento al rialzo potrebbe portare ad afflussi significativi di capitali e quindi a rialzi dei corsi, anche se i dati fondamentali ancora non lo permetterebbero.

Negli ultimi due, tre mesi si sono già manifestate tendenze in questa direzione. Tuttavia, in un primo momento potrebbero ancora verificarsi delle correzioni, possibilmente sulla scia di un peggioramento dei dati economici globali, di delusioni sul fronte dell’inflazione e dei tassi di interesse o a seguito di un nuovo rafforzamento del dollaro USA. Nel complesso, le prospettive a lungo termine per le azioni dei paesi emergenti sono buone, nonostante i rischi economici e geopolitici che indubbiamente esistono. Soprattutto l’America Latina, l’Asia orientale e i mercati dell’Europa dell’Est attualmente sembrano promettenti. Questi ultimi potrebbero inoltre beneficiare di un’eventuale fine della guerra in Ucraina, ma in cambio restano senza dubbio anche particolarmente vulnerabili in caso di espansione del conflitto.

Anche le obbligazioni dei mercati emergenti sembrano interessanti, e nell’anno i corso dovrebbero offrire buone opportunità. Infatti, dopo che negli ultimi anni moltissimi investitori erano fuggiti da queste obbligazioni, oggi esse sono sottorappresentate in molti portafogli. Questo vale soprattutto per le obbligazioni in valuta locale. Se dovesse affermarsi una tendenza al rialzo, il ritorno degli investitori potrebbe portare di nuovo a netti afflussi di capitale. Come sempre, rimane importante una buona selezione fra paesi, emittenti e valute.

Zest: la recessione del 2023 sarà meno profonda del previsto

Secondo Alberto Conca, bilanci delle famiglie solidi e un mercato del lavoro molto forte inducono a non farsi prendere dal panico. Le obbligazioni appaiono interessanti mentre sull’equity occorre prudenza. 

“Un inverno più mite ha aiutato a placare la crisi energetica e con il calo dei prezzi dell’energia, anche l’inflazione ha raggiunto il picco prima del previsto, sebbene l’inflazione core rimanga elevata e questo spinga la Bce a mantenere un atteggiamento restrittivo. Tuttavia, la profonda recessione che tutti noi abbiamo previsto dovrebbe essere più mite, simile a ciò che ci aspettiamo dall’economia statunitense. La riapertura dell’economia cinese contribuirà ulteriormente a fornire un supporto per quanto grave potrà essere la recessione”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest e gestore fondi della Zest Asset Management SICAV.

Le probabilità di una recessione in atto entro 12 mesi continuano ad aumentare ma è probabile che sarà di natura lieve. I bilanci delle famiglie sono solidi, con un rapporto tra debito e reddito disponibile vicino ai livelli pre-crisi finanziaria. In secondo luogo, nonostante l’aumento dei tassi dei mutui ipotecari sia stato impressionante, il suo effetto sull’economia reale si farà sentire più severamente solo in futuro, poiché i contratti attuali beneficiano ancora della politica dei tassi d’interesse prossimi allo zero del passato. Infine, il mercato del lavoro rimane estremamente forte, poiché le aziende non sono disposte a licenziare il personale dato che si aspettano solo una piccola contrazione della domanda futura, unita alla carenza di manodopera. Pertanto, con il rallentamento dei consumi e sebbene il tasso di risparmio sia il più basso possibile, ci sono buoni motivi per non farsi prendere dal panico.

In questo contesto, le obbligazioni appaiono interessanti sia in termini relativi che assoluti. Le società investment grade mostrano bilanci molto sani, con molta liquidità e bassi tassi di interesse. Con gli spread creditizi ancora elevati rispetto alla media decennale, le obbligazioni investment grade sono un acquisto allettante, soprattutto le scadenze più brevi data l’inversione della curva. Anche le obbligazioni societarie ibride offrono rendimenti interessanti in cambio dell’esposizione al livello inferiore della struttura del capitale. I segmenti più rischiosi, come quello ad alto rendimento, pur mostrando solidi fondamentali, non sembrano invece avere prezzi allettanti, soprattutto in previsione di una recessione.

Per quanto riguarda l’equity, le valutazioni sono tornate a salire a causa del recente rimbalzo dei corsi azionari e sono ancora poco attrattive. Pertanto, con una recessione incombente e valutazioni costose, una posizione prudente è il minimo che un investitore possa assumere oggi. Anche i prezzi delle materie prime cicliche sono diminuiti. Prevediamo che questa tendenza continui, ma i bassi livelli delle scorte di molte materie prime, incluso il petrolio, dovrebbero porre un limite alla discesa dei prezzi e potrebbero fungere da trampolino di lancio quando il ciclo economico si riprenderà. Al contrario, l’oro dovrebbe smettere di essere sotto i riflettori.

“A livello di valute, il dollaro ha sofferto negli ultimi mesi a causa della riduzione dei divari di rendimento tra i Treasuries statunitensi e le obbligazioni governative di altri mercati sviluppati. Prevediamo che il biglietto verde si stabilizzi ai livelli attuali: durante la fase iniziale di una recessione, il dollaro è ricercato come rifugio sicuro, mentre in una fase successiva si deprezza a causa dell’allentamento delle politiche monetarie”, conclude Conca. “L’euro potrebbe avere più spazio per correre sulla scia di ulteriori rialzi dei tassi, mentre il franco svizzero rimarrà supportato nel caso in cui la recessione sia più profonda di quanto attualmente previsto”.

Ethenea: i rialzi di 50 punti base non sono sufficienti per fermare l’inflazione

Il tasso d’inflazione nelle ultime settimane è diminuito, ma a quasi il 9% è ancora ben al di sopra dell’intervallo obiettivo della banca centrale.

Di Volker Schmidt*

La prossima decisione della BCE sui tassi di interesse è attesa per il 2 febbraio. Quella di dicembre è stata oggetto di forti discussioni tra chi sosteneva un rialzo di 50 punti base e chi avrebbe invece preferito un altro strappo di 75 punti. Alla fine sono passati i 50 punti, con una chiara indicazione che potranno seguire diversi ulteriori rialzi della stessa entità nel 2023.

Pertanto, è ovvio aspettarsi da parte della BCE due aumenti di 50 punti base sia il 2 febbraio sia a marzo, dato che non si sono verificati eventi straordinari che giustifichino una deviazione dalle previsioni. Tuttavia, il tasso d’inflazione nelle ultime settimane è diminuito, ma a quasi il 9% è ancora ben al di sopra dell’intervallo obiettivo della banca centrale. Un ulteriore calo è sicuro ed è possibile che in estate scenda fino al 5% circa. Tuttavia, l’inflazione di fondo è in costante aumento e ha superato il 5% a dicembre. Ciò dimostra che l’inflazione si è radicata e che sono necessari ulteriori sforzi per riportare il tasso di inflazione nell’intervallo di riferimento della banca centrale.

Ma oltre a chiederci cosa farà la banca centrale, dobbiamo anche chiederci cosa faremmo noi se fossimo nei panni della BCE. La nostra principale preoccupazione riguarda il massiccio sostegno della politica fiscale nell’area euro e il suo impatto sull’andamento futuro dell’inflazione. Gli aiuti Covid hanno aumentato in modo significativo soprattutto gli attivi delle famiglie. Ma anche la capitalizzazione di molte aziende è migliore rispetto a prima della crisi. Gli interventi di sostegno per far fronte all’esplosione dei prezzi dell’energia ci dicono che questi paracadute finanziari saranno mantenuti. Inoltre, c’è l’intenzione di contrapporre al programma infrastrutturale del governo americano un intervento corrispondente nell’area euro.

Tutto ciò sta creando un potenziale inflazionistico che la banca centrale dovrebbe contrastare al più presto, con aumenti ancora più consistenti dei tassi di interesse. L’aumento del tasso di deposito dall’attuale 2% al 3% non sarà sufficiente. L’obiettivo dovrebbe essere il 4 o il 5%, se non addirittura il 6%, accompagnato da una rapida riduzione delle obbligazioni detenute dalla BCE.

* Senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Focus Cina I. Per le azioni cinesi un grande “anno del coniglio”, ma l’economia sta cambiando

Il tasso di crescita della Cina è in calo, ma l’economia è ora molto più grande di quanto non fosse 20 anni fa. Il 3% dell’economia cinese di oggi equivale al 15% dell’economia cinese del 2003.

Le azioni cinesi hanno registrato un rally anche negli Stati Uniti, dopo che la borsa di Hong Kong ha iniziato l’Anno del Coniglio con un bel balzo “da ghepardo” dopo la pausa per le vacanze del capodanno lunare iniziata venerdì scorso. L’indice di riferimento, l’Hang Seng Index, è salito del 2,4% durante la sessione, raggiungendo un massimo di 10 mesi nel processo. L’indice Hang Seng è ora salito di quasi il 54% rispetto al minimo di fine ottobre. Nello stesso periodo, il più piccolo Shanghai Composite è salito del 12,8%. L’Hang Seng ha chiuso il 2022 in calo del 15,5%. Lo Shanghai Composite ha subito una perdita dell’1,5% per l’anno.

L’Hang Seng sembra pronto per una sesta settimana consecutiva di guadagni, che segnerebbe il suo avanzamento più lungo da gennaio 2020. L’indice Hang Seng China Enterprises, che replica le società continentali che negoziano alla borsa di Hong Kong, è salito di quasi il 3%. I dati sui viaggi per le vacanze e al botteghino hanno mostrato una forte ripresa della domanda, mentre il paese esce dall’era delle politiche Covid Zero e manifesta uno slancio che non si vedeva da tempo. Le azioni cinesi hanno ricevuto un certo rialzo dall’hub di gioco di Macao, che ha visto entrare quasi 40.000 visitatori dalla terraferma il secondo giorno di vacanza del capodanno lunare. Questa è stata la più grande ondata turistica da prima dell’inizio della pandemia.

Tra le azioni cinesi scambiate negli Stati Uniti, Pinduoduo (PDD) è salito del 5,8% e Weibo (WB) è salito di quasi l’11%, mentre Baidu (BIDU) e JD.Com (JD) hanno registrato guadagni di circa il 2%. Tra gli ETF, il KraneShares CSI China Internet ETF (KWEB) è balzato dell’1,5%, mentre gli Xtrackers Harvest CSI 300 China A-Shares ETFASHR e iShares MSCI China ETF (MCHI), che seguono le negoziazioni azionarie sulle borse di Hong Kong e Shanghai, sono saliti rispettivamente dello 0,7% e dello 0,9%. Questa ondata di rialzi, certamente enfatizzata dalla riconquistata libertà di movimento di uomini e mercati, mostra che le fondamenta economiche della Cina stanno cambiando. Infatti, l’economia del paese nel 2022 è cresciuta del secondo tasso più basso in 40 anni, e la popolazione cinese è diminuita per la prima volta dopo secoli.

La fiducia nel settore immobiliare è migliorata, ma i problemi di fondo potrebbero rimanere. Infatti, la Cina rimane ancora il più grande consumatore mondiale di materie prime, ma è improbabile che le importazioni aumentino così velocemente come in passato. Il suo PIL è cresciuto “solo” del 3% nel 2022; si tratta di un dato superiore al tasso previsto del 2,8%, ma ben al di sotto dell’obiettivo del 5,5% fissato a marzo. È anche ben al di sotto dei livelli di crescita dell’ultimo decennio. Inoltre, l’economia cinese è cresciuta del 2,2% nel 2020 e dell’8,4% nel 2021, e gli ultimi tre anni possono probabilmente essere visti come anomalie legate al Covid, ma è la tendenza generale a preoccupare per via del suo trend al ribasso.

Il tasso di crescita economica della Cina è rallentato a causa di fattori a breve e lungo termine; più precisamente, nel breve periodo hanno influito:
– le politiche cinesi zero-Covid,
– lo scoppio della bolla immobiliare,
– il giro di vite sulle società tecnologiche e dell’istruzione, e
– la guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti.
Tuttavia, la crescita è in costante calo dal 2007, ed è inevitabile che ciò sia legato ai cambiamenti demografici che il paese sta affrontando e ad un certo allontanamento delle società straniere, che stanno cercando di diversificare i loro investimenti lontano dalla Cina dopo aver preso coscienza dei rischi politici.

Relativamente alle prospettive per il 2023, gli economisti sono cautamente ottimisti sulla ripresa dell’economia cinese. Morgan Stanley ha recentemente aggiornato le sue previsioni di crescita al 5,4%, anche se probabilmente si trova nella parte alta dell’intervallo. Con l’allentamento delle restrizioni Covid, potrebbe esserci una ripresa della spesa dei consumatori come quella vissuta in altri paesi nel 2021. Anche i responsabili politici cinesi stanno dando la priorità alla crescita, e un pacchetto di stimoli per rilanciare l’industria dei semiconduttori del paese è apparentemente in lavorazione. Ci sono ovviamente dei rischi, sia relativamente all’economia globale che alla reale possibilità per i responsabili politici di invertire ancora una volta la rotta. In questa fase, infatti, qualsiasi aumento della crescita sarà più una ripresa rispetto al basso numero di crescita dello scorso anno che un vero cambio di tendenza.

Oltre a ciò, i responsabili politici dovranno affrontare questioni strutturali. Il tasso di crescita della Cina potrebbe essere in calo, ma l’economia è ancora molto più grande di quanto non fosse 10 o 20 anni fa: l’odierno tre percento dell’economia cinese equivale al 15% dell’economia cinese nel 2003. Il paese ha ora la seconda economia più grande del mondo ed è più grande dell’intera UE già dal 2021. Tuttavia, l’Ufficio nazionale di statistica cinese ha annunciato che la popolazione è diminuita di 850.000 persone nel 2022, e ciò riflette il problema dei cambiamenti demografici: il tasso di crescita annuale è stato abbastanza costante ad un livello 0,6-0,7% tra il 1998 e il 2012, ma da allora è diminuito drasticamente, nonostante la politica del “figlio unico” sia stata abolita nel 2015.

Milano, quotazioni immobiliari cresciute del 43,2% dal 2017 al 2022

Il capoluogo lombardo conferma la sua leadership in Italia relativamente alle quotazioni immobiliari. Continua lo “slancio pandemico” delle transazioni verso le periferie e l’hinterland.

Di Fabiana Megliola*

Milano è la città in cui più che altrove i prezzi sono cresciuti negli ultimi tempi, arrivando a diventare la metropoli più costosa d’Italia: parliamo di un prezzo medio per l’usato, che secondo i dati più recenti di Tecnocasa supera i 4.000 euro al mq.

Per rendere l’idea di quello di cui stiamo parlando, dai nostri dati risulta che a Milano negli ultimi dieci anni i prezzi sono aumentati del 19,3% ma dal 2017 al 2022 le case hanno accresciuto il loro valore del 43,2%. Questo non solo a causa di una domanda crescente e di un’offerta che è andata riducendosi, ma anche per gli importanti lavori di riqualificazione che, dopo l’Expo, sono stati messi in campo e che hanno contribuito al recupero del valore degli immobili. Inoltre, questo aumento importante dei prezzi ha determinato, negli ultimi anni, uno spostamento centrifugo verso l’esterno della città, in parte incentivato anche dalla pandemia che ha spinto la ricerca di case più ampie e con spazi esterni. Ragione per cui, negli ultimi cinque anni, da quando a Milano i prezzi hanno iniziato a crescere, gli immobili in periferia si sono rivalutati di più rispetto alla media cittadina e, allo stesso tempo, si è segnalato uno spostamento di richieste verso l’hinterland della città. Le periferie di Milano sono cresciute del 49%, a essere scelte, anche in questo caso, sono state soprattutto quelle collegate dalla metropolitana (San Siro), Cenisio, Forlanini, Baggio, Bicocca, Forze Armate, Niguarda.

Anche l’hinterland di Milano ha beneficiato di questo aumento dei prezzi.  L’hinterland delle grandi città a livello nazionale, negli ultimi cinque anni, ha registrato mediamente una diminuzione dei valori dello 0,7% quello di Milano ha messo a segno un aumento dell’8,5% (negli ultimi dieci anni i valori in provincia di Milano hanno comunque subito un ribasso del 16,3%). Si sono preferiti i comuni dell’hinterland, ben collegati con la metropolitana ma anche quelli che non ne erano provvisti hanno avuto un buon riscontro, se si considera che acquistando nell’hinterland si arriva a risparmiare mediamente tra il 50 e il 60%. A trasferirsi sono stati prevalentemente giovani che hanno lasciato una situazione di affitto per acquistare oppure famiglie che hanno realizzato un acquisto migliorativo (una camera in più oppure uno spazio esterno).

Tra i comuni in cui viene segnalato un aumento di richieste da Milano ce ne sono diversi posizionati lungo la metropolitana verde: Vimodrone (+5,6%), Cologno Monzese (0,0%), Cernusco sul Naviglio (+5,9%), Assago (2,3%) per citarne alcuni. Bene anche alcuni comuni che, seppur privi di metropolitana, sono posizionati a ridosso del confine cittadino e sono collegati con mezzi di superficie: Peschiera Borromeo (+6,5%), Cinisello Balsamo (0%), Corsico (0,0%), Settimo Milanese (+1,0%). 

Anche sul versante delle locazioni il discorso è simile perché in città, se si esclude il 2020 dove a causa della pandemia il mercato delle locazioni ha vissuto una contrazione, i canoni sono in crescita dal 2014 e hanno raggiunto valori di 960 € al mese per un bilocale e 1310 € al mese per un trilocale. Con questi valori così elevati, l’accessibilità della casa diventa più difficile, soprattutto per le famiglie monoreddito o per i giovani che quando possibile acquistano in provincia o vanno in affitto nell’hinterland dove i canoni sono più contenuti (430 euro per un monolocale, 570 per un bilocale e 700 per un trilocale). 

* Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

Lemanik: in Asia tornano interessanti i titoli finanziari

Secondo Marcel Zimmerman, la fine della politica di tolleranza zero sul Covid attirerà nuovi investitori in Cina. La ripresa dell’euro impone cautela sull’esposizione allo yen.

“In Cina, ci aspettiamo che l’apertura dell’economia, dopo la fine della politica di tolleranza zero per il Covid, tornerà ad attirare gli investitori stranieri. Per la regione del Sud-Est asiatico, ci aspettiamo invece un’ulteriore diversificazione della catena di approvvigionamento globale, che si allontanerà sempre più dalla Cina. La regione trarrà vantaggio anche dall’indebolimento del dollaro e dalla stabilità dei tassi d’interesse”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

La situazione economica regionale è rimasta debole durante l’ultimo trimestre 2022 e l’Asian Development Bank ha tagliato le previsioni per il 2022 dello 0,1%, portandole al 4,2%. La Banca ha abbassato anche le previsioni per il 2023 dal 4,9 al 4,6%. L’andamento dei settori nel periodo in esame è stato chiaramente più difensivo: i titoli finanziari, le telecomunicazioni e la sanità hanno sovraperformato, mentre l’energia, le materie prime e la tecnologia hanno perso terreno. I titoli finanziari hanno beneficiato dei margini di crescita dei tassi d’interesse. La Banca del Giappone è intervenuta nuovamente sui mercati valutari per sostenere lo yen, ma la mossa del governatore Kuroda di aumentare il limite di rendimento delle obbligazioni a 10 anni dallo 0,25% allo 0,5% ha colto di sorpresa gli investitori. Lo yen ha registrato un forte rialzo sulla notizia rispetto al dollaro Usa.

I due principali fattori che hanno contribuito alla performance trimestrale positiva sono stati l’indebolimento del dollaro Usa, che ha sostenuto il rimbalzo delle azioni dei mercati emergenti, e la riapertura dell’economia cinese. In particolare, i titoli cinesi negoziati a Hong Kong e negli Stati Uniti hanno registrato i maggiori guadagni percentuali dopo che durante il 2022 avevano toccato i minimi storici di valutazione. Tra i mercati emergenti asiatici, l’Indonesia ha registrato una sottoperformance, in quanto gli investitori hanno preso profitto sui Paesi orientati alle risorse e a causa del nuovo codice penale approvato dal governo, che indica una forma di Islam meno tollerante.

I principali eventi geopolitici si sono concentrati in Cina. Il Presidente Xi Jinping ha consolidato il suo potere assoluto durante il 20° Congresso del Partito Comunista Nazionale, ma ha dovuto affrontare grandi tumulti in tutta la Cina contro la sua politica draconiana di “tolleranza zero”. La Cina continua ad aumentare la sua pressione su Taiwan e le intrusioni nello spazio aereo e marittimo di Taiwan hanno raggiunto il livello più alto dal 1949. “In questo contesto generale, l’allocazione settoriale del nostro portafoglio è stata incrementata nei titoli finanziari, dove ci aspettiamo un netto miglioramento dei margini di interesse. Siamo ancora per lo più coperti sull’esposizione allo yen, data la nostra visione positiva sull’euro rispetto alla maggior parte delle valute. Le valutazioni delle azioni regionali restano a nostro avviso interessanti”, conclude Zimmermann (nella foto).

L’inflazione persistente potrebbe spingere i tassi europei tra il 4 e il 6%

Secondo Volker Schmidt, lo scenario più probabile è che la Bce porti i tassi al 4%. Per combattere l’inflazione, tutte le banche centrali dovranno agire in sinergia per scongiurare un continuo aumento dei tassi.

“Mentre in autunno le diverse banche centrali in molti casi hanno alzato i tassi di 75 punti base, di recente il ritmo è sceso a 25/50 punti base. Tuttavia, se nel 2023 si dovesse riscontrare un’inflazione più ostinata di quanto molti attualmente ipotizzano, allora dovremo convivere ancora a lungo con questi rialzi”. È la previsione di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

A dicembre, le banche centrali di tutto il mondo, inclusa anche la Bank of Japan, hanno alzato ulteriormente i tassi. A livello formale, la BoJ si è limitata ad ampliare l’intervallo obiettivo per i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni da -0,25%/+0,25% a -0,5%/+0,5%. Tuttavia, dato che in tal modo i rendimenti dei titoli interessati sono aumentati dallo 0,25% allo 0,5%, consideriamo questo intervento un aumento dei tassi. Dal Canada agli Stati Uniti, dall’Eurozona alla Svizzera e dalla Norvegia alla Gran Bretagna, a dicembre i tassi di riferimento sono stati rivisti al rialzo ovunque: sette in un colpo solo. Altri rialzi dei tassi seguiranno nel 2023, ma il ritmo sta rallentando.

Per quando riguarda l’Eurozona, lo scenario più probabile è quello che vede i tassi arrivare al 4%, un compromesso tra le necessità di raffreddare la domanda, ancorare le aspettative d’inflazione a un livello basso ed essere cauti nel superare i rialzi dei tassi. Non si può escludere anche un rialzo dei tassi che arrivi al 6%: nel 2023 l’inflazione nell’Eurozona supererà nuovamente il 6% in media, superando quella degli Stati Uniti. E questo singolo elemento da solo potrebbe già giustificare un livello di tassi d’interesse del 6%, dato che per combattere l’inflazione nel lungo periodo, i tassi di interesse di riferimento dovrebbero essere più alti del tasso di inflazione. Tuttavia i programmi di sostegno del governo lavorano contro le misure restrittive delle banche centrali. L’ultimo scenario è quello della terapia d’urto, sotto forma di aumento dei tassi di interesse di riferimento all’8%, come in Ungheria: una extrema ratio che è però tendiamo a escludere.

“In ogni caso, sarà l’inflazione a tenere banco”, conclude Schmidt (nella foto). “L’inflazione nella sua forma attuale è globale e può essere combattuta soltanto insieme: ogni banca centrale deve fare la sua parte e nessuna può agire da sola. Non è concepibile che l’inflazione rimanga alta solo nell’Eurozona e scenda stabilmente sotto il 2% nel resto del mondo. Ed è ancora meno concepibile che l’inflazione possa scendere stabilmente nell’Eurozona, rimanendo alta nelle altre principali economie. O le banche centrali si muovono insieme o non raggiungeranno l’obiettivo. E se non ci riusciranno rapidamente, i tassi d’interesse potrebbero continuare a salire, sia nell’Eurozona che a livello globale”.

Ethenea: le borse dicono che la recessione sarà debole

I fattori di forza dell’economia Usa nel 2022 (consumi e occupazione) iniziano a vacillare, ma il mercato azionario sembra non temere una flessione rilevante dell’economia.

“L’inversione della curva dei rendimenti segnala che gli operatori del mercato obbligazionario ritengono probabile una recessione economica nel 2023. Inoltre la spesa per i consumi e il mercato del lavoro, che sono stati sorprendentemente robusti nel 2022, sembrano cedere. Tuttavia, il mercato azionario, sembra propendere per una flessione relativamente contenuta”.  È l’analisi di Philip Bold, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

I consumatori sono considerati la spina dorsale dell’economia, soprattutto negli Stati Uniti. L’andamento della spesa dei consumatori rappresenta quindi un buon indicatore della salute economica di un Paese. A fronte del doppio impatto dell’aumento dei prezzi (vedi generi alimentari e la benzina) e dell’aumento dei tassi d’interesse (ad esempio sui mutui), lo stress subito dai consumatori nel 2022 è stato il peggiore degli ultimi decenni. Nonostante questo, la spesa per consumi si è rivelata sorprendentemente solida. Sebbene il calo del Pil statunitense nel primo e secondo trimestre si qualifichi, secondo una regola generale, come recessione, quest’ultima ufficialmente non è mai esistita. Tutto ciò ha generato una certa confusione. La crescita negativa del primo trimestre era dovuta al deficit commerciale, mentre la crescita negativa del secondo trimestre era in gran parte dovuta al calo delle scorte. La spesa per i consumi, invece, ha continuato a crescere in modo robusto per tutto l’anno, mentre il contesto sfavorevole del 2022 lasciava intendere tutt’altro.

La forza dei consumi è stata in parte dovuta ai risparmi in eccesso generati dalla crisi del Covid-19, che hanno agito da buffer. Grazie alla combinazione di aiuti governativi e minori spese durante le restrizioni anti-Covid, il tasso di risparmio della popolazione statunitense era aumentato sensibilmente. La Federal Reserve stima che negli anni 2020 e 2021 sono stati risparmiati complessivamente 2.300 miliardi di dollari aggiuntivi. D’altro canto, la solidità del mercato del lavoro ha sostenuto la crescita dei consumi. Alla fine dell’anno, il tasso di disoccupazione del 3,7% si attestava ancora attorno al minimo storico degli ultimi decenni. La stragrande maggioranza della forza lavoro è quindi ancora occupata.

Oggi, tuttavia, entrambi i fattori stanno vacillando. I risparmi in eccesso dei tempi della pandemia si sono gradualmente ridotti a partire dal terzo trimestre 2021. Il calo di queste eccedenze e l’incertezza economica penalizzano la fiducia dei consumatori. Nell’ultimo sondaggio del censimento delle famiglie statunitensi, circa il 40% degli intervistati ha dichiarato di avere difficoltà ad arrivare a fine mese. La pressione sulle fasce di reddito più basse si sta facendo evidente. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro sta invertendo la rotta. Sebbene le notizie sui blocchi delle assunzioni e dei licenziamenti provengano soprattutto dal settore tecnologico, sono interessati un po’ tutti i settori. Gli indicatori anticipatori del mercato del lavoro, ad esempio le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione, confermano questa tendenza. Tutto questo eserciterà un’ulteriore pressione sul comportamento di spesa dei consumatori.

“Il contributo positivo che le spese per consumi fornivano al PIL ancora nel 2022, sembra dunque essere in forse per il 2023. E con i cambiamenti sul mercato del lavoro anche la recessione avrà via libera. Oppure no? L’inversione della curva dei rendimenti segnala una probabile recessione economica. Il mercato azionario, d’altra parte, ha già perso molto terreno nel 2022, il che ha normalizzato in parte le valutazioni, ma una recessione dei profitti sul versante delle imprese avrebbe un ulteriore impatto negativo. Sebbene tutti parlino di recessione, il mercato azionario, che anticipa l’andamento dell’economia reale, sembra prendere in considerazione soltanto una flessione relativamente contenuta”, conclude Bold (nella foto).

Andrea Scauri: nel 2023 possibili rendimenti a due cifre per i mercati

La prossima recessione non sarà una ripetizione del 2002 e del 2008, ma una normale recessione che le banche centrali sapranno contrastare. Turbolenze finanziarie solo tra il secondo e terzo trimestre 2023.

“La prossima recessione sarà la più anticipata della storia. Le previsioni attuali della maggior parte delle case di investimento sono così cupe come non lo sono state per decenni. Noi però ci aspettiamo un risultato molto migliore per il 2023 rispetto a quello che la maggioranza si aspetta ora. Non sarebbe sorprendente vedere un rendimento a due cifre entro la fine del prossimo anno per la maggior parte dei mercati”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

Nel complesso, il 2022 è stato un anno molto negativo per le attività finanziarie in generale. E le previsioni per il 2023 delle case di investimento sono altrettanto scure. Secondo Bloomberg, la previsione media della variazione annuale prevista per lo S&P è negativa per la prima volta da anni, o forse addirittura da sempre. Ciò dimostra che la prevista recessione degli utili è più che prevista, anche se i numeri effettivi da una prospettiva bottom-up non lo riflettono ancora. Gli utili saranno un aspetto negativo, ma non nella misura che molti si aspettano ora.

L’esposizione azionaria complessiva agli Stati Uniti è vicina ai minimi storici. Di recente, dopo l’ultimo rally, si sono registrati piccoli rialzi, ma il quadro generale è ancora nettamente sottotono. Gli acquisti retail negli Stati Uniti continuano a diminuire. Da un punto di vista puramente contrarian, le vendite al dettaglio in corso sono un fattore che giustifica una prospettiva positiva per il prossimo anno. Questa fase di smobilitazione delle vendite al dettaglio era più che attesa dal 2021 e può certamente durare ancora per un po’. Tuttavia, il livello di euforia è stato chiaramente eliminato dal mercato e il sentimento di euforia è ormai superato. Ma non è solo il sentiment e il posizionamento depresso dei retail, ma anche quello degli istituzionali, a lasciare molto spazio alla normalizzazione anche l’anno prossimo. L’allocazione azionaria rispetto a quella obbligazionaria è già ai minimi della crisi e la propensione al rischio è peggiore rispetto al Covid e alla crisi del 2008.

Un’altra ragione principale delle nostre previsioni positive per il 2023 è la storia e la stagionalità. Il 2023 è un anno pre-elettorale. Gli anni pre-elettorali sono generalmente molto rialzisti. La performance media negli anni pre-elettorali è del 16,9% per lo S&P negli ultimi 70 anni. Ma questa statistica diventa ancora più interessante se consideriamo l’anno precedente. Il 2022 non è stato un normale anno di medio termine, ma si è concluso con una perdita consistente per gli indici globali. E quando accade, l’anno successivo risulta ancora più positivo. Dal 1950 ci sono state otto volte in cui l’S&P ha chiuso l’anno di metà mandato con un rendimento negativo. Ogni volta, l’anno successivo alle elezioni si è rivelato positivo, con un rendimento medio del 25%. È inoltre piuttosto raro avere due anni consecutivi di perdite.

“Non ci sembra che questa sia una ripetizione del 2008 o del 2002”, conclude Scauri. “Si tratta di una normale recessione con un’inflazione molto elevata, che viene contrastata da un’azione decisa delle banche centrali. Tale azione potrebbe creare o meno un incidente finanziario. Probabilmente lo farà e questo sarào il motivo di alcune turbolenze nel secondo/terzo trimestre. Ma questo è normale ed è già successo molte volte in passato e siamo andati avanti. Con i tassi d’interesse ora molto più alti rispetto agli ultimi 10 anni, le banche centrali hanno almeno lo spazio e le munizioni per reagire a qualsiasi evento imprevisto”.