Luglio 26, 2026
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Creare un portafoglio alternativo investendo in Startup e PMI innovative. Che metodo utilizzare?

Il “focus investor” o “investimento selettivo” è una strategia idonea a creare un portafoglio totalmente decorrelato e orientato alla crescita nel lungo termine. Gli esempi di Charles Munger e Warren Buffet.

Di Alberto Villa*

Per trattare l’argomento proposto dal titolo, conviene partire dal presente. I mercati azionari, infatti, dopo aver scontato nei propri indici le previsioni di effetti positivi della vaccinazione di massa sulle economie e sugli utili aziendali, soffre adesso l’assenza di nuovi spunti macro capaci di dare continuità al trend rialzista pluridecennale che sembra essere arrivato al capolinea.

Nessuno sa quanto possa durare questa fase di assestamento, e molti danno per scontata una prossima (e ampia) correzione del mercato. Qualunque cosa succeda, potrebbe essere arrivato il momento di valutare un comportamento “innovativo” nella composizione di un portafoglio di investimento, prendendo in considerazione una strategia notevolmente differente rispetto alle classiche due strategie di investimento azionario: a) la gestione attiva e b) gli investimenti-indice (gestione passiva). I gestori dei fondi comuni di investimento, naturalmente, sposano la prima 

strategia, poiché preferiscono gestire attivamente l’acquisto e la vendita di azioni e creare un asset di titoli sulla scorta delle previsioni di mercato di specifici settori e/o aree geografiche. L’investimento-indice, invece, è dominato dall’approccio “buy-and-hold”, cioè “acquista e conserva”. Esso consiste, per esempio, nell’acquistare quote di alcuni ETF (Exchange Traded Fund), che replicano fedelmente gli indici sui quali si intende diversificare il portafoglio nel lungo periodo, e tenerli per molti anni salvo eventi straordinari che ne consigliano l’alleggerimento o la vendita.

Ovviamente, esistono sostenitori del primo e del secondo metodo. In entrambi i casi, per l’investitore finale il principio sarà comunque quello di minimizzare il rischio attraverso la più ampia diversificazione. In riferimento ad entrambe le strategie, il pensiero comune è che in un portafoglio diversificato alcuni titoli saliranno e altri scenderanno, e che i rialzi dei primi superino i ribassi dei secondi. Questo tipo di approccio è utilizzabile nel caso di un portafoglio costituito da startup?

In linea di fatto e di principio, la “legge” della diversificazione vale anche in questi asset. Infatti, non è conveniente, né opportuno, avvicinarsi alle startup acquistando azioni di una sola o due società al massimo, qualunque sia la quota complessiva del patrimonio che si vorrà destinare a questi asset.

Chiarite le premesse, è utile analizzare come un “investitore selettivo” – scuola Munger o Buffett, per intenderci – agirebbe:

– scrupolosa selezione di pochi investimenti, effettuati sulla base dell’effettivo potenziale intrinseco della società, con l’obiettivo di realizzare alti rendimenti nel lungo termine;

– conservazione in portafoglio di queste partecipazioni e, in relazione alle società non quotate (come una startup), “vigile attesa” del momento in cui attuare una exit strategy, che in genere coincide con la quotazione in Borsa;

diversificazione in un ragionevole assortimento di titoli, con differenti rapporti di rischio/rendimento.

Pertanto, è evidente che l’investitore selettivo si differenzi da altre figure quale il Business Angel. Infatti, a differenza del secondo, per il primo l’importante è scegliere le partecipazioni giuste, e attendere il realizzarsi delle condizioni per monetizzare il potenziale incremento di valore intravisto nella fase dell’investimento iniziale. Solo dopo il periodo considerato (non inferiore a 5 anni) sarà possibile vedere questo potenziale, oppure non vederlo affatto e incassare le conseguenze di una scelta errata. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il successo della strategia da “investitore selettivo” ricade sia nelle attività preparatorie (studio del business plan e dei bilanci prospettici, conoscenza del management e delle sue caratteristiche, studio del mercato e dei competitor etc), sia nel calcolo delle probabilità di insuccesso: più questo calcolo è accurato, minori saranno le possibilità di insuccesso; più è accurata la scelta del “mix” di startup, maggiore sarà la probabilità che l’eventuale fallimento si limiti ad una o due iniziative sul mix ideale di 7-10 partecipazioni presenti in portafoglio.

Ritornando alle due strategie “classiche”, è difficilmente immaginabile trovare uno strumento che replichi un indice delle startup o PMI innovative italiane o comunitarie. Così come è impensabile di voler suddividere la somma che si desidera investire in modo paritetico tra tutte le società presenti e ottenere così una buona diversificazione. Esistono holding e società di investimento che predispongono dei portafogli potenziali, ma il problema rimane quello di determinare qual è il reale rischio/rendimento del portafoglio complessivo, poiché per le startup è più complicato determinarlo rispetto agli altri strumenti finanziari più classici, come i fondi comuni di investimento.

Inoltre, con un portafoglio del genere risulta inopportuno concentrarsi sull’andamento del prezzo nel breve-medio periodo, poiché in questo particolare mercato bisognerebbe tenere sotto controllo le variabili che determinano la creazione di valore per ogni singola società nel tempo, e la via meno complicata è quella di una selezione accurata ma numericamente non eccessiva (poche startup, ma buone). Infatti, eccedere con la convinzione che aumentare il numero dei singoli titoli possa ridurre la rischiosità del portafoglio, in un settore come questo può essere un errore che studiosi e investitori del calibro di Buffett o Munger hanno sempre sottolineato.     

Resta una domanda: vale la pena creare un portafoglio composto da questi titoli azionari così poco liquidi e ad alta rischiosità? La risposta è insita nel metodo dell’investitore selettivo. Si tratta di un cambio di paradigma: tutto il sistema finanziario, dai gestori ai consulenti, non vede altro che i prezzi insiti negli strumenti finanziari, non la creazione di valore. Invece, la scrupolosa valutazione della società, del team che la compone e del mercato di riferimento ha lo scopo di svincolare la reddittività dell’investimento dalle tradizionali oscillazioni di prezzo, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle “occasioni di valore nel tempo”.

Così facendo, si sceglie un comportamento – e non un semplice insieme di asset – idoneo a realizzare una decorrelazione tra la componente startup e le altre presenti nel patrimonio. Decorrelare un portafoglio di investimento tramite il “comportamento selettivo”, e non tramite una selezione di asset differenti, è il risultato di questo approccio.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor

Crowdfunding, nel 2020 trend in crescita. Tutti i numeri di campagne, piattaforme e investitori

La raccolta media del 2020 passa a 648.000 euro per singola campagna (+37%). L’incognita più evidente riguarda l’emanazione delle nuove regole europee nel 2021 e le modifiche conseguenti che le piattaforme di Crowdfunding dovranno affrontare in futuro.

Di Alberto Villa*

Già nel 2019 il volume di emissioni in Crowdfunding era notevolmente aumentato rispetto agli anni precedenti, segnando un progresso del 65% rispetto all’anno precedente ed un totale di 68 milioni di euro raccolti in circa 400 campagne; ma è stato nel 2020 che la raccolta complessiva, nonostante la pandemia, ha avuto un vero e proprio “boom” che ha superato ogni più rosea previsione (103 milioni, +52% rispetto al 2019).

Pertanto, la pandemia non ha avuto riflessi negativi come invece si è sperimentato nella raccolta di liquidità attraverso i canali tradizionali, ed anzi oggi i numeri sono molto incoraggianti; anzi, si potrebbe persino pensare che il Covid abbia influenzato positivamente la raccolta del 2020, poichè i primi numeri del 2021 – come vedremo – riscontrano il trend rialzista.

Infatti, anche il volume medio è aumentato: 33 campagne hanno raccolto più di un milione di euro ciascuna, ed è aumentata anche la raccolta media per ogni campagna, che passa da 472 mila a 648 mila euro. La parte del leone è stata svolta dai veicoli d’investimento immobiliare, holding che investono in startup e PMI innovative: le 12 campagne di successo hanno visto più che raddoppiata la raccolta media, passando da 700 mila a quasi 2 milioni.

Altri dati interessanti riguardano l’obiettivo minimo e l’overfunding. In sostanza, nel predisporre le campagne di raccolta, le piattaforme online programmano quella che è definita raccolta minima (o obiettivo minimo) per verificare che l’operazione si possa chiudere con successo. Anche in questo caso si è avuto un incremento, così come nell’overfunding, cioè l’importo raccolto oltre il minimo programmato.

Si è assistito ad un incremento della concentrazione nelle prime 6/7 piattaforme che nel 2020 rappresentano il 95/97% di tutta la raccolta nel Paese, con un ampliamento del 7/8% del mercato.

Per quanto riguarda gli investitori, invece, i dati sono in controtendenza. Infatti, è cresciuto il totale dell’investimento medio, e questo dimostra che chi già utilizzava questo strumento per diversificare il suo patrimonio ha incrementato le proprie quote. Tuttavia, è diminuito il numero totale degli investitori. I più sofisticati, comunque, hanno preferito come strumento i veicoli d’investimento, aumentando gli importi ma apprezzando maggiormente la scelta di essere assistiti da soggetti specializzati rispetto all’investimento diretto.

L’incognita più evidente – che lascia gli operatori del settore con il fiato sospeso – riguarda l’emanazione delle nuove regole europee nel 2021 e le modifiche conseguenti che le piattaforme dovranno affrontare.

Alberto Villa

In considerazione di tutti questi numeri, possiamo estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto, è prevedibile che ci saranno delle modifiche alla normativa nel prossimo futuro, ma la situazione straordinaria ha costretto diversi imprenditori a cercare soluzioni alternative per poter ottenere quella liquidità necessaria per i propri progetti che i canali tradizionali bancari non riescono atavicamente a soddisfare.

I numeri indicano che, riguardo agli investitori, si tratta ancora di un settore di nicchia. Infatti, l’investimento medio non supera i 5.000 euro, e chi utilizza le piattaforme preferisce investire al massimo 1.000 euro in settori che hanno per lui un impatto emotivo piuttosto che speculativo. Invece, chi utilizza questi asset come diversificazione del patrimonio – quindi un investitore che potremmo definire “evoluto” – investe somme più cospicue, ma preferisce affidarsi a soggetti specializzati in grado di diversificare il rischio per i portafogli che investono anche in Startup e PMI innovative.

* Consulente Finanziario Autonomo, socio AIAF e partner di M&V Private Corporate Advisor