Inflazione sempre lontana dagli obiettivi delle banche centrali ma “più moderata”. Europa già in lieve recessione, mentre gli USA la eviteranno di un soffio. Nel 2023 mercati finanziari più resilienti.
Come sarà questo 2023 relativamente alla crescita economica, e come si comporteranno i mercati finanziari? Rispondere non è facile, ma l’inizio del nuovo anno è uno dei rarissimi momenti in cui gli uffici studi delle grandi corporation bancarie riescono a dare previsioni obiettive e totalmente slegate dalle esigenze del proprio conto economico, per cui vale la pena fare un giro di orizzonti.
Secondo GOLDMAN SACHS, la crescita globale è rallentata nel 2022 a causa di una spinta alla riapertura decrescente, inasprimento fiscale e monetario, restrizioni Covid in Cina e crisi immobiliare e guerra Russia-Ucraina. La crescita globale è prevista nella misura dell’1,8% nel 2023, poiché la resilienza degli Stati Uniti contrasta con una recessione europea e una riapertura irregolare in Cina. Gli Stati Uniti dovrebbero evitare di poco la recessione, poiché l’inflazione core rallenta dal 5% attuale al 3% alla fine del 2023 con un aumento di ½ punto percentuale del tasso di disoccupazione. Per mantenere la crescita al di sotto del potenziale di fronte ad forte una crescita del reddito reale, la Fed dovrebbe aumentare i tassi di interesse di altri 125 punti base, fino a un picco del 5-5,25%. In ogni caso, Goldman Sachs non prevede alcun taglio dei tassi nel 2023.

Questo ciclo economico degli USA, pertanto, è nettamente diverso dai precedenti periodi di alta inflazione, sia per via del surriscaldamento del mercato del lavoro post-pandemia (che ha creato opportunità di lavoro senza precedenti), sia per la lentezza con cui la normalizzazione delle catene di approvvigionamento sta producendo disinflazione, sia perché le aspettative di inflazione a lungo termine, al momento, rimangono ben ancorate. L’Eurozona e il Regno Unito, invece, sono probabilmente in recessione, principalmente a causa del reddito reale colpito dall’impennata delle bollette energetiche. Tuttavia, Goldman Sachs prevede solo una leggera flessione, poiché l’Europa è già riuscita a tagliare le importazioni di gas russo senza schiacciare l’attività ed è probabile che beneficerà degli stessi miglioramenti post-pandemia che stanno aiutando a evitare la recessione negli Stati Uniti. Sulla base di questo scenario, che sconta un mercato del lavoro meno esuberante rispetto a quello degli Stati Uniti, la BCE potrebbe aumentare i tassi fino ad un picco del 3%.
In Cina la crescita del primo semestre è prevista più lenta, poiché l’aumento dei casi di Covid mantiene alta la cautela, ma dovrebbe accelerare bruscamente nel secondo semestre. La visione di più lungo periodo sulla Cina rimane comunque cauta a causa del lungo ribasso del mercato immobiliare e del rallentamento della crescita potenziale (che riflette la debolezza demografica e della produttività). Relativamente agli emergenti, diverse banche centrali dell’Europa centro-orientale e dell’America latina hanno iniziato ad aumentare i tassi molto prima delle loro pari. Sebbene nessuno abbia ancora chiaramente raggiunto un atterraggio morbido, l’attività è stata resiliente e l’inflazione sta ora scendendo in alcuni paesi, in particolare in Brasile.
Senza particolari spunti di novità la visione di JP MORGAN, secondo la quale l’inflazione dovrebbe iniziare a moderarsi man mano che l’economia rallenta, il mercato del lavoro si indebolisce, le pressioni sulla catena di approvvigionamento continuano ad allentarsi e l’Europa riesce a diversificare il proprio approvvigionamento energetico. Lo scenario di base vede le economie sviluppate cadere in una lieve recessione nel 2023. Tuttavia, secondo JP Morgan sia i prezzi delle azioni che – soprattutto – delle obbligazioni hanno già scontato gli eventi macroeconomici che si verificheranno nel corso del 2023, e adesso sembrano sempre più attraenti. Infatti, l’ampia correzione generalizzata dei mercati azionari ha lasciato con valutazioni eccessivamente basse alcuni titoli con un forte potenziale di guadagno e dividendi affidabili; inoltre, esistono notevoli opportunità nei titoli legati al clima e ai mercati emergenti.
“Una confluenza di eventi senza precedenti nel 2022 ha indebolito i prezzi delle attività in tutti i mercati. Raramente gli investitori hanno dovuto fare i conti con il tipo di lezioni impartite da un’economia globale che stava appena iniziando a emergere da una pandemia, affrontando misure di politica monetaria senza precedenti e un conflitto armato politicamente allargato in Europa”. Questo il commento di MORGAN STANLEY, secondo la quale la turbolenza del 2022 ora pesa pesantemente sulle prospettive di investimento per il 2023, con implicazioni che vanno dalla crescita economica, all’inflazione, alla politica della banca centrale e ai tassi di interesse; ma anche alla qualità del credito, agli utili, alle valutazioni, al sentiment degli investitori e ad altri parametri chiave. Sarà importante, per la banca americana, aiutare i clienti a identificare anche in queste circostanze così difficili le implicazioni per il portafoglio, e offrire soluzioni di investimento esclusivamente per soddisfare i loro obiettivi, rinviando al prossimo futuro i ragionamenti in ottica più speculativa.
Secondo CREDIT SUISSE, invece, è probabile che il 2023 sarà impegnativo al pari del 2022. Infatti, è quasi certo che le condizioni finanziarie rimarranno tese e il ripristino fondamentale della macroeconomia e della geopolitica possa continuare. Gli investitori farebbero quindi bene ad aderire a un solido processo di investimento e diversificare ampiamente gli investimenti, dal momento che l’era dei tassi negativi è alle nostre spalle e difficilmente tornerà nei prossimi due decenni. L’anno 2022 ha presentato agli investitori un contesto particolarmente difficile, all’interno del quale l’alta e la guerra in Ucraina hanno spinto verso l’alto i livelli dei prezzi
come mai era accaduto in così breve tempo. Inoltre, la determinazione delle banche centrali nel ridurre l’inflazione per mezzo di una stretta aggressiva della politica monetaria non fa intravedere un rallentamento degli aumenti dei tassi prima che l’inflazione diminuisca in modo persistente e strutturale. Di conseguenza, la volatilità dei mercati finanziari rimarrà elevata, e questo potrebbe creare ostacoli alla crescita. Tuttavia, gli investitori possono trovare opportunità, in particolare nel reddito fisso, seguendo un rigoroso processo di investimento in linea con i propri obiettivi finanziari a lungo termine e cercando un’ampia diversificazione, compresi gli investimenti alternativi.
Per DEUTSCHE BANK, una crescita economica più lenta nel 2023 non si tradurrà necessariamente in mercati finanziari più deboli. In effetti, i mercati potrebbero dimostrarsi più resilienti nel prossimo anno rispetto al 2022. La volatilità del mercato nel 2022 è stata esacerbata da eventi esterni e dalle mutevoli aspettative sulla probabile dimensione e velocità dell’inasprimento della politica monetaria, a fronte di un elevata e persistente inflazione. Le banche centrali hanno faticato a fornire indicazioni coerenti per il futuro, e la confusione sui mercati ha determinato brusche oscillazioni dei rendimenti obbligazionari, destabilizzando anche i mercati azionari. Pertanto, è probabile che le banche centrali e gli investitori trovino il 2023 meno complicato del 2022, sebbene l’inflazione rimarrà ben al di sopra dei livelli target della banca centrale. Peraltro, anche se si prospettano ulteriori rialzi dei tassi da parte delle banche centrali, d’ora in poi gli aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato a più lungo termine dovrebbero essere relativamente modesti, e il peggio dovrebbe essere passato; per cui, mercati obbligazionari più stabili dovrebbero, a loro volta, contribuire a ridurre la volatilità del mercato azionario.



La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.
Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.
Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.
Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.
A ben vedere, però, l’inflazione elevata ed il conseguente aumento dei tassi di interesse sono solo le ultime concause che hanno determinato la debacle dei bond in tutto il mondo, e la congiuntura odierna altro non è che il frutto di un ciclo finanziario tanto inusuale quanto inaspettato. Infatti, allorquando la Bce ha avviato la sua politica dei tassi d’interesse a zero (e addirittura negativi), nessuno si sarebbe aspettato che il calo dei rendimenti, da fenomeno temporaneo, sarebbe durato per dieci anni, definendo un fenomeno a tutti gli effetti strutturale. Tuttavia, tale fenomeno è stato alimentato da una serie di politiche espansive che, rendendo possibile tagliare i tassi di intervento delle banche centrali, hanno così eliminato del tutto i meccanismi spontanei di mercato, appiattendolo alla soglia zero per un intero decennio grazie ai generosi Quantitave Easing. In tal modo, le quotazioni delle obbligazioni, “drogate” dagli acquisti seriali da parte delle banche centrali, sono state caricate a molla verso l’alto per lungo tempo e poi crollate in soli sei mesi, rimaste improvvisamente orfane dei tassi d’interesse ultra-bassi e dell’inflazione super moderata.
L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.
C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.
Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.
In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.
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Segni di stress stanno anche aumentando sul mercato dei mutui Usa: il tasso di interesse medio su un
Per le banche centrali è diventato fondamentale combattere l’
“Nello specifico – conclude Scauri – abbiamo mantenuto in portafoglio le nostre posizioni su Atlantia e Danieli. La partecipazione in Tenaris è stata diminuita, beneficiando del grande movimento sul petrolio. Abbiamo poi mantenuto la nostra partecipazione nel settore della difesa (Leonardo), aumentando al contempo la nostra esposizione sul business della cybersecurity e ricostruendo il nostro posizionamento sul settore delle utilities, in particolare quelle esposte al business delle rinnovabili (Prysmian, Alerion, Enel). Infine, abbiamo aggiunto in portafoglio i titoli “inflation linked“, cioè Inwit e RayWay”.
La Fed ha già concluso il suo programma di acquisto di obbligazioni e a marzo e maggio 2022 ha alzato i tassi d’interesse di riferimento nel tentativo di smorzare l’inflazione. Seguiranno senza dubbio altri rialzi dei tassi. Inoltre, la Fed ridimensionerà il suo bilancio vendendo titoli di Stato e obbligazioni garantite da ipoteca oppure astenendosi dal reinvestire i titoli in scadenza. Eppure, finora gli interventi e gli annunci della banca centrale da soli non sono quasi mai riusciti a far rallentare la dinamica dell’inflazione. La Bce ha rallentato il ritmo dei suoi acquisti netti di obbligazioni senza terminarli completamente, ma ha lasciato invariati i suoi tassi d’interesse di riferimento. I rendimenti delle obbligazioni a lungo termine sono aumentati in
misura significativa, così come le condizioni per i nuovi prestiti, con i tassi sui mutui decennali al 2% in Germania, mentre negli Stati Uniti i mutui trentennali sono saliti al 5,25%, il livello più alto dal 2010. “In questo contesto, sia la Fed che la Bce alzeranno i loro tassi d’interesse. Per la Fed, pare probabile un nuovo intervallo obiettivo compreso tra il 2,5% e il 2,75%, se non leggermente superiore. La Bce, dal canto suo, dovrebbe riportare il tasso sui depositi in territorio positivo entro fine anno. Non è escluso nemmeno un aumento del tasso repo nel 2022”, spiega Schmidt.
Fare pronostici sul futuro andamento dell’inflazione appare più complesso. Se negli Usa le singole componenti incluse nel calcolo dell’inflazione sono già in calo o salgono solo lentamente, i costi degli affitti e per la costruzione di case hanno appena iniziato a crescere. In Europa, la fiammata dei prezzi dell’energia è decisiva per l’andamento dell’inflazione. Fare previsioni sull’evoluzione futura è difficile visti i possibili boicottaggi e una produzione energetica dipendente dai venti e dai livelli d’acqua. D’altra parte, ci saranno interventi governativi di dimensioni non ancora quantificabili, che ridurranno l’inflazione ma faranno salire i livelli di debito pubblico.
“Pertanto, non ci sentiamo di escludere un nuovo lieve rialzo dell’inflazione nel secondo trimestre sia negli Usa che in Europa, ma non oltre il 10%”, precisa Schmidt, “e a fine anno la dinamica inflazionistica dovrebbe rallentare. Per dicembre 2022 ci aspettiamo comunque tassi d’inflazione superiori al 5%, forse addirittura del 6%. L’andamento dell’inflazione a lungo termine nel 2023 e nel 2024 e la conseguente evoluzione dei tassi d’interesse delle banche centrali saranno tuttavia ancora più decisivi per il futuro sviluppo dei tassi a lunga scadenza. Si tratta di un’area che offre terreno fertile alle speculazioni, visto che le certezze sono ben poche.
Anche il ridimensionamento del bilancio della banca centrale statunitense e l’interruzione degli acquisti da parte della Bce potrebbero creare distorsioni. Nessuno sa chi si sostituirà alle banche centrali in qualità di acquirenti. Un aumento almeno temporaneo del rendimento dei Bund decennali all’1,25% e di quello dei Treasury Usa di pari scadenza al 3,25% nel secondo trimestre appare probabile. Dopodiché, però, il mercato dovrebbe conoscere una tregua. I rendimenti sono già saliti enormemente e le incertezze su ciò che ci riserverà il 2023 sono estremamente numerose. In ogni caso, visti gli esorbitanti tassi d’inflazione, escludiamo un’ulteriore ripresa economica sia negli Stati Uniti che nell’area euro”, conclude Schmidt.
Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare,
centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.
Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò,
trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).
Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.
In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.
Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante
nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.
A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.
I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il
I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Inoltre, il
Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.
Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la
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“Un ritmo accelerato di normalizzazione, combinato con una recrudescenza dei casi di Covid-19, potrebbe interrompere la crescita e riportare le economie in 
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“In definitiva, nel 2022 ci aspettiamo ancora rendimenti azionari superiori rispetto a tutte le altre asset class più importanti, come obbligazioni, liquidità e oro. Di conseguenza, il portafoglio dinamico resterà saldamente posizionato sulle azioni, mentre le altre asset class avranno un peso contenuto e unicamente per ragioni di diversificazione”, conclude Schmitt. “Tuttavia, dato che lo scenario positivo del mercato azionario ha chiaramente perso parte della sua forza rispetto all’anno passato, riteniamo che l’aspetto più importante per il futuro sarà la flessibilità e la capacità di adattarsi anche a scenari alternativi”.
Nel 2021, le banche centrali hanno continuato ad acquistare obbligazioni a volumi record, fornendo un forte sostegno ai
“Dati i venti favorevoli forniti dalle banche centrali, prevediamo che l’economia continuerà a riprendersi e sperimenterà un’altra ripresa”, sottolinea Schmidt. “Le prime indicazioni sono che le strozzature della catena di approvvigionamento e ii prezzi elevati dei trasporti e dell’energia si stanno gradualmente attenuando, il che ridurrebbe le
“Il nostro scenario di base prevede un ulteriore moderato aumento dei rendimenti nel prossimo anno”, spiega Schmidt. “Nel 2021, i rendimenti nell’area del dollaro Usa sono aumentati ben più di quelli nell’Eurozona, motivo per cui vediamo un potenziale di recupero alla luce della scadenza del programma Pepp. D’altro canto, l’elevata domanda da parte di investitori istituzionali come compagnie assicurative, fondi pensione, banche e hedge fund, che richiedono obbligazioni sovrane come garanzia per le loro strategie con leva finanziaria, limiterà la possibilità di 








