Luglio 26, 2026
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Possibile boom economico di medio-lungo termine, ma con effetti collaterali

Secondo Mario Cribari, i livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche. Il dollaro, strutturalmente debole, è però ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro, materie prime ed emergenti.

“L’accelerazione della campagna vaccinale e il netto miglioramento della pandemia hanno definitivamente scongiurato lo scenario di un nuovo rallentamento economico. Ci aspettiamo un boom economico di medio-lungo termine senza precedenti negli ultimi 15 anni. Fare confronti tra questa ripresa e quelle del passato è tuttavia pericoloso: la recessione sperimentata nel 2020 non è stata “classica” all’interno di un normale business cycle, e così pure la ripresa presenterà quelli che, da tempo, definiamo effetti collaterali”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del Covid. Pur prendendo atto che il peggio sembra finalmente essere alle spalle (con l’incognita tuttavia della variante delta), l’equazione non può reggere: questo non è un punto di equilibrio sostenibile e qualcosa deve cedere, prima o poi.  La coperta è corta. La domanda aggregata è letteralmente esplosa, grazie all’enorme ammontare dei sussidi, mentre l’offerta arranca. Le vendite al dettaglio si sono velocemente riportate ben sopra i livelli pre-pandemici ma la produzione industriale è ancora sotto. Le supply-chain sono ancora disastrate, le materie prime in forte rialzo, componenti e semi-lavorati in affanno, molte persone sussidiate restano senza interesse a rientrare nel circuito lavorativo e la de-globalizzazione sta accelerando. I mercati emergenti sono concentrati sulla sostenibilità del loro consumo più che sulle proprie capacità produttive per l’export. Il risultato è tanta domanda auto-indotta e un’offerta che non tiene il passo, mentre le banche centrali, intrappolate nelle loro funzione di prestatori di ultima istanza, rifiutano di prendere atto della nuova realtà.

“I livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche”, sottolinea Cribari. “Come un treno in velocità senza macchinista si spera di evitare lo scontro ma il momento della frenata è inevitabile”. Il rialzo inflattivo è atteso a livello globale, non solo in Usa, anche se con entità diverse. Stiamo già assistendo a rialzi in molti paesi e il numero di banche centrali che tornano più restrittive aumenta ogni settimana. La Fed ha ammesso che forse l’inflazione non sarà tanto temporanea e ha iniziato a parlare di tapering. Sul fronte opposto la Bce si trova in un angolo in quanto, più prima che poi, non potrà più giustificare i massicci acquisti di governativi con la scusa della pandemia.

Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’inflazione a risolvere l’equazione del nuovo equilibrio. A breve termine è probabile una fase di stasi che non darà ragione né agli inflazionisti né ai deflazionisti e in cui il mercato potrebbe continuare a sguazzare, illudendosi che i rialzi dei tassi siano ancora lontani. L’impressione è che, avendo escluso un nuovo rischio recessivo, nella migliore delle ipotesi i mercati si trovino comunque a fair value con un risk/reward molto poco allettante. Questo non significa però che bisogna restarne completamente fuori. Il basso livello di volatilità si presta all’acquisto, a basso costo, di strumenti di copertura, mentre l’elevato livello di decorrelazione rende profittevole la gestione attiva e il bottom up. La temporanea fase di stasi potrebbe favorire il recupero dei segmenti growth ed esistono ancora titoli interessanti tra i ciclici dove la ripresa non è già stata tutta scontata.

“L’Europa ha ancora spazio di recupero relativo, come il Giappone, gli emergenti stanno finalmente realizzando il loro decoupling e andrebbero incrementati su una possibile debolezza causata dal mini-rallentamento cinese. Nessun valore invece sui governativi occidentali, americani ed europei, la cui funzione di hedge indiretto in un mondo reflazionista è seriamente messo in dubbio”, conclude Cribari. “A livello valutario, il dollaro pur strutturalmente debole è ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro e materie prime. La vera alternativa però sono gli asset reali e un numero limitato di valute dai fondamentali forti, tra cui includiamo il renminbi e altre valute emergenti”.

Spirale inflattiva o ritorno alla normalità? Presto il decennale USA sopra il 2% e il bund oltre lo 0%

Secondo Alberto Conca di Zest, la risalita dei tassi sconsiglia l’investimento sui titoli governativi a favore del corporate high yield. Il contesto macro favorisce banche e lusso: da seguire Unicredit, Deutsche Bank, Kering e Swatch.

“Il rendimento del decennale USA potrebbe spingersi fin sopra al 2%, mentre i differenziali di rendimento con l’Europa rimarranno sostanzialmente stabili e il Bund tedesco potrebbe tornare in territorio positivo, anche se solo marginalmente. Questo comporta ancora poco rischio di duration nei portafogli, ma scoraggia l’investimento in obbligazioni legate all’inflazione”. È l’analisi macro-economica di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Sa.

L’acceso dibattito di investitori ed economisti circa una nascente spirale inflattiva, che si potrebbe manifestare nei prossimi mesi e anni, appartiene alla sfera degli eventi conosciuti le cui conseguenze risultano difficili da prevedere – proseguono le considerazioni di Conca. Gli elementi in gioco sono molteplici e le loro interrelazioni possono portare a risultati differenti. Oltre al supporto fornito dalle banche centrali nell’ultimo decennio, la pandemia ha portato molti governi a implementare ingenti stimoli fiscali che hanno permesso il rapido recupero dell’attività economica. La pandemia ha causato un forte shock economico, simile a quello che avviene per effetto di un disastro naturale e diverso da quello causato da una recessione più tradizionale

Le banche centrali confidano che il rialzo dell’inflazione di questi mesi dovrebbe rallentare verso l’autunno per poi stabilizzarsi intorno al famoso obiettivo del 2% a inizio 2022. Depongono a supporto di questa tesi la normalizzazione del livello di scorte nel sistema, il riequilibrio del mercato del lavoro e il recupero di produttività. Inoltre, il rialzo dei prezzi delle materie prime si dovrebbe esaurire non appena l’attività economica sarà pienamente normalizzata. 

“L’andamento del decennale Usa mostra che di fatto siamo tornati sui livelli pre-pandemici, a conferma che quello che stiamo vedendo in queste settimane non è altro che un ritorno alla normalità e una riduzione del premio per il rischio”, spiega Conca. “Le manovre fiscali potrebbero ridurre più velocemente l’output gap, quindi la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, e mantenere il tasso d’inflazione più stabilmente vicino agli obiettivi delle banche centrali. Questo a nostro avviso dovrebbe spingere moderatamente al rialzo i tassi a lunga, continuando a irripidire le curve dei tassi”.

Nell’area Euro, grazie alle manovre fiscali di supporto all’economia e ai continui interventi della Bce, crediamo che l’investimento in Corporate High Yield sia ancora premiante sia per il maggior rendimento, ma anche e soprattutto per la possibilità di un marginale restringimento degli spread. Con il Bund che potrebbe superare lo 0% di rendimento, crediamo che tutto il comparto governativi sia da evitare, in modo particolare la parte a lunga delle curve. Per il mercato azionario europeo, pensiamo che questo sia l’anno in cui il settore finanziario, e le banche in particolare, potrà continuare a recuperare parte del terreno perso negli ultimi anni. Grazie al contesto macro e alle ristrutturazioni intraprese negli ultimi anni, pensiamo che Unicredit e Deutsche Bank offrano interessanti profili di rischio/rendimento. Il settore del lusso, inoltre risulta ancora in grado di fare bene, grazie alla ripresa globale dei consumi. In questo contesto ci appaiono interessanti Kering per la qualità e Swatch come storia di ristrutturazione.

Ethenea: l’inflazione raggiungerà il picco nel secondo trimestre 2021

Per proteggersi, si può guardare a commodities, immobiliare, oro e Tips (Treasury inflation-protected securities), oltre ai titoli dei settori che riescono a trasferire l’aumento dei costi ai loro clienti. Gli asset obbligazionari con una duration più elevata saranno quelli più esposti ai rischi di perdite.

 “Le dinamiche d’inflazione a lungo termine non sono cambiate e rimangono di natura disinflazionistica. A causa di fattori provenienti da forze strutturali e da un crescente squilibrio risparmio-investimento, prevediamo che l’inflazione rimarrà debole, con un picco del livello dei prezzi nel secondo trimestre 2021, dopodiché l’inflazione si manterrà contenuta. Le maggiori banche centrali nei paesi avanzati manterranno quindi politiche accomodanti per un periodo di tempo prolungato”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea independent Investors.

Dal 2020, abbiamo visto misure monetarie e fiscali senza precedenti, finalizzate a invertire le forze deflazionistiche causate dalla pandemia ed evitare che la recessione globale si trasformasse in una depressione. Queste politiche, unitamente al lancio dei vaccini anti Covid-19 e alla progressiva riapertura delle economie, ha sollevato preoccupazioni sul riemergere di pressioni inflazionistiche.

Nell’ultimo decennio, le pressioni inflazionistiche sono state contenute e diverse economie avanzate hanno sperimentato periodi di crescita negativa dei prezzi, qualcosa che non può essere spiegato unicamente dai modelli di inflazione standard orientati alle dinamiche domestiche. I fattori chiave che hanno determinato un’inflazione contenuta e al ribasso sono stati di natura strutturale, come ad esempio il progresso tecnologico, la transizione demografica, la globalizzazione e la capacità delle banche centrali di mantenere basse le aspettative di inflazione.

“Nella situazione attuale, ci aspettiamo un aumento dell’inflazione nelle economie avanzate durante la prima metà del 2021, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, delle limitazioni dell’offerta e di un effetto base positivo, raggiungendo il picco nel secondo trimestre”, sottolinea Siviero. “Un aumento costante e moderato dell’inflazione è associato a un’economia sana, poiché incoraggia la spesa e la crescita economica. Tuttavia, se i prezzi aumentano troppo rapidamente, la perdita di potere d’acquisto può avere un impatto sugli standard di vita e più alta è l’inflazione più è improbabile che i risparmiatori ottengano un ritorno reale sul loro denaro. Gli investitori “income-oriented” e chiunque detenga liquidità saranno particolarmente colpiti dall’inflazione e anche i rendimenti degli investimenti a tasso fisso saranno inferiori. Dal momento che le banche centrali tendono a contrastare un quadro inflazionistico aumentando i tassi d’interesse, gli asset obbligazionari con una duration più elevata saranno quelli che perderanno di più. Per proteggersi, occorre affidarsi a un portafoglio ben diversificato, che includa investimenti che offrono un incremento di valore e un rendimento superiori al tasso d’inflazione”.

Andrea Siviero

“Nel mercato azionario”, continua Siviero, “i settori che possono fornire rendimenti superiori all’inflazione sono quelli che traggono vantaggio da tassi di crescita più elevati o che sono in grado di trasferire l’aumento dei costi ai loro clienti. A beneficiare dell’aumento dell’inflazione ci sono poi i beni reali.  Questo vale per le materie prime, ma anche per i prezzi degli immobili e per l’oro. Tuttavia se le banche centrali dovessero inasprire la loro politica dei tassi, questi asset potrebbero diventare meno interessanti. In alternativa, si possono considerare i Treasury inflation-protected securities (Tips), che pagano un tasso fisso, ma, essendo il loro valore capitale allineato al tasso d’inflazione, il rendimento finale include una protezione contro di essa. Infine, i “leverage loans” nei confronti di società con alti livelli di indebitamento o con un basso punteggio di credito pagano tassi d’interesse più alti e tipicamente offrono un rendimento a tasso variabile che funge da garanzia contro l’inflazione”.