Aprile 21, 2026
Home Posts tagged banche centrali (Page 3)

Lemanik: view positiva sui mercati azionari 2022. Nonostante Omicron

Secondo Andrea Scauri, l’Italia ha riacquistato il suo appeal di investimento e il suo profilo di rischio è drasticamente migliorato grazie a Draghi. Le posizioni principali in portafoglio tra i nomi europei sono Vivoryon, Euronext, The Naga Group, Danieli, Atlantia.

“Nonostante i timori legati alla variante Omicron, continuiamo a confermare la nostra visione positiva sui mercati azionari. Per il 2022 ci aspettiamo che la politica fiscale rimanga accomodante, con il lancio del piano per le infrastrutture negli Stati Uniti e l’implementazione del Recovery Fund nell’Ue. L’Italia ha riacquistato il suo appeal di investimento e il suo profilo di rischio è drasticamente migliorato grazie a Draghi”. È la view di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Special Situation.

I timori e l’incertezza sulla pericolosità della nuova variante sudafricana Omicron hanno causato un calo dei mercati azionari. I settori più colpiti sono stati quello dei viaggi, seguito dal petrolio, dalle banche e dall’automotive, mentre hanno tenuto bene i farmaceutici e le utilities. La volatilità dei mercati ha avuto un’impennata, con il VIX salito del 55% a 25 e le materie prime in calo, in particolare il petrolio per le preoccupazioni che la domanda di greggio possa diminuire con il rallentamento della ripresa a causa di una recrudescenza del virus. “Se i casi dovessero aumentare rapidamente a causa della nuova variante, la volatilità dei mercati rimarrà alta nelle prossime settimane per i timori di potenziali nuovi blocchi”, sottolinea Scauri. “Anche se ci aspettiamo che i casi aumentino a breve termine, crediamo che saranno gestiti da un’accelerazione nel roll-out della terza dose del vaccino, lo sviluppo di una nuova versione del vaccino efficace contro le nuove varianti e un’approvazione più rapida delle pillole anti-Covid che hanno dimostrato un’efficacia promettente nel prevenire sintomi gravi e ricoveri”.

L’incertezza del contesto attuale ha portato a qualche acquisto di obbligazioni, a un calo dei rendimenti e ad acquisti di oro beneficiando anche del calo dei tassi nominali Usa e nonostante un dollaro forte. La paura di una nuova e più grave variante potrebbe portare le banche centrali a rimandare i loro programmi di tapering e di aumento dei tassi di interesse, almeno fino a quando non saranno disponibili informazioni sufficienti sul pericolo del nuovo virus.

I principali rischi legati a: un aumento significativo dei casi di Covid-19 e dei tassi di ospedalizzazione, nuove chiusure prolungate che comportano un netto rallentamento dell’economia; una riduzione troppo rapida della liquidità da parte delle banche centrali; un marcato rallentamento dell’economia cinese (nell’UE, i settori più esposti al mercato cinese sono i beni capitali, l’automotive, i beni di lusso/consumo); un allargamento degli spread ad alto rendimento con un aumento delle insolvenze societarie e/o una pressione sui margini industriali a causa di un aumento troppo rapido del costo delle materie prime e dell’inflazione. “In questo contesto, le posizioni principali tra i nomi europei rimangono Vivoryon, società biotecnologica tedesco-olandese, la francese Euronext e The Naga Group, piattaforma cripto tedesca in rapida crescita”, conclude Scauri (nella foto in basso).

“Abbiamo mantenuto la nostra posizione su Danieli, che combina crescita, multipli economici e tendenze a lungo termine legate alla decarbonizzazione dell’industria dell’acciaio. Tra gli industriali, abbiamo mantenuto la nostra posizione su Atlantia, sulla base di un bilancio molto più pulito dopo la finalizzazione della cessione di ASPI, che ha portato a uno sconto significativo NAV. Il nostro posizionamento sulle banche è sostanzialmente invariato sulla base delle aspettative di aumento dei tassi di interesse. Dopo aver ridotto massicciamente il nostro posizionamento sui settori petrolifero e auto, abbiamo ricostruito la nostra partecipazione su Tenaris e Repsol a seguito della forte correzione avvenuta a fine ottobre/inizio novembre. Evidenziamo infine la nostra partecipazione su Telecom Italia”.

Politiche monetarie ancora espansive e crescita economica sostenuta per tutto il 2022

Secondo Alberto Conca di Zest, l’attuale lenta ricostituzione delle scorte è sicuramente un elemento positivo per la crescita economica. Nonostante le banche centrali si dichiarino pronte a ridurre il sostegno alle economie, le politiche monetarie sono ancora espansive.

“Storicamente, la ricostituzione delle scorte di magazzino è un volano positivo per la crescita economica fino a un anno dopo il termine della fase recessiva. Durante la fase di ripresa post-pandemica, le aziende sono state costrette a ridurre le scorte portandole al di sotto dei livelli desiderati a causa dei problemi di approvvigionamento. L’attuale lenta ricostituzione delle scorte è sicuramente un elemento di crescita economica nel 2022 e quindi, a eccezione di eventuali sorprese negative, la crescita generale rimarrà sostenuta ben oltre il prossimo anno e di ciò i mercati ne sono consapevoli”. È la view di Alberto Conca, gestore Zest.

L’aumento dell’inflazione di cui siamo testimoni negli ultimi mesi ha certamente aiutato le banche centrali nel ridurre marginalmente la crescita degli aggregati monetari. L’inflazione ha finalmente iniziato a salire verso il tanto desiderato target del 2%, al momento superato abbondantemente. Intanto i tassi di interesse, rimanendo vicini a zero o anche negativi, hanno permesso alle autorità monetarie di contenere l’onere sul servizio del debito dei governi. L’effetto combinato di aumentata inflazione e tassi ancora prossimi a zero sta marginalmente drenando liquidità e al contempo la politica monetaria rimane ancora molto accomodante. In un’ottica di lungo periodo, tale politica avrà degli esiti negativi non voluti ma al momento sta aiutando sia l’economia reale che i mercati finanziari. I tassi d’interesse sono aumentati durante l’ultimo anno ma, al contempo, i tassi reali hanno raggiunto nuovi minimi. Nonostante le banche centrali si dichiarino pronte a ridurre il sostegno monetario alle economie, le attuali politiche monetarie sono ancora più espansive di prima.

Gli effetti degli stimoli fiscali e monetari sono stati molto efficaci, particolarmente in un momento in cui vi sono diffusi colli di bottiglia nelle supply chain di molti settori dell’economia. Quello nell’industria dei semiconduttori sta per esempio causando problemi di produzione a molte industrie da esso dipendenti, come le auto. Il 38% delle banche centrali di tutto il mondo hanno aumentato i tassi durante la loro ultima riunione e tutte quelle che lo hanno fatto appartengono a economie emergenti, nessuna a paesi sviluppati. Le ragioni che hanno portato le banche centrali dei paesi emergenti ad aumentare i tassi sono legate all’aumento dell’inflazione e non a un generale “surriscaldamento” dell’economia. La maggior parte di questi paesi sta ancora combattendo la pandemia da coronavirus e il risultato è che queste economie stanno ancora crescendo al di sotto dei loro livelli potenziali.

La correlazione tra il mercato azionario e quello obbligazionario è stata positiva negli ultimi due decenni. Questa è un’indicazione del processo di disinflazione iniziato nel 1998 e della paura da parte degli investitori del verificarsi di un possibile scenario deflazionistico. L’aumento dei tassi è stato interpretato come sintomo di un’economia in via di guarigione e una chiara testimonianza che le autorità monetarie sarebbero riuscite a tenere sotto controllo la condizione deflazionaria spingendo l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Nel caso in cui la correlazione dovesse diventare negativa, cosa possibile nei prossimi trimestri, potrebbe essere un primo sintomo del fatto che gli investitori abbiano dubbi sull’effettiva capacità delle banche centrali di tenere sotto controllo l’inflazione e che il processo disinflattivo iniziato a fine anni ’90 si è esaurito. Il fatto che il decennale americano non sia salito quanto l’inflazione è un’indicazione che gli investitori si aspettano una riduzione della crescita dei prezzi al consumo nel 2022, confermando de facto la visione delle autorità monetarie. Questa situazione continuerà a essere positiva per gli asset rischiosi.

“Le problematiche inerenti alle supply chain sono state preponderanti per la crescita dell’inflazione nel 2021, ma affinché i prezzi continuino a salire, tale contingenza dovrebbe estendersi almeno per tutto il 2022”, conclude Conca. “Sebbene il processo sia lento, le scorte di magazzino hanno ripreso a crescere e questo avrà un impulso positivo per la crescita economica nel 2022”.

Ethenea: nel 2022 produzione globale su del 5%

Secondo Andrea Siviero, l’outlook 2022 della società prevede che la crescita ciclica continuerà l’anno prossimo, anche se a un ritmo più moderato. Le difficoltà saranno ancora legate alle persistenti strozzature delle catene di approvvigionamento e ai prezzi elevati dell’energia.

“La crescita ciclica continuerà nel 2022, anche se a un ritmo più moderato, poiché l’economia globale è ora entrata nel suo ciclo intermedio. Lo scenario di base per il 2022 prevede quindi una continua espansione della produzione globale a un ritmo solido di circa il 5%”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Dopo l’annus horribilis 2020, il 2021 è stato l’anno della grande ripresa dell’economia globale, sostenuta da uno stimolo politico senza precedenti e dal lancio progressivo di vaccini efficaci contro il Covid-19. La crescita proseguirà nel 2022, grazie a una forte domanda interna, una ricalibrazione della crescita verso il settore dei servizi e la ripresa del commercio globale, una volta risolti i problemi delle catene di approvvigionamento. Anche gli investimenti di capitale e l’aumento delle scorte contribuiranno alla crescita futura. Il mercato del lavoro migliorerà progressivamente, ma è probabile che resti indietro rispetto alla ripresa della produzione e, inoltre, rimarrà disomogeneo tra le regioni

“Nel 2022, gli output gap – cioè i differenziali tra produzione effettiva e produzione potenziale – si chiuderanno progressivamente e la produzione globale dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia, anche se l’economia globale dovrà affrontare diversi venti contrari e l’incertezza rimarrà elevata”, sottolinea Siviero. La persistente carenza di input, le strozzature delle catene delle forniture e l’impennata dei prezzi dell’energia potrebbero far durare più a lungo la pressione inflazionistica e consolidarla, costringendo le banche centrali a inasprire le loro politiche prima del previsto, poichè il disallineamento tra domanda e offerta rappresenta il rischio al ribasso più elevato per la crescita e il rischio al rialzo più rilevante per l’inflazione.

Per le prospettive macro e per i responsabili politici la maggior preoccupazione deriva dalla combinazione tra il rallentamento dello slancio economico e un tasso d’inflazione ostinatamente elevato. È probabile che l’inflazione rimanga elevata durante la prima metà del 2022, tuttavia nella maggior parte dei Paesi dovrebbe tornare progressivamente al target del 2% individuato dalle banche centrali, una volta che le problematiche legate al Covid-19 saranno assorbite e, di conseguenza, i prezzi si riaggiusteranno a un livello più basso. Nelle economie avanzate, le banche centrali dovranno mantenere un equilibrio tra il sostegno alla ripresa economica e il controllo dell’inflazione. Inoltre, la pandemia non è ancora completamente sotto controllo e lo sviluppo di nuove varianti contagiose presenta ancora un rischio considerevole che minaccia la ripresa.

“Il prossimo anno fornirà ulteriori indizi sul corso della globalizzazione e anche gli sviluppi macroeconomici e geopolitici in Cina e il futuro delle relazioni Usa-Cina avranno un impatto sull’economia globale”, conclude Siviero. “I leader politici di tutto il mondo dovranno scegliere se riprendere con decisione la via della collaborazione e del multilateralismo oppure votarsi al protezionismo e all’unilateralismo e queste decisioni plasmeranno la cooperazione economica, il commercio internazionale e la crescita globale negli anni a venire”.

Ethenea: mercato dell’energia sotto pressione

I prezzi del gas e dell’elettricità stanno raggiungendo livelli record, non solo in Europa. Che impatto ha questo sui mercati finanziari? Ci sono ancora interessanti opportunità d’investimento nel settore energetico?     

Il recente aumento dell’energia porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione. Tuttavia, le banche centrali di tutto il mondo non sembrano essere preoccupate della situazione. Sostengono che gli attuali picchi d’inflazione siano solo temporanei. “Per la politica monetaria, superare il crollo dell’occupazione e dell’attività economica causato dalla pandemia da coronavirus rappresenta in questo momento la priorità”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager presso Ethenea. “Pertanto al momento, gli alti costi dell’energia dovrebbero incidere limitatamente nelle decisioni delle banche centrali relative ai tassi d’interesse”.

L’inflazione e l’andamento dei tassi d’interesse delle banche centrali sono solo un fattore tra i tanti di cui tener conto nel determinare l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, aggiunge. Un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, ad esempio per i Treasury americani a 10 anni o i Bund tedeschi, è tuttora limitato grazie ai programmi di acquisto di asset delle banche centrali. “In generale, sia i consumatori che le aziende la cui produzione dipende fortemente dall’uso di energia, hanno una protezione almeno temporanea contro l’aumento dei prezzi, perché hanno stipulato contratti a lungo termine o di copertura”, spiega il dottor Schmidt. “Il fattore decisivo per loro sarà la durata dei sovraccosti dell’energia, perché a un certo punto anche il contratto più duraturo scadrà”.

Tuttavia, continua, ci sono evidenti differenze a livello di paese. “In Italia, Grecia e Francia, i consumatori ricevono già il sostegno del governo”, approfondisce l’esperto. “La Spagna ha fissato i prezzi dell’energia per l’energia idroelettrica e nucleare prodotta a livello nazionale, ha sospeso le tasse sull’energia e quindi ha frenato l’aumento dei prezzi attraverso la regolamentazione del governo”. La situazione attuale nel Regno Unito è particolarmente drammatica. Il produttore di fertilizzanti CF Industries ha chiuso i suoi impianti nel Regno Unito a causa della crisi energetica“. Ma, visto che un sottoprodotto della produzione di fertilizzanti è il CO2, essenziale per la conservazione degli alimenti, il governo è intervenuto e ha convinto CF a riprendere la produzione.

“Al momento è difficile tenere traccia di quali aziende stiano beneficiando degli sviluppi e quali stiano soffrendo”, dice Schmidt. Per i fornitori di energia in particolare, la situazione è complicata. “Da un lato, le società di servizi vogliono offrire ai loro clienti i prezzi più bassi possibili e competitivi, il che depone a favore dei contratti a breve termine tra le società di servizi e i produttori di elettricità quando i prezzi sono bassi”, spiega il portfolio manager. “D’altra parte, i contratti a lungo termine con i produttori sono importanti per le utility per fare calcoli affidabili. Ma se un utility è rimasta legata ad un livello di prezzo troppo alto per troppo tempo, sarà superata dai concorrenti che hanno effettuato coperture a breve termine in caso di un calo dei prezzi”.

L’esempio del fornitore di energia britannico Green mostra perché è importante analizzare a fondo le singole aziende quando si investe. “Green ha chiuso a causa dei regolamenti in essere, che stabiliscono che i contratti con i clienti non possono essere adattati alle attuali situazioni di mercato. Il costo di acquisto del gas è ben al di sopra del prezzo che l’azienda è autorizzata a praticare ai suoi clienti finali”. Anche se Green non è rappresentata sul mercato dei capitali né con azioni né con obbligazioni, questa è una chiara dimostrazione del fatto che un’analisi fondamentale caso per caso, così come la comprensione dei meccanismi di prezzo più importanti, è particolarmente significativa quando si tratta di società più piccole. Almeno altri sei fornitori di energia nel Regno Unito sono falliti nel solo mese di settembre perché i fornitori non sono anche i produttori di energia.

“In sintesi, allo stato attuale, le obbligazioni emesse dalle società del settore energetico difficilmente rappresentano un investimento interessante”, afferma Schmidt (nella foto). “I proprietari di reti elettriche o di gas, per esempio, oggi non pagano premi di rischio interessanti. Gli investitori li considerano giustamente a basso rischio perché il loro modello di business è scarsamente dipendente dalle variazioni dei prezzi dell’energia e solitamente sono in parte di proprietà dello Stato”. Il rischio principale è la perdita potenziale di uno o più clienti. “I chiari vincitori dell’attuale crisi energetica – conclude Schmidt – sono le società di estrazione del gas e del petrolio così come i produttori di elettricità pura, compresi i produttori di elettricità a carbone, che sono legittimamente criticati per motivi di sostenibilità se hanno dei depositi di carbone di proprietà. In Germania, questo vale solo per i produttori di elettricità a base di lignite; il carbone fossile non viene più estratto da tempo, ma viene invece importato. Al momento, per i consumatori e per le aziende che consumano energia, la sicurezza dell’approvvigionamento è prioritaria rispetto alla sostenibilità“. Lo dimostra anche il fatto che l’elettricità da carbone in Germania ha sostituito le energie rinnovabili come fonte energetica più importante durante la prima metà del 2021.

Nessuna recessione nel 2022, ma attenzione alla spirale inflazionistica

Secondo Mario Cribari di Bluestar, il caso Evergrande avrà effetti negativi sull’immobiliare cinese ma non dovrebbe contagiare nè il sistema finanziario cinese nè quello mondiale. Attese per un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario.

“I forti aumenti dei costi energetici e i colli di bottiglia nelle forniture, così come gli effetti delle politiche di stabilizzazione cinesi, rischiano di rallentare, nel breve termine, la crescita globale. L’incognita non è da sottovalutare, ma nessuna recessione in vista: tali elementi di disturbo dovrebbero infatti ridursi nel corso dei primi mesi del 2022. Il grosso rischio, piuttosto, riguarda l’accelerazione di una spirale inflazionistica che parte dalle componenti energetiche a monte e finisce a valle in un aumento dei salari, a causa dell’evidente squilibrio tra domanda-offerta di lavoro causato, tra l’altro, dalle politiche assistenzialiste implementate negli ultimi anni”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.

Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune banche centrali, meno dipendenti dai ministri del Tesoro dei rispettivi paesi, possono permettersi politiche più ortodosse altre, in primo luogo la Fed e la Bce sono ormai intrappolate nel loro ruolo di prestatori di ultima istanza del debito nazionale e/o di difensori degli spread di credito di alcuni paesi periferici. Mentre la Fed ha per lo meno cominciato a parlare di tapering e qualche dubbio, non ufficiale, trapela sulla natura non transitoria dell’inflazione, per la Bce qualunque manovra di disimpegno è assolutamente tabù. L’insistenza sulla natura temporanea dell’inflazione ha l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche di lungo termine che altrimenti rischierebbero davvero di innescare una pericolosa spirale. “È altamente probabile che le due banche centrali manterranno un atteggiamento molto lasco finché potranno, col rischio però di dover poi velocemente rincorrere senza dare tempo alle aspettative di aggiustarsi gradualmente”, sottolinea Cribari. “L’atteggiamento più ortodosso invece di altre banche centrali dovrebbe favorire la forza delle rispettive valute e la natura più solida dei propri mercati obbligazionari. La banca centrale cinese, in particolare, può ormai essere considerata la “Bundesbank” del nuovo Millennio”.

La Cina ha avuto il vantaggio di poter vedere, come in una macchina del tempo, tutti gli errori che i maggiori paesi capitalisti hanno compiuto negli ultimi 30 anni e non vuole ripeterne l’esperienza. Questo approccio può essere vincente. Il tempo della megalomania di alcune società è finito (Huarong o Evergrande) così come la penetrazione incontrollata di alcuni colossi tecnologici in ambiti non di loro stretta competenza, con effetti sociali a volte deleteri per le future generazioni. La Cina vuole fare il salto di qualità in termini di percezione della propria solidità, frenare gli eccessi e incentivare gli investimenti in settori ad alto valore aggiunto considerati strategici a livello nazionale (TikTok e videogames non lo sono di certo). Il caso Evergrande potrebbe avere effetti piuttosto negativi sull’immobiliare cinese ma non contagerà né il suo sistema finanziario né quello mondiale.

“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo regime inflazionistico dovesse diventare più grave o avere ripercussioni economiche”, conclude Cribari (nella foto). “Un rialzo dei tassi avrà conseguenze sulle valutazioni azionarie di alcuni settori e titoli in particolare e potrebbe causare la definitiva rotazione settoriale a favore dei segmenti più ciclici/value. Nessuna bolla sui big cap tecnologici ma ci attendiamo un recupero relativo importante, in parte già realizzato, dei settori più old economy. Nei momenti di volatilità, che potranno essere ben peggiori di quelli appena sperimentati, non si avrà sollievo dalla detenzione delle solite obbligazioni statali, di certo non di quelle americane o europee. Consigliamo di privilegiare i real asset a sfavore delle obbligazioni, a eccezione di nicchie particolari o dei governativi (e corporate di qualità) cinesi o dei mercati emergenti. Le materie prime si trovano in un nuovo super-ciclo di crescita ma vanno trattate con attenzione. Il dollaro è destinato a svalutarsi ma un’alternativa di valore non è certamente l’euro”.

Lemanik punta sull’equity. Scenario favorevole a energia e titoli finanziari

Si prospetta uno scenario di crescita economica robusta, inflazione strutturalmente più alta rispetto al passato anche se in calo rispetto ai livelli attuali e bassi tassi di interesse. L’equity guida la ripresa con i settori delle “riaperture”.

“Nonostante le forti performance di mercato che potrebbero portare a potenziali correzioni minori, a nostro avviso lo scenario generale continua a essere favorevole all’equity. Continuiamo a preferire i titoli e i settori coinvolti nel “reflation trade” e nelle “riaperture”, come energia e finanziari”. È la view di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High growth.

I mercati azionari globali hanno continuato a seguire una tendenza al rialzo nel mese di agosto, con l’S&P500 e il Nasdaq che hanno raggiunto nuovi massimi storici. Anche i mercati azionari europei sono stati positivi, mentre gli indici dell’Asia-Pacifico hanno sottoperformato a seguito del recente inasprimento normativo da parte del governo cinese su vari settori e le dichiarazioni del presidente Xi Jinping a favore di una più equa distribuzione del reddito, accennando così al rischio di nuove restrizioni su ulteriori settori o alla possibilità di una maggiore pressione fiscale per i più ricchi. Una stagione dei resoconti particolarmente positiva e i timori che le banche centrali abbandonino troppo in fretta i piani di stimolo hanno più che compensato il rallentamento dello slancio positivo della crescita globale rispetto ai mesi precedenti, causato dalla diffusione della variante Delta e da problemi con varie catene di approvvigionamento.

Nel frattempo il discorso del presidente della Fed Powell al simposio virtuale di Jackson Hole ha confermato i toni generalmente accomodanti. Powell ha confermato che, salvo imprevisti – soprattutto in termini di pandemia – l’obiettivo della Fed è quello di iniziare a ridurre il ritmo degli acquisti di asset quest’anno, ma anche che il tapering non è un preludio a un’imminente stretta sui tassi di interesse. Per quanto riguarda i prossimi passi, una riduzione degli acquisti sembra ancora molto probabile per novembre o dicembre. Il prossimo rapporto ufficiale sul mercato del lavoro sarà fondamentale in questo senso.

Lo scenario  continua comunque a essere quello di una crescita economica sempre robusta, un’inflazione strutturalmente più alta rispetto al passato anche se in calo rispetto ai livelli attuali e tassi di interesse sempre bassi, poiché le banche centrali devono sostenere e finanziare le politiche fiscali aggressive dei governi. I rischi principali sono legati a molte variabili: un’eventuale decisione inattesa da parte delle banche centrali di far salire troppo rapidamente i tassi di interesse a lungo termine mentre l’economia è ancora in ripresa; un marcato allargamento degli spread ad alto rendimento, con un aumento del numero di società in preda all’insolvenza e/o una pressione sui margini operativi a causa di un aumento troppo rapido del costo delle materie prime e dell’inflazione; un ritorno dell’instabilità politica interna.

“In questo contesto, nel nostro portafoglio restiamo selettivi e concentrati su pochi nomi di qualità”, conclude Scauri. “È il caso di Danieli, che combina crescita, multipli a buon mercato e tendenze a lungo termine legate alla decarbonizzazione dell’industria dell’acciaio. Abbiamo aumentato la nostra posizione sulle banche dopo la performance negativa di inizio luglio. Tra gli industriali, abbiamo aumentato la nostra posizione su Atlantia, sulla base di un bilancio molto più pulito dopo la finalizzazione della cessione di Aspi”.

Scenario di forte ripresa economica, con l’incognita della variante Delta

Secondo Mario Cribari, per l’inflazione si sta aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018. L’elevato peso dei titoli FANG nell’indice S&P 500 costituisce una sorta di “freno di emergenza” a un potenziale peggioramento dello scenario economico.

“Nonostante la gravità legata alla variante Delta e delle future possibili varianti, riteniamo probabile uno scenario di forte ripresa economica. L’elevato tasso vaccinale, l’auspicata estensione globale del green pass, una maggiore sensibilità politica nel voler evitare i lockdown, una maggiore resilienza economica, elevate riserve di risparmio e una robusta crescita del Capex (flussi di cassa in uscita per investimenti) depongono a favore di questa ipotesi. L’inflazione non sarà tuttavia temporanea e a un certo punto, ma sicuramente in ritardo, le banche centrali occidentali dovranno prenderne atto mentre poche altre avranno agito in maniera preventiva e lungimirante”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il picco raggiunto da alcuni dati macro, la forte riduzione dei tassi di interesse e la martellante attenzione mediatica riservata alla variante Delta sembrano far temere un imminente nuovo rallentamento economico. I fatti però delineano chiaramente, almeno per ora, una prima fase di boom economico, che non si vedeva da decenni, seguita da una fase più moderata ma pur sempre superiore al “new normal” post 2008. Da decenni non si vedevano interventi fiscali così massicci, sia improduttivi di breve termine che produttivi di lungo termine. E per una volta l’Europa si è dimostrata unita e lungimirante con il suo Recovery plan. Negli Usa invece sono stati facilmente approvati gli “helicopter money” e le varie sovvenzioni che stanno distorcendo il mercato del lavoro mentre sul resto si continua a negoziare.

Nel frattempo l’economia Usa cresce comunque a ritmi compresi tra il 6% – 8% reale. Le imprese, dopo lo spavento del 2020 e i colli di bottiglia nella produzione, stanno tornando a ricostituire scorte e a investire in capacità, spesso rilocalizzando parte della produzione dall’estero, per evitare rischi futuri e aggirare possibili tariffe. La crescita economica riguarda gran parte dei paesi, non solamente gli Usa. In Europa ci si attendono ritmi di crescita molto simili, per non parlare della Cina che dopo l’eccezionale 2020 è attesa in crescita del 6.5%. Solo un nuovo grave shock pandemico potrebbe invertire la tendenza. “Continuiamo a ritenere che per l’inflazione si stia aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018”, sottolinea Cribari. “L’inflazione non sarà temporanea anche se ci vorrà ancora qualche mese di evidenza per convincere il mercato che ancora si affida alla presunta, ma sempre smentita, onniscienza dei banchieri centrali”.

Mentre qualche banca centrale comincia a correre ai ripari con politiche più ortodosse, la Fed e la Bce per motivi simili nicchiano. La prima deve poter permettere allo stato americano di finanziarsi a basso costo comprando essa stessa una buona parte di nuovo debito, mentre la Bce ha impellenza assoluta di continuare a finanziare i faraonici debiti periferici mantenendo stretti gli spread. Intanto la Cina, che già aveva scelto di intervenire meno espansivamente nel 2020, si è addirittura imbarcata in politiche di controllo restrittive a 360 gradi che hanno causato un moderato rallentamento economico e una decisa sottoperformance borsistica. In questo momento le autorità cinesi sono impegnate in un difficilissimo equilibrismo per conciliare una crescita decente con la sua sostenibilità futura.  Ha intanto suscitato molto scalpore la notizia degli interventi alla “cinese” da parte del governo sulle società di tutoring scolastico. La Cina vuole ammonire le società che si quotano solo sul Nasdaq e non a Hong Kong e incentivare quelle società tecnologiche che effettivamente creano un valore aggiunto di know how reale al paese.  Con tali misure, apparentemente estreme, Pechino si sta realmente attrezzando per diventare la prima potenza mondiale. È paradossale che per batterla occorra prenderne spunto, piuttosto che fare l’esatto contrario, esattamente quello che gli Usa non ammetteranno mai.

“A livello di scelte di investimento, restiamo convinti che vista l’elevata dispersione dei rendimenti e le continue rotazioni settoriali il bottom up possa rivelarsi la chiave del successo. A livello aggregato continuiamo a ritenere che il risk/reward non sia favorevole e una correzione compresa tra 5-15% sia possibile”, conclude Cribari. “Al momento ci sentiamo di escludere per ora scenari peggiori viste le caratteristiche, considerate difensive, dell’S&P 500 il quale resta l’indice di riferimento globale. L’elevato peso dei titoli FANG – acronimo delle iniziali di Facebook, Amazon, Netflix e Google (FAANG se vi si aggiunge anche Apple – costituisce una sorta di “freno di emergenza” implicito. L’altro lato della medaglia però non ci fa prevedere grosso potenziale a causa delle loro valutazioni elevate. Ecco perché occorre favorire, moderatamente, alcuni ciclici che sono tornati interessanti.  A livello geografico consigliamo di riaccumulare i mercati emergenti, Cina in particolare, mentre restiamo negativi sulle obbligazioni, soprattutto sui governativi occidentali. Infine consigliamo di diversificare su materie prime, infrastrutture, minerari, energetici, motivo per il quale una percentuale minima di dollari è giustificata”.

Corporate bond, da scegliere quelli delle aziende farmaceutiche e dei beni di consumo

Secondo Volker Schmidt di Ethenea, i  premi al rischio delle obbligazioni societarie sono scesi in misura significativa e sono vicini ai minimi storici. Adesso anche un portafoglio molto prudente può arrivare al 10% di esposizione azionaria.

“Nel contesto attuale, nel portafoglio Ethna-DEFENSIV ci concentriamo su obbligazioni di qualità con rating da positivo a molto positivo, integrando anche posizioni del segmento high yield, al fine di realizzare una performance aggiuntiva. In questo caso, puntiamo su aziende con business model stabili, appartenenti a settori relativamente indipendenti dai cicli economici, come per esempio i beni di consumo e i prodotti farmaceutici”. Queste sono le indicazioni di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Nel primo semestre 2021, due temi hanno dominato i mercati obbligazionari, soprattutto negli Stati Uniti, ossia l’inflazione e l’aumento dei rendimenti. A maggio, l’inflazione ha raggiunto il 5%, mentre l’inflazione media annua prevista per i prossimi dieci anni è salita a un massimo del 2,6% circa. I rendimenti dei Treasury Usa decennali sono anch’essi saliti, passando un rendimento pari allo 0,9% a inizio anno all’1,7% alla fine del primo trimestre 2021. Ciononostante, la Fed ha mantenuto invariata la sua politica di sostegno monetario, con bassi tassi d’interesse a breve termine e acquisti di obbligazioni, in quanto gli Stati Uniti sono ancora molto lontani dall’obiettivo della piena occupazione. Inoltre, secondo la banca centrale statunitense, gli attuali picchi d’inflazione non sarebbero che un fenomeno transitorio.

Per ora, quindi, la Fed si attiene alla sua politica monetaria, anche se i toni si fanno sempre più restrittivi. L’intenzione della Fed di monitorare da vicino l’andamento dell’inflazione e la domanda di obbligazioni in dollari da parte dei fondi pensione e degli investitori esteri hanno fatto sì che nel secondo trimestre l’aumento dei tassi d’interesse si interrompesse e i rendimenti dei titoli di Stato Usa a dieci anni tornassero all’1,5%. Per contro, da aprile la Bce ha accelerato il ritmo degli acquisti di obbligazioni governative e societarie, senza però riuscire a impedire del tutto l’aumento dei rendimenti a lungo termine, bensì solo a mitigarlo.

“Le misure di politica monetaria adottate dalle banche centrali hanno assicurato condizioni di finanziamento favorevoli. Di conseguenza, gran parte delle aziende è riuscita a finanziarsi sul mercato dei capitali a condizioni interessanti”, spiega Schmidt. “I premi al rischio delle obbligazioni societarie sono scesi in misura significativa e sono vicini ai minimi storici in tutte le classi di rischio. Una serie di banche centrali di minori dimensioni, come la Bank of Canada o la Bank of England, ha nel frattempo iniziato a ridimensionare gradualmente le proprie politiche monetarie accomodanti. È probabile che nei mesi a venire la Federal Reserve segua questi esempi, il che dovrebbe portare a un nuovo aumento dei rendimenti nel medio termine. Se, contrariamente alle aspettative, la banca centrale porterà avanti i programmi di sostegno, ciò dovrebbe sostenere lo scenario di rendimenti bassi negli Usa, ma farà anche crescere il rischio di un eccessivo aumento dei di tassi d’inflazione”.

“In questa situazione, manteniamo un posizionamento prudente nel portafoglio Ethna-DEFENSIV”, conclude Schmidt. “In un contesto che vede i rendimenti salire solo lentamente e alla luce della crescita economica sostenuta e dell’aumento degli utili societari, desideriamo sfruttare le opportunità offerte dai mercati azionari portando l’esposizione azionaria del fondo al 10% circa. Al contempo abbiamo ridotto la duration del portafoglio obbligazionario a circa cinque anni: questi livelli ci sembrano al momento adeguati, in quanto il rischio causato da tassi d’inflazione eccessivi e dall’aumento dei rendimenti è limitato, mentre i rendimenti offerti in questo segmento di scadenze sono ancora ragionevoli, soprattutto per le emissioni denominate in dollari”.

Possibile boom economico di medio-lungo termine, ma con effetti collaterali

Secondo Mario Cribari, i livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche. Il dollaro, strutturalmente debole, è però ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro, materie prime ed emergenti.

“L’accelerazione della campagna vaccinale e il netto miglioramento della pandemia hanno definitivamente scongiurato lo scenario di un nuovo rallentamento economico. Ci aspettiamo un boom economico di medio-lungo termine senza precedenti negli ultimi 15 anni. Fare confronti tra questa ripresa e quelle del passato è tuttavia pericoloso: la recessione sperimentata nel 2020 non è stata “classica” all’interno di un normale business cycle, e così pure la ripresa presenterà quelli che, da tempo, definiamo effetti collaterali”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del Covid. Pur prendendo atto che il peggio sembra finalmente essere alle spalle (con l’incognita tuttavia della variante delta), l’equazione non può reggere: questo non è un punto di equilibrio sostenibile e qualcosa deve cedere, prima o poi.  La coperta è corta. La domanda aggregata è letteralmente esplosa, grazie all’enorme ammontare dei sussidi, mentre l’offerta arranca. Le vendite al dettaglio si sono velocemente riportate ben sopra i livelli pre-pandemici ma la produzione industriale è ancora sotto. Le supply-chain sono ancora disastrate, le materie prime in forte rialzo, componenti e semi-lavorati in affanno, molte persone sussidiate restano senza interesse a rientrare nel circuito lavorativo e la de-globalizzazione sta accelerando. I mercati emergenti sono concentrati sulla sostenibilità del loro consumo più che sulle proprie capacità produttive per l’export. Il risultato è tanta domanda auto-indotta e un’offerta che non tiene il passo, mentre le banche centrali, intrappolate nelle loro funzione di prestatori di ultima istanza, rifiutano di prendere atto della nuova realtà.

“I livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche”, sottolinea Cribari. “Come un treno in velocità senza macchinista si spera di evitare lo scontro ma il momento della frenata è inevitabile”. Il rialzo inflattivo è atteso a livello globale, non solo in Usa, anche se con entità diverse. Stiamo già assistendo a rialzi in molti paesi e il numero di banche centrali che tornano più restrittive aumenta ogni settimana. La Fed ha ammesso che forse l’inflazione non sarà tanto temporanea e ha iniziato a parlare di tapering. Sul fronte opposto la Bce si trova in un angolo in quanto, più prima che poi, non potrà più giustificare i massicci acquisti di governativi con la scusa della pandemia.

Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’inflazione a risolvere l’equazione del nuovo equilibrio. A breve termine è probabile una fase di stasi che non darà ragione né agli inflazionisti né ai deflazionisti e in cui il mercato potrebbe continuare a sguazzare, illudendosi che i rialzi dei tassi siano ancora lontani. L’impressione è che, avendo escluso un nuovo rischio recessivo, nella migliore delle ipotesi i mercati si trovino comunque a fair value con un risk/reward molto poco allettante. Questo non significa però che bisogna restarne completamente fuori. Il basso livello di volatilità si presta all’acquisto, a basso costo, di strumenti di copertura, mentre l’elevato livello di decorrelazione rende profittevole la gestione attiva e il bottom up. La temporanea fase di stasi potrebbe favorire il recupero dei segmenti growth ed esistono ancora titoli interessanti tra i ciclici dove la ripresa non è già stata tutta scontata.

“L’Europa ha ancora spazio di recupero relativo, come il Giappone, gli emergenti stanno finalmente realizzando il loro decoupling e andrebbero incrementati su una possibile debolezza causata dal mini-rallentamento cinese. Nessun valore invece sui governativi occidentali, americani ed europei, la cui funzione di hedge indiretto in un mondo reflazionista è seriamente messo in dubbio”, conclude Cribari. “A livello valutario, il dollaro pur strutturalmente debole è ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro e materie prime. La vera alternativa però sono gli asset reali e un numero limitato di valute dai fondamentali forti, tra cui includiamo il renminbi e altre valute emergenti”.

Spirale inflattiva o ritorno alla normalità? Presto il decennale USA sopra il 2% e il bund oltre lo 0%

Secondo Alberto Conca di Zest, la risalita dei tassi sconsiglia l’investimento sui titoli governativi a favore del corporate high yield. Il contesto macro favorisce banche e lusso: da seguire Unicredit, Deutsche Bank, Kering e Swatch.

“Il rendimento del decennale USA potrebbe spingersi fin sopra al 2%, mentre i differenziali di rendimento con l’Europa rimarranno sostanzialmente stabili e il Bund tedesco potrebbe tornare in territorio positivo, anche se solo marginalmente. Questo comporta ancora poco rischio di duration nei portafogli, ma scoraggia l’investimento in obbligazioni legate all’inflazione”. È l’analisi macro-economica di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Sa.

L’acceso dibattito di investitori ed economisti circa una nascente spirale inflattiva, che si potrebbe manifestare nei prossimi mesi e anni, appartiene alla sfera degli eventi conosciuti le cui conseguenze risultano difficili da prevedere – proseguono le considerazioni di Conca. Gli elementi in gioco sono molteplici e le loro interrelazioni possono portare a risultati differenti. Oltre al supporto fornito dalle banche centrali nell’ultimo decennio, la pandemia ha portato molti governi a implementare ingenti stimoli fiscali che hanno permesso il rapido recupero dell’attività economica. La pandemia ha causato un forte shock economico, simile a quello che avviene per effetto di un disastro naturale e diverso da quello causato da una recessione più tradizionale

Le banche centrali confidano che il rialzo dell’inflazione di questi mesi dovrebbe rallentare verso l’autunno per poi stabilizzarsi intorno al famoso obiettivo del 2% a inizio 2022. Depongono a supporto di questa tesi la normalizzazione del livello di scorte nel sistema, il riequilibrio del mercato del lavoro e il recupero di produttività. Inoltre, il rialzo dei prezzi delle materie prime si dovrebbe esaurire non appena l’attività economica sarà pienamente normalizzata. 

“L’andamento del decennale Usa mostra che di fatto siamo tornati sui livelli pre-pandemici, a conferma che quello che stiamo vedendo in queste settimane non è altro che un ritorno alla normalità e una riduzione del premio per il rischio”, spiega Conca. “Le manovre fiscali potrebbero ridurre più velocemente l’output gap, quindi la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, e mantenere il tasso d’inflazione più stabilmente vicino agli obiettivi delle banche centrali. Questo a nostro avviso dovrebbe spingere moderatamente al rialzo i tassi a lunga, continuando a irripidire le curve dei tassi”.

Nell’area Euro, grazie alle manovre fiscali di supporto all’economia e ai continui interventi della Bce, crediamo che l’investimento in Corporate High Yield sia ancora premiante sia per il maggior rendimento, ma anche e soprattutto per la possibilità di un marginale restringimento degli spread. Con il Bund che potrebbe superare lo 0% di rendimento, crediamo che tutto il comparto governativi sia da evitare, in modo particolare la parte a lunga delle curve. Per il mercato azionario europeo, pensiamo che questo sia l’anno in cui il settore finanziario, e le banche in particolare, potrà continuare a recuperare parte del terreno perso negli ultimi anni. Grazie al contesto macro e alle ristrutturazioni intraprese negli ultimi anni, pensiamo che Unicredit e Deutsche Bank offrano interessanti profili di rischio/rendimento. Il settore del lusso, inoltre risulta ancora in grado di fare bene, grazie alla ripresa globale dei consumi. In questo contesto ci appaiono interessanti Kering per la qualità e Swatch come storia di ristrutturazione.