Aprile 17, 2026
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Berkshire Hathaway tra i titoli “Garp” su cui puntare nel 2024

Tra i titoli azionari più promettenti secondo l’approccio GARP (Growth at a reasonable price) troviamo Paylocity, Berkshire Hathaway, ResMed, Alphabet/Google e Assa Abloy.
 
Di Christian Schmitt*
 
La suddivisione binaria dell’universo azionario in titoli value growth è molto diffusa, ma comporta due problemi principali. Per gli investitori value, che si concentrano sulla ricerca di azioni che vengono scambiate ben al di sotto di quello che viene percepito come il valore corretto, il pericolo più grande è la cosiddetta trappola del valore, che si verifica quando l’azienda ha persistenti problemi sui fondamentali e, di conseguenza, il titolo mantiene permanentemente un prezzo basso o addirittura continua a perdere valore mentre gli utili diminuiscono.

L’investitore growth, che si concentra sulla forte crescita fondamentale attesa e spesso non pone particolare attenzione sulla valutazione, corre invece il rischio che il prezzo dei titoli cali drasticamente se non vengono centrate le aspettative di crescita. Per evitare i punti deboli dei due approcci e sfruttarne i punti di forza, con il fondo Ethna-DYNAMISCH evitiamo di investire in società a basso costo prive di crescita strutturale o, al contrario, in quelle che mostrano una crescita rapida, ma con valutazioni che rispecchiamo aspettative esagerate per il futuro. Il punto di equilibrio è costituito dalle aziende che crescono strutturalmente, ma hanno una valutazione ragionevole, che le rende un punto di ingresso interessante rispetto alle loro prospettive di crescita future. Questo approccio è noto anche come investimento GarpGrowth at a reasonable price (crescita a un prezzo ragionevole).

Di seguito, cinque titoli presenti nel portafoglio azionario Ethna-DYNAMISCH che soddisfano questi requisiti e offrono prospettive interessanti da qui alla fine del 2024.

Berkshire Hathaway. Probabilmente non servono presentazioni, quanto piuttosto un momento di riconoscimento per il gigantesco conglomerato di Warren Buffett. Per quasi 60 anni, Berkshire Hathaway ha perseguito una strategia di capitalizzazione di incredibile successo, utilizzando i flussi di cassa costanti delle sue attività (assicurative) per effettuare ulteriori investimenti, famosi per lo stile di investimento value, che si sono spesso rivelati degli ottimi affari. Sebbene lungo il suo percorso abbia consolidato molte grandi aziende, Berkshire detiene ancora un massiccio portafoglio di investimenti in società quotate, per ben 379 miliardi di euro. A giugno 2023, Berkshire risultava un grande azionista, se non il maggiore, di Apple, Bank of America, American Express, Coca-Cola, Kraft Heinz, Moody’s, Occidental Petroleum e Mitsubishi. E l’elenco potrebbe continuare. Con una liquidità straripante di 130 miliardi di euro, investita prevalentemente in buoni del Tesoro a breve termine con rendimenti superiori al 5%, Berkshire beneficia anche dell’attuale contesto di tassi di interesse elevati.

Paylocity fornisce soluzioni software su cloud per la gestione delle risorse umane e delle buste paga. Finora l’azienda controlla soltanto una piccola quota, a cifra singola, di un mercato potenziale enorme e questo le conferisce un grande margine di crescita. L’azienda sta crescendo rivoluzionando i modelli di business tradizionali del settore, sta entrando in segmenti di mercato contigui e amplia costantemente la propria offerta di servizi. Sebbene Paylocity mostri i tassi di crescita tipici di una giovane società tecnologica disruptive, sta già generando profitti, con margini paragonabili a un’azienda matura del cloud computing. Inoltre, Paylocity beneficia del contesto di tassi d’interesse in aumento – cosa piuttosto insolita per un titolo growth – poiché investe i fondi amministrati per conto dei clienti in titoli overnight, quindi negoziati a cavallo della chiusura dei mercati. Pertanto, l’attuale contesto di tassi di interesse elevati si rivela positivo per i bilanci di Paylocity.

ResMed è leader di mercato nelle apparecchiature respiratorie per pazienti affetti da apnea ostruttiva del sonno (Osa), una forma di respirazione disturbata durante il sonno che può portare a gravi malattie cardiovascolari. Il titolo è stato recentemente sottoposto a un’enorme pressione a causa del successo del nuovo farmaco dimagrante GLP-1, dal momento che l’obesità è un importante fattore di rischio per l’Osa. Questa pressione appare però esagerata: in primo luogo, l’obesità è solo uno dei molteplici fattori di rischio; in secondo luogo, nella stragrande maggioranza dei casi i pazienti continuano ad aver bisogno di un dispositivo respiratorio anche dopo una significativa perdita di peso; infine, il mercato dei dispositivi respiratori per il trattamento dell’Osa ha resistito a molteplici scossoni in passato (ad esempio, la chirurgia bariatrica). A nostro parere, invece, tutto questo ha un potenziale effetto netto positivo per ResMed, dato che la quota di pazienti OSA che potrebbe venire meno sarà probabilmente controbilanciata da un tasso più elevato di diagnosi di apnea ostruttiva, visto che un maggior numero di persone in sovrappeso entrerà nel sistema sanitario per il loro interesse verso GLP-1, che consente di individuare casi di OSA non diagnosticati. Questo crea un profilo di rischio/rendimento del titolo molto interessante.

Alphabet/Google. La mission di Google di “organizzare le informazioni del mondo” è forse quanto di più aderente si possa immaginare per qualsiasi azienda. YouTube, Gmail, Chrome, così come Google Search, Google Maps, Google Drive, Google Foto sono diventati parte integrante della vita di molte persone. Con questo immenso database di informazioni, Google è in prima linea nella corsa all’intelligenza artificiale generativa (e alle sue opportunità di monetizzazione). Sebbene la maggior parte dei servizi di Google generi ricavi principalmente attraverso la pubblicità, che è una funzione di crescita positiva dell’utilizzo di Internet, l’azienda ha anche una sostanziale esposizione non pubblicitaria, ad esempio, servizi cloud per aziende, Google Play e vendite di hardware, così come alcuni gioiellini nascosti nel suo portafoglio di venture capital, ad esempio Waymo, la società per la guida autonoma. 

La svedese Assa Abloy combina l’esperienza manifatturiera con la tecnologia. L’azienda produce serrature elettromeccaniche che si aprono tramite tessera, scansione biometrica o Pin ed è leader di mercato con la più ampia base installata di serrature, che proteggono alcuni degli edifici più sensibili per la sicurezza, tra cui il Parlamento europeo a Bruxelles. La scala è importante, perché porta con sé il vantaggio di significative vendite aftermarket, che rappresentano circa due terzi del fatturato annuale, con elevati margini di profitto. Mentre la crescita dell’azienda è legata alla crescita del settore immobiliare, soprattutto commerciale, la quota sostanziosa delle vendite aftermarket ne riduce la ciclicità. Con una capitalizzazione di mercato di circa 23 miliardi di euro, Assa Abloy è una delle maggiori aziende industriali scandinave.

* Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.

Warren Buffett ha 130 miliardi di liquidità: correzione in arrivo? Può darsi, ma la verità è più complessa

L’atteggiamento attendista del magnate di Omaha sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che lo ha sempre contraddistinto, sommata alle aspettative di uno storno dei mercati. Nel suo caso, però, pesano anche altri fattori.

Mentre la borsa USA non accenna a tirare il fiato, ed il Dow Jones sembra lanciato in scioltezza verso il record dei 30.000 punti, aumenta il numero delle “cassandre” e di quanti giurano (ma non scommettono) su una imminente correzione dei mercati azionari. Si va dal “ritracciamento fisiologico e salutare” sperato dai ribassisti, al “big one” dei crolli delle borse mondiali auspicato dagli edge funds più speculativi. In circostanze come queste, accanto alle notizie fondate si affolla una serie di “non-notizie” che aggiungono colore e che non spiegano tutto. Una di queste è quella che vede la Berkshire Hathaway di Warren Buffett seduta su una montagna di contanti. Nel terzo trimestre, infatti, il saldo di cassa della holding è cresciuto fino a raggiungere i 128,2 miliardi di USD, in aumento rispetto ai 122,4 miliardi del trimestre precedente e, soprattutto, rispetto ai 23 miliardi del 2010, portando gli analisti a chiedersi perché la società non stia spendendo.

La domanda giusta, invece, sarebbe “quando avrà intenzione di comprare?.

E’ da ingenui pensare che il buon vecchio Warren, mito vivente di tutti gli operatori di borsa, scelga di aumentare in maniera così sfacciata la disponibilità di cassa soltanto perché prevede un crollo di borsa (come penserebbe un investitore alle prime armi), pertanto è meglio approfondire segnali e fatti concreti. Il primo di questi è il ritmo di crescita della cassa, il cui ammontare è il risultato di una progressione lunga ben dieci anni, e non dieci giorni (da qui la sua natura di “non-notizia”). E’ più probabile, quindi, che ciò sia frutto di una strategia volta ad una o più acquisizioni “pesanti”, da effettuare in futuro in aziende ritenute strategiche per il portafoglio di Berkshire.

Il problema, semmai, è “quando” queste acquisizioni avverranno.

Non è certo un caso che le ultime siano avvenute nel 2015 e nel 2017, e che da allora la società non abbia accelerato in modo significativo il suo programma di riacquisto, suscitando la curiosità di molti analisti. L’accumulo di liquidità, infatti, ha influito negativamente sulla performance delle azioni BRK, aumentate solo del 7% quest’anno (in linea con il loro anno peggiore in un decennio), mentre il Dow Jones Industrial Average e lo S&P 500 sono saliti a livelli record, portando i loro guadagni nell’anno rispettivamente al 18% e al 23%.

Non sarebbe neanche la prima volta che le strategie di Buffett generano ansia persino nelle grandi banche statunitensi. Morgan Stanley, per esempio, ha affermato che il programma di riacquisto di azioni impallidisce rispetto al saldo di cassa della società, e che gli investitori “potrebbero essere sgomenti” (altra “non-notizia”, assolutamente infondata) per via dei riacquisti minimi di azioni nel trimestre. Gli analisti di UBS, unendosi al coro, hanno ribadito questa preoccupazione, manifestando la loro sorpresa per tutta questa liquidità in eccesso. Entrambi, però, non hanno tenuto in buon conto quello che tutti sanno: Buffett non è mai stato a favore del riacquisto di molte azioni del Berkshire Hathaway, e solo nel 2018 egli ha reso più semplici i futuri riacquisti, eliminando una restrizione, in prossimità del passaggio generazionale. Questo fa capire che il riacquisto continuerà inesorabilmente al ritmo attuale, cioè lento e con basse quantità, e che si stia preferendo attuare una politica di più alto dividendo per gli azionisti, per nulla “sgomenti” per le circostanze.

Del resto, le migliori partecipazioni del Berkshire per valore sono quelle del calibro di Apple, Bank of America, Coca-Cola, Wells Fargo, American Express e Kraft Heinz; il meglio in circolazione per diversificazione, capitalizzazione e margini di guadagno. Lo stesso Buffett ha dichiarato, nel suo rapporto annuale del 2019, che “…negli ultimi anni, il corso ragionevole da seguire è stato chiaro: molti titoli hanno offerto molto di più per i nostri soldi rispetto a quelli che avremmo potuto ottenere acquistando aziende nella loro interezza … io credo che le società in cui abbiamo investito offrano un eccellente valore, che supera di gran lunga quello disponibile nelle transazioni di acquisizione che potremmo fare oggi”. In altre parole, Buffett non ha intenzione di abbandonare il suo principio fondamentale del  “buy-and-hold”, ma semplicemente non vede il mercato prezzato in modo attraente. Infatti, quando ha rilasciato la sua ultima lettera annuale agli azionisti (23 febbraio 2019), il benchmark S&P 500 non era nemmeno a 2.800; lo scorso 23 Gennaio 2020 ha chiuso ad un massimo storico di 3.317. Pertanto, se Buffett non aveva visto valore con lo S&P 500 a 2.800, di certo non lo vedrà con un 19% in più in 11 mesi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questo atteggiamento attendista sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che ha sempre contraddistinto Buffett fin dagli esordi, e gli ha permesso di arrivare dov’è adesso. Infatti, sebbene il mercato azionario abbia costantemente dimostrato che le correzioni e i mercati ribassisti vengono poi cancellati dal mercato toro, ciò non significa che le azioni salgano in linea retta; questo Buffett lo sa bene, ed è possibile che egli speri di poter comprare le aziende che gli interessano, tra qualche tempo, a quotazioni non inferiori a quelle attuali, bensì inferiori rispetto a quota 2.800 dello lo S&P 500, ossia di quel livello che lui riteneva già elevato e scoraggiante. Ciò porta a pensare che le aspettative di ribasso, nella mente del magnate di Omaha, possano raggiungere una profondità massima pari a 25 punti percentuali rispetto ad oggi (il 19% in più dell’ultimo anno, più un ulteriore sconto).

Guardando le cose da un altro punto di vista, la volontà di spendere meno soldi può trovare una motivazione anche nel desiderio di Buffett di “passare le consegne” nel migliore dei modi: egli compirà  90 anni nel corso del 2020, ed il suo piano di successione è già in atto; pertanto, invece di acquisire start-up e small cap con altissimi margini (e rischio), egli vuole investire in attività che avranno un impatto positivo immediato sul bilancio della società, conferendo maggiore stabilità finanziaria, e questo comporta la necessità di avere grande liquidità, dal momento che le valutazioni delle aziende a grande capitalizzazione sono molto più costose rispetto alle small cap.

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In definitiva, Warren Buffett ha sempre concentrato la sua attenzione sulle aziende del mondo finanziario, dei beni di consumo e, in una certa misura, dei servizi pubblici. Egli non è mai stato un convinto sostenitore della diversificazione sostenuta (il che va bene, purché tu sappia cosa stai facendo), ma della “iper-conoscenza” delle aziende da acquistare. Ciò può rivelarsi uno svantaggio quando questi settori diventano costosi, e la conoscenza di aziende con le quali non si ha grande familiarità ed esperienza richiede grandi sforzi ed energie che Buffett, in tutta probabilità, non ha più. Per questo motivo sembra che egli stia volontariamente perdendo, per esempio, il “treno” delle società biotecnologiche (che richiederebbe un lungo studio e grande dispendio di risorse), ed ancora una volta stia facendo prevalere il suo essere contro corrente, anche nella tarda età, rispetto a Wall Street.

Non è la prima volta che accade, speriamo che non sia anche l’ultima (lunga vita!).

Warren Buffet e Ray Kroc (McDonald’s), ovvero come creare ricchezza grazie agli immobili e all’economia reale

Due leggendarie storie di successo imprenditoriale, molto diverse tra loro, ma unite dal comune denominatore dei beni reali durevoli.

Il nome di Warren Buffet è quello probabilmente più pronunciato tra i professionisti della finanza e dai cultori del sogno americano. Un uomo di grande intelligenza, arrivato dal nulla, che passo dopo passo costruisce una delle aziende più ricche al mondo. Leggendaria, anche tra gli studenti di Economia, la sua capacità di creare ricchezza usando il buon senso e la pazienza.

Il suo approccio agli investimenti è sempre stato molto semplice, e consiste in quattro fasi:

– scelta di un settore di attività in cui si vuole investire;

– individuazione di una o più aziende interessanti operanti in quel settore;

– esame dei loro bilanci;

– investire “pesantemente” e per lungo tempo, tra quelle prese in esame, nelle aziende sottovalutate, in cui il rapporto tra il valore di libro (che si ottiene sommando il capitale sociale, gli aumenti di capitale intervenuti negli anni e gli utili accantonati) e tutte le azioni in circolazione è superiore o uguale al valore di borsa di una singola azione.

In sintesi, Buffett e il suo socio di sempre – sapevate che avesse un socio? Charlie Munger, il suo primo finanziatore – hanno sempre pensato che la finalità dell’acquisto di azioni sia quello di partecipare concretamente ad un business di lungo termine, e non quello di fare una speculazione di breve periodo sulla base di grafici a candela e su obiettivi di prezzo assolutamente opinabili e differenti da un analista finanziario all’altro.

Seguendo questa metodologia è nata e si è sviluppata Berkshire Hathaway, la “grande creatura” di Warren Buffet, sulla quale egli ha lavorato fin dagli anni ’70. Oggi il suo fatturato complessivo si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari USA, e il valore di mercato è pari a circa 400 miliardi di dollari.

Warren Buffett comprò le prime azioni della Berkshire (che era un’azienda tessile) nel 1962, quando crollarono fino a 8 dollari per azione. Siccome il valore dei mezzi propri era di 16,50 dollari ad azione, cominciò ad accumularne in grande quantità fino al 1965, quando raggiunse la maggioranza azionaria e ne assunse il controllo, trasformandola in una holding di partecipazioni. Il prezzo medio di acquisto, per Buffet, fu di 15 dollari ad azione; oggi ognuna di esse vale 294.000 dollari.

Negli ultimi 40 anni, i suoi azionisti hanno ottenuto una crescita del 20% annuo, anche nelle fasi di mercato molto difficili; per esempio, tra il 2000 e il 2010 il rendimento delle azioni è stato pari al 76%, contro il -11% dello S&P500 (l’indice delle prime 500 aziende USA per capitalizzazione).

la mossa vincente di Buffett fu quella di reinvestire gli utili, anziché direttamente nella produzione industriale, in partecipazioni azionarie di altre aziende sottovalutate il cui patrimonio era solido, composto da immobili, impianti industriali e macchinari; aziende, insomma, fortemente legate alla c.d. Economia Reale, e quindi capaci di durare nel tempo. Infatti, in 53 anni, le azioni Berkshire sono cresciute del 2.404.748% (20,9% l’anno), contro un andamento dell’indice S&P500 del 9,9% all’anno.

Solo negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, Berkshire ha cominciato ad investire sui gruppi finanziari americani, ma la cosa non deve sorprendere: coerentemente con il suo metodo, Buffett ha scelto le banche più sottovalutate e con dentro il più alto patrimonio proprio (immobili, uffici etc), quadruplicando il proprio investimento in pochi anni.

Dal suo portafoglio complessivo di partecipazioni, Berkshire ha ricevuto, solo nel 2018, circa 4 miliardi di dividendi, ma non è questo il suo reale guadagno. Buffett infatti realizza grandi ritorni prospettici soprattutto dagli utili non distribuiti, che nel lungo termine costruiscono valore nelle società e si riflettono sul prezzo delle singole azioni. Gli utili non distribuiti, infatti, consentono di acquistare immobilizzazioni techiche (macchinari o software) e immobili industriali (uffici nelle city), e attribuiscono valore reale all’investimento, e non semplice plusvalore finanziario, che per sua natura è destinato a sgonfiarsi nel tempo.

Questa costruzione del valore, basata sul patrimonio reale delle aziende, è impossibile da praticare nel breve periodo, dove i prezzi delle azioni sono guidati nel dagli umori di mercato e non dal business reale della compagnia.

La storia di Ray Crok eleva il mito del sogno americano a livelli altissimi, perché nel caso del fondatore di McDonald’s esso si è avverato quando lui aveva già 52 anni, e da rivenditore di frullatori ebbe l’idea di sfruttare su vasta scala l’invenzione dei fratelli Mc Donald (che finirono per essere esclusi dal business e persino dall’uso commerciale del loro stesso cognome).

Sappiamo che Buffet non ha mai amato investire nelle aziende commercialmente e geograficamente massificate, giacchè teme i devastanti effetti negativi derivanti dalla erosione della tipica posizione di monopolio in cui esse operano. Pertanto, come si spiega che egli abbia investito – e continua a farlo ancora adesso, anche se in misura minore – nelle azioni di McDonald’s?

Semplice: il vero business della famosa catena di fast food non sono gli hamburger, ma gli immobili. La formula di successo di Mc Donald’s, infatti, è unica nel settore dei fast food: comprare tutti i negozi, affittarli ai gestori in franchising, patrimonializzare il gruppo con valori reali stabili e creare cash con la vendita di hamburger e patatine fritte per consentire buoni guadagni ai franchesee e incassare i canoni di locazione senza problemi. A tal proposito, l’ex direttore finanziario Harry Sonneborn ha detto: “Non siamo nel settore alimentare, ma nel settore immobiliare. L’unica ragione per la quale vendiamo hamburger da 15 centesimi è perché sono i migliori prodotti per realizzare alti margini di incasso, con cui i nostri locatari possono poi pagare l’affitto”.

In sintesi, rispetto alle altre catene di franchising, McDonald’s ha sempre avuto una diversa strategia: invece di fare business vendendo scorte di hamburger e altro materiale di consumo ai locatari o chiedendo loro le royalties, l’azienda di Crok diventa proprietaria dei punti vendita e li affitta ai gestori, i quali hanno il vantaggio di condurre un business con un alto margine di utile grazie ad un marchio che, da solo, vale circa 60 miliardi di USD. In questo modo, McDonald’s riesce a trattenere l’82% dei ricavi generati dai canoni di locazione, mentre si accontenta di un più modesto 16% di ricavi prodotti dall’attività dei punti vendita, a cui destina la fetta maggiore delle vendite.

A ben vedere, quindi, si tratta di un circolo virtuoso che solo in apparenza poggia i piedi sul franchising, per il quale la selezione dei candidati è durissima. L’investimento complessivo necessario all’apertura di un ristorante è di circa 800.000 euro, dei quali 200.000 devono essere di proprietà del candidato e la restante parte può essere ottenuta mediante un finanziamento. L’affiliato, in cambio, dovrà corrispondere a McDonald’s l’affitto del locale, una royalty in percentuale sui profitti e un contributo al finanziamento della pubblicità nazionale.

Grazie a questa formula, l’azienda di Crok ha raggiunto dimensioni impressionanti:

  • 69 milioni: clienti serviti ogni giorno
  • 37.000: ristoranti presenti in tutto il mondo, di cui l’85% in franchising
  • 4,7 miliardi: utile netto.

Concludendo, l’attenzione al valore reale dei beni è ciò che accomuna Warren Buffet a Raymond Kroc (il primo ancora in vita, il secondo morto nel 1984). Buffet, attraverso le sue partecipazioni azionarie, ha basato il proprio successo investendo in aziende con un business solido ed un patrimonio proprio (immobili e macchinari industriali) di notevole entità, che si riflette sempre nel valore intrinseco di ogni singola azione. Crok, invece, ha “mascherato” la più grande società immobiliare del mondo con la catena di fast food più grande del mondo, investendo direttamente negli immobili e ottenendo così un “effetto leva immobiliare” che consente oggi all’azienda di avere una fonte di ricavi e utili molto stabile, nonchè un accesso pressoché illimitato alle fonti di finanziamento, soprattutto nei momenti di rallentamento dell’economia.

Niente “finanza creativa”, insomma, ma solo roba che vedi e che tocchi con le tue stesse mani: case, aerei, soldi, panini e milk-shake.

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