Molto improbabile ripetere le performance passate, ma per il 2022 si prospetta comunque uno scenario costruttivo. Positivi su azionario emergente di Cina e Brasile, negativi sul comparto obbligazionario.
“Il rischio pandemico torna a essere centrale con la diffusione globale di Omicron e decisiva sarà la reazione delle autorità governative a tali sviluppi. Davanti a questo, Il rally di Natale è a forte rischio. Le incertezze di breve termine sono aumentate mentre molti catalizzatori sono già stati scontati. I ritorni attesi per i prossimi mesi sono modesti a meno di una correzione significativa. Nel dubbio, gli investitori viste le valutazioni, le performance positive e l’approssimarsi di fine anno potrebbero vendere prima e solo in seguito porsi delle domande”. È la view di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.
Il Covid-19 ha accelerato un trend di inflazione più elevata che sarà permanente, non transitoria. Deglobalizzazione, rilocalizzazione, trasformazioni della supply chain, cambiamenti demografici, allentamento monetario, espansione fiscale, rischio geopolitico più elevato, politiche green stanno diventando tutte inflazionistiche. Stiamo passando da un’era di abbondanza a un’era di scarsità e questo scenario rischia di essere peggiorato dalla variante Omicron, per cui la prudenza è d’obbligo, ma per il 2022 si prospetta comunque uno scenario costruttivo. Una correzione significativa (cioè a doppia cifra) dei mercati azionari, per quanto siano obiettivamente molto tirati, sarebbe giustificata solo da una recessione economica che allo stato dei fatti non avrebbe motivazioni fondamentali. Sullo sfondo, a sostegno dell’asset class, restano tassi reali che si trovano ai livelli più bassi della storia e non hanno alcun senso finanziario.
A spingere comunque verso un periodo di maggiore volatilità, cioè di una correzione superiore a quel 5% che quest’anno già provocava stati di allucinazione collettiva, vi sono parecchi elementi. Oltre al nuovo frustrante peggioramento pandemico, la consapevolezza che un tasso di inflazione di almeno il 4% non sarà per nulla transitorio, banche centrali (anche la Bce) che saranno costrette a diventare meno amichevoli, rallentamenti nella produzione a causa di numerosi colli di bottiglia, un inverno caldissimo per quanto riguarda i costi energetici, equilibri geopolitici di nuovo in fibrillazione dopo la breve pausa post-trumpiana.
“In questo contesto privilegiamo l’equity, con menzione particolare a quello emergente cinese e brasiliano, mentre restiamo negativi sul comparto obbligazionario, salvo rarissime eccezioni. Qui riteniamo utile segnalare la nicchia delle obbligazioni high yield emergenti che presentano livelli di spread storicamente interessanti, un deciso pick-up di rendimento, scadenze generalmente corte e fondamentali certamente non brillanti ma neppure così disastrosi”, spiega Cribari. “In attesa di dati più chiari i ciclici sono lettera morta mentre tornano in auge i covid winners. A medio termine tuttavia, escludendo uno scenario drammatico, consigliamo di accumulare ciclici di qualità su ogni correzione. Sulle valute riteniamo che il dollaro stia sperimentando un classico overshooting, che potrebbe ulteriormente accelerare, ma che non rispecchia tuttavia le gravissime lacune del sistema economico-finanziario-politico americano: il peggio potrebbe ancora arrivare”.



Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.
Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune
aspettative inflazionistiche di lungo termine
La
“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo 
I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del
disastrate, le
Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’
I mercati stanno guardando un altro film rispetto alla realtà. La maggior parte delle valutazioni mondiali, in particolare quelle americane, sono ai massimi storici di ogni tempo, escludendo il 2000, e sono poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. L’euforia è massima e sono evidenti alcune sacche di speculazione spinte soprattutto dagli investitori retail. A fronte di elementi positivi che il mercato sta in parte già scontando, non è difficile immaginare alcuni rischi che potrebbero materializzarsi.
Gli interventi statali hanno mascherato la severità degli effetti economici della pandemia, soprattutto in Europa, per cui c’è il rischio che i veri effetti si vedranno solo nel tempo e paradossalmente proprio quando l’epidemia sarà finita. Multipli alti con aspettative di utili già aggressive (+25/40%) necessitano di ulteriori sorprese positive per essere confermate ed esiste poco spazio a riguardo. Gli interventi fiscali strutturali di lungo termine dovranno tramutarsi in realtà, in particolare negli Usa, ma è possibile che mercato ne stia già scontando gli effetti positivi sull’economia.

“Italia e Svizzera rappresentano i casi estremi di questo scenario. La prima è artificialmente tenuta in vita dalla Bce, visto che con l’indebitamento mostruoso che sta accumulando dovrebbe avere un rating non superiore a “B” e quindi un rendimento a 10 anni ben superiore a quello attuale irrisorio. All’opposto c’è la Svizzera, che pur di restare nella comfort zone della tripla A preferisce adottare restrizioni Covid-19 più leggere. Non meraviglia quindi che il franco non si schiodi dal suo valore di forza anche in momenti favorevoli. A rischio strutturale anche il dollaro, la cui supremazia assoluta potrebbe essere messa in dubbio”.
i mercati sono saliti grazie agli interventi-ponte di stati e banche centrali, nell’aspettativa che il peggio per la pandemia fosse finito e che un vaccino sarebbe presto arrivato. La velocità di inoculazione e accettazione di questi ultimi non è tuttavia così scontata e alcuni interventi strutturali di lungo termine sono lontani dalla loro implementazione. Due casi per tutti: il recovery fund europeo, per il quale passerà molto tempo prima che venga effettivamente messo in atto, e il nuovo stimolo fiscale americano, ancora non pervenuto nel penoso teatrino politico in atto nel paese.
“I mercati azionari hanno sperimentato da marzo 2020 uno dei migliori rally degli ultimi 45 anni, sottolinea Cribari. “Vi sono tuttavia una serie di elementi che depongono in favore di una correzione significativa. Al rischio economico e pandemico si aggiunge in effetti un livello di compiacenza molto alto, valutazioni ai massimi storici, aspettative sulla crescita degli utili abbondantemente a doppia cifra e un livello di speculazione retail simile a quanto visto nel 1999. Il rapporto prezzo-utili si trova il 25% sopra la media storica degli ultimi 25 anni su stime degli utili globali per il 2021 già molto elevate (crescita tra il 20% e il 35%). La correlazione inversa tra tassi e multipli spiega in parte tale eccesso e, se tutto va bene, le aspettative sugli utili potrebbero anche essere confermate. Ciò non lascia tuttavia spazio a errori o, d’altra parte, a significativi potenziali di rialzo”.
Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.
Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.
Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 







