Febbraio 14, 2026
Home Posts tagged bolla speculativa

Crisi a confronto: la bolla delle “DotCom” e quella del debito speculativo USA sulle carte di credito

Le bolle speculative sono generate tutte dai medesimi “ingredienti”. Raccontiamo una delle crisi più conosciute per capire se oggi ci troviamo in una situazione potenzialmente simile.

Di Alessio Cardinale

Com’è noto a chi ha più di 45 anni e lavora da una ventina, a metà degli anni ’90 esplose una bolla speculativa legata alla scoperta delle nuove tecnologie informatiche e alla diffusione di Internet. Osservando gli accadimenti con occhio attento e un po’ di ragionevolezza, i principi di base da cui scaturì quella incredibile speculazione sono stati, in qualche modo, predittivi. Infatti, chi sul mercato permise alle giovanissime internet companies di raggiungere sul Nasdaq valori del proprio P/E (rapporto azione/utili) pari anche a 300, era mosso dalle previsioni degli scenari economici sull’e-commerce che, in realtà, si sono verificati solo vent’anni più tardi, a seguito della pandemia.

In pratica, con la diffusione di Internet, nel 1998 si pensava che la maggioranza delle transazioni di beni di largo consumo sarebbe passata in brevissimo tempo dai negozi su strada ai personal computer. Pertanto, gli speculatori ci avevano pure azzeccato; peccato che le loro previsioni – ineccepibili, in teoria – fossero troppo “avanti”, e di questo tutti si accorsero solo quando la successiva bolla delle Dot-com esplose in tutto il suo fragore, determinando perdite anche del 99% sulle azioni della company più giovani.

Gli “ingredienti”, dicevamo. Come ogni altra crisi generata da una bolla speculativa, quella delle Dot-com si è sviluppata con la sequenza più classica:
– estrema fiducia da parte degli investitori nelle potenzialità di un prodotto/azienda,
– crescita rapida del prezzo del prodotto,
– evento negativo che fa vacillare le aspettative di importanti guadagni,
– elevati flussi di vendite concentrati in un periodo brevissimo,
– crollo finale del prezzo del prodotto.

Questa sequenza di eventi era identica ad alcune precedenti crisi del passato, come quella del boom delle ferrovie (1840), quella di automobili e radio (1920, prodromica alla Grande Crisi del 1929) e quella dei transistor elettronici (1950). Persino la bolla dei Tulipani (1637) fu caratterizzata dalla stessa sequenza di eventi, a riprova della validità teorica di queste argomentazioni, ed anche la crisi del 2007/2008 ricalca ampiamente le medesime caratteristiche fattuali; in quest’ultimo caso, però, a pesare furono anche i tanti meccanismi ingannevoli messi in atto consapevolmente dalle banche americane e dalle società di rating.

In tutti i casi precedenti (tranne il 2007/2008), il comune denominatore fu il progresso “disruptive” in una determinata tecnologia. Infatti, con la quotazione di Netscape (1994), ossia della società che sviluppò il primo browser commerciale per Internet, si può determinare la nascita della c.d. “New Economy”, che si contrapponeva alla “Old Economy” basata prevalentemente sul settore manifatturiero. In pochi anni furono fondate decine di aziende operanti in Internet e, per questo, chiamate Dot-com companies per via del suffisso .com dei loro domini.

 

Rapidamente si diffuse una certa euforia generale e una abnorme fiducia nel futuro della New economy, generata non dalle previsioni di grandi utili nel medio-lungo periodo, bensì dalle aspettative di futuri e continui aumenti del valore dei titoli azionari emessi dalle aziende del comparto Internet, a prescindere dai loro indicatori di redditività (utili prodotti, indebitamento, beni materiali, disponibilità liquide, etc). In sintesi, le aspettative si auto-alimentavano grazie ai massici acquisti di titoli .com che, di conseguenza, sostenevano prezzi in continua salita e sopravvalutazione delle società emittenti.

Improvvisamente – non per tutti – a marzo del 2000 la pubblicazione dei bilanci di queste companies rivelò risultati deludenti, e gli analisti più autorevoli si affrettarono a diffondere la paura che l’investimento nelle società del comparto potesse rivelarsi non profittevole, determinando un crollo delle quotazioni. Il Nasdaq, ossia l’indice azionario di riferimento, perse in tre giorni quasi il 9%, e nel corso del 2001 molte Dot-com companies chiusero o furono oggetto di operazioni di acquisizione e fusione. Nel 2004, a tempesta terminata, solo il 50% delle società quotate nel 2000 erano ancora attive, ma a quotazioni infinitesimali rispetto ai loro massimi. Poche le aziende solide che negli anni successivi riuscirono a crescere (Amazon, eBayApple).

Andando ai giorni nostri, è interessante capire se ci troviamo di fronte a qualche bolla, oppure se alcuni fondamentali economici piuttosto preoccupanti siano il frutto di altre dinamiche. Oggi, in apparenza, non esiste niente che possa somigliare anche lontanamente ad una classica bolla speculativa, anche perché le c.d. criptovalute – le maggiori indiziate degli anni scorsi – sono state neutralizzate accuratamente all’interno di un universo finanziario non in grado di generare un classico “effetto domino” nei settori tradizionali dell’economia. In apparenza, dicevamo. Infatti, secondo Maurizio Novelli (nella foto, gestore del fondo Lemanik Global Strategy) “il dubbio che qualcosa non va comincia a prendere spazio… Se gli investitori sapessero che le banche americane hanno una esposizione di 3,8 Trilioni di dollari di prestiti verso Private Equity e Hedge Funds sui 12,4 Trilioni di total loans, forse vedrebbero il sistema sotto una lente diversa. Così come è meglio non parlare troppo dell’esposizione di 2 Trilioni di dollari al Commercial Real Estate, che ha tassi di distress “ufficiali” ormai oltre il 12%. Sommando questi numeri, si evince come l’intero book dei prestiti del sistema bancario Usa sia esposto a credito speculativo. Tuttavia queste notizie non circolano nel mainstream e nelle narrazioni di consenso, lasciando credere che i principali driver del sistema siano i profitti di Nvidia & C”.

Novelli, peraltro, si spinge a ritenere estremamente probabile che siamo già nell’anticamera della cosiddetta “trappola della liquidità”, che oggi circola nel sistema finanziario in misura decisamente ampia e sopra la media, con un eccesso di sistema pari a oltre 2 trilioni rispetto alle normali situazioni storiche pre Covid. Ebbene, nonostante questo la Fed continua a diffondere segnali di riduzione strutturale dei tassi, e la spesa pubblica è rimasto l’unico driver di crescita post 2021.

Quella del credito speculativo americano sarebbe dunque una bolla speculativa? Partiamo da un dato: secondo il NYT ogni famiglia americana ha sulle spalle un debito medio di 17.000 dollari accumulato sulle carte di credito. Le insolvenze complessive del sistema, in teoria, non sono preoccupanti, essendo pari al 3%; il problema è che le insolvenze presso le banche più piccole sono arrivate ad un livello stratosferico (8%); e questo dovrebbe preoccupare molto, tanto più che i tassi sulle carte di credito, nonostante il taglio di 50 bps deciso dalla Fed recentemente, non sono affatto diminuiti e viaggiano tra il 24% ed il 28%.

Torniamo alla domanda iniziale: esiste un parallelismo “tecnico” tra la bolla delle dot-com e l’attuale scenario del credito speculativo americano? C’è da dire che il 2000 era un mondo completamente diverso da quello di oggi, e le aziende tecnologiche di quel tempo avevano tutte business plan strampalati, erano indebitate e non generavano utili; i loro titoli volavano in borsa solo grazie ai suffissi “net” e “.com”. Pertanto, quella era una vera bolla. L’attuale situazione sulle carte di credito potrebbe diventarlo, anche perché dalla primavera del 2020 alla fine del 2022 non sono state contabilizzate perdite su carte di credito e prestiti auto per oltre 260 mld di dollari, e questa mancata comunicazione delle insolvenze ha permesso di mantenere artificialmente alto sia il rating dei consumatori insolventi che il rating delle cartolarizzazioni di ABS, falsando le loro valutazioni di mercato. Se non è il 2007, ci siamo quasi.

La speculazione folle ha radici antiche. Il “meccanismo diabolico” della bolla dei tulipani

La bolla dei tulipani nel 1637 fu la prima grande crisi finanziaria innescata dall’utilizzo di strumenti finanziari con finalità speculative. Ecco cosa accadde veramente.

Se c’è un’epoca dove non ti aspetti di trovare bolle speculative, futures e opzioni è proprio il 16mo secolo, prima ancora della Rivoluzione Industriale. Eppure, dalla seconda metà del 1500 l’evoluta – allora come oggi – società agraria olandese divenne il laboratorio di prova della prima grande bolla che la Storia ricordi ancora oggi. A quel tempo, i bulbi di tulipano iniziarono ad essere esportati dalla Turchia in Europa e l’Olanda – conosciuto universalmente come il “paese dei fiori” – si fece promotore della loro diffusione e, negli ultimi anni del 1500, la loro coltivazione consentiva di mettere in commercio sia le qualità più comuni che le varietà più pregiate e rare, le quali vennero rapidamente considerate come merce di lusso, altamente desiderate presso la borghesia e i ricchi mercanti.

E così, la domanda di nuovi fiori superò ben presto la loro offerta, a causa del lento ciclo riproduttivo dei tulipani, cosicché i prezzi delle specie più ricercate salirono di prezzo notevolmente, tanto da considerare il bulbo del tulipano di tipo pregiato come un solido investimento per la coltivazione di fiori futuri ad alto rendimento. Si trattava, evidentemente, di una embrionale forma di “future organico” sul tulipano, le cui contrattazioni avvenivano in aste tenute in luoghi pubblici o in privato (in collegi di coltivatori e commercianti riuniti nelle locande) delle maggiori città olandesi.

L’espansione commerciale dell’Olanda – grazie al suo dominio delle vie marittime verso le Indie orientali – ed il conseguente accrescimento della ricchezza finanziaria privata favorirono la crescita silenziosa della bolla, e quando anche fioristi e commercianti delle classi meno ricche iniziarono a partecipare in modo sistematico alle transazioni su bulbi di tulipano (anche delle specie più comuni), aumentando la schiera di investitori – fino a quel momento riservata agli intenditori e appassionati appartenenti alle classi più agiate – la bolla diventò tale. Un po’ come ai tempi nostri, dove si è trasmesso l’adagio (dai più sempre inosservato) secondo il quale “…se anche il tuo salumiere parla di azioni e mercati finanziari, è il momento di vendere…”. Sarà utile notare, relativamente ai “bulbi-futures”, che la loro diffusione tra la nobiltà olandese cominciò nel 1590, ma il commercio massivo e il rialzo esponenziale dei prezzi è databile dal 1635 in poi. Di conseguenza, la bolla dei tulipani ebbe ben 45 anni per svilupparsi indisturbata, nel più totale silenzio, e questo spiega le dimensioni della rovina che lasciò dietro di sé.

Ma facciamo un passo indietro, quando ancora la crisi non era alle porte, per capirne il meccanismo “diabolico”. Ben presto, a causa della esplosione della “mania dei tulipani”, si radicò la consuetudine di prenotare in anticipo presso i contadini-coltivatori i bulbi ancora “in terra”, attraverso l’utilizzo di contratti con prezzi fissati ex-ante da onorare a scadenza. Questo stratagemma consentiva l’estensione del periodo di compravendite dai pochi mesi estivi successivi al dissotterramento dei bulbi a tutto l’anno. Ma quest’ultimo passaggio, solo in apparenza ininfluente, segnava anche un confine ben preciso tra “commercio speculativo” e “bolla speculativa”, poichè consentiva un allungamento “artificiale” del periodo di tempo in cui poter negoziare i “diritti sul bulbo”, cioè i futures sui tulipani, pagando subito solo un acconto del prezzo finale e corrispondendo il saldo alla consegna del bulbo fiorito.

LEGGI ANCHE: Scenario più favorevole al reddito fisso. Le azioni oggi valgono 20 volte gli utili previsti per il 2025

E’ proprio qui che accade il secondo (tragico) passaggio: dato che la consegna materiale avveniva a distanza di mesi, furono oggetto di negoziazione gli stessi contratti a termine già stipulati, creando così una “catena di Sant’Antonio” d’impegni che legava insieme tutti i partecipanti, con il rischio che l’inadempimento dell’ultimo acquirente avrebbe creato un effetto-domino sui precedenti acquirenti-debitori. I collegi di commercianti – una sorta di borsini locali che gestivano le contrattazioni nei vari centri abitati – non controllavano né che gli acquirenti disponessero di denaro sufficiente a saldare i debiti contratti, né che i venditori possedessero i bulbi di tulipano che s’impegnavano a cedere.

In tal modo, i prezzi assunsero rapidamente un andamento al rialzo del tutto slegato dalla realtà – come accaduto puntualmente nelle crisi finanziarie dei secoli successivi – e molti arrivarono a vendere proprietà immobiliari per poter acquistare i diritti sui bulbi più grandi e pregiati, ognuno dei quali valeva – a gennaio del 1637 – quanto “8 maiali grassi, 4 buoi grassi, 12 pecore grasse, 24 tonnellate di grano, 48 tonnellate di segale e 2 botti di vino…”. In occasione dell’ultima asta di Alkmaar (5 febbraio 1637), centinaia di lotti di bulbi furono venduti per un ammontare monetario di 90.000 fiorini (l’equivalente di circa 5 milioni di euro), e ciascun bulbo veniva venduto ad un prezzo medio pari al reddito di oltre un anno e mezzo di un lavoratore.

Il c.d. panic selling giunse nei giorni immediatamente successivi, quando ad Haarlem un’asta di bulbi andò deserta, e ciò fece precipitare i prezzi di mercato in tutto il paese. Il mercato dei tulipani crollò del tutto e le negoziazioni s’interruppero all’improvviso, e chi aveva acquistato i bulbi attraverso i contratti futures si ritrovò vincolato contrattualmente a pagarli una cifra notevolmente più elevata rispetto ai prezzi reali del momento, a vantaggio dei contadini, che possedevano i bulbi e che avevano il diritto di percepire prezzi elevatissimi per dei bulbi che ormai non valevano quasi più nulla.

LEGGI ANCHE: Separazione coniugale e assegnazione della casa familiare, un sistema illiberale a danno dei patrimoni

Questa crisi ebbe l’effetto più grave in assoluto, poiché con il crollo di febbraio il mercato di negoziazione di contratti su tulipani smise semplicemente di esistere, poiché l’impossibilità di trovare acquirenti innescò una corsa dei fioristi a vendere a qualsiasi prezzo. La lobby dei fioristi, troppo gravemente colpita, “truccò le carte” durante il gioco, e indusse la giustizia delle provincie olandesi a decretare la trasformazione dei contratti a termine (i futures) in contratti di opzione, autorizzando così i detentori dei contratti a non onorare l’impegno nei confronti dei contadini o coltivatori e pagando solo una penalità pari al 3,5% del prezzo pattuito. A pensarci bene, nel 2008 la speculazione delle banche sui mutui subprime rischiò di avere un effetto simile, portando i mercati finanziari molto vicini a cessare la propria esistenza. Si salvarono per un pelo, allora, ma i risultati rovinosi per certi versi li stiamo vivendo ancora adesso.

L’inflazione rallenta in Europa. Nvidia al di sotto delle aspettative: IA una bolla pronta a scoppiare?

L’inflazione si attenua in Europa, il Dow raggiunge un nuovo record e il mercato del lavoro USA mostra una forza sorprendente. Nel frattempo, le azioni Nvidia inferiori alle aspettative: si teme una bolla.

La scorsa settimana Nvidia ha riportato risultati contrastanti, che segnala un cambiamento del sentiment nei confronti del gigante dei microprocessori. Nonostante l’impressionante aumento del 120% del valore delle azioni nel corso dell’anno, le azioni di Nvidia hanno subito un calo del 7% nelle sedute after-hour. Il calo è legato alle crescenti preoccupazioni degli investitori riguardo alle difficoltà di produzione dei prossimi chip Blackwell e, soprattutto, alla potenziale bolla dell’intelligenza artificiale.

Eppure i mercati, stretti su pochissimi spunti al rialzo – forse uno solo, trainante, e cioè l’IA – continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno. Infatti, i mercati finanziari hanno registrato un’impennata a metà settimana scorsa (giovedì), con Wall Street sostenuta dai dati economici incoraggianti sulla crescita e l’occupazione negli USA. In quella seduta, il Dow Jones ha raggiunto un nuovo record di chiusura, guadagnando lo 0,59%, mentre a Parigi il CAC 40 è salito dello 0,84%, arrivando al livello più alto da metà luglio, alimentato da prospettive economiche ottimistiche. La borsa di Milano, infine, è salita dello 0,6%. Di contro l’oro non smette di brillare, registrando prezzi in lieve rialzo (+0,91% a 2.526 $ l’oncia) spinti dalle speranze di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve a settembre. Peraltro, le attuali incertezze economiche e geopolitiche continuano a sostenere la domanda di oro e altri metalli preziosi come argento, platino e palladio che hanno registrato ottime prestazioni, riflettendo una più ampia fiducia del mercato nei beni rifugio.

L’inflazione in rallentamento in Europa alimenta lo scenario di ribasso dei tassi. I prezzi al consumo hanno mostrato segni di sollievo in agosto, con il tasso della Germania che è sceso sotto la soglia critica del 2%, grazie a un calo del 5,1% dei prezzi dell’energia. Anche la Spagna ha riportato notizie positive, con un tasso d’inflazione sceso al 2,4%, grazie alla riduzione dei costi dei generi alimentari e del carburante. Per quanto riguarda l’Italia, la stima dell’Eurostat indica un’inflazione in calo all’1,3% (dall’1,6%). Questi sviluppi suggeriscono che l’Europa stia finalmente iniziando a vedere la luce in fondo al tunnel dell’inflazione, e una loro stabilizzazione durante i prossimi mesi segnerebbe una spinta al ribasso con alti margini di certezza per gli investitori, che a quel punto potrebbero dirigere liquidità “pesante” verso il settore obbligazionario.

Cosa potrebbe turbare questo quadro deflattivo? Il mercato del lavoro USA, per esempio, che mostra una forza inaspettata. Il 24 agosto l’occupazione negli Stati Uniti ha registrato un rimbalzo positivo, con il numero di disoccupati ufficialmente sceso di 2.000 unità a 231.000. Questo calo inaspettato evidenzia la persistente resilienza del mercato del lavoro statunitense, in controtendenza rispetto ad alcune previsioni economiche, e fa intravedere l’allontanamento di una recessione più volte annunciata con la segreta speranza di poter consentire un ciclo di ribasso dei tassi più rapido. Anche la BCE, del resto, è stata invitata ad andarci piano coi tagli dei tassi, messa in guardia da Isabel Schnabel (nella foto), membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea (BCE), contraria ad un taglio troppo rapido dei tassi e incerta sul percorso per riportare l’inflazione al 2%. Secondo la Schnabel, infatti, sebbene le prospettive di fondo della BCE suggeriscano che l’inflazione potrebbe raggiungere l’obiettivo entro il 2025, le persistenti pressioni sui prezzi, in particolare nel settore dei servizi, consigliano un approccio più graduale nell’allentamento delle politiche monetarie restrittive.

Su tutto, però, incombe la nube dell’IA, che secondo diversi analisti potrebbe essere una bolla speculativa pronta a scoppiare, alimentando preoccupazioni diffuse lungo le più disparate direzioni: dai timori di una “superintelligenza” incontrollabile alle richieste di una regolamentazione più severa da parte dei sostenitori dell’etica nel campo dell’IA. Tuttavia, la preoccupazione maggiore che scuote i mercati è legata all’eventualità di una bolla speculativa guidata dall’IA. La recente performance azionaria di Nvidia ha riacceso questi timori, mentre i giganti tecnologici continuano a riversare denaro nell’intelligenza artificiale, spesso senza ottenere rendimenti significativi a breve termine; tutti segnali tipici delle innovazioni “disruptive” che, come Internet nel 2000, hanno segnato un passaggio doloroso dei mercati prima di dispiegare i propri effetti positivi. Nonostante questi aspetti poco rassicuranti, alcuni leader del settore, come Sundar Pichai di Google, sostengono che “il rischio di sotto-investire è drammaticamente maggiore rispetto al rischio di sovrainvestire”, respingendo le preoccupazioni relative a un mercato dell’IA eccessivamente gonfiato. 

Lemanik: qualunque cosa farà la Fed sui tassi, avremo una recessione

La recessione innescata dalla crisi del credito nello Shadow Banking System. Se la Fed porterà l’economia in reflazione ci saranno problemi per i Treasuries e per la borsa. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

L’approccio storico dei policymakers americani dal 1900 a oggi prevede che le politiche monetarie diventino “schiave” delle bolle speculative create. Il problema della “bolla speculativa” è che tutti coloro che partecipano al gioco sanno che tipo di gioco stanno facendo e sanno che non può durare. L’instabilità prospettica del sistema economico e finanziario è dunque strettamente correlata alla psicologia dei giocatori che sanno di partecipare a un gioco a tempo determinato. 

In uno scenario del genere, quindi, quali strategie di investimento adottare? In considerazione degli eventi storici che hanno caratterizzato i fenomeni economici degli ultimi anni, risulta particolarmente difficile perseguire una strategia d’investimento basata sui fondamentali dell’economia e dei mercati azionari, sia short che long. I mercati azionari rispecchiano attualmente solo la propensione al rischio. Acquistare o vendere equity è come acquistare e vendere propensione al rischio, dato che non acquisti certamente azioni per i parametri fondamentali che esprimono, salvo rarissimi casi. I bond esprimeranno una volatilità decisamente elevata nei prossimi mesi, e di conseguenza anche il mercato dei cambi. Questa volatilità si trasferirà progressivamente anche ai mercati azionari.

L’attuale correzione sui bond governativi a 10y/30y è stata determinata dalla Fed. Politiche fiscali espansive e politiche monetarie reflazionistiche non sono positive per i tassi a lunga scadenza. La correzione attuale dei bond non può durare comunque molto senza procurare ulteriori effetti negativi sul ciclo e sulle variabili finanziarie, aumentando comunque il rischio di recessione anziché diminuirlo. La situazione è dunque molto più complicata di quello che gli indici di borsa tendono a far credere. In un anno elettorale è poi particolarmente difficile perseguire una sana e corretta politica monetaria e fiscale. Per questo motivo il mercato dei bond è particolarmente attraente per le opportunità (Long/Short) che può offrire per le strategie macro e per la volatilità prospettica, che avrà comunque ripercussioni significative su tutte le altre asset class e sull’economia. Allo stato attuale, è la Bce che sta perseguendo una vera politica monetaria antinflazionistica, quindi il Bund è da acquistare sulle correzioni in corso.

I mercati azionari UE si muovono in correlazione con quelli Usa, ma le prospettive macro in Europa sono poco favorevoli e l’economia è già in stagnazione e così vi rimarrà per un bel po’ di tempo. Le posizioni short equity su Eurostoxx sono vulnerabili a rialzi poco significativi. In sintesi, la potenzialità di upside del mercato azionario UE è più limitata rispetto al potenziale downside procurato da una recessione o da politiche antinflazionistiche, per cui lo scenario per l’economia UE implica recessione o stagnazione con tassi in discesa a partire dall’estate. Per questo motivo, l’Euro si prospetta rimanere debole vs USD e JPY, mentre la Banca Centrale di Norvegia vuole il cambio forte per contrastare l’inflazione importata e i tassi rimangono per ora al 4,5%.

I mercati azionari Emergenti non sono ancora pronti per uscire dalla lunga fase di crisi. Le prospettive macro su commercio globale e attività manifatturiera penalizzano la crescita ed i profitti dei listini emergenti. Anche se le valutazioni rimangono estremamente favorevoli per investimenti sul lungo periodo, allo stato attuale non ci sono ancora le condizioni per l’inizio della fase rialzista. La Cina rimane un ulteriore elemento negativo, dato il forte interscambio commerciale con l’Asia e alcuni Emergenti Latam (Chile e Brasile). L’India rimane al momento l’unico mercato interessante nell’area Emergente per la sua decorrelazione dall’economia cinese.

Se la Fed cadrà nella “trappola” di reflazionare l’economia, le aspettative d’inflazione in Usa saliranno e questo produrrà problemi ai Treasuries e alla borsa. A questo punto appare difficile scommettere su ampi ribassi dei tassi in Usa, salvo l’arrivo di una recessione che il settore finanziario americano non sarebbe in grado di reggere. Questo è appunto un altro problema: lo stock di debito speculativo nel sistema non reggerebbe una recessione e neppure una stagnazione. La Fed si trova dunque nel dilemma di reflazionare per evitare una crisi nello Shadow Banking System, che è già iniziata, ma non può farlo più di tanto senza modificare le aspettative di inflazione e provocare un rialzo dei tassi sui Treasuries. Per questo motivo credo che la bolla speculativa in corso sull’Equity Usa dovrà fronteggiare tre eventi probabili: o una recessione nel corso del 2024, o una politica monetaria non espansiva come si crede o un rialzo dei tassi a lunga procurato da una Fed che si affianca al Tesoro nelle politiche reflazionistiche.

Ovviamente, dei tre scenari probabili, la borsa ha scelto l’ultimo. Ma se in questo momento l’Equity sa sta prezzando tassi giù, tale scenario reflazionistico è destinato a trasformarsi in negativo per: 1) aspettative di rischio di ritorno dell’inflazione e 2) per un conseguente aumento dei tassi sui Treasuries. Sembra abbastanza chiaro che la Fed si trovi nella posizione di compiere “per certo” un altro policy mistake: la scelta di fare scendere i tassi o tenerli dove sono procura conseguenze comunque negative. Infatti, la Banca Centrale non ha ancora scelto cosa fare, ma sa che qualsiasi cosa deciderà, non avrà alcun impatto sul risultato finale che è comunque già scritto nei dati di bilancio delle banche e nel credito cartolarizzato: avremo una recessione innescata dalla restrizione del credito all’economia da parte dello Shadow Banking System e dall’accentuarsi della crisi bancaria in America iniziata lo scorso anno. Anche nel 2007 il governo americano continuava a pubblicare dati macro che evidenziavano sempre espansione economica, ma nel frattempo la crisi finanziaria nello Shadow Banking System era già iniziata. Mentre il Pil cresceva i fallimenti bancari erano già in corso e le insolvenze sul credito salivano. Questo dovrebbe farci capire che alcuni dati macro sono platealmente politicizzati e non sono un indicatore della solidità del sistema.

Storia dei mercati: eventi sistemici e crisi finanziarie quasi sempre procurati dagli Stati Uniti

Dal 1907 ad oggi 14 crisi finanziarie. Dieci procurate dagli Stati Uniti, una dai mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) generate da eventi esterni non prevedibili.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente abili nella gestione delle variabili finanziarie, anche se il “consenso” tende a credere che la Fed abbia il totale controllo del sistema. Dal 1900 a oggi, tutte le crisi finanziarie che si sono propagate a livello globale sono partite sempre dalla speculazione finanziaria targata Usa. La frequenza degli eventi è tale da far considerare tali accadimenti non come “tail risks” o “cigni neri“, come si tende a far credere. La storia delle crisi finanziarie è particolarmente importante perché fa capire come funziona la finanza solo se si capisce come si genera una crisi. Dal 1900 a oggi abbiamo avuto ripetuti eventi sistemici: 1907, 1921, 1929, 1971, 1973-74, 1981, 1987, 1990, 1992, 1994, 1998, 2000, 2008, 2020. Solo tre di questi eventi sono stati causati da shock esterni: nel 1973/74 la crisi petrolifera, nel 1990 la guerra del Golfo e nel 2020 la pandemia. Tutti gli altri sono stati eventi determinati da policy mistake, crisi valutarie e bolle finanziarie nell’80% dei casi.

In buona sostanza, abbiamo avuto 14 eventi sistemici in circa 113 anni, con una media di un evento ogni dieci anni circa, ma a partire dal 1987 la frequenza degli eventi si è intensificata a causa della crescita della “finanziarizzazione” del sistema, alzando la frequenza statistica di un evento sistemico ogni cinque anni circa. Analizzando gli eventi nel dettaglio, possiamo dire che nel periodo 1900-1930, le tre crisi sistemiche sono state procurate da crisi finanziarie: il panico bancario del 1907, la crisi depressiva del 1921, la crisi della borsa del 1929. Tra il 1970 e il 1981, gli eventi sono stati determinati da una crisi finanziaria procurata dal Dollaro nel 1971, uno shock petrolifero nel 1973/74 e una politica monetaria ultra restrittiva nel 1981. Quello che preoccupa è che dal 1970, su 11 eventi sistemici, ben otto sono stati determinati da crisi finanziarie e solo tre da eventi “tail risk” (Shock petrolifero, guerra del Golfo e pandemia).

Delle 14 crisi finanziarie elencate, dieci sono state procurate dagli Stati Uniti (di cui otto finanziarie), una dalla crisi del 1998 sui mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) da eventi “tail risk”, cioè non prevedibili. La mala gestione delle variabili finanziarie ha creato seri problemi nei primi vent’anni del novecento, tali problemi hanno prodotto significativi impatti sull’economia reale, al punto che si è resa necessaria un’ampia riforma della regolamentazione dei mercati. Fino al 1984/85, le riforme introdotte dopo la crisi del 1929 hanno ridimensionato la finanza nell’economia e hanno soppresso i rischi di crisi finanziarie. Ma dalla metà degli anni 80 si è avviata una costante deregulation, al punto che gli eventi finanziari sono tornati a impattare sull’economia reale con sempre maggiore frequenza. I tempi cambiano, ma i meccanismi monetari e speculativi che hanno generato le crisi sono stati più o meno sempre uguali e assolutamente simili a quelli sperimentati nel periodo 1907-1929. Da questo punto di vista, il concetto del “this time is different” non ha mai funzionato.

Tornando alla capacità di gestione delle variabili finanziare da parte degli Stati Uniti, appare evidente che storicamente tale capacità non è mai stata così evidente come si vuole far credere. Attualmente la Fed ha sorpreso i mercati con dichiarazioni ultra espansive sulla probabile traiettoria dei tassi d’interesse nel corso dei prossimi mesi. Ci si deve chiedere come mai la banca centrale abbia voluto procurare condizioni finanziarie ultra espansive, tramite il risk on dei mercati finanziari, in un contesto di economia che cresce in media al 2,5% circa nel 2023, con la piena occupazione e con l’inflazione che rischia di interrompere la sua discesa.

C’è un motivo preciso del perché è stato fatto: in realtà l’economia non è così forte come si vuol far credere, i rischi finanziari nel sistema sono fuori controllo dopo 14 anni di QE, i tassi di insolvenza stanno cominciando a crescere in modo evidente e l’economia cresce solo grazie agli interventi fiscali. Lo Shadow Banking è la principale fonte di preoccupazione. La crisi dei Fondi Pensione, del Private Equity e del Venture Capital sta iniziando a emergere in modo sempre più evidente, e le cartolarizzazioni del credito si sono completamente fermate per i CMBS (-85% y/y) e sono in netta riduzione per gli ABS (-13% y/y), che sono molto importanti per il settore del credito al consumo, il quale sostiene il 30% dei consumi interni Usa. Inoltre, il 21% del Pil Usa è fatto da consumi “finanziati” attraverso il credito al consumo, se si fermano le cartolarizzazioni l’intero settore si ferma.

Le cartolarizzazioni sono il meccanismo di trasmissione monetario più importante del sistema finanziario americano e vengono gestite prevalentemente dallo Shadow Banking System. In pratica, il principale meccanismo di trasformazione delle scadenze e di trasformazione della liquidità del sistema finanziario americano avviene su mercati illiquidi e non regolamentati. Per questo motivo abbiamo avuto le crisi del 2001 e del 2008, che si sono poi propagate al settore tecnologico nel primo caso e al real estate nel secondo. Chi non sa come funziona il mercato dei MBS, CMBS, ABS e CLO, che sono alla base del meccanismo di trasformazione della liquidità e vale circa 19 trilioni di dollari, non sa praticamente nulla di finanza americana. Quando le cartolarizzazioni si fermano, il credito all’economia si ferma e la recessione è alle porte. Ma quello che appare sempre più evidente è che i mercati finanziari non sembrano avere una consapevolezza del rischio di sistema, se mai lo hanno avuto. La manipolazione della percezione del rischio avviene tramite la compressione del VIX come indicatore del rischio di sistema. I policymakers intervengono sul VIX per comprimere il rischio percepito dai mercati. Il problema è che puoi manipolare il VIX ma non puoi modificare il rischio di sistema né i fondamentali. Quindi occorre fare una netta distinzione tra percezione del rischio e consapevolezza del rischio. La consapevolezza dipende dalla conoscenza mentre la percezione dipende da quello che ti fanno credere.

Davanti a questi rischi evidenti, la Fed si è accorta di avere spinto troppo la politica monetaria in territorio restrittivo, e ha procurato seri problemi allo Shadow Banking System, che fornisce oggi il 60% del credito all’economia. Il cedimento delle cartolarizzazioni è un indicatore evidente, la stessa cosa è accaduta nel 2007. Anche il settore delle banche regionali, che sono molto importanti per il credito alla piccola e media impresa, sono quasi tutte in stato semi fallimentare. Il tentativo di invertire la rotta con dichiarazioni dovish ha innescato un risk on sui mercati ma rischia di alimentare ulteriormente la bolla speculativa, aumentando i problemi a termine anziché ridurli. In questo modo si cerca di evitare la crisi spingendo proprio sulle variabili finanziarie che hanno messo il sistema in una posizione di vulnerabilità finanziaria. Così come gli interventi fiscali non hanno modificato i fondamentali del credito speculativo che circola nel sistema (che pesa per il 52% del Pil vs il 31% del 2007), così un ulteriore rialzo delle borse non migliorerà i fondamentali dell’economia e delle variabili finanziarie, anzi, procurerà ulteriori problemi futuri.

Di fronte al rischio di una crisi imminente, le autorità monetarie hanno deciso di spingere ulteriormente al rialzo le variabili finanziarie, nella speranza che il risk on possa attenuare i rischi finanziari attualmente in essere. E’ il tentativo disperato di continuare a spingere proprio sulla strategia che ti ha portato nella situazione critica e conferma la trappola speculativa nella quale hai infilato il sistema in anni di QE. Davanti al rischio di avere una crisi adesso si è scelto di averla più avanti, ovviamente. Il problema è che la dimensione dell’evento dipende sempre da quanto e per quanto tempo hai deciso di gonfiarlo. L’indice SPX a 5100/5200 o 5300 non modifica di un millimetro la qualità del credito speculativo in circolazione e non incide sulla dinamica dei fallimenti attualmente in corso, non riduce le insolvenze sul credito al consumo e peggiora ulteriormente i fondamentali degli asset finanziari. In questo modo, gli investitori sono sempre più propensi a ridurre le loro posizioni d’investimento e lasciano sempre più spazio alla componente speculativa, la quale alimenta una bolla speculativa ed espone sempre di più il sistema a una crisi finanziaria.

Consumatori “condannati” all’indebitamento perpetuo per sostenere la domanda di beni e servizi

Il nostro è un modello economico basato sul debito che finanzia la domanda, e non sulla crescita dei redditi. La crescita dell’indebitamento privato deve quindi essere costante e non può mai fermarsi.

di Maurizio Novelli*

A partire dal 2008, dopo la crisi dei subprime, il sistema economico mondiale è ripartito esattamente dallo stesso meccanismo che aveva provocato la crisi: debito per finanziare la domanda. Il sistema finanziario che aveva finanziato la domanda di Real Estate è passato a finanziare la domanda di consumi interni, che sono cresciuti dal 65% al 75% del PIL USA. Il 20% di tale domanda dipende solo da debito e non da crescita dei redditi, quindi il 15% del PIL USA dipende dal credito al consumo (subprime e non). I consumi americani sono diventati talmente importanti da rappresentare il 18% del PIL mondiale alla fine del 2019, quando l’intera economia della Cina è il 17% del PIL mondiale e quella della Germania il 6% (tanto per dare un’idea). La domanda finanziata ha gettato le basi per il grande boom immobiliare del 2004/2007 e, nell’ultimo ciclo, per il grande boom dei consumi interni.

Il debito estero degli Stati Uniti è passato dal 45% del PIL a fine 2007 al 90% del PIL alla vigilia della crisi da Covid. Questa è la dimostrazione che siamo ripartiti esattamente dal modello che ha rischiato di farci fallire nel 2008. A questo punto è utile fare alcune riflessioni sul modello di crescita utilizzato finora e chiedersi se è possibile ripartire ancora da li.

Il problema principale di un modello economico basato sul debito che finanzia la domanda (rispetto a quello basato sulla crescita dei redditi), è che non può permettersi il deleverage (termine che indica una riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie, ndr), dato che il motore della crescita è supportato dal debito e non dal reddito. Il modello di sviluppo, per mantenersi in equilibrio, necessita di una costante crescita dell’indebitamento, che consente ai consumatori di acquistare beni e servizi che non possono permettersi con il proprio reddito reale. Per questo motivo, la crescita del PIL può essere ottenuta prevalentemente grazie ad un crescente indebitamento, che però non può mai fermarsi. Il sistema innesca un elevato grado di sviluppo finanziario, inventando strumenti di debito speculativo finalizzati a fornire credito a tutti i segmenti dell’economia (MBS, CLO, Leverage Loans, Private Credit, ecc). Quando il modello va in crisi, l’unico meccanismo d’intervento sono i “bailout” o salvataggi a carico del bilancio pubblico, mentre la Banca Centrale è obbligata ad intervenire con il QE per impedire un deleverage che il sistema non potrebbe reggere. Il ruolo delle banche d’investimento si modifica: da consulenti d’investimento diventano i motori della raccolta di denaro da canalizzare nel sistema per sostenere il leverage; questo rende il modello estremamente propenso alle creazione di bolle finanziarie (Real Estate, Borsa, Credito).

Le previsioni sugli scenari futuri elaborate da tali intermediari devono quindi essere sempre positive, per non interrompere i flussi di capitale necessari a sostenere il leverage e indurre i risparmiatori a non vendere. Dal momento che un sistema di crescita basato sul debito richiede politiche monetarie sempre espansive, le Banche Centrali perdono lentamente la loro indipendenza. Questo è il principale motivo per il quale oggi assistiamo ad una crisi di credibilità delle Banche Centrali e ad una totale confusione sulle strategie di politica monetaria, dove la lotta all’inflazione appare più teorica che effettiva, dato che nessuna Banca Centrale è in grado di ridurre il bilancio o portare i tassi reali in territorio positivo. Il collasso del modello “debt driven” viene innescato quando, per vari motivi: 1) il sistema privato non può più, o non riesce più, ad aumentare il suo indebitamento, che è vitale per il sostentamento del meccanismo di crescita, 2) il reddito reale perde sempre più potere d’acquisto, che il nuovo debito non riesce più a compensare, 3) eventuali fattori esogeni (inflazione o shock di offerta e domanda) non possono essere efficacemente contrastati da vere politiche monetarie o fiscali che rischiano di compromettere leverage e domanda finanziata. Allo stato attuale mi sembra che i punti 1, 2 e 3 siano già tutti presenti nel sistema.

A questo punto è altamente probabile che il paradigma sia completamente cambiato e nulla sarà più come prima. Mi aspetto quindi un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poichè il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni 90. Il cedimento del Dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione USA nel 2023, o quando la FED dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso. Per ripartire si dovrebbe agire su un rilancio dei redditi reali ma, in un contesto inflazionistico, tale strategia rischia di creare ulteriori problemi. In realtà, negli ultimi 15 anni abbiamo implementato politiche di QE per reflazionare l’economia quando sarebbe bastato rivalutare i redditi reali per farlo. Il risultato è che queste politiche hanno solo creato bolle speculative ed un eccesso di debito nel sistema. La crisi delle Banche Centrali (BoE, BoJ, FED e ECB), che alzano i tassi ma stampano moneta, evidenzia la fine di un esperimento fallimentare implementato senza mai pensare ad una exit strategy, proprio perché il modello fa perdere l’indipendenza dei policy maker, che diventano schiavi delle bolle che hanno alimentato.

I tentativi di sostenere le borse con le tattiche di “short squeeze”, che servono ad innescare rally puramente tecnici dovuti a ricoperture, non fanno che rimandare la vera liquidazione delle posizioni ed evidenziano continui meccanismi di manipolazione. Nel frattempo, le posizioni rialziste degli investitori rimangono vicine ai massimi storici, in attesa di un imminente cedimento della FED e un ritorno al QE per evitare una crisi. Si è così innescato un braccio di ferro tra mercati e FED, che rischia di finire male per tutti e due. Se dovessero vincere i mercati, ripristinando condizioni finanziarie espansive tramite restringimento degli spreads e ritorno al credito speculativo, l’inflazione non si fermerebbe e ripartirebbe al rialzo, costringendo la FED a rafforzare politiche monetarie anticicliche. La lotta all’inflazione è dunque complicata dal fatto che i mercati finanziari possono innescare condizioni finanziarie meno restrittive di quelle che vorrebbe avere la Banca Centrale. Non credo che la FED possa permettersi di correre questo rischio, la view sui mercati azionari rimane dunque negativa fino a quando non si cominceranno ad evidenziare chiari segnali di recessione e cedimento del mercato del lavoro USA.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Maurizio Novelli: 6 segnali che manifestano il rischio di una bolla speculativa 

Nelle fasi di verticalizzazione dei rialzi, la diversificazione richiede il coraggio di fare scelte “contrarian”. Dopo i grandi crack l’industria della finanza cancella i track record, e questo alimenta la scarsa consapevolezza dei rischi estremi.

Secondo l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund, “sono ormai evidenti molti degli elementi concomitanti che si sono già visti in passato, in modo ripetuto, in altre bolle speculative. Eppure tutti sembrano sperare che questa volta sarà diverso”.

Sarebbero ben sei questi elementi:

1) ampia liquidità nel sistema,
2) fantastiche previsioni di crescita economica e dei profitti,
3) verticalizzazione dei movimenti rialzisti,
4) alta partecipazione di investitori retail,
5) elevata concentrazione del rischio sui settori innovativi,
6) predisposizione a pagare prezzi incredibili per società che non fanno utili».

Quando si assiste a una verticalizzazione del trend di una attività finanziaria, cioè a una salita verticale del suo prezzo, si entra in una fase caratterizzata da due importanti fattori: il primo è la totale perdita di controllo del rischio sulle posizioni detenute, il secondo è una netta riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori (o speculatori) a detenere posizioni su tale asset class.

La perdita di controllo del rischio è dovuta al fatto che molti gestori, pressati dalla competizione a non sottoperformare rispetto alla concorrenza, sono obbligati a mantenere le posizioni anche se sanno che il trend non può durare: in questo contesto psicologico, nessuno si prende il rischio di uscire in anticipo dal mercato o di ridurre le posizioni. In questa situazione, il rischio del portafoglio diventa dunque esattamente uguale al rischio di mercato.

La riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori è invece strettamente correlata all’entità dei profitti accumulati e non ancora realizzati. Il rischio che un profitto “sulla carta” possa sparire o ridimensionarsi in modo significativo induce l’investitore a pensare più ai profitti di breve termine, che andrebbero persi in caso di inversione del movimento, rispetto ai profitti futuri marginali. Infatti, i profitti futuri attesi si riducono man mano che il trend si verticalizza sempre di più.

Per questo motivo, le verticalizzazioni dei trend sono indicatori di fragilità del mercato e non di forza, come molti pensano oggi. Le verticalizzazioni di tendenza fanno crescere l’instabilità prospettica e la vulnerabilità del mercato rispetto a qualsiasi evento possa potenzialmente ridimensionare i profitti: di norma è proprio il timore di perdere i profitti accumulati che genera l’inversione di tendenza e, nella fase iniziale di inversione, l’investitore è propenso a vendere a qualsiasi prezzo, per proteggere parte del profitto accumulato e non ancora realizzato. Per questo motivo le fasi di inversione sono sempre violente e rapide.

«Di conseguenza, nelle fasi di verticalizzazione, la diversificazione del rischio comporta il coraggio di scelte contrarian, che pochissimi possono o hanno il coraggio fare. E questo è dunque il principale motivo per il quale siamo short sui trade più affollati e sostenuti da aspettative poco realistiche», spiega Novelli.

Un importante elemento da non trascurare è il fatto che l’industria della finanza cancella sempre i track record dopo i grandi crack e risulta quindi alquanto difficile trovare fondi con una storia precedente alle crisi passate. Se andiamo ad analizzare la storia recente, sembra che quasi tutti abbiano iniziato a fare questo mestiere dal 2010 in poi, semplicemente perché le grandi perdite subite durante le crisi vengono cancellate dall’industria finanziaria e quindi il “fattore sopravvivenza”, cioè la capacità di reggere l’impatto di una crisi, è decisamente dimenticata quando si parla di ritorni di lungo periodo di un investimento.

«Il mercato finanziario tende a porre molto affidamento sulle previsioni di consenso, anche se nel tempo ho imparato a capire che spesso le previsioni di consenso sono più un’indicazione di come vorremmo fosse il futuro», conclude Novelli. «Anche lo stock di liquidità nel sistema viene indicato come un elemento portante delle tendenze in atto, ma l’esperienza insegna che la liquidità è sempre ampia prima di una crisi. Infatti la liquidità dipende dalla propensione al rischio degli investitori e degli intermediari che la forniscono. Occorre dunque tenere ben presente che la contrazione della liquidità avviene sempre in concomitanza con la contrazione della propensione al rischio e non prima».

Auto da collezione, prezzi in frenata: bolla speculativa o semplice riassestamento?

Dopo anni di aumenti percentuali a due cifre, i prezzi delle auto da collezione segnano un appiattimento che coglie impreparati più gli investitori speculativi che i veri collezionisti.

 Articolo di Claudio Negrello*

Chi lavora nel mondo della automobili da prima della “grande crisi” del 2007-2008, in questi ultimi anni ha potuto osservare in prima persona come sia cambiato il mondo delle auto da collezione, e come gli operatori del settore siano stati obbligati ad adattarsi rapidamente a questo cambiamento.

Nel frattempo, da fenomeno commerciale per pochi eletti, questo particolare mercato si è saputo trasformare in un contesto massificato, e l’aumento esponenziale delle fiere di settore, associato alle numerose trasmissioni televisive sul tema, hanno fatto sì che aumentasse l’interesse ed il fermento (anche culturale) attorno a questi veicoli.

Le case d’asta, poi, segnano record di vendite ad ogni incanto, confermando così un trend al rialzo che si è protratto fino alla prima metà del 2018. Basta guardare l’aumento dei prezzi: una Ferrari Testarossa, che fino a pochi anni fa si acquistava a 70.000 euro, oggi viene proposta a 150.000, così come alcune Porsche 911, passate di mano al doppio del prezzo rispetto al 2015.

Come in ogni mercato, l’aumento della domanda fa sì che aumenti anche l’offerta, ma parlando di auto da collezione, che non sono “riproducibili” e sono uscite dalle fabbriche in tiratura limitata, l’offerta rimane stabile e così i prezzi schizzano alle stelle, trascinando anche quelli delle automobili meno importanti ma prodotte in numero più elevato.

Un mercato con queste caratteristiche e di dimensioni ormai planetarie ha attirato l’attenzione di investitori privati, dando vita ad un sistema di scambi parallelo a quello dei veri collezionisti d’auto. Per questo motivo, sempre più spesso gli operatori vengono contattati da persone non appassionate del fantastico mondo delle auto d’epoca, ma da investitori e autentici speculatori.

La passione, così, sembra aver lasciato il cuore al profitto, ma ciò rientra nella logica di qualunque mercato. In compenso, nel settore delle auto Youngtimers (quelle di minor pregio, ma di qualità), la passione la fa ancora da padrone, grazie anche alle associazioni di settore che ravvivano un mercato secondario molto liquido e, per quanto riguarda i prezzi, piuttosto stabile e trasparente.

Dopo anni di rialzi, però, stiamo assistendo ad una frenata dei prezzi delle auto di maggior pregio, che appare sensata per quanto crei, ovviamente, un raffreddamento da parte degli investitori e dei collezionisti. Infatti, chi ha acquistato un’auto due anni fa o lo scorso anno, oggi farebbe un pò di fatica a trovare un compratore disposto a pagare subito la cifra richiesta, mentre chi vorrebbe acquistare, vedendo i prezzi in leggera discesa, si chiede se sia il momento giusto per comprare, o è meglio temporeggiare.

Sono gli inconvenienti di una mercato che viaggia in rapida salita fin dal periodo post-crisi, durante il quale l’attenzione verso gli investimenti alternativi, da parte di coloro che erano rimasti danneggiati dai tipici investimenti finanziari, è aumentata considerevolmente, surriscaldando i prezzi. Bisogna chiedersi, pertanto, se la recente frenata delle quotazioni sia un preludio alla esplosione di una bolla speculativa, oppure sia solo una salutare pausa di riflessione che segnerà l’avvio di un c.d. “mercato laterale”, ossia un periodo di bassa oscillazione dei prezzi all’interno di una fascia di quotazioni minime-massime non lontane tra loro e con scambi ridotti.

E mentre i veri appassionati, poco avvezzi alle analisi di mercato, continueranno a comprare seguendo i parametri del gusto e della collezione, gli speculatori dovranno stare attenti ad acquistare quando le quotazioni sono in prossimità del minimo della banda di oscillazione laterale, e per farlo dovranno essere in grado di capire se si trovano in quel punto (cosa affatto facile).

In definitiva, per le auto da collezione sembra prevalere il comune denominatore della passione, e non dell’intento speculativo. Per quanto le sue logiche possano avvicinarsi al mondo della finanza, il mercato delle auto sarà sempre trainato da due elementi sconosciuti ai maghi del rendimento: il gusto e il cuore.

* Broker specializzato in auto classiche e supercar 

Se hai trovato utile questo articolo, forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare (e la tua collezione di auto) dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !