Maggio 2, 2026
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Trump dichiara guerra alla Cina e a chi vuole la de-dollarizzazione. Anche i paesi vassalli sono avvisati

Con il blocco dello Stretto di Hormuz, Trump sta inasprendo lo scontro con la Cina interrotto con la fine del suo precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi erano già protesi alla difesa del Dollar Standard.

di Alessio Cardinale, direttore editoriale di P&F

Nessuno venga ingannato dalla scusa ufficiale di Trump, che ha dichiarato di voler “fermare ogni nave che paga tributo all’Iran in acque internazionali“. Nonostante a prima vista possa sembrare una mossa contro l’Iran, In realtà almeno l’80% di quelle navi va in Cina, che è il maggior acquirente del petrolio iraniano. Ergo, con il blocco Trump vuole tagliare le forniture di petrolio della Cina, il che equivale a dichiararle guerra. Del resto, lo stesso Trump aveva dichiarato “… Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi ama e di non venderlo a chi non ama. Sarà tutto o niente… Lasci che la Cina ci mandi le sue navi. Che le mandi in Venezuela. Noi abbiamo troppo petrolio. Lo venderemmo anche a un prezzo più basso“. In pratica, prima toglie alla Cina il petrolio iraniano, poi invita/costringe tutti (Cina per prima) a comprarlo da lui.

Questo, però, è un gran problema. Infatti, fino a ieri la Cina ha acquistato il petrolio iraniano bypassando il Dollar Standard e pagando in massima parte con lo yuan, ossia con la propria moneta. Ma se la Cina si trova costretta a comprare petrolio dagli Stati Uniti, dovrà usare nuovamente i dollari, con il rischio che gli americani possano (come già successo ad altri paesi) chiudere le forniture quando vogliono e imporre sanzioni o addirittura congelare i conti – come è stato fatto con Russia e Iran – e togliere nuovamente ai cinesi l’indipendenza energetica e valutaria che si stanno guadagnando con l’adesione al blocco dei paesi BRICS (blocco economico tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Emirati Arabi, e Etiopia).

Da solo, questo raggruppamento di paesi “emergenti” – Etiopia e Iran, in realtà, sono gli unici ad avere ancora tali caratteristiche – esprime il 35% del PIL mondiale, superando quello delle economie occidentali del G7, ed è nato con il chiaro intento di affrancare i paesi aderenti dal dollaro americano. Tale intento, fin dalla fondazione del BRICS (acronimo che fa riferimento alle iniziali dei 5 stati che originariamente lo hanno creato), era stato perseguito un po’ in sordina, mascherato da altri obiettivi di sviluppo economico degli aderenti e di miglioramento nei relativi scambi commerciali; da quando Trump è stato rieletto, però, si torna a parlare apertamente del “pericolo de-dollarizzazione”, e a ben vedere il presidente USA oggi sta solo riprendendo le fila del discorso interrotto con la fine del precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi alla Cina erano già una reazione alla prospettiva di un declino del Dollaro tanto temuto dalle amministrazioni americane.

Ciò spiega la violenza militare scatenata, in questa tornata presidenziale trumpiana – l’ultima, Deo Gratias, salvo improbabili deroghe alla costituzione americana – e delinea lo scenario cui assistiamo oggi, con gli Stati Uniti già aggressivi con la fase di inasprimento dei dazi commerciali, applicati per ridurre l’enorme deficit del debito, e adesso pronti a scatenare un conflitto mondiale pur di conservare l’egemonia della propria valuta, che consente anche una larga egemonia politica nel mondo (grazie alla possibilità di applicare sanzioni durissime per mezzo della propria valuta), e di fare profitti con la vendita di armi e di Shale Oil americano in Europa e nel mondo.

Tornando ai giorni d’oggi, il sistema di pedaggio nello Stretto di Hormuz istituito dall’Iran è una vera e propria “bomba” di democrazia valutaria per Trump. Infatti, ai paesi amici la tariffa di un dollaro al barile viene fatta pagare in yuan – ossia nella valuta destinata a sostituire il dollaro negli scambi commerciali tra i paesi BRICS – o in criptovalute. Lo stesso Giappone, ossia il braccio destro più fedele degli Stati Uniti, ha pagato in yuan per farsi dare il permesso di far passare le sue petroliere. Come sappiamo, la risposta di Trump, solo ufficialmente attribuita all’esito della farsa del negoziato-ultimatum messo su con l’Iran per confondere l’opinione pubblica sui veri obiettivi, è stato quella di effettuare il blocco “in uscita” dello Stretto di Hormuz, al fine di penalizzare il vero “nemico”, ossia la Cina e lo Yuan.

Questo inasprimento della tensione delinea uno scenario di imminente realizzazione, secondo cui le 15 navi militari dislocate dagli Stati Uniti sullo Stretto potrebbero quindi fermare le petroliere cinesi e perquisirle in acque internazionali, attuando un vero e proprio blocco commerciale e una violazione della sovranità cinese. Allora la Cina risponderebbe aumentando il sostegno all’Iran, ma soprattutto dando l’ordine alla sua marina militare di avvicinarsi allo Stretto di Hormuz per scortare le proprie navi mercantili al di fuori dell’area di blocco e, suo malgrado, alimentando il clima di tensione già ai massimi livelli. Una scelta folle, pertanto, quella di Trump; anche perché il probabile fallimento del blocco navale in presenza di navi della Marina cinese farebbe apparire la mossa del presidente americano come un bluff di fronte ad eventi che non può più fermare se non con un conflitto militare diretto con la Cina.  

In un simile scenario, in cui il vero volto dell’attuale presidenza statunitense è apparso in tutta la sua chiarezza, non sono in pochi oggi ad augurarsi l’indebolimento del dollaro e un salutare ridimensionamento internazionale di un paese, quello americano, che da quando esiste ha dato una svolta importante alle economie del mondo occidentale ma ha anche seminato la storia moderna di morte e distruzione, sia al suo interno (con i nativi americani) che al di fuori di esso, usando senza alcuno scrupolo i servizi di intelligence e l’aggressione/collaborazione militare per perseguire i propri interessi politico-economici nei paesi sudamericani e nei suoi “vassalli di guerra” in Europa. Tra i quali – è bene ricordarlo – ci siamo anche noi. Anzi, stiamo talmente dentro questo rapporto di vassallaggio – con le oltre 100 basi americane sparse nel nostro territorio, che annullano quasi del tutto la nostra sovranità – che potremmo persino chiedere agli USA di essere la 51esima stelletta della loro bandiera, e porre fine all’ipocrisia su cui si trascina la nostra “democrazia apparente” dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Dazi, una scorciatoia fallimentare. Riportare la produzione manifatturiera in occidente è pura illusione

In un contesto di crisi profonda dell’Occidente, le risposte di Trump appaiono inadeguate e illusorie. Tra queste, il ritorno alle barriere doganali o alla relocalizzazione forzata della produzione.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

In un contesto di crisi profonda e diffusa dell’Occidente, le risposte di Trump appaiono inadeguate e illusorie. Si parla spesso di riportare in patria le fabbriche per proteggere l’occupazione, ma si tace sul fatto che negli Stati Uniti molte aziende che hanno fatto reshoring non trovano personale disposto o preparato per lavorare. Pertanto, il punto non è più quello di “produrre in casa”, ma quello di identificare chi lavorerà nelle fabbriche, e con quale cultura del lavoro. Manca la motivazione, la competenza e soprattutto il senso: riportare la produzione negli Stati Uniti senza rigenerare il significato profondo del lavoro rischia di essere una strategia fallimentare e illusoria.

Nel frattempo, realtà come la casa automobilistica cinese BYD crescono a ritmi impressionanti. Non solo dominano l’innovazione nel settore elettrico, ma sono talmente liquide e organizzate da potersi permettere l’acquisto di sei navi portacontainer per esportare direttamente in tutto il mondo. Un modello industriale che unisce capacità tecnica, visione strategica e velocità d’azione. Ma BYD è solo la punta dell’iceberg: la sua crescita esponenziale è il simbolo di una nuova concorrenza culturale e industriale globale, portata avanti con forza da tutto il blocco dei BRICS.

La Cina, in particolare, ha costruito un ecosistema produttivo fondato non solo su costi bassi e scala, ma su una visione collettiva del lavoro come motore della dignità nazionale e della crescita personale. Le sue università, i suoi piani quinquennali, le sue strategie pubbliche e private convergono su un’idea precisa: innovare, produrre, esportare. E quando serve, comprarsi anche le rotte del commercio globale, come dimostra l’acquisto diretto di intere flotte navali da parte di grandi gruppi industriali, la forte presenza nel canale di Panama. L’India, dal canto suo, sta rapidamente emergendo come potenza tecnologica e demografica, con milioni di giovani (tantissimi ingegneri) che entrano ogni anno nel mercato del lavoro con competenze avanzate e uno spirito competitivo che contrasta fortemente con la disaffezione occidentale. In Russia, Brasile e Sudafrica – seppur in contesti diversi – si riaffaccia con decisione la volontà di rendere il lavoro industriale e strategico un perno della sovranità economica.

I BRICS stanno costruendo una nuova narrazione del progresso: meno individualista, più coesa, incentrata sul valore della produzione, della comunità e dell’autonomia. È una sfida non solo economica, ma culturale. E l’Occidente, se vuole rispondere, dovrà prima di tutto recuperare una propria idea forte di lavoro, crescita e comunità condivisa. Le barriere protezionistiche, le guerra costruite a tavolino per il controllo delle rotte commerciali (quale altro interesse sta dietro all’interesse USA per la Groenlandia, il canale di Panama e la guerra con gli Huthi nel Mar Rosso?), di fronte a simili capacità organizzative e visione a lungo termine, appaiono come tentativi di rallentare l’inevitabile senza rispondere alla causa profonda della crisi.

La domanda vera è: cosa manca all’Occidente per tornare a essere competitivo? Come ha detto Papa Francesco a Firenze nel 2015, “non viviamo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca“. Lo si percepisce nel disorientamento delle nostre società, nel caos culturale che attraversa le nazioni occidentali, nella fine di molte certezze del passato. Lo confermano, ciascuno a suo modo, tre figure che hanno riflettuto a fondo sulle dinamiche storiche e politiche delle civiltà: Arnold Toynbee, Oswald Spengler e Ray Dalio. Toynbee ci ha mostrato che le civiltà non crollano per cause esterne, ma per un cedimento interiore delle élite che smettono di rispondere con creatività alle sfide. Spengler ha parlato del “tramonto dell’Occidente” come di un esaurimento spirituale e culturale, dove le nuove forme politiche – come la democrazia e il socialismo – rischiano di dissolvere l’ordine tradizionale senza sostituirlo con un nuovo fondamento. Ray Dalio, con i suoi studi sui grandi cicli storici, descrive l’Occidente attuale come alla fine di un macrociclo, segnato da crisi sistemiche e instabilità crescente.

Anche il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, nel suo intervento alla Conferenza di Monaco nel febbraio scorso, ha posto l’accento su un punto cruciale: la vera minaccia all’Occidente non viene dall’esterno, ma da un allontanamento interno dai propri valori fondanti. Non sono la Cina o la Russia a minacciare la nostra prosperità, ma la nostra incapacità di rigenerare lo spirito che l’ha resa possibile durante un percorso secolare.

Andando (molto) indietro nel tempo, è possibile trovare delle similitudini. Per esempio, nel momento in cui l’Impero Romano toccava la sua crisi più profonda, due voci – una storica e una teologica – seppero leggerne le cause profonde con una lucidità che ancora oggi ci interroga. Ammiano Marcellino, uno degli ultimo grande storici di Roma, descrive nella sua opera Res Gestae una società aristocratica ormai decadente. Denuncia la corruzione dilagante, il lusso smodato, l’indifferenza delle élite romane rispetto alle sorti reali dell’Impero, che nel frattempo veniva difeso soprattutto da uomini e comandanti delle province. La sua analisi, severa e realistica, fotografa la perdita del senso civico, della responsabilità pubblica e del legame con i valori fondativi di Roma. Agostino d’Ippona, scrivendo il De Civitate Dei all’indomani del sacco di Roma (410 d.C.), propone una lettura ancor più radicale: la crisi non è solo politica o militare, ma spirituale. La grandezza imperiale si sgretola perché fondata su una Città terrena che ha perso il senso del divino, della giustizia e della verità. Agostino contrappone alla città degli uomini – soggetta a vanità, ambizione e violenza – la Città di Dio, comunità fondata sulla fede e sul bene comune.

Ritornando all’attualità, nel modello storico delineato da Ray Dalio le civiltà attraversano sei fasi principali. Siamo oggi, probabilmente, nella sesta fase, quella in cui l’egemonia dominante si sgretola sotto il peso del debito, della frammentazione interna e della perdita di fiducia collettiva. Una fase segnata da conflitti, instabilità, e incertezza sistemica. Le istituzioni perdono credibilità, le polarizzazioni crescono e il rischio di uno scontro interno aumenta. Dalio non offre facili soluzioni, ma un principio guida: riconoscere i segnali del declino per anticipare e orientare una possibile rigenerazione. Non sarà la tecnica o la politica da sola a salvare le democrazie occidentali, ma un ritorno a valori profondi, condivisi e vissuti.

Giunto a questo bivio, l’Occidente ha davanti a sé due strade: lasciare che questo ciclo si concluda nel crollo – culturale a cui segue quello economico – oppure tentare una ricostruzione profonda, a partire dal senso del lavoro, dalle comunità, dalla persona. In questa seconda direzione si muove, con concretezza e visione, l’esperienza proposta dalla CDO nel Manifesto del Buon Lavoro: “occorre offrire ai collaboratori una risposta al senso del lavoro che vada oltre la retribuzione e la funzione produttiva“. Il lavoro, infatti, non è solo un mezzo di sussistenza, ma una dimensione fondamentale della realizzazione personale e della costruzione di comunità. Il Manifesto afferma chiaramente che “il buon lavoro nasce da una cultura che riconosce il valore della persona e lo traduce in pratiche organizzative e relazionali“. In questo senso, “le imprese sono chiamate a costruire ambienti in cui sia possibile fare esperienza di senso, responsabilità, appartenenza“.

L’obiettivo è ambizioso ma essenziale: trasformare il lavoro in un luogo di crescita umana, dove ogni collaboratore possa dire: “Qui sto costruendo qualcosa di mio, che vale”. Una strada non facile, ma possibile. Una sfida che non chiede atti eroici, ma scelte quotidiane, lungimiranti e coraggiose.

In tal senso, anche gli investimenti, se vogliono contribuire alla costruzione di futuro, dovranno saper scegliere da che parte stare. Un utile criterio per orientarsi è rappresentato dalle certificazioni ESG (Environmental, Social, Governance). Esse non valutano soltanto la sostenibilità ambientale o l’efficienza gestionale di un’impresa, ma offrono una griglia per verificare quanto essa stia realmente investendo sul capitale umano, sulla qualità delle relazioni interne, sulla responsabilità sociale e sulla trasparenza organizzativa. Le aziende che abbracciano i valori del buon lavoro – e che li integrano con un approccio ESG serio e documentato – rappresentano le migliori destinazioni possibili per investimenti responsabili, capaci di generare impatto positivo e valore nel tempo.

Ecco allora che ritorna, con forza, la necessità di una nuova cultura del lavoro. Una risposta culturale prima ancora che economica: non un semplice elenco di buone pratiche, ma una visione capace di mettere al centro la persona, le relazioni, la formazione, il benessere, la corresponsabilità. Occorre dare un senso alla fatica, per non educare le persone ad evitare la realtà. Occorre investire nelle aziende che stanno già facendo questo percorso, spesso silenziosamente ma con determinazione. Non è solo una scelta etica, ma una strategia economica di lungo periodo. Perché il futuro dell’Occidente passa anche dal futuro del lavoro. E il futuro del lavoro si costruisce sempre nel presente.

Gas russo e chip cinesi, ecco il “baratto” che spaventa Trump

Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro”.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Banking People

Quanta più pressione esercitano gli Stati Uniti sulla Russia e la Cina, tanto più preziosa diventa la loro relazione nel mitigare la pressione occidentale e dimostrare al mondo che non sono isolati”, afferma Andrea Kendall-Taylor, esperta di sicurezza internazionale. Donald Trump trasforma questa analisi in un attacco frontale alla politica di Biden in Ucraina. “Più a lungo dura questa guerra, più la Russia si butta nelle braccia della Cina. Siamo noi i perdenti”, ha detto in modo esplicito in diversi comizi prima di diventare presidente, condensando la sua visione in una frase che oggi pesa quanto un macigno.   

Il presidente accusa Mosca e Pechino di aver trasformato il conflitto in un affare: la Russia dà il gas, la Cina dà la tecnologia. “È un mercato ancora piccolo ma fatto con i soldi degli Stati Uniti”. Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro“, ha aggiunto, riferendosi agli sforzi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica più i nuovi aggiunti) di aggirare la valuta americana. Sulla dedollarizzazione Trump non ci sta: “Se i BRICS provano a seppellire il dollaro, io seppellisco loro con dazi del 100%. È semplice”. La sua ossessione? Quel club — Brasile, India e gli altri che fanno i furbi — che spinge per pagare in yuan o in “monete da cartapesta”. Il dollaro è sotto attacco, e noi stiamo a finanziare una guerra che ci indebolisce”, aveva accusato già nel 2023, in campagna elettorale, puntando il dito contro Biden.   

In sintesi, l’approccio strategico di Trump è lo stesso di quello usato da Kissinger e Nixon agli inizi degli anni 70 (con la famosa visita in Cina di Nixon nel ’72), quando decisero di puntare sulla crescita della Cina per dividere il fronte comunista tra Russia e Cina. Ora Trump sta provando a usare lo stesso metodo ma per ottenere l’effetto contrario: puntare a lusingare la Russia (“spegnendo” rapidamente il conflitto armato in Ucraina) per sottrarla ad una partnership senza limiti (economici, politici e militari) con la Cina.

Sul fronte militare, Trump sostiene che ci siano patti che nessuno ha il coraggio di ammettere. Soldati cinesi in Donbass? Armi russe testate da Pechino? È tutto collegato. E paventa un avvertimento apocalittico: “Se non fermiamo questa farsa, tra dieci anni compreremo il gas in yuan. E Wall Street diventerà un parcheggio”. La sua soluzione? “Fatevi sotto: stop alla NATO in Ucraina, un accordo con Putin, e la Russia tornerà a litigare con la Cina“. Ma ammette: “all’Europa non piacerà, ma meglio un alleato arrabbiato che un dollaro morto“. Quindi la soluzione choc: “Fermate la NATO, date a Putin una via d’uscita”. E sui BRICS chiude con una battuta: “Quella sigla è come una band di cover: suonano vecchi successi, ma senza spina”. Il messaggio è chiaro: per Trump, ogni giorno di guerra è un regalo alla Cina. “E noi siamo i gonzi che pagano il conto”.   

Perché Trump insiste? Per il presidente, ogni giorno di guerra è un passo verso un mondo multipolare dominato da Pechino. La sua ricetta – sanzioni, dazi, minacce e accordi improvvisati – mira a un obiettivo: “Tenere l’America in cima, a qualunque costo”. Con o senza alleati. Intanto l’Europa, in preda al panico, non può che trovare motivazioni plausibili per un disimpegno in Ucraina. Infatti, mentre Trump tuona contro l’alleanza Russia-Cina, in Europa il muro di sostegno a Kiev si incrina. Due summit a Parigi, voluti da Macron sono finiti in altrettanti buchi nell’acqua. Giorgia Meloni c’era, ma a denti stretti: in Italia ormai, sostenere l’Ucraina è diventato come difendere le tasse: più lo fai, più ti odiano. Il problema? I governi hanno scoperto che la linea di Washington era una trappola economica ed anche momentanea, e ora stanno cercano certamente una via di fuga alla chetichella. 

L’informazione europea e ucraina? Pagata dagli USA attraverso la USAID
Documenti recentemente trapelati rivelano quello che in molti sospettavano: think tank e media europei che spingevano per il sostegno a Kiev erano finanziati da fondi USA. Un gioco sporco per pilotare la narrativa e costringere i governi a seguire la linea di Biden che hanno trasformato l’Europa in un megafono americano ante-Trump. Risultato? I politici hanno cavalcato l’onda per non perdere consenso, ma ora che la marea si ritira, restano nudi. E così, alla affannosa ricerca della scusa perfetta per abbandonare Kiev, i politici europei hanno già iniziato a pensare a come rendere plausibile, senza perdere la faccia, il disimpegno, magari tirando fuori dal cassetto scheletri sepolti: 

1. Zelensky Bombardava il Donbass? Lo sapevamo da anni: gli attacchi ucraini su civili filorussi, oscurati dai media, ora diventano la prova della doppia faccia di Kiev;
2. i bombardamenti a strutture civili da parte della Russia erano dovute al fatto che l’Ucraina nasconde armi al loro interno (come denunciato da Amnesty International nell’estate del 2022);
3.  corruzione in Ucraina: i miliardi dell’Occidente? Finiti in Porsche e yacht e ville sontuose in toscana, Sardegna e California. I fondi per le armi hanno arricchito oligarchi, non difeso il fronte;
4. strategia fallita: due anni di guerra per zero risultati; l’offensiva ucraina è un buco nell’acqua, e i cittadini europei iniziano a chiedere: ma chi ce l’ha fatto fare?”. 

Nel frattempo, la Germania è a un passo dalla resa. L’economia in recessione e l’opinione pubblica contro Scholz spingono Berlino a dimenticare i sermoni morali e pensare al gas. Nelle odierne elezioni politiche tedesche, secondo i primi exit-poll i popolari della Cdu/Csu di Friedrich Merz vincono le elezioni in Germania con il 29%. E’ però netta l’affermazione dell’ultradestra dell’Afd di Alice Weidel intorno al 20%, un exploit mai raggiunto nella storia della Repubblica federale. Questo scenario costringerà la CDU ad un governo di coalizione con l’Spd – che ha perso molti consensi per via della fallimentare politica di Sholz – e almeno uno degli altri partiti minoritari. Macron, che pure ha giocato il ruolo del falco, sa che il suo elettorato è stanco e ciò è stato ampliamente dimostrato dalle ultime elezioni europee e poi politiche: tra i gilet gialli e i missili a Kiev, sceglierà sempre i primi.

Cosa Resta? L’Europa è a un bivio: continuare a fare la “colonia americana” o riscoprirsi protagonista. Ma per farlo, dovrebbe ammettere due verità scomode: 
– Abbiamo seguito Washington come cani da guardia;
– Ora tocca a noi pulire il pasticcio.
Ce ne sarebbe anche una terza: le materie prime ucraine se le spartiscono Usa e Russia.
Che allocchi.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

L’avanzata dei BRICS e gli effetti sull’economia mondiale. Come rivedere i portafogli di investimento

Il recente vertice dei BRICS a Kazan è un punto di svolta nella costruzione di un ordine multipolare che sfida il predominio economico e finanziario occidentale dominato dagli Stati Uniti. 

Di Valerio Giunta,  AD di Startup Italia e Founder di Banking People

In occasione di una recente intervista, l’ex ambasciatore Alberto Bradanini ha dichiarato che il vertice di Kazan, in cui i Paesi aderenti al BRICS si sono riuniti, è una tappa fondamentale nello sviluppo di un sistema economico mondiale non più a traino degli Stati Uniti, e potrebbe essere ricordato per l’importanza delle decisioni prese in tema di de-dollarizzazione. “A conti fatti, non c’è dubbio che il vertice Brics di Kazan sarà riportato nei libri di storia. Gli accordi di Bretton Woods (1944) conferirono al dollaro lo status di valuta di riserva in tutto il mondo e inaugurarono l’era della prevaricazione a vantaggio dei vincitori, ossia gli Stati Uniti”, ha dichiarato Bradanini.

Durante l’incontro di Kazan, i paesi BRICS hanno lanciato un messaggio chiaro all’Occidente, evidenziando come l’attuale ordine mondiale sia percepito sempre più come una “locomotiva impazzita”, con rischi devastanti per l’umanità intera se non si intraprende una strada di cambiamento. La riunione di Kazan ha dunque gettato le basi per un futuro in cui i paesi del Sud globale possano svincolarsi dalla supremazia del dollaro e creare un sistema economico internazionale più equo, che permetta ai paesi emergenti di prosperare senza essere subordinati all’Occidente. Uno dei temi centrali del vertice è stata, infatti, la necessità di superare il “sistema di Bretton Woods“, creato nel 1944, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e considerato ormai inadeguato dai BRICS, poiché gli Stati Uniti hanno a lungo utilizzato il dollaro come strumento di controllo economico, imponendo sanzioni e dominando il commercio globale attraverso l’uso della loro moneta. 

Al vertice di Kazan, oltre ai membri permanenti dei BRICS, erano presenti anche 13 paesi partner, alcuni dei quali sono candidati ad aderire formalmente in futuro, contribuendo ulteriormente a consolidare questo blocco. Anche per questo motivo i BRICS, che già rappresentano un terzo del PIL mondiale e una popolazione di oltre il 43% del pianeta, sono oggi un elemento di forte preoccupazione per i Paesi occidentali. Il timore più grande è rappresentato da uno degli obiettivi principali dell’organizzazione, che è quello di fornire ai suoi membri un’alternativa all’attuale sistema bancario internazionale, creando una nuova architettura finanziaria parallela che possa funzionare autonomamente anche quando si presentano ostacoli o sanzioni da parte dell’Occidente. L’organizzazione, in tal senso, intende adottare una strategia graduale, che prevede l’affiancamento dei sistemi occidentali esistenti, in modo da permettere ai suoi membri di scegliere tra le diverse opzioni a seconda delle loro esigenze. Ma in molti sono pronti a scommettere che la competizione tra i due sistemi sarà subito molto forte.

Il vertice ha anche affrontato il tema della riforma delle Nazioni Unite, e in particolare del Consiglio di Sicurezza, poiché attualmente la rappresentanza dei paesi emergenti non riflette la realtà geopolitica odierna. Le potenze emergenti, come l’India e la Cina, chiedono che venga dato loro il giusto riconoscimento. Questo processo di riforma, secondo i BRICS, sarebbe necessario per creare un sistema più inclusivo ed equilibrato. Tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, la strategia dei BRICS non sembra sottesa a sovvertire l’attuale ordine globale, bensì a riformarlo per garantire una distribuzione più equa delle risorse e una maggiore stabilità internazionale.

Quanto al processo di “de-dollarizzazione”, va detto che è in atto già da anni, con Russia e Cina che ora commerciano principalmente nelle loro rispettive valute. Le numerose sanzioni imposte unilateralmente dagli Stati Uniti e dal seguito dei Paesi di tutto l’occidente, in passato sono state interpretate dai BRICS come una violazione della sovranità nazionale e una minaccia all’economia globale, e ciò ha generato una crescente diffidenza verso il dollaro. La conseguenza naturale di tale stato di cose è la volontà di molti paesi emergenti di sottrarsi al controllo valutario americano e di mettere al riparo le proprie economie da possibili ritorsioni finanziarie future.

Per chi si occupa di investimenti finanziari, il recente vertice dei BRICS offre numerosi spunti di riflessione e rappresenta un campanello d’allarme per comprendere l’evoluzione dei mercati globali. L’emergere dei BRICS come contrappeso al dominio occidentale e la volontà di de-dollarizzare i loro scambi, infatti, suggeriscono una potenziale riduzione dell’influenza del dollaro sui mercati internazionali, con possibili implicazioni sul valore delle attività denominate in dollari e sulla domanda di beni rifugio, come l’oro e le materie prime, che storicamente aumentano di valore durante periodi di incertezza valutaria. Investitori e gestori patrimoniali dovrebbero considerare con attenzione il peso economico del blocco BRICS, che attualmente rappresenta una quota significativa del PIL mondiale e una crescente influenza nelle catene di approvvigionamento globali.

Il rafforzamento dei legami commerciali e finanziari tra i membri del gruppo potrebbe portare a nuove opportunità d’investimento nei mercati emergenti, che spesso offrono margini di crescita superiori rispetto alle economie mature. Tuttavia, questa dinamica potrebbe anche comportare rischi associati alla volatilità politica e alle possibili ritorsioni da parte dei paesi occidentali, come sanzioni economiche o limitazioni all’accesso ai mercati finanziari. Inoltre, la proposta di un sistema di pagamenti alternativo basato su tecnologie come la Distributed Ledger Technology (DLT) rappresenta un’opportunità interessante per gli investitori in ambito fintech e blockchain.

Un altro elemento chiave emerso dal vertice riguarda l’incremento delle riserve in valute locali da parte dei paesi BRICS, in opposizione al dollaro. Gli investitori dovrebbero monitorare l’andamento di queste valute, come il renminbi cinese o il rublo russo, che potrebbero assumere un ruolo maggiore nelle transazioni internazionali. Una diversificazione valutaria più ampia potrebbe infatti rappresentare una strategia per minimizzare i rischi derivanti dalla volatilità del dollaro, specie per gli investitori che operano in mercati emergenti o in aree influenzate dai BRICS. Infine, il processo di riforma del sistema economico globale promosso dai BRICS potrebbe portare a un aumento della regolamentazione nei mercati occidentali e a una maggiore pressione sui tassi d’interesse e sui rendimenti dei titoli di stato americani. Gli investitori dovrebbero quindi considerare attentamente l’esposizione ai titoli legati al debito degli Stati Uniti e valutare opzioni alternative nei mercati emergenti.

Chi si occupa di investimenti finanziari dovrebbe quindi interpretare le dinamiche dei BRICS non solo come un cambiamento geopolitico, ma come un’evoluzione dei mercati globali che può influenzare asset allocation, strategie di diversificazione e scelte di lungo periodo. Infatti, sul fronte delle materie prime, i BRICS stanno acquisendo un ruolo sempre più importante nel determinare i prezzi delle risorse naturali, di cui sono produttori e grandi consumatori. Pertanto, investimenti in commodity come oro, petrolio, rame e minerali rari possono diventare più interessanti, soprattutto se gli scambi di queste risorse saranno sempre più denominati in valute diverse dal dollaro. Anche i mercati azionari dei BRICS e dei paesi emergenti presentano potenziali di crescita notevoli rispetto ai mercati sviluppati, soprattutto il settore tecnologico cinese, l’industria farmaceutica indiana, l’agribusiness brasiliano e il settore energetico russo.

I BRICS e la “de-dollarizzazione” degli scambi internazionali: opportunità per l’Economia Globale?

L’Iran sollecita i BRICS a creare una nuova valuta comune che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Di Valerio Giunta*

Quello dei c.d. BRICS è un raggruppamento delle economie mondiali emergenti formato inizialmente dai Paesi le cui iniziali a suo tempo formavano l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con l’aggiunta del Sudafrica nel 2010. L’ingresso di cinque nuovi membri – Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha portato i BRICS a comprendere ora 10 paesi, con una popolazione di circa 3,5 miliardi di persone, pari al 45% della popolazione mondiale, e un PIL che rappresenta circa un terzo dell’economia globale. Non c’è, invece, l’Argentina, che era stata invitata a unirsi ai BRICS in estate, ma venerdì 29 dicembre 2023 il presidente Javier Milei ha inviato una lettera ai membri del gruppo definendo “non opportuno” l’ingresso dell’Argentina. 

In ogni caso, questa espansione costituisce una sfida rilevante per gli Stati Uniti e le economie occidentali, a lungo dominanti nell’arena economica mondiale. Infatti, adesso i BRICS rappresentano anche la più seria alternativa al G7, di cui la Russia non fa più parte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ed emergono come un’alternativa al modello statunitense, privilegiando la cooperazione e la solidarietà tra paesi emergenti: sono accomunati dal piano di una agenda politica che vuole essere un’alternativa anti-occidentale e che guarda verso il Global South. Le aree di cooperazione vanno dalla politica alla sicurezza, dalla cooperazione economica a quella finanziaria, fino a quella culturale; tanto più che il piano di espansione prevede l’adesione di almeno altri venti paesi, il cui obiettivo è quello di “de-dollarizzare” gli scambi commerciali. Infatti, il nuovo membro dei BRICS, l’Iran, sta sollecitando l’alleanza a creare una nuova “valuta comune” che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Dietro le motivazioni di carattere economico, tuttavia, si celano quelle di natura politico/internazionale. Infatti, l’obiettivo di Iran e Russia è quello di liberarsi dalle catene di sanzioni statunitensi riducendo l’egemonia del dollaro, e una nuova valuta certamente aiuterebbe non poco a ridurre gli effetti delle sanzioni. Su tutto, spicca l’insofferenza per il fatto che le nazioni occidentali hanno il controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che con i loro prestiti sono i maggiori creatori di debito estero per le nazioni in cui intervengono.

I BRICS, pertanto, si propongono di avere la rappresentanza delle economie emergenti, e del continente africano in particolare. Per farlo, nel 2014 i paesi BRICS hanno fondato la New Development Bank (NDB), che ha lo scopo di prestare denaro per sostenere la crescita dei paesi aderenti e/o emergenti, e alla fine del 2022 la banca aveva prestato quasi 32 miliardi di dollari per nuove strade, ponti, ferrovie e progetti di approvvigionamento idrico. Questo è uno degli obiettivi primari della Cina tra i BRICS, attraverso i quali sta cercando di accrescere il suo potere e la sua influenza, soprattutto in Africa.

Per gli investitori, l’allargamento dei BRICS comporta sia rischi che opportunità. La crescente competitività economica dei paesi BRICS presenta rischi quali la concorrenza pressante in vari settori, valute volatili e possibili barriere commerciali. D’altra parte, l’espansione dei mercati emergenti offre opportunità di diversificazione nei portafogli degli investitori, dalle infrastrutture in Cina (strade, ferrovie e porti) alle risorse naturali (Petrolio, gas naturale e metalli) fino alla Ricerca e Sviluppo, nei quali i governi e le imprese BRICS investono molto. I titoli delle aziende – governative e private – che investono in questi settori promettono rendimenti elevati, ma bisogna avere consapevolezza dei rischi legati alla volatilità delle valute e alle potenziali barriere commerciali associate a tali investimenti. Pertanto, la diversificazione e la valutazione ponderata dei rischi sono fondamentali per un approccio prudente agli investimenti nei BRICS.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People