Maggio 26, 2026
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Innovazione e ascolto del cliente, la tecno-finanza batte le banche d’investimento

Le start-up fin-tech, contrariamente a quanto si pensa, sono in grado di offrire ai clienti prodotti e servizi sempre più flessibili e personalizzati. La leadership delle banche d’investimento sempre più a rischio.

Con il dilagare della Tecno-finanza, gli utenti hanno potuto beneficiare delle nuove tecnologie a basso costo che stanno rivoluzionando il mondo dei mercati finanziari, delle banche tradizionali e delle assicurazioni. Iniziata in sordina, la rivoluzione fin-tech cammina a passo svelto e costringe i più famosi istituti bancari (HSBC, Credit Suisse, Unicredit, solo a titolo di esempio) ad investire nello sviluppo dei processi interni basati sulla tecnologia applicata alla finanza, oppure ad acquisire la titolarità di progetti fin-tech.

La loro tecnologia è alla portata di tutti, e le app sfruttano ormai software che utilizzano l’intelligenza artificiale o dei big data. Di conseguenza, le applicazioni di pagamento online (PayPal, Apple Pay, Satispay), le criptovalute (Bitcoin, Ripple, Ethereum etc), la c.d. blockchain, il crowdfunding, le chatbot ed i robo-advisor sono entrati a far parte del vocabolario comune dei millennials, maggiori utilizzatori di tecnologia (al contrario dei più anziani patrimonials, rimasti fedeli alla relazione tradizionale con il mondo bancario).

Si tratta, pertanto, di una innovazione talmente disruptive (che rompe, cioè, il sistema dominante) da alterare la maniera in cui operano i mercati finanziari, e costringere le istituzioni finanziarie a ripensare il proprio approccio all’industria del risparmio, senza perdere di vista leggi e regolamenti; come ad esempio quelle che disciplinano l’automazione e la digitalizzazione della normativa antiriciclaggio, nonché quelle che identificano e verificano l’identità dei clienti delle società finanziarie per prevenire la compartecipazioni a truffe, frodi e terrorismo.

Parallelamente, negli ultimi anni si è sviluppato anche il settore dell’insurtech, settore che regola l’uso della tecnologia per semplificare e migliorare l’efficienza del settore assicurativo. In particolare, un recente rapporto di Capgemini e EFMA evidenzia come le compagnie assicurative tradizionali stiano affrontando una crescente pressione concorrenziale a causa della nascita di una serie di start-up specializzate nell’insurtech.

Ma è nella competizione tra aziende fin-tech e banche d’investimento tradizionali che si sta consumando una guerra commerciale senza precedenti. Infatti, secondo l’analisi di The Boston Consulting Group, nel 2006 le seconde pesavano per il 48% dei ricavi totali generati dai mercati di capitale, mentre nel 2017 la percentuale si è ridotta al 33%, con un andamento negativo ormai quinquennale. Pertanto, sui mercati dei capitali le grandi banche di investimento hanno visto progressivamente erodere la loro base ricavi a causa di nuove categorie di operatori che basano la propria attività sulle nuove tecnologie in grado di sfruttare il web, i sistemi cloud e l’intelligenza artificiale. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, le start-up fin-tech sono in grado di offrire ai propri clienti prodotti e servizi interessanti, flessibili e personalizzabili, che mettono sempre il cliente al centro. Al contrario delle banche d’investimento, che sono ancora troppo strutturate in funzione del prodotto e del modo di produrlo al costo minimo piuttosto che sulla relazione con il cliente.

Secondo una recente ricerca (Trustpilot), più del 40% degli soggetti intervistati ritiene che le aziende di questo settore siano altamente affidabili, perchè nate in tempi molto recenti ed in grado di spaziare nella più assoluta creatività di servizio, senza la “zavorra” dei cicli produttivi delle aziende tradizionali e con l’obiettivo di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti. La loro “capacità di ascolto” è tale da migliorare costantemente l’esperienza del cliente, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand e del prezzo del servizio.

Capitolo a parte merita la reputazione online: più di un terzo delle start-up fin-tech, infatti, reputa le recensioni positive come fondamentali per trasformare un cliente potenziale in un cliente effettivo, mentre la metà di esse le ritiene almeno “importanti”.

Consulenti finanziari, la sopravvivenza passerà dal modello di consulenza anglosassone?

Senza una profonda rivisitazione del modello giuridico-professionale, nel giro di 10 anni i consulenti finanziari non autonomi potrebbero quasi sparire dal mercato.

Con l’avvento della MiFID II, le fondamenta del sistema che vede i consulenti abilitati fuori sede ancora in numero largamente totalitario (98,5%) stanno cedendo vistosamente sotto i colpi della continua riduzione dei margini di ricavo alle reti, della cronica mancanza di un serio piano di educazione finanziaria negli utenti (ci vorranno altri dieci anni prima che la “Generazione Z” acquisisca una vera familiarità con i principi di gestione dei mezzi finanziari) e della più assoluta assenza di tutela sindacale da parte degli enti maggiormente rappresentativi, protesi come ad agire sulla limitazione degli effetti delle decisioni prese dal lato dell’offerta, e non sulla loro concertazione (e quindi sulle cause).

La tendenza alla diminuzione dei margini per i consulenti, in particolare, li espone alla necessità di dover allargare continuamente le masse amministrate, ossia la “base imponibile” delle proprie provvigioni, e ciò determina una sorta di selezione indotta che espellerà ogni anno centinaia di bravi professionisti, “rei” unicamente di non stare al passo con l’aumento di raccolta che è diventato sempre più difficile per via della fortissima competizione e del tasso di fidelizzazione della clientela opposto anche dal sistema bancario tradizionale (da cui tradizionalmente si attingeva).

La MiFID II, poi, ha fatto emergere una categoria – quella dei consulenti c.d. indipendenti – che nei decenni precedenti era rimasta nascosta, in attesa di tempi migliori. In particolare, ciò che si sta rivelando sono le differenze tra le due categorie. Gli indipendenti, infatti, sembrano essere i soggetti destinatari naturali di quella rivoluzione della professione spesso annunciata ma mai codificata: la consulenza patrimoniale. Infatti, il mondo dei CF non autonomi si continua a muovere lungo i binari della gestione e remunerazione del solo risparmio, difettando vistosamente di iniziative (anche di semplice formazione) rivolte alla gestione di tutto il patrimonio delle famiglie: denaro, immobili, beni preziosi, investimenti alternativi (arte, auto, orologi etc).

Adesso sembra esserci un solco profondo tra consulenti finanziari indipendenti e non indipendenti, e la sensazione generale è che se il compito del pianificatore deve continuare ad essere solo quello di creare un paniere di titoli o fondi comuni, il valore aggiunto di tale professione, a causa del futuro utilizzo della consulenza online e “robotica”, non può che diminuire, fino ad annullarsi. Pertanto, la gestione del portafoglio mobiliare è solo il minimo che un consulente finanziario può fare oggi per il cliente, e il differente approccio professionale tra le due categorie si rivela sul piano dei servizi considerati “accessori” dall’industria del risparmio gestito e dalle banche-reti, e non ancora retribuiti. I consulenti che lavorano su base autonoma oggi possono già “codificare” questi servizi, lavorando anche in partnership con altre categorie professionali (avvocati, commercialisti, notai etc) e condividendone il risultato economico. Ciò non accade per i CF non indipendenti, costretti a farsi schermare economicamente da quei professionisti, in merito alla condivisione della parcella, perché il proprio inquadramento impedisce una “codifica” semplice del proprio apporto professionale (che c’è, ed è innegabile). Per meglio chiarire il concetto dei servizi “accessori” non retribuiti, ecco alcune delle funzioni più comuni svolte dal consulente finanziario su base non indipendente:

– sviluppo e aggiornamento del piano finanziario;

– comprensione delle leggi e delle modifiche fiscali;

– pianificazione di strategie di reddito del capitale investito;

– consulenza sulle opzioni di previdenza sociale e assicurativa;

– protezione e passaggio generazionale del risparmio familiare;

– protezione del risparmio dall’erosione del potere d’acquisto;

– ideazione di strategie di donazione e di beneficenza;

– formazione al cliente sulla finanza comportamentale e sulla fedeltà al piano finanziario nei periodi di correzione (anche violenta) dei mercati.

In tutta evidenza, tutte queste funzioni ad altissimo valore aggiunto, insieme all’elevatissimo tasso di mansioni amministrative di competenza delle banche-reti e svolte gratuitamente dai consulenti, non vengono oggi riconosciute economicamente. Eppure, sono proprio queste funzioni a segnare il rapporto di fiducia consulente-cliente ed a trainare la vendita dei prodotti finanziari.

L’intera industria del Risparmio, di conseguenza, dovrebbe rivolgere più di una riflessione sulla urgenza di codificare un servizio di consulenza allargato a queste funzioni; se non lo fa, vuol dire che non lo ritiene strategicamente interessante, in ciò compiendo un errore madornale.

Secondo il nuovo Rapporto annuale Consob sulle scelte di investimento degli italiani, più del 50% di chi ha partecipato al sondaggio non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti, ed in relazione alle scelte di investimento solo il 20% degli individui si affida a un consulente finanziario.

Inoltre, secondo un report di Cerulli Associates, si prevede che oltre un terzo dei consulenti finanziari andrà in pensione nei prossimi 10 anni, determinando la necessità di “trasmettere” il portafoglio clienti ad altri colleghi per un valore pari a quasi il 39% delle attività del settore, ma quasi un quarto dei consulenti in tutti i canali che prevedono di ritirarsi nel prossimo decennio non ha un piano di successione. Nel frattempo, il settore sta lottando per reclutare e/o trattenere consulenti adeguatamente preparati e con buone masse, senza però aumentare gli sforzi di reclutamento di consulenti più giovani all’interno del team per gestire programmi di successione aziendale dei consulenti più anziani e prossimi alla pensione.

Questa circostanza, più delle altre, preoccupa i consulenti non indipendenti che si trovano “in mezzo al guado” e che, quando verrà il loro momento dei “raggiunti limiti di età”, potrebbe vedere il proprio portafoglio non valorizzato in uscita, per assenza di colleghi pronti a subentrare o per via di modifiche unilaterali del contratto.

In definitiva, il modello di servizio migliore, grazie al quale dare continuità ad una professione troppo “ingessata” giuridicamente sul vincolo del mono-mandato, sarebbe quello anglosassone. Questo, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ma attribuisce al consulente anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, in Italia le barriere all’entrata (e l’inattività delle associazioni di categoria) verso questa innovazione di processo sono talmente alte da non permettere, al momento, di intravedere una simile prospettiva.

Ma si rimane fiduciosi in un risveglio delle coscienze e, soprattutto, delle intelligenze sottratte all’interesse di parte.

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Millennials e consulenti finanziari, un rapporto difficile. I giovani investitori costretti ad utilizzare app e piattaforme digitali

Il modello tradizionale di addebito delle commissioni, basato sulle masse amministrate, rende i clienti più giovani poco attrattivi per i consulenti. Allora, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per le sue esigenze finanziarie?

Oggi, in Italia, le quote di mercato del risparmio sono suddivise in maniera netta e inequivocabile: 12% ai consulenti finanziari (sia non autonomi che indipendenti), 12% alle poste, 76% alle banche tradizionali. Il primo, in particolare, sembra inaccessibile ai millennials, e per il futuro non si intravede una soluzione al problema senza sfruttare la tecnologia.

Per capire meglio le dimensioni della questione, mettiamoci nei panni di uno dei 6 milioni di millennial italiani, e immaginiamo di essere uno di loro, mentre facciamo i primi passi importanti nella carriera; è il momento migliore per pensare di comprare la nostra casa o di sottoscrivere un fondo pensione o un programma di accumulo per un acquisto futuro. Pertanto, potremmo pensare di rivolgerci ad un consulente finanziario ma……quale consulente è disponibile per un cliente come un millennial, senza risparmio già accumulato ma con bisogni e necessità come tutti gli altri?

In Italia i consulenti raramente rifiutano di incontrare un cliente giovanissimo e senza risparmio (anche perché egli avrà certamente dei genitori “patrimonials” a cui rivolgersi in seguito), ma questa disponibilità non durerà ancora a lungo. Già oggi, per esempio, nel Regno Unito nessun consulente finanziario accetta di lavorare per i millennials, i quali sono così costretti a rivolgersi a singoli brokers per specifiche esigenze, frammentando con estremo disagio la platea dei propri interlocutori. In Italia, la situazione non è molto diversa, ed il concetto di “fare numero” è già stato sostituito da tempo da quello di “fare massa”, possibilmente attraverso clientela con patrimonio consolidato e di buona entità. Pertanto, a meno che un giovane investitore non abbia uno stipendio elevato, una grande eredità o sia all’inizio di una carriera potenzialmente redditizia, è probabile che il consulente non sia in grado di guadagnare in maniera soddisfacente, ed è altrettanto probabile che gli dedicherà poco tempo.

Non è una questione di “cinismo professionale”, ma una sorta di selezione naturale indotta dal modello retributivo di reti e consulenti, calcolato sulle masse, e dalle politiche di marketing delle banche-reti, rivolte oggi quasi esclusivamente alla clientela “di pregio” che consente – ancora per quanto? – di realizzare ricavi adeguati. Infatti, le modalità tradizionali di addebito delle commissioni al cliente – noto nel settore come modello ad valorem – rende i clienti più giovani e asset-light poco attrattivi.

Alla luce di queste considerazioni, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per ricevere assistenza riguardo le sue esigenze finanziarie?

Da qualche tempo vengono in aiuto nuovi servizi digitali, con i quali si tenta di colmare il “divario di consulenza” tra clienti patrimonials e clienti più giovani, e alcune di questi sono così innovativi, eleganti e convenienti, che potrebbero far temere per la tenuta della professione di consulente tradizionale per il futuro imminente. Stiamo parlando di Internet, naturalmente, e delle piattaforme di consulenza online, le quali stanno venendo incontro alle sempre più pressanti richieste provenienti dai millennials in materia di finanza.

Il motivo di tanto fervore innovativo è rintracciabile nelle previsioni di sviluppo di questo segmento di investitori, il quale è previsto in aumento numerico esponenziale nel prossimo decennio. In Italia, la sostanziale scomparsa della classe media e la decrescita sostenuta del reddito disponibile delle famiglie hanno causato, negli ultimi quindici anni, la mancata creazione di nuovo risparmio e, relativamente al mercato dei servizi finanziari, hanno aumentato a dismisura il numero dei clienti ritenuti oggi “meno interessanti” (da 100.000 euro in giù) dalle banche-reti. I millennials, poi, si collocano all’interno di una fascia ancora inferiore (tra 0 e 50.000 euro di risparmio), e quindi hanno serie difficoltà a farsi prendere sul serio da un consulente navigato e alla ricerca di masse che compensino la continua diminuzione dei margini di ricavo a cui le reti commerciali sono state costrette dal 2008 ad oggi.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze anche sul futuro della professione di consulente. Infatti, i consulenti finanziari che ricadono nella fascia d’età 30- 40 anni dovranno affrontare una vera e propria sfida per trovare la loro “prossima generazione” di clienti, una volta che quella dei patrimonials (i genitori dei millennials, nella fascia di età over 65) si sarà esaurita per intervenuti limiti di vita. Probabilmente, il modello economico basato sulle masse dovrà lasciare il posto a quello basato sul servizio e sulla parcella, il quale oggi trova un muro invalicabile nel vincolo di mono-mandato a cui devono sottostare i consulenti finanziari. In tal senso, il modello anglo-sassone (che dà al consulente autonomo la possibilità di occuparsi direttamente delle operazioni di acquisto presso qualunque banca “depositaria”) è certamente più avanzato del nostro.

Così, i millennials hanno trovato nelle piattaforme di investimento fai-da-te, letteralmente esplose negli ultimi tre anni, un contenitore di servizio dove poter gestire le proprie esigenze legate al denaro, sviluppando, insieme alla dimestichezza nell’uso della tecnologia, l’idea che si possa investire con successo anche senza il supporto di un consulente. I gestori patrimoniali digitali online (come Moneyfarm) oggi invitano gli aspiranti investitori a presentare il loro orizzonte temporale di investimento e le loro opinioni sul rischio, suggerendo loro il miglior fondo di investimento. Questo approccio rappresenta esattamente ciò che vuole un millennial, il quale cerca soluzioni semplici a quesiti altrettanto semplici: come accumulare, quale mutuo scegliere, quali commissioni pagare…il tutto in tempo reale, con poca spesa e senza interagire eccessivamente con qualcuno.

Peraltro, nel corso dei prossimi 20 anni, i millennials italiani erediteranno circa 5 miliardi di euro dai baby boomers: a chi verranno affidate queste masse, frazionate tra vari eredi? Non esiste nessuna ricerca di questo tipo, ma ci viene in aiuto una ricerca inglese (condotta da Kings Court Trust) secondo la quale un quarto dei beneficiari di eredità si è immediatamente allontanato dai consulenti dei genitori o dei nonni, portando via, in media, circa 300.000 sterline presso le banche tradizionali per operare in autonomia. Il restante 75% di ereditieri, in tutta probabilità, apprezzerà ancora il “tocco umano” del consulente per interagire con il mondo della finanza, anche perché, secondo la stessa ricerca, molti dei giovani investitori si dichiarano spaventati all’idea di andare su un sito Web finanziario, rispondere ad alcune domande automatizzate e vedersi addebitare la propria carta di credito per una consulenza che potrebbe essere stata erogata anche da un c.d. Robo-Advisor.

Di contro, rispetto ai colleghi britannici, i consulenti italiani rimangono ancora “umani” e si rivelano amichevoli, professionali e disposti ad aiutare le giovani generazioni. Ma non sappiamo quanto a lungo durerà, perchè i punti critici rimangono, e sono i costi, la convenienza e il tempo. Pertanto, anche per i millennials italiani, la soluzione sembra essere quella di usare una combinazione intelligente di app, piattaforme di investimento e presenza umana (simpatica ed efficace) di tanto in tanto.

Chi ha già intravisto questo cambiamento, tra i consulenti, si attrezzi in fretta ad investire sul proprio sito web.

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Utenti di Facebook? No, clienti. La grande illusione del “tutto gratis” e i ricavi da capogiro di Zuckerberg

Sapevi di essere un cliente di Facebook, e non un semplice utente? Il più famoso dei social realizza utili miliardari con un modello di business basato su una illusione collettiva e sul monopolio quasi assoluto delle relazioni virtuali.

“Non è gratis e non lo sarà mai”. Questo è lo slogan che Mark Zuckerberg dovrebbe far campeggiare nella pagina di iscrizione al social network che ti fa sentire un ospite e così nasconde la tua natura di principale fornitore gratuito di materia prima.

Per spiegarvi meglio il concetto (che molti di voi già intuiscono vagamente), partiamo dai risultati economico-finanziari dell’azienda. Nel 2018, il fatturato complessivo è stato di 55,8 miliardi di dollari, una crescita del 37 per cento rispetto ai 40,6 del 2017. I guadagni netti sono saliti in modo analogo: da 15,9 a 22,1 miliardi (+39 per cento). I dati del solo Q4 indicano invece un fatturato di 16,9 miliardi, +30 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017; i guadagni netti ammontano a 6,9 miliardi, contro i 4,3 del 2017 (+61 per cento). Gli annunci pubblicitari rappresentano la quasi totalità degli introiti del social, mentre il Nord America si conferma il mercato principale, con un fatturato pari al 50% del totale mondiale.  Rispetto all’anno precedente, crescono anche gli utenti attivi, sia mensili sia giornalieri (rispettivamente 2,32 e 1,52 miliardi, +9% in entrambi i casi).

I dipendenti della società hanno raggiunto quota 35.587, una crescita incredibile del 42 per cento su base annua, pompata dal vertiginoso aumento dei ricavi, e oggi almeno 2,7 miliardi sono gli utenti che sfruttano almeno uno dei quattro servizi della società (Facebook stesso, Messenger, WhatsApp e Instagram).

Ma non è tutto oro quel che luccica. Sotto accusa, recentemente, il modus operandi di Facebook sull’utilizzo dei dati degli iscritti. Infatti, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inflitto una sanzione di 10 milioni di euro a carico di Facebook Ireland LTD (società operativa a livello europeo e della capogruppo Facebook Inc.). Secondo la decisione del Garante, Facebook avrebbe pubblicizzato l’iscrizione alla piattaforma con l’annuncio “Iscriviti, è gratis e lo sarà per sempre”, enfatizzando così, come si legge nel provvedimento pubblicato sul bollettino del 10 dicembre, la sola gratuità della fruizione del servizio, non informando adeguatamente l’utente, in fase di attivazione dell’account, dell’attività di raccolta dei dati a fini commerciali, finalizzata alla loro monetizzazione, in modo da indurre l’utente stesso ad assumere una decisione commerciale che non avrebbe altrimenti preso. L’Autorità garante ha sottolineato infatti come la raccolta e lo sfruttamento dei dati costituiscano la contro-prestazione del servizio offerto dal social network.

In pratica, Facebook ci offre un servizio e noi lo paghiamo con i nostri dati; ma come avviene questo processo?

Il Social raccoglie informazioni su di noi già al momento in cui creiamo un account, ma quelle meno allettanti quali nome, cognome e data di nascita assumono valore solo quando a queste si aggiungono tutti i dati raccolti mentre usiamo il sito, l’applicazione per dispositivi mobili, WhatsApp e tutte le altre applicazioni che fanno capo a Facebook. Volendo classificare le categorie di informazioni più appetibili, a Zuckerberg & co. interessa:

– memorizzare i contenuti che creiamo,

– memorizzare i contenuti che condividiamo,

– registrare quante volte ci colleghiamo e per quanto tempo restiamo connessi,

– acquisire le caratteristiche sul mezzo di connessione usato (persino la versione dell’hardware),

– sapere tramite quale provider navighiamo e quale sistema operativo usiamo,

– conoscere la nostra posizione,

– conoscere il nostro indirizzo IP,

– conoscere il nostro numero di cellulare,

– attraverso i servizi di sincronizzazione, avere pieno accesso alla rubrica dei contatti contenuti nello smartphone,

– ricevere le informazioni che rilasciamo quando visitiamo altri siti o altre applicazioni che usano i plugin social di Facebook, oppure quando facciamo login utilizzando le credenziali Facebook,

– analizzare le nostre interazioni con i siti degli inserzionisti,

–  analizzare le interazioni che abbiamo con altri utenti o all’interno di gruppi.

In questo modo, Facebook conosce benissimo cosa ci piace, chi sono le persone con le quali ci piace interagire, quali sono le nostre abitudini, da dove ci connettiamo, dove siamo, il numero della nostra carta di credito, il nostro indirizzo di spedizione e quello di fatturazione. In pratica, tutti gli aspetti più personali e riservati della nostra vita privata o professionale sono la materia prima che cediamo  – noi sì, gratuitamente! – a Facebook per fornire agli inserzionisti tutti i dati necessari per sottoporci pubblicità mirate e fare soldi.

Un oceano di soldi, come abbiamo visto prima.

In sintesi, Facebook è un negozio virtuale con due miliardi di clienti classificati nelle loro più intime abitudini di vita e negli stili di consumo, e come tale dovrebbe garantire in cambio un livello di servizi di base tipico di tutti gli esercizi commerciali di massa, come, ad esempio, l’assistenza post-vendita, un ufficio reclami che assicuri risposte ai clienti/utenti ed un auditing interno che verifichi la correttezza dei processi commerciali ed etici.

Qual è allora lo spartiacque giuridico per pretendere una maggiore tutela nella fruizione di Facebook e di tutti i social network? Semplice: rivendicare il proprio status di cliente, e non di semplice utente.

La differenza tra i due termini è notevole. In informatica il termine utente connota colui che interagisce, per mezzo di un computer (o di uno smartphone) e di un c.d. account personale, con un sito internet. Ad esso si contrapporrebbe il termine cliente, che a differenza del primo sceglie e paga per ottenere un bene o un servizio. Ebbene, nel caso di Facebook, cliente e utente coincidono perfettamente, dal momento che anche il c.d. utente paga un corrispettivo (non in denaro ma attraverso i suoi dati, ossia la “materia prima”), che il social cerca di nascondere attraverso l’illusione del “tutto gratis”.

Senza i nostri dati, Facebook non può vendere campagne pubblicitarie mirate (ossia la fonte su cui si regge tutto il suo fatturato), pertanto essi hanno un valore economico che attribuisce all’utente lo status di cliente e la pretesa di alcuni diritti, primo tra tutti un regolare contratto e, perchè no, una ricevuta fiscale che vale almeno 50 euro l’anno (tanto è il ricavo annuale prospettico stimato per utente attivo).

Allora, siete ancora convinti che la vostra adesione a Facebook sia gratuita?

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