Maggio 26, 2026
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Consulenza Finanziaria, non è un paese per giovani. Valerio Giunta: restituire valore alla vendita

Una volta messa in sicurezza l’Economia, è indispensabile intervenire con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani, anche nel mondo “chiuso” delle reti di Consulenza Finanziaria.

Con l’attuale crisi di governo, in piana pandemia, si sente parlare continuamente di ripartenza, di cambiamento e di nuove prospettive, di contrapposizione tra sussidi e investimenti sul futuro e sulle generazioni a venire. Formuliamo tante domande e non abbiamo ben chiare le risposte, però sappiamo bene che per raggiungere un qualsiasi obiettivo occorre partire dalle fondamenta e dalle risorse a propria disposizione.

Nell’ultimo anno, abbiamo visto come sia sufficiente un elemento esterno come un virus sconosciuto (un nemico invisibile, ma letale) per mettere in pericolo l’intera economia mondiale. Nel tentativo di mantenere intatti i fattori di maggior produzione, le industrie – ivi compresa quella del Risparmio – hanno dato priorità alla difesa dei lavoratori più esperti e “anziani”, sacrificando ancora una volta il lavoro giovanile e interrompendo qualunque piano di investimento sulle nuove risorse. Pertanto, una volta messa in sicurezza l’economia, è indispensabile intervenire adesso con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani; anche nel mondo della Consulenza Finanziaria, che già da anni appare caratterizzato da elementi pericolosamente in contrasto tra loro: chiuso ai giovani e con grandi barriere all’entrata, ma bisognoso di un ricambio generazionale per via della elevata età media – 56 anni circa – che pone seri interrogativi sulla futura sostenibilità di questa fondamentale categoria professionale.

Valerio Giunta

Secondo Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e delegato all’Assemblea nazionale della Fondazione Enasarco, “consulenti finanziari e società mandanti hanno una grande responsabilità, ovvero quella di rilanciare l’economia, e questo non potrà avvenire che attraverso il rilancio della vendita consulenziale o qualificata, ossia di quella particolare proposizione di vendita che avviene solo dopo aver ascoltato il cliente e annotato fedelmente le sue esigenze, e non quella che mira al tornaconto economico immediato”. “Infatti – prosegue Giunta – è sulle strategie di vendita messe in atto nel rispetto delle normative e con i più nobili intenti informativi che la professione di consulente finanziario si è sviluppata dagli anni ’80 ed è arrivata oggi ad annoverare 33.000 professionisti attivi che totalizzano il 15% di tutti i clienti e circa 825 miliardi di masse amministrate”.

Negli ultimi anni si è verificato un aumento di iscritti tra i giovani al di sotto dei 30 anni (23,8% delle nuove iscrizioni nel 2019, contro l’11% del 2018 e il 9,5% del 2017), ma il numero di nuove iscrizioni non pareggia il numero di consulenti che lasciano la professione. Nel 2019, per esempio, a fronte di 1.456 iscrizioni ci sono state 3369 cancellazioni, con un tasso di compensazione di circa il 43%. Ma se analizziamo il tasso di sostituzione in base all’età dei nuovi iscritti, in quell’anno sono stati solo 403 gli under 30, con un contributo al tasso di sostituzione della categoria inferiore al 12%. Si direbbe che un 12% di giovani in più all’anno potrebbe compensare, nei prossimi 8 anni, l’uscita degli “older”, ma dovremmo presumere che la professione abbia in sé tutti gli strumenti per “trattenere” i giovani, sopportando un basso turnover. Invece, nel 2019 i consulenti finanziari con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% rispetto all’anno precedente, ed il 2020 sembra aver amplificato questo trend; per cui, di anni ne servirebbero almeno trenta, considerando che i consulenti tra i 30 e i 40 anni di età, nel periodo considerato, sono diminuiti del 63%.

Questi dati, piuttosto preoccupanti, vanno certamente messi in relazione alle barriere all’entrata poste dal sistema a tutela dei parametri strategici fino ad oggi privilegiati (il portafoglio medio, in primis, e l’età più matura e rassicurante del professionista), ma non è tutto lì il problema. Infatti, alla “crisi di vocazione” verso la professione del consulente finanziario corrisponde una profonda crisi della cultura della vendita qualificata o consulenziale.

Il consulente finanziario, all’inizio della propria attività, deve “vendere se stesso” alla clientela potenziale, e per farlo deve essere competente sulle modalità di relazione che prevedono la gestione del contatto, la comunicazione di sé e dell’azienda per cui lavora, l’ascolto dei bisogni del cliente e della sua famiglia, l’analisi dei bisogni e la condivisione delle loro priorità, lo studio del profilo dell’investitore e, solo alla fine, l’accordo sul piano di investimenti. “In sintesi – prosegue Valerio Giunta – il consulente deve essere persuaso che solo attraverso il bene del cliente arriva il risultato: magari non è immediato, ma certamente sarà duraturo. Inoltre, è evidente che senza la fase di instaurazione e gestione del contatto, che richiede una formazione specifica, il consulente non sarà in grado di lavorare e di esprimere la propria competenza a qualcuno, perché nessuno lo andrà a cercare spontaneamente. Va da sé, quindi, che la prima cosa da fare sia investire sulla formazione dei giovani alla “vendita qualificata”, per distinguerla da quella c.d. Push”.

Del resto, il professionista delle vendite è il ruolo principale in qualunque azienda, e l’industria del Risparmio – in particolare del risparmio gestito – conosce e valorizza bene questa figura. Persino le società di gestione del risparmio, piccole e grandi, hanno in organico funzionari specializzati che girano l’Italia per informare le reti sui propri strumenti finanziari (fondi e sicav) allo scopo di aumentarne le sottoscrizioni. Si tratta pur sempre di una vendita qualificata, ed è utilissima per la catena distributiva; i clienti, in questo caso, sono gli stessi consulenti finanziari, i quali valuteranno l’efficacia e l’idoneità di quei determinati strumenti finanziari rispetto ai piani di investimento della propria clientela.

Valerio Giunta

Il problema, probabilmente, è anche a monte. La nostra società, a differenza di quella del mondo anglosassone, non riesce a maturare una piena coscienza del ruolo della forza vendita nell’economia, sia all’interno di una piccola azienda sia all’interno del paese. Sono tantissime in Italia le aziende che si lamentano della mancanza di giovani dedicati alla vendita, ed esistono resistenze culturali che impediscono alle nuove generazioni di intraprendere questo tipo di carriera. Allo stesso tempo, però, la maggior parte di queste aziende non dispone di un vero e proprio piano di inserimento che preveda un investimento finanziario sui giovani (fisso mensile minimo incondizionato, attività gratuita di formazione, affiancamento delle risorse umane con esperienza etc). “La mentalità generale – conclude Giunta – è soprattutto quella di inserire i giovani e verificare se riescono a sopravvivere con le proprie forze. Eppure, i vantaggi futuri derivanti dall’assicurare ai giovani un fisso minimo mensile, formazione costante ed affiancamento da parte dei colleghi anziani sono evidenti, e tra le reti di consulenza finanziaria esistono alcune aziende che stanno cominciando a rivalutare questo percorso. E’ a loro che vanno rivolte le migliori speranze per la sopravvivenza della categoria”.

Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Di Alfonso Selva

“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.

Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?

Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.

INIZIAMO DAI RISCHI.

1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.

2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.

Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:

a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);

b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);

c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);

d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).

Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.

Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.

Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).

Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione  non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).

Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.

Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.

Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.

Consulenti finanziari, clienti e offerta fuori sede: la Cassazione interviene sul diritto di recesso

Una interessante vicenda giudiziaria ci ricorda come il diritto di recesso sia uno strumento importantissimo per gli investitori in caso di investimento effettuato fuori sede, e costituisca una necessaria fonte di tutela anche per lo stesso consulente, che certamente non può ritenersi responsabile dell’insuccesso di un investimento qualora abbia agito rispettando i criteri di scelta e la propensione al rischio del cliente.

La c.d. Offerta fuori sede, che dà anche il nome ad una delle categorie di consulenti finanziari (quelli “abilitati ai servizi fuori sede”, appunto), non è solo una modalità di svolgimento della professione, ma anche – e soprattutto – una fattispecie che attribuisce al cliente particolari tutele giuridiche. La più importante, certamente, è quella che assicura il diritto di recesso, entro un termine ben preciso, dagli effetti del contratto sottoscritto “fuori sede” (art. 30 TUF).

Sul punto, c’è da dire che la normativa sull’offerta fuori sede tutela l’investitore, in quanto si presume che le decisioni assunte in quel contesto siano frutto della “sollecitazione” del consulente e non di una sua scelta autonoma. Rimane, quindi, da capire quando una operazione può considerarsi “in sede”, e quando “fuori sede”, qualora sorgano delle controversie sulle operazioni mobiliari eseguite – o, come meglio vedremo, “promosse” – negli uffici di un promotore-consulente.

Sul tema, è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione, che con l’ordinanza 7 luglio – 27 ottobre 2020 n. 23569 si è occupata di una vicenda in cui è applicabile la disciplina relativa all’offerta fuori sede, reclamata dal cliente di una banca in relazione ad un acquisto di titoli avvenuto nell’ufficio del promotore (la vicenda origina in un periodo antecedente al cambio di denominazione). In particolare, i giudici di legittimità rispondono che, per escludere la fattispecie dell’acquisto fuori sede, non è sufficiente che la promozione e il collocamento degli strumenti finanziari si attuino in un luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tale attività si perfezioni presso la sede legale dell’intermediario o presso una dipendenza-filiale dello stesso.

Come raccontato nel sito di “Altalex”, un risparmiatore aveva acquistato nel 2008, presso gli uffici dell’allora promotore finanziario, 380.000 euro di titoli emessi da una prima società (la società emittente) e collocati da una seconda (la rete degli allora promotori). Secondo il risparmiatore, l’operazione finanziaria doveva considerarsi nulla, in quanto il contratto di negoziazione non comprendeva la clausola di recesso (ex art. 30 TUF) che, date le circostanze, doveva essere presente in virtù dell’acquisto concluso fuori sede.

I giudici di merito, in primo e secondo grado, rigettavano il reclamo sostenendo la mancanza del requisito di “negozio avvenuto fuori sede”, dal momento che gli uffici del promotore erano segnalati al pubblico tramite un’apposita insegna e, pertanto, l’investitore era nella piena consapevolezza di essersi recato da un professionista preposto al collocamento di strumenti finanziari.

L’investitore non si dava per vinto, e ricorreva in Cassazione, dolendosi del fatto che i giudici di merito non avessero considerato come la negoziazione del titolo fosse avvenuta nell’ufficio privato del promotore che, secondo le difese del risparmiatore, non può certo considerarsi come la sede legale dell’intermediario o filiale di essa.

Al fine di esaminare la questione, la Suprema Corte percorre una strada fatta di necessarie premesse. Innanzitutto, nell’attività di perfezionamento di un contratto di investimento bisogna tener presente tre momenti fondamentali: pubblicità, promozione (oggi consulenza) e collocamento. In particolare, la pubblicità persegue uno scopo meramente informativo, mentre l’attività di promozione consiste nel sollecitare il cliente a sottoscrivere l’investimento in determinati strumenti finanziari o servizi. Si tratta, in merito alla Promozione, di un’attività prodromica alla conclusione della successiva fase del collocamento, la quale invece coincide con il “negozio” vero e proprio, ossia con il trasferimento dello strumento finanziario nella disponibilità del cliente (nel dossier titoli, oppure in un deposito accentrato).

Inoltre, l’intermediario è solitamente un istituto di credito o una società, che si occupa di strumenti di investimento (c.d. “soggetto abilitato”); mentre il promotore finanziario (oggi consulente) è il mandatario dell’intermediario, ed il suo compito consiste nel proporre gli strumenti finanziari che la società mandante ha in portafoglio. Il vincolo di esclusiva, poi, non può che costituire un legame diretto con la mandante, legame che, in tutta evidenza, deve aver fatto cadere in errore i giudici di merito che si sono occupati della vicenda. La Cassazione, invece, afferma che “….occorre verificare se il luogo (l’ufficio del consulente, ndr) si trovi ubicato all’interno della sede legale o sia parte di una dipendenza del soggetto abilitato….”.

Ai fini del diritto di recesso, il legislatore ha previsto per l’investitore una forma di tutela che prevede come ogni operazione di collocamento di strumenti finanziari conclusa al di fuori dei locali della sede legale della banca “debba presumersi non costituisca il frutto di una premeditata decisione dell’investitore, quanto, piuttosto, di una sollecitazione proveniente dai promotori di cui l’intermediario si avvale” (come già precisato da Cassazione a S.U. n. 13905/2013). Pertanto, nell’odierna decisione, i giudici di legittimità intervengono in senso contrario a quelli di merito, stabilendo che “Per escludere l’applicabilità della disciplina relativa all’offerta fuori sede di cui all’art. 30 TUF, nella vigenza del reg. Consob n. 16190/2007, non è sufficiente che la promozione e il collocamento di strumenti finanziari si attuino in luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tali attività si perfezionino presso la sede legale dell’intermediario autorizzato, ovvero presso una dipendenza dello stesso, per tale dovendosi intendere l’unità locale costituita da una stabile organizzazione di mezzi e di persone, aperta al pubblico, dotata di autonomia tecnica e decisionale, che presta in via continuativa servizi e attività di investimento”.

Questa ordinanza, se non altro, ci suggerisce come il diritto di recesso sia uno strumento importantissimo per gli investitori in caso di investimento effettuato fuori sede, e costituisca una necessaria fonte di tutela anche per lo stesso consulente, che certamente non può ritenersi responsabile dell’insuccesso di un investimento – soprattutto se appartenente alla categoria del c.d. risparmio gestito – qualora egli abbia agito osservando preventivamente anche i criteri di scelta più corretti in relazione alla propensione al rischio del cliente.

La Finanza Semplice e la teoria dei contenitori. Razionalizzare i sogni e definire gli obiettivi

Spesso le persone non hanno chiari i propri scopi, finchè qualcuno o qualcosa non permette loro di “razionalizzare il sogno”. Gli obiettivi, infatti, non nascono nella loro vera forma, e rimangono per molto tempo allo stato di “sogno” prima di evolvere in determinazione e concretezza.

Di Alfonso Selva*

Oggi vorrei scrivere qualcosa a beneficio dei miei colleghi più giovani, che non hanno potuto avere, come me, un affiancamento costante sui fondamentali del mio lavoro. Trattandosi, appunto, delle “basi”, è opportuno scrivere in modo semplice concetti altrettanto semplici, affinchè  anche i risparmiatori che lo leggeranno possano comprenderli. La Finanza Semplice, infatti, parla la stessa lingua della gente, ed è il comune denominatore della relazione tra consulente finanziario e cliente.

All’inizio della relazione, il consulente deve “accorciare le distanze” con il cliente, e agire secondo due modalità fondamentali: conoscerlo e farsi conoscere. Conoscere il cliente, la sua famiglia, i suoi bisogni ed i suoi desideri è, tra le due modalità, quella più importante. Dalla conoscenza di chi abbiamo di fronte, infatti, ricaviamo tutte le informazioni da tradurre in obiettivi concreti.

Consulente finanziario

Cosa fare, quindi, come agire? Cosa si aspetta, il futuro cliente, dal consulente?

Niente che non rappresenti le basi di una nuova relazione: sedersi accanto e presentarsi, parlando brevemente di sé stessi, della propria professione e, perché no, della propria famiglia (salvo sfortunate eccezioni, chiunque ce l’ha, anche chi non è sposato!). Dopo la presentazione, cominciare a fare tante domande, per capire chi avete davanti e quali sono i suoi sogni.

Pensate sia difficile individuare i sogni della persona con cui parlate per la prima volta? Niente affatto. Tutti noi, in condizioni ottimali (presentazione da parte di un amico comune, referenze del mercato, aspetto, empatia) siamo disposti a parlare del nostro vissuto. L’importante è sapere ascoltare i messaggi che ci arrivano “dall’altra parte”, a volte in maniera criptica. Per farlo, sarà sufficiente fare domande sulla persona, e non certo sulle sue disponibilità economiche.

Questa fase della relazione è molto importante, perché molto spesso le persone non hanno chiari i propri obiettivi, e non sanno cosa vogliono veramente finchè qualcuno – come un consulente finanziario – non permette loro di “razionalizzare il sogno”. L’obiettivo, infatti, non nasce definito, e non assume subito la sua vera forma. Rimane per molto tempo allo stato di “sogno”, e solo il dialogo con un professionista – o un evento improvviso, piacevole o spiacevole – contribuisce a farlo evolvere verso lo stato di “obiettivo”.

Senza tante domande ed una conoscenza più approfondita della persona, il risultato sarà deludente per entrambi, ed il massimo che ci si potrà aspettare, quando si parlerà di denaro e patrimonio, sarà costituito da risposte del tipo “…vorrei far fruttare i miei soldi con poco rischio…” oppure “… voglio investire ma non voglio perdere….”, oppure ancora il classico “…..investo perché non si sa mai quello che potrà succedere…”.

Se questa saranno le risposte, voi consulenti avrete sbagliato, oppure siete stati superficiali. In più, avrete deluso le aspettative di chi vi sta di fronte, il quale non avrà ricavato la fondamentale sensazione che deriva dal ricevere attenzione da voi e potersi “raccontare”.

Facciamo un esempio, usando alcune similitudini molto efficaci. Se ci rechiamo dal medico per riferire di un dolore alla pancia senza dire esattamente: a) in quale punto, b) da quando ti fa male, c) se in profondità o in superficie, il medico non capirà quale tipo di disturbo causa il dolore, non potrà prescrivere alcun farmaco e nemmeno gli esami diagnostici più appropriati. In sintesi, non potrà darci risposte, e noi rimarremo senza cura. Oppure,  se andiamo

dall’agente immobiliare per comprare una casa, ma non gli diciamo: a) quanto possiamo spendere, b) quanto deve essere grande, c) in che zona la vogliamo, d) a che piano, e) se abbiamo bisogno di un mutuo….il professionista non potrà neanche incominciare a svolgere il proprio lavoro per assenza di informazioni.

Per un consulente finanziario, valgono gli stessi principi. Egli ha bisogno di sapere tutto del cliente, per definire i suoi obiettivi concreti e le loro priorità. Solo in quel momento, il consulente potrà parlare di investimenti e strumenti finanziari, distribuendo idealmente i risparmi all’interno di singoli “contenitori”, ognuno dei quali corrisponde ad un obiettivo concreto e raggiungibile ed è caratterizzato, pertanto, da un orizzonte temporale e una modalità di investimento differente.

LEGGI ANCHE: I miei primi consulenti patrimoniali? Mia mamma e mia nonna. I buoni consigli sono per la vita

Generalmente ogni persona ha due o tre obiettivi diversi tra loro per entità e orizzonte temporale entro cui raggiungerli. Ad esempio, se una persona vuole acquistare una casa entro due anni, ha un obiettivo di breve scadenza e sarà consigliabile tenere il denaro sul conto corrente o, al massimo, investirlo in obbligazioni super sicure e a breve scadenza. Se il cliente vive in affitto e vuole comprare casa tra 10 anni, il denaro di quel “contenitore” potrà essere impiegato a lungo termine, con l’obiettivo finanziario di conseguire nel tempo un buon rendimento.

Se l’obiettivo è quello di integrare la pensione, il contenitore giusto può essere un fondo pensione a lunghissima scadenza che coincida con la sua età pensionabile. Se l’obiettivo è quello di proteggere lui e la sua famiglia, il contenitore sarà di tipo assicurativo, mentre per il “non si sa mai” – che è un obiettivo residuale, ma pur sempre tale – un buon contenitore è quello di un accumulo finanziario mensile, a cui attingere quando c’è veramente bisogno.

La “teoria dei contenitori”, a ben vedere, è la base della Finanza Semplice, ed è talmente abbordabile che risulta semplice persino scriverne. Ciò che serve, sempre, è stabilire con il cliente il percorso da intraprendere, aiutarlo nella scelta degli strumenti e stargli accanto costantemente, perché un altro valore che contraddistingue un consulente da un semplice venditore è la sua disponibilità.

E cosa dire dei mercati finanziari…anche quelli si possono “semplificare”?

Certamente, basta ignorarli. Se si ha un obiettivo (o più obiettivi) ed un orizzonte temporale ben stimato per ciascuno di essi, il c.d. market timing – che sarebbe l’abilità semi-divina di indovinare quando comprare e quando vendere – non rientra nelle cose da fare. La prova? Ne abbiamo avuto due, belle forti, negli ultimi dodici anni: la grande crisi del 2008, e l’attuale crisi determinata dalla pandemia di Covid-19: in entrambi i casi (e con notevoli differenze tra i due), i mercati si sono sempre ripresi, chi ha tenuto senza vendere in preda al panico ha recuperato tutto e, al massimo, ha dovuto aggiornare, con l’aiuto del consulente, l’orizzonte temporale di alcuni “contenitori”.

Per sintetizzare “all’osso” il metodo di lavoro della Finanza Semplice, queste sono le sette regole da osservare:

  1. intervistare (il cliente),
  2. analizzare (le informazioni),
  3. definire (gli obiettivi),
  4. pianificare (il loro orizzonte temporale),
  5. selezionare (gli strumenti di investimento),
  6. monitorare (gli obiettivi in relazione al tempo trascorso),
  7. rivedere (gli obiettivi, in caso di eventi imprevisti e di una certa rilevanza).

In fondo, è tutto molto semplice, non credete?

Consulente Finanziario – iscritto Albo OCF al nr. 8634 del 2-11-1994 – Via Piemonte 42, 00187 Roma, e-mail: info@alfonsoselva.it

Le banche dichiarano di puntare alla Consulenza Patrimoniale, ma non la vogliono

Chi sta remando contro l’affermazione della Consulenza Patrimoniale? Al netto degli incolpevoli consulenti finanziari, praticamente tutto il resto del sistema. Le organizzazioni di categoria si sveglino dal lungo sonno e facciano finalmente qualcosa di lungimirante per restituire agli iscritti la visione del futuro. 

Di Alessio Cardinale*

Ogni tanto, grazie allo spirito di iniziativa di un consulente finanziario allarmato per il proprio futuro, veniamo a sapere cosa succede nelle reti di consulenza quando il famigerato parametro del portafoglio medio prende il sopravvento nelle politiche aziendali delle banche reti, e mette sotto pressione i professionisti che si trovano sotto ad una certa soglia di patrimonio amministrato, giudicata insufficiente – chissà perché – a rappresentare l’immagine di un gruppo di fronte ai clienti.   

E’ ciò che ha segnalato di recente il magazine Bluerating, riportando i passaggi più importanti della lettera aperta di un consulente di Sanpaolo Invest, rete del gruppo Fideuram ISPB. “….Ci giungono voci che l’attuale dirigenza stia puntando il dito contro quei professionisti che oggi sono sotto un minimo di portafoglio (si dice 10 milioni) invitandoli ad abbandonare la professione, persone che hanno famiglia, persone che hanno regalato 20/30 anni, che sono state sempre fedeli a un marchio, a un nome e che oggi si vedono tradite nella loro stessa fedeltà”.

Bluerating non è nuova a queste iniziative di informazione proveniente “dal basso” – io stesso, prima di affiancare la passione per l’informazione alla professione di consulente finanziario, sono stato “ospitato” nel 2018 presso la loro testata – ed ha approfondito la questione, contattando le principali realtà del settore, molte delle quali non hanno ritenuto di dover rispondere sul tema degli standard minimi di consistenza di portafoglio che i consulenti sono costretti ad inseguire per potere svolgere l’attività presso la loro società mandante.

La cosa non ci sorprende: il problema della soglia minima di portafoglio esiste ancora, eccome. E a poco valgono le dichiarazioni di quelle società mandanti che, invece, hanno risposto di “esserne uscite”, e di avere abbracciato concretamente il modello della Consulenza Patrimoniale.

Spieghiamo il perché.

In un contesto produttivo come il nostro, occuparsi soltanto dei valori mobiliari delle famiglie vuol dire lasciare ad altri professionisti l’indotto economico derivante dalla consulenza sulle proprietà immobiliari, sulle quote societarie, sui preziosi, sulle opere d’arte e, più in generale, su tutto quanto costituisce “valore” (anche immateriale, come i valori espressi dalla storia familiare attraverso le generazioni) per una famiglia-cliente. Sorprende, pertanto, come le banche reti adottino ancora un criterio di valutazione delle risorse umane basato, appunto, sul portafoglio medio, continuando a concentrarsi sull’aumento della raccolta gestita pro capite come parametro principale per assicurarsi la permanenza nel mercato del Risparmio.

Come possa essere indicativo quel parametro di merito professionale, all’interno di uno scenario come quello descritto prima (e accettato, a parole, da tutte le banche), è un mistero misterioso. Tanto più che l’equilibrio economico di un consulente, ancora oggi, è basato squisitamente sul binomio management fee-assicurazioni, ponendo così un limite qualitativo invalicabile nella relazione con la clientela che invece vuole molto di più, e lo trova presso altre categorie di professionisti.

I contratti di consulenza, poi, riguardano quasi esclusivamente i valori mobiliari e la c.d. protezione (ossia gli strumenti assicurativi), e non prevedono alcuna attivazione del consulente sulla ricchezza immobiliare, su quella umana, sulla pianificazione successoria, tanto per citare alcuni esempi; in più, tali contratti sono distribuiti attraverso la forma tecnico-giuridica di consulenzanon autonoma”, lasciando fuori una parte consistente del patrimonio di ogni famiglia: case, aziende, gioielli, arte ed altro ancora.

La scellerata policy del portafoglio medio, poi, sta contribuendo a fare precipitare nel baratro dell’auto-estinzione l’intera categoria: più si alza l’asticella del patrimonio minimo per consulente, più professionisti “sotto soglia” vengono accompagnati all’uscita dalla professione e più aumenta l’età media dei professionisti (oggi ben oltre i 56 anni).

Questo è il sistema – solo apparentemente suicida, ma probabilmente utile a chi lo sta alimentando – che genera la grandissima contraddizione tra i principi dichiarati dalle banche reti sul grande valore prospettico della Consulenza Patrimoniale ed il dato di realtà. E sono in pochi, ormai, che ritengono questo sistema come “frutto del caso”, e non di una preciso disegno.

La prova di tutto ciò risiede nell’impossibilità, per i 33.000 consulenti sotto mandato, di poter erogare alla clientela diffusa – e quindi anche a quella non ricompresa nel proprio portafoglio – la c.d. consulenza autonoma o indipendente”, e cioè quel particolare contratto di consulenza che consentirebbe a qualunque professionista della finanza di poter esprimere la propria professionalità sul patrimonio “non mobiliare” di un cliente senza che questa venga legata necessariamente alla distribuzione degli strumenti finanziari della società mandante. Consulenza pura, insomma, sull’intero patrimonio, all’interno del quale la ricchezza mobiliare è solo una delle componenti.

Il professionista, insomma, deve poter beneficiare di un riconoscimento economico derivante dalla consulenza sul patrimonio per poter essere definito “consulente patrimoniale”. Diversamente, rimane un consulente finanziario che dà al cliente consigli gratuiti in materia, per esempio, di successioni, di immobili, arte e preziosi nella speranza, così, di poter ricevere le masse finanziarie detenute dal cliente presso le altre banche. E per riuscire a farlo deve anche poter entrare nelle grazie del  suo avvocato, del suo commercialista e del suo notaio di fiducia.

Al momento, non esiste nessuna politica di marketing operativo e/o di servizio rivolta a questa tipologia di consulenza, né le banche reti stanno dotando i propri consulenti finanziari di strumenti propedeutici al verificarsi di questa eventualità. Eppure, è esattamente ciò che manca, così come mancano i programmi (seri) di formazione in tema di Consulenza Patrimoniale, e quei pochi esistenti sono semplici appendici alla formazione in materia finanziaria, ancora troppo blandi e limitati a 2-3 ore annuali (quando va bene).

Se realmente ci si vuole vantare di promuovere la Consulenza Patrimoniale senza passare come una sorta di moderno Giano Bifronte, bisogna farsi pagare adeguatamente l’esercizio di queste specifiche competenze, e retribuire altrettanto adeguatamente i consulenti finanziari, gli unici in grado di attivare con completezza questo servizio. Pertanto, le società mandanti devono aggiornare – ed in fretta – l’offerta dei consulenti, consentendo loro di trovare, attraverso specifici servizi di consulenza mirati anche al resto del patrimonio, una ulteriore fonte di ricavo. Ancora, servirà cambiare anche i parametri di valutazione del portafoglio medio del professionista, ricomprendendo necessariamente anche il patrimonio immobiliare ed il valore degli investimenti alternativi (preziosi, oro, opere d’arte etc) delle famiglie, più le eventuali quote aziendali del cliente-imprenditore. Solo così sarà possibile riconfigurare la professione dell’attuale consulente finanziario, e slegare la sua retribuzione dalla sola gestione della ricchezza mobiliare. Parimenti, occorrerà rivedere tutti i sistemi di rendicontazione della clientela, alla quale erogare necessariamente una secondo livello di consulenza, quello indipendente dagli strumenti finanziari, con il quale il cliente remunera il professionista sulla parte non mobiliare.

In conclusione, c’è ancora molto da fare, ma resta da capire se c’è l’intenzione di farlo. “Sdoganando” il contratto di consulenza indipendente anche per i consulenti non autonomi (quelli indipendenti ci lavorano già da anni) si potrà estendere il concetto di consulenza a tutta la clientela, abbassando una soglia naturale di accesso che oggi è  ancora molto alta. Senza contare che, dalla sua diffusione, deriverebbero sia l’esplosione del “mercato della consulenza”, che oggi è soffocato dalle logiche distributive di prodotto, sia un maggior livello di educazione finanziaria degli utenti, sia infine la necessità di una ulteriore crescita qualitativa dei consulenti non autonomi, i quali dovranno “motivare” la propria parcella attraverso un servizio che dia al cliente vantaggi concreti e visibili. Indubbi benefici anche per gli attuali consulenti autonomi-indipendenti, già attivi da anni nell’erogazione di questo tipo di servizio, i quali troverebbero un mercato nuovo di zecca – quello dei clienti di fascia media o medio-bassa – sul quale esercitare la propria capacità attrattiva. 

Senza questa indispensabile evoluzione di servizio da parte del sistema Banca Rete, la professione del consulente finanziario non autonomo morirà per assenza di sbocchi professionali, e sapremo chi è il colpevole. Tra questi, oltre ad ASSORETI – che pure dovrebbe fare molto, almeno riguardo al tema del ricambio generazionale – anche le organizzazioni di categoria (ANASF in testa) che, sull’argomento, dormono quasi tutte, rischiando di ripetere quei gravissimi errori di valutazione già compiuti in passato, che hanno segnato in modo indelebile il percorso verso lo scenario esistente.

Consulenti finanziari, la Gabanelli mette a nudo (senza saperlo) i limiti storici del mono-mandato

“…..è necessario calmare gli animi e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino in polemica. Infatti, se lo scenario non cambia presto si combatterà una lotta di sopravvivenza tra banche-reti e consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Se Milena Gabanelli, con la sua “entrata a gamba tesa” sul mondo della consulenza finanziaria, ha avuto un merito grandissimo (tra tanti altri), non è certo quello di aver fatto conoscere agli italiani la figura del consulente indipendente. La celebre giornalista d’inchiesta – probabilmente senza volerlo – ha scoperchiato una pentola dentro la quale cuoce a fuoco lento, da circa trent’anni, una questione da cui dipende tutta la fragilità dell’attuale modello di business: il vincolo del mono-mandato per i consulenti abilitati alle operazioni fuori sede (c.d. non autonomi). 

Per spiegare meglio i termini del problema anche ai risparmiatori più attenti  – quelli che leggono Patrimoni&Finanza e si interessano dell’affidabilità dei propri consulenti – raccontiamo in dettaglio la polemica scatenata dalla Gabanelli, e le reazioni che ne sono derivate. “Il mercato del risparmio è dominato dalle banche e dalle assicurazioni che hanno sempre venduto al cliente quello che era meglio per loro…. da qualche anno esiste però un’alternativa, quella dei consulenti puri…..dal dicembre 2018 esiste un albo, diviso in tre sezioni….la prima sezione è la più numerosa e conta…. 33.700 consulenti, gli ex promotori, che hanno un mandato da una rete o da una banca, e quindi vendono solo i prodotti che hanno in catalogo. Negli altri due elenchi dello stesso albo troviamo invece 268 consulenti autonomi e 38 società di consulenza”.

Queste, in sintesi, le parole della Gabanelli che hanno infuocato l’ambiente e risvegliato persino l’ANASF. Secondo il suo presidente, Maurizio Bufi, che ha replicato in rappresentanza degli oltre 12.000 iscritti all’associazione, la gestione del conflitto di interessi riguarderebbe tutti i settori dell’attività umana e “…ovviamente anche l’attività di consulenza finanziaria e di collocamento non sfugge a questa regola. Proprio per questo, il legislatore ha voluto gestire il conflitto di interesse in capo agli operatori dando delle indicazioni molto puntuali e molto precise, e cioè che questo venga risolto sempre e comunque nell’interesse del cliente…”. Bufi ha aggiunto che, in ogni caso, le reti di consulenza finanziaria hanno adottato il c.d. modello di architettura aperta (ossia quello che consente di vendere i prodotti finanziari di altre società di gestione, e non solo quelli “della casa”), che gestisce in modo efficace il conflitto di interesse.

Più concreta la posizione di Federpromm, per bocca del suo segretario Manlio Marucci, secondo il quale “il servizio di consulenza, indipendentemente dal modo in cui si esercita, manifesta una  esigenza specifica particolarmente sentita, come bisogno primario di protezione, da parte dei risparmiatori , che investono di tale ruolo il consulente finanziario, sia sul piano culturale che  di educatore familiare e patrimoniale. Prendere una posizione di parte così come  è stato espresso dalla stessa  ANASF  nei confronti di una giornalista, a cui si riconosce l’accuratezza e qualità dell’inchiesta, dimostra scarsa capacità di analisi e visione d’insieme dei ruoli svolti da tutte le figure professionali del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo che, in qualità di operatori iscritti ad albi od elenchi, oltre ad essere vigilati, hanno a cuore gli interessi dei risparmiatori e una maggiore trasparenza del mercato”. “ In realtà”, conclude Marucci, “la dialettica che ne è seguita non affronta temi sostanziali come l’inquadramento effettivo del consulente sul piano normativo e contrattuale, la ricongiunzione della previdenza obbligatoria, l’assistenza sanitaria e qualificata, i nuovi modelli organizzativi dettati  dall’applicazione delle tecnologie avanzate al settore”.

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Al fine di evitare che un importante dibattito, come quello generato dalla Gabanelli, si risolva nel solito fatto di cronaca finanziaria rapidamente dimenticato dagli interessati, bisogna aggiungere che la vicenda, se non altro, ha avuto il merito di toccare alcuni “nervi scoperti” che risulta impossibile curare senza effettuare interventi risolutivi.

Il primo è quello di una forte competizione – prima impercettibile – tra consulenti non autonomi e consulenti c.d. indipendenti, cui la nuova normativa e la MIFiD II hanno riconosciuto un ruolo più evidente e disciplinato rispetto ad un passato di semi-oscurità. Nonostante ciò, e malgrado un notevole incremento dei professionisti che operano su base autonoma, costoro sono ancora “compressi” numericamente per via di un sistema che premia il risultato commerciale rispetto a quello squisitamente professionale. Da qui una forte rivalità (in verità molto sentita solo dai consulenti su base autonoma, soprattutto verso le banche più tradizionali), che la MIFiD II ha reso più evidente e che oggi viene veicolata anche da messaggi pubblicitari qualitativamente comparativi (come quello dell’immagine, che ritrae la pubblicità di una delle SCF operanti nella consulenza indipendente).

Il secondo nervo scoperto è quello della presunta autonomia e indipendenza, oggi usata come cavallo di battaglia per affermare una sorta di “supremazia etico-culturale” di una categoria di consulenti verso l’altra, che si vorrebbe far dipendere dall’esistenza del conflitto di interessi – sempre presente, in teoria, nel sistema banca-rete, nonostante la c.d. architettura aperta cui fa riferimento Bufi – e che, invece, si rivela essere il risultato di una forzatura del sistema italiano, fondato sul vincolo di mono-mandato, che trae le sue origini dal 1990, e che fa dei consulenti non autonomi attori del tutto incolpevoli.

Il terzo “nervo” – molto importante – è legato alla impossibilità del consulente c.d. indipendente di poter controllare in prima persona la corretta esecuzione dell’investimento da parte del cliente. Infatti, all’interno di un sistema letteralmente dominato dalle regole di funzionamento delle banche-reti, il ruolo di questa importante categoria di professionisti è limitato a quello di “mero dispensatore di consigli di investimento”, con un limite importante nella parte esecutiva delle operazioni che viene lasciata, contro ogni logica professionale, agli operatori bancari o, in ultima istanza, allo stesso cliente più o meno “tecnologicamente evoluto”. In pratica, è come se ad un avvocato venisse concesso di scrivere le memorie di difesa, ma non di poterle depositare in cancelleria e/o di discuterne in udienza.

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La polemica di cui sopra, pertanto, ha un comune denominatore: l’inadeguatezza storica del vincolo di mono-mandato, imposto da una norma ormai desueta e, soprattutto, da un sistema giunto alla sua fase di declino, per il quale è necessario comprimere continuamente (succede ormai dal 2008) i margini economici dei consulenti finanziari, alzare l’asticella del portafoglio medio e causare la fuoriuscita di migliaia di validi professionisti per consentire alle banche-reti che ne fanno parte di sopravvivere e tenere in attivo il proprio conto economico.

Pertanto, appare necessario calmare gli animi, e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino affatto in polemica, alimentando così una inutile rivalità che distrae tutti dalla soluzione del vero problema (che non è certo la Gabanelli). Piuttosto, bisognerebbe prendere coscienza che, in questo preciso momento storico, quella che si sta combattendo è una lotta di sopravvivenza tra gli attori della distribuzione (le banche-reti) e la categoria dei consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti, entro dieci anni, debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio-sopravvivenza.

Il mondo dei consulenti non autonomi, peraltro, è strutturato come in “compartimenti stagni” dove i professionisti non comunicano tra loro nel quotidiano, e tutti loro non stanno beneficiando – chissà perché – di un indispensabile ricambio generazionale; pertanto, sembrano aver già perso la battaglia, a meno che non si sveglino dal torpore in cui vivono e, soprattutto, ritrovino unità d’intenti, magari facendo riferimento alle organizzazioni di categoria, esperte in tutela del lavoro, veramente indipendenti dagli interessi di parte dell’industria.

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La soluzione al problema c’è, ed è sotto i nostri occhi da almeno un secolo. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca e consulente. Questo modello di business comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente di questo modello, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia soltanto per quelli abilitati fuori sede (e non per gli indipendenti).

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di continuare a prosperare – e ciò accadrebbe anche di fronte ad una scontata riduzione delle commissioni di gestione – ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella distribuzione e nel grado di prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (ormai in declino avanzato, anche per via della tecnologia) basato essenzialmente sulla distribuzione, trasformandolo in un modello di rete di consulenza vera e propria, in cui il vincolo di mono-mandato diventerebbe solo una opzione contrattuale, remunerata in modo specifico, a discrezione del professionista.

*direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Perché rivolgersi al Consulente Finanziario? La risposta è nel sistema emotivo binario. Parola di Coach

Chi è veramente il consulente finanziario, qual è la percezione che ha di sé stesso, e come viene  percepito il suo ruolo dai risparmiatori e dalla Società? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Sabrina Pellegrini, Psicologa, Coach e Consulente di Carriera con oltre venti anni di esperienza sul campo.

Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario? Per quali motivi ne richiede l’intervento? Queste domande, poste anni fa con l’introduzione della MIFID I, sono ancora molto importanti, soprattutto adesso che si parla della probabile uscita di una MIFID III che dia soluzione alle numerose difficoltà incontrate nel dare piena attuazione alle prime due.

La risposta a queste domande è di estremo interesse, poiché incide nel modo in cui il Consulente Finanziario decide di interpretare la sua professione e determina le modalità di intervento, dell’azione pratica e della quotidianità con i suoi clienti, risparmiatori od investitori che siano.

Le stesse domande, poste riguardo altri professionisti di diversa tipologia, determinano risposte scontate: una persona va dal commercialista perché vuole tenere in regola la sua contabilità; chi si rivolge ad un avvocato lo fa per difendere i propri diritti in un tribunale; un paziente va dal medico per ottenere un rimedio ai suoi malanni; chi prende appuntamento con lo psicologo lo fa per cambiare alcune abitudini che condizionano negativamente il suo rapporto con se stesso, l’altro o il mondo. Lavoro da 20 anni come Coach e Consulente di Carriera, ed ho parlato con oltre 37.000 persone attraverso sessioni di gruppo e/o individuali; eppure, se torno al Consulente Finanziario, non trovo una risposta scontata all’interrogativo di partenza.

Qualcuno potrà affermare che si chiede l’intervento di un Consulente Finanziario quando si hanno dei risparmi da proteggere e/o da investire, oppure quando si cerca sicurezza per il proprio futuro e maggiore benessere nel rapporto con il denaro e gli obiettivi. Vista così, ecco che la Consulenza Finanziaria diventa un vero e proprio “servizio alla persona”, affine a quello di un buon tecnico che aiuta a risolvere un problema di natura gestionale (in ambito finanziario), e non più quello di un mero venditore che supporta l’acquirente nella scelta del prodotto migliore in campo previdenziale o speculativo, peraltro all’interno di un contesto di conflitto di interessi mai sufficientemente chiarito.

Ma c’è di più, molto di più. Una critica sommaria mostra che, ad esempio, l’assimilazione del Consulente Finanziario ad un tecnico che applica, su richiesta, strumenti e procedure di analisi e di studio dei mercati, al fine di rintracciare il prodotto migliore, non regge, poiché in questa come nelle altre affermazioni non si tiene conto che la performance finanziaria complessiva risiederà soprattutto nelle scelte e nel comportamento del cliente, e che per questo essa non potrà essere sganciata dall’oggetto della consulenza.

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Non a caso Daniel Kahneman ha messo in guardia il settore finanziario dal perseverare nell’ignorare l’importanza delle emozioni, quando si parla delle scelte dei risparmiatori, e per questo ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2002; e che 15 anni dopo lo stesso prestigioso riconoscimento è stato assegnato a Richard Thaler per le ricerche volte a determinare cosa sia una buona architettura della scelta quando ci sono di mezzo gli investimenti e il denaro. Pertanto, parlare dell’importanza che ricoprono le emozioni nell’architettura di una scelta consapevole e sostenibile in materia finanziaria, significa di fatto affermare che sono i comportamenti dei risparmiatori a decretare il successo nelle performance finanziarie dei propri portafogli di investimento, e non i prodotti in quanto tali e/o la bravura dei singoli gestori.

Per esperienza, posso dire che le possibili percezioni del lavoro del Consulente Finanziario, probabilmente quelle più diffuse e comuni, si possono sintetizzare con due espressioni: l’amico dalla mia parte o lo sconosciuto di cui diffidare; in ogni caso colui che possiede delle preziose informazioni.

Nelle sessioni di lavoro da me svolte negli anni, attraverso colloqui di coaching o negli incontri sulla consulenza di carriera, ho ascoltato diverse definizioni/percezioni del ruolo di Consulente Finanziario; quella più amata dai consulenti amici dei numeri è quella del tecnico che sa e che applica, entro le più disparate situazioni e con i fini più diversi (di previdenza, di gestione del capitale o di protezione del risparmio dall’inflazione), il proprio strumentario su richiesta del cliente; mentre il ruolo implicito di “consulente commerciale” è senza dubbio quello dato per scontato tra i dirigenti di molti istituti, dove non a caso si parla ancora di “rete distributiva e di vendita”, e solo negli ultimi tempi – ma solo per i media – di “rete di consulenza” e di “responsabile della relazione col cliente”.

Esiste un modello alternativo alle due estreme posizioni appena descritte?

Se esaminiamo la professionalità del Consulente Finanziario all’interno di un modello di lettura di matrice psicologica, tenuto conto della mia esperienza sul campo e dei contributi degli illustri colleghi esperti di finanza comportamentale, possiamo dare una risposta molto semplice alla domanda iniziale “Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario?”: Perché il Consulente Finanziario esiste, come è vero che esiste un problema quando si deve decidere come investire il denaro!

Questa risposta si fonda su un elemento cruciale nella storia del ruolo di consulente finanziario, e cioè quello secondo cui la sua professione non ha ancora una lunga e consolidata tradizione, tale da consentire una domanda (ed una risposta) coerente con le diverse competenze che vengono richieste e che il suo intervento può offrire.

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Infatti, la competenza del Consulente Finanziario si applica ai criteri, alle emozioni, alle motivazioni, ai problemi che portano a cercare la vostra consulenza e che come tale può essere analizzata, compresa ed interpretata solo all’interno della stessa relazione di consulenza tra cliente e persona a cui il cliente pone delle domande. Analizzare la richiesta di questo servizio, la necessità che ha determinato il costituirsi di questo incontro, comporta necessariamente l’idea che durante questo scambio di informazioni vengono trasmessi dati e particolari conoscitivi non scontati, e passano di mano in mano elementi di conoscenza del contesto del cliente, del suo modo di pensare a se stesso, al denaro e ai suoi problemi di gestione economica, che non sono così facilmente esprimibili attraverso mere raccolte di indicatori numerici, per così dire digitali e quindi meramente razionali.

Ogni relazione ed incontro di consulenza – lo indica chiaramente il termine scelto – si lega all’idea di uno scambio di natura intima, che implica l’utilizzo di strumenti empatici, come l’ascolto, l’accoglienza, il sostegno e l’aiuto, si connette al mondo emotivo del cliente, sia esso un risparmiatore, un investitore o un cliente alla ricerca di buoni prodotti. L’abilità di un Consulente Finanziario sta quindi anche nel decodificare tali messaggi lanciati dentro una bottiglia in mezzo al mare, per creare e garantire la possibilità – grazie alla relazione creata – di assicurare al cliente quel “comportamento performante” che travalica la semplice performance del prodotto finanziario e non può prescindere da un’azione di formazione/educazione finanziaria e di considerazione del vissuto emozionale suscitato dal denaro.

Se è vero – ed è vero! – che il comportamento del cliente determina la performance del suo portafoglio, usando una similitudine di carattere sportivo potremmo dire che la capacità del consulente di leggere e decodificare la dinamica relazionale ed emotiva che il cliente innesca con lui ad ogni incontro sia l’undicesimo giocatore in campo. Definire il grado di preparazione del risparmiatore/investitore in materia finanziaria, il saper riconoscere le dinamiche emotive che legano le persone al denaro sono componenti rilevanti nel processo di consulenza, poiché profondamente legate al rapporto che ognuno ha con la realtà.

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Questo discorso andrebbe ripreso in altre sedi – che permettano una trattazione più diffusa – tuttavia è bene ricordare che, prima dell’esplosione della pandemia, venivamo da 10 anni eccezionali in ambito finanziario, caratterizzati da un forte trend positivo, mentre nei prossimi mesi dovremo affrontare situazioni più complesse e difficili determinate dalla fase post-COVID19, dove le azioni per garantire la stabilità delle monete metteranno a dura prova molti soggetti. Pertanto, vorrei dare una indicazione pratica che prende le mosse da tutto ciò che ho analizzato e proposto fin qui: se è vero – come è vero – che ogni individuo viene orientato dalle emozioni per stabilire che azioni intraprendere, e che le emozioni orientano la ricerca di soluzioni efficaci ai problemi e “volontà amorevole” anche da parte del consulente, è anche vero che ognuno di noi utilizza, di fatto, un Sistema Emotivo Binario. Infatti, come per trasmettere e decodificare le istruzioni è necessario usare infinite serie numeriche di cifre composte esclusivamente da 1 e 0, alla base della elaborazione cognitiva ci sono solo due tipi di sensazioni:

– quelle piacevoli (+), e

– quelle spiacevoli (-).

Sabrina Pellegrini

Le emozioni generate da questo sistema possono essere autentiche, e cioè frutto di un’esperienza che si sta consumando nel presente, o strumentali (emozioni-parassita, in un certo senso), frutto di una visualizzazione di eventi non ancora accaduti, effettuata allo scopo di anticipare il futuro, o frutto del rivivere con il ricordo eventi oramai passati.

Per questo è molto utile iniziare ogni incontro con il vostro cliente chiedendo apertamente se l’appuntamento è stato chiesto per raggiungere un obiettivo (+), oppure risolvere un problema (-), e da lì iniziare il viaggio verso rotte migliori.

Consulenti, il futuro è nella specializzazione delle competenze. Intervista a Massimo Scolari

“Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento… Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli”.

Con l’esplosione della pandemia di Covid19, molti nodi stanno venendo al pettine nel mondo della consulenza finanziaria. In particolare, mentre l’industria del Risparmio Gestito continua a macinare (nonostante i vari lockdown) risultati di raccolta assolutamente soddisfacenti, la “mano operativa” dei consulenti finanziari, complice la permanenza forzata presso le mura domestiche nella c.d. Fase Uno, ha cominciato ad interrogarsi seriamente sul futuro della professione.

Sul tavolo, per molti di loro, rimangono ancora oggi domande finora senza risposta; ne abbiamo poste alcune al dott. Massimo Scolari, Presidente di Ascofind (www.ascofind.it), Associazione per la Consulenza Finanziaria Indipendente, con sede a Milano.

La pandemia del Coronavirus, e i profondi cambiamenti nell’attività professionale indotti dai vari lockdown, sembrano aver scoperchiato un “vaso di Pandora” come nemmeno la MIFiD II era riuscita a fare, e aumentato l’attenzione di clienti e consulenti non autonomi verso la Consulenza Indipendente. Quanto, secondo lei, tutto ciò potrà influire sulle future scelte dei professionisti di oggi, e quali altri elementi potranno sollecitare un “cambio di abito” nei colleghi delle reti?

Partirei da una considerazione di carattere generale. Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento. Non sarebbe un grosso problema se gli investitori fossero dotati di adeguate conoscenze ed esperienze in materia finanziaria, tali da consentir loro di agire in autonomia sui mercati. Purtroppo, sappiamo che così non è. Il livello di educazione finanziaria in Italia, nonostante i lodevoli sforzi, continua ad essere estremamente basso e insufficiente. Tra i due fenomeni, ossia tra la scarsa diffusione della consulenza e l’insufficiente educazione finanziaria, a nostro avviso vi è un legame stretto: solo una crescita della consulenza finanziaria può garantire nel tempo un’effettiva crescita della cultura in materia di investimenti presso i risparmiatori. Ascofind si è battuta per 10 anni affinché anche in Italia venisse riconosciuta la consulenza finanziaria indipendente consentendo l’iscrizione ad un Albo, obiettivo che è stato raggiunto alla fine del 2018. Da quel momento, oltre ad accogliere i consulenti indipendenti, si è offerta a tutti i consulenti finanziari l’opportunità di svolgere la propria professione non più in un unico modo (lavorando come dipendenti o agenti di un intermediario mandante), ma potendo scegliere tra due modalità alternative entrambe disciplinate dalla normativa e vigilate dall’OCF. Noi non abbiamo mai pensato, e neppure ora lo pensiamo, che lo sviluppo della consulenza indipendente vada a sostituire la realtà attuale e consolidata delle reti di consulenti. Riteniamo invece che il contributo dei consulenti indipendenti e delle SCF si aggiunga all’offerta di consulenza esistente al fine di ampliare il mercato della consulenza e di consentire una maggiore concorrenza tra i modelli di servizio a favore degli investitori. Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli.

Ad oggi non sappiamo ancora quanto durerà questa situazione di emergenza e distanziamento sociale, che limita non poco l’attività di relazione consulente-cliente. Sarà  possibile abituare i risparmiatori ad effettuare incontri da remoto, e nello stesso tempo  dare continuità e qualità alla relazione?

Noi tutti speriamo che questa situazione di emergenza finisca al più presto. Ma siamo anche convinti che ciò che è avvenuto e le prassi a cui siamo stati costretti nella fase di lockdown avranno molteplici effetti strutturali. È indubbio, ad esempio, che l’accesso alla rete per comunicare, effettuare acquisti di beni e servizi, gestire i pagamenti ha avuto un’accelerazione formidabile in questi mesi e indietro non si tornerà. Cambiano le abitudini di acquisto dei consumatori e dei risparmiatori. Attraverso la rete diventa più facile effettuare confronti tra diversi provider di beni e servizi. Il settore bancario e finanziario, che ha basato per lungo tempo la propria strategia commerciale sul presidio del territorio, dovrà rapidamente riconvertirsi se vorrà mantenere le proprie quote di mercato.

Come vede la professione di consulente finanziario indipendente tra dieci anni?

Tra dieci anni il ricambio generazionale nel mondo dei consulenti sarà avvenuto e i nuovi consulenti finanziari saranno, in maggioranza, i ragazzi che oggi stanno uscendo dalle università, persone nate alla fine degli anni 90. Dotati in media di un livello di formazione accademica superiore agli attuali consulenti e da una familiarità con l’utilizzo delle applicazioni tecnologiche e dei social media. I mercati e i prodotti finanziari saranno probabilmente ancora più complessi di quanto lo siano ora e ci sarà bisogno, per i nuovi consulenti finanziari, di una forte specializzazione delle competenze.

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Nel modello di consulenza c.d. Anglosassone il cliente, la banca depositaria ed il consulente collaborano tra loro. Infatti,  il cliente sceglie sia la banca presso cui depositare il denaro che il consulente esterno a cui affidarne la gestione, mentre il consulente opera in maniera indipendente (senza vincolo di mono-mandato) e senza conflitto di interesse, controllando direttamente l’esecuzione delle operazioni inviate alla banca dal cliente. Secondo lei, si tratta di un sistema valido? E se sì,  potrebbe funzionare anche il Italia?

Molti tra i consulenti finanziari indipendenti e le società di consulenza finanziaria svolgono già il proprio servizio in questo modo. Forniscono, in assenza di conflitti di interesse,  raccomandazioni di investimento ed effettuano un monitoraggio – molto spesso richiesto dal cliente – sull’esecuzione delle operazioni di acquisto e di vendita da parte dell’intermediario scelto dal cliente. In Italia abbiamo però una limitazione normativa che ci distingue da altri paesi europei. Ossia il consulente finanziario, nonostante la Direttiva Mifid lo consenta, non è autorizzato a ricevere gli ordini di investimento del cliente e trasmetterli all’intermediario. La ricezione e trasmissione degli ordini è un servizio di investimento che in Italia è riservato agli intermediari. Ne consegue che il cliente, dopo aver ricevuto la raccomandazione di investimento da parte di un consulente indipendente, deve di persona trasmettere l’ordine alla propria banca depositaria, incontrando a volte ostacoli di  carattere operativo. La nostra Associazione si batte perché venga ampliato il perimetro legale di attività dei consulenti autonomi e delle SCF consentendo di prestare anche il servizio di ricezione e trasmissione degli ordini dei clienti.

Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad un aumento esponenziale della formazione online, la quale, nei suoi contenuti, è rimasta sostanzialmente uguale al periodo pre-Covid, soprattutto per i consulenti non autonomi. Come cambierà qualitativamente  la formazione al consulente nei prossimi anni e, in particolar modo, chi se ne farà carico? 

La formazione è stata a lungo un’attività sottovalutata, anche nel settore bancario e finanziario. È stata spesso trattata come una Cenerentola, un mero adempimento normativo e formale a cui attribuire un’importanza assai relativa. Nel nuovo mondo nel quale entriamo la crescita generalizzata delle conoscenze e competenze e la diffusione di saperi specialistici rappresentano un carattere distintivo dei soggetti che staranno sul mercato e cresceranno e quelli che verranno messi da parte. Ascofind organizza corsi di formazione e di aggiornamento professionali sia per i consulenti autonomi che per il personale addetto alla consulenza  nelle Sim e nelle Sgr. È un’attività ormai diventata per noi prevalente come impegno di tempo e di risorse. Ma è anche una bellissima esperienza di crescita culturale e professionale.

Quali obiettivi si prefigge il corso Ascofind 2020? 

Il corso di formazione che svolgiamo tramite webinar a favore dei consulenti autonomi e delle SCF consente ai partecipanti di adempiere agli obblighi di aggiornamento professionale previsti dal Regolamento della Consob. Siamo al secondo anno del corso e le materie trattate diventano sempre più approfondite. Alla fine del corso svolgiamo di persona (non attraverso i video-games che oggi vanno così di moda) una prova valutativa individuale per verificare il grado di apprendimento di ogni singolo consulente. È una bellissima esperienza formativa anche questa, sia per il consulente che si fa valutare che per il docente che riesce a verificare i risultati del proprio lavoro.

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Mifid sbriciolata dalla “finanza delle catastrofi”. Le scelte di investimento tornino in mano agli uomini

I modelli matematici attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori interni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato di fronte ad un fattore esterno come il Coronavirus.

Di Maurizio Nicosia*

Ogni volta che un c.d. cigno nero – di qualsiasi natura fosse – ha aleggiato sui mercati, ed i risparmiatori hanno subito notevoli riduzioni del valore dei loro investimenti, si è implicitamente addossata la colpa soprattutto agli intermediari, rei di non avere rispettato l’indole del cliente e la sua reale propensione al rischio.

C’è da dire che i vecchi modelli scaricavano tutta la responsabilità delle scelte esclusivamente agli investitori, assolvendo del tutto l’operato di chi in realtà consigliava, così come oggi continua a fare (e farà sempre). Ma poi è arrivata la MIFiD, che nella versione primordiale – ed ancora di più in quella attuale – rimetteva le cose a posto: intermediari e consulenti potevano consigliare gli strumenti idonei e/o adeguati al cliente solo dopo aver effettuato un analisi soggettiva ed oggettiva del grado di rischio che egli è in grado di tollerare.

Gli intermediari, quindi, hanno creato modelli di controllo del rischio molto specifici, individuando delle regole fisse e rigide che li sovrintendono, applicando uno schema matematico a ciò che in realtà è mera statistica, in ciò preparando il terreno a quello che è avvenuto allorquando un elemento esogeno ai mercati ed alla politica economica ha invaso il campo dei players tradizionali. Infatti, quello che si sta verificando adesso nel sistema finanziario è sotto gli occhi di tutti, e dimostra che i modelli di controllo del rischio non solo non hanno evitato ai portafogli riduzioni di valore ben superiori a quelle tollerate dal cliente e dichiarate durante la “MIFiD-intervista”, ma hanno anche impedito la possibilità di apportare le correzioni idonee a riallineare i portafogli alle mutate condizioni di mercato.

Dalla moderna teoria della composizione di un portafoglio abbiamo imparato a distribuire il rischio e costruire i portafogli modello che, in un dato arco temporale, ci permettano di raggiungere gli obiettivi concordati con gli investitori; ma i modelli attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori endogeni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente (o del tutto) i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato sottostante di fronte ad un elemento esogeno al sistema. Pertanto, adesso ci si ritrova in una situazione “schizofrenica” (il sistema di controllo del rischio mi spinge ad intervenire per riallineare il portafoglio ma, allo stesso tempo, il contesto e lo stesso sistema me lo impediscono), e se oggi decidessimo di seguire i modelli tradizionali saremmo costretti ad operare sulla base delle seguenti conclusioni:

1) “caro cliente, devi aspettare” – aspettare che il mercato ritorni a livelli di normale volatilità, dipendente dalle economie di pace (e non di guerra, come quella scatenata dal Coronavirus), ed oggi siamo chiusi per ferie, causa forza maggiore;

2) “caro cliente, dobbiamo disinvestire le azioni” – siccome il portafoglio, in relazione alle mutate condizioni di mercato e di valore, risulta essere più rischioso di quello costruito a suo tempo in funzione dei modelli classici, bisognerebbe disinvestire almeno il 50% degli asset azionari, così il rischio del portafoglio, calcolato dai valenti “scienziati del rischio”, rientrerebbe nell’alveo della normalità;

3) “caro cliente, il tuo portafoglio modello prevede maggiore componente azionaria?  Bene, scordati dei tuoi obiettivi: oggi ti devi salvare, oppure buttarti giù dalla nave!”.

Maurizio Nicosia

I consulenti finanziari, addetti ai lavori, che stanno leggendo queste righe sanno bene di cosa stiamo parlando, perchè molti di loro stanno vivendo sulla propria pelle quanto descritto sopra. Pertanto, ci si chiede se non sia meglio, alla luce dei fatti, responsabilizzare maggiormente l’azione umana, soprattutto in circostanze straordinarie, come quella che stiamo vivendo, che richiede una sensibilità sconosciuta a qualunque sistema non umano, per quanto molto affidabile.

E’ evidente, infatti, che la concezione matematica dei controlli del rischio di marca MIFiD si sia letteralmente sbriciolata alla prova della “finanza delle catastrofi”, e che oggi si stia galleggiando alla disperata ricerca di soluzioni che non arriveranno se non dall’uomo.

* Area Manager di primaria rete nazionale di consulenza

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Consulenti finanziari, chi detiene la titolarità del cliente? Meno lobbying e più sindacato

Per la sopravvivenza della categoria dei consulenti finanziari sarà necessario riparametrare (in aumento) i ricavi della rete rispetto a quelli della banca.

Costi del servizio, commissioni di ingresso, commissioni di gestione, altalena dei mercati, crisi dei subprime del 2008, crisi dei titoli di stato del 2011, crisi economica…..nonostante questi eventi, a volte catastrofici, succeduti nel corso degli ultimi dieci anni, il livello di relazione interpersonale consulente-cliente si è evoluto positivamente, al punto che i cambi di consulente sono stati veramente rari ed i professionisti della finanza sono diventati, grazie alla capacità di problem solving, ricercatissimi e fondamentali consiglieri delle famiglie italiane in campi anche molto differenti dalla gestione del risparmio (educazione finanziaria, pianificazione del patrimonio, passaggi generazionali, investimenti immobiliari ed altro ancora).

Cosa sarebbe successo, alle banche che si avvalgono della competenza degli ex promotori, se non avessero avuto proprio i consulenti al loro fianco a spiegare ai risparmiatori cosa stava succedendo? Consistenti deflussi di clientela, probabilmente, con il corollario di una strutturale perdita di fiducia nel sistema. Pertanto, nel vendere e poi gestire i servizi di una banca, è lecito affermare che il consulente e le modalità con cui egli informa i clienti, pesano per un buon 90% sul valore complessivo della vendita. Il rimanente 10% delle motivazioni di acquisto è costituito dai vantaggi intrinsechi degli strumenti di investimento proposti.

E’ opinione ormai comune, infatti, che il cliente, nel momento in cui entra in contatto con il consulente finanziario, non compra il prodotto/servizio, ma il consulente stesso, insieme ai valori (fiducia, affidabilità, puntualità, empatia, competenza  etc) percepiti da questo rapporto. Di conseguenza, sembra che le fortune delle banche-reti siano state determinate grazie all’insostituibile lavoro di relazione degli ex-promotori, ai quali, però, rispetto all’effettivo contributo dato all’acquisizione della clientela, le stesse banche pare abbiano destinato una fetta inadeguata dei ricavi: tra un quarto ed un terzo (nella migliore delle ipotesi) di quelle complessivamente pagate dal cliente. Di più, i consulenti, che forse avrebbero meritato migliore fortuna, sono sempre stati tenuti accuratamente lontani dalla partecipazione al capitale delle aziende mandanti: nessun piano di stock option, nessuna azione gratuita né azioni a sconto ha mai fatto parte delle proposte contrattuali delle banche, neppure nel periodo pre-MiFID, quando i promotori, a parità di portafoglio rispetto ad oggi, portavano a casa il doppio dei ricavi, e avrebbero certamente potuto permettersi di diventare finalmente “comproprietari” dell’azienda alla cui fortuna avevano partecipato attivamente.

A monte di tutto, nessun ente si è eretto a tutela di ben 55.000 consulenti: a parte Federpromm (unica vera organizzazione sindacale di categoria), ANASF persegue altri obiettivi, che l’hanno portata lontana, tra le altre cose, dal combattere per la nascita di un ordine professionale con organizzazione, governance e cassa di previdenza indipendenti, più efficace del pur valido OCF. Un ordine dei consulenti finanziari, infatti, oggi avrebbe fatto la differenza e avrebbe fatto sentire il proprio peso, soprattutto in merito ad una questione rimasta sempre “nell’aria” e che crea non poca confusione: di chi è il cliente, della banca o del consulente?

A ben vedere, questa è la “madre di tutte le domande”, e non è affatto semplice dare una risposta compiuta a meno che non si passi continuamente dal piano formale a quello sostanziale. Anzi, questi due piani, nel caso in questione, sono continuamente in contatto tra loro. Sul piano formale, nella consulenza su base non indipendente il problema non si porrebbe neanche: il consulente è un “semplice” gestore della relazione, e le persone con cui entra in relazione sono “clienti della banca”. In realtà, sul piano sostanziale, il peso del consulente e del suo lavoro di relazione, rispetto al prodotto in sé, è tale da consolidare, nella mente di tutti gli attori della distribuzione (consulente, cliente, mandante e case d’investimento), l’idea che il cliente sia proprio del consulente. Tale principio è dimostrato dal fatto che, nei piani di sviluppo di nuove masse da amministrare, le banche si dedicano molto di più alla sollecitazione commerciale verso i propri consulenti (sui quali, quindi, ripongono grandissima fiducia) ed al reclutamento di consulenti di altre reti, pagando dei premi (bonus) di ingresso, in cambio delle loro masse, su cui ancora oggi si regge questo particolare mercato delle professionalità.

Pertanto, mentre nella consulenza indipendente “il cliente è sempre del consulente” (come in tutte le altre professioni liberali), nel caso dei consulenti abilitati fuori sede esiste un contrasto netto tra il piano formale e quello di realtà, ed è questo contrasto che, giuridicamente e nella sostanza, segna la debolezza di una intera categoria di professionisti attivi (circa 40.000 oggi), la cui fragilità intrinseca è stata di recente messa a nudo dalla seconda edizione della MiFID e dalla nuova fase di riduzione dei margini di ricavo per le reti. Questi ultimi, in relazione all’importanza del consulente nel processo di distribuzione del prodotto/servizio, non sarebbero accettabili; essi, però, hanno tutti la stessa natura, derivando dalla mancata titolarità formale del cliente in capo al consulente, il quale oggi sembra gravato anche da un gravoso carico di mansioni amministrative non retribuite, trasferite in capo alla rete commerciale dalle mandanti, di cui nessuno pare abbia voglia di occuparsi.

Di conseguenza, secondo alcuni esperti, nel prossimo triennio sarà necessario uscire dal “modello lobbistico” di ANASF, del tutto insufficiente a tutelare il futuro di migliaia di professionisti della consulenza finanziaria, e fare ingresso all’interno di un più coraggioso “modello negoziale-sindacale”, che possa sostenere concretamente gli interessi della categoria, rivendicare la titolarità (o almeno la con-titolarità) del cliente, ristabilire un equilibrio economico tra ricavi della mandante e ricavi del consulente, ed infine eliminare quella cronica mancanza di unità che sembra essere, da sempre, alla base della sua debolezza nei rapporti di forza.

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