Luglio 21, 2026
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Alla larga dagli analisti “seduttivi” e ottimisti: la recessione USA cova sotto la cenere

L’inflazione in calo e il contesto di crescita ancora sostenuta non è condizione sufficiente per affermare che gli USA abbiano evitato la recessione. Ecco perché.

Secondo l’opinione dei alcuni analisti “seduttivi”, Wall Street avrebbe cambiato la propria narrazione sulle sorti dell’economia statunitense, passando dall’opinione maggioritaria di un “atterraggio morbido” a quella, minoritaria ma molto attraente, di una economia che rimarrà in volo – a bassa quota – e che non subirà alcun atterraggio.

Questa tendenza all’ottimismo più sfrenato, tuttavia, deriva dalla circostanza che l’IPC (indice dei prezzi al consumo) è sceso dal 9,1% della scorsa estate al 6,4% di gennaio scorso; contestualmente, il rapporto sui salari non agricoli di gennaio ha mostrato che sono stati creati 517.000 nuovi posti di lavoro netti,  mentre il PIL del quarto trimestre ha registrato un tasso di crescita annualizzato del 2,9%. In altre parole, negli USA al momento si registrerebbe un’inflazione in calo all’interno di un contesto di crescita ancora sostenuta. La domanda è se ciò sia sufficiente per affermare che gli USA hanno evitato la recessione. Ebbene, secondo gli economisti “meno seduttivi” e più realisti, non si può concordare con questa conclusione. Infatti, l’attuale congiuntura – inflazione calante in una economia crescente – ha tutta l’aria di essere una semplice tregua economica accompagnata da un mercato azionario temporaneamente pimpante, per cui non sembra avere le caratteristiche per durare, e questo per diversi motivi.

Per cominciare, gli effetti sull’economia di uno degli inasprimenti monetari più grandi e coordinati che abbia mai colpito l’economia a livello globale non possono manifestarsi con così largo anticipo, dal momento che gli aumenti dei tassi producono i propri risultati con ritardi lunghi e variabili tra nove mesi e un anno. Pertanto, le conseguenze negative dell’aumento dei tassi dallo 0% a quello che finirà per essere intorno al 5% nel corso dell’ultimo anno diventeranno più acute a partire da questa estate. Infatti, i tassi di interesse continuano ad essere aumentati e, nel tentativo di ridurre il bilancio della Fed, Jerome Powell sta distruggendo mille miliardi di dollari di offerta monetaria di base all’anno secondo un programma che continuerà per altri due anni, secondo lo stesso presidente della Fed.

E non è stata solo la Fed ad essere impegnata ad alzare i tassi di interesse nell’ultimo anno, poiché oltre 80 delle banche centrali del mondo hanno fatto lo stesso. La percentuale netta di banche statunitensi che stanno inasprendo gli standard di prestito è salita al 44,8% durante il primo trimestre di quest’anno, rispetto a un -32,4% nel terzo trimestre del 2021. L’attuale livello di inasprimento è stato un indicatore affidabile dell’inizio dei passati periodi di recessione; in più, l’offerta di moneta M2 si sta riducendo per la prima volta dal 1960. Il tasso è attualmente pari a -1,3%, in calo rispetto al picco massimo della crescita del 27% nel febbraio del 2021, e due terzi dei consumatori ora vivono di stipendio in stipendio, con un tasso di risparmio che è uno dei più bassi della storia americana.

Di conseguenza, i consumatori hanno sofferto per 22 mesi consecutivi di crescita negativa del reddito reale, e sono ricorsi a sfruttare il credito a un ritmo record per sbarcare il lunario. A questo punto, i saldi delle carte di credito sono aumentati del 6,6% a 986 miliardi di dollari durante il trimestre, la crescita trimestrale più alta mai registrata dal 1999 secondo i dati della Fed di New York. Anno dopo anno, i saldi delle carte di credito sono cresciuti del 15,2%, e i consumatori hanno aggiunto 398 miliardi di USD di nuovo debito durante il quarto trimestre del 2022, per cui l’importo totale del debito è ora salito a 17 trilioni di USD. Tale aumento del debito è stato tra i più alti degli ultimi 20 anni, e quasi 4,5 volte maggiore rispetto al quarto trimestre del 2021.

Anche il debito nazionale degli Stati Uniti – 32 trilioni di USD – è a livelli record, pari al 130% del PIL, mentre l’indebitamento delle aziende ha raggiunto il record del 50% del PIL, gravato com’è dai debiti a tasso variabile che aumentano con il rialzo dei tassi da parte della Fed. A questo si aggiungono i segnali provenienti dall’indice dei principali indicatori economici (LEI), che è sceso per 10 mesi consecutivi ed ora avvisa di una recessione inequivocabile, proprio dietro l’angolo. Inoltre, il settore immobiliare è in grossi guai, poiché le vendite di case esistenti sono diminuite per 12 mesi consecutivi (al ritmo più lento degli ultimi 12 anni) e sono diminuite del 37% su base annua solo a gennaio; le richieste di acquisto di mutui ipotecari sono diminuite del 41% su base annua, il minimo da 28 anni, e la sensazione è che il calo dei prezzi delle case si trovi molto vicino al livello di crollo della domanda di case.

Ad avvalorare la tesi della recessione che già cova nascosta sotto le ceneri di una “crescita incidentale”, un numero crescente di aziende ha recentemente annunciato blocchi delle assunzioni e tagli ai posti di lavoro, poiché i profitti aziendali stanno languendo e i margini si comprimono. Inoltre, gli utili GAAP (insieme standardizzato di principi e regole contabili che le società per azioni negli Stati Uniti devono seguire, ndr) delle aziende quotate nell’indice S&P 500 sono diminuiti di quasi il 30% su base annua durante il quarto trimestre dello scorso anno, e sono diminuiti per 3 trimestri consecutivi.

In sintesi, il fuoco della recessione arde sotto la cenere, ed è meglio allertare i firemen. Anche se non è ancora arrivato il momento di accendere le sirene.

Ethenea: le borse dicono che la recessione sarà debole

I fattori di forza dell’economia Usa nel 2022 (consumi e occupazione) iniziano a vacillare, ma il mercato azionario sembra non temere una flessione rilevante dell’economia.

“L’inversione della curva dei rendimenti segnala che gli operatori del mercato obbligazionario ritengono probabile una recessione economica nel 2023. Inoltre la spesa per i consumi e il mercato del lavoro, che sono stati sorprendentemente robusti nel 2022, sembrano cedere. Tuttavia, il mercato azionario, sembra propendere per una flessione relativamente contenuta”.  È l’analisi di Philip Bold, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

I consumatori sono considerati la spina dorsale dell’economia, soprattutto negli Stati Uniti. L’andamento della spesa dei consumatori rappresenta quindi un buon indicatore della salute economica di un Paese. A fronte del doppio impatto dell’aumento dei prezzi (vedi generi alimentari e la benzina) e dell’aumento dei tassi d’interesse (ad esempio sui mutui), lo stress subito dai consumatori nel 2022 è stato il peggiore degli ultimi decenni. Nonostante questo, la spesa per consumi si è rivelata sorprendentemente solida. Sebbene il calo del Pil statunitense nel primo e secondo trimestre si qualifichi, secondo una regola generale, come recessione, quest’ultima ufficialmente non è mai esistita. Tutto ciò ha generato una certa confusione. La crescita negativa del primo trimestre era dovuta al deficit commerciale, mentre la crescita negativa del secondo trimestre era in gran parte dovuta al calo delle scorte. La spesa per i consumi, invece, ha continuato a crescere in modo robusto per tutto l’anno, mentre il contesto sfavorevole del 2022 lasciava intendere tutt’altro.

La forza dei consumi è stata in parte dovuta ai risparmi in eccesso generati dalla crisi del Covid-19, che hanno agito da buffer. Grazie alla combinazione di aiuti governativi e minori spese durante le restrizioni anti-Covid, il tasso di risparmio della popolazione statunitense era aumentato sensibilmente. La Federal Reserve stima che negli anni 2020 e 2021 sono stati risparmiati complessivamente 2.300 miliardi di dollari aggiuntivi. D’altro canto, la solidità del mercato del lavoro ha sostenuto la crescita dei consumi. Alla fine dell’anno, il tasso di disoccupazione del 3,7% si attestava ancora attorno al minimo storico degli ultimi decenni. La stragrande maggioranza della forza lavoro è quindi ancora occupata.

Oggi, tuttavia, entrambi i fattori stanno vacillando. I risparmi in eccesso dei tempi della pandemia si sono gradualmente ridotti a partire dal terzo trimestre 2021. Il calo di queste eccedenze e l’incertezza economica penalizzano la fiducia dei consumatori. Nell’ultimo sondaggio del censimento delle famiglie statunitensi, circa il 40% degli intervistati ha dichiarato di avere difficoltà ad arrivare a fine mese. La pressione sulle fasce di reddito più basse si sta facendo evidente. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro sta invertendo la rotta. Sebbene le notizie sui blocchi delle assunzioni e dei licenziamenti provengano soprattutto dal settore tecnologico, sono interessati un po’ tutti i settori. Gli indicatori anticipatori del mercato del lavoro, ad esempio le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione, confermano questa tendenza. Tutto questo eserciterà un’ulteriore pressione sul comportamento di spesa dei consumatori.

“Il contributo positivo che le spese per consumi fornivano al PIL ancora nel 2022, sembra dunque essere in forse per il 2023. E con i cambiamenti sul mercato del lavoro anche la recessione avrà via libera. Oppure no? L’inversione della curva dei rendimenti segnala una probabile recessione economica. Il mercato azionario, d’altra parte, ha già perso molto terreno nel 2022, il che ha normalizzato in parte le valutazioni, ma una recessione dei profitti sul versante delle imprese avrebbe un ulteriore impatto negativo. Sebbene tutti parlino di recessione, il mercato azionario, che anticipa l’andamento dell’economia reale, sembra prendere in considerazione soltanto una flessione relativamente contenuta”, conclude Bold (nella foto).

L’inflazione italiana prende fiato ad aprile, ma il trend rimane al rialzo

Le riduzioni delle tasse governative su energia e carburante sono riuscite a fermare l’aumento dell’inflazione complessiva solo temporaneamente. Possibile una stabilizzazione dell’indice dei prezzi al consumo dopo il secondo trimestre.

Di Adriana Cardinale*

Il rallentamento dell’economia italiana nel primo trimestre ha ceduto il passo ad una lieve contrazione, quando l’impatto della guerra in Ucraina ha aggravato altri fattori negativi che avevano già colpito consumatori e imprese. Nonostante le misure compensative messe in atto dal governo, pertanto, sembra altamente probabile una recessione tecnica.

La stima preliminare del PIL del primo quadrimestre 2022 indica una contrazione dello 0,2% su base trimestrale (+5,8% il dato annuale mese su mese), in linea con le aspettative di consenso. Sebbene i dati non lo abbiano ancora confermato, pare che la domanda interna abbia dato un contributo positivo alla crescita trimestrale, soprattutto grazie alle costruzioni – alimentate dai bonus, ogni città è un grande cantiere – ma a frenare sono state le esportazioni nette e i consumi privati, questi ultimi rallentati dalla diminuzione del reddito reale dei consumatori e del livello di fiducia, che ha raggiunto il livello più basso da Novembre 2020.

A livello di macro-settori, è andata bene l’Agricoltura, stabile l’Industria e male il settore dei servizi, ed è possibile che il consuntivo economico del terzo trimestre alla fine sarà uguale a quello precedente, nonostante le misure introdotte dal governo per stemperare gli effetti di una inflazione elevata di lontana memoria – neanche gran parte dei millennials se la ricordano – e del caro-energia che peserà molto quest’anno sull’equilibrio finanziario delle famiglie. Del resto, anche la fiducia delle imprese è ai minimi termini, dal momento che la bassa disponibilità di attrezzature e materiali è ancora di ostacolo alla produzione. Inoltre, la fiducia dei consumatori è nuovamente scesa, sebbene una buona novella sembra arrivare dal settore turistico, che per questa estate e inizio autunno si prevede in grande crescita.

Nel dettaglio, secondo l’ISTAT l’inflazione ad Aprile si è abbassata al 6,2% su base annua dal 6,5% di Marzo), grazie alla riduzione temporanea della tassazione sui carburanti e sui prezzi regolamentati dell’energia, ma senza queste misure l’inflazione complessiva sarebbe aumentata di nuovo. Le pressioni inflazionistiche maggiori provengono dal comparto energia (+42,4%) e dai generi alimentari (6%), mentre nei servizi il tasso di inflazione è stato solo del 2,1%. Le previsioni degli economisti indicano probabili ulteriori pressioni sul fronte dell’inflazione core, dal momento che le imprese riverseranno sui prezzi alla produzione i maggiori costi che hanno ridotto i margini di profitto. Di conseguenza, il governo sarà sottoposto a crescenti pressioni politiche per allargare i cordoni della spesa pubblica e compensare famiglie e imprese, magari prorogando fino a giugno i tagli alle tasse sui carburanti. Questo – attenzione – non farebbe diminuire l’inflazione, ma solo farla stabilizzare intorno al 6,5%, salvo nuovi e più gravi sviluppi dalla guerra in Ucraina e dal caro-petrolio/gas.

In definitiva, il dato peggiore di tutti è quello del sentiment, ossia cosa frulla per la testa degli investitori e cosa sentono “di pancia” i consumatori: nessuno di loro riesce ad abituarsi all’idea di una guerra combattuta sul campo, che si riteneva essere ormai un retaggio del secolo scorso, una cosa da raccontare a figli e nipoti. Invece, di fronte all’atteggiamento della Russia di Putin – e per alcuni anche dell’Ucraina e di Zelensky, ma non entriamo nel merito – persino la Cina ci sembra un tranquillo approdo di pace, equità sociale e democrazia progressista.

* Segreteria di redazione P&F

Zimmermann, Lemanik: perché puntare sul Giappone

Il nuovo ceppo Covid Omicron ha innervosito il sentiment degli investitori globali. Inoltre, i rischi geopolitici sono aumentati in Europa, poiché la Russia ha incrementato le truppe al confine con l’Ucraina.

“Oggi il Giappone è il paese asiatico più interessante in termini di investimento. Il paese trarrà certamente vantaggio dal Rcep, l’accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi dell’Asean più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, ma anche dall’indebolimento dello Yen che avrà un effetto positivo sulle vendite e sui profitti. La pressione dell’inflazione globale potrebbe finalmente mostrare un cambiamento nel comportamento dei consumatori, che è fortemente influenzato dalla pressione deflazionistica avviatasi dopo la bolla immobiliare del 1990. Inoltre, le aziende hanno generalmente un rapporto di indebitamento molto basso e l’indice Topix ha uno dei più bassi rapporti price/book tra gli indici del mondo sviluppato”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik.

Il nuovo ceppo Covid Omicron ha innervosito il sentiment degli investitori globali. Inoltre, i rischi geopolitici sono aumentati in Europa, poiché la Russia ha incrementato le truppe al confine con l’Ucraina. Gli impegni di Giappone e Stati Uniti per sostenere Taiwan in una potenziale invasione dalla terraferma hanno aumentato la pressione sulla Cina. Quest’ultima ha proseguito a esercitare la sua influenza su Big Tech, chiedendo a DiDi il delisting dagli Stati Uniti. L’incertezza che circonda i titoli cinesi quotati negli Stati Uniti tramite strutture VIE (variable interest entities), le strutture utilizzate dalle imprese locali per attrarre capitali esteri, ha ulteriormente pesato sul sentiment con il Kraneshares China Internet ETF, quotato alla Borsa di New York, in calo del 22,90%. Oltre alla pressione geopolitica, la Cina deve gestire l’implosione del suo più grande costruttore immobiliare, Evergrande, con 300 miliardi di dollari di debito. La terribile situazione del settore sta trascinando giù anche altri costruttori e Modern Land China, Sinic Holdings e Fantasia hanno mancato i pagamenti del loro debito. 

“Dal punto di vista macroeconomico, continuiamo a vedere un quadro misto”, sottolinea Zimmermann. “La carenza di semiconduttori e la distorsione delle catene globali del valore sono ancora un freno per l’economia, ma il sentiment dei consumatori si sta riprendendo e i piani di investimento infrastrutturali del governo dovrebbero dare ulteriore sostegno alla ripresa globale. Le esportazioni nel segmento tecnologico dall’Asia segnalano una domanda ancora forte. Continuiamo a essere sovrapesati nei paesi Asean e ci aspettiamo che l’impatto positivo dell’accordo commerciale Rcep sostenga un’espansione a lungo termine. Le valutazioni in Cina rimangono interessanti al livello attuale, ma i fattori d’incertezza sopramenzionati ci spingono a mantenere una posizione sottopesata in questo paese”.

Prevenire gli effetti dell’inflazione è difficile, soprattutto quando non sai esattamente come farlo

Il presidente della Fed Jerome Powell afferma che il controllo delle aspettative di inflazione è la chiave per raggiungere i doppi obiettivi della banca centrale di stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il problema è che non è chiaro come la Fed possa farlo mentre l’economia emerge prepotentemente dalla pandemia.

Leggendo i manuali di economia, in molti sono portati a pensare che le banche centrali abbiano il controllo assoluto di variabili come l’inflazione, come se questa non possa essere influenzata da altri fattori che, al contrario, non sono controllabili se non quando si sono già avverati e stanno cominciando a far sentire i propri effetti. Le aspettative tra i consumatori, per esempio, possono variare notevolmente a seconda della loro età e del sesso, e non sono particolarmente sensibili a ciò che fa e dice la banca centrale. Inoltre, gli atteggiamenti delle imprese, probabilmente gli attori più importanti nel processo di inflazione perché fissano i prezzi, sono spesso imperscrutabili per via della scarsità di sondaggi che diano indicazioni del loro pensiero sull’argomento. Oggi, in particolare, risulta difficile gestire quelle aspettative quando ti trovi in una situazione nuova e, a detta dell’ex governatore della Fed Randall Kroszner “non sai esattamente come farlo”.

L’attenzione della banca centrale americana si è spostata sul tentativo di fermare l’aumento vertiginoso dei timori di inflazione dopo un aumento annuale dei prezzi del 5% e un balzo delle aspettative dei consumatori al loro livello più alto dal 2013 in un sondaggio mensile della Fed di New York. Powell sostiene che i forti aumenti dei prezzi si dimostreranno in gran parte transitori, e che le aspettative nel complesso sono nel punto in cui la Fed le vuole. Le proiezioni a più lungo termine sono salite a “un intervallo coerente con i nostri obiettivi”, ha detto ai giornalisti quindici giorni fa, dopo che i responsabili delle politiche hanno inaspettatamente previsto due aumenti dei tassi di interesse nel 2023 rispetto alla loro impostazione attuale vicina allo zero.

Nonostante alcuni economisti abbiano minimizzato l’importanza dei cambiamenti nelle aspettative, sostenendo che ci sono poche prove dagli anni ’80 che modificazioni nelle aspettative abbiano portato frizioni nel tasso di inflazione effettiva, le persone che in passato hanno vissuto un’alta inflazione, hanno aspettative sistematicamente più alte, nonchè una maggiore avversione per l’inflazione rispetto alle persone che non hanno avuto questa esperienza. Ciò è emerso dall’ultimo sondaggio della Fed di New York: i consumatori di età pari o superiore a 60 anni, che hanno vissuto gli anni ’70 inflazionistici, avevano aspettative notevolmente più elevate rispetto a quelli di età inferiore ai 40 anni, che conoscevano solo prezzi bassi e stabili. Inoltre, le donne tendono anche ad avere prospettive di inflazione più elevate rispetto agli uomini perché spesso fanno più acquisti per la spesa, hanno detto i ricercatori accademici. “Per la tipica famiglia statunitense, le loro aspettative saranno altamente correlate al prezzo della benzina o al prezzo del cibo. La gente non presta attenzione a ciò che sta facendo la Fed“, ha detto Gorodnichenko, professore dell’Università della California.

Questa volta, però, il salto delle aspettative potrebbe rivelarsi più insidioso, perché il boom dell’economia post-pandemia rende improbabile un altro crollo del prezzo del petrolio, come nel 2008. Anzi, i continui tagli alla produzione stanno facendo risalire il prezzo verso gli 80 dollari al barile. L’opinione standard degli economisti è che se i consumatori pensano che i prezzi saranno significativamente più alti domani, acquisteranno beni e servizi oggi invece di aspettare che il loro prezzo aumenti, spingendo così ulteriormente in su i prezzi. E’ la situazione opposta alla deflazione, durante la quale i consumatori pensano che i prezzi saranno più bassi domani, per cui rinviano gli acquisti e, così facendo, spingono in basso i prezzi. In realtà, secondo gli esperti, il processo attuale è molto più complicato, dal momento che i consumatori stanno associando l’inflazione alla sensazione – indotta dagli effetti durevoli della pandemia -di una cattiva economia, e invece di spendere di più tagliano le loro spese. Infatti, secondo il sondaggio dell’Università del Michigan di giugno, questo atteggiamento dei consumatori è alla base del fatto che l’attitudine all’acquisto di veicoli e abitazioni è scesa ai livelli più bassi dal 1982, mentre il numero di intervistati che ha fatto spontaneamente riferimento a prezzi elevati per tali acquisti ha superato il record del novembre 1974.

Relativamente alle prospettive delle imprese, le informazioni su come le aziende percepiscono le prospettive di inflazione sono ancora più discutibili, soprattutto perché i sondaggi sui loro atteggiamenti sono scarsi. L’indice della FED sulle aspettative di inflazione comune, per esempio, è composto da 21 misure diverse, ma nessuna di esse copre direttamente le aziende. Secondo la Fed di Atlanta, le aziende, al pari dei consumatori, vedono un’inflazione più rapida nell’imminente futuro. Le aziende di quel distretto, che comprende Florida, Georgia e Alabama, prevedono che i loro costi unitari aumenteranno del 3% in media nei prossimi 12 mesi.

A dire il vero, il recente spostamento dell’attenzione della Fed dall’inflazioneinterpretata come fenomeno passeggero – ha calmato le preoccupazioni dei mercati finanziari, ma le lacune degli economisti sulla dinamica delle aspettative e su come si formano non lascia ben sperare e induce un po’ di prudenza. “Anche in tempi normali, placidi e stabili, il compito di misurare le aspettative di inflazione è arduo e difficile”, ha affermato David Wilcox del Peterson Institute for International Economics. “In tempi come questi, quella difficoltà viene amplificata molte volte. Oggi non vorrei essere al posto di Powell“.

Mutui, istituti di credito ancora diffidenti verso i consumatori. Nonostante i prezzi bassi e i tassi di interesse al minimo storico

Alla base della contrazione del mercato dei mutui, oltre all’incertezza politico-economica, anche il clima di scarsa fiducia delle banche verso chi vorrebbe indebitarsi per acquistare casa.  

Il mercato del credito immobiliare non finisce mai di sorprendere. Nonostante i proclami propagandistici di ripresa, lo scenario cristallizzato dai dati del 2018 è tutt’altro che confortante, e quello del primo semestre del 2019 non vede una soluzione di continuità con il passato più recente.

Quali sono i fattori che, viste le circostanze (prezzi delle case bassi e tassi di interesse dei mutui mai visti così giù) assolutamente favorevoli, determinano il perdurare di questa situazione?.

Secondo gli esperti, nonostante i prezzi degli immobili si siano stabilizzati e i tassi sui mutui rimangano ai minimi storici, prevale ancora un clima di incertezza, testimoniato dall’indice “per eccellenza” del settore immobiliare, cioè quello che misura il mercato dei mutui, il quale presenta un andamento piuttosto contrastante. Infatti, se nel primo trimestre 2019 l’Agenzia delle Entrate ha registrato un aumento delle compravendite del 8,8%, contemporaneamente si prevede una contrazione dei mutui erogati del 5,9%.

Inoltre Crif (la famigerata banca dati che gestisce, per conto delle banche, lo speciale elenco dei debitori in difficoltà), ha registrato una contrazione delle domande di mutuo del 9,2%, che lascia presagire una riduzione delle erogazioni di mutuo anche nella seconda metà dell’anno in corso.

A chi è imputabile questa incertezza, ai consumatori, alle banche o a entrambi?

Le organizzazioni del settore creditizio sostengono che non si registrano restrizioni da parte degli istituti all’accesso al credito. Infatti, ad ascoltare i loro rappresentanti, sembra che la causa della contrazione della domanda sia da imputarsi esclusivamente all’incertezza politico-economica e ad un generalizzato clima di scarsa fiducia da parte dei consumatori, che induce a posticipare la scelta di acquisto della casa per via dell’assenza di segnali concreti di una ripresa economica solida e durevole.

Inoltre – sempre secondo gli “esperti” – sull’attuale contesto peserebbero: 1) la sospensione del Q.E. (Quantitative Easing, ossia l’immissione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea), che avrebbe determinato una diminuzione delle erogazioni, e 2) le fantomatiche previsioni di una possibile patrimoniale, accompagnata alle limitazione delle detrazioni degli interessi dei mutui e delle spese di ristrutturazione e arredamento.

Niente di più infondato.

Infatti, le banche stanno continuando nella loro opera “maniacale” di razionalizzazione dell’Offerta e di conseguente riduzione dell’accesso al credito, attuata attraverso l’adozione di misure iper-ispettive e fortemente escludenti, che i richiedenti (fino ad un paio d’anni fa meritevoli di credito) devono subire. Si va dall’imposizione della firma di un introvabile garante (anche su una richiesta proveniente da una coppia con doppio reddito non elevato), alla centralizzazione delle funzioni istruttorie e deliberanti presso un unico ufficio per tutto il territorio nazionale, con il risultato di rallentare a dismisura i tempi di erogazione (anche 4 mesi), e di paralizzare venditori e compratori.

A ciò si aggiunga la presenza opprimente dei servizi forniti dalle banche dati (Crif in testa) nelle c.d. policy di ogni singolo istituto di credito, che ha generato, oltre a legittimi benefici per chi eroga i mutui, anche una inaccettabile restrizione della privacy per chiunque volesse muoversi liberamente attraverso il panorama bancario dell’offerta di strumenti di indebitamento. Sotto la lente di ingrandimento, infatti, la prassi discutibile della “marchiatura” nelle banche dati, per un periodo massimo di 60 giorni, di coloro che hanno ricevuto il rifiuto, da parte di una banca, della propria richiesta di mutuo. Ciò determina l’ulteriore risultato, per questi richiedenti, di ricevere altrettanti rifiuti, durante quella finestra temporale, da parte di tutte le altre banche, e magari veder sfumare una profittevole occasione di acquisto.

Eppure, le prospettive sarebbero positive, dal momento che i prezzi immobiliari sono molto contenuti e senza particolari tensioni al rialzo (se non in alcune zone di Milano e Roma). Eppure, ancora, il differenziale tra la crescita dei prezzi e la crescita dei redditi negli ultimi anni si è ridotto, il ché permetterebbe un ritorno all’acquisto anche da parte di persone dai redditi inferiori. Invece, le banche continuano ad essere particolarmente disponibili e competitive solo quando hanno di fronte clienti che apportano una consistente parte di mezzi propri nell’acquisto (35-40% del prezzo); a costoro, grazie al calo dell’IRS (l’indice di riferimento dei mutui a tasso fisso), vengono proposti mutui fino all’1,60% a 30 anni, con rata fissa.

Per chi non ha risparmio, purtroppo, la strada che conduce ad acquistare casa è lastricata da mille insidie e da tanti rinvii. Di conseguenza, giacchè la maggior domanda proviene da richiedenti con reddito medio/basso, anche la Domanda di case è destinata a vivacchiare in uno scenario di stagnazione di lungo periodo.

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