Aprile 21, 2026
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I sindacati degli agenti di commercio al premier Conte: ricavi in caduta libera, si attivi il Decreto Ristori

Anche le sigle sindacali storicamente vicine agli agenti di commercio intervengono con una lettera aperta al Governo Conte, chiedendo di includere gli iscritti ad Enasarco nel c.d. Decreto Ristori.

Usarci, Uiltucs, Fnaarc, CGIL-Filcams, Fisascat e UGL Terziario hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri Conte, al Ministro dell’Economia Gualtieri, al Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli ed al Ministro del Lavoro Catalfo, per chiedere di intervenire in favore degli agenti di commercio attraverso il c.d. Decreto Ristori.

“In rappresentanza degli agenti e rappresentanti di commercio di tutta Italia, reiteriamo le istanze contenute nelle precedenti comunicazioni del 24 giugno e del 9 settembre 2020”, esordisce la lettera. “Non riteniamo più procrastinabile l’adozione di provvedimenti a sostegno di questa categoria di lavoratori che, ogni anno, intermedia più del 70% del Pil del nostro Paese”.

In occasione della seconda ondata in corso, la situazione complessiva degli agenti di commercio è allarmante, considerato che l’obbligo di chiusura di numerose attività commerciali e turistiche comporta l’impossibilità anche per gli agenti che operano con queste categorie a svolgere il proprio lavoro e, pertanto, a dover subire un calo vistoso dei ricavi per la seconda volta nello stesso anno.

“Riteniamo che sia fondamentale inserire tra i beneficiari del nuovo Decreto Ristori anche gli agenti di commercio coinvolti indirettamente dalle chiusure previste dal DPCM (facilmente individuabili attraverso gli specifici codici ATECO) che vedranno notevolmente diminuire, se non azzerare completamente, le vendite con i clienti delle categorie coinvolte. Ciò, peraltro, trova fondamento nello stesso Decreto Ristori che, all’art. 1, comma 2, prevede che possano essere individuati ulteriori codici ATECO riferiti a settori economici aventi diritto al contributo, ulteriori rispetto a quelli riportati nell’Allegato 1 del decreto”, aggiungono i sindacati nella lettera.  

“In alternativa al Decreto Ristori, auspichiamo che il Governo voglia applicare i benefici derivanti dal Fondo Perduto anche agli agenti di commercio”, conclude la lettera al Governo.

Manlio Marucci

Sul punto, Manlio Marucci afferma che “In un contesto generale di difficoltà, in cui tutte le categorie economiche subiscono una drastica diminuzione dei ricavi senza intravedere ancora il superamento dell’emergenza sanitaria, si diffondono sentimenti generalizzati di paura e frustrazione che – indipendentemente dalla natura dei provvedimenti adottati dal Governo – possono generare comportamenti socialmente non più controllabili. Esiste, quindi, una oggettiva esigenza di dare aspettative concrete alle categorie più danneggiate, tra le quali gli agenti di commercio detengono un triste primato”. “Servono risposte coerenti all’evolversi della situazione – continua Marucci – e interventi più incisivi dal lato dell’offerta di welfare ai soggetti oggi più esposti alla crisi, come, appunto agenti di commercio e consulenti finanziari”. “Vorrei ricordare – aggiunge il Segretario di Federpromm-Uiltucs -che queste categorie di professionisti determinano una gran parte del PIL italiano, e che l’assenza prolungata di un vero sostegno economico, rapido e a fondo perduto, non consentirebbe a decine di migliaia di loro di superare né la seconda ondata in corso, né una eventuale ondata successiva, dando così il colpo di grazia alla fragile economia del Paese”.

“Il Governo – conclude Marucci – nell’adottare le proprie decisioni non può più prescindere dalla cosiddetta variabile umana, senza la quale il recupero di stabilità economica e sicurezza del sistema sociale, a pandemia finalmente terminata, sarà quasi impossibile”.

Silenti Enasarco, il 16 Settembre manifestazione a Roma. Conferenza stampa in Senato

La manifestazione indetta da Federcontribuenti sarà divisa in tre momenti: alle 10.00 di fronte la sede di Enasarco, alle 13 presso la Sala Nassiriya del Senato per una conferenza stampa, e subito dopo a Piazza Monte Citorio.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, quella dei c.d. agenti (o ex agenti) “silenti” di Enasarco – agenti senza più mandato che non sono riusciti ad arrivare ai 20 anni obbligatori di contribuzione, perdendo così sia il diritto alla pensione che i versamenti effettuati  – sembra essere non solo una profonda ingiustizia sociale, ma anche un “rimpicapo” di difficile soluzione, che la politica sta accuratamente evitando di risolvere in questo momento delicatissimo per via dell’imminente “test” elettorale e del referendum confermativo.

Da anni, però, alcune organizzazioni (Federcontribuenti, in particolare, con Cosimo Lucaselli, responsabile dei rapporti con il Parlamento della Federazione) hanno portato il problema all’attenzione dei media. Secondo Lucaselli “….i bilanci tecnici, fin da quelli del triennio 2014-2017, ci dicono che i “silenti” oggi ammonterebbero a circa 690.000, ed il tesoro raccolto fino ad oggi da Enasarco ammonterebbe, secondo le medesime stime, a circa 9,2 miliardi di euro…tra i silenti c’è anche chi si è visto accantonare a fondo perduto decine di migliaia di euro, e non intende rinunciarvi“.

Cosimo Lucaselli

A causa della regola dei 20 anni di contribuzione minima, pertanto, un vero e proprio fiume di denaro è confluito nella Cassa durante gli ultimi decenni, costituendo una dotazione finanziaria che oggi stride rumorosamente con alcuni dati relativi al patrimonio ed alle modalità di contribuzione. Uno fra tutti: la consistenza patrimoniale complessiva di Enasarco, che è pari a circa 8 miliardi (a fronte dei 9,2 miliardi rivendicati dai “silenti”).

Pertanto, le organizzazioni che sostengono i silenti hanno posto alla politica nazionale molte domande: dov’è finito questo fiume di denaro? Come è stato speso negli anni, e chi ne ha beneficiato? Senza i versamenti dei silenti, la Cassa sarebbe stata ugualmente in equilibrio finanziario? Fino a che punto è giuridicamente sostenibile che dei contribuenti versino delle somme destinate ad alimentare prestazioni previdenziali di cui sarebbero i beneficiari, e poi debbano accettare passivamente di perdere il denaro accantonato?

Si tratta di domande rimaste fino ad oggi senza risposta. Da qui nasce, a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo della Governance di Enasarco (24 Settembre – 7 Ottobre), la protesta organizzata per il 16 Settembre da Federcontribuenti insieme al Movimento Partite IVA. Infatti, le precedenti richieste di intervento inviate al ministro Catalfo, al Premier Conte e al Presidente Mattarella non hanno avuto alcun riscontro. Troppo, per 690.000 contribuenti che si sentono traditi, oggi, anche dalle Istituzioni.

In sintesi, Federcontribuenti chiede che i fondi amministrati da Enasarco vengano veicolati all’interno della gestione INPS e gestiti da Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di apportare benefici immediati alle casse dello Stato che, in cambio, dovrà farsi carico del trattamento pensionistico integrativo dei silenti, in base ai contributi versati, al raggiungimento dell’età pensionabile, superando così l’attuale disciplina che attribuisce al denaro versato dai silenti l’implicita qualità di “versamenti a fondo perduto”.

Recovery Fund, un placebo franco-tedesco per mantenere l’Italia in cattivo stato di salute. Ecco perché

La proposta di Francia e Germania non è un vero aiuto e non risolve i problemi italiani. E’ come una pillola priva di principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto.

L’Italia è destinata a confermare, all’interno del modello economico voluto dalla Germania e dalla Francia fin dalla nascita dell’Unione Europea, il suo ruolo subalterno di “economia debole”, dalla quale attingere risorse, aziende e menti eccelse a beneficio delle “economie forti”. E’ questa la conclusione che si può ricavare – senza troppi giri di parole o particolare impegno mentale – dalle proposte di regolamento del c.d Recovery Fund, ossia di quel fondo che potrà contare su una dotazione pari a 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027, ossia altri 1.100 miliardi di euro). 

Secondo la proposta franco-tedesca, i soldi diretti ai paesi membri saranno costituiti in massima parte da contributi (fino a 500 miliardi), mentre per 250 miliardi si tratterà di prestiti che dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’UE. In apparenza, si tratta di una cifra senza precedenti nella storia dell’UE, anche perché la raccolta dei fondi verrebbe effettuata tramite una emissione comune di bond con rating “tripla A”, con garanzia del bilancio UE, sui quali si pagheranno bassissimi tassi di interesse.

Finalmente una emissione di debito targato UE, si potrebbe dire. Il sogno del Premier Conte e di Gentiloni (e di molti altri), si potrebbe definire la soluzione prospettata, con grande sorpresa, da Francia e Germania.

Se le cose rimangono in questo modo, però, le misure proposte sono del tutto insufficienti per far fronte alla crisi italiana. Il nostro PIL, infatti, nel corso di quest’anno scenderà più o meno del 13%, per poi recuperare nel 2021 ma ampiamente al di sotto del livello pre-Covid. Facendo bene i conti, pertanto, verrà prodotta una quantità di ricchezza pari a circa 200 miliardi in meno rispetto al 2019, e per fronteggiare questo crollo servirebbero risorse aggiuntive pari almeno, appunto, ad altrettanti 200 miliardi tra il 2020 ed il 2021. Il Recovery Fund di edizione franco-tedesca, purtroppo, sarà disponibile solo a partire dal 2021, e verrà “spalmato” in due anni; così, per il 2020 e parte del 2021 dovremo contare soltanto sulle risorse proprie e sulle altre “pericolosissime” misure di emergenza (MES, SURE) che servono, da un lato, a mitigare gli effetti della crisi (SURE) o, dall’altro, a rafforzare un solo settore dell’Economia (MES), ossia quello sanitario. Nel 2021, infine, entrerà in vigore il Recovery Fund con gli 81 miliardi a fondo perduto (gli altri 90 miliardi saranno prestiti da restituire, pertanto non hanno il medesimo impatto dei primi), che di fronte ad una esigenza di almeno 200 miliardi sono già insufficienti a far fronte alla catastrofe economica in cui siamo precipitati dall’oggi al domani, facendo mancare all’appello circa 120 miliardi di fabbisogno a fondo perduto.

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La proposta dell’UE, pertanto, non è un vero aiuto, e non risolve i problemi italiani. Piuttosto li aggraverà, mantenendo costante nel tempo l’attuale livello di povertà che affligge una larga parte della popolazione. Si tratta di una cura senza principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto, relegando solo la Lombardia e (in parte) il Veneto, tra tutte le regioni italiane, a godere degli stessi benefici economici garantiti a tutti i paesi del Nord Europa.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in relazione alla riedizione storica, in salsa europea, della Questione Meridionale, il Recovery Fund sembra incarnarla perfettamente, nella sua natura di “non aiuto” destinato ad un paese, come l’Italia, da impoverire – ma non troppo – ed usare per il trasferimento delle migliori risorse economiche, imprenditoriali ed umane verso i paesi dominanti.   

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.  

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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