Aprile 17, 2026
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Patrimonials: quanto costa sposare un figlio e quanto la “partecipazione” ad un matrimonio

Conti alla mano, ogni matrimonio ha due facce: quella di chi dovrà pagare il costo complessivo dell’evento, e quella di chi verrà invitato e dovrà mettere mano al portafoglio per fare un regalo dignitoso.

Con il mese di Giugno si è aperta la stagione dei matrimoni, e secondo il Libro Bianco del Matrimonio di Matrimonio.com il picco dell’anno si registrerà a settembre, ossia il mese che riscuote circa il 25% delle preferenze delle coppie italiane. A detta delle previsioni, la stagione ripeterà il boom dello scorso anno, che aveva realizzato il 5% di matrimoni in più rispetto all’anno precedente.

Secondo i dati statistici più aggiornati, il costo medio di un matrimonio in Italia è di circa 26.000€ (escluso il viaggio di nozze), il numero medio di invitati è di 109, e il 20% delle coppie paga le nozze con i soldi dei regali “in busta” ricevuti dagli invitati. Tradizionalmente, a pagare il matrimonio sono i genitori degli sposi, ognuno secondo le proprie possibilità economiche, ma sono sempre di più le coppie di neo-sposi che sostengono da soli i costi complessivi dell’evento e scelgono organizzazioni meno vistose e finanziariamente più contenute, preferendo spendere una somma maggiore per il viaggio. In ogni caso, quando non sono gli stessi sposi a pagare il proprio matrimonio, chi mette mano al portafoglio? Naturalmente i genitori-patrimonials, e non è raro che la soluzione “fifty-fifty” non sia quella più percorribile per via delle diverse condizioni economiche che possono sussistere tra le due famiglie di origine.

La faccenda, poi, è complicata dalle mille sfaccettature delle varie voci di spesa: abito da sposa, location, catering, fotografo, auto a noleggio, chiesa e bomboniere, solo per citare le più impegnative. Ebbene: a chi toccano? Sulla risposta possono nascere attriti anche pesanti tra i consuoceri, a “scaldare” tutto il periodo di febbrile organizzazione tipico del matrimonio. E meno male che non è più in uso la tradizione secondo la quale “lo sposo porta lo stipendio e la sposa porta la casa” – somma preoccupazione per quei genitori che generavano figlie femmine, soprattutto se in numero superiore ad uno – poiché sempre più spesso entrambi gli sposi hanno una occupazione lavorativa e reddito proprio, e se vogliono una casa di proprietà accenderanno un mutuo salvando le finanze del papà-patrimonial di turno.

Entrando nel dettaglio, il costo del catering per il banchetto può oscillare tra gli 80 e 200 euro a persona; il servizio fotografico completo dai 1.500 ai 3.000 euro; un buon servizio di make-up per la sposa e le donne della cerchia più ristretta (madre della sposa, sorelle e testimoni) dai 200 ai 400 euro a testa; un bouquet da sposa sui 300 euro; la torta nuziale all’incirca 400 euro, un’auto di lusso a noleggio 500 euro, e così via. Da Nord a Sud, poi, il costo medio di un matrimonio è inversamente proporzionale alla ricchezza media delle rispettive aree geografiche, nel senso che laddove il PIL pro capite è maggiore, si spende meno per gli sposalizi. Più precisamente 22.103 euro al Nord, 27.080 euro al Centro e 30.337 euro nel Sud Italia.

E i destinatari della famigerata “partecipazione”, quanto dovranno spendere? Per risolvere questo secolare interrogativo, vengono in aiuto i numeri. Intanto, secondo un recente sondaggio del sito Matrimonio.com, per il 32.6% delle coppie la cifra ideale per il regalo è tra i 100€ e i 150€, per il 26.8% tra i 151€ e i 200€. Per i più dubbiosi, esiste sul web uno strumento assai utile, ossia la calcolatrice di Matrimonio.com, che aiuta qualunque invitato – o anche gli stessi sposi, per capire in anticipo quale potrebbe essere il “gettito” complessivo della buste – a scoprire quale sia l’importo più appropriato da regalare sulla base, ad esempio, del tipo di relazione che si ha con la coppia, la tipologia di matrimonio, se si partecipa da soli o accompagnati etc.

Cosa si aspettano di ricevere le coppie – Regalare oggetti di arredamento o elettrodomestici per arredare la casa è una tradizione che, in Italia, sta perdendo sempre più terreno. Il fatto è che, attualmente, 8 coppie su 10 che si sposano convivono prima delle nozze. In questo senso e, sapendo che il 20% delle coppie paga il matrimonio con il denaro ricevuto dagli invitati, il desiderio della maggior parte delle coppie è che il regalo sia proprio questo. In particolare, il 17.1% non si sbilancia e afferma che vorrebbe ricevere la cifra che faccia sentire più a proprio agio gli invitati. In generale, per conoscere la cifra ideale da regalare agli sposi la linea guida più diffusa è che essa debba coprire, come minimo, il costo del menù, che è di solito una informazione riservata (ma non proprio impossibile da scoprire, con un po’ di lavoro di intelligence). Anche in questo caso, i numeri vengono in aiuto: se il costo medio di un matrimonio in Italia è di 26.000 euro euro (compreso il viaggio di nozze) e il numero medio di invitati è di 109 (fonte: matrimonio.com), ogni invitato “costa” 238 euro circa, e se escludiamo il solo viaggio di nozze – che ha un valore medio di 5.000 euro e di solito si regola con una lista a parte – il “regalo in busta” o in oggetti di pari valore si aggira mediamente intorno ai 200 euro. Testimoni e parenti stretti esclusi, ovviamente, poichè si presume che faranno regali più impegnativi.

In definitiva, il matrimonio può tranquillamente essere considerato come un evento che, oltre a sancire l’unione di una coppia, celebra una particolare forma di solidarietà ben conosciuta ed accettata, frutto di tradizioni popolari millenarie che si sono trasmesse nel tempo e risalgono all’epoca dei piccoli insediamenti rurali, dove il matrimonio era un evento che coinvolgeva tutta la popolazione del borgo e la riuniva attorno ad un banchetto che durava una intera giornata e lasciava sul terreno parecchie persone in preda ai  fumi dell’alcool. Un po’ come oggi, volendo.

Consulenti finanziari indipendenti vs consulenti non autonomi: una inutile rivalità

La necessaria convivenza di due figure molto differenti all’interno di un unico organismo ha finito per creare una certa confusione di ruoli e una inutile competizione. Non esistono i consulenti “giusti” e quelli “sbagliati”, ma due professioni differenti.

Di Alessio Cardinale

In tema di Consulenza Finanziaria Indipendente e non autonoma (quella dei consulenti con mandato) non sono rari i tentativi di rimarcare le differenze tra le due categorie di professionisti con modalità un pò “partigiane”. Esiste, infatti, una certa rivalità tra le due categorie – oggettivamente oggi molto più sentita dai consulenti autonomi – che non restituisce con chiarezza agli utenti una analisi efficace su vantaggi e svantaggi derivanti dal farsi assistere dall’una o dall’altra tipologia di professionisti – o da entrambe contestualmente, perché no? – accomunati come sono da una “necessaria” convivenza amministrativa all’interno di un unico Organismo di gestione e vigilanza (sia pure in due distinte sezioni).

Nel 2018, grazie al Regolamento Consob n. 20307, è stato possibile tradurre normativamente l’opportunità di dare dignità professionale e futura massa critica alla Consulenza Finanziaria Indipendente, che già esisteva da tempo e non era normata, attraverso il nuovo OCF (Organismo Unico Consulenti), all’interno del quale è stata istituita una sezione dove possono iscriversi professionisti autonomi e società di consulenza finanziaria (SCF) non dipendenti da alcun operatore bancario-finanziario. Pertanto, oggi gli utenti possono richiedere i servizi di due categorie distinte di consulenza, ognuna con il proprio modello di business: quello della Consulenza Non Autonoma, senza importanti innovazioni strutturali – ad esempio lo “sdoganamento” del contratto di consulenza indipendente, ossia quello slegato dalla diretta distribuzione di strumenti finanziari – passerà rapidamente dalla fase della “maturità” a quella del “declino”, mentre la seconda (la consulenza indipendente) è delle due la professione con un grande futuro davanti, ma con un presente ancora poco significativo in termini quantitativi e identitari.

Sfortunatamente, l’accostamento di queste due figure così differenti all’interno di un unico contenitore ha generato un effetto collaterale, creando una certa confusione di ruoli e una evidente competizione, nonchè una sequela di luoghi comuni e di “spinte ideali” volte alla svalutazione puntuale del ruolo dei consulenti non autonomi, troppo spesso definiti come professionisti incapaci di uscir fuori dal “sistemico” conflitto di interessi che neanche il contratto di consulenza e la forte riduzione dei margini commissionali – insieme alle consolidate architetture “multibrand” – sono riusciti a mitigare secondo i più accesi detrattori. Anzi, è recente l’attacco di alcune associazioni internazionali di consumatori verso l’applicazione delle commissioni di consulenza, maliziosamente definite come “incentivi” e non come legittimo corrispettivo di un servizio veicolato proprio dai consulenti finanziari non autonomi, sia pure in conflitto di interessi “sistemico” che, visto il larghissimo utilizzo di strumenti finanziari di terzi e di ETF, è ormai del tutto teorico.

Quella del conflitto di interessi e delle commissioni gravanti sugli strumenti finanziari sono sempre stati il cavallo di battaglia di quanti, anche tra i media nazionali – il Fatto Quotidiano, per esempio, ne ha fatto una rubrica quasi fissa condotta da personaggi un po’ ridicoli e di dubbia competenza, tutti intenti a sparare ad alzo zero sui consulenti non autonomi – si sono scagliati in questi ultimi quattro anni contro la Consulenza Finanziaria non Autonoma e contro i suoi addetti, i quali (ricordiamolo) lavorano in regime di mono-mandato non per propria volontà o mera convenienza personale, ma in virtù di norme vigenti e vincolanti per tutti gli appartenenti alla categoria. Ebbene, affermare che l’attuale assetto della Consulenza non Autonoma sia professionalmente e “moralmente” discutibile per via dei costi del servizio, equivale ad affermare che le norme in vigore, regole MiFID comprese, abbiano la stessa natura immorale e discutibile, poiché permetterebbero il determinarsi di una leadership commerciale che proprio non piace a quanti stanno portando avanti una competizione poco tecnica e molto “politica”, che mira alla conquista di maggiori quote di mercato e che, su queste basi, nulla ha a che vedere con lo sviluppo e la tutela del Risparmio.

Il duello rusticano basato sui costi, infatti, non è affatto opportuno per la stessa Consulenza Indipendente, poichè anche i suoi clienti sostengono dei costi, sotto forma di parcella, e i consulenti indipendenti hanno legittimamente bisogno di sostenersi economicamente per non affondare, come qualsiasi professionista. Ad eccezione del “consiglio volante” dato all’amico fraterno, non esiste in Finanza la consulenza pro bono (come per gli avvocati, ad esempio), e questo è un fatto universalmente noto a tutti. Ebbene, sui costi delle reti, così come su quelli applicati dalla  consulenza autonoma, da circa quattro anni vige l’obbligo della disclosure (rendicontazione annuale iper-dettagliata e comprensibile), ma è unicamente sull’industria del Risparmio Gestito che esiste una corposa letteratura sui costi medi applicati non solo in Italia, ma in tutta Europa; non è così per la nascente industria della Consulenza Indipendente, dove a fianco di circa 60 autorevoli società di consulenza (SCF) e di ottime associazioni di categoria (NAFOP, AssoSCF e Ascofind, per esempio), operano più di 200 professionisti (su circa 550 in totale) regolarmente iscritti all’Organismo Unico e non facenti parte di una SCF, dai quali non arrivano nè dati periodici nè sufficiente informazione sui costi applicati alla clientela, per cui risulta impossibile stabilire una media di mercato attendibile. 

Si può dire, agli amici indipendenti, senza alcuno spirito di polemica, che questa assenza di dati non è esattamente un fatto positivo per la trasparenza del settore, e che potrebbe nascondere, da parte dei professionisti non appartenenti ad alcuna società di consulenza, l’applicazione di parcelle mediamente più elevate rispetto a quelle pubblicizzate e applicate dalle SCF? E che se anche fosse così, come potrebbe essere possibile sindacare i legittimi (e sostenibili) accordi economici raggiunti tra un consulente indipendente ed il proprio cliente, anche se di valore sopra la media/SCF, senza ledere il principio di discrezionalità professionale che, se è quasi del tutto assente per i consulenti non autonomi, è molto presente per quelli indipendenti, ed anzi ne costituisce un punto di forza di questa splendida professione?
E se domani, proprio su questo tema della trasparenza dei costi applicati dalla Consulenza Indipendente alla clientela, il settore della banche-reti chiedesse a gran voce di mettere sotto la lente di ingrandimento l’esatta entità della “parcella media“, magari anche allo scopo di contrastare la sicura avanzata della Consulenza Indipendente presso la clientela di pregio – il che rischia di sottrarre masse di risparmio elevate ai consulenti non autonomi, come potrebbe non essere letto dagli indipendenti come un colpo basso?

La verità è che la svalutazione puntuale dei concorrenti, in qualunque ambito del commercio, si rivela sempre come un gioco al massacro con conseguenze negative per tutti. Probabilmente, per capire dove la Consulenza Finanziaria nel suo complesso si potrebbe trovare tra dieci o venti anni, si dovrebbe prendere esempio dal mondo dell’Avvocatura, all’interno della quale esistono diverse tipologie di avvocati distinte per specializzazione (civilisti, penalisti, amministrativi, fiscalisti, societari etc) e dove nessuno si fa la guerra: provate a chiedere ad un legale di denigrare pubblicamente un collega, o di violare le regole deontologiche di correttezza reciproca, e vedrete come vi risponderà. Allo stesso modo, le due categorie di consulenti finanziari, pur lavorando nel medesimo settore, sono già completamente diverse l’una dall’altra, ed in futuro il criterio della specializzazione prenderà sempre più piede. Quella odierna non è solo una diversità basata sulle modalità di erogazione/distribuzione degli strumenti di investimento alla clientela, ma è anche una diversità di approccio, contenuti e soluzioni, talmente marcata da creare due “mondi” che, pur essendo accomunati dallo stesso organo di vigilanza, hanno pochissimi punti di contatto, anche in relazione ai target di investitori.

Eppure, nei detrattori della consulenza non autonoma, spesso sembra quasi di percepire il sogno mai rivelato in cui tutti i consulenti abilitati fuori sede, dall’oggi al domani, si spogliano dell’abito cucito addosso dalla normativa e diventano improvvisamente “quelli giusti”, ossia indipendenti, smettendo così di essere “quelli sbagliati”. E’ un pò come affermare che tutti i geometri dovrebbero trasformarsi in ingegneri, o tutti i ragionieri commercialisti in dottori commercialisti, solo perchè trattano (sia pure con modalità differenti) la medesima materia, ma i primi non hanno la laurea.

Peraltro, ognuna delle due categorie di consulenti presenta un “deficit di servizio” fondamentale, che le rende rigidamente separate: i consulenti non autonomi non possono erogare consulenza indipendente, poiché sono legati alla distribuzione di un contratto di consulenza che vede come sottostanti le operazioni sugli strumenti finanziari – che sono potenzialmente migliaia, non qualche decina – collocati dalla propria mandante, ai quali possono dare esecuzione certa; i consulenti autonomi, al contrario, erogano consulenza indipendente ma non possono avere certezza dell’esecuzione del consiglio di investimento, essendo quest’ultima affidata alla prontezza del cliente nell’eseguire personalmente presso la propria banca le operazioni di acquisto e vendita.

Un punto in comune tra le due categorie, semmai, lo possiamo trovare nel modo in cui esse subiscono gli effetti economici delle congiunture mondiali, in particolare sul reddito generato dagli addetti. Infatti, qualunque sia il metodo con cui i professionisti vengano pagati – direttamente dai clienti quelli indipendenti, tramite provvigioni di rete quelli non autonomi – entrambi condividono la medesima base di calcolo: il valore del patrimonio amministrato. Sia le reti di consulenza finanziaria che i consulenti indipendenti e le SCF, nell’ultimo anno, hanno condiviso appieno il crollo delle quotazioni nei mercati azionari e obbligazionari. In termini di management fee – la c.d. retribuzione/provvigione di mantenimento e gestione del portafoglio – infatti, ciascun consulente finanziario non autonomo ha visto decurtati i propri ricavi annui in misura proporzionale rispetto al calo della quotazione degli strumenti di risparmio gestito presenti nel portafoglio clienti (mediamente del 15-20%). Parimenti, gli indipendenti hanno visto scendere i ricavi generati dalla parcelle, poiché le loro fee sono applicate in percentuale rispetto al minor valore del patrimonio. 

Tuttavia i consulenti autonomi, rispetto a quelli abilitati fuori sede, hanno anche vantaggi non indifferenti. Il primo è che gli asset amministrati – c.d. A.U.M., asset under management – su cui calcolare le parcelle comprendono spesso anche il patrimonio immobiliare e la gestione delle sue problematiche (amministrazione, valorizzazione, flussi etc), a differenza degli AUM dei consulenti non autonomi, che comprendono esclusivamente i valori mobiliari; il secondo vantaggio è rappresentato dalla possibilità, in teoria, di manovrare discrezionalmente la propria parcella anche in aumento, tutelando il livello dei propri ricavi, mentre i consulenti abilitati fuori sede non hanno alcuna possibilità di agire sulla propria tabella provvigionale, che negli ultimi quindici anni ha invece subito continui aggiornamenti al ribasso da parte delle reti.

In definitiva, sarebbe auspicabile che i consulenti finanziari indipendenti possano avviare una politica di crescita facendo leva sulle caratteristiche specifiche di questa grande professione, evitando di svalutare in modo così smaccatamente competitivo la Consulenza non Autonoma. Del resto, tra i due è proprio il loro settore quello con con margini di crescita anche nel lunghissimo periodo, soprattutto per i giovani; e presto raccoglierà proprio dai giovani più talentuosi una certa preferenza culturale per via di uno status innegabile, di assenza di barriere all’entrata e di un maggiore appeal.

Pertanto, a cosa serve questa inutile rivalità?

I “teoremi” di Repubblica e quella incontenibile ostilità verso i consulenti finanziari non autonomi

Dopo gli articoli del Fatto Quotidiano contro i consulenti finanziari, adesso è Repubblica a voler suggerire di sacrificare l’equilibrio finanziario di una intera industria e dei suoi addetti in nome di un meccanismo “sovietico” di redistribuzione della ricchezza.

Di Alessio Cardinale

In pochi lo hanno notato, e nessuno ne ha parlato tra gli addetti ai lavori. Eppure, ciò che ha scritto il quotidiano La Repubblica lo scorso 11 Ottobre, a firma del giornalista Andrea Resti, dovrebbe preoccupare non poco Assoreti e, soprattutto, la sonnecchiosa Anasf. Infatti, dopo il Fatto Quotidiano, che generalmente affida la sua piccola guerra contro i consulenti finanziari non autonomi a personaggi un pò folkloristici e poco credibili, adesso anche il più blasonato quotidiano nazionale di sinistra prende di mira le reti di consulenza finanziaria e l’intera industria del risparmio gestito, “colpevole” di generare, secondo la narrazione dell’autorevole testata, un “impoverimento” dei risparmiatori e, di conseguenza, la necessità di un populistico meccanismo di redistribuzione della ricchezza – dall’industria al consumatore – per mezzo di un semplice colpo di spugna su buona parte delle commissioni di gestione.

Dal momento che l’articolo in questione è riservato agli abbonati, pare sia passato un po’ inosservato, per cui vale la pena riportare fedelmente, nell’interesse delle categorie interessate, i passaggi più importanti di quello che appare come un vero e proprio teorema “auto-dimostrativo”, la cui tesi è la seguente: “dal momento che le commissioni di gestione del risparmio gestito impoveriscono i risparmiatori e remunerano solo le reti di consulenza finanziaria, una riduzione di tali commissioni fino alla fascia media applicata ai fondi passivi determina una redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei consumatori”. E siccome ogni teorema che si rispetti ha anche la sua dimostrazione, anche questo di Repubblica ce l’ha: “…dato per vera la tesi di cui sopra, è anche vero che i consulenti finanziari indipendenti sono la categoria di professionisti più affidabile”.

Persino nell’ex Unione Sovietica ci avrebbero pensato un pò prima di affermare una teoria economica più elementare e aggressiva di questa. Intendiamoci: la consulenza indipendente è un settore di grande valore sociale, e meritoriamente crescerà molto nell’immediato futuro per via della sua maggiore capacità di attrarre giovani talentuosi e clientela di alto livello, ma essa non rappresenta affatto la “soluzione di tutti i mali”, poiché lascia scoperta sia la fascia di risparmiatori “meno ricchi” che i detentori di piccolo risparmio. Questi ultimi, per esempio, oggi hanno un bassissimo livello di educazione finanziaria e non hanno interlocutori affidabili in tema di risparmio in funzione degli obiettivi; in più, non trovano conveniente rivolgersi all’attuale modello di consulenza indipendente, concepito per le prestazioni di durata e non per quelle occasionali, e finiscono per fidelizzarsi al modello di banca tradizionale più che a quello delle reti di consulenza non autonoma.   

Il quotidiano Repubblica, naturalmente, non si limita ad enunciare teoremi, e preliminarmente si impegna a cercarne le ipotesi, ossia gli elementi più estremizzati dei prodotti di risparmio gestito: “…Negli ultimi anni (…) si è assistito a una ripresa delle polizze che investono in fondi comuni (le cosiddette unit linked), spesso combinate in un unico prodotto “multi-ramo” con una tradizionale polizza vita rivalutabile (….) Secondo l’Ivass, le commissioni possono incidere in modo sensibile sul rendimento ottenuto dal sottoscrittore, che generalmente perde per strada tra il 2% e il 4% all’anno (con punte del 7% per alcuni prodotti che garantiscono una serena vecchiaia… al collocatore)…”. Ebbene, premesso che un TER (Total Expence Ratio) del 7% non si vede dai primi anni ’90 del secolo scorso, è certamente vero che le polizze unit linked hanno costi medi del 3% e che sarebbe opportuno ridurli un pò, ma il rimanente universo di fondi comuni e sicav – che costituisce la massa più importante dell’intera industria – da anni non fa altro che diminuire il costo medio di gestione, che oggi si aggira intorno all’1,6% tra obbligazionari ed azionari. In più, non c’è rete di consulenza finanziaria che non stia progressivamente diminuendo le commissioni complessive delle gestioni patrimoniali, inserendo un buon numero di ETF (Exchange Traded Fund o fondi-indice) nei portafogli.

Del resto, la consulenza finanziaria indipendente non viene svolta da missionari dediti alla solidarietà verso i detentori di patrimonio, bensì da validissimi professionisti che chiedono legittimamente una parcella in cambio delle loro competenze in materia di investimenti, e questa parcella è mediamente pari all’1,0%. A questa, però, vanno aggiunti i costi di acquisizione degli strumenti consigliati – solitamente gli ETF – che fanno aumentare il costo medio complessivo al cliente verso una media dell’1,4-1,5%, parecchio vicina al costo medio della maggior parte degli strumenti di risparmio gestito universalmente usati.

In relazione, poi, ai c.d. prodotti “passivi”, i famosi ETF che al giornalista di Repubblica piacciono tanto, è vero che i loro gestori “…non cercano di battere l’andamento medio del mercato, ma si limitano a replicarlo, e costano circa un punto percentuale in meno…”, ma è anche vero che senza un consulente esperto – sia indipendente che non autonomo – un risparmiatore non saprebbe né sceglierli in autonomia, né quale peso dare a ciascuno di essi all’interno del portafoglio di investimenti.

Da questa serie di principi “tranchant”, Repubblica enuncia il suo secondo teorema, basato sulla celebre ipotesi del “togli qui e metti lì“: “… Se le commissioni su polizze e fondi si riducono di meno di un punto percentuale, i risparmiatori italiani sono ogni anno più ricchi di una decina di miliardi (…)”. Questo perché (tesi) “… i collocatori operano da sempre in palese conflitto di interessi: non presentano la parcella all’investitore, ma sono retribuiti dai produttori di fondi e polizze presentati al cliente..”. E infine, come in tutti i teoremi inversi, non poteva mancare la dimostrazione: “…Soltanto i clienti molto facoltosi hanno preso ad avvalersi in misura crescente di esperti indipendenti; i piccoli risparmiatori ancora no. (…) la maggior parte dei consumatori preferisce infatti continuare ad affidarsi ai tradizionali canali di vendita…”.

Sarebbe stato sufficiente, per il giornalista, chiedersi il perché di quest’ultima constatazione, per capire di aver scritto solo un mare di inesattezze politicamente corrette. A meno che egli non voglia sostenere che tutti i risparmiatori italiani siano degli stupidi, e i giornalisti di Repubblica più intelligenti di loro.

Trend compravendite immobiliari in Italia. Analisi per province e regioni

Diversi fattori incidono sull’andamento delle compravendite di immobili nel nostro paese. Ecco il trend a febbraio 2021, verificato su base regionale grazie ai dati analizzati da caseinvendita360.com.

L’attuale trend delle compravendite immobiliari non dipende esclusivamente la legge della domanda e offerta, ma anche diversi fattori esogeni strettamente legati allo stato di salute economiche delle singole aree geografiche da analizzare. L’andamento di mercato del mese di febbraio 2021 mostra un aumento dei prezzi delle case diffuso in diverse regioni e province dal Nord fino al Sud Italia. In misura minore, altre province registrano un trend leggermente negativo.

Prendendo a modello di analisi un appartamento di 50 metri quadrati, nel Nord Italia spicca la provincia di Belluno con un +6,54% ed un prezzo medio di vendita pari a 70.241 euro. Poi Milano, con un +4,16% ed prezzo medio di vendita pari a 216.521 euro.

Nel Centro Italia, invece, le più alte percentuali d’aumento dei prezzi si sono evidenziate nella provincia di Isernia (+8,94%, prezzo medio di vendita pari a 51.626 euro), Pescara (+6,34%, prezzo medio di vendita pari a 97.195 euro), Perugia (+4,80%, prezzo medio di vendita pari a 65.752 euro), Macerata (+4,79%, prezzo medio di vendita pari a 65,745 euro) e Oristano (+3,72%, prezzo medio di vendita pari a 71.264 euro).

Infine, per quanto riguarda le regioni del Sud Italia bisogna fare particolare attenzione alla Campania, che vede sia Napoli (+4,26%, prezzo medio di vendita pari a 136.908 euro) che Caserta (+3,66%, prezzo medio di vendita pari a 79.926 euro) sugli scudi.

La crisi da Covid-19 ha certamente avuto il suo impatto negativo, anche nel mese di Febbraio, sul mercato immobiliare di alcune province. Fattori esogeni, come la crisi a livello economico e lavorativo, ha determinato una flessione dei prezzi e una restrizione dell’accesso ai mutui.

Su tutto, le aree in cui si è registrata una diminuzione dei prezzi sono quelle in cui l’offerta è talmente abbondante rispetto alla domanda da annullare l’effetto positivo della riorganizzazione economica del tessuto produttivo delle regioni interessate e dalla ripresa delle attività.

Considerando questi fattori, nel Nord Italia si distinguono Cuneo, che segna un -7,38% e ha un prezzo medio di vendita pari a 90.789 euro; Bologna, con un trend negativo del -2,39% e un prezzo medio di vendita pari a 154.380 euro; Genova, con una riduzione percentuale pari al -1,72% e un prezzo medio di vendita pari a 84.509 euro.

Nel Centro Italia, troviamo una forte diminuzione della percentuale dei prezzi ad Ancona, che segna un -6,70% con un prezzo medio di vendita pari a 79.703 euro; Latina, con una riduzione di -2,53% e un prezzo medio di vendita pari a 91.503 euro; Sassari, che segna un -5,50% e un prezzo medio di vendita pari a 57.664 euro.

Infine, nel Sud Italia il trend negativo è stato più contenuto: Ragusa (-2,53%, prezzo medio di vendita pari a 57.664 euro); Agrigento (-1,92%, prezzo medio di vendita pari a 50.854 euro); Siracusa (-1,92%, prezzo medio di vendita pari a 56.047 euro).

In alcune regioni dove si è registrato un trend negativo, il mercato immobiliare ha visto una diminuzione dei prezzi anche a fronte della scelta di aumentare i risparmi mobiliari, trainati dall’incertezza che si sta vivendo. In altre regioni, invece, questo effetto è stato più contenuto; come in Friuli-Venezia Giulia, dove l’aumento percentuale dei prezzi è stato del 19,58%, con un costo medio per un appartamento di 50 mq pari a 84.328 euro. Al contrario, il trend ribassista ha colpito più duramente la Basilicata, che segna a febbraio 2021 un -9,54%, con un prezzo medio per unità immobiliare (50 mq) pari a 64.332 euro.

Relativamente alle altre regioni, l’andamento dei prezzi – sia la rialzo che al ribasso – si è manifestato con valori più contenuti:

– +4,16% in Lombardia, con un prezzo medio di 216.521 euro;
– +0,15% in Piemonte, con un prezzo medio di 91.999 euro;
– +0,68% in Toscana, con un prezzo medio di 138.465 euro;
– +0,65% in Valle D’Aosta,  con un prezzo medio di 111.971 euro; 
– +0,39% in Trentino Alto Adige, con un prezzo medio di 137.542 euro;
– -0,82% in Emilia Romagna , con un prezzo medio di 76.874 euro;
– -1,72% in Liguria, con prezzo medio di 84.509 euro;
– -0.98% in Veneto, con un prezzo medio pari a 55.786 euro.
– -6,70% nelle Marche, con un costo medio di 79,703 euro;
– -0,95% in Sardegna, con un costo medio di 106.756 euro;
– +0,70% in Umbria, con un prezzo medio di 63.411 euro;
– +3,57% in Molise, con un prezzo medio di 62,688 euro;
– -2,08% in Calabria, con un costo medio di 44.113 euro;
– -0,28% in Campania, con un costo medio di 101.645 euro;
– +0,67% in Puglia, con un costo medio di 98.578 euro;
– +1,06% in Sicilia, con un costo medio di 68.128 euro.