Aprile 21, 2026
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Prospettive di mercato per l’anno in corso: definitivamente forse

Nel complesso il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. La previsione di eventi futuri in questo periodo dell’anno si rivela quasi sempre di scarsa utilità.

Di Hans F. Olsen

La contrapposizione tra l’inizio del 2021 e la sua fine ispira grande meraviglia. Lo spettro della pandemia, con il suo carico di minacce poste da varianti virali, di regimi fiscali potenzialmente punitivi, di rudimenti geopolitici che potrebbero cambiare l’ordine mondiale, di un impressionante e inquietante aumento dei prezzi e di banche centrali sconvolte, ha creato il set per un annus horribilis. Nonostante ciò, gli investitori hanno concluso l’anno 2021 molto meglio di quanto non fosse iniziato, e la maggior parte dei mercati azionari di tutto il mondo ha registrato rendimenti notevoli.

Gli Stati Uniti e l’Europa si sono distinti producendo solidi rendimenti a due cifre, mentre i mercati giapponese e cinese hanno lottato nel reggere il confronto. Per gli investitori dei mercati sviluppati, il 2021 è stata una vittoria, mentre per gli investitori dei mercati emergenti l’anno è stato un misto di alti e bassi. I mercati brasiliano, cileno, peruviano e di Hong Kong hanno registrato notevoli , mentre negli Stati Uniti le azioni di qualunque tipo hanno ottenuto buoni risultati, grazie ai quali i titoli a grande, media e piccola capitalizzazione hanno tutti premiato gli investitori con rendimenti a due cifre. In particolare, tra le aziende più grandi il settore energetico ha prodotto rendimenti eccezionali, battendo di 8,3 punti percentuali il secondo miglior settore. Il settore peggiore, quello dei servizi pubblici, è aumentato “soltanto” del 17,7%. I mercati obbligazionari, invece, sono ampiamente diminuiti lo scorso anno. L’aumento dei tassi di interesse ha prodotto un mare di perdite nel panorama dell’investment grade, mentre le obbligazioni ad alto rendimento, che hanno guadagnato il 5,3%, sono state l’unico rifugio per gli investitori. All’interno del settore high yield, i rendimenti del debito con rating più basso hanno superato di oltre due volte il debito con rating più elevato.

Nel complesso, pertanto, il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. Infatti, nel settore degli investimenti, la previsione di eventi futuri è una caratteristica di questo periodo dell’anno, ma la maggior parte di queste previsioni si rivela di scarsa utilità o addirittura straordinariamente fuori luogo. Molti tentano di indovinare il futuro estrapolando il passato recente e la storia. E così, ci si affida a quel 76% di volte in cui l’indice S&P 500, dal 1926, ha registrato rendimenti positivi nell’anno solare, senza riflettere sul rimanente 24% delle volte in cui il risultato è stato negativo o prossimo allo zero.

Rimangono le domande sulla coesistenza con il Covid-19, e ci si chiede se il virus farà parte della vita futura oppure cesserà di dettare l’emergenza. Del resto, con oltre 270 milioni di casi in tutto il mondo e più di 5 milioni di decessi segnalati e altri in arrivo, è una domanda ovvia, e il modo in cui la società calibrerà le sue interazioni in base alla presenza del virus avrà un impatto sul modo in cui conduciamo la nostra vita anche nei settori commerciali. Infatti, si potrebbe ottenere l’immunità di gregge attraverso la vaccinazione, l’infezione, la competizione virale o una combinazione di questi fattori. Forse il virus diventerà endemico, essenzialmente una versione aggressiva dell’influenza o del comune raffreddore, e dopo la grande stagione dei vaccini (e degli utili conseguenti) la ricerca scoprirà quella delle terapie. In ogni caso, è altamente probabile che affrontare il Covid-19 sarà una caratteristica del nostro futuro, con le interruzioni episodiche che ne conseguiranno mentre la società lotta per affrontare i rischi sia reali che percepiti. Per ora, e nel prossimo futuro, il Covid è un dato di fatto.

Altro quesito di grande portata riguarda l’inflazione, per la quale ci si chiede se sarà transitoria o duratura. Al momento, alcuni indicatori sembrano convergere sull’inflazione durevole. L’aumento del 6,8% dei prezzi al consumo di novembre, il più alto in 39 anni, ha messo i denti saldamente in tensione. Inoltre, le medie mobili a tre, sei e dodici mesi sono tutte nettamente superiori a 6,1%, 5,7% e 4,2%, rispettivamente. Transitoria o meno, l’inflazione sarà presente, e i dati dipingono un quadro secondo cui l’inflazione è diffusa e in peggioramento. Del resto, è risaputo che i banchieri centrali temono l’inflazione, la deflazione e i mercati caotici, mentre la piena occupazione, inflazione bassa e stabile e, naturalmente, mercati ordinati sono la loro ragion d’essere. Resta da vedere se la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, la Banca d’Inghilterra più Banca del Giappone e Banca Centrale Cinese saranno in grado di architettare una politica monetaria che non rafforzi le attuali tendenze inflazionistiche ma eviti abilmente di far cadere le loro economie in recessione.

L’occupazione – altro tema di grande interesse – continuerà a riprendersi? Negli Stati Uniti, nonostante gli americani abbiano continuato a trovare lavoro nel 2021, l’occupazione complessiva rimane di oltre tre milioni di lavoratori inferiore rispetto a prima della pandemia. Visto da una diversa angolazione, c’è una enorme carenza di manodopera: attualmente ci sono quasi 12 milioni di posti di lavoro in cerca di persone e solo 6,9 milioni di disoccupati. Le cause della carenza di lavoratori sono oggetto di molte speculazioni. L’aumento delle attività finanziarie ha creato un effetto ricchezza che ha consentito ai lavoratori più anziani con risparmi di dedicare più tempo alla loro vita lavorativa, mentre le preoccupazioni in corso sull’efficacia del vaccino e sulle varianti virali stanno facendo riflettere i lavoratori nel determinare se tornare in prima linea. Gli sforzi dei presidenti Trump e Biden per integrare i sussidi di disoccupazione hanno aumentato la soglia del reddito di emergenza per i senza lavoro, costringendo il settore privato ad aumentare la paga per attirare lavoratori già pagati sufficientemente bene dal governo anche se non lavorano.

Dal lato degli utili aziendali, ossia il maggior propellente di medio periodo del prezzo delle azioni, sembra che aumenteranno di poco meno del 10% nel 2022, dopo essere balzati di circa il 45% nel 2021. Questo calo della crescita degli utili è normale, poiché l’impatto recessivo della pandemia si attenua e la crescita degli utili tenta di normalizzarsi. Quanto la carenza di manodopera e materiali influirà sui margini di profitto, però, è una questione ancora aperta, poiché le aziende devono prendere la decisione di trasferire altrove i costi più elevati o di assorbirli attraverso margini di profitto inferiori.

I differenziali di tasso di interesse e di crescita tra i blocchi economici avranno un impatto importante sui mercati azionari internazionali. Le condizioni di liquidità e gli aggiustamenti valutari fungeranno da vento favorevole per le azioni statunitensi e da vento contrario per le azioni internazionali. I mercati emergenti tendono ad essere i più sensibili all’aumento dei tassi e alle oscillazioni valutarie, ed è probabile che le politiche per affrontare la crescita e l’inflazione avvantaggeranno le azioni statunitensi a scapito delle azioni europee e giapponesi. Implicita in questa affermazione è la probabilità che il dollaro salga nei confronti dell’euro e dello yen.

In conclusione, quest’anno gli investitori probabilmente vedranno frequenti attacchi di turbolenza del mercato. Potrebbe essere un altro anno di rendimenti deludenti per gli investitori nel reddito fisso, mentre gli investitori azionari troveranno opportunità di profitto ma a prezzo di una attenta selezione di titoli a larghissima capitalizzazione.

Maurizio Novelli: sull’inflazione la Fed procede a fari spenti

La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è davvero temporanea, ma la sfrutta per svalutare il debito. Volatilità destinata a crescere su tutte le asset class. Piccoli investitori Usa esposti sull’azionario per 1.000 miliardi di dollari.

“La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è temporanea e quanto potrà durare, ma è abbastanza ovvio che la strategia è creare inflazione per svalutare un debito che continua a salire inesorabile. Una parte importante del fenomeno inflazionistico in corso dipende da fattori non monetari che non sono sotto il controllo delle banche centrali, dato che è stato innescato da problemi legati alla catena globale delle forniture e a un’impennata dei costi della logistica. Questi fenomeni possono anche essere considerati temporanei, ma al momento non sembra che ci siano rallentamenti in vista”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’aumento dei costi di produzione e di logistica è avvenuto in un contesto in cui le principali economie erano ancora parzialmente affette dal lockdown e le “riaperture” post Covid in fase iniziale. Cosa potrà accadere quando avremo anche un aumento della domanda proveniente da una riapertura completa dell’economia occidentale nessuno osa immaginarlo – ammonisce Novelli – ma è chiaro che il mercato dubita della “scommessa della FED” sulla temporaneità del fenomeno inflattivo in corso. Quindi, se la strategia è creare inflazione, prepariamoci a un aumento della volatilità su tutte le asset class. Le “prove tecniche” di questo fenomeno si sono già viste in queste ultime settimane, ma è probabile che sia solo l’inizio dell’uscita dal contesto di bassa volatilità che ha caratterizzato e sostenuto anni di alta propensione al rischio nel sistema.

Bassa volatilità e tassi a zero sono un fattore primario di formazione di un altro fenomeno di instabilità prospettica: la leva finanziaria. “Fare debito per acquistare qualsiasi cosa abbia un rendimento positivo accentua i movimenti rialzisti ma produce gli effetti amplificati inversi quando c’è da smontare queste posizioni”, prosegue Novelli. “Si stima che attualmente la leva finanziaria per sostenere posizioni speculative sul mercato finanziario Usa sia oltre il 15% del Pil, pari a 3 trilioni di dollari, di cui quasi 1 trilione, cioè 1.000 miliardi, attribuito agli investitori retail per acquistare azioni. Il rischio di sistema è dunque talmente elevato che, se la scommessa della Fed sulla temporaneità dell’inflazione fosse sbagliata, si verificherebbe una carneficina sui mercati e l’effetto Bitcoin, che ha prodotto un crack sui mercati delle criptovalute, si estenderebbe anche ad altre asset class”.

Le recenti aperture di indagini da parte della SEC, dopo il caso Archegos, per capire quanto leverage esiste nel sistema degli hedge fund ha iniziato a innervosire i prime broker e non è escluso che le recenti correzioni del Nasdaq siano anche collegate a una riduzione della leva in questo segmento speculativo. Anche gli inviti alla prudenza sulle criptovalute non sono mai stati presi in seria considerazione dagli speculatori, mentre l’indice Goldman Sachs sulle società tecnologiche quotate che evidenziano grandi perdite nei bilanci è quadruplicato in 12 mesi.

“Sei delle dieci grandi crisi degli ultimi 50 anni sono state provocate da policy mistakes della Fed, che non ha voluto mai intervenire per frenare gli eccessi speculativi su alcune asset class come equity e credito, o ha deciso di “rimanere dietro la curva”, cioè in netto ritardo nel contrastare l’inflazione in rialzo, provocando così una caduta dei Treasury e una fuga dalla valuta Usa. Se la storia ci insegna qualcosa, oggi si sta ripetendo lo stesso problema”, conclude Novelli. “In un contesto simile, confermiamo una asset allocation decisamente contrarian rispetto al consensus del mercato. Siamo negativi sulle prospettive del dollaro mentre siamo long sull’oro. Rimaniamo positivi sulle prospettive delle asset class Asia emergenti e Cina, dopo i significativi movimenti di rialzo registrati negli ultimi mesi. Tuttavia, poiché la Cina ha iniziato a rimuovere parte degli stimoli monetari e fiscali, riteniamo che questi mercati siano al momento in una fase di correzione. Quello che sembra emergere, dopo tutti gli interventi che sono stati fatti per evitare il collasso, è che il contesto dell’economia post Covid rischia di essere meno stabile e più esposto a fenomeni di crisi di quanto stiano scontando attualmente gli investitori”.

Tempi di vendita degli immobili, lieve rallentamento. Milano e Bologna le metropoli più veloci

Analisi dei tempi di vendita negli ultimi 10 anni. Il 2012 l’anno peggiore, poi una costante diminuzione fino ai giorni nostri, dove si rileva un peggioramento dovuto alla pandemia.

La pandemia di Covid-19, com’è noto, ha apportato profonde mutazioni al mercato immobiliare e, in linea generale, alla propensione al risparmio mobiliare delle famiglie italiane, le quali hanno destinato alle abitazioni, in termini di masse complessive, uno stock inferiore rispetto al 2019. Inoltre, anche i tempi di vendita degli immobili si sono fisiologicamente allungati. il tempo necessario per collocare con successo la casa sul mercato, in particolare, è da sempre un indicatore dello stato di salute del mercato immobiliare.

Secondo l’analisi condotta dall’Ufficio Studi Tecnocasa dal 2010 ad oggi, limitato alle grandi città, evidenzia un picco dei tempi di vendita nel 2012, l’anno peggiore per il mercato, mentre dal 2013 i giorni necessari per vendere un immobile iniziano a diminuire progressivamente. Fino ad arrivare ai giorni nostri: l’ultima rilevazione effettuata conferma un lieve peggioramento, che era nelle attese.

Sono state prese in considerazione le grandi città, i rispettivi hinterland e i capoluoghi di provincia. Gli ultimi dati dicono che, nelle metropoli, i tempi di vendita sono di 118 giorni contro i 109 gg di un anno fa, quando ancora la pandemia non era scoppiata.

Nei capoluoghi di provincia si rileva una media di 146 giorni, e nell’hinterland delle grandi città di 157 giorni. I primi hanno registrato una contrazione di soli tre giorni, a conferma della buona tenuta dei piccoli centri rispetto a quelli più grandi.

Tra le grandi città, i tempi di vendita maggiori si sono avuti a Bari (162 gg), mentre le metropoli “più veloci” sono ancora una volta Milano (60 gg) e Bologna (57gg). Il capoluogo lombardo, in particolare, mostra un leggero peggioramento.

Questi dati fotografano una realtà che, dopo una ripartenza veloce subito dopo il lockdown dello scorso anno, nella seconda parte del 2020 ha frenato a causa di una maggiore prudenza dei potenziali acquirenti di fronte ai timori legati al secondo lockdown, alla tenuta del posto di lavoro e alla maggiore attenzione da parte degli istituti di credito all’analisi dei mutuatari e dei loro datori di lavoro.

Ad essere più “veloci” sono stati soprattutto gli acquirenti le cui condizioni reddituali non sono state scalfite dalla crisi economica indotta dalla pandemia, e coloro per i quali l’acquisto migliorativo non era più procrastinabile.

Relativamente a chi ha deciso di vendere, è stato più celere chi aveva necessità di cambiare l’abitazione o chi aveva necessità di reperire liquidità.

Vaccini, Federpromm: non esistono lavoratori di serie A e serie B. Autonomi discriminati

Marucci della Federpromm: occorre tutelare anche i consulenti finanziari, gli agenti finanziari, i mediatori e tutti gli operatori del settore assicurativo e previdenziale. 

Roma 19 marzo 2021 –  “Vaccini contro il Covid senza discriminazioni nell’interesse  di tutti i lavoratori, indipendentemente se siano lavoratori subordinati o lavoratori che professionalmente  esercitano l’ attività  come autonomi o come persone giuridiche.”. Così in una nota Federpromm-Uiltucs  si è espressa attraverso le dichiarazioni del suo presidente Manlio Marucci, che nel dare il proprio assenso come organizzazione a quanto proposto da ABI e Sindacali del settore bancario, e cioè di favorire il percorso da parte delle banche di somministrazione dei vaccini ai propri dipendenti, ha tuttavia sottolineato come nell’aggiornamento del protocollo del Ministero della Salute del 10 marzo  debbano essere inseriti anche i consulenti finanziari, nonché tutti gli operatori del settore creditizio ed assicurativo che nella loro attività professionale svolgono consapevolmente e con “rischio” il proprio lavoro nell’interesse dei clienti, dei risparmiatori e degli investitori. E questo per assicurare una copertura quanto più ampia possibile in tali settori maggiormente esposti al contagio.

“Fare una discriminazione a livello sociale tra lavoratori di serie A o di serie B o dettare delle condizioni non giustifica – ha proseguito Marucci – quali siano i presupposti  e i criteri di selezione che devono essere adottati nella scelta o priorità da seguire su chi tutelare prima e chi dopo, ma richiedono una consapevolezza e una organizzazione e capacità da parte di tutti nell’assumere atteggiamenti responsabili e comuni, almeno fino a quando non si creano le condizioni oggettive per soddisfare – con l’arrivo massiccio di tutti i farmaci esistenti sul mercato – una vaccinazione a largo raggio e di massa, così da debellare  la pandemia che ha creato danni irreparabili sulla tenuta del sistema economico e produttivo del paese, nonchè danni ancor più gravi a livello psicologico, familiare e di socializzazione primaria.

Economia e Ambiente possono prosperare insieme nell’Europa post Covid. Ecco come

In mezzo allo sconvolgimento generale, diventa indispensabile per l’Europa sfruttare l’opportunità di avvicinarsi ancora di più agli obiettivi di sostenibilità globale. I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica che possono accelerare la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.

Dall’emergere della pandemia di Covid-19, le buone notizie sono diventate merce rara, ed è tutto un susseguirsi di notizie negative che – bisogna dirlo – fanno audience nel pubblico. Di giorno in giorno, le enormi conseguenze sociali ed economiche della pandemia stanno diventando sempre più chiare, e gli effetti sulle nostre vite e sui nostri mezzi di sussistenza si sentiranno per i decenni a venire. Eppure, in mezzo all’immenso tributo umano ed economico versato, si intravede chiaramente un miglioramento, altrettanto invisibile come il virus: la vita senza auto o viaggi aerei ha permesso alla natura di riaffermarsi, lasciando più pulito il cielo sopra le città, grazie alla diminuzione delle emissioni.

Il consumo di energia industriale è in calo, e le persone stanno riscoprendo la vita a piedi, passeggiando all’aria aperta tra le strade deserte. Il Covid-19, pertanto, potrebbe rappresentare una finestra di opportunità – forse irripetibile – per accelerare notevolmente i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità globale, come gli obiettivi di sviluppo sostenibile (ESG) delle Nazioni Unite.

Infatti, questi vantaggi per l’ambiente potrebbero rivelarsi presto fugaci: una volta tolte le restrizioni, il ritorno alla “normalità” è assicurato, e l’unica domanda possibile è quando si riprenderà a condurre le attività economiche e a rovinare il pianeta. In sintesi, siamo stretti in un rebus di difficile soluzione, perché crediamo che esista un’opportunità per accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma non possiamo allentare le politiche economiche o gli obiettivi esistenti per evitare l’impoverimento generale.

RISCHI E OPPORTUNITÀ – A causa del calo della domanda di energia e della riduzione della produzione, il dato a consuntivo sulle emissioni di CO2 nell’ambito del sistema ETS (Emission Trading System) dell’UE dovrebbe diminuire di quasi 400 milioni di tonnellate nel 2020, secondo una previsione preliminare pubblicata da ICIS. Tuttavia, come hanno dimostrato le crisi precedenti, questi miglioramenti ambientali temporanei tendono ad essere di breve durata senza cambiamenti strutturali più ampi per le nostre società. In effetti, mentre l’UE ha mantenuto le emissioni su una traiettoria generalmente discendente dalla crisi finanziaria del 2008, le emissioni globali sono diminuite solo temporaneamente durante quel periodo prima di tornare rapidamente a livelli record.

Se gli incentivi economici relativi al consumo e alla produzione rimarranno gli stessi, le imprese ei cittadini adotteranno le pratiche (eccessive) di consumo che ci hanno portato a livelli insostenibili di inquinamento e di esaurimento delle risorse in primo luogo. Inoltre, l’attuale urgenza di occuparsi della salute e delle relative questioni economiche determina la minaccia implicita di favorire soluzioni economiche a breve termine che rischiano di promuovere industrie e tecnologie tradizionali, ritardando così il processo di trasferimento di risorse verso le aziende che beneficiano dei progressi nella lotta ai cambiamenti climatici.

Pertanto, poiché i leader pubblici stanno riesaminando le priorità alla luce della crisi attuale, è fondamentale che gli obiettivi di sostenibilità rimangano incorporati nell’agenda strategica.

L’Europa è riuscita a ridurre strutturalmente le sue emissioni di CO2 nell’ultimo decennio, grazie a una combinazione di politiche, progresso tecnologico e mutevoli preferenze dei consumatori; e sebbene i progressi non siano stati così rapidi come si sperava, questo calo costante mostra che è possibile ottenere riduzioni delle emissioni mediante la creazione di programmi su larga scala e mediante decisioni politiche audaci.

Chiaramente, i responsabili politici devono affrontare l’attuale crisi sanitaria a breve termine. Tuttavia, la priorità a lungo termine per un’Europa sostenibile e vivibile rimane fondamentale. La Commissione di Ursula von der Leyen ha posto il Green Deal dell’UE al centro della sua visione futura per l’Europa. Prima del Covid-19, l’ambizione della Commissione era quella di rendere l’Europa un continente a emissioni zero entro il 2050. Questa ambizione adesso non può essere accantonata. Del resto, imprese e cittadini sono costretti a nuovi modi di lavorare, ed esiste una finestra politica di opportunità per promuovere l’innovazione e incorporare pratiche sostenibili. Raggiungere questo obiettivo richiederà una combinazione di misure politiche, come gli stimoli finanziari per includere condizioni ambientali da incorporare nei pacchetti di salvataggio per i settori pesantemente colpiti dalla crisi, come le compagnie aeree, la produzione di automobili e il settore tessile. Inoltre, si potrebbe agire assicurando linee di credito per progetti di energie rinnovabili e soluzioni di mobilità sostenibile, nonché l’assunzione di partecipazione al capitale di rischio per le aziende in fase iniziale che sviluppano tecnologie “verdi” innovative.

Un altro stimolo importante potrebbe essere quello degli incentivi fiscali. I governi possono spostare la tassazione da ciò che può essere visto come “positivo” (lavoro, reddito, innovazione) alle aree tipicamente “negative” (inquinamento ambientale, energia da combustibili fossili, esaurimento delle risorse materiali e spreco), premiando con incentivi aziende e cittadini per comportamenti virtuosi.

LAVORARE PER UN’ECONOMIA CIRCOLARE – Un’economia completamente circolare sarebbe utile a preservare l’ambiente naturale, rafforzare la competitività economica e raggiungere la neutralità climatica in circa trent’anni. Il piano d’azione per l’economia circolare dell’UE, per esempio, presenta iniziative lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, promuovendo processi di produzione dell’economia circolare e la sostenibilità del consumo. Queste azioni potrebbero essere accelerate con il supporto del piano di salvataggio dal Covid -19.

I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica. Se le priorità del Green Deal dell’UE sono pienamente attuate, questi piani possono accelerare, piuttosto che ritardare, la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.

ARTICLE REFERENCES
https://www.ey.com/en_vn/eu-institutions/how-europe-s-post-covid-19-economy-and-environment-can-both-prosper
https://www.worldometers.info/co2-emissions/co2-emissions-by-year/

PIL 2020-2021, Italia si conferma economia fragile. Mattarella si arrende all’evidenza e chiama Draghi

Dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023. In grave ritardo rispetto al resto del mondo.

I numeri sul PIL dell’Europa sono impietosi: Austria -4,3%, Germania +0,1%, Spagna +0,4%, Francia -1,3. Nel quarto trimestre 2020, il PIL dell’Eurozona è sceso dello 0,7% (-0,5% nell’intera UE)  rispetto al terzo trimestre, che aveva visto un aumento rispettivamente del +12,4% e +11,5%. Statisticamente, si tratterebbe del crollo più grave dal 1995, ma l’analisi dei dati richiede un approfondimento, anche per via delle numerose sfumature negative che riguardano l’Italia e, conseguentemente, la recente decisione del Presidente Mattarella di non dare un terzo incarico a Conte, ma chiamare al capezzale del Paese il più autorevole Mario Draghi.

Tornando ai numeri, nel 2020 il Pil italiano è calato dell’8,8%, mentre nel quarto trimestre del 2020 è sceso del 2% rispetto al trimestre precedente. Sebbene i media stiano sbandierando che il dato sia lievemente migliore delle attese (era previsto un calo del 9%), la situazione italiana è drammatica, ed il trend per il 2021 non si profila all’altezza di quello degli altri paesi europei e delle maggiori economie mondiali, per le quali il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente alzato le stime per il 2021.


Va da sé che, in uno scenario mondiale in cui si cominciano a sentire gli effetti positivi dell’inizio delle vaccinazioni e delle misure di sostegno varate soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, questo ritardo appare inaccettabile. Alle ragioni dell’ottimismo, infatti, si contrappongono ancora le incognite legate all’efficacia e alla rapidità delle campagne di vaccinazione – i ritardi delle case farmaceutiche nelle consegne del vaccino hanno innalzato il livello di incertezza – le nuove ondate di infezioni e le brutte notizie sulle varianti del Covid-19, che ritardano i tempi di riapertura del traffico internazionale con diversi partner commerciali.

Nonostante questa congiuntura, che accomuna tutto il mondo, sono diversi gli stati che hanno fatto e faranno meglio dell’Italia. In tal senso, vale la pena analizzare la “forbice” tra diminuzione del PIL nel 2020 e l’aumento previsto nel 2021 dei maggiori paesi dell’UE, rispetto al nostro, che vede un saldo negativo nel biennio pari a -5,4% (-8,9% nel 2020 e +3,5% nel 2021). Il PIL tedesco, invece, nel quarto trimestre del 2020 è cresciuto dello 0,1% (Italia -2%), rallentando il processo di ripresa per via della seconda ondata di Covid ed il relativo lockdown a Dicembre 2020, ma conseguendo un saldo 2020/2021 pari a -1,9%.

Il PIL della Francia è risultato in contrazione dell’1,3% nel quarto trimestre, e su base annua è pari a -8,3%, con una previsione di crescita del +5% nel 2021 (saldo biennio 2020/2021 pari a – 3,3%). In particolare, l’economia francese ha resistito al lockdown della seconda ondata grazie al successo di misure di sostegno rapide e più mirate.

La Spagna ha sorpreso tutti, con una crescita dello 0,4% nel quarto trimestre (contro attese per – 1,9%), e presenta un saldo negativo del biennio 2020/2021 pari a – 3,2% (-9,1% nel 2020 e + 5,9% nel 2021).

Il saldo negativo atteso, in media, nell’Eurozona è del 3%, e pertanto l’Italia presenta dati decisamente peggiori, superata solo dal Regno Unito – “vittima” della combinazione di Brexit e Covid-19 – con un saldo 2020/2021 pari a – 5,5%.

Il confronto con le più grandi economie mondiali, di cui facciamo parte a pieno titolo, diventa addirittura impietoso. Gli Stati Uniti conseguiranno nel biennio, sempre in termini di PIL, un risultato positivo di + 1,7%, l’India di + 3,5% e la Cina di + 10,4%. Il Giappone contiene il dato negativo a -2% ed il Brasile a -0,9%.

In definitiva, dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023; complice anche il tasso di disoccupazione, che è previsto in crescita (11,1%) nel 2021 e ancora al 10% nel 2022. 

Proprio il mondo del lavoro presenta gli interrogativi più difficili. Infatti, a breve – quando sarà sancita la fine della fase di emergenza – scatteranno i tagli agli organici, già definiti dalle grandi e medie aziende per adeguare la capacità produttiva al più basso livello della domanda. Con questo scenario alle porte, il compito del presidente Mattarella e, soprattutto, di Mario Draghi, si presenta arduo. Non sarà sufficiente, infatti, il prestigio internazionale di cui Draghi gode per dipanare la matassa in cui è caduta l’economia italiana, stretta com’è tra la necessaria temporaneità delle politiche di sostegno alle famiglie e alle categorie produttive, e la necessità di spendere nel miglior modo possibile le risorse finanziarie del Recovery Plan.

In tal senso – e politica parlamentare permettendo – le differenze tra un governo Draghi ed il governo tecnico di Mario Monti, che aveva il compito di trovare risorse che non c’erano, sono abissali.

Andrea Scauri: nel 2021 l’healthcare potrebbe rendere meno dei titoli industriali o finanziari

Per le Big Pharma il vaccino a prezzo di costo comporterà pochi profitti. Le prospettive di ripresa nel 2021 restano positive.

«Se nei primi mesi del 2021 proseguirà la rotazione dei portafogli dai titoli a crescita elevata (growth) a quelli con buoni fondamentali ma sottovalutati (value), il settore dell’healthcare potrebbe sottoperformare in generale il settore più ciclico del mercato, rappresentato ad esempio dagli industriali o dai finanziari», sostiene Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Dividend Preservation. «Al contempo, la vittoria dei democratici in Georgia potrebbe mitigare questa rotazione e quindi il settore healthcare potrebbe beneficiare in parte dei temi più vicini all’agenda di Biden».

Pensare che i titoli farmaceutici possano produrre facili guadagni trainati dai vaccini anti Covid19 potrebbe quindi rivelarsi una pericolosa illusione – spiega Scauri – perché nel 2020 il tema del vaccino ha sostenuto soprattutto quei titoli come Biontech o Moderna che avevano il vaccino stesso come core business, con produzione e commercializzazione affidate a terzi. Diverso il discorso per le big pharma come Pfizer, Sanofi o AstraZeneca: in questi casi, la produzione non comporterà profitti se non in maniera molto limitata, perché il prodotto sarà venduto a un prezzo molto vicino a quello di costo. Il beneficio arriverà soprattutto a livello reputazionale, anche perché questi giganti farmaceutici hanno un portafoglio di prodotti molto ampio e la parte di business legata al coronavirus è soltanto una piccola parte dell’intera offerta.

«Allargando l’orizzonte, i vaccini in corso di lancio e la graduale eliminazione delle restrizioni di viaggio nel corso dell’anno potrebbero portare a una normalizzazione della situazione sanitaria e a uno slancio molto positivo degli utili», aggiunge Scauri, «e, nonostante il recente forte rally, le ragioni per rimanere più costruttivi sul mercato restano invariate: la politica monetaria e fiscale continuerà a essere accomodante nei prossimi mesi e le banche centrali difficilmente aumenteranno i tassi d’interesse nel 2021; le valutazioni azionarie sono più appetibili delle obbligazioni; e gli utili nel 2021 potrebbero sorprendere al rialzo e tornare a livelli pre-Covid, considerando che i recuperi sono tipicamente più forti delle recessioni. Del resto, nel rimbalzo post-lockdown abbiamo assistito a un grande appetito dei consumatori, in parte alimentato dai risparmi accumulati durante il blocco».

Comprare casa ai tempi del Covid. Hinterland e provincia sempre più apprezzate

A seguito della pandemia vince il binomio prezzi convenienti-spazi esterni. I gusti si sono evoluti e gli acquirenti di abitazioni hanno mutato i propri desideri, spinti dall’esperienza vissuta in tutti questi mesi e dalla voglia di poter godere, durante i periodi di lockdown, di uno spazio esterno.

L’arrivo del Covid ha determinato una contrazione delle compravendite nei primi sei mesi del 2020: -21,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma subito dopo la riapertura c’è stata una voglia molto forte di acquistare un’abitazione con caratteristiche diverse da quelle in cui si è stati forzatamente chiusi durante i periodi di lockdown.

I bisogni si sono evoluti, e oggi c’è una maggiore richiesta di spazi esterni, giardini e terrazzi. Infatti, l’analisi sociodemografica effettuata dall’ufficio studi della rete Tecnocasa conferma questa tendenza: sono aumentati gli acquisti di prima casa, da parte di chi risiedeva in affitto in una grande città, nell’hinterland o in altre province della stessa regione. I grafici a supporto dell’analisi dimostrano come nel terzo trimestre del 2020 l’emergenza sanitaria abbia spinto più persone rispetto al solito a cercare la propria abitazione ideale fuori dai confini cittadini.

A Milano, per esempio, la percentuale di persone che hanno acquistato nell’hinterland ed in altre province è salita al 44,6% del totale, mentre nel terzo trimestre del 2019 si fermava al 38,2%. Il fenomeno è ancora più evidente a Roma, dove si passa dal 14,2% all’attuale 32,6% di acquisti nell’hinterland ed in altre province. Anche a Torino aumentano gli acquisti fuori città, nel terzo trimestre del 2020 infatti raggiungono il 36% contro il 27,8% dell’anno precedente.

In alcune province delle metropoli iniziano a registrarsi più richieste per soluzioni abitative più ampie. Ad esempio, nella zona dei Castelli Romani, in paesi come Velletri, Lanuvio, Genzano e Campoleone (ma anche Pomezia) le richieste aumentano sensibilmente.

Anche a nord della capitale, le aree di Monterotondo, Sacrofano e Campagnano sono molto apprezzate. In provincia di Torino si registrano richieste abbastanza diffuse sia in prima sia in seconda cintura per l’acquisto di spazi più ampi o con giardino, mentre a Milano i prezzi più contenuti hanno consentito l’acquisto di metrature più ampie, così come a Monza, Legnano e in generale nella prima cintura della città.

Uno spostamento, in parte, dettato anche dalla necessità di acquistare laddove i prezzi sono più contenuti e c’è più disponibilità di metrature più ampie, di case con giardino, di case di nuova costruzione e di soluzioni indipendenti. I grafici evidenziano come nel post-lockdown le compravendite di queste tipologie siano nettamente aumentate, passando da una media del 18-19% all’attuale 22-23%, complice proprio il flusso di acquirenti in uscita dalle grandi città.

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 30 Novembre al 5 Dicembre

Questa settimana grande attenzione ai temi dell’innovazione e del mega-trend a cui tutti i maggiori players mondiali stanno cercando di stare dietro: il progresso tecnologico ispirato al “tutto in uno”. Attenzione anche all’argomento che domina le nostre discussioni quotidiane, il vaccino anti-Covid, con una analisi del perchè sia stata preferita la ricerca sulla prevenzione invece di quella della (che arriverà, ma più tardi). Infine, un focus su alcuni settori dell’Economia nazionale, pesantemente colpiti dalla pandemia, ed un interessante articolo sulla celebre Alfa Romeo GT 2000 di Pierpaolo Pasolini e sul mistero da cui è avvolta.

Questo ed altro ancora su Patrimoni&Finanza, con il consueto approfondimento.

Coronavirus, la scelta del vaccino vince su quella della terapia. Le teorie complottiste alla prova dei costi

Perché si è preferito concentrare gli sforzi sulla ricerca del vaccino, lasciando scoperta lo studio di un trattamento farmacologico specifico? E’ un quesito suggestivo, che merita una analisi puntuale e obiettiva dei costi e delle priorità. Con buona pace dei “teorici del complotto”. LEGGI

Da Steve Jobs alla Realtà Aumentata, il progresso tecnologico viaggia sotto il segno del “tutto in uno”

Quello che accadrà tra dieci anni nel mondo dell’informatica è già stato deciso oggi, e noi accetteremo qualunque cambiamento ci verrà proposto. E’ questa la conclusione a cui si giunge osservando gli stili di consumo di tutte le generazioni , a partire da quella immediatamente successiva ai c.d. babyboomers. Chi investirà nel megatrend del “tutto in uno”, invece, farà fortuna. LEGGI

L’Alfa GT di Pasolini esiste ma non si trova. Misteri e segreti dell’auto d’epoca più “attesa” d’Italia

A più di quarant’anni dalla sua morte, Pierpaolo Pasolini è ancora una figura “scomoda” e misteriosa. Anche la sua Alfa GT 2000, con cui fu ucciso, rimane circondata da profondo mistero.  L’Alfa, però,  sembra essere ancora tra noi, e qualcuno la custodisce gelosamente. Quanto varrebbe oggi, se venisse messa in vendita? LEGGI 

Pasquale Corvino: complicato estrarre valore dai bond, meglio le forme ibride. Commodity per diversificare

L’Asia si pone in posizione favorevole per poter beneficiare delle dinamiche del global trade. Forme di investimento ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario possono offrire rendimenti discreti. LEGGI 

Atradius: la crisi allunga i tempi di pagamento nel B2B in Europa. PIL mondiale a -4%, insolvenze a +26%

Attesa una contrazione di oltre il 4% del PIL mondiale nel 2020 e insolvenze aziendali a +26%. Mentre sono quasi raddoppiati i tempi medi di attesa per l’incasso delle fatture, il 45% delle aziende europee pensa alla ripresa, anche se in tempi non brevissimi. I più ottimisti in Italia e Germania. LEGGI

Covid, la stagione 2020 presenta il conto ad alberghi e B&B. In soli tre mesi quasi 10 miliardi in meno

In Italia oltre 200 mila esercizi extra-alberghieri e circa 32 mila alberghi. Una attività economica che ammonta ad oltre 90 miliardi di euro all’anno. Una “industria” da oltre 5 milioni di posti letto e decine di migliaia di addetti, colpita pesantemente dalla pandemia. LEGGI

Coronavirus, la scelta del vaccino vince su quella della terapia. Le teorie complottiste alla prova dei costi

Perché si è preferito concentrare gli sforzi sulla ricerca del vaccino, lasciando scoperta lo studio di un trattamento farmacologico specifico? E’ un quesito suggestivo, che merita una analisi puntuale e obiettiva dei costi e delle priorità. Con buona pace dei “teorici del complotto”.

I numerosi progetti di laboratorio per la preparazione di vaccini contro il virus SARS-CoV-2 vengono coordinati, a livello internazionale, dalla Coalition for Epidemic Preparedness and Innovations (CEPI), che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo  di vaccini contro i microorganismi come il c.d. Covid-19, in grado di causare una pandemia o epidemie a carattere regionale e diffuso. I preparati di Pfizer, Moderna e Astrazeneca, pertanto, sono i primi – o i più celebri, da questa parte del mondo – ad aver tagliato il traguardo degli esperimenti sugli esseri umani e ad essere commercializzati e distribuiti. Ma altri seguiranno, spinti da un business prospettico di tutto rispetto e dall’esigenza di coprire i costi di ricerca sostenuti, soprattutto se la copertura dei vaccini sul corpo umano sarà limitata ad un periodo di protezione limitato nel tempo (generalmente compreso tra 4 e 8 mesi) e, quindi, se la vaccinazione dovrà essere ripetuta ogni anno.

Attualmente, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie di vaccini, quello a RNA, quello a DNA e quello Proteico. Il vaccino a RNA (da RiboNucleic Acid, Acido Ribonucleico) si basa su una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria, producendo così gli anticorpi attivi contro il virus. Il vaccino a DNA (da DeoxyriboNucleic Acid, Acido Desossiribonucleico) ha un meccanismo simile a quello con RNA, dal momento che viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la  risposta immunitaria. Il vaccino proteico, infine, utilizza in laboratorio la sequenza RNA del virus per sintetizzare proteine o frammenti di proteine dal capside virale, iniettandole successivamente nell’organismo umano in combinazione con sostanze che esaltano la risposta immunitaria.

La comunicazione dei media mondiali, fino ad oggi, è stata concorde nell’imputare ai vaccini il ruolo di “salvatori del mondo”, generando in tutti i paesi della Terra la sensazione – e la convinzione – che, una volta trovato il vaccino, il Covid sparirà. Ma è proprio così?

Non esattamente. Innanzitutto, per far sì che il vaccino (o i vaccini) determinino la scomparsa del virus, sarà necessario raggiungere l’immunità di gregge, e per farlo serve una copertura compresa tra il 70% e l’85% dell’intera popolazione di un paese (bambini inclusi). Impresa quasi impossibile, soprattutto se consideriamo la naturale dispersione che deriva dal dover iniettare due dosi di vaccino a testa a distanza di qualche giorno. Solo in Italia, per fare un esempio, si tratterebbe di 45 milioni di persone, e prima di avere in stock 90 milioni di dosi (45 x 2 volte) ci vorranno molti mesi e, probabilmente, altri periodi di lockdown e colorature di cartina geografica.

Allo stato attuale, quindi, possiamo ipotizzare di arrivare all’immunità di gregge in Europa non prima del 2022, mentre in USA le previsioni di un maggiore sforzo distributivo indicano in Luglio-Agosto 2021 il raggiungimento di questo traguardo. Da qui alla fine del prossimo anno, pertanto, è ipotizzabile che la curva dei contagi verrà sottoposta ad altre “ondate”, ed il mondo – sia quello c.d. occidentale che tutto il resto – conterà altri morti, dal momento che un protocollo di cura unico ancora non esiste.

Già, la cura. E’ lecito chiedersi perché non siano stati fatti passi avanti verso la scoperta di una terapia risolutiva per tutti, e si sia preferito concentrare gli sforzi verso il vaccino il quale, normalmente, necessiterebbe di una attività di ricerca lunga da 4 a 5 anni.  Ci si chiede, senza scadere nello sterile complottismo cui certi ambienti sono piuttosto avvezzi, se sia stata effettivamente ponderata la scelta di concentrare gli sforzi sul vaccino e non sul farmaco.

Probabilmente, la strada del vaccino si è rivelata più efficace per via dell’abbattimento dei tempi di ricerca, sperimentazione e distribuzione (da 60 a 15-16 mesi), e per via di una migliore organizzazione scientifica grazie alla quale la Ricerca sui vaccini aveva maggiori chance di successo, a differenza di quella del farmaco (che partiva quasi da zero, come vedremo in seguito).

Infatti, le terapie farmacologiche usate oggi per combattere il Covid sono “non specifiche”, e vengono somministrate in una combinazione di specialità proprie di altre patologie prima di ottenere dei risultati che, purtroppo, non sono ancora pienamente risolutivi, soprattutto nei casi più gravi. La Ricerca, già da qualche mese, si sta concentrando su un’altra classe di farmaci, già esistenti ma finora poco noti, che agisce per placare le infiammazioni “fuori controllo” – come è quella scatenata dal Covid-19 – e che lavora direttamente sul c.d. “Sistema del Complemento”, e cioè su un elemento del sistema immunitario, costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue, che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione.

In parole semplici, il Sistema del Complemento entra in azione quando è necessario sconfiggere un’infiammazione, e “si spegne” una volta che l’infezione è stata affrontata. Esistono casi, però, in cui il Complemento “non si spegne”, e dà vita ad una reazione a catena che sfugge al controllo, come nella Sepsi (la più famigerata Setticemia), causata da un’eccessiva risposta infiammatoria del Sistema. Ed è esattamente ciò che sembra avvenire anche nei casi più gravi di Covid-19, dove i casi più severi sono, appunto, causati dall’azione anti-infiammatoria del Sistema del Complemento andato fuori controllo. Pertanto, trovare un farmaco in grado di bloccare a piacimento l’azione del Complemento potrebbe essere un trattamento efficace per guarire i pazienti gravi di Covid-19.

C’è da dire che il Sistema del Complemento è un elemento fondamentale della nostra difesa contro tutti i batteri, per cui bloccare la sua azione potrebbe provocare il rischio di contrarre altre infezioni. Ma anche questo rischio potrebbe essere agevolmente gestito, associando una terapia antibiotica alla somministrazione dei farmaci inibitori del Complemento.

I farmaci appartenenti a questa classe – come dicevamo – esistono già, ma hanno costi altissimi, in quanto destinati alla cura di malattie rarissime e, quindi, generalmente a carico dello Stato (c.d. cura compassionevole, molto utilizzata in Italia). Quello dei costi insostenibili per una famiglia è certamente un altro dei motivi che dovrebbe scoraggiare i professionisti del complotto sanitario dal continuare a sostenere che si sia preferito impegnarsi nel vaccino per motivi di cartello, “perché i farmaci costano di meno”. Infatti, una singola dose del farmaco inibitore Ravulizumab (distribuito sotto il nome di Ultomiris), ad esempio, costa circa 5.400 euro, e siccome la sua azione è pari ad un mese, potrebbero essere necessarie due dosi, con un costo a paziente pari a quasi 11.000 euro interamente a carico dello Stato. Il vaccino, invece, costerà intorno ai 20 euro, rappresenta un costo più che sostenibile e sarà a carico dei pazienti.

Peraltro, i farmaci inibitori del Complemento sarebbero efficaci solo contro i casi gravi di Covid, mentre per i casi lievi rischierebbero di causare una eccessiva risposta immunitaria e, quindi, una infezione settica anche letale.

Il risultato, in sintesi, è che per la maggioranza dei pazienti affetti da Coronavirus – quelli non gravi – il farmaco specifico è ancora allo stadio di pura ipotesi, ed anche le molecole attualmente allo studio richiedono comunque almeno due anni di analisi di laboratorio e sperimentazione. Pertanto, la scoperta di una terapia specifica per il Covid avrebbe richiesto complessivamente più tempo del vaccino, con buona pace dei teorici del complotto.