Gennaio 19, 2026
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Europa: interessanti il mercato francese e tedesco. Probabile taglio dei tassi entro il primo semestre

La qualità dei componenti dell’indice CAC 40 rende appetibile il mercato francese, a pari merito con quello tedesco. Scenario macroeconomico estremamente favorevole.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Attualmente, lo scenario macroeconomico per i mercati sia azionari che obbligazionari è estremamente favorevole. In particolare, guardando all’Europa, riteniamo molto interessante il mercato francese per la qualità dei componenti del suo indice CAC 40 e quello tedesco grazie al contenimento della crisi energetica. In generale, la recente performance positiva di equity e bond indica come i mercati abbiano già prezzato molti fattori positivi, tra cui inflazione in discesa, tassi di interesse in discesa e utili societari in crescita.

Nel mese di Febbraio 2024, l’indice MSCI World (in EUR) ha continuato la sua ripresa, aumentando del 4.5%. Il recente rimbalzo azionario è stato trainato da tre fattori: aspettative che le banche centrali taglino i tassi nel corso 2024; ulteriori segnali di un’economia resiliente; buoni risultati trimestrali riportati dalle società Usa, in particolare dal settore tecnologico. L’inflazione negli Usa e in Europa ha subito un notevole rallentamento e sta gradualmente convergendo verso il target del 2%. Pertanto, è estremamente probabile che sia la Federal Reserve che la Bce agiscano sui tassi durante la prima metà dell’anno in corso. L’economia Usa gode di buona salute, come evidenziato dai dati recenti su occupazione, vendite al dettaglio e Pil. Inoltre, si prevede che le società Usa continueranno a riportare utili in crescita.

L’S&P 500 quota a un multiplo di 21 volte gli utili 2024 e l’S&P 500 Equalweight di 17x. Tali livelli di valutazione non sono economici in base alle medie storiche. Le aspettative sono positive ma il mercato le ha già prezzate, almeno parzialmente. Oggi l’indice S&P 500 viene scambiato a un premio del 50% rispetto all’indice Eurostoxx 50. Riteniamo che tale premio possa essere spiegato da una serie di motivi. Quello principale è legato alla composizione degli indici stessi. Il mercato Usa infatti ha un maggior numero di aziende ad alta crescita, con i settori tecnologia e comunicazioni che pesano per circa il 40% rispetto al 20% in Europa. Tali aziende hanno bilanci solidi grazie alla forte generazione di cassa, presentando un rischio finanziario minore rispetto alle aziende europee. Crescita maggiore unita a un rischio finanziario minore si traducono in multipli più elevati per il mercato Usa. La guerra in Ucraina inoltre ha generato uno sconto legato al rischio geopolitico, più alto in Europa rispetto agli Usa.

Guardando all’Europa, riteniamo molto interessante il mercato francese per la qualità dei componenti del suo indice principale CAC 40, che ha aziende come LVMH, Hermes, L’Oreal, Air Liquide, Safran. Pur non appartenendo al settore tecnologico, tali aziende hanno solide prospettive di crescita, ottima generazione di cassa e management eccellenti. Un altro mercato che potrebbe andare bene, anche grazie al contenimento della crisi energetica, è quello tedesco nel quale vi è una importante concentrazione di aziende industriali. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappesato sul settore finanziario, industriale e chimico. I settori sanità e beni di consumo sono leggermente sovrappesati mentre i tecnologici sono sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware.

Michael Blümke: recessione improbabile, ma il taglio dei tassi è rimandato

Economia statunitense solida, ma l’obiettivo del 2% di inflazione rimane lontano. Eurozona in recessione tecnica, ma il peggio è passato. Cina zavorrata dalle difficoltà del settore immobiliare.

di Michael Blümke*

“L’attuale stima del Fmi in merito alla crescita economica globale nel 2024 si attesta al 3,1%, al di sotto della media di lungo periodo. Sebbene la crescita solida e il il calo dell’inflazione rendano sempre più improbabile una recessione globale, i consistenti stimoli fiscali, la solidità dei mercati del lavoro e le incertezze geopolitiche potrebbero compromettere il processo disinflazionistico nel medio periodo. Nei prossimi mesi le banche centrali cominceranno a ridurre i tassi di riferimento, ma lo faranno più lentamente e gradualmente di quanto i mercati abbiano finora previsto. Nel 2024, più della metà della popolazione mondiale sarà chiamata alle urne in oltre 70 Paesi. Gli attuali governanti vareranno stimoli fiscali con l’intento di assicurarsi la rielezione e i risultati elettorali avranno ripercussioni sugli sviluppi fiscali, commerciali e geopolitici del mondo e su quelli legati alle politiche sull’immigrazione.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti, il trend disinflazionistico perde vigore ma resta finora intatto. Siamo tuttavia convinti che il mercato sbagli ad attendersi un taglio dei tassi già a marzo e che ulteriori dati economici positivi getteranno un’ombra sulle aspettative ottimistiche di un allentamento monetario. Con un aumento del Pil del 3,3 % nel quarto trimestre 2023, l’economia statunitense ha ancora una volta sorpreso i mercati in positivo. Negli Stati Uniti, la congiuntura è cresciuta a ritmi che non si vedevano da sette mesi, sospinta dall’elevato numero di ordinativi. Le prospettive del primo trimestre 2024 fanno prevedere una robusta espansione. Infatti, se l’attività industriale ristagna, il sentiment dei consumatori è decisamente migliorato, per cui non sorprende che la crescita economica continui a beneficiare delle solide vendite al dettaglio.

Anche il mercato del lavoro continua il proprio processo di normalizzazione ritornando ai precedenti equilibri. Il mercato immobiliare è sostenuto dal ribasso dei tassi ipotecari e dovrebbe quindi esibire un miglioramento nei prossimi mesi. Mentre a dicembre l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,4%, i dati sul PCE (spesa per consumi personali) forniti dalla Fed sono più incoraggianti. A dicembre, il PCE core è sceso al di sotto del 3% e anche le aspettative di inflazione sembrano tuttora ben ancorate. Il rallentamento dell’inflazione rappresenta uno sviluppo positivo. In particolare, la solidità del mercato del lavoro, i consumi robusti e gli ulteriori stimoli fiscali in vista delle elezioni presidenziali di novembre determineranno probabilmente il prolungamento del ciclo disinflazionistico, rendendo più difficile un rapido ritorno all’obiettivo di inflazione del 2%. Pertanto, mancano le premesse per un taglio dei tassi, malgrado le notizie positive. La Fed dovrebbe ancora attendere il pieno dispiegarsi degli effetti della sua campagna di inasprimento. L’istituto centrale resta naturalmente alle prese con un dilemma: una reazione troppo tardiva rischierebbe, in primo luogo, di causare un eccessivo rallentamento economico e, in secondo luogo, di far apparire l’istituto come politicamente motivato in vista delle elezioni.

Eurozona. “Nell’Eurozona, i dati macroeconomici fanno presagire una stabilizzazione dell’economia fino a metà anno e gli spread dei titoli di Stato non danno adito a timori di frammentazione, pertanto nemmeno qui vediamo motivi per cui la Bce dovrebbe agire frettolosamente”. I dati del quarto trimestre 2023 provenienti dall’Eurozona restano deboli. Nella seconda metà del 2023, l’economia della regione è scivolata in una recessione tecnica, ma i dati disponibili ci inducono a ritenere che il peggio sia passato. La crescita rimarrà debole anche nella prima metà del 2024, ma non prevediamo una grave recessione, semmai una crescita economica stagnante. A dicembre, la disoccupazione nell’Eurozona è scesa al 6,4%, un livello mai registrato prima. A differenza degli Stati Uniti, a gennaio la fiducia dei consumatori dell’area euro è diminuita ulteriormente e a fine 2023 le vendite al dettaglio si sono ulteriormente ridotte. L’aumento dei salari reali e la disoccupazione ai minimi storici dovrebbero tuttavia sostenere la domanda privata nei prossimi mesi. L’incremento della domanda dei consumatori e i crescenti costi del lavoro potrebbero però rendere più vischiosa l’inflazione, impedendo un rapido processo disinflazionistico.

La debolezza della domanda globale crea problemi ai paesi e ai settori orientati alle esportazioni. Il settore manifatturiero tedesco ne risente particolarmente. Gli ordini in entrata e la produzione nel settore industriale hanno subito un’ulteriore contrazione. L’indagine della Bce sull’erogazione del credito mostra condizioni di prestito ancora tese, ma indica anche che ci siamo ormai lasciati alle spalle il picco dell’inasprimento. A quota 3,6%, l’inflazione di fondo è scesa su base annua, pur restando nettamente al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. La Bce manterrà un atteggiamento dipendente dai dati, attendendo di vedere gli sviluppi dei prossimi mesi.

Cina. Le prospettive della Cina sono leggermente migliorate rispetto agli scorsi mesi, ma i futuri sviluppi continueranno a dipendere dalla velocità con cui si risolveranno i problemi del settore immobiliare. L’economia cinese resta debole. L’anno scorso la crescita complessiva del paese ha raggiunto il 5,2%, in linea con l’obiettivo ufficiale di crescita del 5% circa. Il 2023 si è chiuso con risultati eterogenei: inflazione debole, calo del settore dei servizi e livelli ancora modesti di erogazione del credito da parte delle banche a fronte della stabilizzazione del settore manifatturiero e del miglioramento delle esportazioni rispetto ai precedenti bassi livelli. I consumi restano uno dei principali motori della crescita grazie anche al solido aumento delle vendite al dettaglio nel terziario.

Anche nell’industria si delinea un trend ascendente, mentre il settore immobiliare resta il fanalino di coda, nonostante il lancio di progetti di edilizia residenziale a prezzi accessibili, diverse misure di allentamento e iniezioni di liquidità. Il contesto economico resta deflazionistico, mentre l’inflazione di fondo a +0,6% rimane positiva su base annua. I sondaggi sull’attività economica futura sono ancora deboli e fotografano un’economia stagnante. In reazione a tali risultati, le autorità politiche si stanno dando maggiormente da fare. Pur in assenza di notizie più dettagliate, il deficit di bilancio dovrebbe rimanere intorno all’8% del Pil. Le autorità monetarie sosterranno la politica fiscale espansiva. La Banca centrale cinese ha di recente sorpreso i mercati riducendo di 50 punti base i coefficienti di riserva minima, un taglio superiore alle aspettative e preannunciando il varo di ulteriori misure.

*portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Alla larga dagli analisti “seduttivi” e ottimisti: la recessione USA cova sotto la cenere

L’inflazione in calo e il contesto di crescita ancora sostenuta non è condizione sufficiente per affermare che gli USA abbiano evitato la recessione. Ecco perché.

Secondo l’opinione dei alcuni analisti “seduttivi”, Wall Street avrebbe cambiato la propria narrazione sulle sorti dell’economia statunitense, passando dall’opinione maggioritaria di un “atterraggio morbido” a quella, minoritaria ma molto attraente, di una economia che rimarrà in volo – a bassa quota – e che non subirà alcun atterraggio.

Questa tendenza all’ottimismo più sfrenato, tuttavia, deriva dalla circostanza che l’IPC (indice dei prezzi al consumo) è sceso dal 9,1% della scorsa estate al 6,4% di gennaio scorso; contestualmente, il rapporto sui salari non agricoli di gennaio ha mostrato che sono stati creati 517.000 nuovi posti di lavoro netti,  mentre il PIL del quarto trimestre ha registrato un tasso di crescita annualizzato del 2,9%. In altre parole, negli USA al momento si registrerebbe un’inflazione in calo all’interno di un contesto di crescita ancora sostenuta. La domanda è se ciò sia sufficiente per affermare che gli USA hanno evitato la recessione. Ebbene, secondo gli economisti “meno seduttivi” e più realisti, non si può concordare con questa conclusione. Infatti, l’attuale congiuntura – inflazione calante in una economia crescente – ha tutta l’aria di essere una semplice tregua economica accompagnata da un mercato azionario temporaneamente pimpante, per cui non sembra avere le caratteristiche per durare, e questo per diversi motivi.

Per cominciare, gli effetti sull’economia di uno degli inasprimenti monetari più grandi e coordinati che abbia mai colpito l’economia a livello globale non possono manifestarsi con così largo anticipo, dal momento che gli aumenti dei tassi producono i propri risultati con ritardi lunghi e variabili tra nove mesi e un anno. Pertanto, le conseguenze negative dell’aumento dei tassi dallo 0% a quello che finirà per essere intorno al 5% nel corso dell’ultimo anno diventeranno più acute a partire da questa estate. Infatti, i tassi di interesse continuano ad essere aumentati e, nel tentativo di ridurre il bilancio della Fed, Jerome Powell sta distruggendo mille miliardi di dollari di offerta monetaria di base all’anno secondo un programma che continuerà per altri due anni, secondo lo stesso presidente della Fed.

E non è stata solo la Fed ad essere impegnata ad alzare i tassi di interesse nell’ultimo anno, poiché oltre 80 delle banche centrali del mondo hanno fatto lo stesso. La percentuale netta di banche statunitensi che stanno inasprendo gli standard di prestito è salita al 44,8% durante il primo trimestre di quest’anno, rispetto a un -32,4% nel terzo trimestre del 2021. L’attuale livello di inasprimento è stato un indicatore affidabile dell’inizio dei passati periodi di recessione; in più, l’offerta di moneta M2 si sta riducendo per la prima volta dal 1960. Il tasso è attualmente pari a -1,3%, in calo rispetto al picco massimo della crescita del 27% nel febbraio del 2021, e due terzi dei consumatori ora vivono di stipendio in stipendio, con un tasso di risparmio che è uno dei più bassi della storia americana.

Di conseguenza, i consumatori hanno sofferto per 22 mesi consecutivi di crescita negativa del reddito reale, e sono ricorsi a sfruttare il credito a un ritmo record per sbarcare il lunario. A questo punto, i saldi delle carte di credito sono aumentati del 6,6% a 986 miliardi di dollari durante il trimestre, la crescita trimestrale più alta mai registrata dal 1999 secondo i dati della Fed di New York. Anno dopo anno, i saldi delle carte di credito sono cresciuti del 15,2%, e i consumatori hanno aggiunto 398 miliardi di USD di nuovo debito durante il quarto trimestre del 2022, per cui l’importo totale del debito è ora salito a 17 trilioni di USD. Tale aumento del debito è stato tra i più alti degli ultimi 20 anni, e quasi 4,5 volte maggiore rispetto al quarto trimestre del 2021.

Anche il debito nazionale degli Stati Uniti – 32 trilioni di USD – è a livelli record, pari al 130% del PIL, mentre l’indebitamento delle aziende ha raggiunto il record del 50% del PIL, gravato com’è dai debiti a tasso variabile che aumentano con il rialzo dei tassi da parte della Fed. A questo si aggiungono i segnali provenienti dall’indice dei principali indicatori economici (LEI), che è sceso per 10 mesi consecutivi ed ora avvisa di una recessione inequivocabile, proprio dietro l’angolo. Inoltre, il settore immobiliare è in grossi guai, poiché le vendite di case esistenti sono diminuite per 12 mesi consecutivi (al ritmo più lento degli ultimi 12 anni) e sono diminuite del 37% su base annua solo a gennaio; le richieste di acquisto di mutui ipotecari sono diminuite del 41% su base annua, il minimo da 28 anni, e la sensazione è che il calo dei prezzi delle case si trovi molto vicino al livello di crollo della domanda di case.

Ad avvalorare la tesi della recessione che già cova nascosta sotto le ceneri di una “crescita incidentale”, un numero crescente di aziende ha recentemente annunciato blocchi delle assunzioni e tagli ai posti di lavoro, poiché i profitti aziendali stanno languendo e i margini si comprimono. Inoltre, gli utili GAAP (insieme standardizzato di principi e regole contabili che le società per azioni negli Stati Uniti devono seguire, ndr) delle aziende quotate nell’indice S&P 500 sono diminuiti di quasi il 30% su base annua durante il quarto trimestre dello scorso anno, e sono diminuiti per 3 trimestri consecutivi.

In sintesi, il fuoco della recessione arde sotto la cenere, ed è meglio allertare i firemen. Anche se non è ancora arrivato il momento di accendere le sirene.

Mercati USA, primo trimestre all’insegna delle difficoltà. Recessione non ancora scongiurata

Nel 2023 l’inflazione sembra diminuire in modo strutturale. Tuttavia, gli analisti temono che la battaglia della Fed contro l’aumento dei prezzi non sia ancora conclusa. Cautela sull’azionario e preferenza per i conti di risparmio.

Le preoccupazioni per l’aumento dei tassi di interesse, la decrescita economica e l’inflazione hanno colpito nell’anno da poco trascorso i titoli tecnologici, i titoli growth e le criptovalute in modo particolarmente duro. Nel suo complesso, lo S&P 500 ha chiuso il 2022 con la peggiore performance dal 2008, subendo una perdita del 20%, ma l’inflazione e i tassi di interesse rimarranno probabilmente le due principali preoccupazioni di Wall Street nel primo trimestre del 2023.

Nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito del 7,1% su base annua nel novembre 2022, in calo rispetto al 7,7% di ottobre, ben al di sotto del picco dell’inflazione del 9,1% del giugno 2022. L’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) è aumentato del 5,5% anno su anno a novembre, in calo rispetto al 6,1% di ottobre. La misura dell’inflazione preferita dalla Fed, il PCE core, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata del 4,7% a novembre, ancora ben al di sopra dell’obiettivo a lungo termine della Fed del 2%. Nel frattempo, a dicembre il Federal Open Market Committee (FOMC) ha ridotto il ritmo dei suoi aumenti dei tassi di interesse, optando per aumentare il tasso obiettivo sui fondi federali di 50 punti base, a un nuovo intervallo compreso tra il 4,25% e il 4,5%. Il rialzo dei tassi di dicembre segue quattro rialzi consecutivi del FOMC di 75 punti base ciascuno.

Sul fronte dei corsi, il mercato obbligazionario adesso sta scontando una probabilità dell’86% che la Fed alzerà i tassi di almeno altri 50 punti base entro marzo 2023, raggiungendo il picco del 5%. Pertanto, i primi mesi del 2023 saranno un periodo critico per l’economia. Sebbene l’inflazione sembri tendere al ribasso, infatti, analisti ed economisti temono che possa rivelarsi più “vischiosa” di quanto il mercato si aspetti. Fino ad oggi, la Fed ha alzato i tassi in modo aggressivo senza far precipitare l’economia in recessione, ma i recenti rapporti sui dati economici suggeriscono che il rischio di una recessione all’inizio del 2023 è aumentato in modo significativo.

Le vendite di case esistenti negli Stati Uniti sono diminuite del 7,7% su base mensile a novembre, con una diminuzione del 35,4% rispetto a un anno fa. La fiducia dei consumatori statunitensi è aumentata del 5% su base mensile a dicembre, ma rimane in calo del 15% su base annua. Anche la Fed ha tagliato le sue aspettative di crescita economica per il 2023. Il FOMC ha aggiornato le sue proiezioni a lungo termine a dicembre, riducendo le sue previsioni per la crescita del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti nel 2023 a solo lo 0,5% (dall’1,2%). Il FOMC ha anche aumentato le sue previsioni sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti per il 2023, portandolo al 4,6%, rispetto al tasso del 3,7% di dicembre. Il mercato del lavoro, pertanto, rimarrà resiliente e vicino alla piena occupazione anche in caso di lieve recessione. I dati di Novembre hanno rilevato 263.000 posti di lavoro in più, superando le stime degli economisti che parlavano di 200.000 posti.

Ma se il mercato del lavoro sarà l’ultima tessera del domino a cadere, il mercato immobiliare statunitense è già in recessione, mentre il settore manifatturiero si sta indebolendo, segno che molti dei danni economici e di mercato del lavoro causati dall’inasprimento della Fed nel 2022 probabilmente non si sono ancora verificati.  Di conseguenza, sarà fondamentale prestare attenzione agli utili del quarto trimestre 2022. Sul tema, le società quotate nello S&P 500 hanno registrato nel terzo trimestre del 2022 una crescita degli utili anno su anno del 2,5%, e una crescita dei ricavi dell’11%.

La diffusione dei dati sugli utili del quarto trimestre inizia a metà gennaio, e gli analisti si aspettano un significativo rallentamento della crescita dai livelli del 2022: le stime di consenso di Wall Street prevedono nel quarto trimestre un calo degli utili del 2,8% su base annua, e una crescita dei ricavi di appena il 4% per le società dello S&P 500. Del resto, la crescita degli utili dello S&P 500 per l’intero anno 2022 (prevista al +5,1%) è in qualche modo ingannevole, dal momento che l’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato gli squilibri del mercato energetico globale, facendo impennare i prezzi dell’energia e i profitti. Di conseguenza, il settore energetico S&P 500 si prevede genererà una crescita degli utili per l’intero anno del 151,7%, ma senza i contributi del settore energetico gli utili dell’S&P 500 dovrebbero scendere dell’1,8%.

Chris Zaccarelli  (nella foto), chief investment officer di Independent Advisor Alliance, afferma che il rallentamento della spesa e della crescita economica è una buona notizia sul fronte dell’inflazione, ma una cattiva notizia per il mercato azionario. “A questo punto il mercato è stato messo all’angolo, dal momento che una spesa più robusta e una crescita più elevata sono indirettamente dannose per il mercato azionario (perché è probabile che inneschino una reazione da falco ancora più forte da parte della Fed), mentre una spesa e una crescita più lente sono direttamente dannoso per il mercato azionario, perché implica minori guadagni aziendali”, dice Zaccarelli. In tal senso, gli investitori riceveranno il primo feedback significativo sul quarto trimestre quando i grandi titoli bancari pubblicheranno i loro rapporti trimestrali il prossimo 13 gennaio.

Relativamente alle strategie di investimento azionario, c’è da dire che una scarsa performance di dicembre dello S&P 500 non è necessariamente un segnale di avvertimento per l’anno solare successivo. Infatti, le ultime quattro volte che l’S&P 500 è sceso di oltre il 4% a dicembre, l’indice ha registrato un guadagno medio del 20,5% nei successivi 12 mesi. Per chi teme il rischio di recessione e volesse iniziare l’anno più in sordina – nell’attesa di capire in quale direzione andranno gli utili aziendali – sarebbe utile trarre vantaggio dall’aumento dei tassi di interesse, riducendo l’esposizione alle azioni e aumentando le proprie disponibilità liquide, che oggi vengono remunerate con un generoso 4% (e oltre) di interessi sui conti di risparmio ad alto rendimento delle banche assicurate dalla Federal Deposit Insurance. Tuttavia, per  chi volesse adottare questo approccio, il problema sarà quello di sempre, e cioè capire quando rientrare nell’azionario. Il mercato, infatti, può cambiare in qualsiasi momento, soprattutto nell’attuale congiuntura.

Siviero, ETHENEA: la crescita della Cina sarà sotto le aspettative

In Europa recessione quasi inevitabile nella seconda metà del 2023. In Usa la Fed sembra in grado di riportare l’inflazione sotto controllo, ma una recessione resta probabile.

“La politica accomodante cinese continuerà a stimolare la crescita, ma il debito eccessivo, la decrescita della domanda e le tensioni tra obiettivi economici e questioni di salute continueranno probabilmente a ostacolare la crescita per il resto dell’anno. L’Assemblea nazionale del popolo aveva annunciato un ambizioso obiettivo ufficiale di crescita del Pil del 5,5% per il 2022, ma i funzionari hanno già tacitamente riconosciuto che questo obiettivo non sarà raggiunto”, spiega Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

L’economia cinese è in rallentamento da tempo ed è frenata da inasprimenti normativi, ripetuti focolai di Covid e severi lockdown con chiusure di grandi zone economiche. Inoltre, il settore immobiliare è in profonda crisi, mostrando segnali di sovrainvestimenti e sovraindebitamento. Nonostante il forte sostegno della politica monetaria e fiscale per stimolare la crescita, i consumi interni in Cina sono deboli e la crescita del credito è bassa poiché le imprese e le famiglie restano pessimiste sulle prospettive economiche. Le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti su Taiwan sono un’ulteriore preoccupazione per la Cina così come per l’economia globale.

Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove la Fed – secondo Siviero – sembra essere sulla buona strada per riportare l’inflazione sotto controllo e ottenere un margine di manovra politico. In questo modo, la Fed può ancora contare su un’economia e su livelli di occupazione solidi. Tuttavia, il ripristino della stabilità dei prezzi sarà quasi inevitabilmente accompagnato da un periodo prolungato di crescita più lenta e di maggiore disoccupazione. Ciò rende sempre più probabile una recessione. Da marzo, la Fed ha aumentato in più occasioni il tasso sui fondi federali per un totale di 3,25 punti percentuali e intende mantenere alti i tassi ufficiali per un lungo periodo, così da ridurre l’inflazione.

L’economia statunitense ha resistito bene alla pandemia grazie a un sostegno politico senza precedenti. L’inflazione è stata trainata principalmente dalla forte domanda aggregata e ha mostrato preoccupanti segnali di ampliamento e rafforzamento. La piena occupazione ha prevalso nel mercato del lavoro, i salari sono aumentati a un ritmo sano e il reddito personale e la spesa sono rimasti solidi nonostante la debole fiducia dei consumatori. In Europa, invece, l’inflazione record, che continua a crescere e a consolidarsi, è principalmente dovuta al forte aumento dei prezzi dell’energia e all’indebolimento dell’euro. La determinazione della Bce a riportare vigorosamente l’inflazione ai livelli target fa sembrare sempre più probabile una recessione nel 2023. Nonostante la politica fiscale possa mitigare gli effetti negativi della stagflazione, una recessione nella seconda metà dell’anno sembra quasi inevitabile, fa notare Siviero.

La Bce ha iniziato a inasprire la sua politica monetaria solo a luglio, quando la crescita economica era già rallentata. Dal punto di vista economico, l’Eurozona non si è ancora completamente ripresa dallo shock pandemico e soffre di inflazione storicamente elevata, carenza di energia e siccità. “L’attività economica in Europa è debole e il settore industriale continua a soffrire per le carenze di approvvigionamento e la domanda globale debole”, conclude Siviero. “Il mercato del lavoro rimane sano, ma la crescita salariale non è in grado di tenere il passo con l’inflazione. Di conseguenza, la fiducia dei consumatori è ai minimi storici, a causa di un forte calo del reddito disponibile reale e di del loro potere d’acquisto”.

Christine Lagarde affonda l’Italia? L’Unione Europea non è una famiglia, ma un condominio

L’UE è un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Il livello di inflazione di oggi è persino più basso di quello “non ufficiale” subito dagli italiani nel 2001-2012.

Di Alessio Cardinale

In giornate come quella del 10 Giugno, con Christine Lagarde che infila – per la seconda volta in due anni – una pugnalata al cuore del fragilissimo equilibrio economico italiano, verrebbe da pensare che l’Europa non ci desidera poi così tanto nel club. Eppure ci siamo dentro, per qualche strano motivo che Romano Prodi non ha mai saputo spiegare in modo compiuto (a parte alcuni slogan presto diventati barzelletta). E “se siamo dentro, dovremmo poter giocare ad armi pari con gli altri Paesi del club”, pensa il cittadino comune mentre si aggira nel parcheggio del supermercato con la lista della spesa oppure, seduto con calcolatrice alla mano, mentre cerca di capire se anche quest’anno potrà pagare le rate del mutuo senza rinunciare alla tradizionale settimana al mare con moglie e figli.

Nel frattempo, rimbalza sui media la notizia secondo cui il reddito medio annuale di un italiano sarebbe inferiore di 15.000 euro rispetto a quello di un tedesco. Un gran bel segreto di Pulcinella, questa notizia: chiunque ha un parente o un amico italiano emigrato in Germania sa bene che lì un operaio edile porta a casa 2.800-3.000 euro netti al mese, e gode di una paga oraria minima che a breve verrà portata a 12 euro. E così, mentre gli italiani – sempre meno ricchi – fanno fuori il risparmio accumulato quando un certo liberismo economico era ancora in vigore (nonostante Licio Gelli e la stagione delle stragi a fare da contorno ad una democrazia incompiuta), i tedeschi risparmiano sempre di più la propria ricchezza crescente. Da noi, persino uno dei maggiori sindacati si è schierato contro la paga oraria minima, e questo fa capire il livello di responsabilità che la classe dirigente ha sul disastro chiamato Italia.

Parimenti, uscendo dalla Germania, chiunque sa che un farmacista irlandese, da semplice dipendente, guadagna 3.800 euro al mese per cinque giorni la settimana di lavoro, mentre uno italiano ne porta a casa mediamente 1.400 (1.800 dopo 20 anni di esperienza), e deve farne mediamente sei, di giornate lavorative. L’elenco delle comparazioni con gli altri paesi dell’UE è lungo, ma sarebbe solo un esercizio di bile. L’Italia, infatti, non è la Germania, né l’Irlanda. Come la prima, è uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ma chi ci ha messo le mani ha riservato agli italiani un futuro diverso, di perenne vassallaggio, anche per via della sua particolare posizione geografica, molto importante militarmente quando si è trattato di definire il piano di spartizione delle aree di influenza internazionale.

Poi è arrivato l’ingresso nell’Unione Monetaria, che ci è stata venduta da nostri politici senza scrupoli come una occasione di riscatto e di crescita, e soprattutto come l’opportunità di una raggiunta uguaglianza politico-economica all’interno di una famiglia in cui i figli, in linea di principio, sono tutti uguali. Il problema è che l’Unione Europea non è affatto una famiglia, bensì un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Noi questo lo abbiamo capito solo nel 2012, quando ci si è resi conto che il potere d’acquisto degli italiani si era dimezzato a causa di una inflazione “non ufficiale” a due cifre  – mascherata dai dati ISTAT ottenuti manovrando abilmente sulla composizione del c.d. paniere – che a confronto quella ufficiale di oggi sembrerebbe persino sostenibile. La differenza tra i due periodi di inflazione (quella nascosta del 2001-2012 e quella “in chiaro” del 2021-2023) è che nel secondo periodo il valore reale dell’indebitamento pubblico e privato beneficerà di una decurtazione pari alla stessa percentuale di inflazione, mentre durante il primo periodo, oltre al taglio del potere d’acquisto, l’indebitamento degli italiani non si è svalutato secondo il reale tasso medio di inflazione, e in più le retribuzioni sono rimaste bloccate per lungo tempo – senza alcuna “scala mobile” – ai livelli dei primi anni 2000.

Aggiungendo a questa analisi la sparizione di molte delle garanzie destinate ai lavoratori e l’assenza di un salario minimo, ecco spiegata la l’imbarazzante differenza tra il reddito medio di un italiano e quello di un tedesco. In ogni caso, per ottenere il risultato sperato e fare dell’inflazione elevata una opportunità, serve anche un buon tasso di crescita del PIL, che senza profonde riforme in Italia potrebbe nuovamente attestarsi ai livelli annuali di crescita pre-pandemia, ossia circa l’1%. Servirebbero quindi politici coraggiosi (e non vassalli, di cui abbondiamo in tutto l’arco costituzionale) per riforme coraggiose, ma la mediocre politica italiana – fatta da politici mediocri – le rimanderà alle elezioni del prossimo anno, quando la nuova maggioranza si troverà tra le mani una agenda che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio e/o la libertà di perseguire:

1) investire nella scuola e nella università, rivalutando il ruolo dei docenti e rivedendone il criterio di nomina;
2) portare la pressione fiscale a livelli veramente sostenibili, soprattutto per le imprese che oggi pagano uno scandaloso 60% di imposte prima di poter vedere gli utili (in Irlanda il 15%, in Germania il 35%);
3) detassare le imposte sul lavoro;
4) dare al Meridione le infrastrutture che non ha e che paralizzano le economie di intere regioni,
5) restituire dignità e garanzie al lavoro;
6) rivoltare come un calzino la Giustizia, e rivedere il livello di responsabilità dei magistrati, inserendone in organico almeno altri 20.000;
7) relativamente alla Pubblica Amministrazione, introdurre proceduralmente un generalizzato silenzio-assenso sulla maggioranza delle istanze provenienti dai cittadini, e introdurre verifiche di merito su tutti i dipendenti e dirigenti;
8) investire sulla Sanità e sui controlli agli sprechi, che nelle regioni del Sud Italia sono una vergogna internazionale.

Secondo uno studio del Sole 24Ore, solo con la riforma della P.A., e grazie all’impatto dei fondi europei, la crescita italiana nei prossimi cinque-dieci anni si attesterebbe stabilmente tra il 3 e il 4%, dando sostenibilità al debito pubblico che, in rapporto al Pil, scenderebbe così di circa il 5% all’anno. Il problema è che l’Europa imporrà all’Italia la sua agenda, fatta di lacrime e sangue, che impedirà il perseguimento dei punti 1, 2, 3, 5 e 8, mentre l’opposizione a realizzare il punto 6 arriverà probabilmente da “fuoco amico” (la stessa Magistratura, per nulla interessata ad essere riformata e a perdere gli incredibili privilegi di cui gode). Forse gli unici punti veramente realizzabili – anche adesso, in teoria – sarebbero il n. 4 (infrastrutture) e il n. 8 (Sanità), poiché i fondi del PNRR sarebbero destinati abbondantemente anche a questi due settori, ma si fatica a pensare che la classe politica odierna introdurrà tra i capitoli di spesa quelli relativi all’alta velocità da Napoli a Trapani, o al completamento della rete autostradale siciliana, oppure ancora all’aumento dei posti letto nei reparti ospedalieri, tanto per fare un esempio.

Il Giappone ha un indebitamento parecchio maggiore del nostro, eppure nessuno si strappa le vesti per farglielo diminuire; neanche gli Stati Uniti che, dopo Hiroshima, hanno riservato ai giapponesi molte più opportunità che all’Italia, facendo del Paese del sol levante una democrazia stranamente compiuta. Ciò che guida l’economia italiana, invece, è un Liberismo apparente, del tutto coerente con una Democrazia apparente qual è sempre stata la nostra, anche prima di fare ingresso nell’UE. Pertanto, sembra inutile prendersela con Christine Lagarde, poiché il presidente della Bce sta facendo il suo lavoro all’interno di una Unione Europea che è tutto fuorchè una unione di popoli e di interessi, divisi come sono, i suoi aderenti, per obiettivi, strategie e ricchezza pro capite. Rispetto alla sua infelice uscita di Marzo 2020 – ricordate il -17% della borsa italiana, quel mercoledì di due anni fa? – oggi la Lagarde si è limitata a comunicare, da banchiere centrale, ciò che le era permesso far sapere, senza profferire battute da absolute beginner.

Lo ha fatto bene? Lo ha fatto male? Avrebbe potuto rimandare la fine del Q.E.? Si è dimostrata ancora una volta succube della Germania? Draghi lo avrebbe fatto in modo migliore? Poco importa, poiché siamo dentro il condominio Europa, e l’unica strada per evitare le conseguenze della visione tedesca dell’inflazione sarebbe quella di trasferirci presso una abitazione indipendente – con tutte le conseguenze del caso – poiché cambiare semplicemente condominio non si può. In compenso, si potrebbe convincere i condòmini con maggiore quantità di millesimi che il benessere di ciascun condòmino, anche di quello che abita l’appartamento del sottoscala, conduce ad un durevole benessere generale. Ma per farlo servono politici di una certa caratura istituzionale. Voi ne vedete qualcuno?  

Andrea Scauri: view positiva sull’equity, ma resta la fragilità nel breve termine

Lemanik aumenta l’esposizione verso alcune small-mid cap che hanno sofferto di un sell-off generalizzato. Le aspettative di uno slancio positivo in seguito alla riapertura della Cina spingono il settore del lusso.

“L’approccio molto cauto degli investitori, le valutazioni di mercato che già prezzano un marcato rallentamento dell’economia e la convinzione che le banche centrali non vogliano innescare una recessione (e siano quindi pronte a intervenire nuovamente per contenere l’aumento dei tassi se la situazione lo richiede), ci portano a confermare la nostra view costruttiva sull’equity. Tuttavia, nel breve termine i mercati rimangono fragili e lo scenario macro è altamente incerto a causa del conflitto”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

La performance dei mercati azionari globali è stata complessivamente piatta a maggio grazie a un rimbalzo negli ultimi giorni del mese guidato principalmente da una situazione di ipervenduto e dalle speranze che la Fed possa sostenere i mercati, nonché dalle aspettative di nuove potenziali misure di sostegno all’economia in Cina e dalla riapertura di Shanghai. Invece, sia in Europa che negli Stati Uniti i risultati trimestrali hanno mostrato nel complesso una tenuta inaspettata, mentre alcuni indicatori macro segnalano un rallentamento della crescita. In Europa, il Pmi dei nuovi ordini è sceso a 53 punti a maggio dai 55 del mese precedente, dove i principali venti contrari sono ancora il conflitto Russia-Ucraina e gli alti prezzi dell’energia.

Anche la crescita negli Stati Uniti presenterà alcune sfide importanti nei prossimi mesi, e sarà necessario monitorare attentamente l’impatto sui consumi di una crescita dei salari reali fortemente negativa e di un aumento dei tassi ipotecari (il tasso medio è salito al 5,3% durante il mese, prima di tornare al 5,1%). L’eccesso di risparmio delle famiglie, in parte accumulato durante la pandemia, è riuscito finora a resistere alle pressioni inflazionistiche e rimane consistente. Tuttavia, con i tassi di risparmio che continuano a diminuire (circa il 4,5% negli Stati Uniti, ovvero il 3% in meno rispetto ai livelli pre-pandemia) e i livelli di ricchezza che si riducono a causa del rallentamento dei mercati finanziari e immobiliari, il rischio reale è che i consumi subiscano un colpo se la pressione inflazionistica non si raffredda in tempi relativamente brevi.

“In questo contesto, abbiamo apportato alcune modifiche alla nostra selezione di titoli, ricominciando a raccogliere alcuni nomi di small-mid cap che hanno sofferto di un sell-off generalizzato”, spiega Scauri. “Abbiamo ridotto l’esposizione su Atlantia e aumentato quella a società a piccola/media capitalizzazione come Cherry in Germania, Last Minute Group, Autogrill, Media For Europe. Il nostro posizionamento sulle banche è stato incrementato, con la partecipazione in Deutsche Bank, che consideriamo una storia di ristrutturazione con un enorme upside, insieme a Commerzbank. Abbiamo mantenuto Mediobanca, vista l’ampia sottoperformance rispetto alla sua principale partecipazione in Generali, e abbiamo aggiunto Banco BPM. Abbiamo eliminato le nostre partecipazioni in Tenaris, beneficiando dell’ampio movimento sul petrolio, aumentando al contempo la nostra partecipazione nel settore della difesa (Thales) e mantenendo la nostra esposizione al business della cybersecurity. Infine, abbiamo assunto una nuova posizione nel settore del lusso (LVMH) grazie alla valutazione a buon mercato e alle aspettative di uno slancio positivo in seguito alla riapertura della Cina”.

Contagi in calo, crescono occupazione e contratti a tempo indeterminato

Secondo le proiezioni fornite dal Ministero del Lavoro e da BankItalia, il 2002 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato.

Di Adriana Cardinale*

I contagi da Covid 19 sono nettamente calati e la pressione sugli ospedali si è ridotta, quindi si può ben sperare che nelle prossime settimane vi sia finalmente un ritorno alla normalità. Nonostante la pandemia, il lavoro in Italia ha registrato una forte ripresa, come attestano le statistiche dell’ultimo trimestre pubblicate dall’Istat.

Complici anche i vari lockdown, il mondo del lavoro è stato completamente rivoluzionato, ed oggi si ricercano professioni e abilità sempre più orientate al digitale, ma senza dimenticare le occupazioni tradizionali “anticicliche”, che non conoscono mai crisi. Secondo l’Istat, l’ultimo trimestre del 2021 ha registrato una crescita dell’occupazione pari allo 0,5% rispetto al periodo precedente, con l’assunzione di oltre 121mila lavoratori. Un dato che attesta la forte ripresa dell’Italia, dopo diversi mesi di decrescita e calo dell’occupazione.

Complessivamente, il 2021 ha visto una lenta ma costante crescita dell’occupazione, con circa 500mila nuove assunzioni, e il trend sembra continuare anche nei primi mesi del 2022. Questi dati  statistici scattano la fotografia di un Paese che vuole uscire dalla crisi pandemica e ritornare competitivo in Europa e nel mondo. In particolare, l’Istat ha rilevato un dato fondamentale per la ripresa del lavoro in Italia: il 5,4% degli inattivi o dei disoccupati ha finalmente trovato un nuovo lavoro, con contratto a tempo determinato o indeterminato. Pertanto, come affermano il Ministero del Lavoro, ANPAL e BankItalia, il 2022 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato, complici anche gli incentivi previsti per le imprese che assumono giovani under 36.

Nonostante il salto in avanti dell’occupazione registrato nel 2021, il divario tra Nord e Sud continua a crescere, e dalle statistiche aggiornate del sito AnnunciLavoro360 si evidenzia come vi siano più opportunità di lavoro nel Centro-Nord e meno nel Sud dell’Italia. Anche a Sud, infatti, le aree economiche colpite dalla pandemia stanno lentamente uscendo dalla crisi, ma con ritmi lenti rispetto alle altre regioni del Centro-Nord, e questo si ripercuote sulle dinamiche del mondo del lavoro. Di conseguenza, se si è alla ricerca di una nuova occupazione è la Lombardia ad attestarsi ai primi posti per offerte di lavoro (+18%), ma anche altre regioni registrano un trend positivo come l’Emilia Romagna, il Veneto e il Piemonte. Nel mese di Gennaio 2022, finalmente, anche le regioni del Centro e del Sud hanno registrato una ripresa dell’occupazione, con numeri incoraggianti che si ritiene cresceranno nei prossimi mesi.

Analizzando le statistiche nel loro complesso, il trend del 2021 si conferma anche nel 2022: calano le assunzioni a termine o part-time e crescono quelle a tempo pieno (+60%). La crescita dei contratti a tempo indeterminato è un dato fondamentale per comprendere come sia davvero un periodo di ripresa per l’Italia, visto che molte aziende con progetti di crescita durevole prediligono creare rapporti lavorativi duraturi e stabili. I contratti a termine e a tempo determinato sono stati lo strumento preferito dalle aziende durante la pandemia, complice l’incertezza e l’incapacità di garantire ai dipendenti una continuità lavorativa, soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione, ma questa tendenza sembra finalmente esaurirsi con il nuovo slancio dell’economia.

Negli anni della pandemia si è registrato un aumento esponenziale dello smartworking e la conseguente crescita di alcune professioni digitali, ma anche in questo caso il quadro immortalato nell’ultimo trimestre del 2021 e nei primi mesi del 2022 sta cambiando con un ritorno al lavoro in presenza e la ricerca di figure professionali tradizionali, come quello dell’autista, diventato tra i più ricercati, e come gli esperti di marketing, una professione che ha già registrato un trend positivo nell’ultimo decennio. Sempre tra le professioni più ricercate vi è anche l’ingegnere, una sorpresa sicuramente positiva visto che negli ultimi anni il settore dell’edilizia aveva affrontato momenti di crisi. Infatti, con l’introduzione del Superbonus 110 e degli altri incentivi statali per migliorare l’efficienza energetica degli immobili, il settore dell’edilizia è in continua ripresa, e di conseguenza si ricercano ingegneri e operai specializzati, insieme con altre figure professionali come architetti, geometri o interior designer.

* Segreteria di redazione P&F

Azionario troppo “tirato” e rischi da inflazione durevole? I gestori tra cauto ottimismo e prudenza

Secondo M&G Investment i prezzi dei titoli azionari sono mediamente elevati, e una inflazione più duratura e il tapering potrebbero portare volatilità. Secondo Fidelity, nel 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio.

“L’azionario globale è salito davvero molto negli ultimi anni, ad un ritmo doppio rispetto alle medie storiche di lungo termine. Inoltre, le quotazioni di molti titoli sono tirate o addirittura care, e questo comporta che un eventuale elemento di discontinuità, come una inflazione più duratura oppure politiche monetarie meno accomodanti, potrebbero portare con loro quella volatilità che ormai non si vede da un anno e mezzo”. Così ha commentato Manuel Pozzi, Investment Director di M&G Investment.

“In termini di approccio all’investimento – afferma Pozzi – è molto importante innanzitutto fruire di strumenti che sfruttino l’intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e consente di adottare nuove metodologie di selezione dei titoli azionari, aiutando i gestori in carne ed ossa a superare i propri limiti e le proprie convinzioni, oppure ad analizzare un universo enorme di titoli”. “Un altro tema che stiamo guardando con molto favore – continua Pozzi – è quello di investire nelle aziende che detengono o gestiscono infrastrutture-chiave, e quindi in un contesto completamente diverso da quello della tecnologia. Infatti, il settore delle infrastrutture-chiave è caratterizzato da decenni di sotto-investimenti e regole rigide, ma oggi i piani di recovery americani ed europei (PNRR per l’UE, ndr) stanno spingendo tantissimo sulle infrastrutture, creando un contesto fiscale e regolamentare potenzialmente molto favorevole”.

“Inoltre – aggiunge Pozzi – si tratta di un settore estremamente diversificato, tra infrastrutture sociali, economiche e di nuova generazione, e se vediamo le quotazioni possiamo notare che si tratta di un area di mercato rimasta molto indietro nell’ultimo anno e mezzo a causa della pandemia e dei lockdown, che hanno avuto un impatto forte sulle infrastrutture legate ai trasporti. Oggi il rapporto prezzo/valore di libro di queste aziende è attorno a due volte, rispetto allo stesso rapporto della borsa mondiale che è pari a tre volte”. “(Possiamo aspettarci) valutazioni più normali – conclude Pozzi – a fronte di prospettive fiscali e regolamentari più favorevoli e rispetto alla capacità di offrire flussi di cassa stabili, spesso legati anche all’inflazione, con dividendi superiori”.

Secondo Pasquale Borra, Head of Distribution Italy di Fidelity International, “ci avviciniamo a grandi passi verso la fine di un 2021 per molti versi assolutamente straordinario. Per il 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio. Infatti, è vero che stiamo vivendo una fase di maturazione di questo ciclo economico così concentrato, ma è altrettanto vero che possiamo aspettarci dei tassi di crescita ancora molto superiori ai trend di lungo periodo”. “La crescita – afferma Borra – è diffusa ed è trainata soprattutto dall’Asia e dalla Cina, ma vede anche un contributo molto forte da parte degli Stati Uniti, mentre l’Europa sta facendo la sua parte anche se si prenderà un po’ più di tempo prima di ritornare in termini di crescita ai livelli pre-Covid. Il sostegno delle banche centrali continuerà ad essere sostenuto, soprattutto negli Stati Uniti dove l’Amministrazione Biden è alle prese con un calo dei consensi enorme, come non si vedeva dai tempi della presidenza Carter, innescato dalla difficile gestione della crisi in Afghanistan. Pertanto, Biden ha tutte le motivazioni per avvicinarsi alle elezioni di Midterm stimolando l’economia americana e, di conseguenza, i mercati azionari. E lo fa annunciando un ulteriore stimolo fiscale che si aggiunge ai 6.000 miliardi di dollari già immessi nel sistema”.

“Relativamente alle aspettative di inflazione – aggiunge Borra – secondo noi non porteranno la Fed “dietro la curva”, poiché i target di inflazione della banca centrale americana sono passati dall’essere puntuali all’essere valutati all’interno di un ciclo di mercato, dando così maggior tempo alla Federal Reserve per diluire la fase di normalizzazione dei tassi di riferimento. E poi non va dimenticato che il prossimo stimolo fiscale promesso da Biden verrà finanziato da una maggiore tassazione, e questo farà sì che il tapering sarà più intenso e più breve del precedente ed avrà un impatto limitato per via della minore emissione di debito pubblico conseguente alla maggiore tassazione. Infine, non dimentichiamoci del megatrend dell’Asia e della Cina”.

Ethenea: nel 2022 produzione globale su del 5%

Secondo Andrea Siviero, l’outlook 2022 della società prevede che la crescita ciclica continuerà l’anno prossimo, anche se a un ritmo più moderato. Le difficoltà saranno ancora legate alle persistenti strozzature delle catene di approvvigionamento e ai prezzi elevati dell’energia.

“La crescita ciclica continuerà nel 2022, anche se a un ritmo più moderato, poiché l’economia globale è ora entrata nel suo ciclo intermedio. Lo scenario di base per il 2022 prevede quindi una continua espansione della produzione globale a un ritmo solido di circa il 5%”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Dopo l’annus horribilis 2020, il 2021 è stato l’anno della grande ripresa dell’economia globale, sostenuta da uno stimolo politico senza precedenti e dal lancio progressivo di vaccini efficaci contro il Covid-19. La crescita proseguirà nel 2022, grazie a una forte domanda interna, una ricalibrazione della crescita verso il settore dei servizi e la ripresa del commercio globale, una volta risolti i problemi delle catene di approvvigionamento. Anche gli investimenti di capitale e l’aumento delle scorte contribuiranno alla crescita futura. Il mercato del lavoro migliorerà progressivamente, ma è probabile che resti indietro rispetto alla ripresa della produzione e, inoltre, rimarrà disomogeneo tra le regioni

“Nel 2022, gli output gap – cioè i differenziali tra produzione effettiva e produzione potenziale – si chiuderanno progressivamente e la produzione globale dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia, anche se l’economia globale dovrà affrontare diversi venti contrari e l’incertezza rimarrà elevata”, sottolinea Siviero. La persistente carenza di input, le strozzature delle catene delle forniture e l’impennata dei prezzi dell’energia potrebbero far durare più a lungo la pressione inflazionistica e consolidarla, costringendo le banche centrali a inasprire le loro politiche prima del previsto, poichè il disallineamento tra domanda e offerta rappresenta il rischio al ribasso più elevato per la crescita e il rischio al rialzo più rilevante per l’inflazione.

Per le prospettive macro e per i responsabili politici la maggior preoccupazione deriva dalla combinazione tra il rallentamento dello slancio economico e un tasso d’inflazione ostinatamente elevato. È probabile che l’inflazione rimanga elevata durante la prima metà del 2022, tuttavia nella maggior parte dei Paesi dovrebbe tornare progressivamente al target del 2% individuato dalle banche centrali, una volta che le problematiche legate al Covid-19 saranno assorbite e, di conseguenza, i prezzi si riaggiusteranno a un livello più basso. Nelle economie avanzate, le banche centrali dovranno mantenere un equilibrio tra il sostegno alla ripresa economica e il controllo dell’inflazione. Inoltre, la pandemia non è ancora completamente sotto controllo e lo sviluppo di nuove varianti contagiose presenta ancora un rischio considerevole che minaccia la ripresa.

“Il prossimo anno fornirà ulteriori indizi sul corso della globalizzazione e anche gli sviluppi macroeconomici e geopolitici in Cina e il futuro delle relazioni Usa-Cina avranno un impatto sull’economia globale”, conclude Siviero. “I leader politici di tutto il mondo dovranno scegliere se riprendere con decisione la via della collaborazione e del multilateralismo oppure votarsi al protezionismo e all’unilateralismo e queste decisioni plasmeranno la cooperazione economica, il commercio internazionale e la crescita globale negli anni a venire”.