Aprile 21, 2026
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Dematerializzazione delle quote di SRL: una rivoluzione per PMI, start-up e investitori

Il “DDL Capitali” prevede la dematerializzazione delle quote di SRL, con la quale per le PMI e le startup diventa più facile raccogliere capitali e per gli investitori privati investire nell’economia reale.

Mentre si discute ogni giorno di inflazione e del futuro andamento dei tassi di interesse, una rivoluzione è alle porte nei mercati finanziari. Il testo del c.d. DDL Capitali (“disegno di legge sulla competitività dei capitali”), infatti, prevede la dematerializzazione delle quote di SRL, ossia della forma giuridica societaria più diffusa nell’economia reale italiana ed europea.

Il DDL Capitali è una riforma che di fatto semplifica i vincoli burocratici e incentiva le operazioni di quotazione societaria. All’art 3 c’è la previsione relativa alla possibilità (quindi su base volontaria e non obbligatoria) di dematerializzare le quote delle Srl, come già previsto per altri strumenti finanziari. Pertanto, le quote delle Srl potranno assumere forma scritturale e la società emittente potrà richiedere l’assegnazione del codice Isin – il codice internazionale che identifica in maniera univoca gli strumenti finanziari – con conseguente inserimento dello strumento finanziario nel conto titoli detenuto dai singoli investitori presso i propri Istituti di credito. La semplificazione nella circolazione dello strumento finanziario favorisce anche la creazione di un mercato secondario – su piattaforme debitamente autorizzate dall’Autorità Finanziaria – e conseguentemente la “liquidabilità” dell’investimento.

La nuova norma contiene una serie di importanti misure a sostegno del mercato dei capitali in un momento davvero critico, nel quale le PMI incontrano grandi difficoltà di accesso al credito per vie della stretta creditizia e, di conseguenza, hanno bisogno di nuove strade per attuare il finanziamento tramite una maggiore partecipazione esterna di terzi soggetti (gli investitori) al capitale di rischio. E così, con questa rivoluzionaria previsione normativa – che mentre scriviamo si trova a circa metà strada nel suo iter di approvazione – si creerebbe ope legis un nuovo mercato secondario che fa delle quote di Srl una vera e propria asset class da introdurre nei portafogli degli investitori più evoluti, con l’effetto implicito di realizzare un maggior livello di “democratizzazione” degli investimenti e una spinta verso nuovi programmi di educazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, è la risorsa imprescindibile per attribuire consapevolezza sul rischio connesso e per far sì che l’investimento nella economia reale – di per sé molto più rischioso di quello in capitale di rischio di grandi aziende – non crei un esercito di investitori scontenti.

L’aspetto del rischio potrebbe essere mitigato dal Risparmio Gestito, che sulla dematerializzazione delle quote di Srl troverebbe nuova linfa e, allo stesso tempo, darebbe all’investimento in economia reale quella implicita sicurezza derivante dalla polverizzazione del rischio, risparmiando al risparmiatore-investitore l’onere di scegliere dove investire senza avere la necessaria preparazione e conoscenza delle aziende su cui investire.

Secondo Antonella Grassigli (nella foto), CEO e Co-Founder di Doorway, “l’entrata in vigore di questo provvedimento rappresenta un’occasione irripetibile per veicolare parte dei 2.000 miliardi di euro dormienti sui conti correnti degli italiani verso l’economia reale, restituendo alla finanza il suo ruolo originario e nobile”. Nella pratica – prosegue Grassigli – gli effetti della dematerializzazione sono dirompenti: il 60% del risparmio italiano è ancora governato all’interno del classico circuito bancario, e le operazioni di acquisto e scambio di quote societarie sono gestite da consulenti finanziari che registrano le operazioni sul conto titoli. Per poter passare attraverso il conto titoli è però necessario che le azioni dispongano di un codice Isin: di fatto con la dematerializzazione le quote delle Srl entreranno per la prima volta nel circuito bancario. Inoltre, finora per PMI e startup la possibilità di scambio delle quote era regolamentata attraverso operazioni autenticate da notai o commercialisti, con relativi costi per il deposito dell’atto di acquisto e la certificazione del passaggio di titoli e azioni. Anche questo passaggio viene eliminato”. “Su tutto – conclude Antonella Grassigli – sarà importante poi scegliere le piattaforme che garantiscano rigorosa selezione delle opportunità d’investimento da parte di operatori in grado di valutare il potenziale di crescita dell’azienda e sostenibilità del suo modello di business, in modo da ridurre il rischio di execution: informazioni che devono essere disponibili per l’investitore, rese di facile lettura e comprensione per favorire un investimento informato e consapevole. La formazione, attraverso la disintermediazione guidata, è quindi un pilastro fondamentale per far crescere i singoli e l’ecosistema in generale”.

Maurizio Novelli: crescita della Cina e dollaro debole favoriscono gli emergenti

Il mercato corporate occidentale è giunto alla fine del bull market, mentre l’oro continuerà a salire. Senza un cambiamento nell’attuale modello di crescita Usa, nuove crisi economiche e instabilità sociali sono alle porte.

“Le banche centrali puntano a creare inflazione negli Usa, e si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro. Questo avrà una serie di conseguenze, in particolare sugli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ma che ora ne usciranno vincenti. L’oro intanto è una delle asset class a maggior potenziale e continuerà a salire fino a quando scenderà il dollaro e fino a quando non si inizierà a fare politiche anti inflazionistiche”. È l’analisi di Maurizio Novelli*, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

Sono prevalentemente due i motivi che spingeranno i flussi sugli asset emergenti: il primo è l’aggancio alla crescita della Cina e il parziale decoupling dalla domanda Usa, il secondo è il fenomeno del carry trade da dollaro (con tassi reali negativi) a credito emergente in valuta locale (con tassi reali positivi). Si preannuncia quindi un vero e proprio switch dal mercato corporate occidentale, giunto alla fine del bull market, a quello emergente

I mercati finanziari confermano il totale disinteresse per l’economia reale e si muovono ormai in un mondo virtuale, creato dagli interventi delle banche centrali e dalle aspettative di un forte recupero dell’economia. Gli Usa sono impegnati a discutere uno stimolo fiscale dopo l’altro nel tentativo di evitare la prossima ricaduta del Pil, ma sarà difficile impedirlo. La ripresa dell’economia è troppo compromessa da un tasso di disoccupazione a due cifre e i consumi, che esprimevano circa il 75% del Pil, sono in decisa contrazione. L’avvelenata miscela concomitante di alta disoccupazione, calo dei consumi e restrizione del credito al consumo disegna una traiettoria di crescita piuttosto complicata e decisamente esposta a ricadute. A questi problemi si aggiunge un contesto pre-elettorale e la riduzione dei sussidi alla disoccupazione recentemente approvati. Il settore più importante dell’economia Usa, i consumi interni finanziati dal debito, è in forte crisi e non sembra imminente alcun significativo recupero.

“Il credito al consumo dipende dall’occupazione e questa dipende dalla circolazione del credito nell’economia. Allo stato attuale né una cosa né l’altra sembrano alimentarsi e le imprese non sembrano così pronte ad aumentare investimenti e occupazione in un contesto di incertezza”, sottolinea Novelli. “Si delinea uno scenario decisamente pericoloso per la tenuta di un sistema capitalistico costruito ormai su un eccesso di debito non più rimborsabile se non è sostenuto da una forte crescita economica o se non verrà ridimensionato dall’inflazione“.

In concomitanza con l’avvento della pandemia, gli interventi di sostegno al sistema hanno procurato un’esplosione del debito corporate per salvare dal default migliaia di aziende e ora le aziende Usa sono più indebitate che mai. Il debito però non ha sostenuto investimenti, bensì è stato utilizzato per non fallire. A questo punto la traiettoria del debito può seguire tre scenari: rimanere su questi livelli; scendere; salire ulteriormente. Nei primi due casi l’economia sarebbe destinata a ricadere in recessione, poiché crescita del debito privato e crescita dell’economia sono strettamente correlate. Nel terzo caso, quello favorevole a una ripresa del ciclo di crescita, sarebbe opportuno chiedersi se da qui in avanti la leva finanziaria nel sistema può effettivamente salire ancora, visto che le prospettive dell’economia e dei consumi interni non appaiono così rosee.

La priorità di tutte le banche centrali del mondo sarà quella di creare inflazione con tutti i mezzi possibili, ma la politica monetaria non è uno strumento efficace per produrre inflazione. Un sistema oberato da un eccesso di debito vive in un contesto deflazionistico, soprattutto se il debito viene utilizzato per fare finanza ed erogare sussidi a chi non arriva a fine mese. Se utilizziamo il debito per la leva finanziaria otteniamo inflazione sugli asset finanziari ma non nell’economia reale e se utilizziamo il debito per erogare sussidi o per erogare credito al consumo, costruiamo una società senza futuro, dove i profitti di tale meccanismo vengono incassati da chi eroga il credito al consumo e da chi vende beni e prodotti, mentre chi sta alla base della piramide sociale, circa il 30% della popolazione americana, sopravvive con sussidi e indebitamento.

“Il modello capitalistico americano, basato su un eccesso di finanza e poca economia reale, è destinato a implodere se non cambia direzione”, sottolinea Novelli. “La profittabilità della corporate America è sostenuta da basso costo del lavoro, tax rate da “paradiso fiscale” e credito al consumo erogato a margini da usura per sostenere la domanda interna. Anche la recente ondata di innovazione tecnologica produce soppressione di posti di lavoro e comprime i salari reali. Tuttavia, i recenti provvedimenti fiscali e monetari negli Stati Uniti non fanno che confermare la strategia di perseguire a tutti i costi questo modello fallimentare di crescita che porterà inevitabilmente a una nuova crisi economica e a instabilità”.

Per tenere in piedi il bull market si sta distruggendo l’intero sistema capitalistico con la repressione finanziaria, che serve a canalizzare le risorse disponibili verso la borsa e non verso l’economia reale. A questo punto per fare inflazione bisogna fare debito per sostenere i redditi e gli investimenti e regolare il sistema finanziario, disincentivando i buy back e incentivando gli investimenti reali. Tutta la politica economica americana è prevalentemente orientata a sostenere il mercato azionario per difendere le rendite finanziarie di chi detiene il capitale. Questo è il motivo per il quale si accentua la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il mercato azionario si disconnette dall’economia reale e si ricorre poi al credito al consumo per sostenere consumi insostenibili dai redditi reali che devono rimanere compressi per non compromettere il Return on Equity.  Il governo si è temporaneamente sostituito ai debitori insolventi ma il sostegno non può durare. Al momento il rischio deflazionistico è quindi ancora piuttosto elevato a causa delle insolvenze in corso nel sistema e creare inflazione nel breve termine sarà piuttosto complicato.

“Per creare inflazione si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro, la cui debolezza è un fenomeno reflazionistico perché favorisce il credito internazionale (prevalentemente in dollari) e, per un paese che è un importatore netto come gli Stati Uniti, si importa inflazione“, conclude Novelli. “Il dollaro debole apre tutta una serie di riflessioni sulle asset class che finora sono vissute in un contesto di dollaro forte. I treasuries americani saranno comunque acquistati dalla Fed, che attuerà una strategia molto simile a quella della Boj. Il settore del credito sarà esposto al successo o al fallimento della strategia reflazionista, tuttavia nel breve termine più che il rischio tasso c’è il rischio solvibilità e comunque le prospettive di ampi guadagni su questi asset sono piuttosto limitate. Nel silenzio generale i tassi di insolvenza salgono a ritmi mai visti. Intanto gli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ne usciranno vincenti. Infine, le borse di Europa e Giappone risultano vulnerabili al dollaro debole, così come il Russell (small cap Usa) che è dipendente dalla domanda interna americana”.

* Maurizio Novelli, Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio con sedi a Lussemburgo, Dublino, Milano e Hong Kong.

Educazione finanziaria “di genere”? No, grazie. Il confronto prevalga sulla esaltazione delle differenze

Con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono riequilibrare il benessere individuale tra i generi, senza correre il rischio di creare privilegi a beneficio di uno e a danno dell’altro?

Editoriale di Alessio Cardinale*

Uno spettro si aggira tra le istituzioni finanziarie mondiali, un po’ nascosto dietro le trame della politica internazionale (cioè quella che poi incide sull’economia reale). Questo fantasma si chiama “parità economica di genere” e,  come avrete notato soffermandovi sulla denominazione, questa manca del termine “opportunità”.

La differenza non è soltanto lessicale. Infatti, la definizione di “parità di opportunità economiche di genere” individua una società ideale dove tutti, uomini e donne, abbiano uguali strumenti per raggiungere l’eccellenza in tutti i campi, compreso quello economico: libero accesso all’educazione e alla formazione, alle professioni, ai diritti civili, uguali livelli salariali etc. In un siffatto modello sociale, ogni individuo, senza distinzione di sesso, raggiungerà livelli proporzionali all’impegno profuso e alle proprie abilità acquisite. Con il concetto di “parità economica di genere”, invece, si tenta di colmare il gap di opportunità delle donne utilizzando una sorta di “quota rosa” dell’economia, e cioè uno strumento di equilibrio esclusivamente quantitativo, deciso dall’alto, idoneo a creare una artificiale accelerazione dei processi di parificazione (quelli che, in genere, richiedono anche decenni di storia); tutto ciò a totale detrimento della meritocrazia che, in Economia e negli affari – perdonate la franchezza – vale molto più dell’attrezzatura che portiamo sotto gli abiti.

In estrema sintesi, con il primo modello, cioè quello delle opportunità economiche, si dice (in questo caso alle donne) “ti do le stesse opportunità di carriera e di ricchezza degli uomini, in base ai tuoi meriti ed al tuo impegno“; con il secondo (quello della parità economica tout court), si dice “ti dò la stessa carriera e la stessa ricchezza degli uomini“, a prescindere dalle capacità personali e solo per via dell’appartenenza al genere politicamente corretto.

A parte l’aberrazione sociale di siffatto metodo redistributivo, ci si chiede come sia possibile realizzare il secondo modello, a parità di ricchezza globale, senza sottrarne una parte a chi, tra gli individui di genere maschile, se l’è guadagnata e la detiene. 

Nonostante queste riflessioni piuttosto elementari, negli ultimi due anni, di pari passo alle benvenute (quando non realizzano odiosi privilegi) politiche sociali woman oriented, si è sviluppato un vigoroso apparato ideologico a sostegno di quello che appare invece come un pericolosissimo tentativo di forzare la mano all’Economia nei suoi fondamenti, con e le sue leggi e i suoi modelli che qualcuno vorrebbe mutare a beneficio di un solo genere.

Richiamandoci alla storia economica contemporanea, i modelli capitalistici (quelli che tutti noi studiamo all’università), prima ritenuti pressocchè immutabili, sono stati messi a dura prova dall’improvvisa evoluzione di quello cinese, il quale, in un certo senso, ha messo in crisi i dogmi macro-economici europei e americani degli anni ’80 per via del successo decretato dall’intervento diretto della politica post-maoista (l’ex modello comunista) sull’economia di stampo capitalistico. Uno tsunami, per il pensiero degli economisti, a cui il mondo si è abituato, nonostante quello cinese sia un popolo ancora soggiogato dalla dittatura di un partito e del suo segretario, dove l’arricchimento della classe imprenditoriale cinese fa rima con la compressione dei diritti umani (circa 2.500 esecuzioni capitali ogni anno in Cina) e delle libertà civili.

Ebbene, che collegamento c’è tra il modello semi-capitalistico cinese e la battaglia (silenziosa, ma ancora per poco) per la “parità di genere economica”? Uno solo: il metodo, quello che prevede un intervento incisivo della politica (e delle ideologie che la sostengono) sull’Economia mediante l’adozione di leve e meccanismi differenti da quelli tradizionalmente usati per riequilibrare le disparità sociali, ossia la politica monetaria e quella fiscale. Infatti, non è un caso che, da qualche tempo, alcune grosse istituzioni economiche come il World Economic Forum sostengono che investire sulle donne, sul loro benessere, sui loro salari, sulla loro salute e istruzione, sui servizi alle famiglie ci renderebbe tutti più ricchi.

Come non essere attratti da simili affermazioni? Nel mondo occidentale, nessuno deve poter affermare che investire sulle competenze delle donne sia una cosa sbagliata. Serve, però, capire con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono investire per riequilibrare il benessere di un solo genere, senza correre il rischio di creare privilegi a danno dell’altro. Inoltre, ci si dovrebbe chiedere se tale  principio non nasconda, da parte di alcune formazioni politiche che si auto-definiscono progressiste, l’intento di creare una “parità artificiale”, non sorretta dai necessari principi meritocratici che sono alla base dello sviluppo economico di ogni paese.

In Italia, per esempio, abbiamo già sperimentato come l’aumento, puramente quantitativo, delle donne in Parlamento, avvenuto grazie all’affermazione graduale dei principi di equità alla base delle c.d. quote rosa, non abbia determinato affatto l’attesa “elevazione qualitativa” della classe politica nazionale, ed anzi dobbiamo riconoscere che le parlamentari inserite dai partiti in occasione delle elezioni si siano rivelate, salvo pochissime eccezioni, assolutamente ininfluenti (se non anche scarsamente capaci) e poco avvezze a superare la visione partitocratica dello Stato ed a gestire bene la Cosa Pubblica, al pari della stragrande maggioranza dei parlamentari uomini.

Eppure, il World Economic Forum (molto ascoltato anche dai politici italiani) continua a propinare una sorta di “nuova ideologia” basata sul concetto che i governi guidati da donne sono più democratici, egualitari, pacifisti e meno corrotti; pensano di più all’ambiente, all’istruzione e in generale alle politiche sociali.

In buona sostanza, un insieme di luoghi comuni sconfessati dai fatti.

Secondo il WEF, inoltre, una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alla direzione di piccole e grandi imprese aumenterebbe la ricchezza di tutti, e la parità di genere sarebbe strettamente correlata al prosperare delle economie e delle società, comportando dividendi economici significativi anche in termini di PIL. A sostegno di questa tesi, Il WEF sciorina anche dei dati: la parità di genere economica potrebbe aggiungere ulteriori $ 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari a quello degli Stati Uniti, 550 miliardi ai giapponesi, 320 miliardi di dollari alla Francia, 310 miliardi al PIL alla Germania, mentre la Cina potrebbe vedere un aumento di 2,5 trilioni di dollari. Il mondo, inoltre, nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 (ossia, in un orizzonte temporale di soli 6 anni), se solo riducesse di appena il 25% il divario uomo/donna nella partecipazione economica.

Come ciò si possa verificare, a parità di PIL e di risorse, in soli 6 anni, questo il WEF non lo spiega, limitandosi a sterili enunciazioni di principio, tipiche della prevalenza di posizioni politiche ed ideologiche su quelle economiche e pratiche, sulle quali invece si reggono le fortune (e le sfortune) del mondo. Infatti, a parità di PIL e risorse, l’unico modo per realizzare gli enunciati del WEF non è quello di “affiancare” le donne agli uomini in nuovi ruoli dirigenziali all’interno del mondo imprenditoriale, bensì quella di “sostituire” la classe dirigente maschile con quella femminile. Pertanto, si tratterebbe di una politica sorretta da una ideologia chiaramente suprematista, che non tiene in nessuna considerazione i criteri meritocratici, con i quali la maggioranza delle donne invece accetta di misurarsi, e mira a scalzare le figure maschili solo in virtù del loro genere politicamente scorretto.

Una posizione inaccettabile, a ben vedere, che non ha niente a che fare con l’obiettivo di riequilibrare le possibilità di carriera delle donne (quelle meritevoli), e che mira al superamento stesso delle politiche di pari opportunità per mezzo della creazione di un privilegio assoluto dettato dall’appartenenza al genere corretto.

Il naturale portato di questa ideologia – uno dei tanti – è quello dell’ “educazione finanziaria di genere”, in base alla quale, secondo la Banca Mondiale delle Donne, è necessario ridurre il divario nell’accesso ai servizi finanziari e nell’emancipazione economica femminile. In sintesi, secondo il rapporto annuale della Women’s World Banking, non può esserci inclusione e consapevolezza di genere del proprio peso, decisionale e economico, senza un’educazione finanziaria mirata, dedicata solo al genere femminile.

Come se quello della emancipazione finanziaria sia un problema solo femminile, e non tocchi neanche i milioni di uomini privi di qualunque alfabetizzazione sui temi della finanza più elementare.

Anche in questo caso, quindi, le legittime rivendicazioni provenienti da alcuni dei più grandi paesi del mondo (Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Messico e Nigeria, dove vive oltre il 50% delle donne che non ha accesso al credito e a un conto bancario) vengono utilizzate per nascondere enunciati di principio di chiara matrice suprematista. La stessa WWB, per esempio, sostiene che se la finanza sta diventando più responsabile è merito delle donne, le quali sarebbero più propense agli investimenti sostenibili e attente ai loro effetti di lungo termine. Altri luoghi comuni, dunque, che non chiariscono affatto l’utilità di dover ripensare l’educazione finanziaria «tradizionale», quella cioè basata sullo studio degli argomenti finanziari più complessi (es. il calcolo degli interessi) senza coinvolgere necessariamente entrambi i generi a partire, per esempio, dall’età scolastica primaria e secondaria.

A meno che non si pretenda di tornare, per favorire l’educazione finanziaria di genere, alle classi separate per sesso fin dalla scuola materna.

In definitiva, istituzioni come la WWB propongono un cambio di paradigma per mezzo del raggiungimento di obiettivi di apprendimento che sembrano riservati solo alle donne: come esse possano investire, oppure usare il proprio smartphone per gestire i risparmi, le spese familiari o le attività e imprese economiche in maniera differente rispetto agli uomini.

Si tratta di un approccio che, anziché alimentare il confronto tra i generi e favorire uno scambio di competenze e valori, mira solo alla futura supremazia di un genere a discapito dell’altro. Un approccio di potere, quindi, da cui la futura Europa dei popoli deve difendersi per evitare di ricadere, dopo decenni di sostanziale pace sociale, in una strumentale ed eccessiva esaltazione delle differenze tra uomo e donna in cui, per via dell’asprezza di tale dibattito in molti ambiti della Società, si potrebbe individuare l’anticamera di nuovo antisemitismo di genere.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Warren Buffet e Ray Kroc (McDonald’s), ovvero come creare ricchezza grazie agli immobili e all’economia reale

Due leggendarie storie di successo imprenditoriale, molto diverse tra loro, ma unite dal comune denominatore dei beni reali durevoli.

Il nome di Warren Buffet è quello probabilmente più pronunciato tra i professionisti della finanza e dai cultori del sogno americano. Un uomo di grande intelligenza, arrivato dal nulla, che passo dopo passo costruisce una delle aziende più ricche al mondo. Leggendaria, anche tra gli studenti di Economia, la sua capacità di creare ricchezza usando il buon senso e la pazienza.

Il suo approccio agli investimenti è sempre stato molto semplice, e consiste in quattro fasi:

– scelta di un settore di attività in cui si vuole investire;

– individuazione di una o più aziende interessanti operanti in quel settore;

– esame dei loro bilanci;

– investire “pesantemente” e per lungo tempo, tra quelle prese in esame, nelle aziende sottovalutate, in cui il rapporto tra il valore di libro (che si ottiene sommando il capitale sociale, gli aumenti di capitale intervenuti negli anni e gli utili accantonati) e tutte le azioni in circolazione è superiore o uguale al valore di borsa di una singola azione.

In sintesi, Buffett e il suo socio di sempre – sapevate che avesse un socio? Charlie Munger, il suo primo finanziatore – hanno sempre pensato che la finalità dell’acquisto di azioni sia quello di partecipare concretamente ad un business di lungo termine, e non quello di fare una speculazione di breve periodo sulla base di grafici a candela e su obiettivi di prezzo assolutamente opinabili e differenti da un analista finanziario all’altro.

Seguendo questa metodologia è nata e si è sviluppata Berkshire Hathaway, la “grande creatura” di Warren Buffet, sulla quale egli ha lavorato fin dagli anni ’70. Oggi il suo fatturato complessivo si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari USA, e il valore di mercato è pari a circa 400 miliardi di dollari.

Warren Buffett comprò le prime azioni della Berkshire (che era un’azienda tessile) nel 1962, quando crollarono fino a 8 dollari per azione. Siccome il valore dei mezzi propri era di 16,50 dollari ad azione, cominciò ad accumularne in grande quantità fino al 1965, quando raggiunse la maggioranza azionaria e ne assunse il controllo, trasformandola in una holding di partecipazioni. Il prezzo medio di acquisto, per Buffet, fu di 15 dollari ad azione; oggi ognuna di esse vale 294.000 dollari.

Negli ultimi 40 anni, i suoi azionisti hanno ottenuto una crescita del 20% annuo, anche nelle fasi di mercato molto difficili; per esempio, tra il 2000 e il 2010 il rendimento delle azioni è stato pari al 76%, contro il -11% dello S&P500 (l’indice delle prime 500 aziende USA per capitalizzazione).

la mossa vincente di Buffett fu quella di reinvestire gli utili, anziché direttamente nella produzione industriale, in partecipazioni azionarie di altre aziende sottovalutate il cui patrimonio era solido, composto da immobili, impianti industriali e macchinari; aziende, insomma, fortemente legate alla c.d. Economia Reale, e quindi capaci di durare nel tempo. Infatti, in 53 anni, le azioni Berkshire sono cresciute del 2.404.748% (20,9% l’anno), contro un andamento dell’indice S&P500 del 9,9% all’anno.

Solo negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, Berkshire ha cominciato ad investire sui gruppi finanziari americani, ma la cosa non deve sorprendere: coerentemente con il suo metodo, Buffett ha scelto le banche più sottovalutate e con dentro il più alto patrimonio proprio (immobili, uffici etc), quadruplicando il proprio investimento in pochi anni.

Dal suo portafoglio complessivo di partecipazioni, Berkshire ha ricevuto, solo nel 2018, circa 4 miliardi di dividendi, ma non è questo il suo reale guadagno. Buffett infatti realizza grandi ritorni prospettici soprattutto dagli utili non distribuiti, che nel lungo termine costruiscono valore nelle società e si riflettono sul prezzo delle singole azioni. Gli utili non distribuiti, infatti, consentono di acquistare immobilizzazioni techiche (macchinari o software) e immobili industriali (uffici nelle city), e attribuiscono valore reale all’investimento, e non semplice plusvalore finanziario, che per sua natura è destinato a sgonfiarsi nel tempo.

Questa costruzione del valore, basata sul patrimonio reale delle aziende, è impossibile da praticare nel breve periodo, dove i prezzi delle azioni sono guidati nel dagli umori di mercato e non dal business reale della compagnia.

La storia di Ray Crok eleva il mito del sogno americano a livelli altissimi, perché nel caso del fondatore di McDonald’s esso si è avverato quando lui aveva già 52 anni, e da rivenditore di frullatori ebbe l’idea di sfruttare su vasta scala l’invenzione dei fratelli Mc Donald (che finirono per essere esclusi dal business e persino dall’uso commerciale del loro stesso cognome).

Sappiamo che Buffet non ha mai amato investire nelle aziende commercialmente e geograficamente massificate, giacchè teme i devastanti effetti negativi derivanti dalla erosione della tipica posizione di monopolio in cui esse operano. Pertanto, come si spiega che egli abbia investito – e continua a farlo ancora adesso, anche se in misura minore – nelle azioni di McDonald’s?

Semplice: il vero business della famosa catena di fast food non sono gli hamburger, ma gli immobili. La formula di successo di Mc Donald’s, infatti, è unica nel settore dei fast food: comprare tutti i negozi, affittarli ai gestori in franchising, patrimonializzare il gruppo con valori reali stabili e creare cash con la vendita di hamburger e patatine fritte per consentire buoni guadagni ai franchesee e incassare i canoni di locazione senza problemi. A tal proposito, l’ex direttore finanziario Harry Sonneborn ha detto: “Non siamo nel settore alimentare, ma nel settore immobiliare. L’unica ragione per la quale vendiamo hamburger da 15 centesimi è perché sono i migliori prodotti per realizzare alti margini di incasso, con cui i nostri locatari possono poi pagare l’affitto”.

In sintesi, rispetto alle altre catene di franchising, McDonald’s ha sempre avuto una diversa strategia: invece di fare business vendendo scorte di hamburger e altro materiale di consumo ai locatari o chiedendo loro le royalties, l’azienda di Crok diventa proprietaria dei punti vendita e li affitta ai gestori, i quali hanno il vantaggio di condurre un business con un alto margine di utile grazie ad un marchio che, da solo, vale circa 60 miliardi di USD. In questo modo, McDonald’s riesce a trattenere l’82% dei ricavi generati dai canoni di locazione, mentre si accontenta di un più modesto 16% di ricavi prodotti dall’attività dei punti vendita, a cui destina la fetta maggiore delle vendite.

A ben vedere, quindi, si tratta di un circolo virtuoso che solo in apparenza poggia i piedi sul franchising, per il quale la selezione dei candidati è durissima. L’investimento complessivo necessario all’apertura di un ristorante è di circa 800.000 euro, dei quali 200.000 devono essere di proprietà del candidato e la restante parte può essere ottenuta mediante un finanziamento. L’affiliato, in cambio, dovrà corrispondere a McDonald’s l’affitto del locale, una royalty in percentuale sui profitti e un contributo al finanziamento della pubblicità nazionale.

Grazie a questa formula, l’azienda di Crok ha raggiunto dimensioni impressionanti:

  • 69 milioni: clienti serviti ogni giorno
  • 37.000: ristoranti presenti in tutto il mondo, di cui l’85% in franchising
  • 4,7 miliardi: utile netto.

Concludendo, l’attenzione al valore reale dei beni è ciò che accomuna Warren Buffet a Raymond Kroc (il primo ancora in vita, il secondo morto nel 1984). Buffet, attraverso le sue partecipazioni azionarie, ha basato il proprio successo investendo in aziende con un business solido ed un patrimonio proprio (immobili e macchinari industriali) di notevole entità, che si riflette sempre nel valore intrinseco di ogni singola azione. Crok, invece, ha “mascherato” la più grande società immobiliare del mondo con la catena di fast food più grande del mondo, investendo direttamente negli immobili e ottenendo così un “effetto leva immobiliare” che consente oggi all’azienda di avere una fonte di ricavi e utili molto stabile, nonchè un accesso pressoché illimitato alle fonti di finanziamento, soprattutto nei momenti di rallentamento dell’economia.

Niente “finanza creativa”, insomma, ma solo roba che vedi e che tocchi con le tue stesse mani: case, aerei, soldi, panini e milk-shake.

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