In mezzo allo sconvolgimento generale, diventa indispensabile per l’Europa sfruttare l’opportunità di avvicinarsi ancora di più agli obiettivi di sostenibilità globale. I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica che possono accelerare la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.
Dall’emergere della pandemia di Covid-19, le buone notizie sono diventate merce rara, ed è tutto un susseguirsi di notizie negative che – bisogna dirlo – fanno audience nel pubblico. Di giorno in giorno, le enormi conseguenze sociali ed economiche della pandemia stanno diventando sempre più chiare, e gli effetti sulle nostre vite e sui nostri mezzi di sussistenza si sentiranno per i decenni a venire. Eppure, in mezzo all’immenso tributo umano ed economico versato, si intravede chiaramente un miglioramento, altrettanto invisibile come il virus: la vita senza auto o viaggi aerei ha permesso alla natura di riaffermarsi, lasciando più pulito il cielo sopra le città, grazie alla diminuzione delle emissioni.
Il consumo di energia industriale è in calo, e le persone stanno riscoprendo la vita a piedi, passeggiando all’aria aperta tra le strade deserte. Il Covid-19, pertanto, potrebbe rappresentare una finestra di opportunità – forse irripetibile – per accelerare notevolmente i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità globale, come gli obiettivi di sviluppo sostenibile (ESG) delle Nazioni Unite.
Infatti, questi vantaggi per l’ambiente potrebbero rivelarsi presto fugaci: una volta tolte le restrizioni, il ritorno alla “normalità” è assicurato, e l’unica domanda possibile è quando si riprenderà a condurre le attività economiche e a rovinare il pianeta. In sintesi, siamo stretti in un rebus di difficile soluzione, perché crediamo che esista un’opportunità per accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma non possiamo allentare le politiche economiche o gli obiettivi esistenti per evitare l’impoverimento generale.
RISCHI E OPPORTUNITÀ – A causa del calo della domanda di energia e della riduzione della produzione, il dato a consuntivo sulle emissioni di CO2 nell’ambito del sistema ETS (Emission Trading System) dell’UE dovrebbe diminuire di quasi 400 milioni di tonnellate nel 2020, secondo una previsione preliminare pubblicata da ICIS. Tuttavia, come hanno dimostrato le crisi precedenti, questi miglioramenti ambientali temporanei tendono ad essere di breve durata senza cambiamenti strutturali più ampi per le nostre società. In effetti, mentre l’UE ha mantenuto le emissioni su una traiettoria generalmente discendente dalla crisi finanziaria del 2008, le emissioni globali sono diminuite solo temporaneamente durante quel periodo prima di tornare rapidamente a livelli record.
Se gli incentivi economici relativi al consumo e alla produzione rimarranno gli stessi, le imprese ei cittadini adotteranno le pratiche (eccessive) di consumo che ci hanno portato a livelli insostenibili di inquinamento e di esaurimento delle risorse in primo luogo. Inoltre, l’attuale urgenza di occuparsi della salute e delle relative questioni economiche determina la minaccia implicita di favorire soluzioni economiche a breve termine che rischiano di promuovere industrie e tecnologie tradizionali, ritardando così il processo di trasferimento di risorse verso le aziende che beneficiano dei progressi nella lotta ai cambiamenti climatici.
Pertanto, poiché i leader pubblici stanno riesaminando le priorità alla luce della crisi attuale, è fondamentale che gli obiettivi di sostenibilità rimangano incorporati nell’agenda strategica.
L’Europa è riuscita a ridurre strutturalmente le sue emissioni di CO2 nell’ultimo decennio, grazie a una combinazione di politiche, progresso tecnologico e mutevoli preferenze dei consumatori; e sebbene i progressi non siano stati così rapidi come si sperava, questo calo costante mostra che è possibile ottenere riduzioni delle emissioni mediante la creazione di programmi su larga scala e mediante decisioni politiche audaci.
Chiaramente, i responsabili politici devono affrontare l’attuale crisi sanitaria a breve termine. Tuttavia, la priorità a lungo termine per un’Europa sostenibile e vivibile rimane fondamentale. La Commissione di Ursula von der Leyen ha posto il Green Deal dell’UE al centro della sua visione futura per l’Europa. Prima del Covid-19, l’ambizione della Commissione era quella di rendere l’Europa un continente a emissioni zero entro il 2050. Questa ambizione adesso non può essere accantonata. Del resto, imprese e cittadini sono costretti a nuovi modi di lavorare, ed esiste una
finestra politica di opportunità per promuovere l’innovazione e incorporare pratiche sostenibili. Raggiungere questo obiettivo richiederà una combinazione di misure politiche, come gli stimoli finanziari per includere condizioni ambientali da incorporare nei pacchetti di salvataggio per i settori pesantemente colpiti dalla crisi, come le compagnie aeree, la produzione di automobili e il settore tessile. Inoltre, si potrebbe agire assicurando linee di credito per progetti di energie rinnovabili e soluzioni di mobilità sostenibile, nonché l’assunzione di partecipazione al capitale di rischio per le aziende in fase iniziale che sviluppano tecnologie “verdi” innovative.
Un altro stimolo importante potrebbe essere quello degli incentivi fiscali. I governi possono spostare la tassazione da ciò che può essere visto come “positivo” (lavoro, reddito, innovazione) alle aree tipicamente “negative” (inquinamento ambientale, energia da combustibili fossili, esaurimento delle risorse materiali e spreco), premiando con incentivi aziende e cittadini per comportamenti virtuosi.
LAVORARE PER UN’ECONOMIA CIRCOLARE – Un’economia completamente circolare sarebbe utile a preservare l’ambiente naturale, rafforzare la competitività economica e raggiungere la neutralità climatica in circa trent’anni. Il piano d’azione per l’economia circolare dell’UE, per esempio, presenta iniziative lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, promuovendo processi di produzione dell’economia circolare e la sostenibilità del consumo. Queste azioni potrebbero essere accelerate con il supporto del piano di salvataggio dal Covid -19.
I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica. Se le priorità del Green Deal dell’UE sono pienamente attuate, questi piani possono accelerare, piuttosto che ritardare, la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.
ARTICLE REFERENCES
https://www.ey.com/en_vn/eu-institutions/how-europe-s-post-covid-19-economy-and-environment-can-both-prosper
https://www.worldometers.info/co2-emissions/co2-emissions-by-year/



Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.
Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.
Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati.
Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.
Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).
Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.
Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.
La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.
Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.
Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.
La volatilità dei mercati è rimasta quasi piatta, con l’indice di volatilità Vix a 24 punti, ben al di sotto del picco di marzo ma ancora al di sopra dei livelli pre-Covid. “Riteniamo che la volatilità continuerà a essere relativamente elevata nei prossimi mesi, a causa delle crescenti infezioni da Covid, della scarsa visibilità sull’evoluzione del quadro macroeconomico, oltre che degli sviluppi politici, come le elezioni Usa e le tensioni commerciali Usa–Cina“, spiega Scauri.
Insieme alle notizie quotidiane relative all’aumento dei casi di Coronavirus negli Stati Uniti, arriva anche quella del PIL USA in calo del 32.9% su base annua nel secondo trimestre 2020, dopo un primo trimestre al passo del -5%. Peraltro, repubblicani e democratici faticano a trovare un accordo sul quinto pacchetto di stimoli all’economia, e su tutto svetta l’incertezza elettorale delle presidenziali di Novembre.
L’inflazione europea ha sorpreso al rialzo, in salita allo 0.4% in luglio dallo 0.3% di giugno e dallo 0.1% di maggio. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione europea è all’1.3%. Il mercato, spaventato dalla pandemia, si aspettava un crollo dei consumi che c’è stato, ma le misure di stimolo fiscale e monetario da parte di Governi e banche centrali in tutto il mondo hanno forte potenziale inflazionistico. L’oro è salito anche per questo.
In Cina, nel secondo trimestre, il PIL è salito del 3.2% rispetto all’anno scorso, recuperando dalla contrazione con la fine del lockdown e le misure di stimolo all’economia. La produzione industriale è cresciuta del 4.8% rispetto a un anno fa, espandendosi per il terzo mese consecutivo. Le vendite al dettaglio sono scese dell’1.8% sull’anno, molto peggio delle attese, dopo un calo del 2.8% in maggio.
Altra divergenza estrema l’andamento fra S&P500 sui massimi e rendimenti Treasury sui minimi. In un’economia sana, in espansione, l’azionario sale e anche i tassi tendono a salire con la richiesta di credito e nuovi investimenti da parte di aziende e privati. Oggi sta accadendo il contrario: rendimenti bond sui minimi, borse in volata. Lo spread, però, tende a chiudersi nel tempo; pertanto, i rendimenti dei bond dovrebbero risalire e/o azionario scendere.

Un quadro di incertezza generale che – secondo
L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).
Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).



C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.
La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania, per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite 
L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.
Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee.
Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.
Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (







