Giugno 7, 2026
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Economia e Ambiente possono prosperare insieme nell’Europa post Covid. Ecco come

In mezzo allo sconvolgimento generale, diventa indispensabile per l’Europa sfruttare l’opportunità di avvicinarsi ancora di più agli obiettivi di sostenibilità globale. I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica che possono accelerare la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.

Dall’emergere della pandemia di Covid-19, le buone notizie sono diventate merce rara, ed è tutto un susseguirsi di notizie negative che – bisogna dirlo – fanno audience nel pubblico. Di giorno in giorno, le enormi conseguenze sociali ed economiche della pandemia stanno diventando sempre più chiare, e gli effetti sulle nostre vite e sui nostri mezzi di sussistenza si sentiranno per i decenni a venire. Eppure, in mezzo all’immenso tributo umano ed economico versato, si intravede chiaramente un miglioramento, altrettanto invisibile come il virus: la vita senza auto o viaggi aerei ha permesso alla natura di riaffermarsi, lasciando più pulito il cielo sopra le città, grazie alla diminuzione delle emissioni.

Il consumo di energia industriale è in calo, e le persone stanno riscoprendo la vita a piedi, passeggiando all’aria aperta tra le strade deserte. Il Covid-19, pertanto, potrebbe rappresentare una finestra di opportunità – forse irripetibile – per accelerare notevolmente i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità globale, come gli obiettivi di sviluppo sostenibile (ESG) delle Nazioni Unite.

Infatti, questi vantaggi per l’ambiente potrebbero rivelarsi presto fugaci: una volta tolte le restrizioni, il ritorno alla “normalità” è assicurato, e l’unica domanda possibile è quando si riprenderà a condurre le attività economiche e a rovinare il pianeta. In sintesi, siamo stretti in un rebus di difficile soluzione, perché crediamo che esista un’opportunità per accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma non possiamo allentare le politiche economiche o gli obiettivi esistenti per evitare l’impoverimento generale.

RISCHI E OPPORTUNITÀ – A causa del calo della domanda di energia e della riduzione della produzione, il dato a consuntivo sulle emissioni di CO2 nell’ambito del sistema ETS (Emission Trading System) dell’UE dovrebbe diminuire di quasi 400 milioni di tonnellate nel 2020, secondo una previsione preliminare pubblicata da ICIS. Tuttavia, come hanno dimostrato le crisi precedenti, questi miglioramenti ambientali temporanei tendono ad essere di breve durata senza cambiamenti strutturali più ampi per le nostre società. In effetti, mentre l’UE ha mantenuto le emissioni su una traiettoria generalmente discendente dalla crisi finanziaria del 2008, le emissioni globali sono diminuite solo temporaneamente durante quel periodo prima di tornare rapidamente a livelli record.

Se gli incentivi economici relativi al consumo e alla produzione rimarranno gli stessi, le imprese ei cittadini adotteranno le pratiche (eccessive) di consumo che ci hanno portato a livelli insostenibili di inquinamento e di esaurimento delle risorse in primo luogo. Inoltre, l’attuale urgenza di occuparsi della salute e delle relative questioni economiche determina la minaccia implicita di favorire soluzioni economiche a breve termine che rischiano di promuovere industrie e tecnologie tradizionali, ritardando così il processo di trasferimento di risorse verso le aziende che beneficiano dei progressi nella lotta ai cambiamenti climatici.

Pertanto, poiché i leader pubblici stanno riesaminando le priorità alla luce della crisi attuale, è fondamentale che gli obiettivi di sostenibilità rimangano incorporati nell’agenda strategica.

L’Europa è riuscita a ridurre strutturalmente le sue emissioni di CO2 nell’ultimo decennio, grazie a una combinazione di politiche, progresso tecnologico e mutevoli preferenze dei consumatori; e sebbene i progressi non siano stati così rapidi come si sperava, questo calo costante mostra che è possibile ottenere riduzioni delle emissioni mediante la creazione di programmi su larga scala e mediante decisioni politiche audaci.

Chiaramente, i responsabili politici devono affrontare l’attuale crisi sanitaria a breve termine. Tuttavia, la priorità a lungo termine per un’Europa sostenibile e vivibile rimane fondamentale. La Commissione di Ursula von der Leyen ha posto il Green Deal dell’UE al centro della sua visione futura per l’Europa. Prima del Covid-19, l’ambizione della Commissione era quella di rendere l’Europa un continente a emissioni zero entro il 2050. Questa ambizione adesso non può essere accantonata. Del resto, imprese e cittadini sono costretti a nuovi modi di lavorare, ed esiste una finestra politica di opportunità per promuovere l’innovazione e incorporare pratiche sostenibili. Raggiungere questo obiettivo richiederà una combinazione di misure politiche, come gli stimoli finanziari per includere condizioni ambientali da incorporare nei pacchetti di salvataggio per i settori pesantemente colpiti dalla crisi, come le compagnie aeree, la produzione di automobili e il settore tessile. Inoltre, si potrebbe agire assicurando linee di credito per progetti di energie rinnovabili e soluzioni di mobilità sostenibile, nonché l’assunzione di partecipazione al capitale di rischio per le aziende in fase iniziale che sviluppano tecnologie “verdi” innovative.

Un altro stimolo importante potrebbe essere quello degli incentivi fiscali. I governi possono spostare la tassazione da ciò che può essere visto come “positivo” (lavoro, reddito, innovazione) alle aree tipicamente “negative” (inquinamento ambientale, energia da combustibili fossili, esaurimento delle risorse materiali e spreco), premiando con incentivi aziende e cittadini per comportamenti virtuosi.

LAVORARE PER UN’ECONOMIA CIRCOLARE – Un’economia completamente circolare sarebbe utile a preservare l’ambiente naturale, rafforzare la competitività economica e raggiungere la neutralità climatica in circa trent’anni. Il piano d’azione per l’economia circolare dell’UE, per esempio, presenta iniziative lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, promuovendo processi di produzione dell’economia circolare e la sostenibilità del consumo. Queste azioni potrebbero essere accelerate con il supporto del piano di salvataggio dal Covid -19.

I governi in Europa e nel mondo stanno preparando piani di ripresa economica. Se le priorità del Green Deal dell’UE sono pienamente attuate, questi piani possono accelerare, piuttosto che ritardare, la transizione verso un’Europa climaticamente neutra.

ARTICLE REFERENCES
https://www.ey.com/en_vn/eu-institutions/how-europe-s-post-covid-19-economy-and-environment-can-both-prosper
https://www.worldometers.info/co2-emissions/co2-emissions-by-year/

L’Italia non è il Giappone, ma potrebbe superarlo. I due “figli dell’America” a confronto

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Di Alessio Cardinale*

Sarà per la conformazione geografica piuttosto simile – con l’unica differenza del nostro “ancoraggio orografico” al continente – ma le similitudini tra Italia e Giappone sono molte di più di quanto ci si possa aspettare, tanto dal punto di vista sociale quanto da quello storico ed economico.

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.  

La spinta all’economia giapponese, degli anni ‘50 e ’60, vide il proprio tasso di sviluppo mantenere una media del 10% per circa 18 anni, dal 1953 al 1971, con picchi che raggiunsero il 14% del PIL annuale. Anche l’Italia fece faville, ma il suo “boom” è durato “solo” 13 anni (tra il 1951 e il 1963) ed il prodotto interno lordo aumentato in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961).

Anche in Giappone, gli USA di fatto non permisero a nessun altro degli alleati di interferire nella propria influenza politica, soprattutto per impedire l’avanzamento ideologico dell’URSS e del Comunismo. Come in Italia, gli Stati Uniti inizialmente smantellarono le maggiori concentrazioni industriali e finanziarie del periodo ante guerra, e poi ritornarono velocemente sui propri passi, ricostituendole in parte e considerandole come il punto di partenza da cui risanare l’economia del Paese.

Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.

Volendo sorvolare sugli accadimenti della Società e della Politica – che pure hanno il loro peso – dobbiamo annotare che sia l’Italia che il Giappone si sono entrambi distinti per un notevole tasso di corruzione e scandali politici, e per la presenza di una potente criminalità organizzata (in Giappone si chiama Jakuza, l’equivalente di cosa nostra, ‘ndrangheta e compagnia cantando).

Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati. 

A tutto questo, si è aggiunta la “narrazione europeista”, che fa acqua da tutte le parti: il Giappone, con le sue politiche economiche espansive rese possibili dalla sovranità monetaria e dal controllo sulla banca centrale, dimostra che il problema dell’Italia non è affatto il debito pubblico, ma l’attuale modo di concepire l’Unione Europea e i privilegi di Germania, Olanda e Francia sui quali essa è stata fondata. Infatti, l’Italia attualmente ha un rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo intorno al 155% (era il 135% prima dello scoppio della pandemia), mentre il Giappone ha un rapporto poco sopra il 250% (era il 235% prima dell’era Covid). Eppure, nonostante circa 100 punti percentuali di differenza, la credibilità del Giappone non viene mai messa in discussione. Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.

Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).

In tutta evidenza, ciò avviene in quanto il Giappone detiene la sovranità monetaria e può contare sulla banca centrale come prestatrice di ultima istanza. Grazie a questo, non è soggetto al classico rischio di default e non deve pagare premi agli investitori per compensare la possibilità che l’amministrazione pubblica non ripaghi i debiti accumulati. La medesima dotazione strategica era nelle nostre mani fino a quando non è avvenuto l’ingresso nella moneta unica e la inevitabile cessione di sovranità. l’Italia, con gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito, e potrebbe finanziare lo sviluppo economico applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzati dal Giappone nella sua politica di gestione del debito.

Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.

A differenza di quello italiano, però, l’enorme debito pubblico nipponico è più al sicuro, perché una parte è comprata dallo stesso settore pubblico che lo emette, il 37% lo ha in mano la BOJ, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma, un debito formalmente elevato ma, in realtà, una “partita di giro” per una sua fetta importante, in relazione alla quale gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando un circolo virtuoso che l’Italia, con i suoi tassi, potrebbe addirittura superare in efficacia.

Qualcuno ha scritto di recente che “l’UE è una favola per bambini. E dietro questa storiella fatta di arcobaleni, cuoricini e frasi fatte continuano a muoversi i pragmatici interessi dei singoli stati. Tranne il nostro“.

Tutto sommato, non siamo lontani dalla verità, ed il confronto con il Giappone lo dimostra più di ogni altro argomento.

* Direttore Editoriale di Patrimoni&Finanza

La “finanza delle catastrofi” guida il PIL in Europa e USA. Cina pronta a dominare il mondo

Sebbene la seconda ondata di Covid-19 sia ancora in corso, i dati del PIL del terzo trimestre di Europa e USA mostrano una rassicurante capacità di ripresa dai guasti generati dalla pandemia. Il vaccino è ormai  realtà, e così il primo trimestre del 2021 dovrebbe rappresentare il periodo più proficuo per anticipare i trend di economia reale del prossimo anno. La Cina, intanto, va per conto suo.

I recenti dati sul PIL dei paesi europei e degli Stati Uniti fanno ben sperare sulla capacità di ripresa del modello economico occidentale di fronte al più grave evento del terzo millennio. Comunque la si racconti, la c.d. Finanza delle Catastrofi ha prodotto effetti notevoli sul PIL che, a pandemia terminata, dovranno ripetersi (non senza i dovuti “aggiustamenti” in corso d’opera) per confermare il rilancio generalizzato dell’Economia in tutti i settori della produzione e distribuzione.

In estrema sintesi, se ciò che stiamo vivendo fosse la rappresentazione di un film giallo, le indagini si indirizzerebbero verso la Cina, ossia verso l’unico Paese che, dalla pandemia, ricaverà vantaggi enormi, con buona pace degli USA.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.

Anche la Germania ha registrato un terzo trimestre da record (+8,2%), ed ha battuto le previsioni (che davano un + 7,3%) degli economisti in un recente sondaggio della Reuters. Il rimbalzo del PIL tedesco è stato determinato grazie all’aumento dei consumi privati e degli investimenti nei macchinari; a questi si è aggiunto un forte aumento nelle esportazioni, tanto da spingere il governo tedesco a rivedere al rialzo la stima per il PIL di quest’anno (dal -5,8 al -5,5%). Per il 2021, invece, Berlino prevede l’economia in crescita del 4,4%.

La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.

In Spagna i dati confermano la tendenza degli altri Paesi, con il PIL su del 16,7% sul trimestre precedente, che supera le previsioni di un + 13,5%. Su base annuale, la contrazione è dell’8,7%, ben al di sotto delle stime che davano un -12,2%.

Relativamente al Regno Unito, la situazione è differente, in termini previsionali, per via di una possibile Brexit senza accordo. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia, con un calo del 10,4% del PIL nel 2020 e una crescita del 5,7% nel 2021, ma se la “questione Brexit” dovesse essere definita senza un accordo tra Londra e Bruxelles, agli effetti della pandemia dovranno aggiungersi quelli derivanti dall’uscita hard dall’Unione Europea.

Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.

In Giappone, la Bank of Japan (BoJ) ha lasciato invariata la propria politica monetaria, rivedendo contestualmente al ribasso le stime sul Pil dell’anno fiscale 2020/21. Lo scenario del PIL reale relativo all’anno fiscale 2020/2021 è stato tagliato dal -4,7% al -5,5%, mentre il PIL reale per il periodo 2021/2022 è stato rivisto al rialzo del +3,6% (+1,6% nel 2022-2023).

Un capitolo a parte spetta alla Cina, che si candida ad essere sempre più – e più degli Stati Uniti – l’economia di traino della crescita mondiale. Infatti, la ripresa economica cinese è molto vigorosa in tutti i settori produttivi: i risultati del terzo trimestre del 2020 hanno determinato il rientro in positivo del PIL annuale, balzato al + 0,7 per cento nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Le previsioni adesso vedono una chiusura dell’anno a +2,1% e una crescita del + 7,6 per cento nel 2021.

Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.

Neanche l’India, devastata dalla pandemia, potrà contrastare questa tendenza. Infatti, per il 2020 si prevede una contrazione della sua economia pari al 9 per cento, e i primi segnali di ripresa non arriveranno prima del 2021.

In definitiva, il vaccino rimane l’unico driver possibile per consentire ad Europa e USA di “tendere l’arco”, e prepararsi a scoccare la freccia della ripresa nel 2021.

La Cina, intanto, ha già scagliato la sua freccia e il suo dominio commerciale, grazie al progetto di distribuire rapidamente (e gratuitamente) un miliardo di dosi del suo vaccino, appare ormai incontrastabile.

Andrea Scauri, Lemanik: scenario di tassi reali negativi. In Italia puntare su telecomunicazioni e utilities

Secondo Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik, la ripresa economica è ancora troppo debole ed è meglio essere prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre sono da preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei. Tra i titoli in portafoglio, Enel, Terna, Snam Rete Gas, Banca Intesa e Danieli.

Il Recovery Fund segna indubbiamente una svolta significativa per l’Europa e ha eliminato il tail-risk per l’Italia. Tuttavia, dato il forte rimbalzo dei mercati dai minimi di marzo e il fatto che la ripresa economica è ancora troppo debole, restiamo prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre continuiamo a preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei (utilities, telecomunicazioni, infrastrutture/cemento) ed esposti a tendenze strutturali come la trasformazione digitale”. È questa l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari sono tornati a salire in agosto, con il Nasdaq e l’S&P500 che segnano nuovi record guidati dalla speranza che lo sviluppo di un vaccino Covid-19 possa essere dietro l’angolo, dalla progressiva ripresa post-lockdown dell’attività economica globale, e nonostante il recente aumento delle nuove infezioni in tutta Europa. Tuttavia, i principali driver di mercato restano le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali e le aspettative per l’adozione di politiche economiche e fiscali espansive da parte dei governi per sostenere le loro economie.

La volatilità dei mercati è rimasta quasi piatta, con l’indice di volatilità Vix a 24 punti, ben al di sotto del picco di marzo ma ancora al di sopra dei livelli pre-Covid. “Riteniamo che la volatilità continuerà a essere relativamente elevata nei prossimi mesi, a causa delle crescenti infezioni da Covid, della scarsa visibilità sull’evoluzione del quadro macroeconomico, oltre che degli sviluppi politici, come le elezioni Usa e le tensioni commerciali UsaCina“, spiega Scauri.

I tassi di interesse sono saliti leggermente sia negli Stati Uniti che nell’Ue, a causa delle crescenti aspettative di inflazione e una riduzione del volume degli acquisti della Bce in agosto. Il rendimento dei titoli di stato italiani a 10 anni è rimasto sostanzialmente stabile, continuando a beneficiare dell’accordo sul Recovery Fund, del sostegno della Bce e di un rendimento più interessante rispetto agli altri titoli di stato dell’Ue.

In Europa, il PMI composito, dopo tre aumenti mensili consecutivi, è sceso ed è rimasto al di sotto delle aspettative, indicando una perdita di slancio nel rimbalzo iniziale post-lockdown a forma di V. Questo calo è attribuibile principalmente ai servizi, mentre l’industria manifatturiera continua a godere degli effetti di un aumento della produzione e dell’acquisizione di ordini. Tuttavia, il fatto che l’indice principale ed entrambe le sue componenti siano ancora superiori a 50 suggerisce che l’attività è ancora in crescita, solo a un ritmo più lento rispetto a luglio.

Andrea Scauri (Lemanik)

Negli Stati Uniti, invece, il PMI ha continuato a crescere, raggiungendo il livello più alto degli ultimi 18 mesi con un miglioramento sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi. “In un contesto simile, restiamo largamente posizionati sul settore delle utilities e delle infrastrutture. Questo alla luce delle recenti indicazioni della Fed, con aspettative di accettazione di inflazione mediamente al 2% (e non puntuale al 2%, implicitamente accettando picchi sopra al 2%)”, sottolinea Scauri. “Assumendo un atteggiamento sempre accomodante da parte delle banche centrali, lo scenario che si prefigura è quello di tassi reali negativi, ossia lo scenario migliore per “dividend play” sostenibili, quali le utilities e i business infrastrutturali. Restiamo invece prudenti sul settore dei consumi e su quello bancario”.

“Per l’Italia a livello di singoli nomi”, conclude Scauri, “l’unica posizione significativa sui titoli finanziari è rappresentata da Banca Intesa, l’unica banca in grado di garantire rendimenti sia in termini di re-rating del titolo che di dividendo. La posizione sulle utilities si concentra su Enel, Terna e Snam Rete Gas. Tra i nomi small e mid-cap, abbiamo iniziato a costruire una posizione su Danieli, sulla scia delle aspettative di un’entrata ordini di materiale correlata alla sostituzione degli altiforni ad alta emissione nell’industria siderurgica”.

Bond o azioni, chi ha ragione? Mercati finanziari a due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro

I mercati appaiono divisi. Mentre il Nasdaq Composite svetta a +22.70% da inizio anno, i titoli governativi indicano una grave recessione. Il “risk free” non esiste più, si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Di Andrea De Gaetano, Analista Finanziario indipendente  

I mercati appaiono divisi, come Giano Bifronte, la divinità romana con due volti: uno rivolto al passato, l’altro al futuro. Il Nasdaq Composite, che svetta a +22.70% da inizio anno, guarda al futuro, confortato dai risultati dei giganti tecnologici superiori alle attese, fiducioso nella prossima scoperta di un vaccino per il Coronavirus, galvanizzato dalle vendite on-line.  

I titoli governativi guardano al passato degli ultimi tre mesi e indicano una grave recessione, confermata dai dati catastrofici sui PIL mondiali, i peggiori dal dopoguerra. Di conseguenza, la disoccupazione esplode, mentre le trimestrali delle aziende della Old Economy presentano cali a doppia cifra sia di profitti che di utili.

Gli investitori, sostenuti dalle banche centrali e alla ricerca di porti sicuri, si sono arroccati nei bond governativi, con rendimenti collassati a 0.53% sul T-Note decennale USA e Bund tedeschi a -0.55%, ancora più bassi di un mese fa.

Il settore dei bond High Yield USA, in scia al recupero dell’azionario, ha registrato il miglior mese da ottobre 2011 (+4.78%), recuperando buona parte dei cali di marzo e aprile. I bond High Yield USA oggi rendono il 5.29% più dei Treasury: rendimenti calati, ma decisamente più alti dei livelli pre-Covid di febbraio, quando rendevano circa il 3.30% più dei Treasury, e questo significa che c’è ancora stress nelle aziende più indebitate del settore energetico USA.

I mercati azionari europei chiudono il mese di luglio sostanzialmente invariati rispetto al mese scorso, mentre i mercati USA chiudono il mese in rialzo, +4.71% l’indice S&P500, aiutati dal ribasso del dollaro, che ha perso quasi il 5% in luglio, il più forte calo mensile in un decennio. L’oro, invece, ha accelerato al rialzo, in direzione opposta ai rendimenti dei treasury bond.

Insieme alle notizie quotidiane relative all’aumento dei casi di Coronavirus negli Stati Uniti, arriva anche quella del PIL USA in calo del 32.9% su base annua nel secondo trimestre 2020, dopo un primo trimestre al passo del -5%. Peraltro, repubblicani e democratici faticano a trovare un accordo sul quinto pacchetto di stimoli all’economia, e su tutto svetta l’incertezza elettorale delle presidenziali di Novembre.

Il mercato del lavoro USA mostra un parziale recupero, con il tasso di disoccupazione sceso dal 14.7% di aprile all’11.1% di giugno e 7,3 milioni di nuovi posti di lavoro tra maggio e giugno, dopo una perdita di 20,5 milioni in aprile. Meglio del previsto, ma la situazione è terribile: in febbraio, pre-Covid, il tasso di disoccupazione era al 3.5%.

Jerome Powell, nella conferenza stampa della FED mercoledì 29 luglio, ha detto che il Covid ha creato uno shock disinflazionistico, cosa che giustifica una politica monetaria molto accomodante e i tassi d’interesse invariati a 0-0.25%.

L’inflazione USA in giugno 2020 si è attestata a 0.6%, zavorrata dalla componente energetica. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione USA è all’1.2%.

Il calo del PIL è stato molto severo anche in Europa. Eurostat stima un calo del PIL area euro del 12.1% nel secondo trimestre 2020, il peggior dato dal 1995, da quando vengono registrate le serie storiche Eurostat.

L’inflazione europea ha sorpreso al rialzo, in salita allo 0.4% in luglio dallo 0.3% di giugno e dallo 0.1% di maggio. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione europea è all’1.3%. Il mercato, spaventato dalla pandemia, si aspettava un crollo dei consumi che c’è stato, ma le misure di stimolo fiscale e monetario da parte di Governi e banche centrali in tutto il mondo hanno forte potenziale inflazionistico. L’oro è salito anche per questo.

Sul fronte della disoccupazione, quella europea è al 7.8% in giugno, dal 7.7% in maggio. In Europa, il driver dei mercati è stato l’accordo sul Recovery Fund. Il colpo d’ala dell’Europa, una volta tanto, ha creato euforia sull’euro, risalito nei confronti della principali valute, fino alla soglia di 1.20 con dollaro. Anche le borse europee hanno complessivamente recuperato, nonostante abbiano chiuso il mese di luglio sottotono.

Ricompattata l’Europa dall’emergenza Coronavirus, si sono accorciate le distanze tra i cosiddetti “Paesi frugali”, contrari all’accordo, (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia), ed il resto d’Europa. Ne è scaturito un accordo che prevede un fondo di 750 miliardi, di cui 360 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e 390 di prestiti. La Commissione Europea reperirà fondi sui mercati, con emissioni di bond garantiti dal bilancio europeo.

Secondo la BCE (Bollettino Economico del 30 luglio), ci sono chiari segnali di ripresa nell’attività economica dell’area Euro, sebbene a livelli ancora inferiori a quelli pre-Covid.

In Cina, nel secondo trimestre, il PIL è salito del 3.2% rispetto all’anno scorso, recuperando dalla contrazione con la fine del lockdown e le misure di stimolo all’economia. La produzione industriale è cresciuta del 4.8% rispetto a un anno fa, espandendosi per il terzo mese consecutivo. Le vendite al dettaglio sono scese dell’1.8% sull’anno, molto peggio delle attese, dopo un calo del 2.8% in maggio.

Se confrontiamo i rendimenti di Titoli di Stato USA, Cina, Italia, quelli cinesi (massimo rating) rendono 20 volte di più dei Titoli di Stato USA sulla scadenza a 1 anno (2.23%), e quasi 6 volte tanto sulla scadenza decennale (2.96%). I BOT italiani a un anno hanno rendimento negativo (-0.2%), il BTP decennale 1.065%. Grandi capitali hanno iniziato a muoversi con l’inclusione della Cina nel paniere MSCI world e dello yuan nelle riserve monetarie mondiali.

Siamo all’inizio di una nuova era?

I mercati azionari cinesi che rappresentano la Cina continentale, CSI300 (+8.52% YTD) e Shanghai SE Composite (+14.61% YTD), hanno registrato le migliori performance al mondo da inizio anno, dopo Nasdaq 100 e Composite. In un contesto straordinario da pandemia, i mercati si stanno comportando in modo anomalo, mostrando divergenze estreme fra settori azionari: i big della tecnologia come Amazon su nuovi massimi storici, e i titoli industriali tradizionali (come linee aeree, energetici, banche) che quotano a valori dimezzati rispetto a inizio anno.

“Mind the gap!” ammonisce il Financial Times, notando la differenza di performance fra i migliori 5 titoli dell’S&P500 e il resto del mercato.

Altra divergenza estrema l’andamento fra S&P500 sui massimi e rendimenti Treasury sui minimi. In un’economia sana, in espansione, l’azionario sale e anche i tassi tendono a salire con la richiesta di credito e nuovi investimenti da parte di aziende e privati. Oggi sta accadendo il contrario: rendimenti bond sui minimi, borse in volata. Lo spread, però, tende a chiudersi nel tempo; pertanto, i rendimenti dei bond dovrebbero risalire e/o azionario scendere.

Da notare anche il forte gap di performance tra mercati azionari europei e mercati USA: l’indice S&P500, dopo una folle altalena, è a + 1.25% da inizio anno, mentre l’indice Eurostoxx 600 è in calo del 14.30% (l’italiano FTMIB è in calo del 18.78% nello stesso periodo). Ci si chiede, quindi, se questo gap di performance USAEuropa verrà chiuso grazie a un recupero dell’Europa o ad un calo di quello USA. La seconda ipotesi appare più probabile, ma mancano maggiori conferme.

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Generalmente, i mercati deboli tendono ad anticipare la discesa. Fu così anche nel 2007, quando il mercato italiano anticipò la discesa degli altri mercati di circa 6 mesi, con l’indice FTMIB che segnò i massimi a maggio 2007 e iniziò una discesa da cui non si è mai completamente ripreso, mentre l’indice S&P500 segnò i massimi in ottobre 2007. Pertanto, la corsa straordinaria dell’azionario globale iniziata a metà marzo suggerisce adesso una pausa di consolidamento, già verificata sui mercati azionari europei che hanno chiuso deboli il mese di luglio.

C’è da dire che l’azionario USA è più forte (+5.51% dal 30 giugno al 31 luglio) anche grazie all’indebolimento del dollaro. Infatti, per l’investitore europeo, al netto della svalutazione del dollaro, la performance dell’indice S&P500 dal 30 giugno al 31 luglio è +0.61%.

Anche BCE e FED si sono prese una pausa prima di decidere nuovi stimoli (si vedrà in settembre, il 10 la BCE e il 16 la FED). Passate le trimestrali e scontati nei prezzi gli ottimi risultati dei giganti tech USA, l’incertezza delle presidenziali USA riprenderà la scena, insieme alla nuova Guerra Fredda fra USA e Cina.

Nelle more, meglio fare attenzione all’indice VIX, noto come indice della paura: livelli superiori a 20 tendono ad associarsi a mercati più turbolenti (fu così tra 1998 e il 2003). In marzo 2020, il VIX ha superato quota 80, per tornare a quota 24.46 di venerdì 31 luglio. Nuova opportunità in vista di acquisto put sull’indice S&P500? Non dovrebbe mancare molto, dal momento che si prevedono stime molto negative per gli utili aziendali USA per la seconda metà del 2020.

andreadegaetano@outlook.com

In definitiva, a partire dagli anni 2000 prendere un aereo è diventato più economico ma più impegnativo, prima con la paura del terrorismo, oggi del Coronavirus. Allo stesso modo, prendere posizione sui mercati è diventato più complesso: grandi opportunità, grazie all’accessibilità ai mercati in tutto il mondo, e costi di negoziazione scesi con il progresso tecnologico; ma l’asticella del rischio/rendimento si è spostata verso l’alto, costringendo gli investitori ad assumere più rischi per guadagnare. Soprattutto gli investitori europei, che devono fare i conti con titoli di stato a rendimenti sotto zero.

Il “risk free” non esiste più. Si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Grant Thornton, pessimismo sul futuro delle aziende italiane. Solo 23 su 100 sono ottimiste

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo economico è diminuito del 10% rispetto al 2° semestre del 2019, con “solo” il 23% delle aziende positive sulla ripresa nei prossimi 12 mesi. Nel mondo tale fiducia è scesa al 43% (-16%).

Milano, 30 luglio 2020 – Per i primi sei mesi dell’anno il network di consulenza internazionale Grant Thornton indica un deciso calo dell’ottimismo da parte delle aziende italiane (-10%) per quel che riguarda le aspettative economiche per i prossimi 12 mesi, con solo il 23% delle aziende ottimiste sulla ripresa. La performance italiana segue il trend di forte peggioramento su scala mondiale (-16%) che tocca il livello più basso dalla crisi dell’Eurozona del 2011-2012. Anche in Europa si inasprisce l’ottimismo che, in linea con il dato globale, diminuisce del 16% rispetto al 2° semestre dell’anno, con solo il 29% di imprese positive.

Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, solo il 24% delle aziende italiane si aspetta un aumento dei ricavi nei prossimi 12 mesi, dato in netta caduta rispetto al 42% registrato nel 2° semestre 2019. Al contrario, il 40% si aspetta una diminuzione. Osservando la media globale solo il 34% si aspetta un aumento nei ricavi, in discesa di ben 20 punti percentuali rispetto al 2° semestre 2019.

Una quota importante di aziende, pari al 65%, si aspetta che il Covid-19 avrà un impatto negativo sui ricavi nel 2020 che, secondo le aziende intervistate, diminuiranno in media a livello globale del 9,7% nel 2020 a causa degli effetti della pandemia. Andando a focalizzare i diversi livelli di perdita, in Italia lo scenario di previsione non sembra così scoraggiante, infatti, è di solo il 2,7% il numero di imprese che vede gli impatti del Covid come causa di perdita economica superiore al 50%, per l’11,3% rappresenta una perdita tra il 20 e il 29%, mentre la quota maggiore, il 32,7%, si aspetta una perdita minore, compresa tra l’1 e il 9%. Fa ben sperare un 4,7% che immagina un aumento dei ricavi del 10%.

L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).

Tra i fattori più limitanti per la crescita vi è anche la carenza di ordini, dichiarata come vincolo dal 57% delle aziende italiane, che supera di poco il dato globale al 55% (più basso quello europeo al 51%). Il crollo della domanda, elevati livelli di incertezza e preoccupazioni per la disponibilità finanziaria sono tutti elementi che in egual misura contribuiranno a ridurre le intenzioni di investimento.

In Italia, diminuisce (-18%) il numero delle imprese che pianificano di investire nella qualità dei prodotti e servizi, con solo il 29% delle imprese che prevede di aumentare le spese in R&S nei prossimi 12 mesi. Dati negativi anche sulla crescita dell’export, sul quale la percentuale delle imprese ottimistiche è più che dimezzata passando dal 38% del 2019 al 16% di quest’anno.

Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).

A causa delle conseguenze della crisi in atto, molte aziende (quasi il 50%) stanno prendendo in considerazione l’implementazione di misure di sicurezza sul lavoro in vista della ripresa, un sentiment forte anche in Italia (quasi il 35%) e in Europa (38%). Rimarrà alta l’attenzione verso il mantenimento del flusso di cassa: a livello globale il 40% delle aziende ha iniziato a pianificare le risorse necessarie per la fase di rilancio, in Italia il 19% e in Europa il 30%. Oltre a sensibilizzare le imprese sulla necessità di maggiore tecnologia e trasformazione digitale nelle prossime strategia aziendali (Italia 31%, Europa quasi il 36% e nel mondo circa il 46%), la pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza di una migliore flessibilità delle organizzazioni (riconosciuta dal 30% delle imprese italiane, 40% europee e 46% globali) e dei processi di gestione delle crisi (circa 25% delle imprese italiane, 31% europee e 42% globali).

Gabriele Labombarda

Gabriele Labombarda, Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “come si evince dai risultati, l’ottimismo aziendale ha visto un forte peggioramento su scala globale, motivato dalle deboli performance economiche degli ultimi mesi legate soprattutto agli impatti del Covid-19 sui mercati internazionali. In particolare, le conseguenze derivanti dalla diffusione della pandemia, come il crollo della domanda, gli elevati livelli di incertezza e le preoccupazioni sulla disponibilità finanziaria, impongono oggi alle aziende una riflessione e revisione delle proprie strategie aziendali relative al prossimo futuro. Molte aziende hanno saputo approfittare della forzata inattività e/o della riduzione dei volumi di lavoro conseguenti il lock-down e hanno avviato azioni volte a contrastare le difficoltà causate dalla pandemia, come, ad esempio, il ripensamento e la riorganizzazione dei processi interni e la ristrutturazione della propria posizione finanziaria, preparandola per la ripartenza.”

Recovery Fund, un placebo franco-tedesco per mantenere l’Italia in cattivo stato di salute. Ecco perché

La proposta di Francia e Germania non è un vero aiuto e non risolve i problemi italiani. E’ come una pillola priva di principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto.

L’Italia è destinata a confermare, all’interno del modello economico voluto dalla Germania e dalla Francia fin dalla nascita dell’Unione Europea, il suo ruolo subalterno di “economia debole”, dalla quale attingere risorse, aziende e menti eccelse a beneficio delle “economie forti”. E’ questa la conclusione che si può ricavare – senza troppi giri di parole o particolare impegno mentale – dalle proposte di regolamento del c.d Recovery Fund, ossia di quel fondo che potrà contare su una dotazione pari a 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027, ossia altri 1.100 miliardi di euro). 

Secondo la proposta franco-tedesca, i soldi diretti ai paesi membri saranno costituiti in massima parte da contributi (fino a 500 miliardi), mentre per 250 miliardi si tratterà di prestiti che dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’UE. In apparenza, si tratta di una cifra senza precedenti nella storia dell’UE, anche perché la raccolta dei fondi verrebbe effettuata tramite una emissione comune di bond con rating “tripla A”, con garanzia del bilancio UE, sui quali si pagheranno bassissimi tassi di interesse.

Finalmente una emissione di debito targato UE, si potrebbe dire. Il sogno del Premier Conte e di Gentiloni (e di molti altri), si potrebbe definire la soluzione prospettata, con grande sorpresa, da Francia e Germania.

Se le cose rimangono in questo modo, però, le misure proposte sono del tutto insufficienti per far fronte alla crisi italiana. Il nostro PIL, infatti, nel corso di quest’anno scenderà più o meno del 13%, per poi recuperare nel 2021 ma ampiamente al di sotto del livello pre-Covid. Facendo bene i conti, pertanto, verrà prodotta una quantità di ricchezza pari a circa 200 miliardi in meno rispetto al 2019, e per fronteggiare questo crollo servirebbero risorse aggiuntive pari almeno, appunto, ad altrettanti 200 miliardi tra il 2020 ed il 2021. Il Recovery Fund di edizione franco-tedesca, purtroppo, sarà disponibile solo a partire dal 2021, e verrà “spalmato” in due anni; così, per il 2020 e parte del 2021 dovremo contare soltanto sulle risorse proprie e sulle altre “pericolosissime” misure di emergenza (MES, SURE) che servono, da un lato, a mitigare gli effetti della crisi (SURE) o, dall’altro, a rafforzare un solo settore dell’Economia (MES), ossia quello sanitario. Nel 2021, infine, entrerà in vigore il Recovery Fund con gli 81 miliardi a fondo perduto (gli altri 90 miliardi saranno prestiti da restituire, pertanto non hanno il medesimo impatto dei primi), che di fronte ad una esigenza di almeno 200 miliardi sono già insufficienti a far fronte alla catastrofe economica in cui siamo precipitati dall’oggi al domani, facendo mancare all’appello circa 120 miliardi di fabbisogno a fondo perduto.

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La proposta dell’UE, pertanto, non è un vero aiuto, e non risolve i problemi italiani. Piuttosto li aggraverà, mantenendo costante nel tempo l’attuale livello di povertà che affligge una larga parte della popolazione. Si tratta di una cura senza principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto, relegando solo la Lombardia e (in parte) il Veneto, tra tutte le regioni italiane, a godere degli stessi benefici economici garantiti a tutti i paesi del Nord Europa.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in relazione alla riedizione storica, in salsa europea, della Questione Meridionale, il Recovery Fund sembra incarnarla perfettamente, nella sua natura di “non aiuto” destinato ad un paese, come l’Italia, da impoverire – ma non troppo – ed usare per il trasferimento delle migliori risorse economiche, imprenditoriali ed umane verso i paesi dominanti.   

Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

L’Italia, in quanto a “questioni meridionali”, ha una notevole esperienza. Con le dovute differenze, identico processo storico sta accadendo in Europa, sotto i nostri occhi, da venti anni, e senza interventi di riequilibrio il problema rischia di consolidarsi per i prossimi secoli.

La pandemia del Covid19, insieme a profonde trasformazioni nel modo di vedere il mondo e nelle modalità di relazione tra esseri umani, ha fatto emergere la fragilità di macro sistemi socio-economici che, prima dei vari lockdown, si ritenevano pressoché immutabili. Uno si questi è certamente quello dell’Unione Europea, nata sulla illusione del principio “one money, one nation” (una moneta, una nazione), grazie al quale si sarebbe dovuto produrre, nei singoli paesi aderenti, trasformazioni  tali da realizzare una progressiva armonizzazione tra le diverse realtà nazionali. Il Coronavirus, come la più classica delle onde anomale, ha distrutto in sole due settimane questo castello di sabbia, mettendo in chiaro ciò il vero principio su cui si basa oggi l’UE, quello del “one money, no nations” (una moneta, nessuna nazione). 

Passando dalle questioni di principio a quelle di realtà, tutto questo si è tradotto in una nuova “Questione Meridionale”, tra stati del Sud e stati del Nord Europa, che adesso richiede l’adozione di azioni riequilibrative. Azioni sul debito, innanzitutto, che in Italia (ma anche in Grecia e Spagna) è sempre aumentato senza produrre una crescita economica sufficiente a ripagarlo. Pertanto, non avendo prodotto alcun effetto, esso deve necessariamente essere ridotto adottando strumenti meno “dolorosi” di quelli imposti alla Grecia qualche anno fa. Un periodo di inflazione sostenuta (tra il 3 ed il 5%), per esempio, sarebbe uno dei metodi meno traumatici, perché  ridurrebbe il valore reale del debito, ma il Nord Europa impone – chissà perché – una inflazione massima del 2%, ed oggi uno scenario inflattivo è ipotizzabile solo dopo la totale eliminazione del problema-Covid.

In alternativa, al fine di escludere qualunque ipotesi di default, si potrebbe ragionare sulla ristrutturazione del debito, che però è impopolare, oppure sulla “monetizzazione del debito”, che però è impossibile per via del fatto che l’Italia non può avere, come tutti i paesi UE, una sua politica monetaria indipendente.

Da escludere anche la c.d. austerità, che aggiungerebbe solo povertà estrema in un Paese che, come il nostro, viene da un ventennio di bassa crescita economica e di diminuzione del reddito effettivo.

C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.

E come potrebbero? Ormai non si contano più le aziende nazionali passate in mano straniera, con buona pace dei nostri governi che nulla hanno fatto per impedirlo, schermandosi dietro le “leggi del mercato” che sono valide per tutti, tranne che per le poche aziende italiane che vogliono acquisire partecipazioni di controllo in quelle francesi e tedesche.                         

Paesi come la Germania, l’Olanda e l’Austria hanno potuto beneficiare del vantaggio di avere una moneta più debole rispetto a quella che oggi sarebbe stata la loro valuta nazionale, ed il loro export è cresciuto molto di più di quanto non sarebbe successo senza la moneta unica. Stessa cosa non è successa ai paesi del Sud, in ciò tradendo il principio ispiratore dell’Unione Europea, creata proprio per attenuare gli squilibri, e non per accentuarli. Questo divario di benefici andrebbe adesso ribilanciato attraverso l’adozione di strumenti redistributivi, per evitare che stati come la Germania possano dire “bye bye Unione Europea” uscendo da essa con una posizione economica ingiustamente acquisita ai danni dell’Italia o della Spagna.

La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania,  per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite i “consigli disinteressati” di Commerzbank).

Con l’arrivo della pandemia, certi equilibri negoziali sono saltati, e questo ha permesso di poter alzare la voce nelle sedi europee. Pertanto, questo sarebbe il momento giusto per abbandonare gli sterili proclami di natura squisitamente negoziale, e tradurre in azioni concrete i principi contenuti nella lettera inviata da Giuseppe Conte alla Commissione Europea nelle scorse settimane, nella quale il Presidente del Consiglio scriveva che “……le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti (ndr, quelli tesi ad acquisire vantaggi commerciali a danno di altri), che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico”.

In sintesi – ha detto Conte – perchè si minaccia contro l’Italia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito, e non si fa lo stesso contro la Germania per il problema del surplus?

In realtà, appare ormai evidente che l’Euro sia diventato un alibi per coprire le operazioni “corsare” di Germania, Francia e Olanda (con il suo paradiso fiscale de facto). La Germania, infatti, avendo adottato l’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale – il che riequilibrerebbe in modo “naturale” lo squilibrio del surplus commerciale – come invece, per esempio, è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale nel cambio marco/dollaro USA. Con l’euro, tutto è cambiato, ed all’interno dell’area non è possibile svalutare per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. Tutto questo ha finito con il creare – quanto inaspettatamente, e quanto volutamente? – uno strumento di difesa dell’export tedesco, francese e olandese dalle “svalutazioni competitive” che periodicamente venivano messe in atto dall’Italia, la quale una volta aveva una fiorente struttura industriale con grandi capacità di adattamento alle fasi di mercato.

Vi ricorda qualcosa?

Bye bye Germania. Tedeschi vicini alla “soluzione finale” della Questione Europea?

Dopo la sentenza della sua Corte federale, la Germania potrebbe salutare tutti ed uscire dall’UE, portando con sé un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di privilegi finanziari  e di guerra  commerciale condotta, in maniera disinvolta, contro i propri alleati dell’Unione. 

Di Massimo Bonaventura

La “Questione Europea”, esplosa improvvisamente con l’arrivo della pandemia, ha preso un inaspettato abbrivio la scorsa settimana, allorquando la Corte federale tedesca ha sancito, in estrema sintesi, che il diritto nazionale della Germania prevale su quello europeo, spingendosi fino a dare una sorta di ultimatum all’Unione Europea ed alla BCE, le quali avrebbero dovuto spiegare, entro tre mesi, in che modo il programma di Quantitative Easing sarebbe stato rispettoso della costituzione tedesca.

L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.

Infine “….Prendo questa questione molto sul serio. La Commissione sta attualmente analizzando in dettaglio la sentenza di oltre 100 pagine della Corte costituzionale federale tedesca, e sulla base dei risultati di quest’analisi, stiamo prendendo in considerazione possibili passi successivi, incluse le procedure di infrazione”.

Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee. 

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Ebbene, questo “paura dell’abbandono” sembra trovare nei fatti degli ultimi tre mesi un riscontro notevole. Infatti, l’ipotesi – di stampo solo apparentemente complottistico – di una uscita della Germania non è così lontana dalla realtà. Non è un mistero, infatti, che gli esponenti di spicco del partito conservatore tedesco (quello che regge la poltrona della Merkel) accarezzino da almeno due anni la possibilità di una “Germanexit” dall’Unione Europea, da realizzare adesso per via della raggiunta potenza economica neanche immaginabile soltanto venti anni fa, ed il comportamento ostruzionistico adottato nei momenti più tragici della pandemia, oltre ad essere stato deprecabile, dimostra oltre ogni dubbio che gran parte degli schieramenti politici tedeschi non hanno più alcun interesse a che il loro Paese rimanga in Europa. Adesso, forti dell’impedimento interno creato dalla sentenza della Corte federale, tutti loro mandano un messaggio chiarissimo: il primato della Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione del diritto comunitario, ed il carattere vincolante che le decisioni della stessa hanno su tutte le corti nazionali, valgono per tutti tranne che per la Germania; se questo non sta bene, i tedeschi saranno “costretti” ad andare via, magari in compagnia della fedele Olanda di Rutte.

Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.

Se così fosse, si tratterebbe di una “soluzione finale” dell’Unione Europea, generata questa volta senza alcun genocidio, ma con una dose di cinismo politico sufficiente a determinare, con un solo colpo, l’assassinio del sogno europeo che decine di milioni di suoi abitanti hanno coltivato, inutilmente, per due decenni.

Allora, se così deve essere, bye bye Germania; e, probabilmente, addio Europa.

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.