Maggio 10, 2026
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Consulenti patrimoniali e tutela degli asset del cliente: quanto conta conoscere la sua “Identità Familiare”

Nelle famiglie titolari di buone risorse finanziarie e immobiliari, la c.d. Identità Familiare influenza abitudini e scelte di investimento. E’ compito del consulente patrimoniale esplorare il patrimonio immateriale delle famiglie-clienti.

A differenza della consulenza finanziaria e/o di investimento, la consulenza patrimoniale si distingue e si differenzia per via del necessario “approccio olistico” che il consulente deve assumere nei confronti delle famiglie-clienti e del loro patrimonio, visto nella sua totalità. E’ un errore, tuttavia, pensare che tale approccio si risolva nell’aggiungere alla tutela e sviluppo dei valori mobiliari la sola consulenza riguardante la gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare oppure, per i consulenti “più avanti” nella scala evolutiva, occuparsi anche dei preziosi detenuti – e tramandati – all’interno della famiglia.

Le famiglie che detengono patrimoni medio-grandi – tendenzialmente a partire da un valore complessivo, tra denaro ed altri beni, di almeno un milione e mezzo di euro – possono avere esigenze di investimento anche molto diverse rispetto alle famiglie che non hanno accesso alle stesse risorse finanziarie o immobiliari. Infatti, questa tipologia di famiglia dispone solitamente di maggiore liquidità e maggiore capacità di investire in una vasta gamma di strumenti, anche “alternativi”, nonché la possibilità di accedere ad una consulenza specializzata e/o ad altre professioni che si occupano a vario titolo di patrimonio. Pertanto, una delle loro principali esigenze di investimento e gestione del patrimonio è la sua diversificazione secondo dei macro-asset che spaziano dal denaro agli immobili (patrimonio in senso stretto), dalle quote aziendali alla proprietà intellettuale (patrimonio allargato), fino ad includere sistemi di pianificazione e tutela patrimoniale attuate con gli strumenti più sofisticati, anche societari.

In sintesi, per le famiglie ben patrimonializzate il concetto di rendimento esce fuori dagli schemi più classici della asset allocation e della diversificazione di portafoglio – concetti importanti ma ritenuti troppo basilari da questo target – e coinvolge strumenti e competenze che, oltre a perseguire gli obiettivi di riduzione del rischio e aumento della stabilità, fanno necessariamente evolvere la consulenza patrimoniale verso confini che vanno al di là degli stessi beni materiali, delineando con chiarezza il principio di “sostenibilità intergenerazionale del patrimonio nel tempo”.

Per questi motivi, gli individui appartenenti a tali famiglie compongono una significativa domanda di servizi di consulenza che spaziano dalla pianificazione fiscale alla gestione del rischio, fino alla pianificazione patrimoniale inter vivos e successoria; e sono mediamente più sensibili alle opportunità di investimento “esclusive” e ad alto rendimento potenziale, come il private equity, il venture capital, gli immobili ed gli hedge fund; ma anche opere d’arte, orologi di pregio, rare whisky, auto d’epoca ed altro ancora. Questi strumenti, com’è noto, nel lungo periodo possono offrire un potenziale di crescita del capitale superiore rispetto agli investimenti tradizionali, ma richiedono anche un livello maggiore di conoscenza e competenza da parte del consulente finanziario/patrimoniale che affianca le famiglie-clienti, anche in relazione al crescente interesse verso investimenti socialmente responsabili,  con impatto positivo sulla società e sull’ambiente (energia rinnovabile, infrastrutture verdi, tecnologie per il risparmio energetico etc).

Questa sorta di “sensibilità aumentata” impone al consulente patrimoniale di adeguare la propria – che è tradizionalmente “aumentata” e pronta ad adattarsi alle circostanze – e di esplorare il patrimonio “immateriale” della famiglia-cliente, e cioè quello speciale insieme di asset immateriali composto da valori affettivi, sociali, imprenditoriali e/o professionali fortemente identitari e trasmessi nel tempo ai discendenti, di cui i nostri interlocutori sono permeati e da cui, a volte, sono profondamente condizionati. Tale insieme altro non è che la c.d. Identità Familiare, un asset importantissimo che racchiude in sé tradizioni, storie, aneddoti, valori, attività e relazioni interne di un cliente. Ad esempio, una famiglia potrebbe essere nota per la sua passione per la cucina tradizionale italiana, o per il suo impegno a sostenere attività benefiche a livello locale. Altre famiglie potrebbero essere conosciute per la loro attenzione all’istruzione, alla musica, allo sport o alla religione, e così via.

Peraltro, le tradizioni e le pratiche familiari possono essere tramandate di generazione in generazione, diventando parte integrante dell’Identità Familiare. Tuttavia, le famiglie possono anche sviluppare nuove tradizioni in base alle esigenze e alle esperienze della loro vita quotidiana, nella quale rientrano a pieno titolo le questioni economico-finanziarie che hanno caratterizzato la loro storia nel tempo. Inoltre, l’Identità Familiare può essere influenzata dalla cultura e dalle tradizioni della comunità più ampia in cui la famiglia vive. Le famiglie possono adottare e adattare le tradizioni culturali locali, o possono mantenere le proprie tradizioni culturali e trasmetterle ai loro figli.

Pertanto, l’Identità Familiare può essere un elemento importante dell’identità personale di un individuo nella sua veste di investitore, poiché le esperienze familiari possono avere un impatto significativo sulla formazione dei suoi valori, delle sue credenze e delle sue attitudini. Il consulente patrimoniale deve gradualmente farle proprie, stimolando la pratica del “racconto familiare” – in particolare della c.d. aneddotica – attraverso il quale molte scelte ritenute irrazionali dal consulente trovano una perfetta spiegazione, e consentono al professionista di individuare in anticipo le soluzioni più adatte anche e soprattutto in relazione alla gestione del patrimonio tanto nel corso della vita del cliente quanto in prossimità del passaggio generazionale.

In quale direzione va la Consulenza Finanziaria? Parola ai manager di rete

P&F intervista i manager di rete per raccontare come le banche stanno affrontando i cambiamenti degli ultimi due anni e il problema del passaggio generazionale. Risponde il romano Valerio Marchetti di Fineco Bank.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario negli ultimi due anni, e qual è il futuro della consulenza finanziaria? Cosa si intende per approccio olistico, e come andrebbe strutturata la formazione dei professionisti del risparmio? Come state affrontando la problematica del passaggio generazionale, e come gestite la selezione e il reclutamento delle risorse provenienti dal settore bancario?  Sono queste le domande che P&F ha rivolto ad alcuni manager delle principali reti di consulenza finanziaria, distribuite idealmente lungo il territorio nazionale, allo scopo di comprendere – e far comprendere – qual è la direzione verso cui va il mondo delle banche-reti, e quali sono le soluzioni maggiormente adottate dalle singole aziende per gestire le forti sollecitazioni al cambiamento imposte dal mercato e da una clientela sempre più esigente.

La prima intervista di questa “mini-serie” è rivolta a Valerio Marchetti, Senior Private Banker con certificazione €FPA (European Financial Advisor ) e Area Manager di Fineco Bank a Roma.

Valerio, qual è la sua visione sul futuro della consulenza finanziaria?
La consulenza finanziaria ha ampliato costantemente negli anni il proprio raggio di attività, e la pianificazione finanziaria ormai rappresenta solo una componente di un approccio più esteso che riguarda molteplici aspetti. Il cliente deve avere a disposizione un supporto che riguarda tutti i principali passaggi della vita e le tappe fondamentali che deve affrontare: ragionando secondo questa logica l’attenzione si sposta quindi verso una consulenza patrimoniale, allontanando il focus da singoli prodotti e adottando un approccio “olistico”, rivolto al patrimonio nella sua interezza: risparmio, immobili, opere d’arte, preziosi, auto d’epoca e, più in generale, qualunque strumento di investimento alternativo.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario dalla pandemia ad oggi, in termini di relazione con i clienti?
L’organizzazione del lavoro è certamente cambiata, non solo per i consulenti finanziari, ma per tutte le professioni. Il Covid-19 ha creato un “prima” e un “dopo”. La pandemia ha certamente impresso una brusca accelerazione al trend di digitalizzazione nelle famiglie, che a livello finanziario era già in atto anche per via del ricambio generazionale in corso. All’interno dei gruppi familiari la leadership nella gestione dei patrimoni sta passando sempre più velocemente alle nuove generazioni, e questo passaggio di testimone non dipende da una rinuncia da parte del capofamiglia, bensì dai cambiamenti del linguaggio e della modalità operativa. Di conseguenza, oggi vengono premiati i consulenti che hanno saputo adottare uno stile di comunicazione trasversale, adattandosi alle esigenze di tutti i componenti della famiglia-cliente, soprattutto a quelli più “freschi” e più abituati alla comunicazione da remoto. Tuttavia, vince chi ha messo a punto una nuova tipologia di public speaking, poichè il rapporto costruito di persona è decisamente diverso rispetto a quello portato avanti attraverso una comunicazione a distanza, dove il linguaggio del corpo ha un impatto più limitato e la professionalità può essere trasmessa, per esempio, grazie a una cura attenta dei particolari.

Quali strumenti sono necessari per adottare un approccio olistico di consulenza e gestire la rendicontazione integrale del patrimonio?
In Fineco abbiamo avviato da tempo un percorso specifico di tipo olistico. Basti pensare che i consulenti private dispongono già di un tool che permette di analizzare il patrimonio immobiliare del cliente e le relative rendite catastali e l’imposizione fiscale, stimando in modo affidabile gli oneri di manutenzione e il valore commerciale degli immobili. Si tratta di uno strumento che può spingersi progressivamente più in profondità, arrivando addirittura a simulare, in base alle regole attuali, l’imposizione fiscale (se presente) in caso di passaggio generazionale. E’ anche possibile simulare alternative e ottimizzare così questo aspetto, sempre nel pieno rispetto della normativa vigente. Per quanto riguarda la rendicontazione, utilizziamo una gamma di applicativi sofisticati che permettono di passare “ai raggi X” il patrimonio, non solo attraverso semplici analisi delle asset class principali, ma anche estrapolando la composizione valutaria, la diversificazione settoriale e molto altro ancora. Inoltre, la nostra azienda (Fineco Bank, ndr) ha sviluppato negli anni accordi professionali con numerosi partner esterni nei settori della fiscalità, del real estate e della valutazione filantropica. Infatti, non è raro che le nostre famiglie-clienti manifestino esigenze al di fuori della ordinaria amministrazione finanziaria, e ci chiedano, per esempio, la stima del valore di una collezione d’arte, o una consulenza fiscale per valutare le conseguenze di un cambiamento di residenza fiscale nel caso in cui la si voglia trasferire in uno stato estero.  

Come dovrebbe essere strutturata oggi l’attività di formazione dei consulenti finanziari in relazione alle esigenze sempre più evolute della clientela?
Il tema della formazione è centrale per tutti, ma la sua fruizione non deve essere troppo complicata. Per esempio, capita di frequentare corsi con un approccio eccessivamente accademico, oppure altri focalizzati solo sugli strumenti, trascurando una visione più globale. E’ fondamentale essere estremamente motivati quando si partecipa a questi corsi. La mia idea, forse provocatoria, è quella di prevedere un gettone simbolico di partecipazione, al fine di attribuire il giusto valore all’impegno e sviluppare una reale motivazione a migliorare le proprie competenze. Per noi consulenti, la competenza più importante rimane quella di saper diagnosticare con estrema precisione i bisogni dei clienti, e instaurare con loro rapporti di empatia e fiducia.

In Fineco come state affrontando la problematica del passaggio generazionale?
Storicamente, la nostra azienda ha sempre creduto nel “vivaio”, ed oggi siamo la rete di consulenza con l’età media più bassa in Italia. Entriamo in contatto con giovani talenti attraverso la collaborazione con gli atenei universitari, e li inseriamo all’interno di un percorso di crescita fatto di lezioni in aula ed esperienza sul campo. Le nuove leve vengono affidate alle cure di un professionista senior, che a sua volta collabora con la struttura manageriale, condividendo il flusso delle informazioni. In particolare, circa tre anni fa abbiamo iniziato a sperimentare i Fineco Team, introdotti definitivamente lo scorso anno, i quali consentono di mettere in comune le proprie competenze e di gestire al meglio il ricambio generazionale, grazie a un canale diretto tra il professionista più giovane e quello più esperto.

Come affrontate la selezione e l’inserimento professionale dei consulenti provenienti dal settore bancario?
In Fineco i manager di rete non hanno un budget di reclutamento, per cui sono incentivati in modo naturale a fare selezione sul territorio. L’approccio è deontologicamente molto chiaro: il reclutamento avviene solo se c’è l’effettivo interesse di entrambe le parti, a seguito di una reciproca due diligence. A Roma, nella città in cui opera il nostro gruppo di colleghi, siamo estremamente attivi dal punto di vista della selezione, e negli ultimi anni abbiamo attratto professionisti bancari di spicco. Al candidato “target” viene offerto tutto il supporto economico, professionale e logistico necessario per garantire una crescita sostenibile nel tempo.