Giugno 8, 2026
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Mercato obbligazionario sostenuto dalla ricerca di rendimento. Le famiglie apprezzano i titoli di stato

Rendimenti ancora interessanti, spread contenuti e il nuovo BTP Italia Sì rilanciano il ruolo delle obbligazioni nei portafogli degli investitori.

di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub Banca ed esperto di mercati finanziari

Il mercato obbligazionario sta attraversando una delle fasi più interessanti degli ultimi quindici anni. Dopo un lungo periodo caratterizzato da tassi d’interesse estremamente bassi e rendimenti spesso insufficienti a compensare l’inflazione, il reddito fisso è tornato al centro dell’attenzione degli investitori. Oggi le obbligazioni offrono nuovamente ciò che per decenni ha rappresentato la loro principale funzione: generare reddito periodico, contribuire alla stabilità dei portafogli e offrire una valida alternativa alla liquidità.

La fase più intensa della stretta monetaria avviata dalle principali banche centrali sembra ormai alle spalle, sebbene di recente qualche esperto abbia ipotizzato la possibilità di un rialzo per via della crisi petrolifera derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e, soprattutto, per via del tasso di inflazione (che ha rialzato leggermente la testa). Pur permanendo alcune incertezze sull’andamento dell’inflazione e sulla crescita economica mondiale, i mercati hanno progressivamente iniziato a scontare uno scenario di maggiore stabilità dei tassi. Questo cambiamento ha riportato interesse verso il comparto obbligazionario, che oggi offre rendimenti impensabili soltanto pochi anni fa. In Europa il mercato continua a essere sostenuto dalla ricerca di rendimento. I titoli di Stato rappresentano ancora il punto di partenza per molti investitori che desiderano ottenere un flusso cedolare relativamente prevedibile.

In questo contesto l’Italia continua a distinguersi per rendimenti superiori rispetto a quelli offerti dai principali emittenti dell’Eurozona. I Btp mantengono infatti un vantaggio significativo rispetto ai titoli governativi tedeschi e francesi. Allo stesso tempo il differenziale di rendimento rispetto al Bund rimane su livelli contenuti, lontanissimi dalle tensioni che avevano caratterizzato alcune fasi del passato. Questo elemento è particolarmente importante perché consente al Tesoro di finanziarsi a condizioni relativamente favorevoli e contribuisce a sostenere la fiducia degli investitori internazionali.

Uno degli aspetti più interessanti del 2026 è il crescente coinvolgimento del risparmio privato. Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno aumentato in maniera significativa la loro partecipazione alle emissioni del debito pubblico. Un fenomeno che continua a rafforzarsi e che rappresenta uno degli elementi di maggiore stabilità per il mercato. Proprio in questa direzione si inserisce il nuovo BTP Italia Sì, l’emissione dedicata esclusivamente agli investitori retail che sarà collocata a metà giugno. Il nuovo strumento rappresenta un’evoluzione della famiglia dei BTP Italia e nasce con l’obiettivo di offrire ai piccoli risparmiatori una soluzione semplice e facilmente comprensibile per investire nel debito pubblico nazionale.

La nuova emissione avrà una durata di cinque anni e una struttura pensata per favorire la partecipazione delle famiglie. Il titolo garantirà una protezione dall’inflazione italiana attraverso la rivalutazione del capitale investito e il pagamento di cedole periodiche. In un contesto nel quale il tema dell’erosione del potere d’acquisto continua a essere particolarmente sentito, questa caratteristica rappresenta uno degli elementi di maggiore attrattività. L’introduzione del BTP Italia Sì conferma inoltre la volontà del Tesoro di consolidare il rapporto diretto con i risparmiatori italiani. Negli ultimi anni le emissioni dedicate al retail hanno registrato risultati molto positivi, dimostrando come esista una forte domanda di strumenti in grado di coniugare sicurezza, rendimento e semplicità.

Ma il ritorno dell’interesse verso le obbligazioni non riguarda soltanto i titoli governativi. Anche il comparto corporate continua a mostrare caratteristiche particolarmente interessanti. Le obbligazioni emesse da società con elevata qualità creditizia offrono infatti rendimenti superiori rispetto alla media osservata negli anni precedenti alla stretta monetaria. Molti investitori stanno quindi costruendo portafogli obbligazionari più articolati, combinando titoli di Stato e obbligazioni societarie di qualità. L’obiettivo è ottenere una maggiore diversificazione e beneficiare di differenti fonti di rendimento.

In questo scenario assume un’importanza crescente il tema della duration. Dopo anni nei quali l’allungamento delle scadenze era quasi obbligatorio per ottenere rendimenti adeguati, oggi la situazione è profondamente diversa. Numerosi gestori stanno scegliendo di mantenere una duration inferiore rispetto a quella dei principali benchmark di mercato. Molti portafogli multi asset presentano oggi una duration media attorno a 4,5 anni, rispetto ai circa 6 anni degli indici obbligazionari globali. Questa scelta consente di ridurre la sensibilità alle oscillazioni dei tassi d’interesse senza rinunciare a rendimenti competitivi. In pratica gli investitori preferiscono privilegiare la stabilità e la flessibilità piuttosto che assumere rischi eccessivi sulle scadenze molto lunghe.

Questa impostazione si inserisce nella sempre più diffusa strategia “core e satellite”. La parte centrale del portafoglio viene costruita attraverso strumenti obbligazionari diversificati, caratterizzati da elevata qualità e duration contenuta. Attorno a questo nucleo vengono poi inserite esposizioni più specifiche, finalizzate a incrementare il rendimento complessivo. La componente core svolge una funzione di stabilizzazione e rappresenta il principale motore della generazione di reddito. La componente satellite permette invece di cogliere opportunità su segmenti particolari del mercato, come obbligazioni corporate, emissioni indicizzate all’inflazione o particolari aree geografiche.

Anche il mercato americano continua a influenzare significativamente le dinamiche globali. I Treasury statunitensi mantengono rendimenti superiori rispetto a quelli europei e continuano ad attirare l’interesse degli investitori internazionali. Tuttavia il tema del rischio cambio rappresenta un elemento che gli investitori europei devono attentamente valutare. Le prospettive economiche globali restano infatti caratterizzate da una certa incertezza. Le tensioni geopolitiche, l’evoluzione delle politiche commerciali internazionali, il rallentamento di alcune economie e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sul sistema produttivo continuano a rappresentare fattori di attenzione per gli operatori finanziari.

Proprio per questo motivo le obbligazioni stanno recuperando il loro ruolo storico di elemento di equilibrio all’interno dei portafogli. In presenza di mercati azionari che restano esposti a possibili fasi di volatilità, il reddito fisso offre una fonte di rendimento più prevedibile e una minore variabilità delle quotazioni. L’inflazione resta naturalmente una variabile fondamentale. Sebbene i livelli attuali siano molto più contenuti rispetto a quelli osservati negli anni passati, il rischio di nuove pressioni sui prezzi non può essere completamente escluso.

Per questo motivo strumenti indicizzati come il nuovo BTP Italia Sì stanno attirando particolare attenzione da parte dei risparmiatori. La possibilità di ottenere una rivalutazione legata all’andamento dell’inflazione rappresenta infatti una forma di protezione che molti investitori considerano preziosa, soprattutto per la componente più prudente del patrimonio. Le nuove emissioni continuano inoltre a registrare una domanda sostenuta. Sia gli investitori istituzionali sia quelli retail mostrano interesse verso strumenti che consentano di bloccare rendimenti interessanti per diversi anni.

Questo fenomeno testimonia come il mercato obbligazionario sia tornato a essere percepito come una componente strategica e non più soltanto tattica. Un altro aspetto rilevante riguarda il confronto con la liquidità. Dopo anni in cui molti risparmiatori hanno mantenuto ingenti somme ferme sui conti correnti, il livello attuale dei rendimenti sta favorendo una graduale riallocazione verso strumenti obbligazionari. Le obbligazioni consentono infatti di ottenere un reddito potenzialmente superiore rispetto alla semplice detenzione di liquidità, pur mantenendo un profilo di rischio generalmente contenuto.

Nel complesso, il quadro del mercato obbligazionario  appare oggi costruttivo. I rendimenti restano interessanti, gli spread sono contenuti e la domanda continua a essere robusta. Per gli investitori il reddito fisso è tornato a essere una vera alternativa. Dopo anni dominati dall’azionario e dalla ricerca di performance sempre più elevate, il 2026 sta segnando il ritorno a una maggiore attenzione per equilibrio, diversificazione e generazione di reddito. In questo contesto le obbligazioni stanno nuovamente assumendo quel ruolo centrale che per lungo tempo aveva caratterizzato la gestione dei patrimoni, offrendo una combinazione di rendimento, stabilità e protezione che molti consideravano ormai appartenente al passato.

BCE e FED alla ricerca di un equilibrio difficile. Un 2026 dominato dalla prudenza

Fed e BCE stanno cercando un equilibrio estremamente difficile: da un lato devono evitare che l’inflazione torni a salire, dall’altro lato non possono ignorare il progressivo rallentamento economico.

di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub banca ed esperto di finanza e mercati 

Le decisioni della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea di lasciare invariati i tassi di interesse rappresentano uno dei passaggi più delicati dell’attuale fase economica globale. Dopo anni segnati prima da politiche monetarie ultra espansive e successivamente dalla più aggressiva stretta monetaria degli ultimi decenni, il 2026 si sta trasformando nell’anno dell’attesa che coinvolge mercati finanziari, imprese, famiglie e sistema bancario. Sia la Fed sia la BCE, infatti, stanno cercando di capire se l’inflazione sia realmente sotto controllo oppure se esistano ancora fattori in grado di alimentare nuove tensioni sui prezzi.

Il mantenimento dei tassi invariati non deve quindi essere interpretato come un segnale di tranquillità assoluta, bensì come la conferma di una forte prudenza da parte delle banche centrali. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve continua a sorprendere per la cautela mostrata negli ultimi mesi. L’economia americana infatti continua a evidenziare una crescita superiore rispetto a quella europea grazie alla forza del mercato del lavoro, ai consumi interni e soprattutto alla spinta proveniente dagli investimenti tecnologici e dall’intelligenza artificiale. Wall Street continua a beneficiare dell’enorme flusso di capitali indirizzati verso il comparto tech e questo contribuisce a mantenere elevata la fiducia degli investitori.

Tuttavia, l’inflazione americana non può ancora considerarsi definitivamente sconfitta. I servizi continuano a registrare dinamiche di prezzo sostenute mentre il mercato del lavoro resta molto robusto. Una situazione che potrebbe mantenere elevata la pressione salariale. Inoltre il contesto geopolitico internazionale continua a rappresentare un elemento di forte incertezza soprattutto per quanto riguarda energia, logistica e materie prime. Per questo motivo la Fed preferisce mantenere i tassi fermi evitando mosse premature. Il timore principale della banca centrale americana è quello di ripetere errori storici già visti negli anni Settanta, quando un allentamento monetario anticipato provocò una nuova accelerazione inflazionistica costringendo successivamente a interventi ancora più aggressivi.

In Europa il quadro appare differente ma altrettanto complesso. La BCE si trova infatti davanti a un’economia molto più fragile rispetto a quella americana. Germania e Francia stanno mostrando una crescita debole mentre il settore manifatturiero europeo continua a soffrire per il rallentamento globale e per il costo ancora elevato del credito. Nonostante ciò Christine Lagarde mantiene una linea prudente. La BCE osserva con attenzione soprattutto l’inflazione nei servizi e l’andamento dei salari. In diversi Paesi europei infatti la crescita salariale resta sostenuta e questo rischia di rallentare ulteriormente il processo di discesa dell’inflazione verso il target del 2%. Il risultato è una situazione estremamente particolare: economie deboli ma tassi ancora elevati. Uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava improbabile e che invece oggi rappresenta la nuova normalità per famiglie e imprese.

Le conseguenze sul sistema economico sono evidenti. Il credito continua a essere selettivo. Le banche mantengono criteri di concessione prudenti soprattutto nei confronti delle imprese più esposte finanziariamente. Le aziende con bilanci solidi riescono ancora ad accedere al credito in condizioni accettabili mentre le realtà più fragili iniziano a incontrare maggiori difficoltà. Inoltre, particolarmente delicato appare il comparto immobiliare, poichè il mantenimento di tassi elevati continua a pesare sul mercato dei mutui e molte famiglie rinviano decisioni di acquisto immobiliare. Di conseguenza, il settore delle costruzioni inizia a risentire della riduzione della domanda. Anche sul fronte corporate si osserva un rallentamento degli investimenti soprattutto nei settori più dipendenti dal finanziamento bancario.

In Italia la situazione assume caratteristiche ancora più particolari. Il sistema produttivo italiano è composto in larga parte da piccole e medie imprese fortemente legate al credito bancario. Tassi elevati per un periodo prolungato rischiano quindi di comprimere investimenti, liquidità e capacità di crescita. Non a caso negli ultimi mesi molte imprese hanno intensificato la ricerca di strumenti alternativi di finanziamento e strategie di ottimizzazione finanziaria. Anche le famiglie italiane stanno cambiando approccio, dopo anni in cui la liquidità non produceva rendimento e dopo che il ritorno di tassi elevati ha modificato le scelte di risparmio della clientela retail. Fondi monetari, titoli di Stato e obbligazioni investment grade sono tornati al centro dell’interesse degli investitori.

Il fenomeno dei BTP continua a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del mercato italiano. Rendimenti più elevati hanno spinto numerosi risparmiatori a incrementare l’esposizione verso il debito pubblico italiano, percepito come alternativa interessante rispetto alla volatilità azionaria. Anche i conti deposito e le soluzioni obbligazionarie a breve termine stanno registrando forte attenzione da parte della clientela bancaria. Parallelamente, però, cresce anche il rischio di eccessiva prudenza. Molti investitori stanno infatti privilegiando strumenti conservativi rinunciando completamente all’esposizione azionaria: una scelta comprensibile nel breve periodo ma che potrebbe diventare penalizzante nel lungo termine soprattutto in presenza di future riduzioni dei tassi.

Su tutto, i mercati finanziari stanno vivendo una fase di continua alternanza tra entusiasmo e tensione, e ogni dato macroeconomico pubblicato negli Stati Uniti o in Europa viene interpretato come possibile indicazione sulle future mosse delle banche centrali. Un dato inflazionistico superiore alle attese provoca immediatamente volatilità, mentre segnali di rallentamento economico alimentano le aspettative di futuri tagli dei tassi. Wall Street continua a mantenersi su livelli elevati grazie soprattutto ai grandi gruppi tecnologici. Tuttavia numerosi analisti iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità delle valutazioni raggiunte da alcune società legate all’intelligenza artificiale. Il rischio di euforia eccessiva non può essere escluso soprattutto in un contesto in cui il costo del denaro rimane ancora molto elevato.

Anche il mercato obbligazionario sta attraversando una fase nuova rispetto agli ultimi dieci anni. I rendimenti tornati interessanti hanno riportato attenzione verso asset che per lungo tempo erano stati quasi ignorati dagli investitori. Oggi molti portafogli stanno aumentando il peso della componente obbligazionaria proprio per sfruttare cedole più elevate e maggiore prevedibilità dei flussi. Dal punto di vista geopolitico il mantenimento dei tassi elevati rappresenta anche una forma di protezione preventiva contro la volatilità dei settori azionari. Le tensioni internazionali continuano infatti a influenzare energia, trasporti e materie prime. Eventuali nuovi shock potrebbero riaccendere rapidamente la pressione inflazionistica rendendo ancora più complesso il lavoro delle banche centrali.

Fed e BCE stanno quindi cercando un equilibrio estremamente difficile. Da un lato devono evitare che l’inflazione torni a salire. Dall’altro lato non possono ignorare il progressivo rallentamento economico che inizia a manifestarsi in diversi settori. Per i prossimi mesi il quadro resterà fortemente dipendente dai dati macroeconomici. Inflazione, occupazione, salari e consumi continueranno a guidare le aspettative dei mercati. Ogni dichiarazione delle banche centrali sarà analizzata nel dettaglio dagli operatori finanziari. Lo scenario più probabile appare quello di una graduale riduzione dei tassi nella seconda parte del 2026 ma con tempistiche molto più lente rispetto a quanto il mercato immaginava solo pochi mesi fa.

Francesco Megna

Le banche centrali, pertanto, vogliono evitare accelerazioni eccessive e preferiscono mantenere un approccio prudente e progressivo. Per il sistema finanziario questo significa convivere ancora per diversi mesi con un costo del denaro relativamente elevato. Una situazione che continuerà a influenzare credito, investimenti e strategie di portafoglio. La nuova fase economica sembra quindi destinata a essere caratterizzata non più dal denaro facile ma dalla selezione. Selezione nella concessione del credito, selezione negli investimenti e selezione nelle strategie aziendali. In questo contesto la capacità di gestire rischio, liquidità e diversificazione diventerà sempre più centrale tanto per le imprese quanto per i risparmiatori.

Lo Stretto di Hormuz riapre: dalla logica dello scontro a quella della gestione del rischio

La riapertura non equivale a una soluzione definitiva e l’equilibrio resta ancora fragile. Il rischio non scompare, ma cambia forma: da acuto e immediato a latente e gestibile.

di Francesco Megna, responsabile commerciali Hub banca ed esperto di finanza e mercati 

Venti di pace tornano a soffiare sul Golfo Persico e, con essi, si riapre una delle arterie più strategiche dell’economia globale. Dopo settimane di tensioni e blocchi, lo Stretto di Hormuz torna operativo, segnando un passaggio cruciale nella fase di de-escalation tra Stati Uniti e Iran. Non è solo una notizia geopolitica: è un evento che incide direttamente su energia, inflazione e fiducia dei mercati. La svolta arriva con il via libera al transito delle navi commerciali lungo rotte coordinate e controllate. Una decisione che riflette un cambio di tono nei rapporti tra le parti e che si inserisce in un quadro più ampio di negoziati in corso.

La riapertura dello stretto rappresenta un segnale concreto: si passa dalla logica dello scontro a quella della gestione del rischio, con l’obiettivo di evitare nuovi shock sistemici. Per comprendere la portata dell’evento basta considerare il ruolo di Hormuz: da qui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Il blocco aveva generato un effetto domino su tutta la catena energetica, con navi ferme, assicurazioni in rialzo e rotte alternative più costose. La riattivazione del traffico significa quindi ridurre immediatamente le tensioni sull’offerta globale.

La reazione dei mercati è stata immediata e significativa. Il petrolio ha registrato un calo netto, con il WTI in discesa a doppia cifra nel giro di poche sedute. Un movimento che riflette la rapida contrazione del premio al rischio geopolitico accumulato nelle settimane precedenti. Il mercato, che aveva incorporato uno scenario di crisi prolungata, si trova ora a ricalibrare le aspettative verso una normalizzazione. Anche i mercati azionari hanno beneficiato del nuovo contesto. I listini hanno mostrato un’accelerazione al rialzo, trainati in particolare dai settori più esposti alla ciclicità economica. La riapertura delle rotte commerciali riduce i costi logistici, attenua le pressioni inflattive e rafforza le prospettive di crescita, elementi che si riflettono rapidamente nelle valutazioni.

Tuttavia, la riapertura non equivale a una soluzione definitiva. Il passaggio resta legato alla tenuta del cessate il fuoco e a un equilibrio ancora fragile. La presenza militare nell’area non è venuta meno e il controllo delle acque rimane un elemento strategico per entrambe le parti. In altre parole, il rischio non scompare, ma cambia forma: da acuto e immediato a latente e gestibile.

Dal punto di vista macroeconomico, il ritorno alla piena operatività dello stretto ha implicazioni rilevanti. Il calo dei prezzi energetici può contribuire a raffreddare l’inflazione, offrendo un margine di manovra maggiore alle banche centrali. Allo stesso tempo, la riduzione dell’incertezza favorisce investimenti e consumi, sostenendo la crescita globale. Il passaggio da una fase di tensione a una fase di relativa stabilità si riflette anche nel comportamento degli investitori. Nelle settimane di crisi, i flussi si erano concentrati su asset difensivi, mentre ora si osserva un ritorno graduale verso strumenti più rischiosi. La normalizzazione delle condizioni operative riapre spazi per strategie più orientate al rendimento. Resta però un elemento chiave: la velocità con cui i mercati hanno reagito dimostra quanto la componente geopolitica sia oggi determinante. Bastano pochi segnali di distensione per innescare movimenti significativi, così come eventuali nuove tensioni potrebbero invertire rapidamente il quadro.

In definitiva, la riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenta un punto di svolta. Non segna ancora la fine delle tensioni, ma indica chiaramente un cambio di direzione. I venti di pace, per ora, prevalgono su quelli di guerra, restituendo ai mercati una base su cui ricostruire fiducia e stabilità. La vera sfida sarà trasformare questa tregua in un equilibrio duraturo. Ma intanto, per economia e mercati, il segnale è inequivocabile: la fase più critica sembra alle spalle e la normalizzazione, seppur graduale, è tornata possibile.

Mercato obbligazionario in balia degli eventi geopolitici. La gestione attiva diventa un elemento chiave

Il comportamento degli investitori è cambiato: c’è un ritorno all’obbligazionario come componente centrale del portafoglio non solo per la funzione difensiva, ma anche per la capacità di generare reddito.

di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub banca ed esperto di finanza e mercati 

Il mercato obbligazionario  si muove in un contesto complesso, dove convivono segnali di stabilizzazione e nuove fonti di incertezza. Dopo mesi caratterizzati da forti oscillazioni legate alle tensioni geopolitiche e alle attese sulle politiche monetarie, gli investitori stanno progressivamente ricalibrando le proprie strategie, con un approccio più selettivo e meno impulsivo rispetto alla fase iniziale dell’anno.

Uno degli elementi centrali resta il livello dei tassi di interesse. Le principali banche centrali hanno adottato un atteggiamento prudente, evitando mosse brusche e lasciando intendere che il picco dei tassi potrebbe essere vicino, ma senza fornire indicazioni definitive su eventuali tagli nel breve periodo. Questo ha contribuito a mantenere i rendimenti obbligazionari su livelli relativamente elevati rispetto agli ultimi anni, rendendo nuovamente interessante il comparto per una platea più ampia di risparmiatori. La curva dei rendimenti continua a riflettere aspettative in evoluzione. In diversi mercati si osserva una tendenza alla normalizzazione dopo le inversioni registrate nei mesi precedenti.

I titoli a breve termine offrono ancora rendimenti competitivi, sostenuti dall’incertezza sulle prossime mosse delle banche centrali, mentre le scadenze più lunghe iniziano a incorporare scenari di rallentamento economico e, in prospettiva, di possibile allentamento monetario. Questo crea opportunità, ma richiede anche attenzione nella gestione della duration. Il segmento governativo rimane il punto di riferimento per la costruzione dei portafogli. I titoli di Stato dei Paesi core continuano a essere percepiti come strumenti di stabilità, soprattutto nei momenti di tensione sui mercati azionari. Allo stesso tempo, i rendimenti più elevati rispetto al passato li rendono nuovamente competitivi anche in ottica di reddito.

Nei Paesi periferici, lo spread si mantiene sotto controllo, segnale che il mercato non sta prezzando rischi sistemici nel breve periodo, ma resta sensibile a eventuali cambiamenti nello scenario macroeconomico. Il comparto corporate mostra dinamiche differenziate: le obbligazioni investment grade beneficiano di bilanci societari generalmente solidi e di una domanda costante da parte degli investitori istituzionali. Gli spread si sono stabilizzati dopo le fasi di allargamento, offrendo un equilibrio tra rendimento e rischio che continua ad attrarre capitali. Più articolata la situazione nel segmento high yield, dove la selettività è diventata fondamentale. Il contesto di tassi elevati e crescita moderata impone una maggiore attenzione alla qualità degli emittenti, con il rischio di un aumento dei default che, seppur contenuto, non può essere ignorato.

Un altro fattore rilevante è rappresentato dall’inflazione. Pur mostrando segnali di rallentamento rispetto ai picchi precedenti, resta su livelli tali da condizionare le scelte delle autorità monetarie. Questo mantiene una certa pressione sui rendimenti reali e spinge gli investitori a valutare strumenti in grado di proteggere il potere d’acquisto. In questo senso, alcune emissioni indicizzate all’inflazione tornano ad avere un ruolo nelle strategie di diversificazione.

Il comportamento degli investitori è cambiato rispetto agli anni di tassi prossimi allo zero. Oggi si osserva un ritorno all’obbligazionario come componente centrale del portafoglio, non solo per la funzione difensiva, ma anche per la capacità di generare reddito. Questo ha riportato equilibrio tra le diverse asset class, riducendo la dipendenza dall’azionario per ottenere rendimenti soddisfacenti. La volatilità, tuttavia, non è scomparsa. Gli eventi geopolitici continuano a influenzare i flussi di capitale, generando movimenti anche bruschi sui rendimenti. In questo contesto, la gestione attiva diventa un elemento chiave. La scelta delle scadenze, la qualità degli emittenti e la diversificazione geografica rappresentano leve fondamentali per navigare un mercato che, pur offrendo opportunità, richiede competenza e disciplina.

Francesco Megna

Guardando alle prossime settimane, il mercato obbligazionario resterà fortemente legato ai dati macroeconomici e alle indicazioni delle banche centrali. Ogni segnale relativo a inflazione, crescita e occupazione potrà influenzare le aspettative sui tassi e, di conseguenza, i prezzi dei titoli. In questo scenario, l’approccio più efficace sembra essere quello graduale, evitando scelte drastiche e privilegiando una costruzione del portafoglio coerente con i propri obiettivi di medio-lungo periodo. Infatti, il mercato obbligazionario oggi offre un mix di stabilità ritrovata e nuove sfide: i rendimenti tornano ad essere interessanti ma il contesto richiede attenzione e capacità di adattamento. Per i risparmiatori, quindi, si apre una fase in cui il reddito fisso può tornare protagonista, a condizione di adottare un approccio consapevole e ben diversificato.

Btp Valore: strumento di stabilità e reddito, ma da inserire in portafoglio con la giusta misura

Bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione di BTP a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. 

di Francesco Megna, responsabile commerciali Hub banca ed esperto di finanza e mercati

Il nuovo Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo torna a intercettare l’attenzione del risparmiatore italiano in una fase di mercato delicata, segnata da tassi ancora relativamente elevati ma con aspettative di graduale normalizzazione nei prossimi trimestri. La domanda chiave resta sempre la stessa: conviene davvero sottoscriverlo oppure rischia di essere una scelta emotiva più che razionale?

Il successo dei precedenti collocamenti ha dimostrato come il Btp Valore risponda a esigenze molto specifiche della clientela retail. La struttura a cedole crescenti offre una percezione di protezione dal rischio tassi nel tempo, mentre il premio fedeltà finale incentiva il mantenimento fino a scadenza. Sono elementi psicologicamente rassicuranti, soprattutto per chi cerca flussi cedolari certi e programmabili, in un contesto in cui la volatilità dei mercati finanziari rimane elevata. Tuttavia, proprio questa apparente semplicità può trasformarsi in un limite. Il rendimento effettivo del titolo, infatti, va valutato considerando l’intero orizzonte temporale e confrontandolo non solo con altri titoli di Stato, ma anche con strumenti obbligazionari alternativi. In uno scenario di progressivo calo dei tassi, infatti, bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. Il rischio non è tanto quello di perdite nominali, quanto di costo opportunità.

Il Btp Valore resta uno strumento adatto a chi ha un profilo prudente, una bassa propensione al rischio e un orizzonte temporale coerente con la durata del titolo. È particolarmente indicato per chi vive di rendita o desidera integrare il reddito con cedole periodiche, senza esporsi alle oscillazioni quotidiane dei mercati. Meno adatto, invece, per chi ha bisogno di liquidità o potrebbe dover disinvestire prima della scadenza, accettando il rischio di vendere in una fase di mercato sfavorevole. Il tema centrale diventa quindi la diversificazione: inserire il Btp Valore all’interno di un portafoglio equilibrato può avere senso, ma solo come una componente e non come pilastro unico.

Concentrarsi eccessivamente sul debito sovrano italiano espone il risparmiatore domestico ad un rischio Paese che spesso egli sottovaluta: la familiarità con l’emittente non elimina la necessità di distribuire il rischio tra più aree geografiche e settori. Una corretta diversificazione obbligazionaria, pertanto, dovrebbe includere strumenti con diverse scadenze, emittenti differenti e, in alcuni casi, anche valute diverse. Per esempio, accanto al Btp Valore possono trovare spazio fondi obbligazionari flessibili, strumenti indicizzati all’inflazione, o obbligazioni corporate di emittenti solidi, capaci di offrire un rendimento aggiuntivo a fronte di un rischio controllato. In questo modo si riduce la dipendenza da un singolo scenario macroeconomico.

Va inoltre considerato il ruolo del tempo. Il Btp Valore premia chi mantiene il titolo fino alla fine, ma il contesto economico può cambiare radicalmente nel corso degli anni. Avere una parte del portafoglio più liquida o facilmente riallocabile consente di cogliere nuove opportunità, soprattutto in una fase in cui la politica monetaria potrebbe diventare più accomodante.

In conclusione, il Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo non è né una trappola né una soluzione universale. Conviene a chi lo utilizza per quello che è: uno strumento di stabilità e reddito, inserito con misura all’interno di una strategia più ampia. La vera convenienza non sta nel singolo titolo, ma nell’equilibrio complessivo del portafoglio. Chi lo sottoscrive pensando di aver “sistemato” i propri risparmi rischia di perdere di vista il principio fondamentale dell’investimento: non esiste rendimento senza una gestione consapevole del rischio e, soprattutto, senza una reale diversificazione.

Portafogli e stili di investimento: i capitali non escono dai mercati, cambiano solo destinazione

In sintesi, la fase attuale non segnala una fuga dal rischio ma una redistribuzione. È il segnale di un ciclo più maturo, in cui conta di più costruire portafogli robusti e bilanciati.

Di Francesco Megna, direttore commerciale Hub banca ed esperto di finanza

La prima parte del 2026 sta mostrando un’evoluzione meno lineare rispetto al rimbalzo ordinato osservato a fine 2025. I mercati finanziari non stanno semplicemente salendo o scendendo in modo compatto, ma stanno cambiando leadership. Più che una fase direzionale, si osserva una rotazione progressiva dei flussi tra settori, aree geografiche e stili di investimento. È un movimento silenzioso, ma tipico delle fasi di transizione del ciclo economico e monetario.

Dopo due anni dominati dai titoli growth e tecnologici, sostenuti dall’intelligenza artificiale e dalla compressione dei tassi attesa dalle banche centrali, l’avvio dell’anno ha portato prese di profitto sulle large cap più affollate e un ritorno selettivo verso comparti rimasti indietro. Le valutazioni elevate del tech statunitense, con multipli ampiamente superiori alla media storica, stanno spingendo parte degli investitori istituzionali a riequilibrare i portafogli. Non si tratta di sfiducia strutturale, ma di gestione del rischio e ricerca di rendimento relativo.

I flussi stanno premiando settori più ciclici e value. Industria, finanziari, energia tradizionale e materie prime stanno mostrando performance migliori rispetto ai mesi precedenti. Le banche, in particolare, beneficiano di margini di interesse ancora sostenuti e di una qualità del credito che, almeno per ora, non evidenzia un deterioramento significativo. In Europa il comparto bancario recupera attrattività grazie a dividendi elevati e multipli più contenuti rispetto ai peer americani.

Anche la geografia dei capitali si sta muovendo. Dopo anni di sovrappeso sugli Stati Uniti, tornano interesse e afflussi verso Europa e mercati emergenti. Le borse europee partivano da valutazioni più basse e offrono maggiore esposizione a settori industriali, infrastrutturali ed energetici, che oggi intercettano meglio la domanda legata alla transizione energetica e alla ricostruzione delle catene produttive. Gli emergenti, dal canto loro, beneficiano del rallentamento del dollaro e di condizioni finanziarie meno restrittive.

La rotazione coinvolge anche lo stile di investimento. I fondi passivi e tematici che avevano concentrato gli acquisti su pochi nomi stanno lasciando spazio a strategie più bilanciate e a gestione attiva. Si assiste a un ritorno dell’attenzione sui fondamentali: utili, flussi di cassa, debito e capacità di generare dividendi tornano centrali nelle scelte. In uno scenario di crescita moderata e inflazione non del tutto rientrata, la narrativa pura non basta più.
Sul fronte obbligazionario il movimento è altrettanto evidente. Dopo il rally dei governativi legato alle attese di tagli dei tassi, parte dei capitali si sta spostando verso credito corporate, subordinati bancari e strumenti ibridi, alla ricerca di extra rendimento. Gli spread rimangono contenuti ma appetibili rispetto ai livelli pre-2024. Per investitori prudenti il carry torna a essere una componente chiave del rendimento complessivo.

Per il risparmiatore italiano questo contesto implica un cambio di approccio. I portafogli concentrati su pochi temi dominanti e su pochi strumenti di investimento rischiano maggiore volatilità, mentre la diversificazione tra settori e asset class torna decisiva. Strategie multi-asset, dividendo, value e obbligazionario a breve-media scadenza possono offrire un equilibrio migliore tra rendimento e rischio. Anche strumenti come PIR, fondi small cap domestici e credito alle PMI potrebbero beneficiare di questa rotazione, intercettando capitali alla ricerca di nicchie meno affollate.

In sintesi, la fase attuale non segnala una fuga dal rischio ma una redistribuzione. I capitali non escono dal mercato, cambiano destinazione. È il segnale di un ciclo più maturo, in cui conta meno inseguire il titolo di moda e più costruire portafogli robusti e bilanciati. La rotazione in corso rappresenta quindi non un campanello d’allarme, ma un’evoluzione fisiologica che premia selettività, disciplina e attenzione ai fondamentali. Chi saprà leggere per tempo questi spostamenti potrà trasformare un contesto apparentemente incerto in un’opportunità di riposizionamento strategico.

Mercato obbligazionario in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia

I rendimenti restano attrattivi, ma adesso prevale l’approccio basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration.

Di Francesco Megna, direttore commerciale HUB primaria banca ed esperto di finanza

Il mercato obbligazionario apre l’anno con un tono più costruttivo rispetto alle tensioni che avevano caratterizzato la parte finale dell’anno precedente, ma lo fa in un contesto che resta complesso e selettivo. Gennaio si conferma un mese di osservazione e riposizionamento, nel quale investitori istituzionali e risparmiatori cercano di capire se il rallentamento dell’inflazione sia ormai strutturale e quanto spazio resti per un allentamento delle condizioni monetarie nel corso dell’anno.

Sui titoli governativi dei Paesi sviluppati prevale una dinamica di stabilizzazione dei rendimenti. Dopo mesi di forte volatilità, le curve tendono ad appiattirsi, con movimenti più contenuti sulle scadenze lunghe e un’attenzione particolare sul tratto breve e medio. Qui si concentra infatti la sensibilità alle aspettative di politica monetaria e alle indicazioni macroeconomiche di inizio anno. I rendimenti restano su livelli storicamente interessanti, ma senza gli scossoni che avevano caratterizzato le fasi di maggiore incertezza inflattiva. Nel comparto dei titoli di Stato dell’area euro, invece, emerge una domanda più selettiva: gli investitori privilegiano emissioni con duration intermedia, considerate un buon compromesso tra rendimento e rischio tasso.

Il tema dello spread resta presente, ma con oscillazioni più contenute rispetto al passato recente. La percezione del rischio sovrano appare meno emotiva e più legata ai fondamentali, in un contesto in cui i conti pubblici e la crescita economica tornano al centro delle valutazioni. Sul fronte corporate, gennaio mostra un mercato diviso in due: da un lato le emissioni investment grade beneficiano di flussi in ingresso, sostenute dalla ricerca di rendimento con un profilo di rischio relativamente controllato, e gli spread creditizi restano compressi, segnale che il mercato non sta prezzando scenari di stress imminenti sul fronte delle insolvenze; dall’altro lato, il segmento high yield si muove con maggiore cautela, poiché gli investitori chiedono premi più elevati e mostrano attenzione alla qualità degli emittenti, penalizzando i settori più ciclici o maggiormente esposti al rallentamento economico.

Interessante anche l’andamento dei titoli indicizzati all’inflazione. Infatti, pur in presenza di un raffreddamento delle dinamiche inflattive, una parte del mercato continua a considerarli uno strumento di copertura utile, soprattutto sulle scadenze medio-lunghe. Le aspettative di inflazione implicite restano infatti sopra i livelli pre-crisi, riflettendo l’idea che la fase di prezzi molto bassi appartenga ormai al passato.

Francesco Megna

Dal punto di vista degli investitori retail, gennaio conferma una preferenza per strumenti obbligazionari percepiti come più semplici e leggibili. Le sottoscrizioni si concentrano su titoli governativi, fondi obbligazionari a bassa volatilità e soluzioni con flussi cedolari regolari. L’obiettivo non è tanto la speculazione sul movimento dei tassi, quanto la costruzione di un reddito prevedibile e la difesa del capitale in un contesto ancora incerto.
Nel complesso, il mercato obbligazionario di gennaio si muove in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia. I rendimenti restano attrattivi, ma la stagione delle scommesse unidirezionali sembra lasciare spazio a un approccio più ragionato, basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration. È un inizio d’anno che non promette accelerazioni improvvise, ma che getta le basi per un ruolo nuovamente centrale delle obbligazioni nei portafogli, dopo anni in cui erano rimaste ai margini delle scelte di investimento.

Il ruolo del consulente finanziario di fronte ai bias cognitivi del risparmiatore

Il consulente finanziario, tra le altre cose, deve saper gestire le aspettative del risparmiatore, affrontando i bias che nascono da obiettivi poco realistici o da idee errate sul funzionamento dei mercati.

Di Francesco Megna*

I c.d. bias cognitivi che influenzano gli investitori rappresentano uno dei principali fattori di instabilità nelle scelte finanziarie. I bias sono scorciatoie mentali che il cervello utilizza per semplificare decisioni complesse, ma che spesso conducono a valutazioni irrazionali, soprattutto quando il mercato è volatile o emotivamente carico. Capirli è essenziale non solo per chi investe, ma anche per il consulente finanziario che deve guidare il cliente verso decisioni più equilibrate.

Uno dei bias più diffusi è l’overconfidence (eccesso di fiducia), ossia la convinzione di avere più conoscenze, capacità o controllo di quanto sia realisticamente possibile avere in determinate circostanze o esperienze lavorative. In ambito finanziario, l’eccesso di confidenza/fiducia induce a sopravvalutare la propria preparazione diminuendo lo studio approfondito dei fattori che determinano le scelte di investimento e mettendo così a repentaglio somme talvolta anche ingenti. Ne sono affetti soprattutto gli operatori più giovani, quelli che perseguono un successo speculativo temporaneo (che a posteriori si rivela spesso come frutto del caso), valutandolo come l’esito naturale di una propria abilità incondizionata nella compravendita di titoli o prodotti finanziari. Generalmente, chi opera sul mercato da molti anni ne è immune, avendo accumulato una maggiore esperienza nel settore; ma questo atteggiamento porta l’investitore a sovrappesare titoli che ritiene di conoscere, a ignorarne i rischi reali o a mettere in atto una eccessiva attività di trading, spesso danneggiando la performance di lungo periodo. L’eccesso di fiducia più estremo si manifesta anche nel credere di saper prevedere i movimenti del mercato, quando in realtà la maggior parte delle oscillazioni è dominata da fattori difficili da anticipare.

Il bias della conferma è altrettanto insidioso, poichè spinge le persone a cercare solo informazioni coerenti con la propria opinione e a scartare quelle che la contraddicono. Questa distorsione può portare a errori di giudizio e a visioni distorte della realtà, influenzando decisioni, opinioni e credenze non solo nelle scelte di investimento, ma anche in altri ambiti della vita, come quello scientifico, politico e sociale. Questo meccanismo rende difficile rivedere le proprie convinzioni anche quando emergono segnali chiari che richiederebbero un cambiamento di strategia. Nella pratica, un investitore convinto che un settore crescerà tenderà a ignorare analisi negative, selezionando solo le notizie che rafforzano la sua tesi.

Un altro bias centrale è l’avversione alle perdite, secondo cui una perdita pesa psicologicamente più del doppio di un guadagno di pari entità. Questa dinamica porta a scelte non ottimali: alcuni investitori diventano eccessivamente prudenti nei momenti sbagliati, evitando opportunità interessanti, mentre altri si rifiutano di vendere titoli che stanno perdendo valore nella speranza di recuperare, rimanendo legati a posizioni che erodono il portafoglio. A questo si lega l’ancoraggio, ovvero la tendenza a fissarsi su un punto di riferimento arbitrario, come un prezzo passato, una soglia psicologica o un target personale, che spesso non ha più alcun rapporto con il contesto attuale.

Nei momenti di euforia o di panico collettivo emerge il bias del gregge, che porta a seguire le decisioni della massa senza una reale valutazione dei fondamentali. Questo bias incarna la tendenza delle persone a imitare il comportamento del gruppo senza un’analisi critica e indipendente, e deriva dal desiderio di appartenenza e sicurezza sociale che si manifestano soprattutto in situazioni di incertezza, come negli investimenti finanziari. È un fenomeno che alimenta bolle speculative e vendite precipitose, perché il comportamento collettivo diventa più importante delle analisi razionali. Questo è particolarmente evidente nei mercati dominati dalle notizie in tempo reale e dai social, dove emozioni e narrative si propagano rapidamente in modo del tutto irrazionale.

La nostra analisi non può prescindere da alcuni bias importanti come l’illusione di controllo, che porta l’investitore a credere di poter influenzare eventi che in realtà dipendono dal mercato, e il recency bias, che spinge a basare le decisioni sugli eventi più recenti ignorando la storia e la ciclicità dei mercati. L’effetto dotazione, invece, porta a sopravvalutare ciò che si già possiede rispetto alle alternative, rendendo difficile la ristrutturazione del portafoglio anche quando sarebbe opportuna. In questo scenario fatto di credenze e pregiudizi, il consulente finanziario assume un ruolo strategico, perché funge da filtro tra emozioni, percezioni distorte e decisioni razionali.

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Il ruolo del consulente è caratterizzato da alcuni passi fondamentali. Il primo è la diagnosi, ossia l’osservazione del comportamento del cliente, l’identificazione delle sue reazioni alla volatilità, l’individuazione delle modalità con cui prende le decisioni e quali bias lo condizionano maggiormente. Ogni investitore ha un pattern emotivo diverso, e riconoscerlo permette al consulente di anticipare errori ricorrenti. Il secondo passo riguarda la costruzione di un processo decisionale che riduca l’impatto dei bias. Questo significa definire un asset allocation coerente con obiettivi, orizzonte temporale e rischio tollerabile, stabilire regole chiare per gli ingressi e le uscite, formalizzare un piano di lungo periodo che limiti le decisioni impulsive. Il consulente diventa così un “architetto del comportamento”, un professionista che progetta un contesto in cui la disciplina prevale sull’emotività.

Durante le fasi di stress finanziario, pertanto, il suo compito principale è quello di riportare lucidità. Questo implica spiegare gli eventi negativi in corso con un linguaggio comprensibile, contestualizzando le notizie e ricordando al cliente che la volatilità è fisiologica e che i portafogli costruiti bene sono pensati per resistere agli shock. Inoltre, il consulente deve saper gestire le aspettative, affrontando i bias del risparmiatore che nascono da obiettivi poco realistici o da idee sbagliate sul funzionamento dei mercati. Il consulente, per raggiungere l’obiettivo, deve educare gradualmente il cliente, chiarendo che non esistono rendimenti a rischio zero, che la diversificazione è una protezione che non elimina completamente le oscillazioni, che le fasi negative non solo sono inevitabili ma sono parte integrante del percorso.

Francesco Megna

Infine, il consulente ha il compito di trasformare la relazione in un processo continuativo. Le revisioni periodiche, il monitoraggio costante e il dialogo aperto consentono di correggere deviazioni emotive prima che si trasformino in errori costosi. L’educazione finanziaria continua riduce l’impatto dei bias nel tempo e aumenta la capacità del cliente di prendere decisioni informate. Infatti, i bias non possono essere eliminati, però possono essere riconosciuti, contenuti e gestiti attraverso un metodo. La forza del consulente sta nel trasformare la complessità emotiva del cliente/investitore/risparmiatore in un percorso ordinato, aiutandolo a fare scelte per lui difficili ma fondamentali per gestire e proteggere il patrimonio mobiliare nel lungo periodo.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

Pianificare la successione per evitare gli attriti tra eredi e l’immobilizzazione del patrimonio

Le successioni senza pianificazione diventano spesso ingestibili, soprattutto quando ci sono figli di precedenti matrimoni, conviventi non sposati, patrimoni all’estero e aziende o partecipazioni societarie.

Di Francesco Megna*

Sono molti gli errori che le persone commettono nella gestione del proprio patrimonio quando si parla di successione. Molti li riscontri anche in banca, soprattutto quando la successione arriva “a freddo” e non era stata pianificata. Rimandare la pianificazione, in genere, è l’errore più comune.

Le famiglie, infatti, affrontano il tema della successione quasi sempre solo dopo una malattia o un evento improvviso, quando ormai è tardi per ottimizzare la fiscalità, distribuire in modo equilibrato i beni ed evitare tensioni tra eredi. Inoltre, la pratica di registrare un testamento – o anche di lasciarne uno olografo, redatto alla presenza di testimoni – è pressocchè trascurata da tutti (lo fa 1 famiglia su 10), e senza testamento interviene la successione legittima che segue regole rigide, può creare divisioni non volute (ad esempio, quote in comune tra fratelli) e complica la gestione delle quote indivise. Al contrario di quanto pensino in molti (in primis il de cuius), l’applicazione della legge sulle successioni non “sistema tutto”, e certamente non compone gli attriti, prestandosi a facili impugnazioni e creando incomprensioni a volta insanabili tra eredi.

Altro errore frequente, poi, è il non distinguere tra beni finanziari e beni immobili. I secondi, infatti, spesso vengono ereditati in comunione forzata e diventano così una fonte inesauribile di conflitti, soprattutto quando i “comunisti” – ossia coloro che sono proprietari in comunione, non è una definizione di natura politica – non si trovano d’accordo sulla vendita del bene immobile, poiché tra gli eredi ci sono sempre differenze di disponibilità economica e l’immobile, di contro, ha costi di manutenzione a volte elevati difficilmente sostenibili da parte degli eredi più “poveri”.

E’ poi frequente che il de cuius abbia intestato il conto corrente e/o il deposito titoli, per ragioni di “comodità”, con uno solo dei figli, pensando di “facilitare” così la sua gestione. In realtà, la cointestazione parziale o la concessione di deleghe troppo ampie crea quasi sempre disparità non volute tra figli, poiché l’atto in sé di cointestare un deposito può essere assimilato a quello di una donazione indiretta – le donazioni non si cancellano! – e generare discussioni. In tema di donazioni, inoltre, non mancano le polemiche infinite. Quelle donazioni fatte “a pezzi” nel tempo, infatti, spesso creano squilibri tra eredi e possibili azioni di riduzione da parte di chi beneficia della c.s. quota legittima (per non parlare dei problemi in caso di vendita di immobili donati, sui quali si sta cercando di intervenire legislativamente). 

Altra criticità è il non parlare chiaramente con la famiglia: Il tabù della morte blocca la comunicazione. Ma la mancanza di trasparenza crea aspettative diverse, malintesi e percezioni di ingiustizia. Il non detto è il vero detonatore dei conflitti ereditari, così come la sottovalutazione della fiscalità successoria: in Italia l’imposizione è bassa – il nostro Paese è considerato una sorta di “paradiso fiscale” delle successioni – , ma non calcolare l’impatto delle franchigie, ignorare la valorizzazione delle donazioni pregresse, non considerare i costi di trasferimento degli immobili e non ottimizzare la futura successione con strumenti specifici può creare problemi che potrebbero essere attenuati o evitati del tutto utilizzando alcuni strumenti che, in ottica successoria, semplificano il passaggio, garantiscono liquidità immediata agli eredi ed evitano la tutela dei legittimari sul singolo strumento (es. polizze vita, altri contenitori assicurativi, trust e patti di famiglia in caso di aziende).

In generale, le successioni senza pianificazione diventano spesso ingestibili, soprattutto quando ci sono figli di precedenti matrimoni, conviventi non sposati, patrimoni all’estero e aziende o partecipazioni societarie. In tutti questi casi, le successioni del patrimonio sono occasioni in cui vengono fuori vecchie rivalità, gelosie, percezioni di ingiustizia, differenze economiche e influenze dei partner sugli aventi diritto. Nel dettaglio, le successioni non pianificate possono causare l’insorgere di problemi come:
Immobilizzazione del patrimonio: La comproprietà dei beni (come case o aziende) senza un accordo può renderli inutilizzabili, generando debiti per manutenzione e tasse, ma anche perdita di valore.
Problemi finanziari: I conti correnti del defunto rimangono bloccati finché non si completa la successione, impedendo l’accesso ai fondi necessari per coprire le spese urgenti e le imposte.
Maggiori costi fiscali: L’assenza di una pianificazione può portare a un impatto fiscale meno vantaggioso, aggravando gli oneri per gli eredi.
Sanzioni fiscali: La mancata presentazione della dichiarazione di successione entro i termini può comportare sanzioni severe, che possono raggiungere il 240% delle imposte dovute.

Per evitare questi ostacoli e gli scontri tra eredi, nella maggior parte delle successioni basterebbe utilizzare due soli strumenti: il testamento e la polizza vita. Con il primo, infatti, è possibile evitare la comproprietà forzata dei beni (a meno che non si tratti di un unico immobile di ampio valore), riducendo il rischio di attriti sulla loro destinazione, e in caso di quote di azienda familiare garantire la sua continuità affidandone la gestione all’erede che è già stato coinvolto nell’attività. Con il secondo (la polizza vita), è possibile ridurre l’impatto tributario “scavalcando” la successione e riducendo l’eccedenza di patrimonio liquido in modo che esso possa rientrare, insieme agli immobili, nelle franchigie più ampie (figli e coniuge). La polizza, inoltre, garantisce la disponibilità di una liquidità immediata agli eredi per far fronte alle imposte collegate alla successione.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

L’IA è una rivoluzione industriale: tra entusiasmi ed eccessi, puntare al lungo periodo

Nel giro di due anni, l’intelligenza artificiale è passata da curiosità da laboratorio a motore trainante dei mercati globali. Dietro l’entusiasmo una domanda: i titoli dell’IA valgono davvero così tanto?

Di Francesco Megna*

Dall’uscita di ChatGPT nel 2022, l’intero ecosistema tech, dai colossi ai piccoli sviluppatori, ha imboccato la strada dell’automazione intelligente. Le aziende che forniscono l’infrastruttura di questa rivoluzione, come Nvidia, Microsoft, Amazon, Google e Super Micro Computer, hanno visto le proprie azioni esplodere.
Gli investitori parlano di una nuova “età dell’oro digitale”, ma dietro l’entusiasmo serpeggia una domanda: i titoli dell’IA valgono davvero così tanto?

I numeri raccontano una storia chiara: molte società legate all’IA si scambiano a multipli di utili mai visti negli ultimi anni. Nvidia, per esempio, ha profitti solidi, ma la crescita sembra già “prezzata” dal mercato, e questo potrebbe esporre il titolo al pericolo di una correzione profonda in determinate condizioni di mercato; Super Micro sta vivendo una espansione rapida ma ciclica; Microsoft, invece, cresce in modo solido, con ricavi diversificati. Nel frattempo, il settore dei semiconduttori IA mostra un rapporto prezzo/vendite ai massimi dai tempi della bolla dot-com. Eppure, le aziende coinvolte oggi non vendono solo sogni, ma producono utili e dominano i mercati.

C’è da dire che ogni nuova tecnologia genera entusiasmo ma anche eccessi. Oggi, praticamente ogni società tech si definisce “AI-powered“, anche quando l’intelligenza artificiale è più marketing che sostanza. In Borsa, l’attenzione si concentra su pochi titoli: Nvidia e Microsoft da sole rappresentano una quota sempre più ampia della capitalizzazione totale dell’S&P 500. Un segnale di forza, ma anche di fragilità sistemica, se il mercato dovesse invertire la rotta.

Certo, non tutte le aziende IA sono uguali, e gli analisti distinguono tra chi  vende “pale e picconi” – ossia infrastrutture come chip, cloud e data center – e chi invece sviluppa applicazioni ancora in cerca di un modello di business. Nel primo gruppo, aziende come Nvidia, Microsoft e Amazon macinano utili concreti; nel secondo, società come Palantir o molte startup quotate vivono più di aspettative che di profitti. Eppure, secondo diversi analisti, la situazione non è paragonabile a quella del 2000, allorquando qualunque azienda che si fosse quotata sul Nasdaq e avesse avuto il suffisso “net” nella denominazione avrebbe visto crescere il valore delle proprie azioni di 100 volte in totale assenza di utili di un qualche tipo. Allora, infatti, molte società Internet non avevano ricavi né clienti; oggi, l’IA genera valore reale e ridisegna interi settori produttivi, ed è una rivoluzione industriale, non solo una moda passeggera.

Come accade in tutte le rivoluzioni, alcuni vinceranno e molti resteranno indietro. Nel breve termine, il rischio di correzioni è reale: le quotazioni sono spinte da aspettative altissime e tassi d’interesse ancora elevati; ma nel lungo periodo, l’IA resta un pilastro strategico dell’economia globale. Per gli investitori, la lezione è chiara: selezione e pazienza. Meglio puntare su chi costruisce le fondamenta dell’intelligenza artificiale, invece che su chi promette di conquistarla. Il mercato, quindi, sconta una crescita futura enorme ma non infinita. L’IA non è solo hype: è la prossima infrastruttura tecnologica globale.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business